I miliziani di Misurata che l’Italia va a curare sono criminali di guerra

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Libia. L’operazione italiana Ippocrate aprirà un ospedale militare per curare i feriti delle Brigate di Misurata, responsabili di abusi e violenze fin dal 2011

Chissà cosa pensano dell’«operazione Ippocrate» i libici di Tawergha. Cinque anni fa, i 40mila cittadini di pelle nera che popolavano questa città furono oggetto di pulizia etnica: parecchi uccisi e imprigionati, tutti gli altri deportati in massa proprio dalle milizie dichiaratamente razziste di Misurata che l’Italia va a soccorrere. In effetti dei molti gruppi armati libici ai quali l’operazione NATO «Unified Protector» nel 2011 fece da forza aerea, le Misrata Brigates – decine di migliaia di combattenti, già parte essenziale della compagine islamista Fajhr sostenuta dal Qatar – sono forse il peggio. Altro che gli «eroi in ciabatte», prima protagonisti della «rivoluzione» libica nel 2011, poi della «lotta contro DAESH a Sirte» nel 2016.
Dall’agosto 2011 Tawergha, in fondo un simbolo della «nuova Libia», è una città fantasma e semidistrutta. Gli abitanti fuggirono in massa mentre i «ribelli» vittoriosi uccidevano molti di loro, ne imprigionavano altri – accusandoli di stupri senza prove e chiamandoli mercenari – e davano fuoco alle case, con il pubblico consenso dell’appena insediato primo ministro libico Mahmoud Jibril, capo del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT). I fuggiaschi si rifugiarono nel sud della Libia e in campi profughi sparsi in diverse città oppure si spostarono in Tunisia ed Egitto. Da allora hanno condotto una vita grama.
Il 31 agosto scorso il rappresentante dell’ONU per la Libia Martin Kobler ha propiziato a Tunisi un accordo di riconciliazione fra Misurata e Tawergha che prevede fra l’altro il ritorno in condizioni di sicurezza degli sfollati, il ripristino a cura del governo libico di un minimo di servizi sociali – compresa la rimozione delle mine-, risarcimenti per gli uccisi e le proprietà danneggiate.
Non sarà facile rendere operativo ed equo un patto che risulta leonino fin dall’esordio: richiama infatti la dichiarazione del 23 febbraio 2012 con la quale «i leader delle tribù di Tawergha porgevano le scuse a Misurata per qualunque azione compiuta da qualunque residente di Tawergha». Nessuna scusa, invece, da parte degli autori della pulizia etnica.
Nel mirino dei misuratini, autori anche della cacciata di molte famiglie dall’area di Tamina, sono finiti poi un numero importante di cittadini non libici, africani subsahariani linciati o imprigionati senza processo né prove. La caccia al nero non è storia solo del 2011. L’inviato del New Statesman pochi mesi fa si è sentito rispondere dal guardiano dell’obitorio di Misurata che i corpi nella stanza erano di africani uccisi, magari per un telefonino.
Gli armati di Misurata hanno compiuto stragi di civili e attacchi indiscriminati anche durante l’assedio, nel 2012, alla città di Bani Walid accusata di ospitare sostenitori del passato regime. E al tempo dell’assedio di Sirte, con Misurata sempre in prima linea, fu impedito l’accesso alla Croce Rossa nella città. Nell’agosto 2014 fioccarono invano altre accuse di crimini: le milizie Fajr guidate da Misurata, nel prendere il controllo di Tripoli e delle aree circostanti avevano costretto alla fuga migliaia di civili distruggendone le proprietà.
Impunità assoluta per i «ribelli» di Misurata anche rispetto ai crimini compiuti nelle loro carceri autogestite, con maltrattamenti e torture all’ordine del giorno e nessuna garanzia di equo processo a carico di detenuti qualificabili come politici. E mentre l’UE chiudeva gli occhi per anni al traffico di armi verso le coalizioni jihadiste di Fajhr Libia, la città di Misurata rimane un hot spot, con ovvie complicità, in un altro traffico: quello di esseri umani.
Marinella Correggia

Fonte

Intervista a una donna libica

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A cura di Leonor Massanet Arbona.

