La retorica sui “migranti”: il colmo dell’ipocrisia

Sollecitato dall’amico Geri, vorrei esprimere una personale opinione sull’ondata di retorica e di sospetto pietismo con cui viene affrontato, specie nella sedicente “sinistra” il fenomeno dei “migranti” (ma perché “migranti”? Migranti casomai sono gli uccelli migratori che si spostano secondo cicli naturali…).
Preciso che ho sempre militato nelle file dell’estrema “sinistra” (se questo termine ha ancora un significato, fatto su cui ho molti dubbi, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano…).
Sono lontanissimo da qualsiasi suggestione razzista, di superiorità dell’uomo bianco europeo o di missione dei popoli “civilizzati”.
Tuttavia trovo il pietismo nei confronti del fenomeno “migranti” caratterizzato da enormi dosi di ipocrisia e falsa retorica.
La prima causa dell’intensificarsi del fenomeno negli ultimi anni è certamente il contemporaneo intensificarsi di una serie di guerre scatenate dai Paesi “civili” contro Stati nuovi ed ex-coloniali, spesso su iniziative della “sinistra” (mentre la “destra” è stata in genere molto più prudente ed attenta) per presunti motivi “umanitari” e con formule del tipo “responsabilità di difendere i civili” dai “regimi” e dai “dittatori” locali.
Queste motivazioni sono state alla base della distruzione della Libia ad opera della NATO (con l’aiuto dei jihadisti locali). Il risultato è stato che un Paese che era, secondo le statistiche ufficiali dell’ONU, quello con il tenore e la qualità della vita più alti dell’Africa, ha visto la fuga di circa 2 milioni di Libici e di altri 2 milioni di Africani che lavoravano nel paese.
Ora la Libia, che prima funzionava da filtro per i lavoratori che si spostavano dall’Africa centrale, è diventato un buco nero dominato da milizie estremiste e scafisti che speculano sugli spostamenti di torme di disperati. Questi ultimi si spostano da Paesi tuttora sottoposti a sfruttamento post-coloniale da parte dei vecchi padroni (ad esempio la Francia) che in realtà non hanno mai mollato l’osso e organizzano colpi di Stato (come in Costa d’Avorio) se qualche presidente locale si mostra troppo indipendente. Oltre tutto uno dei motivi per cui fu fatto fuori Gheddafi era perché stava creando una Banca Africana per sottrarre il continente nero alle grinfie della grande finanza internazionale.
Altri Paesi riottosi, come il Sudan, o la Somalia, sono stati fatti a pezzi e altri, come l’Eritrea, sono indicati come “Stati canaglia” e sottoposti a sanzioni. Tutto questo alimenta spostamenti di popolazione e fenomeni di destabilizzazione.
Analogo discorso vale oggi per la Siria, sottoposta dal 2011 a sanzioni durissime e ad un attacco concentrico da parte dei Paesi occidentali, alleati con le peggiori dittature confessionali (come l’Arabia Saudita) e bande di jihadisti sunniti fanatici. Sei milioni di Siriani hanno lasciato il Paese, mentre altrettanti si sono dovuti spostare all’interno dalle zone occupate da Al Qaeda e dallo Stato Islamico a quelle poste sotto la protezione dell’esercito. Si badi bene che prima del 2011 nessuno fuggiva dalla Siria o si spostava all’interno. Il Paese era un modello di laicismo e tolleranza interreligiosa (Sunniti, Sciiti, Cristiani, Drusi, atei). Oggi la gente fugge, non dal “regime”, ma dalla guerra e dai terroristi fanatici diretti dall’esterno.
Discorsi analoghi possono farsi per l’Iraq, distrutto e fatto a pezzi dopo l’attacco anglo-americano del 2003 giustificato con la bugia delle “armi di distruzione di massa” e per l’Afghanistan invaso nel 2001 con la scusa della “guerra al terrore” e dove i combattimenti infuriano da 16 anni. Siriani, Afghani, Iracheni, Libici, Africani sub-sahariani formano almeno i due terzi dell’immigrazione complessiva.
E non dimentichiamo l’immigrazione dall’Est Europa, sottoposta alle delizie del capitalismo internazionale. Molti immigrati vengono dalla Romania che, ai tempi del tanto deprecato Ceausescu, conosceva una situazione di piena occupazione e non aveva debito estero. Oggi la popolazione rumena è diminuita di vari milioni rispetto a quei tempi per l’emigrazione massiccia. Situazioni analoghe si hanno, ad esempio, per Ucraina e Moldavia, mentre la Bielorussia, dove il presunto “dittatore” Lukaschenko ha mantenuto molte delle vecchie istituzioni sovietiche, se la passa molto meglio.
Infine, come ultimo esempio, ricordiamo la sfortunata Jugoslavia: prima massacrata dal Fondo Monetario Internazionale cui i dirigenti “riformatori” post-Tito si erano incautamente affidati; poi travolta dagli odi interreligiosi ed interetnici opportunamente alimentati dall’esterno (il presidente musulmano della Bosnia, Itzebegovic, appoggiato dagli estremisti di Al Qaeda, fu fatto passare per un “democratico”); infine bombardata e smembrata definitivamente dalla NATO (con la benedizione del nostro baffetto D’Alema).
