Dietro il sorriso


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Un libro diretto, sanguigno, di agevole e rapida lettura. Non un testo per soli addetti ai lavori; al contrario, pur non lasciando delusi questi ultimi, esso sa anche come descrivere la realtà e la storia del Tibet a chi è novizio della materia.
Attraverso le sue pagine, si scopre un mondo sconosciuto alla maggior parte dei lettori occidentali, composto dalle ambiguità e dalle trame segrete di uno tra gli uomini più noti, apprezzati ma anche discussi del pianeta: Sua Santità il Dalai Lama.
Chi è il Dalai Lama? Qual è la sua storia? E, soprattutto, quali sono le sue reali intenzioni nei confronti della Cina e del Tibet? Perché l’Occidente sbaglia a fidarsi del suo disarmante sorriso, e chi sono coloro che traggono vantaggio dalla sua lotta per l’autonomia e l’indipendenza del Tibet?
Dietro il sorriso cerca di rispondere a tutte queste domande.

Maxime Vivas è un saggista e giornalista francese, nato nel 1942 da una famiglia di origine spagnola. Il suo La face cachée de Reporters sans frontières. De la CIA aux faucons du Pentagone (2007) mette a nudo le trame segrete e inconfessabili di una delle più importanti ong mondiali.

Dietro il sorriso. Il lato nascosto del Dalai Lama,
di Maxime Vivas, Anteo edizioni, 2015, € 12.

Ilaria Alpi, cronaca di una vergogna

È il 20 marzo 1994, a Mogadiscio, e il corpo ancora caldo e sanguinante di Ilaria Alpi dopo l’esecuzione in cui ha perso la vita con Miran Hrovatin non è soltanto un’immagine impossibile da dimenticare, ma anche il simbolo della nostra dignità umiliata.
Allo stesso modo, l’inchiesta “Ilaria Alpi, l’ultimo viaggio” trasmessa sabato sera (11 Aprile u.s. – ndr) da Raitre, non è soltanto il miglior lavoro mai realizzato sull’assassinio della giornalista del Tg3 e del suo operatore, ma anche la sintesi del malaffare e l’infamia che hanno sporcato quella stagione di storia.
La violenza, i traffici d’armi, lo smaltimento in Africa dei rifiuti tossici e radioattivi, il ruolo occulto dei servizi segreti, i depistaggi conclamati, le anomalie messe in atto per coprire realtà indicibili: c’era tutto, in quest’ora e quarantadue minuti di televisione d’eccellenza scritta da Claudio Canepari, Mariano Cirino, Massimo Fiocchi e Lisa Iotti, e prodotta per la Rai da Magnolia.
«Ci sono anche riprese e parole di mia figlia che non avevo mai visto e ascoltato», mi raccontava l’altro giorno Luciana Alpi, madre di Ilaria nonché anima di una costante pressione perché la verità potesse sbucare dal fango.
Parole quantomai vere.
Tutto è stato, “Ilaria Alpi, l’ultimo viaggio”, tranne che un video compilativo di già noto e stranoto.
Al contrario, ha spiegato l’intelligenza di una giornalista che non ha seguito, in terra d’Africa, il rituale delle corrispondenze a base di comunicati stampa ed empatia con i poteri presenti sul territorio, ma è andata sempre in cerca di fatti, fatti, e ancora fatti.
Troppo, per essere accettata come postura: infatti è stata recisa senza pietà.
Il che non è un vecchio racconto, ma qualcosa di tanto attuale e sconvolgente da non trovare giustizia.
Lo si è visto, recentemente, con le dichiarazioni del testimone Gelle, il quale ha dichiarato a Chiara Cazzaniga di “Chi l’ha visto?” di essere stato pagato per mentire sull’esecutore dell’omicidio Alpi (accusando quell’Ashi Omar Hassan ancora recluso in un carcere tricolore).
E lo si è rivisto con evidenza raggelante sabato sera, grazie ai documenti che provavano traffici di armi USA e l’ombra della CIA sugli ultimi giorni di Ilaria.
Se avesse un volto, il concetto di servizio pubblico, sarebbe quello dell’inchiesta offerta da Raitre.
E se avesse un volto la vergogna, pure, sarebbe quello di chi continua a manovrare perché vinca il silenzio su Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Riccardo Bocca