Marian Al Fatah (56 anni) è nata e cresciuta nella capitale libica. Appartiene alla tribù Warfalla e Gadafa. Quando avvenne l’invasione della Libia, lavorava in Europa, dove attualmente vive. Alcuni membri della sua famiglia sono morti difendendo le loro città e le loro case dai gruppi armati.

Leonor: Potrebbe farci un veloce riassunto della situazione attuale nel suo Paese, la Libia?
Al Fatah: In questi momenti a Tripoli, la situazione va dal caos alla disintegrazione del Paese. Se non si arriva rapidamente a un accordo, la Libia scomparirà. Parlo di Tripoli, che è ciò che conosco.

Leonor: In che modo pensa abbia influito e stia influendo il cambiamento della Russia per neutralizzare il cosiddetto ISIS, in Libia?
Al Fatah: Fino ad ora a quanto pare non ha avuto influenza. La maggior parte dell’ISIS sta fuggendo dalla Siria e molti si rifugiano in Libia. La Russia sta facendo qualcosa di molto buono.

Leonor: Come è stato il tentativo delle Nazioni Unite attraverso B. León di imporre un governo dei cosiddetti Fratelli Musulmani in Libia?
Al Fatah: Io lo chiamo “Re Leone”, sostiene i Fratelli Musulmani. Pretende, non capisce, e mai capirà che noi Libici siamo molto testardi e possiamo aspettare il tempo necessario per raggiungere ciò che pensiamo sia giusto.
Se vuole convincere noi libici a fare quello che vuole lui può aspettare seduto.
B. León, Ban Ki Noon, UE, ecc… ci dicono che, se non formiamo il governo che vogliono loro, ci sanzioneranno. La mia risposta è: ma se abbiamo sanzioni dal 2011, embargo da tanti anni, quali altre sanzioni possono imporci? Noi Libici siamo testardi.
Adesso le Nazioni Unite cambieranno il Re Leone con un tedesco [Martin Kobler – ndr].

Leonor: Come sono, in questo momento, le relazioni con i vostri vicini, Tunisia ed Egitto?
Al Fatah: Normali, entrambi cercano di proteggersi dai terroristi che sono in Libia ed entrambi cercano di aiutarci. Hanno catturato molti terroristi e ci aiutano alle frontiere.

Leonor: Qual è il ruolo attuale delle tribù libiche nella ripresa del Paese?.
Al Fatah: Da quanto so sulla tribù Warfalla alla quale appartengo, è quella che più si sta impegnando per il Paese, ma in realtà non ne so abbastanza. Conosco soprattutto quello che fa la mia tribù. Ѐ la tribù più grande della Libia.

Leonor: In che modo pensa che stia aiutando il Movimento Nazionale Popolare Libico?
Al Fatah: Ognuno mette il suo mattone nella costruzione. Tutte [le tribù] lavorano per la pace della Libia. Ѐ molto difficile per i Libici “perdonare” e per questo molte famiglie stanno passando momenti molto difficili. Sappiamo che perdonare e andare avanti è l’unico modo. Lo so ancor di più perché mia madre ha vissuto una guerra civile e quindi capisco quanto sia difficile il perdono, nella sua famiglia c’è ancora odio dopo 30 anni.

