USA: la storia mai raccontata

5526152“Peter Kuznick ed io abbiamo recentemente finito di lavorare ad una serie tv documentario “La storia non raccontata degli USA”. Lo faranno vedere in Russia sul canale “Pervii”. Il libro è stato scritto dopo il film, e non il contrario come di solito succede. I critici mi hanno accusato diverse volte della distorsione dalla verità, per questo abbiamo deciso di riportare il film sulla carta. Durante la creazione del libro, esattamente come anche della serie tv, abbiamo lavorato con tre gruppi indipendenti, i quali controllavano la veridicità dei fatti scritti. Abbiamo cercato di farlo al meglio possibile.
Abbiamo organizzato la vendita dei libri in tanti Paesi. Sono contento che dopo tutti gli sforzi, siamo riusciti a presentare il libro e il film anche in Russia. I Russi hanno un punto di vista diverso in riguardo agli sviluppi della Prima e Seconda guerra mondiale. Gli Americani non capiscono molto nella storia di queste guerre, ed è quello che raccontiamo in questo libro. In Russia le persone possono dire “Si, noi lo sappiamo”. Negli USA – no. Il film ed il libro che abbiamo scritto è per i giovani, quelli come mia figlia e i miei figli, per fargli conoscere la storia.”
Oliver Stone

Fonte

The Monuments Men e le balle della redenzione

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Il commento di Philippe Daverio a margine della presentazione al festival cinematografico di Berlino dell’ultima produzione del divo di Stato George Clooney.

“Andremo a vedere il film “The Monuments Men” appena approderà nelle nostre sale cinematografiche. Ma nel frattempo faremo un piccolo ripasso di storia. Non sono gli stessi americani che hanno forse inutilmente bombardato l’abbazia di Monte Cassino distruggendo uno dei luoghi dove era nata la rivoluzione monastica che cambiò la faccia dell’Occidente? Non sono forse loro che nell’agosto del 1943, quando ormai si era ad un passo dell’8 settembre, cioè dell’armistizio con Badoglio e della fuga di Mussolini, fecero a Milano con gli inglesi il primo bombardamento culturale della storia umana, distruggendo il Museo di Brera, il museo Poldi Pezzoli, la Scala, il Conservatorio, il Teatro Carcano, il Museo di Storia Naturale, il Museo delle Scienza e della Tecnica, il Cenacolo di Leonardo, la Biblioteca Ambrosiana e quella di Sant’Eustorgio e tanti altri luoghi della cultura italiana perché pensavano che gli italiani fossero colti e come tali suscettibili di deprimersi per motivi estetici.
In Germania la cattedrale di Magdeburgo, centro della cristianità d’Occidente fu inutilmente rasa al suolo in gennaio 1945 quando la questione bellica era già alla frutta. La guerra ha le sue logiche; non raccontateci storie edificanti a posteriori. Allora la questione era caldissima ma era come se avessero deciso di distruggere non il nemico bensì quella matrice culturale d’Europa dalla quale erano nati: in hoc signo vinces sul serio. Noi eravamo colpevoli, i tedeschi anche di più, ma alle balle della redenzione si fa fatica a credere. Agli appetiti invece sì.”

[Ipocrisia anglo-americana]

I Divi di Stato

Il controllo politico su Hollywood.
Di John Kleeves, l’introduzione.

