Per non dimenticare. 25 anni fa, Cuba e Yemen soli contro la prima guerra del Golfo

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Autunno 1990: il Consiglio di Sicurezza dice sì al sequestro dell’ONU da parte statunitense, nella preparazione della devastante «Tempesta del deserto» contro l’Iraq, scatenata a partire dal 17 gennaio 1991.

Il 29 novembre dovrebbe essere una delle tante “giornate del ringraziamento” a Cuba per la funzione storica che ha avuto, spesso da sola, piccola gigante, contro l’imperialismo delle guerre e dei privilegi. Vediamo cosa accadde nei mesi dell’autunno-inverno 1990, mentre l’Occidente (e l’Italia dell’art. 11 della Costituzione…) scivolavano verso una atroce guerra all’Iraq. Uno spartiacque nella storia recente. E forse nella vita di alcuni di noi. Appartenere a un Paese guerrafondaio è atroce.
Il 2 agosto 1990 l’Iraq invade il Kuwait, che accusa di condurre una guerra economica perché invadendo il mercato con il suo petrolio ha contribuito ad affossarne il prezzo, con enormi perdite per gli iracheni appena usciti dalla disastrosa guerra con l’Iran. Pochi giorni prima, l’ambasciatrice statunitense April Glaspie ha dato al presidente Saddam Hussein una sorta di (ingannevole) via libera all’azione militare.
Nei mesi che seguono, gli Stati Uniti mettono i bastoni fra le ruote a qualunque possibile soluzione diplomatica e preparano la legittimazione dell’ONU alla loro guerra aerea, la «Tempesta nel deserto» che distruggerà l’Iraq, a partire dalla notte del 16 gennaio 1991, con la partecipazione di diversi Paesi arabi e occidentali fra i quali l’Italia. Ma già da agosto Bush manda in Arabia Saudita centinaia di migliaia di uomini; è l’operazione «Scudo nel deserto».
Lo Yemen è l’unico Paese arabo nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e, prendendo sul serio il compito di rappresentare l’insieme della regione, rifiuta di partecipare al voto sull’immediata risoluzione 660 che chiede il ritiro dell’Iraq dal Kuwait. Intanto la Giordania cerca una soluzione negoziale presso la Lega Araba, ma dopo una prima riunione, con divisioni nette (unici a non sposare la posizione USA sono Libia, Giordania, Algeria e Yemen), gli USA procedono come carri armati al Consiglio di Sicurezza e la Lega Araba è estromessa.
Al Consiglio di Sicurezza George Bush e alleati rifondano l’ONU trasformandola in strumento del volere e del potere statunitense. Come scrive Phillis Bennis nel libro Calling the Shots. How Washington Dominates Today’s UN (Olive Branch Press, 1995), le Nazioni Unite sono fra le «vittime della guerra del Golfo», «diventando agente legittimante per le decisioni unilaterali dell’unica superpotenza rimasta»: «Del resto, Washington aveva bisogno di un confronto militare, con una chiara vittoria garantita, e con l’avallo ONU, per far capire che, pur rimanendo l’unica superpotenza strategica, non aveva intenzione di piegare le tende; e che Mosca ormai era in linea con il nuovo ordine mondiale».