Leonor: Che pensa di Fatima Alhamroush?
Al Fatah: Non la conosco…

Leonor: Ha partecipato al governo di transizione creato dal Consiglio Nazionale di Transizione nel 2011.
Al Fatah: …(annuisce con la testa e sorride) Fatima fu portata in Libia da un parente e dall’M16. Col denaro che ha speso nel suo ministero nei primi due anni avrebbero potuto costruire il miglior ospedale del mondo ed i Libici non sarebbero dovuti andare fuori per curarsi.
Ѐ una straniera che non amava la Libia. Ha la doppia cittadinanza ed è illegale che una persona con doppia cittadinanza abbia un incarico nel governo libico.
Se fosse stata libica la sua priorità come ministro della salute avrebbe dovuto essere quella di costruire e riparare gli ospedali affinché la sua gente non morisse.
Il Metropolitan Hospital di Atene nel 2011 era in bancarotta ed ora è uno dei migliori della Grecia perché la gente di Misurata (Alba Libica) era trasferita con aerei privati in questo ospedale.
Tutto ciò che dice questa donna è pura menzogna.
Dal 2011 la maggior parte dei Libici sono stati obbligati ad andare fuori dal Paese per avere cure mediche. Lei non ha fatto niente per risolvere questa situazione.
Questa donna ha totalmente rovinato il Ministero libico della Sanità. La Libia aveva il migliore ospedale di medicina estetica e ricostruttiva nel 2010 e aveva ottimi chirurghi. Fu lei o la gente che aveva intorno a rovinare la sanità libica e i soldi li hanno portati all’estero.
Era gente che non amava il suo Paese.
Prima della guerra le strade di Tripoli non erano buone e io mi lamentavo sempre, dicevo che il sindaco di Tripoli era corrotto, noi libici ci lamentavamo delle cose che non funzionavano, ma non davamo a Gheddafi la colpa di tutto ciò che accadeva. Dal 2011 tutti sono corrotti.
I figli del generale Hafter hanno rapinato le banche di Tripoli nel 2013.
BilHuj fu catturato all’aeroporto di Tripoli con una valigetta con un miliardo, inviato da Jalil in Siria per formare l’“opposizione”.
Se Fatima fosse stata onesta, avrebbe potuto ad esempio dimettersi, visto quanto stava accadendo.
Questa donna è stata portata in Libia dall’M16 e hanno cercato gente in tutto il mondo che stesse dalla loro parte. Come può aiutare un Paese che non conosce, dal momento che sono 20 anni che vive all’estero? Non ha nessuna idea di come la gente pensa.
Il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) era formato da CIA, M16, Mossad… , e questa gente l’hanno portata da fuori.
Durante il governo di Gheddafi, in 43 anni, ci sono stati 200.000 esuli libici, ma ora sono più di 3.000.000.
Dal 1969 al 1978 Gheddafi non cambiò niente in Libia
Nel 1979 la mia famiglia aveva una catena di librerie, gioiellerie, giocattoli, vestiti e… , abbiamo guadagnato un sacco di soldi; poi, il governo libico decise di nazionalizzare tutto. Così molti libici lasciarono il Paese, soprattutto le famiglie ricche.
Nel 1980 potremmo dire che ci furono agitazioni in Libia. Quando tutto fu risolto, ci si rese conto che socializzare era stato un errore, così si tornò a privatizzare tutto e a risarcire tutti. La mia famiglia ha ricevuto il giusto indennizzo per quello che aveva perduto.
Durante l’embargo non c’erano problemi nel Paese, e i conflitti che si verificavano erano delegati alle tribù.
Dopo l’embargo la Libia ha avuto una crescita esplosiva. Ogni giorno c’erano cose nuove, le leggi cambiavano sempre per il meglio.
Una persona vissuta all’estero così a lungo, anche se parla arabo, non capisce la cultura, lo stile di vita, pretende di imporre in poco tempo i costumi stranieri e guarda i Libici come “arretrati”.
Gheddafi ha detto che non gli piaceva che le donne libiche si coprissero troppo e così molte donne si scoprirono, però altre si fanatizzarono.
Prima, solo le anziane si coprivano il volto, però dopo le parole di Gheddafi alcune donne hanno cominciato a coprirsi.
Noi Libici non ci rendevamo conto che poco a poco gli imam andavano cambiando ed erano Fratelli Musulmani. Immaginate quello che questa gente andava facendo piano piano e senza che nessuno se ne accorgesse.
Le preghiere in Libia non erano così rigide, cinque volte al giorno, ma dopo i cambiamenti dei Fratelli Musulmani stavano diventando più rigide.
Fatima è stata così a lungo fuori dalla Libia che non può essere un riferimento in Libia, con i Libici.
Io sono nata in Libia, ci sono vissuta fino all’età di quattro anni, sono vissuta all’estero per anni e tornavo in Libia per le vacanze. Poi sono ritornata a vivere in Libia alcuni anni fino a che sono dovuta partire nel 1980 per lavorare fino al 1997. Sono stata fuori per anni per cui a quell’epoca non potevo disporre di informazioni tanto vicine come i miei genitori o i miei zii. Ho iniziato ad essere vicina al mio Paese a partire dal 1997.
Fatima ha un passaporto irlandese: tutti quelli del CNT avevano doppia nazionalità sebbene in Libia la doppia nazionalità fosse proibita fino al 2003.
Nel 2003 la doppia nazionalità è stata permessa perché c’erano molti matrimoni misti e i bambini avevano il passaporto di tutti e due i Paesi.
La maggior parte dei “ratti” sono corrotti fino al midollo, e nemmeno uno di loro ha fatto il bene della Libia e dei libici. Per esempio Jalil ora ha una villa in Egitto e un appartamento in Turchia.
Jibril ha miliardi all’estero.
Bilhuj è oggi uno dei libici più ricchi del Paese.
Trovatemi uno solo di quei ratti che pensi a qualcosa di diverso da se stesso.
Bilhuj è vissuto tutta la sua vita fuori dal Paese, non è libico e c’è qualcosa che l’Occidente non capisce, ed è che gli arabi vogliono un’altra forma di governo. Noi abbiamo il capotribù che tutti rispettiamo e non lo abbiamo eletto. Non ci interessa la parola “democrazia” e durante gli ultimi 43 anni Gheddafi ha fatto il meglio per il suo Paese. Ha fatto degli errori, ma li ha corretti e la gente lo ama.
Fatima Alhamroush non sarebbe mai dovuta tornare in Libia, ma l’M16 voleva avere al suo fianco gente come lei.

