Guerra, dittatura, democrazia: cercate l’errore

“Col 40% del totale delle spese militari mondiali e 725 basi militari all’estero, gli USA difendono eroicamente la pace nel mondo. Con 4 basi militari all’estero e un budget militare che rappresenta 1/13 di quello degli USA, è evidente che la Russia prepari l’apocalisse. Se le manovre della NATO vengono fatte proprio alle frontiere occidentali della Russia, è per impedire a Mosca di fare lo stesso alla frontiera messicana. Se gli USA hanno 12 portaerei, è per difendere le loro frontiere, mentre l’unica portaerei russa, si sa bene, è ormeggiata davanti a Manhattan. Se Washington utilizza i terroristi in Siria, è per contribuire alla stabilità del Medio Oriente, mentre Mosca si propone solo di saccheggiare le risorse petrolifere della regione. Ecco, la messa è detta. Che il nostro analista de La Croix se rassicuri: “l’ordine mondiale liberale” caro al suo cuore è ben custodito.
Da mezzo secolo, Cubani, Vietnamiti, Cileni, Nicaraguensi, Somali, Sudanesi, Iracheni, Afghani, Libici, Venezuelani, Siriani e Yemeniti avrebbero volentieri fatto a meno della generosità dello zio Sam. Ma è più forte di lui. Il leader del “mondo libero” non può fare a meno di far loro assaporare le virtù pedagogiche del napalm, dell’agente Arancio, dei B-52, delle munizioni a uranio impoverito, degli embargo “per la pace” e dei bombardamenti “per la democrazia”, per non parlare delle orde di Al-Qaeda e dei suoi alter-ego lanciati come una nube di cavallette per seminare il “caos costruttivo” e preparare il “nuovo ordine mondiale”. Non ci riesce proprio. Di fronte a tali fuochi di artificio, due cose sono certe. Resi martiri dai loro “salvatori”, questi popoli sono stufi dei “valori universali” portati dall’Occidente, e sono favorevoli all’avvio di un inizio di “minaccia” russa o cinese.
Perché le “potenze revisioniste” hanno un orribile difetto: non si ingeriscono negli affari interni degli altri. La Cina, tanto quanto la Russia, non cerca di espandersi al di là della sua sfera di influenza naturale. Non pratica il “regime change” all’estero. A voi non piacerebbe vivere come i Cinesi? Nessun problema, non hanno alcuna intenzione di assimilarvi. L’Impero di Mezzo non fa proselitismo. Gli Occidentali vogliono esportare la democrazia per massimizzare i loro profitti, mentre i Cinesi vogliono massimizzare i loro profitti per sviluppare il loro Paese. Negli ultimi 30 anni, la Cina non ha fatto alcuna guerra ed ha moltiplicato il suo PIL per 17. Nello stesso periodo, gli USA hanno fatto una decina di guerre e aggravato il loro declino. I Cinesi hanno salvato 700 milioni di persone dalla povertà, mentre gli USA destabilizzano l’economia mondiale vivendo a credito. Il risultato è che, in Cina, la miseria diminuisce, mentre negli USA cresce. Gli USA sono una “democrazia”, ma vi rovinano la vita. La Cina è una “dittatura”, ma vi dà la pace. Alla fine, non è tutto così male nel “revisionismo”!”

Da Elogio delle Potenze non democratiche, di Bruno Guigue.

 

“Una strategia fallita ma che ha lasciato un effetto duraturo”

L’intervento del dott. Guido Salvini, magistrato presso il Tribunale di Milano, presentato al convegno “La rete eversiva di estrema destra in Italia e in Europa (1964-1980)”, svoltosi a Padova l’11 novembre 2016.