Alle risoluzioni sull’Iraq, l’Unione Sovietica, in totale declino, prossima alla dissoluzione, fortemente dipendente dagli aiuti occidentali, non oppone mai il veto cui ha diritto in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza: «Chi siamo noi» risponde mestamente l’ambasciatore sovietico all’ONU a un giornalista, «per dire che il Pentagono non può prendere tutte le decisioni di una guerra che sarà condotta in nome dell’ONU?». Anche la Cina asseconda, non opponendosi a Washington sia per avere un ruolo diplomatico più influente, sia per ottenere un alleggerimento delle sanzioni di cui è gravata dopo i fatti di piazza Tienanmen (1989).
La risoluzione clou che porta alla guerra, il cosiddetto ultimatum all’Iraq, è la 687 del 29 novembre 1990, che autorizza i Paesi membri a cooperare con il Kuwait usando tutti i mezzi necessari, quindi la forza. Gli Stati Uniti e le petromonarchie preparano per bene il terreno utilizzando il bastone e la carota per acquisire il consenso dei membri non permanenti. Fra questi ultimi, a parte i Paesi occidentali (Canada, Finlandia) e la Romania post-muro, uniformemente schierati a favore delle decisioni USA, gli altri membri di turno, appartenenti al gruppo dei non allineati vengono convinti a suon di pacchetti di aiuti, militari e non: Costa d’Avorio, Colombia, Etiopia, Malaysia, Zaire. L’Unione Sovietica, agli sgoccioli, e pronta a tutto pur di avvicinarsi all’Occidente, ottiene 4 miliardi dai Sauditi.
Cuba e Yemen sono i due membri di turno del Consiglio di Sicurezza che fin dall’inizio della crisi hanno puntato i piedi, spesso in solitudine, ricordando al Consiglio la Carta dell’ONU che invoca soluzioni pacifiche alle controversie, e cercando di convincere altri membri ad allontanarsi dalla linea belligerante di Washington. Contro Cuba e Yemen, gli USA e i Sauditi usano il bastone. Alla vigilia della risoluzione cruciale, la pressione sui due disobbedienti si intensifica.
Veramente il bloqueo contro Cuba dura da decenni, quindi gli Stati Uniti non hanno molti strumenti diplomatici ed economici ancor da giocare. Ma ci provano lo stesso: alla vigilia del voto, si svolge a Manhattan il 28 novembre il primo incontro a livello ministeriale fra Washington e l’Avana da 30 anni. E’ chiaramente una verifica della possibilità di convincere i Cubani a desistere. Niente da fare: Cuba e Yemen votano no alla 687 (la Cina si astiene, tutti gli altri dicono sì).
Lo Yemen, il Paese più povero della regione, da poco unificato, paga un prezzo altissimo per il coraggio di violare il consenso ordinato dagli Statunitensi. Pochi minuti dopo il voto, gli USA informano l’ambasciatore Abdallah Saleh al-Ashtal: «Sarà il no più caro che abbiate mai detto»; e cancellano il piano di aiuti di 70 milioni di dollari. Non basta: dal canto suo, l’Arabia Saudita espelle centinaia di migliaia di lavoratori yemeniti. Una ritorsione nazista.
La notte del 16 gennaio 1991 USA e alleati iniziano a bombardare, malgrado la risposta positiva dell’Iraq agli ultimi tentativi negoziali, da parte del segretario generale dell’ONU, dell’Iran (appoggiato da Mosca), e di Nicaragua, India e Germania (Daniel Ortega fu l’ultimo capo di Stato a recarsi a Baghdad per scongiurare la guerra).
Mentre le città irachene vengono distrutte dalle bombe poco intelligenti, e i soldati che si stanno ritirando dal Kuwait vengono sepolti vivi nel deserto dai marines, Mosca appoggia l’accettazione da parte irachena della risoluzione 660: il ritiro dal Kuwait. Ma USA e Gran Bretagna chiedono di più e subito; e continuano a bombardare.
Marinella Correggia

