“I signori della droga hanno ballato di gioia, quando gli USA mi hanno messo all’indice” – il capo dell’anti-droga in Russia

I cartelli internazionali della droga hanno beneficiato delle sanzioni degli Stati Uniti volte a isolare la Russia, il capo dell’anti-droga Viktor Ivanov ha detto a Russia Today. Egli ha anche respinto le accuse portate contro di lui durante le udienze del caso Litvinenko a Londra come “una farsa”.

RT: Un anno fa, il 20 marzo 2014, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama – abbastanza sorprendentemente per chiunque, e probabilmente anche per lei – ha emesso un Ordine Esecutivo che l’ha inclusa nella lista nera delle persone soggette alle sanzioni statunitensi contro la Russia. Per quale motivo lei pensa che lo abbia fatto?
Viktor Ivanov: In effetti, è stata davvero una sorpresa, non solo per me, ma anche per i miei colleghi americani, funzionari dell’amministrazione presidenziale e della Drug Enforcement Administration (DEA). In realtà essi mi hanno detto che questa decisione era venuta direttamente dal vertice. Vorrei far notare che mettere il capo dell’agenzia russa di controllo della droga su una lista nera non ha comportato nulla di buono né per gli Stati Uniti né per la Russia. Gli unici a beneficiare di questo sono stati i trafficanti internazionali di droga, e credo che i signori della droga abbiano ballato di gioia nel vedere la fine di una così forte collaborazione anti-droga. Continua a leggere

Dietro il sorriso


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Un libro diretto, sanguigno, di agevole e rapida lettura. Non un testo per soli addetti ai lavori; al contrario, pur non lasciando delusi questi ultimi, esso sa anche come descrivere la realtà e la storia del Tibet a chi è novizio della materia.
Attraverso le sue pagine, si scopre un mondo sconosciuto alla maggior parte dei lettori occidentali, composto dalle ambiguità e dalle trame segrete di uno tra gli uomini più noti, apprezzati ma anche discussi del pianeta: Sua Santità il Dalai Lama.
Chi è il Dalai Lama? Qual è la sua storia? E, soprattutto, quali sono le sue reali intenzioni nei confronti della Cina e del Tibet? Perché l’Occidente sbaglia a fidarsi del suo disarmante sorriso, e chi sono coloro che traggono vantaggio dalla sua lotta per l’autonomia e l’indipendenza del Tibet?
Dietro il sorriso cerca di rispondere a tutte queste domande.

Maxime Vivas è un saggista e giornalista francese, nato nel 1942 da una famiglia di origine spagnola. Il suo La face cachée de Reporters sans frontières. De la CIA aux faucons du Pentagone (2007) mette a nudo le trame segrete e inconfessabili di una delle più importanti ong mondiali.

Dietro il sorriso. Il lato nascosto del Dalai Lama,
di Maxime Vivas, Anteo edizioni, 2015, € 12.

Air Algérie nello Yemen: l’operazione di salvataggio che si è quasi trasformata in tragedia

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La tensione è al suo apice tra l’Arabia Saudita e l’Algeria. Anche se nessuna dichiarazione ufficiale è giunta a confermarlo, molti segnali, a volte palesi, tradiscono la segretezza che circonda questo conflitto latente.

Prima, 250 algerini bloccati a Gedda a partire da venerdì mentre è in corso il rimpatrio, poi il divieto agli equipaggi di Air Algérie di scendere dal loro aereo e passare la notte a Gedda e, infine, la chiusura dello spazio aereo saudita agli aerei battenti bandiera algerina, sia civili che militari.
Ora gli aerei di Air Algérie dovranno bypassare l’Arabia Saudita per raggiungere Dubai e quindi allungare le distanze, aumentare il consumo di carburante e attraversare delle zone pericolose.
Il motivo di questo picco di rabbia di Riyad è l’audace operazione di espatrio, in piena guerra aerea, di oltre 200 cittadini maghrebini, tra cui 160 algerini, che si è conclusa sabato [4 Aprile u.s. – ndc] sulla pista dell’aeroporto di Algeri Houari Boumediene.