Ma, anche se le ragioni dell’immigrazione clandestina, che cresce ogni giorno, fossero puramente economiche, avrebbe un senso la parola d’ordine: “facciamoli entrare tutti”?
Una parola d’ordine del genere può essere forse giustificata in bocca al Papa, visto che la Chiesa pratica il pietismo e la carità per motivi ideologici ed identitari, ma suona stonata e demagogica se pronunciata dai portavoce dell’ex-sinistra o addirittura da settori movimentisti dell’estrema “sinistra”. Sembra quasi che certi settori politici (come il PD, ma non solo), per far dimenticare il fatto di aver abbandonato tutti i loro programmi e le parole d’ordine più qualificanti, si affidino ad una demagogia umanitaria, di cui la difesa dei “migranti” è uno dei punti più caratteristici.
Nel mondo siamo ormai circa 7 miliardi. Ben oltre la metà della popolazione è povera o sull’orlo della povertà. Si può ragionevolmente risolvere il problema con emigrazioni di massa, di stampo biblico? Si può pensare che fenomeni del genere non abbiano effetti destabilizzanti e che possano risolvere il problema della povertà di massa?
E’ evidente che solo assicurando uno sviluppo adeguato dei Paesi di provenienza, rinunciando a sfruttarli, a sottoporli al ricatto finanziario del debito, alle aggressioni militari se cercano di rendersi indipendenti, si potranno dare soluzioni al problema. Altrimenti molti degli ex-Paesi coloniali faranno da soli, come ha fatto la Cina che è diventata la massima potenza mondiale di produzione di beni.
Intanto il fenomeno corrente non può non essere regolamentato, accettando solo quelle persone che richiedono realmente un asilo politico (ad esempio, so per esperienza diretta che molti ragazzi eritrei in cerca di fortuna ed avventura si fingono perseguitati per essere accolti) e, per quanto riguarda gli immigrati “economici”, accettare solo quelli che possano essere integrati con mutua soddisfazione, nostra e loro, evitando che siano ferocemente sfruttati in nero, o ridotti all’accattonaggio, alla prostituzione, o alla delinquenza. Si tratta di razionalizzare e sveltire tutte le procedure finalizzate a questa strategia.
Infine, non si possono non denunciare tutti quei settori che alimentano e si servono del fenomeno per propri fini, ammantandoli di bugie umanitarie. Schematicamente questi settori possono essere così indicati:
– alcuni settori capitalisti dei Paesi sviluppati che si servono dell’ondata immigratoria per abbassare i salari e le pretese dei lavoratori locali. In questa ottica vedo anche le dichiarazioni irresponsabili della Merkel di un paio di anni fa “venite tutti”, fatte in un momento in cui l’economia tedesca era in ascesa ed aveva bisogno di braccia, salvo poi essere costretta a fare marcia indietro. In quest’ottica ritengo sbagliato liquidare alcune obiezioni della Lega o di alcuni governi europei (ad esempio, Ungheria) come pure manifestazioni di razzismo;
– alcuni settori capitalisti e finanziari statunitensi, o di altri Paesi concorrenti della UE, che cercano di favorire il fenomeno in funzione destabilizzante della “concorrenza”. Questo tipo di azioni può avere anche risvolti di destabilizzazione politica e ricatto (vedi ad esempio i ricatti e le minacce della Turchia di Erdogan che si riserva di aprire i rubinetti dell’emigrazione);
– alcune ONG, opportunamente finanziate e manovrate da alcuni Paesi, che alimentano il traffico di carne umana, mandando, ad esempio, le loro navi in prossimità delle coste libiche a prelevare orde di disperati con la complicità di milizie jihadiste e scafisti locali. Alcune di queste ONG vanno per la maggiore, come Amnesty International e Save the Children, notoriamente finanziate da istituzioni e finanzieri USA (come George Soros) e che si attengono strettamente alla politica statunitense in tutte le crisi internazionali. Medici senza Frontiere è invece più legata alla politica francese, com’è dimostrato dalla figura del suo carismatico ex-presidente Kourchner, divenuto poi Ministro degli Esteri di Sarkozy, e grande sponsor delle guerre in Jugoslavia e Libia. Esiste poi una galassia di ONG più piccole create appositamente per gestire questo nuovo commercio degli schiavi sotto sembianze solidaristiche. Tutte queste ONG, così come molte istituzioni legate all’accoglienza gestiscono una fiorente “industria dell’immigrato”.
Vincenzo Brandi