Fonte – traduzione di M. Guidoni

MILioni di euro?

New+Libya

Sarà forse per dare credibilità alla “ferma richiesta di un pronto ristabilimento della legalità in Libia”, giunta da Palazzo Chigi dopo il sequestro-lampo del primo ministro Ali Zeidan, che il Capo di Stato Maggiore della Difesa (CaSMD), ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, nei giorni scorsi ha incontrato il suo omologo libico, il neonominato generale Abdulsalam Jadallah Alsalhin Alobaidi.
Durante l’incontro i due hanno in particolare trattato l’intesa tecnica per l’addestramento del personale militare libico, nel processo di ricostruzione delle proprie capacità operative, nel quadro di un “comune interesse per un Mediterraneo sicuro e stabile”.
Nel corso della visita, l’ammiraglio Binelli Mantelli ha pure voluto salutare i militari italiani impegnati in quella che, già chiamata Operazione Cyrene -lanciata nel 2011 allo scopo di supportare il Consiglio Nazionale di Transizione nella ricostruzione delle Forze armate e di sicurezza libiche- da oggi assume la denominazione di “Missione militare Italiana in Libia” (MIL).
Essa si inserisce nel quadro della cooperazione militare tra i due Paesi sancita col memorandum d’intesa firmato a Roma il 28 Maggio 2012, con lo scopo di organizzare, condurre e coordinare le attività addestrative, di assistenza e consulenza nel settore della Difesa.
A questo punto, resta solo da sapere quanti saranno i milioni di euro dei contribuenti italiani impiegati per il mantenimento del regime fantoccio libico e del caos che caratterizza il Paese da due anni, a partire dall’eliminazione di Muammar Gheddafi.
Ciò, probabilmente, sarà definito nella prossima “legge di stabilità”, deputata anche a ridare ossigeno alle varie “missioni di pace” il cui finanziamento è scaduto lo scorso 30 Settembre.
Federico Roberti