“Il quinquennio 1969-1974 rappresenta il periodo cruciale e più sanguinoso, l’apice di quella che è stata chiamata la strategia della tensione: in Italia si verificano ben cinque stragi, un’altra mezza dozzina di stragi almeno, soprattutto su linee ferroviarie, falliscono per motivi tecnici perché l’ordigno non esplode o il convoglio riesce a superare il tratto di binario divelto, vi è il tentativo di colpo di Stato del principe Valerio Borghese seguito da altri progetti che durano fino al 1974, vi è infine un attentato in danno dei Carabinieri quello di Peteano, con tre vittime, del maggio ‘72 caratterizzato, come vedremo, da una propria specificità.
Già l’anno 1969 in Italia anno è denso di avvenimenti politici.
In quel momento il governo è un debole monocolore guidato dall’on. Rumor che si muove in una situazione incandescente per il rinnovo dei più importanti contratti e la mobilitazione quindi di centinaia di migliaia di operai; inizia la protesta studentesca nei licei e nelle università con un anno di ritardo rispetto al 1968 francese. Sono poi in discussione in quella fase politica riforme decisive sul piano strutturale e culturale come lo Statuto dei Lavoratori, l’approvazione del sistema delle Regioni, la legge sul divorzio.
Nixon è presidente gli Stati Uniti e sono gli anni della dottrina Kissinger, quella secondo cui i governi italiani e i partiti politici di centro dovevano respingere ogni ipotesi di accordo e di compromesso con il PCI e le forze di sinistra, scelta facilitata in passato, come ha ricordato anche Aldo Moro nel suo memoriale scritto dalla prigionia, da continui flussi di finanziamenti distribuiti nascostamente dall’amministrazione americana a partiti e organizzazioni di centrodestra talvolta tramite il SID del gen. Miceli. Il 27 febbraio 1969 il presidente della Repubblica americano fa una visita in Italia ed incontra al Quirinale il presidente Saragat. Vi è stata da poco la scissione del PSI e attorno al PSDI, cui Saragat appartiene, si radunano le correnti più determinate in senso filo-atlantico e più contrarie al mantenimento dell’esperienza di centro-sinistra.
Secondo un dossier contenuto negli archivi di Washington e desecretato il Presidente italiano concorda con quello americano sul “pericolo comunista” e afferma che agli occhi degli italiani il PCI si fa passare per un partito rispettabile ma è dedito agli interessi del Cremlino.
Il giorno della visita del presidente Nixon a Roma la città è blindata e scoppiano gravissimi incidenti tra la polizia ed extraparlamentari di sinistra cui seguono nell’Università scontri tra questi ultimi e militanti dell’estrema destra: vi è la prima vittima di quell’anno Domenico Congedo, uno studente anarchico, Congedo che durante un attacco dei fascisti alla facoltà di Magistero precipita da una finestra.
Del resto a livello internazionale la situazione è critica per il blocco occidentale in quanto molti Paesi afro-asiatici sotto la spinta della decolonizzazione entrano nell’orbita dei Paesi socialisti e alcuni passaggi di campo vengono impediti solo attraverso guerre civili o colpi di Stato molto sanguinosi da quello in Indonesia nel 1965 a quello in Cile nel 1973.
Non sembra un caso che la stagione delle stragi si collochi all’interno di questo quadro internazionale e coincida quasi perfettamente con la durata della presidenza Nixon e declini nel 1974 dopo la crisi del Watergate e lo sfaldarsi dei regimi dittatoriali in Europa, la Grecia, la Spagna, il Portogallo con il conseguente venir meno dell’ipotesi di un colpo di Stato anche in Italia che s’ispiri a quelle esperienze.”

Gli anni 1969-1974 in Italia: stragi, golpismo, risposta giudiziaria continua qui.

Solo la sovranità è progressista

Se uccidi oggi un Sankara, domani avrai a che fare con mille Sankara.
Thomas Sankara