In morte di Martin McGuinness

“Erano le cinque della sera e anche in Irlanda a quell’ora si finiva di morire. E iniziava l’inganno dei vivi, di quelli che lo subirono, di quelli che lo inflissero. Erano le cinque della sera tra il 30 e il 31 gennaio 1972 e si era compiuta la mattanza di Derry, quella che poi avremmo chiamato la Domenica di Sangue. Gli U2 ci avrebbero fatto una canzone, Paul Greengrass ci avrebbe fatto un film che avrebbe perpetuato l’inganno scaricando la mattanza ordinata dal governo di Sua Maestà su qualche militare fuori di testa, Ci feci un film anch’io. Anzi, era il momento culminante di un film che avevo iniziato a girare due anni prima e che dei “troubles”, dei guai, come chiamavano la guerra di liberazione nordirlandese,.raccontava ciò che non è mai più stato raccontato. Me lo aveva montato Marco Ferreri, nientemeno. Non c’è più, disperso nei caveau delle polizie nordirlandese, irlandese e di Scotland Yard. che lo confiscarono. La mia copia andò dispersa con il resto dell’archivio di Lotta Continua, quando l’organizzazione fu uccisa dai suoi fondatori.
Alle cinque della sera gli spari del 1° Reggimento Paracadutisti erano finiti. Camminando per i vicoli di Bogside, il cuore del ghetto repubblicano, nazionalista, cattolico, irridentista, come lo volete chiamare, si udivano lamenti e imprecazioni terribili. Ogni casa trasudava il dolore per la perdita di un figlio, un padre, un marito, un fratello, un amico. Da ogni casa usciva l’urlo della verità: 14 esseri umani, inermi e innocenti, massacrati a freddo dai sicari in divisa di chi a Londra aveva ordinato che alle manifestazioni, alle proteste, agli scontri con sassi e molotov, andava posto fine. O questi “bastardi fenians” (antica definizione ingiuriosa della minoranza autoctona) si sarebbero lasciati intimidire, terrorizzare e l’avrebbero smessa di rivendicare parità con i coloni protestanti, unionisti con la Corona, classe dirigente, classe ricca. Ma anche un proletariato e sottoproletariato altrettanto escluso, ma fanatizzato dall’illusione di essere della stessa “razza” dei padroni, nel giro nobile, comunque non quello degli ultimi. Destino tragicomico dei sudditi operai dei signori colonialisti. Avrebbero, i cattolici, rinunciato a chiedere lavoro, case che non fossero “match boxes”, accesso alla pubblica amministrazione, alla sanità, a scuole decenti e non britannizzate, la fine delle sevizie degli “Special B”, il corpo di picchiatori della polizia, e quella degli incursori e piromani unionisti dai quartieri dove sventolava l’Union Jack.
O, se non l’avessero capita, testa dura quella degli irlandesi, in lotta contro il colonizzatore da oltre due secoli, che lo scontro da civili contro le forze d’occupazione si militarizzasse pure. Che tirassero fuori dalle vecchie pagine di storia – ultima insurrezione dell’IRA negli anni ’50 – la fanfaluca dell’Irlanda unita e da sottoterra le vecchie spingarde. Per l’esercito di Sua Maestà sarebbe stata un passeggiata e la simpatia del mondo verso chi brandiva miseria, discriminazione, apartheid, repressione, volontà di riscatto, si sarebbe tramutata in revulsione verso i “terroristi” dell’IRA. Vecchio trucco. Che non funzionò, neanche dopo vent’anni, dato che era la lotta di un popolo. Funzionò solo quando una delle due parti accettò di disarmare. La parte di Martin McGuinness.
Alle cinque della sera stavo davanti a una tazza di tè, accanto a un camino, in una “casa sicura”, nelle parti di Free Derry dove l’esercito di occupazione non osava penetrare. Sullo schermo un TG esibiva un tronfio e arrogante generale, tronfio e arrogante come solo i generali sanno essere, quelli anglosassoni poi… Generale Ford, comandante in capo delle forze britanniche in Nordirlanda, cosa cazzo stai dicendo? Che a ignari e pacifici parà i cecchini dell’IRA avevano sparato dai tetti (neanche un ferito tra i militari) e che i parà a malincuore avevano dovuto difendersi, rispondere ai terroristi? Che pare ci siano alcuni feriti…..
Dopo la mia esperienza di inviato di guerra in Palestina, Guerra dei Sei Giorni del 1967, dove si raccontava di un popolo, qui insediato dalla Bibbia, a rischio di essere gettato in mare da sbrindellate armate arabe, mentre invece il suo esercito, il quarto al mondo, radeva al suolo villaggi con i vivi dentro, pensavo di essermi corazzato rispetto alle verità dei padroni. Ma qui la faccia tosta arrivava al sublime e ti insegnava che di quelle “verità” non devi fidarti mai, che il padrone, il dominatore, il capitalista mente sempre e sempre per la gola. La sua gola di antropofago.”