“La Cina non è più una colonia occidentale e non può essere prevaricata”

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Mentre l’attenzione del mondo si concentra su ciò che accade in Medio Oriente, in Ucraina e sullo scontro USA-Russia, un’altra crisi si sta svolgendo nel Mare Cinese del Sud, dove l’ordine statunitense è contestato dalla Cina.
E’ una disputa territoriale che ci riporta indietro di secoli, ma che ha causato crescenti tensioni negli anni recenti.
Le sempre più profonde tensioni nel Mare Cinese del Sud riguardano una disputa territoriale sulle isole Paracel e Spratly – in realtà, porzioni sommerse di roccia – particolarmente delicata, visto che la disputa coinvolge diversi Paesi quali Cina, Vietnam, Singapore, Malesia, Taiwan e le Filippine.
Le acque che circondano queste isole sono famose per essere ricche di risorse naturali che costituirebbero una manna per l’economia dello Stato che ne potesse disporre.
In tutto ciò la Cina – con grande costernazione degli Stati Uniti – sta costruendo un’isola artificiale nell’area, con una pista di atterraggio adeguata agli aerei militari.
Questa disputa non può essere considerata fuori dal suo più largo contesto geopolitico. Con l’economia cinese che continua a crescere rispetto a quella degli Stati Uniti, Washington sta utilizzando questa disputa come una scusa per esercitare pressione militare, con l’obiettivo di intimidire Pechino e di ricordare quale sia il suo posto nello schema globale delle cose. Continua a leggere

Spagna, la nuova portaerei della NATO

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La Spagna si è trasformata fino al prossimo 6 novembre nel più grande teatro di operazioni militari della NATO dalla fine della Guerra Fredda, per ospitare gigantesche manovre che mobilitano più di 30.000 soldati, 20.000 dei quali spagnoli, con armamenti di ultima generazione.

La fase attiva del Trident Juncture 2015 è iniziata il 3 ottobre scorso, ma il governo conservatore di Mariano Rajoy non ha ancora spiegato né i costi di queste esercitazioni, né la nuova politica di avvicinamento militare agli Stati Uniti, né quali saranno i benefici per la Spagna di questa pericolosa strategia.
Lo stesso ministro spagnolo della Difesa, Pedro Morenés, ha definito quest’estate le attuali manovre della NATO come le “più potenti, più importanti e di maggior entità qualitativa e quantitativa dell’Alleanza dai tempi dell’operazione in Afghanistan”.
Le esercitazioni della NATO in Spagna serviranno secondo le parole del responsabile della Difesa spagnolo a “dare visibilità” a questa regione “come un settore chiave” per l’Alleanza Atlantica.
Ma questo stretto rapporto della Spagna con NATO e USA non porta alcun beneficio agli Spagnoli, quanto piuttosto il contrario, perché a seguito dell’attuale escalation militare tra Washington e Mosca, anche la Spagna si convertirà in un obiettivo da colpire. Continua a leggere

Per un goccio di oro nero

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Aerei che lanciano bombe sui civili, una popolazione martoriata, assediata e affamata, bambini cenciosi, strade, ponti, scuole, ospedali, aree residenziali, cimiteri, aeroporti distrutti, un patrimonio archeologico devastato. No, questa volta non si tratta della Siria, ma di una nazione dimenticata, lo Yemen.

Dal 25 marzo, lo Yemen viene attaccato e invaso dall’Arabia Saudita, questo Paese amico, che ci rifornisce di petrolio e acquista le nostre armi.
Secondo l’ONU, in meno di 200 giorni di guerra, il regime wahhabita ha ucciso nello Yemen circa 5.000 persone tra cui 500 bambini.
Il numero delle vittime civili della guerra in Yemen è proporzionalmente maggiore rispetto al numero di civili uccisi nella guerra in Siria.
Infatti, nello Yemen la metà dei morti sono civili mentre sono un terzo le vittime civili in Siria.
Eppure nessuno tra gli umanitari di professione che insultano Assad apre bocca contro il re Salman.
La Siria si è vista imporre una guerra condotta per procura da terroristi, una politica di isolamento e di sanzioni economiche. Per contro, l’Arabia Saudita raccoglie i nostri salamelecchi e la nostra compiacenza.
Con le sue bombe il “nostro amico Re” Salman non fa che distruggere. Impone un blocco terrestre, marittimo e aereo che secondo Medici Senza Frontiere (MSF) uccide tanti civili quanto la guerra guerreggiata. 20 milioni di yemeniti infatti rischiano di morire di fame e di sete a causa della guerra e dell’embargo saudita.
Raramente si vede all’opera in modo così eclatante la politica dei due pesi e delle due misure che scatena le passioni sulla Siria e lascia di marmo sullo Yemen.
Questa politica dei due pesi e due misure sembra un incontro di boxe tra un peso massimo e un peso mosca, dove il peso massimo può colpire il peso mosca sotto la cintura, ma non il contrario.