All’indomani del vertice dei 25 Paesi membri dell’Organizzazione per l’Unità Africana, il 26 luglio 1987, il Presidente del Consiglio Nazionale Rivoluzionario del Burkina Faso denunciava in questi termini il nuovo asservimento dell’Africa: “Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Coloro che ci hanno prestato denaro sono quelli che ci hanno colonizzato, le stesse persone che hanno gestito i nostri Stati e le nostre economie, sono i colonizzatori che hanno indebitato l’Africa con i finanziatori”. Il debito del Terzo Mondo è il simbolo del neocolonialismo. Perpetua la negazione della sovranità, piegando le giovani nazioni africane ai desiderata dei poteri ex-coloniali.
Ma il debito è anche ciò di cui i mercati finanziari si nutrono. Il prelievo parassitario da economie fragili, arricchisce i ricchi nei Paesi sviluppati a scapito dei poveri nei Paesi in via di sviluppo. “Il debito (…) dominato dall’imperialismo è una riconquista abilmente organizzata affinché l’Africa, la sua crescita, il suo sviluppo obbediscano a standard che ci sono totalmente estranei, facendo in modo che ognuno di noi diventi uno schiavo della finanza, cioè schiavo di coloro che hanno avuto l’opportunità, l’astuzia, l’inganno di piazzare da noi i fondi con l’obbligo di rimborso”.
Decisamente, era troppo. Il 15 ottobre 1987, Thomas Sankara cadde sotto i proiettili dei cospiratori a favore del “Françafrique” e del suo succoso affare. Ma il capitano coraggioso di questa rivoluzione soffocata ne dettò i principi fondamentali: un Paese si sviluppa solo se è sovrano e questa sovranità è incompatibile con la sottomissione al capitale globalizzato. Il vicino del Burkina Faso, la Costa d’Avorio ne sa qualcosa: colonia specializzata nell’esportazione di monocolture di cacao a partire dagli anni ’20, è stata rovinata dalla caduta dei prezzi e trascinata nella spirale infernale del debito.
Il mercato del cioccolato vale 100 miliardi di dollari ed è controllato da tre multinazionali (una svizzera, una statunitense e una indonesiana). Con la liberalizzazione del mercato richiesta dalle istituzioni finanziarie internazionali, queste multinazionali dettano le loro condizioni a tutto il settore. Nel 1999, il FMI e la Banca Mondiale hanno chiesto la rimozione del prezzo garantito al produttore. Il prezzo pagato ai piccoli coltivatori è stato dimezzato, essi impiegano per sopravvivere centinaia di migliaia di bambini schiavi. Impoveriti dai prezzi in calo della sovrapproduzione, il Paese è anche costretto a ridurre le imposte sulle imprese. Privato delle risorse, schiavo del debito e ostaggio dei mercati, il Paese è in ginocchio.
La Costa d’Avorio fa scuola. Un piccolo Paese con una florida economia (il cacao rappresenta il 20% del PIL e il 50% dei proventi delle esportazioni) è stato letteralmente silurato dagli stranieri che cercano solo di massimizzare i profitti con l’aiuto delle istituzioni finanziarie e la collaborazione di leader corrotti. Thomas Sankara l’aveva capito: se è schiavo dei mercati, l’indipendenza di un Paese in via di sviluppo è pura finzione. Non riuscendo a rompere gli ormeggi con la globalizzazione capitalista, un Paese si condanna alla dipendenza e alla povertà. In un libro profetico pubblicato nel 1985, Samir Amin ha chiamato questo processo di rottura “la disconnessione del sistema mondiale”.
Quando si considera la storia dello sviluppo di un Paese, appare evidente che: i Paesi migliori sono quelli che hanno completamente conquistato la loro sovranità nazionale. Per esempio, la Repubblica Popolare Cinese e i nuovi Paesi sviluppati dell’Asia orientale hanno perseguito politiche economiche proattive e hanno promosso un’industrializzazione accelerata. Queste politiche erano basate – e lo sono ancora in gran parte – su due pilastri: la gestione unitaria degli sforzi pubblici e privati ​​sotto la guida di uno Stato forte e l’adozione quasi sistematica di un protezionismo selettivo.