L’unità di crisi
Tutto ha inizio quando comincia l’offensiva aerea “Tempesta Decisiva”, lanciata il 25 Marzo da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro i ribelli Houthi nello Yemen.
L’Algeria decide in quel momento preciso di istituire un’unità di crisi per monitorare gli eventi. La presidenza della Repubblica, il ministero della Difesa nazionale e quello degli Affari Esteri coordinano la loro azione. Il 26 Marzo, mentre alcune navi cinesi e saudite si dirigono verso Aden per rimpatriare i loro cittadini, l’Algeria inizia a studiare un piano di evacuazione.
Nessuna imbarcazione delle forze navali è nella zona. La Cina è responsabile di recuperare il 31 Marzo un gran numero di suoi cittadini, ma anche quelli di altri Paesi asiatici per via marittima. Questa opzione non rappresenta una soluzione per le autorità algerine, tanto più che il personale diplomatico e la maggior parte dei connazionali si concentrano nella regione di Sana’a.
L’Arabia Saudita, che è riuscita a coalizzare attorno a sé quasi la maggioranza dei Paesi arabi nella sua guerra allo Yemen, ha reagito male all’atteggiamento provocatorio di Algeri. Perché l’Algeria non solo rifiuta di partecipare a questa offensiva, ma difende con forza la sua decisione e osa perfino proporre un’alternativa pacifica per risolvere il conflitto.
Peggio ancora, il disprezzo con cui la diplomazia algerina ha accolto la proposta egiziana di creare una forza militare araba per “lottare contro il terrorismo” è stato sentito dall’asse Riyad-Cairo come un vero affronto, tanto più che gli eventi hanno avuto luogo in territorio egiziano e nel corso di un vertice della Lega Araba.

Pianificazione
Algeri ancora non lo sa, ma Riyad sembra volerla far pagare alla capitale ribelle. A Sana’a, i funzionari dell’ambasciata algerina sono sulle spine. Come tutti gli abitanti della capitale yemenita, essi subiscono i bombardamenti della coalizione. Sono occupati ad identificare i cittadini e a stabilire i contatti con le diverse parti sul territorio per assicurarsi della riuscita di un’operazione di espatrio. Sono entrambe missioni cruciali, poiché da esse deriva il dimensionamento dei mezzi che le autorità algerine dovranno impiegare per la riuscita dell’operazione.
Sono un po’ più di un centinaio, fra cui molte donne, cui si aggiungono i diplomatici e le loro famiglie. In tutto, 160 algerini sono nella lista delle persone da evacuare. La lista è aperta ai cittadini dei Paesi vicini che non hanno potuto lasciare lo Yemen: quaranta tunisini, quattordici mauritani, otto libici, tre marocchini e un palestinese. Si tratta, in tutto, di quasi 230 persone da evacuare.
Stabilita la portata dell’operazione, Algeri decide di inviare il più grosso aereo civile della sua flotta, un Airbus A330 d’Air Algérie. Anche se la tratta aerea Algeri-Sana’a non è mai stata servita dalla compagnia di bandiera, i piloti sono fiduciosi, nonostante le difficoltà che si annunciano.
L’ostacolo maggiore che si presenta di fronte a quest’impresa è innanzitutto il sorvolo e l’atterraggio in una zona di guerra, con un centinaio di caccia che occupano lo spazio aereo, da un lato, e una ribellione che dispiega missili anti-aerei di diversa portata, dall’altro.
Altra difficoltà, l’altitudine dell’aeroporto di Sana’a, più di 7.300 piedi [2.225 metri ca. – ndc], che fa sì che il velivolo faccia fatica a decollare col pieno carico di carburante. Il rapporto peso/portata gli è sfavorevole. Il rifornimento a Sana’a è escluso per motivi di sicurezza. L’equipaggio dovrà fare tutto il tragitto con un solo pieno, e ciò metterà l’aereo ai limiti della sua portata.

Minacce…
Giovedì [2 Aprile u.s. – ndc] l’aereo decolla da Algeri, direzione Sana’a, il ministero degli Affari Esteri avverte l’Arabia Saudita e l’Egitto della missione. Il piano di volo dell’aereo civile è condiviso, convenzionalmente, con tutti i Paesi che saranno attraversati o che potrebbero esserlo. Il volo procede normalmente fino alle prossimità dello spazio aereo saudita. Mentre l’equipaggio di Air Algérie si aspettava una scorta militare a partire dall’Arabia Saudita, esso rimane sorpreso dall’atteggiamento di caccia inviati per dissuaderli a penetrare nello spazio aereo.
Il controllo saudita avverte l’equipaggio del divieto e gli intima di tornare indietro. Sorpresi e pensando a un problema di comunicazione o a un qualche pericolo sopra lo Yemen, gli algerini chiedono di poter deviare verso Dubai. Ancora una volta, sono sorpresi dalla fermezza dei toni del controllo aereo. Lo spazio saudita è chiuso a tutti i velivoli algerini.