E gli auguro di vincere

Federico Dal Cortivo intervista Joe Fallisi, tenore e attivista per i diritti umani che ha denunciato il governo italiano per la guerra contro la Libia

D: Sig. Fallisi, lei giovedì 27 Ottobre ha depositato una denuncia presso la Procura della Repubblica di Roma contro lo Stato italiano per violazione dell’art. 11 della Costituzione per avere posto in essere “atti ostili verso uno Stato estero”. Come è arrivato a questa decisione oserei dire controcorrente visto il totale appoggio alla guerra NATO dei partiti presenti in Parlamento e del Capo dello Stato Napolitano?

R: Ho ritenuto fosse mio dovere civico oppormi a questo corso infame della storia italiana – la sua pagina recente più nera. Io non mi sento minimamente rappresentato né dal governo, né dall’opposizione. Né, tanto meno, dal cosiddetto “Presidente della Repubblica”, vecchio arnese stalino-atlantista-massonico dalla lacrima (radioattiva) facile. E’ vero: vi è stato un “totale appoggio” del Parlamento (salvo qualche rarissimo flatus vocis fuori dal coro) rispetto alla guerra predatoria contro la Libia voluta dagli usurocrati euroamericani, e l’unanime decisione di calpestare un articolo costituzionale importantissimo, nonché di tradire laidamente il Trattato d’amicizia che ci legava alla Grande Giamahiria araba libica popolare socialista. Anche in questa occasione la Casta di centrodestrasinistra ha dimostrato quel che è, dando un motivo in più alla rivoluzione che un giorno la spazzerà via. Continua a leggere