Fonte

Meredith Kercher è morta da sola

bananaLo ha deciso la Corte di Cassazione (italiana?!?).
Amanda Knox è stata comunque condannata a tre anni per calunnia.
Condanna troppo lieve per innescare una richiesta di estradizione rivolta oltreoceano, come dimostrato dal caso dei sequestratori di Abu Omar, 22 dei quali erano stati “graziati” in virtù di un decreto ministeriale del gennaio 2000 e alle conseguenti circolari in materia, che hanno consolidato la prassi di non richiedere l’estradizione dei soggetti condannati a pene inferiori ai quattro anni.
Mentre il 23°, Robert Seldon Lady, ex capo-stazione CIA a Milano condannato a sei anni in via definitiva, arrestato nell’estate 2013 a Panama, se la filò negli USA prima che l’allora ministro della giustizia Annamaria Cancellieri riuscisse a mettergli le mani addosso.
Non mancando, successivamente, di inoltrare una beffarda domanda di grazia rimasta inevasa.
Federico Roberti

Un finale hollywoodiano – ovvero come ti fabbrico il terrorista

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Un “finale hollywoodiano” era quello che ci si aspettava dal piano terroristico del ventisettenne di origine kosovara, instabile mentalmente, che avrebbe dovuto farsi saltare in aria in un affollatissimo Casinò di Tampa in Florida.