“Staccate da un muro un manifesto pubblicitario, portatelo da un critico d’arte e chiedetegli che cos’è quell’oggetto. Cosa pensereste se costui lo prendesse per una stampa come un’altra e si perdesse in lunghe e dotte descrizioni sul formato del foglio, la grammatura della carta, la scelta dei colori, le scene rappresentate, lo stile, la “scuola” e così via, e mancasse di notare: È una stampa pubblicitaria? Pensereste che forse è un grande intenditore d’arte ma che sicuramente non sa dove vive.
Ebbene esattamente questo è l’atteggiamento dei nostri critici cinematografici di fronte ai prodotti della filmografia statunitense, per antonomasia Hollywood. Pensano che sia una filmografia come un’altra, come una qualunque filmografia Occidentale, o almeno come una qualunque filmografia espressa da un paese a governo parlamentare e ad economia di mercato. Pensano che i film di Hollywood siano il frutto di artisti o artigiani – i registi – liberi di esprimere la loro visione delle cose e il loro talento, solo condizionati dall’esigenza dei loro finanziatori – le Case di produzione – che il lavoro fatto sia commercialmente valido, che “si venda”. Pensano cioè che l’unico vincolo cui deve sottostare Hollywood è la redditività commerciale. Invece mentre ciò è vero per la generalità dei paesi Occidentali non così è per gli Stati Uniti. Qui la produzione filmica oltre che alla redditività commerciale deve sottostare anche ad un’altra esigenza: fare propaganda per il Paese, nei termini e con le modalità stabilite dal governo. In parole povere Hollywood è controllata dal governo centrale di Washington ed esprime ciò che né più né meno si chiama una filmografia di Stato. La situazione è del tutto analoga a quella che si verifica nei paesi totalitari classici, con la sola benché notevole differenza che mentre in questi ultimi la filmografia è completamente finanziata dal governo, che si accolla utili e perdite relative, negli Stati Uniti la medesima si deve autofinanziare: i suoi prodotti devono sia avere la desiderata valenza propagandistica che essere commercialmente validi.
Così i nostri critici parlano e riparlano dei film americani, e li esaminano da ogni punto di vista, da ogni angolatura possibile, e fanno certamente un grande sfoggio di erudizione e di competenza artistica, ma mancano di notare la cosa più importante: questi film sono il prodotto di una filmografia di Stato. Ciò non toglie che i medesimi non possano essere valutati anche dal punto di vista artistico. Il film La corazzata Potemkin di Sergej Ejzenstejn era certamente il prodotto di una filmografia di Stato, e niente di meno che di quella dell’URSS di Stalin, ma ciò non impedì che risultasse un capolavoro filmico. È esattamente come nel caso dei manifesti pubblicitari: queste opere possono anche risultare artisticamente valide, ma rimangono dei manifesti pubblicitari, prodotti per certi scopi e con certi criteri ben definiti e in genere estranei al loro autore materiale. Ciò il pubblico ha il diritto di saperlo.
Mi rendo conto che quanto appena detto giunge nuovo al lettore, e gli pare forse stupefacente: nei più o meno tanti anni della sua vita probabilmente mai aveva sentito tale cosa sulla cara, vecchia, familiare Hollywood. Ma ciò sarà dimostrato con abbondanza nel prosieguo di questo libro. Ho iniziato puntando il dito sui critici cinematografici perché sarebbe stato proprio il loro mestiere individuare tale status di Hollywood: relazionando su un manifesto pubblicitario possono entusiasmarsi o disgustarsi quanto vogliono sui suoi contenuti ma la prima cosa che devono dire è che si tratta di un manifesto pubblicitario.
Il problema però è più generale, come oramai si comincia a intuire. I nostri critici cinematografici hanno potuto compiere questo clamoroso errore di valutazione perché tutta la nostra società – la società Occidentale – aveva compiuto a monte un errore di prospettiva ancora più grande. Mi riferisco naturalmente agli Stati Uniti, la matrice di Hollywood. La nostra società li ritiene un normale paese “Occidentale” e così diventa logico assegnare lo stesso status alla sua filmografia. Invece gli Stati Uniti non sono davvero un “normale paese Occidentale”.