…sequestro
L’equipaggio non ha scelta: [deve] tornare indietro al Cairo e attendere che la macchina diplomatica faccia il suo corso. In meno di un’ora e mezza l’A330 atterra al Cairo. Ma la situazione peggiora. La piccola delegazione algerina viene maltrattata e i suoi membri portati all’albergo dove abitualmente sono alloggiati gli equipaggi di Air Algérie; qui viene loro imposto l’obbligo di domicilio col divieto di lasciare la struttura. Questo sequestro durerà 48 ore.
Ad Algeri il caso desta sorpresa, i sauditi fanno orecchie da mercante. La richiesta algerina per il rimpatrio della sua comunità in Yemen è respinta. Il caso prende una piega seria. Ѐ la Presidenza della Repubblica a gestire ormai il dossier. Algeri avverte Riyad che l’aereo svolgerà la sua missione in ogni caso, visto il suo carattere umanitario.
L’aereo decolla sabato e atterra a Sana’a, i funzionari dell’ambasciata sono stati in grado di riunire e portare tutti in modo organizzato all’aeroporto. Il volo di ritorno avviene senza nessun problema, ma l’equipaggio tira un sospiro di sollievo solo dopo aver raggiunto il Mediterraneo. I funzionari algerini e la direzione della compagnia aerea scelgono di non divulgare questo caso. Le poche persone che scelgono di parlarne mettono in evidenza l’audacia dell’equipaggio e la sua determinazione nell’andare fino in fondo alla missione.
Ma l’Arabia Saudita ha deciso di mantenere la pressione sull’Algeria. La compagnia di bandiera non ha tuttora il diritto di sorvolare lo spazio aereo saudita; viene mantenuto solo il servizio di Gedda, con il divieto agli equipaggi di passarvi la notte. La più piccola formalità in linea con i codici dell’organizzazione dell’aviazione civile internazionale richiede delle ore. Questo è ciò che spiega le difficoltà incontrate dalla compagnia per rimpatriare gli algerini bloccati a Gedda nelle ultime 48 ore. Al Cairo Air Algérie soffre ugualmente della lentezza delle procedure e di pressioni.
Questo sarà, in parte, il prezzo da pagare dall’Algeria per il suo rifiuto di partecipare alla guerra nello Yemen.
Kamel Abdelhamid

[Fonte – traduzione di M. Guidoni]

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Perché dobbiamo uscire dalla NATO

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Questo blog ha aderito alla “Campagna per l’uscita dell’Italia dalla NATO”.
A seguire, il relativo appello che invitiamo i lettori a sottoscrivere.

L’Italia, facendo parte della NATO, deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno secondo i dati ufficiali della stessa NATO, cifra in realtà superiore che il SIPRI quantifica in 72 milioni di euro al giorno.
Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a oltre 100 milioni di euro al giorno.
È un colossale esborso di denaro pubblico, sottratto alle spese sociali, che potrebbe essere fortemente ridotto se l’Italia uscisse dalla NATO.
L’Alleanza Atlantica persegue una strategia espansionistica e aggressiva.
Dopo la fine della guerra fredda, ha demolito con la guerra la Federazione Jugoslava; ha inglobato tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre dell’ex URSS e due della ex Jugoslavia; ha occupato militarmente l’Afghanistan; ha demolito con la guerra la Libia e tentato di fare lo stesso con la Siria.
Ha addestrato forze neofasciste e neonaziste ucraine, organizzando il putsch di piazza Maidan che ha riportato l’Europa a una situazione analoga a quella della Guerra Fredda, provocando un nuovo pericoloso confronto con la Russia.
Ha iniziato a proiettare le sue forze militari nell’Oceano Indiano nel quadro di una strategia che mira alla regione Asia-Pacifico, provocando un confronto militare con la Cina.
In tale quadro, le forze armate italiane vengono proiettate in Paesi esterni all’area dell’Alleanza, per missioni internazionali che, anche quando vengono definite di «peacekeeping», sono guerre finalizzate alla demolizione di interi Stati (come già avvenuto con la Federazione Jugoslava e la Libia).
Uscendo dalla NATO, l’Italia si sgancerebbe da questa strategia di guerra permanente, che viola la nostra Costituzione, in particolare l’Art. 11, e danneggia i nostri reali interessi nazionali.
L’appartenenza alla NATO priva la Repubblica Italiana della capacità di effettuare scelte autonome di politica estera e militare, decise democraticamente dal Parlamento sulla base dei principi costituzionali.
La più alta carica militare della NATO, quella di Comandante supremo alleato in Europa, spetta sempre a un generale statunitense nominato dal presidente degli Stati Uniti. E anche gli altri comandi chiave della NATO sono affidati ad alti ufficiali statunitensi. La NATO è perciò, di fatto, sotto il comando degli Stati Uniti che la usano per i loro fini militari, politici ed economici.
L’appartenenza alla NATO rafforza quindi la sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti, esemplificata dalla rete di basi militari USA/NATO sul nostro territorio che ha trasformato il nostro Paese in una sorta di portaerei statunitense nel Mediterraneo.
Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso. L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare, che ha sottoscritto e ratificato.
L’Italia, uscendo dalla NATO, riacquisterebbe la piena sovranità: sarebbe così in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.
Sostieni la campagna per l’uscita dell’Italia dalla NATO.
La pace ha bisogno anche di te.