Nel corso degli otto minuti del “video da martire”, girato nel Days Inn di Tampa, il giovane, Sami Osmakac, promette, infatti, di vendicare le uccisioni di fratelli musulmani in Afghanistan, Irak, Pakistan e in ogni altra parte del mondo.
“Occhio per occhio, dente per dente, una donna per ogni donna, un bambino per ogni bambino”.
Registrato il video, Sami aveva in programma di recarsi all’Irish bar di Tampa e poi al Casinò locale, dove avrebbe preso degli ostaggi prima di farsi esplodere all’arrivo della polizia.
Per questo piano, peraltro non portato mai a termine, oltre che per possesso di armi di distruzione di massa – un’auto-bomba, sei granate, un giubbotto esplosivo e varie armi tra cui un AK-47 – il giovane è stato condannato, il 26 Novembre scorso, a 40 anni di carcere dalla corte di Tampa (1).
Fin qui nulla di strano.
Solo che oggi emerge – da un clamoroso scoop di The Intercept, il nuovo giornale di Glenn Greenwald, meglio noto come colui che realizzò le prime interviste ed il ‘lancio’ di Edward Snowden – che il giovane squilibrato kosovaro era stato irretito, condizionato, finanziato e armato niente meno che da una rete di agenti FBI sotto copertura.
Dov’è la novità? direte voi.
La novità è che questa volta c’è la smoking gun, la pistola fumante, vale a dire le intercettazioni che mettono nei guai i federali.
Il meccanismo è sempre lo stesso. S’individuano giovani instabili mentalmente, preferibilmente di origine araba, spesso in disperate condizioni economiche e li si trasforma, con tecniche di controllo mentale, in informatori e talent scout di potenziali terroristi. I soggetti che questi infiltrati trovano vengono poi armati e motivati per compiere attentati o – come nel caso di Sami – per divenire capri espiatori per la war on terror, che ha bisogno di divorare quotidianamente nuove vittime per mantenere sempre alto il livello dell’emergenza, della paura instillata nelle masse.
Pronte a barattare sempre maggiori spazi di libertà a fronte di una presunta sicurezza.
Le operazioni condotte da informatori sotto copertura sono dunque al centro del programma antiterrorismo dell’FBI. Dei 508 imputati processati per casi terrorismo nel decennio dopo l’11 Settembre, in ben 243 casi erano coinvolti informatori dell’FBI, mentre 158 sono stati gli obiettivi di operazioni sotto copertura. In questi ultimi un informatore dell’FBI o un agente sotto copertura ha spinto 49 imputati a realizzare o pianificare atti di terrorismo, in modi analoghi a quello che è stato attuato con Sami Osmakac.
Naturalmente, l’FBI ufficialmente pretende di pagare informatori e agenti sotto copertura per sventare gli attacchi prima che si verifichino. Ma le prove indicano chiaramente – e un recente rapporto di Human Rights Watch lo dimostra (2) – che l’FBI, piuttosto che acciuffare aspiranti terroristi imbranati, induce ad azioni terroristiche soggetti malati di mente o economicamente disperati. Individui che da soli non potrebbero mai realizzare piani criminali complessi.
Nel caso di Osmakac, gli stessi agenti dell’FBI confermano pienamente questo stato di cose, anche se non lo ammetteranno mai pubblicamente. In questa operazione, l’agente sotto copertura dell’FBI agisce con lo pseudonimo di “Amir Jones”. È il tipo dietro la telecamera nel video che annuncia il martirio di Sami. Amir, che si presenta come il rivenditore delle armi da utilizzare nell’azione terroristica, nasconde su di sé un registratore.
Oltre ai dialoghi con Sami, il dispositivo registra però anche le conversazioni che si svolgono nella sede dell’FBI a Tampa, tra agenti e collaboratori che credono di parlare in assoluta privacy.