26 Novembre 2011

L’operazione di guerra della NATO contro la Libia, ideologicamente giustificata con la retorica dei diritti umani e della democrazia – che in Italia ha trovato nel Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il suo maggiore ed indefesso sostenitore in quanto rappresentante più autorevole del “partito americano” – ha raggiunto l’obiettivo che fin dal primo giorno si era fissato – e che ha sempre cercato di mascherare grazie alla copertura di tutti i mass media occidentali della NATO e dei suoi intellettuali di punta – ovvero l’uccisione del capo del governo della Giamahiria Muammar Gheddafi, e dei suoi stretti collaboratori, omicidio indispensabile per ottenere quel “regime change” che le centrali del potere atlantico si erano prefissati di ottenere fin dall’inizio della guerra.
“La Libia è stata infatti vittima di un’ennesima aggressione della NATO, politicamente per nulla diversa da quella contro la Serbia nel 1999 e da quella contro l’Iraq nel 2003, per scopi totalmente geopolitici (approvvigionamento petrolifero e insediamento di un governo non ostile a Washington) e geo-strategici (espansione della sfera d’influenza della NATO, attraverso il comando AFRICOM), volti al contenimento di potenze rivali nei fondamentali scenari del Vicino Oriente e del Mediterraneo”. (testo ripreso da qui)
Il 20 Ottobre, il ritornello propagandistico della “protezione dei civili” si è frantumato platealmente: Muammar Gheddafi è stato deliberatamente ucciso nella sua città natale di Sirte, dopo aver eroicamente resistito fino all’ultimo, fra la sua gente, alla guerra totale scatenata dalla NATO. La dinamica della morte del Colonnello, oltre a confermare l’integrità e lo spirito libero del capo della Giamahiria, esemplifica bene quelle che sono state le caratteristiche di questa guerra criminale, ovvero una guerra a guida USA/NATO in cui i ratti libici del CNT hanno fatto solo da bassa manovalanza: i droni americani hanno individuato e sparato al convoglio su cui viaggiava il colonnello, aerei francesi sono arrivati in supporto a bombardare, truppe a terra delle SAS britanniche hanno coordinato i ribelli e li hanno accompagnati a ridosso delle macerie; a quel punto i ratti qaedisti della NATO hanno provveduto a finire i giochi nel modo orripilante che tutti abbiamo avuto modo di vedere.
Dopo la morte di Gheddafi può cominciare ufficialmente la ripartizione della “torta libica” da parte delle grandi potenze della NATO, con USA, Francia e Inghilterra in testa; ma la resistenza lealista è tutt’altro che doma, guidata da Saif Al Islam Gheddafi e dalle tribù che gli hanno rinnovato fedeltà. E’ pertanto certo che, in un modo o nell’altro, con questa o con quella copertura giuridica, le forze militari dei Paesi NATO non lasceranno la presa sulla Libia, coinvolgendo in questo compito di “stabilizzazione” anche l’Italia, che non avrà margine per sottrarsi.
La NATO ha pertanto raggiunto il suo obiettivo in Libia. Ora a chi tocca? Le mire sembrano essere tutte dirette alla Siria. “Da Marzo 2011, si è scatenata infatti la macchina mediatica della NATO contro la Siria di Assad, replicando lo stesso schema utilizzato dalla propaganda di guerra contro Gheddafi per giustificare moralmente l’intervento militare di fronte all’opinione pubblica occidentale, invocando una nuova “azione umanitaria in difesa dei civili”: Assad sarebbe un feroce dittatore autore di abominevoli repressioni contro la popolazione civile che vuole democrazia e libertà; Assad sarebbe un uomo politicamente finito odiato dal suo popolo, etc. etc. Non importa che i disordini siano in realtà dovuti anche qui a terrorismo armato guidato da componenti esterne alla società siriana; no, le falsità dei media della NATO sono fondamentali per spianare la strada alle sanzioni economiche, alle menzognere risoluzioni dell’ONU e, in ultimo, all’aggressione militare funzionale alle mire strategiche dell’occidente euro-atlantico. Come per la Libia, l’Italia ha seguito e segue supinamente passo dopo passo l’escalation pianificata dalla NATO contro la Siria e tutto fa pensare che l’“Italian Repubblic” non si sottrarrà a partecipare ad una nuova aggressione militare contro un Paese sovrano, laico e socialista, se le verrà ordinato di farlo dai suoi padroni di Washington e Londra. E dopo la Libia e la Siria, sarà il turno dell’Algeria, o magari della Russia, come auspicato dal senatore americano, ex candidato alla presidenza, John McCain? Dove condurranno l’Italia le strategie guerrafondaie di quei Paesi, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che guidano e la fanno da padroni nella NATO?” (testo ripreso da qui)
Questo stato di sudditanza dell’Italia alla NATO e agli USA trova la sua più clamorosa ed evidente testimonianza nelle oltre 113 basi NATO-USA presenti sul territorio italiano, da dove vengono coordinate e dirette le operazioni militari nel Mediterraneo e in Africa, compresa quella di Libia.
“Come per la Libia, anche nel caso della Siria, nessun movimento, partito o gruppo è riuscito ad alzare una voce forte e decisa contro questo nuovo tentativo di aggressione, tanto più a sinistra e nel mondo tradizionalmente “pacifista”, dove si è sostenuta la linea imperialista e neo-colonialista imposta da Obama, da Cameron e da Sarkozy. Preso atto del fallimento storico e politico di queste componenti della società civile, e dell’impossibilità per le ragioni anti-imperialiste e della sovranità nazionale di avere una seria rappresentanza all’interno di istituzioni e grandi organi di stampa” (testo ripreso da qui), alcuni membri del comitato promotore della mobilitazione del 30 Agosto a Roma e di quella del 15 Ottobre a Milano, hanno deciso di dare continuità all’aggregazione di forze ed intenti di quelle manifestazioni, allargandone la piattaforma, per organizzare un nuovo presidio unitario a sostegno della resistenza lealista in Libia, della Repubblica Araba di Siria e per la sovranità dell’Italia.