Come è stato possibile un errore così grande e così generalizzato? Non è un mistero extraterrestre, non è una questione metafisica. Prima del 1945 l’Occidente europeo aveva una nozione se non esatta almeno abbastanza approssimata della realtà statunitense. Si parlava infatti al riguardo di una “plutocrazia”, termine abbastanza aderente ma appunto dimenticato. Dopo quella data, e cioè dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti per dei precisi motivi che vedremo iniziarono e continuarono a diffondere nel mondo una propaganda politica e culturale di intensità e dimensioni cosi’ colossali da risultare difficili da credere, ma in verità perfettamente adeguati alle loro dimensioni (all’epoca rappresentavano più della metà del Prodotto Interno Lordo mondiale; ora ne rappresentano un quarto). Tale propaganda, in cui la para-statalizzata Hollywood veniva a giocare un ruolo sempre maggiore, aveva molti scopi ma il principale alla fin fine era proprio quello di camuffare la realtà statunitense, di farla passare per qualcosa che non era. Così col tempo le impressioni del periodo precedente si offuscavano sempre più e venivano sostituite dalle nuove, proposte dalla propaganda statunitense, mentre mano a mano nascevano nuove generazioni. Di qui l’errore.
Una situazione un po’ complicata dunque: non riusciamo a riconoscere la reale natura di Hollywood perché non riconosciamo la reale natura del suo paese produttore, e ciò per azione in gran parte della medesima Hollywood. Ma è il problema che si incontra ogni volta che si affronta un aspetto della realtà americana: non lo si può trattare indipendentemente da tutto il resto perché tale realtà è un sistema chiuso, autosufficiente e altamente interdipendente, e in più diverso da ogni altro. In effetti, e come già detto, gli Stati Uniti non sono un “normale paese Occidentale, “essi sono in verità una civilizzazione a sé stante, e che con l’Occidente ha ben poco a che vedere benché da questo sia derivata. Perciò, il punto di partenza per spiegare Hollywood sarebbe un’esposizione finalmente corretta della realtà americana in toto, nelle sue componenti di storia e attualità e bonificata dei luoghi comuni, delle falsificazioni e degli equivoci portati da mezzo secolo di inquinamento propagandistico statunitense. Ciò è stato da me fatto nel libro Un Paese pericoloso. Storia non romanzata degli Stati Uniti d’America (Edizioni Barbarossa, Milano, 1999), che non è naturalmente possibile riprodurre qui. Eseguirò allora nella Premessa una stringatissima sintesi del medesimo, rimandando sin d’ora i più allibiti od increduli al medesimo per ogni possibile ed esauriente conferma. Quindi passerò allo scopo proprio del presente lavoro, e cioè a dimostrare come Hollywood esprima una filmografia di Stato. Hollywood non è nata in questa maniera; vi è stata progressivamente ridotta e ciò che sarà fatto sarà sostanzialmente di esporre la storia di tale asservimento, ed i suoi effetti. In questa storia spicca un periodo nodale: quello che va dal 1947, l’anno in cui iniziarono le inchieste su Hollywood dell’HUAC (House Committee on Un-American Activities), al 1953, l’anno in cui venne creata l’USIA (United States Information Agency). Tale periodo opera uno spartiacque nella storia dell’asservimento di Hollywood, e così l’esposizione sarà divisa in tre capitoli; nel primo sarà esaminata la filmografia americana dalle origini al 1947, nel secondo saranno esposte le motivazioni politiche e le metodologie giudiziarie che travolsero Hollywood dal 1947 al 1953, e nel terzo sarà considerata la filmografia americana che ne risultò, che è quella ancora stabile al giorno d’oggi.”