Ora, queste conversazioni permettono di ricavare un’immagine estremamente precisa e accurata di quella che sono le operazioni anti-terrorismo dell’FBI, e mostrano come, a volte, anche agli occhi degli stessi agenti dell’FBI coinvolti, i soggetti di queste operazioni sotto copertura non siano sempre inquietanti e minacciosi come li si vuole far apparire.
Nell’audio – del 7 Gennaio del 2012 – che segue la registrazione del video del martirio di Sami, l’informatore “Amir” e altri si fanno beffe di tale video, che l’FBI ha realizzato per Osmakac.
Ecco alcune battute:
“Quando stava indossando la roba, si muoveva in modo nervoso” dice qualcuno ad Amir. “Continuava a indietreggiare …”
“Sì”, risponde Amir.
“Sembrava nervoso davanti alla telecamera” qualcun altro aggiunge.
“Sì, era eccitato. Penso che si sia eccitato quando ha visto la roba”, risponde Amir, riferendosi alle armi che erano lì sul letto della stanza dell’hotel.
“Oh, sì, lo puoi dir forte” dice una terza persona. “Era proprio come, come, come un bambino di sei anni in un negozio di giocattoli”.
In altre conversazioni registrate, Richard Worms, il supervisore della squadra dell’FBI, descrive Osmakac come un “mentecatto ritardato” che non “riuscirebbe neppure a pisciare nel vaso”.
Poi ci sono degli agenti che sottolineano che la pubblica accusa – nonostante gli obiettivi di Osmakac siano “inconcludenti”, e le sue ambizioni terroristiche dei “miraggi” – ha bisogno di avere un “finale Hollywoodiano” dell’operazione.
La registrazione del colloquio indica, poi, come gli agenti dell’FBI facciano fatica persino a mettere 500 dollari in mano a Sami per dare un acconto sulle armi.
Quelle stesse armi che il Tribunale ha poi considerato la dimostrazione delle capacità terroristiche di Osmakac e del suo impegno a compiere la strage pianificata.
“Il denaro è la prova che lui è disposto a farlo, perché anche se non siamo in grado di farlo ammazzare qualcuno, possiamo mostrare che paga le armi” afferma l’agente speciale dell’FBI, Taylor Reed, in una conversazione.
Chi avrebbe mai immaginato che queste trascrizioni potessero essere rese pubbliche?
Ma a volte il diavolo, come si sa, fa le pentole…
Naturalmente, appena ciò è avvenuto, grazie al coraggio di un bravo giornalista, Trevor Aaronson, il governo ha sostenuto che le registrazioni potrebbero danneggiare il governo degli Stati Uniti, rivelando le “strategie e i metodi di indagine delle forze dell’ordine”.
Ma esse, fornite da una fonte confidenziale a The Intercept in collaborazione con l’Investigative Fund, costituiscono una preziosa rivelazione di ciò che accade dietro le quinte di una operazione antiterrorismo sotto copertura dell’FBI, rivelando come gli agenti federali abbiano sfruttato il loro rapporto con un informatore prezzolato, lavorando per mesi con l’obiettivo di trasformare lo sventurato Sami Osmakac in un terrorista.
Naturalmente né l’FBI di Tampa né il quartier generale dell’FBI a Washington hanno risposto alle richieste da parte di The Intercept di un commento sul caso Osmakac o sulle osservazioni fatte da agenti e collaboratori dell’FBI sull’operazione sotto copertura.
Guardate il filmato con le trascrizioni delle intercettazioni, è davvero istruttivo.
Purtroppo per l’FBI e per la fortuna di decine di persone innocenti, in questo caso il “finale hollywoodiano” è mancato, ma non certo per merito dei difensori della legalità e della giustizia, ma solo perché il capro espiatorio scelto era troppo imbranato persino per farsi esplodere in un bar.
Piero Cammerinesi