Una tale osservazione dovrebbe bastare a spazzare via le illusioni alimentate dall’ideologia liberale. Lungi dal gioco libero delle forze del mercato, lo sviluppo di molti Paesi nel ventesimo secolo è il risultato di una combinazione di iniziative di cui lo Stato ha fissato sovranamente le regole. Da nessuna parte si vede uscire lo sviluppo dal cappello magico degli economisti liberali. Ovunque, è stato il risultato di una politica nazionale e sovrana. Protezionismo, nazionalizzazioni, rilancio della domanda e istruzione per tutti: è lungo l’elenco delle eresie grazie alle quali questi Paesi hanno scongiurato – in vari gradi e a costo di molteplici contraddizioni – l’angoscia del sottosviluppo.
Senza offesa per gli economisti da salotto, la storia insegna l’opposto di ciò che la teoria afferma: per uscire dalla povertà, è meglio la forza di uno Stato sovrano che la mano invisibile del mercato. E’ quello che hanno capito i Venezuelani che cercano dal 1998 di restituire al popolo il profitto della manna petrolifera privatizzata dall’oligarchia reazionaria. Questo è quello che intendevano Mohamed Mossadegh in Iran (1953), Patrice Lumumba in Congo (1961) e Salvador Allende in Cile (1973) prima che la CIA li facesse sparire dalla scena. Questo è ciò che Thomas Sankara chiedeva per l’Africa che cadeva nella schiavitù del debito dopo la decolonizzazione.
Si obietterà che questa diagnosi sia imprecisa, poiché la Cina si è sviluppata molto rapidamente dopo le riforme liberali di Deng. È vero. Un’iniezione massiccia di capitalismo mercantile sulle sue coste le ha procurato dei tassi di crescita enormi. Ma non bisogna dimenticare che nel 1949 la Cina era un Paese in miseria, devastato dalla guerra. Per sfuggire al sottosviluppo, ha fatto enormi sforzi. Le mentalità arcaiche furono smantellate, le donne emancipate, la popolazione istruita. A costo di molte contraddizioni, le strutture del Paese, la costituzione di un’industria pesante e lo status di potenza nucleare sono stati acquisiti durante il Maoismo.
Sotto la bandiera di un comunismo riverniciata nei colori della Cina eterna, quest’ultima ha creato le condizioni materiali per il futuro sviluppo. Se in un anno veniva costruito in Cina l’equivalente dei grattacieli di Chicago, non era perché la Cina fosse diventata capitalista dopo aver sperimentato il comunismo, ma perché essa ne ha fatto una sorta di sintesi dialettica. Il comunismo ha unificato la Cina, ha ripristinato la sua sovranità e l’ha liberata dagli strati sociali parassitari che ne ostacolavano lo sviluppo. Molti Paesi del Terzo Mondo hanno cercato di fare lo stesso. Molti hanno fallito, di solito a causa dell’intervento imperialista.
In termini di sviluppo, non esiste un modello. Ma solo un Paese sovrano che si è dotato di una vela sufficientemente resistente può affrontare i venti della globalizzazione. Senza una padronanza del proprio sviluppo, un Paese (anche ricco) diventa dipendente e si condanna all’impoverimento. Le società transnazionali e le istituzioni finanziarie internazionali hanno messo le proprie mani su molti Stati che non hanno alcun interesse a obbedir loro. Leader di uno di questi piccoli Paesi presi alla gola, Thomas Sankara ha sostenuto il diritto dei popoli africani all’indipendenza e alla dignità. Ha inchiodato i colonialisti di ogni genere al loro orgoglio e alla loro avidità. Sapeva soprattutto che il requisito della sovranità non era negoziabile e che solo la sovranità è progressista.
Bruno Guigue

Fonte – traduzione di C. Palmacci

“Make the economy scream!”