Il testo integrale è liberamente scaricabile qui.

[Aggiornato il 5 dicembre 2017]

Divi di (quello) Stato 3°

Un gruppo di mercenari guidato dal veterano Barney Ross (Sylvester Stallone) riceve il compito di infiltrare un paesino del Sudamerica e rovesciarne il dispotico dittatore, il generale Gaza (David Zayas) ma i soldati di ventura scopraranno ben presto che il loro cliente ha omesso alcuni particolari di vitale importanza e, per salvare una vita innocente e raddrizzare una serie di torti, il gruppo si troverà a fronteggiare nemici interni, oltre che esterni.
Della squdra, oltre a Ross, fanno parte anche Lee Christmas (Jason Statham), un ex membro delle forze speciali britanniche, esperto in armi da taglio, il maestro di arti marziali Yin Yang (Jet Li), l’esperto di armi Hale Ceasar (Terry Crews), amico di Ross da lunga data, il demolitore Toll Road (Randy Couture), che funge da intellettuale del gruppo e il tormentato Gunnar Jensen (Dolph Lundgren), cecchino provetto.
Dopo aver ricevuto la prima tranche del pagamento dal loro cliente, l’enigmatico Mr. Church (Bruce Willis), Ross e i suoi si recano sul posto e prendono contatti con la resistenza locale, nella persona della ribelle Sandra (Giselle Itié). La scoperta del loro vero avversario, tuttavia, sarà un autentico shock: l’operativo CIA James Monroe (Eric Roberts) e il suo pefido tirapiedi Paine (il wrestler Steve Austin).

I mercenari, ovvero come tentare di riabilitare una categoria che ultimamente non gode proprio di buona stampa.
Dall’1 settembre al cinema…

L’Avatar della dabbenaggine

“Esistono film dalla visione dei quali si esce più intelligenti. Avatar di James Cameron non è tra questi. Potrei anzi sostenere che Avatar dona allo spettatore di qualunque livello intellettivo una sostanziosa dose omaggio di rimbecillimento supplementare. Una persona di media stupidità lascia il locale barcollando sotto il peso dell’idiozia aggiuntiva accumulata nel corso dello spettacolo e non riesce più a pensare a nulla di intellettualmente rilevante. Cito il mio caso: mentre mi dirigevo verso casa dopo la fine dello spettacolo, ho cercato disperatamente di elucubrare un pensiero critico sulla pellicola, ma mi venivano in mente solo cretinate. Pensavo alle barzellette su Toro Seduto che mi raccontavano da bambino, frasi nominali come “Augh, grande capo bianco” interferivano con le facoltà razionali, canticchiavo canzonette come “blululù-le-mille-bolle-blu” e se mi costringevo a smettere il cervello continuava a salmodiarle da solo e non c’era verso di fermarlo. E’ stato orribile. Giunto a casa esanime, mi sono aggrappato a “La conquista dell’America” di Zvetan Todorov e solo così ho avuto salva la vita. Sconsiglio vivamente la visione del film alle persone già completamente idiote. L’overdose sarebbe loro fatale.
Ero andato a vedere Avatar su suggerimento di un collega, il quale mi aveva consigliato di farlo senza aspettarmi nulla di particolare. In questo modo, egli sosteneva, sarei uscito dal cinema piacevolmente sorpreso. Ho seguito alla lettera la parte metodologica della sua raccomandazione, che si è rivelata molto efficace. E’ la parte profetica che necessita di una drastica messa a punto. So che esprimendo queste opinioni impietose mi attirerò accuse di snobismo intellettualoide, nonché l’ira di coloro che mi faranno notare – giustamente – le meraviglie dell’animazione computerizzata, la perfezione delle ricostruzioni paesaggistiche, la sottigliezza delle citazioni fumettistiche e cinematografiche (e meno male che sarei io l’intellettualoide). Tutto vero. Infatti non dico che il film sia brutto. Non dico nemmeno che chi lo ha realizzato sia un completo idiota, tutt’altro. Dico solo che è stato studiato e accuratamente cesellato per rendere idiota chi lo guarda e che ci riesce benissimo.
Sostengo ormai da tempo che l’intero apparato di ciò che chiamiamo informazione, spettacolo, perfino letteratura o arte o scienza nella più recente declinazione estetica di queste categorie, non sia altro che uno strumento di propaganda pervasiva il cui scopo ultimo è quello di ridurre ai minimi termini i nostri modelli interpretativi della realtà, costringendoci a racchiudere il mondo, tutto intero, in uno schema rarefatto e impoverito. Il fine è insomma quello che Orwell aveva ben intuito nella sua descrizione operativa del Newspeak: toglierci il maggior numero possibile degli elementi segnici con cui rappresentiamo il mondo a noi stessi, in modo tale che il mondo, ricco e complesso com’è sempre stato per diritto di nascita, ci escluda con sdegno dalla sua reggia, come da un cocktail party del Bilderberg si escluderebbe un accattone analfabeta con le toppe al culo, lasciandolo fuori al freddo a biascicare da solo le sue incomprensibili e irrilevanti maledizioni. Tutto questo, in gergo filosofico, si potrebbe chiamare “rarefazione delle categorie del pensiero”. Io lo chiamo, più cordialmente, rimbecillimento collettivo mediaticamente indotto. Avatar di James Cameron è uno degli induttori di dabbenaggine percettiva più poderosi che mi sia mai capitato di sperimentare sulla mia pelle. Ed è progettato, con straordinaria intelligenza, per produrre proprio questo effetto.”