Fonte

“USA e getta”, di Jimmie Moglia

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“Mi sembra giusto finire questa carrellata sulla storia dell’America rifacendomi ancora una volta al dilemma iniziale. Di cos’è fatta la storia, di fatti o d’interpretazioni? Alla domanda risponde il silenzio, ma una cosa è certa, la storia non si fa cancellandone le piaghe.
Riferendosi all’Italia, il diplomatico francese Henry Bayle diceva che “Quando si vuol conoscere la storia d’Italia, bisogna prima di tutto evitare di leggere gli scrittori generalmente approvati…”.
Mutatis mutandis, se si vuole conoscere la Storia degli Stati Uniti bisogna cominciare dal convincersi che l’associato mito storico è falso. L’importanza della menzogna non sta nel fatto che lo sia, ma nelle sue conseguenze. Specialmente quando l’America è il Paese più forte del pianeta e si assume (o arroga) il diritto di imporre al mondo la propria ideologia.
Sulla forza dell’America non c’è alcun dubbio. E guai a chi si permette di bucare il castello di carta fatto di fandonie millantate in nome di “libertà e democrazia”. Milosevic è morto in galera, Saddam Hussein impiccato e Muammar Gheddafi mitragliato in un bunker. Mentre la Libia era bombardata dagli aerei della NATO.
Una volta c’erano i comunisti, poi son venuti i terroristi, oggi è caduta l’ultima maschera. “Gli USA – parole di Obama – possono “intervenire” (eufemismo per invadere, ammazzare e distruggere) dovunque gli interessi americani sono ostacolati.” Vedi l’Irak (un milione e trecentomila morti… and counting), e le (probabili) centinaia di migliaia di vittime in Afghanistan e in altri Paesi. Senza contare la gente del posto e i civili che dell’America se ne fregano, ma che vengono ammazzati lo stesso – vittime senza nome del “danno collaterale”, lugubre eufemismo bernaysiano.
Nella sola Italia, gli USA hanno 113 installazioni militari, tra basi, uffici e centri d’ascolto.
Non molto tempo fa, scoprire che il governo americano teneva sotto controllo assoluto tutte le comunicazioni di un governo straniero averebbe perlomeno portato al richiamo degli ambasciatori. Oggi, il primo ministro del Paese spiato, e spiato lui stesso, appena bofonchia.
Niente dimostra lo strapotere americano più dell’episodio dell’estate 2013 – quando è bastato un cenno della CIA perché quattro grandi Nazioni europee si calassero le metaforiche braghe per dire, “Ecco il culo, obbedisco”. Francia, Italia, Spagna e Portogallo hanno impedito il passaggio all’aereo del presidente della Bolivia, Evo Morales, costringendolo a un atterraggio forzato in Austria. L’immagine del presidente Morales, seduto su un bancone dell’aeroporto, in attesa per ore prima che la CIA lo lasci ripartire, è testimonianza e simbolo del livello a cui è caduto il cosiddetto mondo “libero”.
E tutto perché la CIA sospettava che a bordo ci fosse non un assassino, non un ladro, non un criminale, ma un giovane americano che, anche lui, aveva avuto l’ardire di bucare il castello di carta delle fandonie. E rivelare, prove alla mano, nero su bianco, che l’America spia su tutti e su tutto il mondo.
L’America ha instaurato una rete globale di lacchè al suo servizio. E i lacchè, a volte, non si rendono neanche conto del disprezzo in cui sono tenuti dai loro padroni.
Emblematico un rapporto dell’ambasciatore americano a Roma, quando l’Italia inviò i suoi soldati in Afghanistan a far parte della “coalizione dei disponibili” (coalition of the willing), altro eufemismo dai connotati postribolari. L’originale si trova tra i documenti divulgati da Julian Assange, attraverso Wikileaks.
“A Berlusconi – dice il rapporto – fa piacere sentirsi importante. Quando gli ho chiesto di inviare duemila soldati in Afghanistan, me ne ha subito offerti quattromila.”
Alla faccia dell’Italia che potrebbe utilizzare molto meglio i soldi spesi per spedire e mantenere quattromila soldati, più armamenti, in un Paese dove, probabilmente, la maggioranza degli abitanti l’Italia non sa neanche dove sia.