Il vaso di ferro contro il coccio di argilla
L’aggressione saudita contro lo Yemen riveste una dimensione mitica.
E’ la storia del Paese arabo più ricco del mondo in guerra contro il Paese arabo più povero del mondo.
Ancora una volta, siamo soggetti alla legge del più forte.
Abbiamo acconsentito che il nostro amico re Salman fabbricasse una guerra tra sciiti e sunniti in Yemen quando la maggior parte dei musulmani del Paese pregano insieme in moschee senza etichette confessionali.
Abbiamo demonizzato e vietato il movimento ribelle Ansarullah definendolo “sciita” o “huthi” per compiacere il nostro amico re Salman quando Ansarullah è una coalizione patriottica che include molte figure sunnite come Saad Ibn Aqeel o gruppi non religiosi, come il Partito socialista arabo Baath dello Yemen.
Abbiamo escluso Ansarullah dai colloqui di pace mentre il movimento ribelle stava negoziando con i suoi avversari politici, tra cui con Abderrabo Mansour al Hadi, agente saudita che allora era agli arresti domiciliari.
Abbiamo lasciato lo Yemen diventare il cortile di Re Salman mentre questa nazione sognava l’indipendenza.
Abbiamo stornato lo sguardo quando gli scagnozzi del re Salman (Al Qaeda e ISIS) hanno bruciato la chiesa di San Giuseppe ad Aden e bombardato la moschea sciita di Al Moayyad a Jarraf.
Non abbiamo versato una sola lacrima per i bambini dello Yemen bruciati vivi dai bombardieri del nostro amico re Salman.
Lo Yemen è un Paese così lontano che i suoi rifugiati non possono raggiungerci.
Lo Yemen è un Paese così disprezzato che le sue lamentele non possono arrivarci.
Se Jean de la Fontaine avesse assistito alla guerra del re dell’Arabia Saudita contro il suo povero vicino, avrebbe citato il seguente passo della sua favola del vaso di terracotta e del vaso di ferro:
“Il più debole andò in mille pezzi
senza avere il tempo di dire amen”.
Ecco che da quasi 200 giorni il movimento internazionale per la pace lascia che il vaso di ferro si scontri con un Paese fragile come una vaso di terracotta.
E’ come se una pentola di ferro ci fosse caduta in testa.

Lo Yemen di oggi è il Vietnam di ieri
Durante gli anni ’60 e ’70, il Vietnam ha sperimentato più o meno lo stesso scenario dello Yemen di oggi.
Ngo Dinh Diem era il fantoccio degli USA nel Vietnam del Sud come d’Abderrabo Mansour al Hadi lo è nello Yemen.
I Vietcong (FNL) di ieri sono Ansarullah di oggi.
Che il primo avesse una connotazione comunista e il secondo sia di ispirazione sciita, poco importa. I movimenti nazionalisti vietnamita e yemenita mirano entrambi all’unificazione del loro Paese e all’emancipazione dal dominio degli Stati Uniti.
All’epoca, il movimento internazionale per la pace ha difeso la resistenza del popolo vietnamita, nonostante fosse comunista e sostenuto dall’Unione Sovietica e dalla Cina.
Oggi, il movimento internazionale per la pace, non solo rifiuta di difendere i diritti del popolo yemenita alla resistenza, con il pretesto che è sostenuta da Iran e Siria, ma non difende neppure quella che è la sua ragione d’essere, vale a dire la pace.

