C’era una volta la Chiesa cattolica

Roma, 9 ottobre 2010 – ”La tragica scomparsa di quattro giovani militari italiani mentre compivano con dedizione e professionalità il loro quotidiano lavoro a servizio della pace in Afghanistan suscita profondo dolore e ci invita alla preghiera”. Lo afferma la presidenza della CEI in un comunicato.
”Mentre partecipiamo alla sofferenza dei familiari e al lutto del nostro Paese – conclude il testo – invochiamo da Dio il dono della riconciliazione e della concordia per tutti i popoli della terra”.
(ASCA)

Monsignore atlantico atto terzo
Roma, 11 ottobre 2010 – ”Gianmarco, Francesco, Marco, Sebastiano restano profeti del bene comune, perchè decisi a pagare di persona ciò in cui hanno creduto e per cui hanno vissuto: intorno a loro fiorisca più la riflessione e la condivisione, che le semplici risonanze emotive”. Lo ha affermato l’arcivescovo mons. Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l’Italia, che questa mattina, all’aeroporto militare di Ciampino, ha accolto le salme dei quattro alpini uccisi in Afghanistan.
Pur auspicando ”una seria riflessione” da parte dei Governi dopo quanto sta avvenendo nal paese afghano, mons. Pelvi, nella sua dichiarazione rilanciata dall’Agenzia Sir, ha sottolineato che ”la società civile deve sostenere in maniera più concreta ed esplicita i nostri militari e le loro famiglie. Non si può essere neutrali dinanzi all’impegno internazionale di sicurezza, – ha poi detto – né possiamo affidarci a giochi di sensibilità variabili, che indeboliscono la tenuta di un impegno così delicato per la riappacificazione dei popoli”.
(ASCA – grassetto nostro)
Primo atto.
Secondo atto.

Lo stratega
Roma, 12 ottobre 2010 – ”I nostri militari si nutrono anche della forza delle nostre convinzioni e della consapevolezza di una strategia chiara e armonica, che le nazioni mettono in campo per un progetto di convivenza mondiale ordinata”. Lo ha detto l’ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelvi, nel corso dell’omelia durante i funerali dei quattro alpini uccisi in Afghanistan.
”Dinanzi a tale responsabilità – ha aggiunto facendo riferimento all’impegno dei militari italiani – nessuno può restare neutrale o affidarsi a giochi di sensibilità variabili, che indeboliscono la tenuta di un impegno così delicato per la sicurezza dei popoli”.
(ANSA)

Blasfemia?
Due brevi estratti dall’omelia di Monsignor Pelvi in occasione dei funerali di Matteo Miotto, ripresi dalle agenzie di stampa del 3 Gennaio 2011:
”Molti chiedono perché ci ostiniamo ad esporci in terre così pericolose, ma allora non si potrebbe rimproverare anche a Gesù di aver cercato la morte affrontando deliberatamente coloro che avevano il potere di condannarlo? Perchè non fuggire? Gesù non ha cercato la morte, non ha però neppure voluto sfuggirla: ha preferito andare fino all’estremo limite della logica della sua vita e della sua missione piuttosto che tradire ciò che era, ciò che diceva, ciò che aveva fatto”.
”Non possiamo aspettarci che una società mondiale pacifica emerga da sola dal tumulto di una spietata lotta di potere: dobbiamo lavorare, fare sacrifici e cooperare per gettare le fondamenta su cui le generazioni future potranno costruire una comunità internazionale stabile e pacifica”.
Una spietata lotta di potere…

“Un eroismo più grande della violenza”
Roma, 21 Gennaio 2011 – ”Il dovere di costruire la pace non deve essere confuso con una specie di inerzia”. E’ l’esortazione di mons. Vincenzo Pelvi, l’ordinario militare, durante i funerali solenni di Luca Sanna.
L’inerzia, ha sottolineato Pelvi, ”accetta ogni tipo di disordine, scende a compromessi con l’errore e con il male”, mentre come ”sa bene il cristiano” la pace ”non è possibile in termini simili”. Esige piuttosto ”il lavoro più eroico e il sacrificio più difficile. Un eroismo più grande della violenza, una maggiore fedeltà alla verità”.
(ANSA)

“Far giungere le onde della fraternità in ogni parte del mondo”
Roma, 3 marzo 2011 – ”Le missioni internazionali di sicurezza ci aiutano a capire che siamo famiglia umana, nella circolarità del dono”. Lo ha sottolineato l’arcivescovo militare, Vincenzo Pelvi, durante l’omelia per i funerali del capitano Massimo Ranzani.
”Troppo spesso, invece, ci nascondiamo – ha aggiunto Pelvi – dietro affermazioni del tipo ‘non è compito mio, ne vale la pena?, non ne sono capace’. Forse non abbastanza ci brucia nel cuore l’amore, assoluta gratuità, con il quale far giungere le onde della fraternità in ogni parte del mondo”. ”Le condizioni morali, sociali e politiche, nelle quali gli uomini sono ora coinvolti in diversi punti del mondo”, ha osservato l’arcivescovo, sembrano ”contraddire l’ottimismo, la fiducia e spegnere subito le speranza”. Ma il sacrificio dei nostri militari ”ci impegna nel riaffermare con una nuova consapevolezza, quell’amore sociale, norma suprema e vitale della persona umana”.
(ANSA)