Ma ritorniamo all’ideologia. La questione non è accademica. Molti intellettuali del momento (italiani e non solo), si sono verniciati da economisti e disquisiscono ad infinitum su formule, più o meno matematiche, più o meno statistiche. Grazie alle quali si potrebbe influire sul “prodotto interno lordo”, sulle “aspettative adattate”, sulle politiche micro e macro economiche, sulla “curva di Lorenz”, sul distributismo, l’elasticità di scala, l’inflazione, la deflazione e, naturalmente, sul “debito sovrano”, molto più importante del debito plebeo.
Intanto, nell’uomo qualunque e nel cittadino pensante sta nascendo il sentimento e si sta formando la percezione che, rapportate al disastro ecologico, al mutamento del clima, alla pressione demografica, alla (purtroppo ancora auspicata) “crescita”, le formule economico-accademiche siano le quisquilie e pinzillacchere immortalate da Totò. Nel caso, funzionano da patetiche maschere dell’ideologia dominante – creando tuttavia l’illusione che le quisquilie possano in qualche modo addolcirla. Ma non è così. Un’ideologia per cui il privato è tutto e il sociale niente, non ammette modifiche. “La società non esiste” disse la malanima Thatcher, con ammirevole sincerità.
Quando Don Abbondio si è chiesto chi era Carneade, la sua curiosità era ammirevole, ma le istanze dei bravi (come si direbbe oggi), erano un problema più pressante.
Oggi di Carneade ce ne sono centinaia, anzi migliaia. Lo sport, il calcio, giocatori, cantanti, attori, attrici, comparse, re, regine, duchesse, contesse, principesse, nobildonne più o meno tali, celebrità e i loro amorazzi, paparazzi che immortalano gli amorazzi… La lista è lunga e non ho neanche messo in conta gli intellettual-economisti di cui sopra. Potremmo chiamare il tutto una forma di neo-carneadismo.
E forse, chissà, il neo-carneadismo è più attraente che preoccuparsi di cosa vogliono i bravi. Anche perché i bravi di oggi sono più sofisticati. Invece di schioppi portano magliette con la scritta “Libertà e Democrazia”, invece di bloccare la strada a Don Abbondio, lo incanalano verso un’altra. E’ a senso unico e si chiama “Via del Neoliberismo a Stelle e Strisce”.
La strada non ha deviazioni, non ha parcheggi, non ha possibilità di uscita e nemmeno di sosta. L’involontario viandante – neo Don Abbondio a sua insaputa – non può cambiare il passo, è spinto da quelli dietro e bloccato da quelli davanti. In compenso, può comprare e consumare in fretta e furia un hamburgher ai numerosissimi McDonalds distribuiti lungo il percorso (non per niente si chiamano fast-food). O acquistare – in altrettanto numerosi centri commerciali – una miriade di aggeggi e marchingegni di dubbia utilità (non per niente si chiama acquisto per impulso, “impulse buying”).
E mentre ogni ulteriore aggeggio aumenta il peso del bagaglio e la fatica del viaggio, il pellegrino non trova mai silenzio. Catene di altoparlanti e schermi televisivi lo invitano a consumare ancora più hamburghers e a comprare ancora più aggeggi.
Il neo Don Abbondio crede di avere la possibilità d’innumerevoli scelte tra gli aggeggi o tra i cinquanta tipi di ciambelle col buco di McDonald. Ma per quanto siano numerose, le opzioni possibili restano sempre sotto controllo. Il problema (di cui il neo Don Abbondio è costretto a non accorgersene) è se un simulacro di scelta sia preferibile a un’assenza di scelta, a cui è più facile opporre un rifiuto.
Con ogni mezzo si vuole convincere il neo Don Abbondio che sta vivendo nel Paese di Bengodi, mentre si tratta soltanto di un edonismo straccione e di massa.
La tecnologia della propaganda è sofisticata, ma il messaggio è di una semplicità leibniziana: “Questo è il migliore di tutti i mondi possibili” – con il necessario corollario, “Non c’è altro modo (di vivere)”.
E allora, la nostra carrellata sulla storia dell’America, madre, motrice e motore del neocarneadismo e del neoliberismo come stili di vita, si conclude non con un messaggio ma con un invito.
Proviamo a credere che sia possibile un altro modo di vivere.”