Niente sangue per il petrolio
Non molto tempo fa, nel 1991 e nel 2003, gli USA hanno usato il suolo saudita per condurre la loro guerra contro l’Irak.
Allora eravamo milioni di persone a gridare: “Niente sangue per il petrolio” (No Blood for Oil).
Oggi, né gli USA, né l’Arabia Saudita, né i motivi della guerra sono cambiati.
Inoltre, il sangue continua a scorrere per il petrolio.
Solo il movimento per la pace è cambiato.
Non è nemmeno più un movimento, ma solo una massa inerte e silenziosa, cullata dalle illusioni come la “rivoluzione araba”, il “diritto di ingerenza” e la “responsabilità di proteggere”… a colpi di bombe della NATO.
Nel frattempo, il popolo dello Yemen è vittima di una guerra, una guerra che a noi non è estranea, una guerra molto sanguinosa alla quale i nostri governi hanno dato il via libera per un goccio di oro nero.
Bahar Kimyongür

Fonte

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Carattere dell’odierna ascesa cinese

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Vi sono molte storie non dette sull’ascesa della Cina.
Reg Little, diplomatico australiano di lungo corso, ne racconta una.
Da “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 2/2015, pp. 82-83.

“Sarebbe errato parlare di ascesa cinese in senso esteso. È molto più appropriato parlare di rinascita della Cina. Fino alle guerre dell’oppio, alla metà del XIX secolo, la Cina aveva guidato il mondo nella tecnologia e nella produzione economica per gran parte della storia umana.. Alla metà del XX secolo, la rivoluzione di Mao Zedong cominciò a gettare le fondamenta della rinascita cinese. Questa rinascita è diventata evidente circa un quarto di secolo più tardi, quando Deng Xiaoping prese il potere.
La nuova evidente caratteristica della Cina contemporanea sta nel fatto che le potenze angloamericane hanno costruito un nascente sistema globale e che la rinascita della Cina deve aver luogo al centro di questa interconnessione globale. È questa la caratteristica veramente unica della contemporanea ascesa, o rinascita, della Cina. È qualcosa che altre potenze hanno reso inevitabile, non qualcosa che sia avvenuto per iniziativa delle guide della Cina.
Perciò nell’ascesa della Cina contemporanea c’è parecchio che può essere compreso soltanto esaminando l’interazione della moderna influenza occidentale con la rinascita della cultura tradizionale cinese. Finora l’impatto dell’influenza occidentale sembra essere stato dominante. Eppure il successo della Cina può essere spiegato solo osservando il modo in cui la sua cultura tradizionale la ha attrezzata per poter competere con l’Occidente.
Analogamente, gran parte dell’attività cinese è stata dettata da imperativi imposti dalla modernità occidentale. Però, a mano a mano che la Cina diventa più forte, più indipendente e più cinese nelle sue scelte, è possibile sottoporre molte iniziative occidentali ad un profondo riesame.
Basta guardare ai danni procurati dagli imperativi industriali occidentali all’ambiente, all’acqua, all’aria, al cibo ed alla medicina, per vedere i possibili benefici di questo sviluppo. Naturalmente, oggi la Cina rappresenta una misera pubblicità in questo senso, poiché, nella fretta di costruire la sua economia, di ristabilire la sua autonomia culturale e di guadagnare un certo controllo sul proprio avvenire, essa ha dovuto accettare molti di tali imperativi. In ogni caso, ora essa ha ampiamente realizzato questi fini ed ha la possibilità di risolvere i suoi problemi.
Per rimediare ai danni prodotti dagl’imperativi industriali, le tradizioni di legge edi governo della Cina possono sembrare molto più adeguate che non le pratiche comuni delle democrazie occidentali. Le grandi multinazionali hanno dimostrato la loro capacità di scrivere le leggi e le normative dei governi eletti servendosi delle consorterie, dell’influenza mediatica, delle perizie industriali e del finanziamento ai partiti, spesso col minimo riguardo per i danni inflitti al bene comune.
In realtà, lo studio dei classici, della storia e della cultura politica della Cina rivela che molti tratti della civilizzazione angloamericana contemporanea traggono origine dalle avventure imperialistiche delle grandi società commerciali inglesi come la Compagnia delle Indie e, più recentemente, dalle iniziative delle multinazionali americane nel sistema istituzionale globale costruito dopo la sconfitta dell’Europa nel secondo conflitto mondiale.
L’ascesa della Cina e dei suoi alleati asiatici induce a pensare che molte pratiche e molti valori angloamericani subiranno probabilmente un riassestamento, secondo prospettive in grado di sorprendere e marginalizzare le certezze odierne. L’incapacità degli strateghi angloamericani di comprendere i punti vulnerabili della loro cultura e di esplorare i punti di forza di una cultura dotata di un patrimonio straordinario ha accelerato sia il tramonto dell’Occidente sia l’ascesa dell’Oriente. È difficile pensare che adesso questa situazione possa essere ribaltata.
Adesso i popoli occidentali hanno a disposizione un periodo più breve per prepararsi ad un futuro prevedibile, nel quale le certezze e le comodità del passato saranno soggette ad un riesame. Il sistema globale esistente è stato costruito sul dogma della superiorità dei valori occidentali, i quali però si sono dimostrati vulnerabili davanti alla sfida asiatica. È ancora troppo presto per delineare il probabile esito di questa interazione di culture in competizione, ma sarà essenziale riservare una profonda attenzione alla cultura tradizionale cinese, se si vuole valutare l’approccio cinese all’Occidente sperando di ricavarne qualche vantaggio.”