E’ perciò convocato un:
PRESIDIO A NAPOLI,
VICINO ALLA BASE NATO DI BAGNOLI,
SABATO 26 NOVEMBRE 2011,
DALLE 14.30 ALLE 16.30, CON CONCENTRAMENTO ALLE 15.30,

PER CHIEDERE:
1. La fine immediata di qualsiasi tipo di sostegno e coinvolgimento militare italiano in Libia e da tutte le missioni per conto della NATO e degli Stati Uniti d’America;
2. Il ritiro di tutte le forze armate americane dalle basi militari in Italia, dall’Europa e dal Medio Oriente;
3. La fine di qualsiasi tipo di sostegno dell’Italia alle azioni terroristiche in Siria e ai tentativi di destabilizzazione del Paese da parte della NATO.
4. Le dimissioni dei politici italiani servi della NATO e degli USA, come Napolitano, Frattini, La Russa e Berlusconi, per violazione dell’articolo 11 della Costituzione.

PER MANIFESTARE:
1. Il nostro appoggio alla resistenza lealista e alla popolazione libica di fronte ai mercenari, ai tagliagole jihadistii, e all’occupazione della NATO.
2. Il nostro sostegno alla Siria del presidente Assad, vittima degli attacchi terroristici delle bande criminali jihadiste fomentate dall’Occidente e dalle squallide campagne mediatiche dei media della NATO.
3. Al mondo, ma soprattutto al popolo libico e siriano, che c’è un’Italia che non dorme e non subisce passivamente i diktat della NATO e che si ribella alle sue logiche criminali e che disprezza i propri politici servi e traditori.

Per aderire, scrivere a 26novembre2011@libero.it.

Modalità di svolgimento, luogo e regole del presidio sono qui

La Libia non è in (s)vendita

Con due diversi comunicati, l’ultimo delle 21.17 del 26 Ottobre, l’Ansa fornirà la notizia che il Qatar (!) si appresta a sostituire la NATO al fine missione di Unified Protector previsto per il 31 Ottobre, in attesa di un nuovo vertice dei Ministri degli Esteri e della Difesa dell’Alleanza Atlantica per stabilire un piano di gestione condivisa della “nuova“ Libia, dichiarata “liberata“ dalla feccia tribale che si riconosce nel ex ministro della giustizia della Jamahiriya Adbel Jalil. Dichiarazione arrivata Domenica 23 durante una manifestazione pubblica a Bengasi. Il perché lo si sia fatto nella città della Cirenaica invece che a Tripoli la dice lunga sulle condizioni dell’ordine pubblico attualmente esistenti nei quartieri della capitale e sul “consenso“ espresso da 2 milioni di residenti (1/3 dell’intera popolazione dell’ex colonia italiana) alle formazioni armate dei mercenari-tagliagole comandati da Abdelhakim Belhadj, che pattugliano le strade e le vie della capitale ricorrendo a una sistematica brutalità contro le famiglie dei “lealisti“ e alla caccia ai militanti dei Comitati Popolari che si conclude sempre più spesso in scontri a fuoco o in esecuzioni sommarie. Nel frattempo, cresce la scollatura tra gli stessi clan che assediano una città ormai ridotta alla fame, sempre più carente di assistenza sanitaria, di scorte di benzina e gasolio e di servizi pubblici. Da segnalare la mancanza di qualsiasi contatto tra la popolazione locale e gli “stranieri“ calati come un orda selvaggia su Tripoli, preceduta dai bombardamenti aerei della NATO che hanno portato morte e distruzione, messo in ginocchio le infrastrutture della capitale e sconvolto alla radice la qualità della vita e l’abituale serenità della gente.
Un già visto a Baghdad con i miliziani curdi di Erbil e Kirkuk di Jalal Talabani, attuale presidente dell’Iraq e a Kabul con i tagiki-uzbechi dell’Alleanza del Nord di Ahmad Massud, i cui successori sono stabilmente rappresentati nel governo Karzai sostenuto da USA e NATO. Continua a leggere