Dalle Conclusioni di USA e getta, di Jimmie Moglia.
Il testo integrale può essere liberamente scaricato qui.

Le mani sul rubinetto

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“L’operazione mediatica imbastita dallo “Stato Islamico” è una piccola opera d’arte. Ripugnante quanto basta per il pubblico occidentale, per spingerlo a credere alla necessità delle opzioni che i suoi dirigenti sciorineranno con disinvoltura, a dispetto del gioco delle tre carte da loro condotto dietro le quinte. Ammaliante quanto basta per parlare agli strati disperati della Umma, presso i quali i vari cartelli dell’islamismo reazionario tentano di accreditarsi come punti di riferimento, promettendo loro, grazie ad un presunto ritorno alle radici del messaggio coranico, il riscatto dalle loro condizioni umilianti. Quindi le vittime occidentali di tali bande vengono presentate alle telecamere nella tunica arancione, tristemente nota per via della famigerata base-prigione di Guantanamo, che, per inciso, Obama si è guardato bene dal chiudere.
Ovviamente a questa strada di presunto riscatto, disperata e falsa, subentra in realtà il gioco delle parti. Più che l’Occidente, queste bande hanno di mira proprio quelle realtà del mondo arabo-islamico che non si piegano all’imperialismo ed ai suoi alleati locali. Ed ecco apparire l’odio confessionale, settario, distruttivo… Tutto quanto abbiamo visto all’opera in Siria, per chi vuole vedere.
Di fronte all’avanzata dello “Stato Islamico”, Washington sostiene l’opzione dei bombardamenti, un impegno limitato. L’applicazione del trattato di amicizia tra Baghdad e Washington porterebbe a ben altre implicazioni. Ma quel trattato non è evidentemente lì perché l’Irak possa chiedere al piromane di spegnere l’incendio.
I bombardamenti chirurgici statunitensi, a detta dello stesso generale Mayville dello Stato Maggiore USA, non sono affatto efficaci per far collassare lo “Stato Islamico”; però permettono a Washington di controllare la situazione, arginando il possibile straripare delle orde del “Califfo” oltre la linea ritenuta conveniente.
(…)
I vantaggi per gli USA sono potenzialmente due. La radicalizzazione dello scontro innescata dal “Califfato” accelera il processo di sgretolamento dello Stato iracheno perseguito tenacemente da anni. Lo “Stato Islamico” è certo una minaccia: per le popolazioni della regione, per lo Stato iracheno, per la Siria, per l’Iran, per il Libano, in prospettiva per tutte le realtà contro le quali può essere giocata la carta della “guerra santa” della CIA.
(…)
In secondo luogo, l’espansione dello “Stato Islamico” potrebbe offrire il pretesto per un intervento diretto nella crisi siriana, ufficialmente contro il “Califfato”, ma di fatto contro lo Stato siriano.
(…)
La vicenda dello “Stato Islamico” e quella della crisi siriana vanno inserite nel contesto più ampio dello scontro geopolitico in corso tra la tendenza all’egemonia unipolare statunitense da una parte e le forze della coalizione antiegemonica che vorrebbe ripristinare un equilibrio di potenza per garantire al mondo un equilibrio multipolare che, solo, può essere capace di garantire la sovranità delle Nazioni e dei popoli.
Da un anno a questa parte ci siamo confrontati con un intensificarsi di crisi internazionali che hanno portato le grandi potenze a un passo dalla guerra: dalla crisi coreana a quella siriana dell’estate scorsa [2013 – ndr], a quella ucraina di oggi. In questo quadro va inserito il Vicino Oriente con il suo recente, drammatico travaglio.
Se si volesse veramente disinnescare la minaccia rappresentata dallo “Stato Islamico”, non resterebbe in realtà che una cosa da fare: chiudere i rubinetti del finanziamento e del sostegno a 360° a queste bande; dove per 360° si intende: fornitura di armi, di soldi, di assistenza tecnica e di intelligence, assistenza logistica, assistenza nell’organizzazione delle retrovie. Bisognerebbe anche far luce sulle troppe zone d’ombra che coprono le attività cosiddette caritative ed assistenziali di tante ong e di tanta brava gente che pensa di aiutare un popolo a liberarsi da una dittatura e invece si fa complice dei più efferati delitti, del collasso di uno Stato e del tracimare di bande criminali capaci di tutto.
Ma il rubinetto è nella mani di Washington e dei suoi alleati mediorientali. Se non viene chiuso, ci sarà pure un perché.”

Da Caos distruttivo nel Vicino Oriente di Spartaco Alfredo Puttini, in Eurasia. Rivista di studi geopolitici, n. 4/2014, pp. 77-79.