Un sussulto di dignità?
Roma, 4 marzo 2011 – ”Chissà se le celebrazioni per il 150.esimo anniversario dell’unità nazionale saranno anche occasione per un dibattito ampio e condiviso su una questione di non poco conto della nostra storia nazionale recente: e cioè sul fatto che l’Italia è, da 9 anni, un Paese in guerra. Un conflitto, quello in Afghanistan, di cui si prende consapevolezza solo periodicamente, quando muoiono i nostri soldati”. Se lo chiede, nel suo editoriale, il mensile dei gesuiti Popoli.
Eppure, osserva la rivista, ”questa eclissi della guerra dalla coscienza nazionale e dal dibattito pubblico è tanto più grave nel momento in cui restano drammaticamente nebulosi il senso e gli obiettivi del conflitto”. Per Popoli, è necessario ”reagire, da cittadini e da credenti”. Poichè sono ”sempre meno” le occasioni in cui si può invocare la tradizionale categoria cattolica della ‘guerra giusta’, ”ci si aspetterebbe qualche parola più profetica da parte dei pastori, ma anche una mobilitazione ben più massiccia della cosiddetta ‘base’ cattolica”. ”Davvero – conclude l’editoriale – viene da chiedersi se una nazione dalle profonde radici cristiane – come viene descritta l’Italia – possa accettare di annoverare tra le numerose ‘guerre dimenticate’ anche un conflitto che essa stessa sta combattendo, oltretutto senza sapere bene perché”.
(ASCA)

Che poi, a dirla tutta, “restano drammaticamente nebulosi il senso e gli obiettivi del conflitto” solo a chi non voglia intenderli…

Mille forme… di rispetto
Assisi, 10 ottobre 2011 – “Kosovo, Libano, Afghanistan, Haiti, Libia, Lampedusa sono la testimonianza delle mille forme di accoglienza e non di respingimenti, di rispetto e non di esclusione, di costruttivo dialogo e non di superficiale discriminazione. L’Italia, con i suoi soldati, continua a fare la sua parte per promuovere stabilita’, disarmo, sviluppo e sostenere ovunque la causa dei diritti umani. Percio’ e’ giusto intensificare le iniziative di cooperazione internazionale e partecipare alle missioni delle Nazioni Unite in aree di crisi”. Lo afferma l’ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelvi.
“Dinanzi a chi invoca lo scioglimento degli eserciti, l’abolizione di organismi internazionali per la pace, l’istituzione militare paga il prezzo piu’ alto”, sottolinea l’arcivescovo con le stellette salutando il generale Biagio Abrate, capo di Stato Maggiore della Difesa, che ha testimoniato ad Assisi la stima delle Forze Armate per i cappellani militari riuniti nella citta’ di San Francesco per un convegno.
“Il mondo militare – ha aggiunto Pelvi – contribuisce a edificare una cultura di responsabilita’ globale, che ha la radice nella legge naturale e trova il suo ultimo fondamento nell’unita’ del genere umano. Di qui l’esigenza di una rinnovata attenzione a quella ‘responsabilita’ di proteggere un principio divenuto ragione delle missioni internazionali”.
(AGI)

Il rutto di Giuda
Roma, 24 ottobre 2011 – Di Gheddafi ”ci sono tante cose che non sapevo, non avevo mai sentito parlare di fosse comuni. Ho sempre cercato di essere positivo, di vedere gli aspetti buoni”.
Con queste parole il vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, in un’intervista a ‘La Repubblica’, ricorda la figura del rais sottolineando, pero’, che ”questa gente ha avuto un leader che meritava la forca, era schiavo del potere, del petrolio, ma anche dell’Occidente. Italia, Francia, tutti lo hanno accolto e osannato. E lui e’ andato su di giri. E’ anche colpa nostra. Era un tiranno, ma nessuno in Occidente se ne accorgeva”.
”Fin dall’inizio della rivoluzione – ha aggiunto mons. Martinelli – c’era rabbia verso Gheddafi, dopo quarant’anni in cui mancava la liberta’. Poi la rabbia e’ esplosa in forme poco dignitose, poco musulmane direi, i musulmani hanno rispetto del corpo, invece ho visto questo corpo alla merce’ di tutti. Non sono capace di spiegare la cattiveria”.
Il vescovo di Tripoli ricorda anche gli aspetti positivi di Gheddafi: ”Ci ha sempre garantito la liberta’ religiosa. Fra tante contraddizioni rispettava lo spirito religioso. Gheddafi predicava l’Islam, ma e’ arrivato alle fosse comuni. Come ha potuto?”.
(ASCA)

[segue]