Ordinava Richard Nixon alla CIA per piegare il Cile di Salvador Allende.
Lo stesso scenario si ripete in Venezuela, per ora non con i risultati attesi.

“Il 18 gennaio 2013, mentre l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (in inglese FAO) ha da poco pubblicato il suo rapporto annuale, il suo ambasciatore Marcelo Resende de Souza visita in Venezuela un mercato di Valencia (Stato di Carabobo), accompagnato dall’allora vicepresidente Nicolás Maduro. “Possediamo tutti i dati sulla fame nel mondo – dichiara. Ottocento milioni di persone soffrono per fame; 49 milioni in America Latina e nei Caraibi, ma nessuna in Venezuela perché qui la sicurezza alimentare è assicurata”.
Stranamente, passati appena quattro mesi, avendo la malattia portato via Hugo Chávez ed essendo stato eletto capo dello Stato il suo ex-vice-presidente, il quotidiano (e portavoce ufficioso delle multinazionali spagnole) El País intona tutta un’altra canzone: “La penuria mette in difficoltà Maduro”.
Certo, la penuria riguardava principalmente, in quel momento, la carta igienica (che, nelle settimane successive diventerà un appassionante argomento di dissertazione per i piscia-copie del mondo intero), ma, dice El País, si aggiunge a “un’assenza ciclica (…) di farina, polli, deodoranti, olio di mais, zucchero e formaggio (…) nei supermercati”
Così esordisce mediaticamente ciò che diventerà “la peggiore crisi economica” conosciuta da questo Paese, “potenzialmente uno dei più ricchi al mondo”, a causa della sua “dipendenza dall’oro nero”, del “calo del prezzo del barile di petrolio” e dello “sperpero del governo”. Mentre i portavoce dell’opposizione incolpano di ciò l’eccessivo intervento dello Stato, la regolazione “autoritaria” dei prezzi, l’impossibilità che ne consegue per l’impresa privata di coprire i suoi costi di produzione, la mancanza di valute concesse dal potere per importare materie prime e prodotti finiti, la penuria diventa cronica, i reparti dei supermercati desolatamente vuoti, le file in attesa interminabili, il “mercato nero” onnipresente. “In Venezuela, il ribasso del petrolio fa divampare i prezzi dei preservativi” potrà ben presto titolare Le Figaro (17 febbraio 2015). Anche i medicinali diventano introvabili, attizzando l’angoscia e le sofferenze della popolazione.
Una tale situazione ha di che commuovere gli umanitaristi del mondo intero. “Se c’è una crisi umanitaria importante, ovvero un cedimento dell’economia, al punto che loro [i Venezuelani] abbiano disperatamente bisogno di alimenti, di acqua e di cose simili, allora potremmo reagire”, annuncia alla CNN, il 28 ottobre 2015, il capo del Comando sud dell’esercito degli Stati Uniti , (Southern Command), il generale John Kelly, in risposta agli appelli “disperati” della “società civile” venezuelana. Fin da 2014, mentre il Tavolo di unità democratica (MUD) chiamava al rovesciamento del capo dello Stato, lanciando l’operazione “La Salida” (“l’uscita”), una delle sue dirigenti, María Corina Machado, aveva tracciato la via: “Certi dicono che dobbiamo aspettare le elezioni fra qualche anno. Ma chi non riesce a dar da mangiare ai suoi bambini può aspettare? (…) Il Venezuela non può più aspettare!”. La violenta sequenza sovversiva fallisce, ma si chiude con 43 morti e oltre 800 feriti. Ed i Venezuelani continuarono a trovare ogni giorno difficoltà sempre più insopportabili per rifornirsi.
Il 6 dicembre 2015, al momento delle elezioni legislative, avendo le preoccupazioni, le privazioni e il malcontento eroso il morale dei cittadini di ogni parte, il chavismo perde 1.900.000 voti e diventa minoritario in parlamento. Invertendo i termini dell’equazione, la grande internazionale neoliberale celebra questo trionfo della “democrazia” sul “caos”. Sottomessi a un’informazione scelta e raccolta per rinforzare questa visione a priori, ben pochi, in particolare all’estero, hanno consapevolezza che questa vittoria si è fondamentalmente adagiata sul torpore della “rivoluzione bolivariana”, con una destabilizzazione economica simile a quella utilizzata negli anni 1970 in Cile contro Salvador Allende. Denunciata a suo tempo dai progressisti (più organizzati, lucidi e coraggiosi all’epoca rispetto a oggi) quest’ultima fu confermata ufficialmente, trentacinque anni più tardi, dalla declassificazione di ventimila documenti provenienti dagli archivi segreti del governo degli Stati Uniti. Per la “crisi venezuelana”, si può sperare quindi di vedere cessato lo scollamento tra discorso mediatico e realtà tra circa tre decenni. Cosa che, purtroppo, arriverà un po’ tardi per la comprensione degli avvenimenti e la difesa urgente, sulla terra di Bolivar, di una democrazia particolarmente minacciata. Ma permetterà probabilmente a quelli che oggi, per vendere giornali, chiudono intenzionalmente gli occhi o deviano vilmente lo sguardo, di pubblicare e commentare con indignazione queste “stupefacenti rivelazioni”.”