La recensione di Gianluca Freda continua qui.

Tanks a lot, Uncle Sam

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Affari cinematografici, i militari coordinano i piani di battaglia per un reciproco beneficio*
di Peter Debruge
(articolo tratto da Variety, il settimanale internazionale dell’intrattenimento, 22-28 giugno 2009, pp. 1 e 30; grassetti nostri)

Shia LaBeouf, Megan Fox e Megatron potrebbero essere il centro della pubblicità di “Transformers: la vendetta del caduto”, ma c’è la struttura a sostegno del fragoroso seguito di Michael Bay che è il vero colpaccio.
Il sequel della Dream Works-Paramount, uscito nelle sale il 24 giugno, mette in scena quattro delle cinque specialità delle Forze Armate – una coalizione che è stata pensata come una primizia per Hollywood (solamente la Guardia Costiera è rimasta esclusa).
Hollywood ed i militari solitamente non marciano molto ravvicinati, ed è ogni tanto sorprendente vedere quali film abbiano beneficiato della collaborazione militare – il patriottico “Independence Day” uscì senza aiuti mentre “Stripes – Un plotone di svitati”, ironico nei confronti dell’esercito, acconsentì a pesanti censure in cambio di una piena cooperazione – ma di questi tempi lo spettacolo ed i militari stanno trovando modi in cui disporre le proprie forze con reciproco beneficio.
La relazione fra i due è spesso un riflesso dei tempi. Anni dopo la fine del Vietnam e appena terminato lo svolgimento della maggior battaglia in Iraq, i film di Hollywood mettono il combattimento ed i suoi effetti in una brutta luce, con il risultato di ottenere meno aiuto e cooperazione dalle forze armate. Pellicole come “Il cacciatore” e “Apocalypse now” dipinsero un truculento aspetto del Vietnam, e in anni recenti, film quali “Nella Valle di Elah” e “Home of the Brave” presentarono i militari come brutali e con un forte impatto emotivo.
Adesso, mentre un nuovo presidente s’impegna per far uscire le forze dall’Iraq ed il ritornello “Sostieni le nostre truppe” fa parte dello spirito dei tempi, “Transformers: la vendetta del caduto” ha fatto copiosamente ricorso a macchinari, personale e logistica dell’esercito americano.
“Questo è probabilmente il maggior film in sinergia con l’esercito mai realizzato”, si vanta il Tenente Colonnello dell’Esercito Greg Bishop, che fu in servizio in Iraq prima di venire designato ai rapporti con Hollywood l’anno scorso. Continua a leggere

Subliminale propaganda cinematografica

The_Men_Who_Stare_at_Goats

Ora, con ricca dotazione di Divi di Stato, vorrebbero insinuare che l’esercito del Paese con i programmi di armamento più costosi al mondo sconfigge il nemico senza spargimento di sangue…
Ma mi faccia il piacere!

[Propaganda giocattolo]
[Dietro le quinte di Hollywood]