Inviare le adesioni a: comitatononato@gmail.com

(Fonte)

Ebola: trova la differenza

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Quale migliore pretesto per militarizzare ulteriormente il continente africano?

Washington, 16 settembre – Gli Stati Uniti invieranno migliaia di militari per rispondere all’epidemia di ebola in Africa occidentale con la costruzione di cliniche e la formazione di centinaia di operatori sanitari. E’ quanto annuncerà oggi il presidente americano Barack Obama, che ha definito l’epidemia una minaccia alla sicurezza nazionale. Il presidente USA ha anche in programma di recarsi al Centers for Disease Control and Prevention (Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie) di Atlanta per incontrare esperti che sono al lavoro per combattere il virus.
Ingegneri militari americani, hanno riferito alti funzionari dell’amministrazione, si coordineranno con i governi locali per costruire 17 cliniche con 100 posti letto ciascuna per la cura dei pazienti che hanno contratto la malattia. Gli Stati Uniti, inoltre, formeranno fino a 500 operatori sanitari alla settimana per almeno sei mesi e, oltre a fornire disinfettanti e farmaci, distribuiranno migliaia di kit sanitari. L’Africa Command del dipartimento della Difesa, hanno riferito funzionari americani, stabilirà un comando congiunto a Monrovia, capitale della Liberia, per monitorare gli Stati Uniti e gli sforzi internazionali ed offrirà circa 3mila militari per le attività di aiuto.
(Ses/Adnkronos)

Ginevra, 16 settembre – Anche la Cina, il primo partner commerciale del continente, si mobilita e invia altri medici in Africa Occidentale per combattere l’epidemia di ebola, che finora ha causato quasi 2.300 morti. L’OMS ha fatto sapere che il governo di Pechino mandera’ un laboratorio mobile in Sierra Leone, dove finora sono morte oltre 500 persone, e insieme una squadra di 59 tecnici dal Centro cinese per il controllo delle malattie. Tra gli operatori sanitari, epidemiologi, medici e infermieri, che si aggiungeranno agli altri 115 addetti gia’ sul terreno.
Il contributo del governo cinese arriva in risposta al pressante appello dell’OMS a tutta la comunita’ internazionale per intensificare gli sforzi contro l’epidemia. Washington ha gia’ risposto all’appello e prevede di inviare 3mila soldati, che parteciperanno alla costruzione di nuovi centri di cura nelle zone piu’ colpite e aiuteranno anche nel reclutamento e nella formazione del personale responsabile della loro gestione (500 operatori sanitari ogni settimana). Anche Cuba, nota per l’alta qualita’ dei suoi sanitari, ha inviato 165 tra medici ed infermieri in Sierra Leone. (AGI)

“Costruendo un muro di BRICS”

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Adrian Salbuchi per rt.com

La visita del Presidente Putin in Sud America è di un’importanza trascendentale in un epoca in cui il blocco BRICS sta diventando qualcosa in più di un mero accordo commerciale e in cui la Russia sta giocando un ruolo chiave come attore geopolitico globale.
Vladimir Putin ha compiuto una vista davvero storica in America Latina, visitando Cuba, il Nicaragua, l’Argentina e poi il Brasile dove nelle città di Fortaleza e Brasilia si è tenuto il sesto vertice BRICS (con un veloce sosta domenicale nella gloriosa Rio de Janeiro dove ha assistito alla finale dei Mondiali di calcio tra Argentina e Germania).