La guerra economica spiegata ai principianti (e ai giornalisti), di Maurice Lemoine continua qui, nella sua prima parte.
Seconda parte.
Terza parte.
Quarta ed ultima parte.

Quando la sinistra non aveva paura della sua ombra

“Cos’è successo tra il 1973 e il 2017? Mezzo secolo fa, la sinistra francese ed europea era generalmente solidale – almeno a parole – con i progressisti e i rivoluzionari dei Paesi del Sud. Senza ignorare gli errori commessi e le difficoltà impreviste, non sparava alla schiena dei compagni latinoamericani. Non distribuiva responsabilità ai golpisti e alle loro vittime con giudizi salomonici. Si schierava, a costo di sbagliare, e non praticava, come fa la sinistra attuale, l’autocensura codarda e la concessione all’avversario a mo’ di difesa. Non diceva: tutto questo è molto brutto, e ognuno ha la sua parte di responsabilità in queste violenze riprovevoli. La sinistra francese ed europea degli anni ‘70 era certamente ingenua, ma non aveva paura della sua ombra, e non beatificava a ogni piè sospinto quando si trattava di analizzare una situazione concreta. È incredibile, ma pure i socialisti, come Salvador Allende, pensavano di essere socialisti al punto da rimetterci la vita.
A guardare l’ampiezza del fossato che ci separa da quell’epoca, si hanno le vertigini. La crisi venezuelana fornisce un comodo esempio di questa regressione perché si presta a un confronto con il Cile del 1973. Ma se si allarga lo spettro dell’analisi, si vede bene che il decadimento ideologico è generale, che attraversa le frontiere. Nel momento della liberazione di Aleppo da parte dell’esercito nazionale siriano, nel dicembre 2016, gli stessi “progressisti” che facevano gli schizzinosi davanti alla difficoltà del chavismo, hanno cantato insieme ai media detenuti dall’oligarchia per accusare Mosca e Damasco delle peggiori atrocità. E la maggior parte dei “partiti di sinistra” francese (PS, PCF, Parti de Gauche, NPA, Ensemble, i Verdi) hanno organizzato una manifestazione davanti all’ambasciata russa a Parigi, per protestare contro il “massacro” dei civili “presi in ostaggio” nella capitale economica del Paese.
Certo, questa indignazione morale a senso unico nascondeva il vero significato di una “presa di ostaggi” che c’è stata, in effetti, ma da parte delle milizie islamiste, e non da parte delle forze siriane. Lo si è visto non appena sono stati creati i primi corridoi umanitari da parte delle autorità legali: i civili sono fuggiti in massa verso le zone governative, a volte sotto le pallottole dei loro gentili protettori in “casco bianco” che giocavano ai barellieri da una parte, e ai jihadisti dall’altra. Per la sinistra, il milione di siriani di Aleppo Ovest bombardata dagli estremisti abbigliati da “ribelli moderati” di Aleppo Est non contano, la sovranità della Siria nemmeno. La liberazione di Aleppo resterà negli annali come un tornante della guerra per procura combattuta contro la Siria. Il destino ha voluto che, purtroppo, segnasse un salto qualitativo nel degrado cerebrale della sinistra francese.
Siria, Venezuela: questi due esempi illustrano le devastazione causati dalla mancanza di analisi unita alla codardia politica. Tutto avviene come se le forze vive di questo Paese fossero state anestetizzate da chissà quale sedativo. Partito dalle sfere della “sinistra di governo”, l’allineamento alla doxa diffusa dai media dominanti è generale. Convertita al neoliberismo mondializzato, la vecchia socialdemocrazia non si è accontentata di sparare alla schiena degli ex compagni del Sud, si è anche sparata nei piedi.
(…)
Potrà anche rompere con la socialdemocrazia, ma questa sinistra aderisce alla visione occidentale del mondo e al suo dirittumanismo a geometria variabile. La sua visione delle relazioni internazionali è direttamente importata dalla doxa pseudo-umanista che divide il mondo in simpatiche democrazie (i nostri amici) e abominevoli dittature (i nostri nemici). Etnocentrica, guarda dall’alto l’antimperialismo lascito del nazionalismo rivoluzionario del Terzo Mondo e del movimento comunista internazionale. Invece di studiare Ho Chi Min, Lumumba, Mandela, Castro, Nasser, Che Guevara, Chavez, Morales, legge “Marianne” [una sorta di “l’Espresso” francese – n.d.t.] e guarda France 24 [la Rainews24 francese – n.d.t.]. Pensa che ci siano i buoni e i cattivi, che i buoni ci somigliano e che bisogna bastonare i cattivi. È indignata – o disturbata – quando un capo della destra venezuelana, formata negli USA dai neoconservatori per eliminare il chavismo, viene incarcerato per aver tentato un colpo di Stato. Ma è incapace di spiegare le ragioni della crisi economica e politica del Venezuela. Per evitare le critiche, è restia a spiegare come il blocco degli approvvigionamenti sia stato provocato da una borghesia importatrice che traffica con i dollari e organizza la paralisi delle reti di distribuzione sperando di abbattere il legittimo presidente Maduro.
Indifferente ai movimenti di fondo, questa sinistra si contenta di partecipare all’agitazione di superficie. In preda a una sorta di scherzo pascaliano che la distrae dall’essenziale, essa ignora il peso delle strutture. Per lei, la politica non è un campo di forze, ma un teatro di ombre. Parteggia per le minoranze oppresse di tutto il mondo dimenticando di domandarsi perché certe sono visibili e altre no. Preferisce i Curdi siriani ai Siriani tout court perché sono una minoranza, senza vedere che questa preferenza serve alla loro strumentalizzazione da parte di Washington che ne fa delle suppellettili e prepara uno smembramento della Siria conformemente al progetto neo-conservatore. Rifiuta di vedere che il rispetto della sovranità degli Stati non è una questione accessoria, che è la rivendicazione principale dei popoli di fronte alle pretese egemoniche di un occidente vassallo di Washington, e che l’ideologia dei diritti umani e la difesa del LGBT serve spesso come paravento per un interventismo occidentale che si interessa soprattutto agli idrocarburi e alle ricchezze minerarie.
(…)
Drogata di “moralina”, intossicata da formalismo piccolo-borghese, la sinistra radical-chic firma petizioni, intenta processi e lancia anatemi contro i capi di Stato che hanno la brutta abitudine di difendere la sovranità del proprio Paese. Questo manicheismo le impedisce il compito di analizzare ciascuna situazione concreta e di guardare oltre il proprio naso. Pensa che il mondo sia uno, omogeneo, attraversato dalle stesse idee, come se tutte le società obbedissero agli stessi principi antropologici, evolvessero secondo gli stessi ritmi. Confonde volentieri il diritto dei popoli all’autodeterminazione e il dovere degli Stati di conformarsi ai requisiti di un Occidente che si erge a giudice supremo. Fa pensare all’abolizionismo europeo del XIX secolo, che voleva sopprimere la schiavitù presso gli indigeni, portando la luce della civiltà con la canna del fucile. La sinistra dovrebbe sapere che l’inferno dell’imperialismo oggi, come il colonialismo ieri, è sempre lastricato di buone intenzioni. Nel momento dell’invasione occidentale dell’Afghanistan, nel 2001, non abbiamo mai letto tanti articoli, nella stampa progressista, sull’oppressione delle donne afghane e sull’imperativo morale della loro liberazione. Dopo 15 anni di emancipazione femminile al cannone 105, queste sono più coperte e analfabete che mai.”