Reg Little ha svolto attività diplomatica in cinque missioni australiane per venticinque anni, durante i quali ha studiato giapponese e cinese. A Canberra, ha diretto l’Australian China Council. Autore di tre libri dedicati alla dottrina confuciana, dal 2009 è stato presidente dell’Associazione Confuciana Internazionale, che ha sede a Pechino.
Questo articolo originalmente è apparso sulla rivista australiana New Dawn (Vol. 9, n. 1).

Il Pentagono conclude che l’America non è sicura se non conquista il mondo. Il piano di guerra USA contro la Russia

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Il Pentagono ha rilasciato la sua “Strategia militare nazionale degli Stati Uniti d’America 2015” in giugno.

Il documento annuncia un cambio di obiettivo, dai terroristi ad “attori statuali” che stanno “sfidando le norme internazionali”. E’ importante capire cosa queste parole significhino. I governi che sfidano le norme internazionali sono nazioni sovrane che perseguono politiche indipendentemente dalle linee di Washington. Questi “Stati revisionisti” sono minacce non perché pianifichino di attaccare gli Stati Uniti, che il Pentagono ammette non sia un obiettivo né della Russia né della Cina, ma perché essi sono indipendenti.
Siate sicuri di cogliere il punto: la minaccia è l’esistenza di Stati sovrani la cui indipendenza di azione li rende “Stati revisionisti”. In altre parole, la loro indipendenza è in disaccordo con la dottrina neoconservatrice di “Unica Potenza”, che dichiara che le azioni indipendenti siano un diritto solo di Washington. L’egemonia data a Washington dalla storia preclude ad ogni altra nazione la possibilità di essere indipendente nelle sue azioni. Per definizione, una nazione con una politica estera indipendente da Washington è una minaccia.
Il rapporto del Pentagono definisce come “Stati revisionisti” la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord. L’obiettivo primario è posto sulla Russia. Washington spera di cooptare la Cina, nonostante le “tensioni nell’area Asia-Pacifico” causate dalla difesa cinese della sua sfera di influenza, una difesa “incoerente con il diritto internazionale” (questo detto dagli USA, grandi violatori del diritto internazionale), girando quello che rimane del mercato dei consumatori americani alla Cina. Non è ancora certo che l’Iran sia scampato allo stesso destino che Washington ha imposto all’Irak, all’Afghanistan, alla Libia, alla Siria, alla Somalia, allo Yemen, al Pakistan, all’Ucraina e, attraverso la sua complicità, alla Palestina.
Il rapporto è sufficientemente audace nella sua ipocrisia, come del resto ogni documento di Washington, da dichiarare che la Casa Bianca e i suoi vassalli “sostengono le istituzioni e i processi dedicati alla prevenzione dei conflitti, al rispetto della sovranità e al rafforzamento dei diritti umani.” Questo detto dall’apparato militare di un governo che ha invaso, bombardato e rovesciato 11 governi, uccidendo e costringendo all’esodo milioni di persone dal regime di Clinton a quello attuale che sta lavorando per rovesciare governi in Armenia, Kirghizistan, Ecuador, Venezuela, Bolivia, Brasile, e Argentina.