Fermare la valanga occidentale
A partire dalla tragedia dell’11 Settembre, gli Stati Uniti, il Regno Unito e i loro alleati della NATO (più Israele) sono diventati un pericolo per il mondo. Negli ultimi 13 anni abbiamo visto il rovesciamento di regime in Iraq in base a false accuse da parte degli USA e del Regno Unito di armi di distruzione di massa poi mai trovate; la distruzione della Libia nel 2011; lo sconsiderato caos originato dalla “primavera araba” che ha riportato paesi come l’Egitto indietro di decenni; la quasi distruzione della Siria; e la decennale minaccia di una guerra preventiva contro l’Iran per il suo non esistente programma nucleare.
Le stime delle vittime in Iraq parlano di centinaia di migliaia di persone, se non di milioni e non c’è ancora stata una singola richiesta di scuse da parte degli USA, del Regno Unito o della NATO. Oggi l’Iraq insieme alla Libia è nella morsa della guerra civile, la Siria sta lentamente uscendone e, più pericolosamente, l’Egitto si è ritirato dal suo ruolo di paese stabilizzatore del Medio Oriente.
Tutto grazie alle ingerenze occidentali e del “caos sociale architettato” che è la nuova forma di guerra intrapresa dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dalla NATO (e da Israele). Dopo i crescenti fallimenti riportati in Medio Oriente, ultimamente si sono spostati verso altre latitudini: ad esempio in Ucraina. Continua a leggere

Le notizie sono bombe

bombe dolci“La guerra culturale in corso è dunque tra un Occidente liberal-totalitario, dove il “circo mediatico” è il nuovo clero, e gli oppositori della globalizzazione (Stati, nazioni, popoli ancora per così dire, borghesi primitivi o comunque non pienamente addomesticati ai processi di ridefinizione delle classi sociali in senso di un primato ideologico e politico neo-borghese come sopra illustrato), considerati tout court soggetti politici e sociali “vecchi”, nostalgici di un passato “totalitario” estinto e sublimato nei radiosi orizzonti della “fine della Storia”, “fuori dalla realtà” e “fuori dal mondo”. Costanzo Preve suddivise il “nuovo clero” politicamente corretto in due ramificazioni tra esse distinte:
– clero regolare (i detentori del sapere universitario scientifico, i professori liberal unificati al dogma di Francis Fukuyama della fine della Storia e dell’estensione della democrazia di libero mercato in ogni angolo del mondo);
– clero secolare (i controllori e gli operatori dei media generalisti, a mezzo tv e stampa, ossia i diffusori presso il volgo del mantra “non c’è alternativa” all’Occidente, alla NATO, all’economia di mercato, al dileguare di ogni forma di socialità e di “economia morale”, all’estinzione dell’idea stessa di comunità, politica, economica o nazionale).
Nell’ambito di questo quadro d’insieme è doveroso descrivere alcuni passaggi relativi al più eclatante caso di manipolazione della percezione, presso l’opinione pubblica, di abusate tematiche lessicali quali “rivoluzione”, “dittatura”, “guerra”, “invasione” ed “annessione” tutt’ora in corso, ossia il caso ucraino del dicembre 2013-giugno 2014.
La Russia (insieme alla Siria, all’Iran ed a qualche Stato latinoamericano disobbediente al padrone a stelle e strisce) è infatti il bad boy da punire, non in quanto significante un manifesto caso d’insubordinazione geopolitica (Putin non è Chavez o Fidel Castro, è chiaro…) bensì perché (per molti versi, insieme alla Repubblica popolare cinese), con la sua stessa esistenza come Stato nazionale retto da una leadership nazional-globalista e non liberal-globalista, con una prospettiva  geopolitica euroasiatica, pone in discussione, in quanto new global palyer, il dominio transatlantico a livello mondiale. Il golpe realizzato in Ucraina tra il dicembre 2013 ed il febbraio 2014 ha potuto contare sullo schieramento a favore della causa di Euromaidan da parte dell’intero “circo mediatico” atlantista occidentale. Le vicende dell’Ucraina ci sono state arbitrariamente raccontate come quelle di un popolo in lotta contro una brutale dittatura repressiva eterodiretta da Mosca, che soltanto il provvidenziale “intervento democratico” occidentale avrebbe potuto aiutare nell’intento di liberare se stesso dal “giogo” imposto dalla Russia, attraverso la successiva integrazione del Paese nelle strutture dell’Unione europea e della NATO. Giornalisti di fama parlarono apertamente della necessità dell’Occidente di «vincere la partita» geopolitica e mediatica con l’«avversario» russo, ponendosi in questo senso non come osservatori, commentatori ed analisti indipendenti ma come attori protagonisti dello scontro militare, economico e mediatico in atto.”

Da La guerra culturale e mediatica dell’atlantismo contro l’Europa. La costruzione di un’opinione pubblica unificata in nome del liberalismo totalitario antitradizionale, relazione presentata da Paolo Borgognone alla rassegna giornalistica nazionale “Passepartout”.
Su gentile concessione dell’autore, il testo è disponibile qui.