Da 1973-2017 : il collasso ideologico della “sinistra” francese (ed europea), di Bruno Guigue.

I figli della CIA

la-lotta-continuaIl giornalista Paolo Cucchiarelli ha recentemente ripubblicato un articolo scritto da Marco Nozza e apparso sul quotidiano “Il Giorno” di Milano il 31 luglio 1988.
Cosa diceva Nozza? Che il giornale di “Lotta continua” si stampava in una tipografia di pertinenza di due agenti della Central Intelligence Agency (CIA), Robert Cunningham senior e junior, il quale ultimo era perfino socio della società “Tipografia 15 giugno” che avrebbe dovuto stampare il giornale di Adriano Sofri e soci ”fino al 31 dicembre 2010″, insieme ad Angelo Brambilla Pisoni, Pio Baldelli, Marco Boato e Lionello Massobrio.
In altre parole, il giornale di “Lotta continua”, organizzazione rivoluzionaria della sinistra extraparlamentare italiana, era stampato dal servizio segreto americano.
Marco Nozza concludeva il suo articolo con una domanda: “Ma lo sapevano, quegli sprovveduti, con chi avevano a che fare?”.
Siamo, in altre e più crude parole, al “vieni avanti cretino” riferito ad Adriano Sofri e colleghi che, a prima vista, erano nemici degli Stati Uniti e della CIA ma stampavano, ingenuamente, il loro giornale in una tipografia di proprietà degli Stati Uniti e della CIA, senza rendersene conto.
Se rivolgiamo lo sguardo al passato e, ancora oggi, ci guardiamo attorno di imbecilli e mentecatti targati “Lotta continua” ne troviamo parecchi in circolazione, magari riciclati a destra, sul libro paga del finanziatore della mafia Silvio Berlusconi, accoppiati con presunti ”neofascisti” insieme ai quali conducono campagne stampa, a mezzo di Internet, contro coloro che cercano ed affermano verità che sono scomode per tutti, dai presunti neofascisti ai presunti rivoluzionari di estrema sinistra.
Il sospetto che, nel loro passato, abbiano come comune denominatore il rapporto di dipendenza dalla Central Intelligence Agency è tutt’altro che peregrino.
Difatti, prima ancora che Sofri e colleghi iniziassero a stampare il loro giornale presso la tipografia della CIA a Roma, il segnale di rapporti non proprio limpidi con gli spioni americani c’era già, evidente ma sottaciuto per evitare inopportune domande all’epoca ed anche oggi.
Il 30 ottobre 1970, proprio su “Lotta continua”, difatti, è pubblicato un articolo dal titolo “La rivoluzione col mitra e con le schede”, dedicato alla situazione politica in Cile nel quale si attacca con asprezza Salvador Allende, definito il “socialista dello yacht”.
Si potrà pensare ad un infortunio, alla trappola tesa da qualche “infiltrato”, sia pure a buon livello nell’organizzazione, che si è fatto beffa del “rivoluzionario” Adriano Sofri e dei suoi soci per buttare fango da sinistra sul Salvador Allende ormai nel mirino della Central Intelligence Agency.
Invece no.
Perché l’8 agosto 1972, Sofri e colleghi tornano ad accusare il presidente cileno con un articolo dal titolo chiarissimo: “Allende spara sui lavoratori”.
Un secondo infortunio? Possiamo escluderlo, perché “Lotta continua”, il 2 settembre 1972, ritorna ad attaccare Salvador Allende con un altro articolo intitolato “Tortura i militanti rivoluzionari”.
Insomma, questo Salvador Allende Sofri e colleghi non lo digeriscono.
Non solo lo hanno accusato di essere un ” socialista con lo yacht”, ma ora lo additano al disprezzo dei proletari come uccisore e torturatore dei compagni cileni. Per fortuna di Sofri e dei militanti rivoluzionari cileni, l’11 settembre 1973, la CIA liquida Salvador Allende con un colpo di Stato militare guidato da Augusto Pinochet Ugarte e libera il Cile dalla tirannica oppressione del “socialista con lo yacht”.
Se Sofri ed i suoi colleghi della CIA e di Lotta continua hanno gioito anche a Roma non possiamo saperlo, ma lo riteniamo probabile.
Se gli uomini della Central Intelligence Agency hanno liquidato un nemico, quelli di Sofri hanno condotto a termine l’operazione contro Luigi Calabresi, fisicamente liquidato il 17 maggio 1972, godendo ora dello spettacolo di magistrati che, negando l’evidenza, inventano una “pista nera” per l’omicidio del commissario di polizia rivendicato, viceversa, da “Lotta continua” con l’arroganza di chi è certo della propria impunità.
Bei tempi, quelli, per Lotta continua e la CIA.
Se è esistita, a sinistra, organizzazione che ha alimentato gli “opposti estremismi”, che ha incitato all’odio e alla violenza contro gli avversari politici, che è stata lasciata libera dallo Stato di pubblicare, vantandosene, perfino gli elenchi dei “fascisti” aggrediti, questa è “Lotta continua” diretta da un individuo, Adriano Sofri, che ha atteso 30 anni per rivelare che aveva un ottimo rapporto con il prefetto Umberto Federico D’Amato, direttore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni e uomo della CIA in Italia.
Rivisiteremo la storia di “Lotta continua” perché nessuno ha scritto che solo l’estrema destra è stata eterodiretta dai servizi segreti italiani, atlantici, israeliani ed americani, la cui presenza è, invece, palpabile anche a sinistra.
Per ora ci fermiamo qui, con una domanda alla quale bisognerà dare risposta: perché Adriano Sofri ha deciso l’eliminazione di Luigi Calabresi, traendo spunto da informazioni false diffuse da agenzie di stampa dipendenti dal ministero degli Interni, ovvero da quella divisione Affari riservati diretta dal suo amico Umberto Federico D’Amato?
Per vendicare Giuseppe Pinelli?
Ne dubitiamo, assai.
Vincenzo Vinciguerra

(Fonte)