Governare è far credere

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Con tempestività e grande visibilità, poche ore dopo gli attentati di Parigi, venne diffusa la notizia che i responsabili erano stati identificati, ma non per la fervente attività delle forze dell’ordine, dei servizi segreti, dei confronti internazionali… NO! L’identificazione era avvenuta grazie alla carta di identità che i fratelli attentatori avevano graziosamente lasciato o smarrito nell’auto usata per la fuga.
Veramente non proprio di fuga si è trattato, perché ci hanno mostrato uno spezzone di film dove i due, per niente eccitati, anzi chiaramente sotto effetto di droghe calmanti, predicavano pubblicamente le ragioni del loro gesto, quindi saltati in macchina sono partiti… ma, c’è sempre un “ma” che complica le cose, perché la macchina dei fuggitivi, appena compiuti pochi metri, si ritrovò bloccata da una macchina della polizia; i due fratelli elegantemente cominciano a sparare, mentre l’auto della polizia, poco elegantemente, ingranò la retromarcia, preferendo evitare un dibattito, diciamo, piuttosto acceso.
Ma non desidero soffermarmi sui singoli fatti che vanno emergendo, piuttosto su ciò che, particolarmente, non mi convince.
Nel “Manuale dei giovani terroristi” a pag. 1, cap. 1, primo rigo sta scritto che i terroristi in azione non debbono portare alcunché possa tornare utile alla loro identificazione; se l’attentato va a buon fine (secondo il loro punto di vista), allora la carta di identità, vera o fasulla, la ritroverebbero nel covo prestabilito, altrimenti sia in caso di cattura che di morte, non debbono risultare identificabili, anche per non fornire informazioni che potrebbero portare ai complici. I due fratelli, non solo ebbero cura di portarsi appresso la carta d’identità, ma addirittura, pur senza essere stati catturati, di lasciarla nella macchina che avrebbero abbandonato.
La cosa che mi intriga parecchio è il silenzio assordante su tale carta d’identità ritrovata; nessuno ne parla più, come se un tardivo pudore cercasse di nascondere altre possibili versioni che non siano quelle predisposte e fornite agli organi di informazione del mondo intero.
Si tratta di una forma di depistaggio già in uso, ma con risultati deludenti.
Come quando si volle far credere al mondo, atterrito, preoccupato e attirato nell’attenzione da versioni ufficiali, che un aereo, vero gigante dell’aria, con una apertura alare di 20 mt., schiantandosi su un importante fabbricato super sorvegliato, a 300 km/h. abbia lasciato un forellino di soli sei metri, senza danneggiare il restante; non solo, ma i due motori di sette tonnellate cadauno, sparirono come per magia; neanche a Napoli sarebbero stati capaci di sottrarre due motori di tal genere in così breve tempo; o ancora, un altro aereo, dirottato, in mano a terroristi decisi a schiantarsi sul più importante edificio delle Istituzioni, passò di mano e cadde sotto il controllo dei passeggeri, il pilota non cambiava rotta, allora i passeggeri, non più atterriti, decisero di far cadere l’aereo, sacrificando se stessi, ma non senza, prima dell’impatto fatale, che un passeggero telefonasse alla moglie per avvertirla che… non sarebbe rientrato per cena. “Ma cosa accade?” chiede la moglie e l’uomo-passeggero a spiegare di trovarsi su un aereo dirottato e di avere deciso di far cadere l’aereo, la moglie conclude la telefonata: “Stai attento, sii prudente!”.
Tutto ciò fa parte delle brillanti deduzioni di una commissione parlamentare, che ha messo un deciso punto alle critiche, diffidando di ogni altra più credibile interpretazione.
E’ intervenuto Cossiga, a suggerire una svolta che nessuno ha voluto verificare.
Così si è espresso Cossiga in una intervista al Corriere della Sera, della quale accludo il link per facilitare una lettura integrale.
“Da ambienti vicini a Palazzo Chigi, centro nevralgico di direzione dell’intelligence italiana, si fa notare che la non autenticità del video è testimoniata dal fatto che Osama Bin Laden in esso ‘confessa’ che Al Qaeda sarebbe stato l’autore dell’attentato dell’11 Settembre alle due torri in New York, mentre tutti gli ambienti democratici d’America e d’Europa, con in prima linea quelli del centrosinistra italiano, sanno ormai bene che il disastroso attentato è stato pianificato e realizzato dalla CIA americana e dal Mossad con l’aiuto del mondo sionista per mettere sotto accusa i Paesi arabi e per indurre le potenze occidentali ad intervenire sia in Irak sia in Afghanistan. Per questo – conclude Cossiga – nessuna parola di solidarietà è giunta a Silvio Berlusconi, che sarebbe l’ideatore della geniale falsificazione, né dal Quirinale, né da Palazzo Chigi né da esponenti del centrosinistra!”
Governare è far credere, e per imporre la linea progettata, ogni anno ce lo ricordano con commemorazioni varie.
Abbiamo così una ulteriore commemorazione annuale, durante la quale tutti diremo “Je suis Charlie”, con tutto il rispetto per le vittime, incolpevoli di essere diventate un mezzo per disegni sovversivi.
Rosario Amico Roxas