Nel documento del Pentagono, la Russia è sotto attacco per non aver agito “in accordo con le norme internazionali” che significa che la Russia non segue l’egemonia di Washington e non si comporta come un vassallo, che è il comportamento da riservare all’Unica Potenza.
In altre parole, questo è un rapporto scritto dai Neoconservatori al fine di fomentare la guerra con la Russia.
Nient’altro può essere detto in merito a questo rapporto del Pentagono, che giustifica la guerra a oltranza finché nessuno esista. Senza guerra e conquiste gli Stati Uniti non sono sicuri. Questo percorso verso una fine del mondo nucleare viene ripetuto in maniera martellante ogni giorno nelle teste degli Americani e dei vassalli europei dalle agenzie di stampa occidentali. “La guerra ci rende sicuri!”.
Il modo di Washington di guardare alla Russia è lo stesso che Catone il Censore riservava a Cartagine. Catone finiva ogni suo discorso al Senato Romano con la frase “Carthago delenda est”.
Questo rapporto del Pentagono ci dice che la guerra con la Russia è il nostro futuro a meno che la Russia non accetti di diventare uno Stato vassallo come ogni altro Paese in Europa, il Canada, l’Australia, l’Ucraina e il Giappone. Altrimenti, i Neoconservatori hanno deciso che è impossibile per gli Americani tollerare di vivere in un mondo in cui gli altri Paesi prendano decisioni indipendentemente da Washington. Se l’America non può essere l’Unica Potenza che decide per il mondo, meglio che si muoia tutti. Almeno è quanto mostreranno i Russi.
Paul Craig Roberts

Fonte – traduzione di M. Janigro

Oltre il TTIP: Trade in Services Agreement (TiSA)

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Il TiSA spifferato: vincitori e sconfitti dell’accordo multinazionale sul commercio

WikiLeaks ha pubblicato un “testo centrale” segreto in riferimento al controverso accordo commerciale attualmente negoziato a porte chiuse tra gli Stati Uniti, l’Unione Europea e altri 23 Paesi. Le grandi società multinazionali sembrano essere le maggiori beneficiarie dell’accordo.
I documenti resi pubblici circa i negoziati del TiSA (Trade in Services Agreement) rivelano che il trattato mira a indebolire “i governi coinvolti” sostenendo le compagnie multinazionali invece delle aziende locali, secondo un comunicato stampa di WikiLeaks.
Le rivelazioni giungono appena una settimana prima che i negoziati sul TiSA riprendano, il 6 Luglio [u. s. – ndr]. Essi vanno avanti in segreto sin dall’inizio del 2013.
Le economie dei Paesi membri valgono per i due/terzi del PIL mondiale. A rendere la questione ancora più delicata, è il fatto che tutti i Paesi del BRICS – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – siano stati esclusi dai negoziati del TiSA.
Anche dopo che l’accordo sia stato raggiunto, WikiLeaks afferma che i documenti relativi al TiSA sono destinati a rimanere segreti per cinque anni.
L’accordo è parte della strategica “trinità del trattato con la T”: la Trans-Pacific Partnership (TPP), il TiSA, e la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP). Esso completa gli altri due accordi commerciali globali relativi ai beni e agli investimenti, attualmente negoziati in segreto. Il TiSA è destinato ad esssere la più importante componente del terzetto. Continua a leggere