Profittatori di guerra

La Heritage Oil non perde tempo nell’accaparrarsi le ricchezze libiche, di Nick Fletcher per guardian.co.uk

La rivolta può anche continuare e il Colonnello Gheddafi essere ancora in circolazione, ma tutto ciò non ha fermato la Heritage Oil dall’interessarsi a parte dell’industria petrolifera del Paese.
Heritage ha acquistato per 19 milioni e mezzo di dollari una quota di controllo pari al 51% della Sahara Oil Services, ubicata a Bengasi, stando alle agenzie Reuters del mese scorso, in base alle quali la compagnia avrebbe assunto l’ex incursore dei SAS John Holmes affinché la aiutasse a concludere l’affare in Libia (la Heritage ha in seguito parzialmente smentito). Si riferiva che la nuova acquisizione le avrebbe permesso di svolgere un ruolo significativo in Libia, consentendole di esaminare come ottenere accesso ai campi estrattivi e alle licenze chiave.
Heritage ha affermato di aver parlato con esponenti di primo piano del Consiglio Nazionale di Transizione della Libia nel corso degli ultimi 5 mesi:
“Heritage sta valutando i modi per assistere il CNT e le compagnie petrolifere di Stato nel riavviare alcuni dei preesistenti campi e ricominciare la produzione. [Sahara Oil] è stata gratificata di licenze a lungo termine riguardo tutti i servizi nel campo del petrolio in Libia, compresa la facoltà di trivellare a terra e offshore e detiene le licenze sia del petrolio sia del gas naturale.”
Il presidente di Heritage Tony Buckingham ha una lunga storia in Africa, e la compagnia svolge pure operazioni in Iraq, sicché non è una sconosciuta nelle aree turbolente. Buckingham ha affermato:
“La Heritage è ben piazzata per svolgere un ruolo significativo nella futura industria petrolifera e gasifera in Libia. Questa acquisizione è coerente con la strategia della prima mossa della Heritage, finalizzata a entrare in regioni con ampie ricchezze di idrocarburi laddove abbiamo un vantaggio strategico.”
In un mercato disperatamente ansioso, Heritage è scesa di 5.3p a 219op. Ma Richard Griffin di Evolution Securities ha dichiarato:
“Heritage ha acquistato una partecipazione in una compagnia di servizi libica che le dà legittimo accesso alla ristrutturazione dei campi petroliferi statali e le consente di trivellare a terra e offshore, così come detiene le licenze del petrolio e del gas naturale. Inoltre, la compagnia acquisita di recente affiancherà Heritage nei prelievi più ad alto rischio, in particolare riguardo la licenza dell’Area 7, la quale è al largo di Malta. Considerato che costa solo 19 milioni e mezzo di dollari, è davvero una scelta finanziaria che potrebbe rivelarsi come un investimento molto azzeccato.”
Phil Corbett della RBS modera tuttavia il suo entusiasmo:
“Siamo portati a valutare positivamente la mossa della Heritage, sebbene la “nuova” Libia rimanga in una condizione di instabilità in seguito alla rivolta e perciò ci potrebbero essere significativi cambiamenti a livello superiore in termini di regolamenti e/o di termini dei contratti. A questo punto noi aspettiamo un po’ per farci entusiasmare prima che ulteriori dettagli vengano rivelati, benché per lo stesso motivo sia un interessante movimento ed è probabile che provochi una rivalutazione dell’investimento che è stato fermo negli ultimi due mesi. Noi restiamo in attesa con un obiettivo di prezzo fissato a 220p.”

[Traduzione di L. Salimbeni]