Il Don Giovanni delle politiche internazionali dell’Occidente

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Hadani Ditmars per rt.com

Dopo aver partecipato a Vancouver alla serata di apertura dell’opera “Don Giovanni” nella fine settimana, ho realizzato come ci fosse qualcosa di vagamente familiare con quel protagonista libertino.
L’impertinente psicopatico che fa conquiste a migliaia e che rimane indifferente al dolore e alle sofferenze che ha causato, non mi ha ricordato solo il mio ex fidanzato.
No, c’era qualcosa in più nella sua orgogliosa tracotanza, nel suo appetito irrefrenabile, qualcosa che richiamava il dramma che sta avvenendo al di fuori del teatro, in Medio Oriente, in America Latina e nell’Europa dell’Est.
E poi mi è balenato in mente: la tecnica predatoria di seduzione e abbandono di Don Giovanni non è niente di meno che il modus operandi della politica estera degli USA.
Come i politici abbandonati –da Noriega allo Scià di Persia a Saddam Hussein – possono testimoniare, l’unica cosa peggiore di essere un nemico degli USA è esserne un ex alleato.
E ancora, la cosa divertente è che, proprio come con il seducente Don, le persone cominciano a cedere per le solite vecchie frasi: “Penso tu sia davvero speciale, e ti voglio liberare. Naturalmente non sono solo interessato ai tuoi giacimenti petroliferi. Il tuo popolo merita uno Stato autonomo.” E non dimentichiamo il classico “Sono qui per portarti libertà e democrazia, tesoro.”
Perché così tante persone – dal Libero Esercito Siriano ai “ribelli” ucraini – sono felici di cantare “Là ci darem la mano” con il loro bel pretendente diretti verso il suo scintillante palazzo, nonostante i colpevoli precedenti?
Mentre le conquiste di Don Giovanni, come Leporello dice alla sua amante, lasciata con disprezzo, Donna Elvira nel famoso “Madamina, il catalogo è questo” include “640 in Italia, 231 in Germania, 100 in Francia, 91 in Turchia, ma in Spagna, 1003” lui continua imperterrito, facendo preda donne di ogni forma, taglia e nazionalità.
Ad oggi, come il professore Zoltan Grossman nota, nel suo “Storia degli interventi militari degli USA dal 1890”, da Wounded Knee al Cile, all’Iraq, dall’Afghanistan alla Libia, gli USA hanno un mucchio di spiegazioni da dare.
Sicuramente infransero un sacco di cuori a Budapest nel 1956, a Praga nel 1968 e nell’Iraq del Sud tanto per nominarne qualcuno. E ancora, proprio come il risoluto incosciente Don Giovanni, gli USA, apparentemente in amnesia, continuano a vendere se stessi come i romantici salvatori dei Paesi non amati del mondo.
Da Segretario di Stato, John Kerry ha recentemente detto dell’invasione russa dell’Ucraina, “Non ci si comporta nel XXI secolo alla stregua di come si faceva nel XIX secolo, occupando un altro Paese sulla base di pretesti completamente inventati”.
So di non essere l’unica ad essersi ricordata dell’Iraq mentre guardava il Don Giovanni. Lo so perché l’anno scorso la Pittsburgh Irish & Classical Theatre ha prodotto una versione del “Don Giovanni torna dalla guerra” come “Don Giovanni torna dall’Iraq”.
L’opera originale del 1939, scritta da Odon von Horvath e adattata dallo sceneggiatore britannico Duncan Macmillan evoca la Berlino del primo dopoguerra, mentre l’adattamento Pittsburgh Irish & Classical Theatre è la storia di una fantasiosa rivincita femminile che rimugina sul tormentone “amale e lasciale” di un donnaiolo. Come un critico l’ha descritto, “alternativamente egli prova a reclamare la sua reputazione e come grande seduttore e sforzandosi di essere una brava persona, riuscendo a fallire in entrambe le cose. La città che era il teatro delle sue conquiste adesso è piena di donne sedotte e abbandonate che hanno perso i loro mariti, padri, figli e che vedono adesso il loro momento di lanciarsi.”
Se dovessi mettere in scena una produzione del Don Giovanni oggi, mi divertirei molto con il casting. Sicuramente vedo bene Julian Assange o Edward Snowden – se fosse loro mai permesso di viaggiare nuovamente – nel ruolo di Donna Elvira che –guidata dalla voglia di vendetta- prova ad avvisare dei tradimenti e degli inganni del Don Giovanni le prossime vittime che nulla sospettano.
Leporello, lo sfortunato servo di Don Giovanni – potrebbe essere interpretato dallo straordinario mercenario Erik Prince.
Potrei vedere Kerry nel ruolo principale, che canta la sua canzone di seduzione persuadendo che sia tutto amore, chiunque è fedele solo ad esso è crudele verso tutti gli altri.
Potrei rinominare il Commendatore come “Generale Blowback” e vestirlo o come Saddam Hussein o come un comandante talebano.
Mentre la versione di Vancouver ha principalmente celebrato la violenta fine del Don, forse la versione del 2011 della Scala è stata più realistica. La prima scena vedeva il bel protagonista aprire il sipario per svelare uno specchio gigante che rifletteva le facce del pubblico- tra cui l’allora Primo Ministro Mario Monti, appena salito al potere dopo gli scandali di Berlusconi.
Nella scena finale, mentre le parti offese stanno parlando con giudizio della morte del Don, questi appare dietro di loro perfettamente acconciato e vestito in maniera immacolata, fumando una sigaretta con calma, ridendo compiaciuto.
Nel mondo reale sembra che non ci sia mancanza di entusiasti amanti pronti a saltare nel letto insieme alla seducente visione della Pax Americana – che sopravvive nonostante la sua scioccante infedeltà.
Così “Là ci darem la mano” cari, Don Giovanni è vivo e vegeto e pronto a liberarvi presto.

[Traduzione di M. Janigro]