A Martin si è rotto il cuore, all’Irlanda la speranza. In morte di Martin McGuinness, già comandante dell’IRA, di Fulvio Grimaldi continua qui.

Libia

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Nei primi mesi del 2011, a cent’anni esatti dall’impresa coloniale italiana in Libia, si è consumato un nuovo intervento militare contro il Paese nordafricano. Artefici di quest’attacco piratesco, come è qui documentato con precisione, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, a cui presto si è dovuta accodare anche l’Italia, il più stretto e importante partner economico-commerciale della Libia. Ne è seguito un disastro immane le cui vere ragioni sono state tenute nascoste al pubblico internazionale.
Con molta lentezza, mentre si consumava la tragedia che ha dilaniato l’ex colonia italiana, sono emersi qua e là taluni brandelli di notizie sulle cause che hanno portato all’entrata in guerra della NATO contro Mu’ammar Gheddafi. Ma, come già era avvenuto, i media mainstream hanno continuato a tacere sul disegno e le finalità complessive dell’operazione. Oltre a non reclamare giustizia per gli «uomini di Stato» responsabili di una tale catastrofe sociale e umanitaria.
Il libro di Paolo Sensini rappresenta un contributo imprescindibile per chiunque voglia davvero capire cos’è accaduto in Libia e, più in generale, su ciò che è ormai passato alla storia con il roboante nome di «Primavera Araba». È un racconto avvincente, che ci guida per mano nel labirinto libico e di cui l’autore, che ha completato il quadro pubblicando importanti contributi sulla strategia del caos nel Vicino e Medio Oriente, ci aggiorna con dovizia fino agli ultimissimi eventi e oltre.

Libia. Da colonia italiana a colonia globale
di Paolo Sensini
Jaca Book, 2017, pp. 224, € 16

Il ritorno in Eritrea di Fulvio Grimaldi

Un altro sguardo sull’Africa

Non esistono studi esaustivi sull’impatto della storia coloniale nella formazione dell’immaginario che certamente ha condizionato la visione del popolo italiano del continente africano e, in particolare, delle nostre ex colonie. Al crollo del cosiddetto impero è seguita la più completa rimozione ed oggi non molti Italiani saprebbero ritrovare l’Eritrea o l’Etiopia su un planisfero. Eppure per più di cinquant’anni, almeno dalla sconfitta di Dogali nel 1887 a quella di Keren del 1941, questo Paese è stato al centro del dibattito culturale, giornalistico, politico e persino scientifico in Italia. In particolare durante il ventennio fascista l’Africa riempiva pagine e pagine di giornali e riviste, trasmissioni radiofoniche, discorsi ufficiali e manifesti pubblicitari.
Al di là delle ricerche scientifiche se proviamo a usare come indicatore della coscienza nazionale un evento recente, e decisamente eclatante, il risultato è sorprendente. Nel 2011 l’Italia ha partecipato all’aggressione di uno Stato indipendente con il quale vigeva sino al giorno prima un trattato di amicizia. Questo Stato, oggi ridotto ad un cumulo di macerie, era una nostra ex colonia: la Libia. La reazione a questo delitto è stata debolissima persino all’interno di settori, peraltro ormai limitati, che si battono per la difesa della pace. Naturalmente ciò è dovuto anche alle feroci campagne mediatiche e di demonizzazione che ormai in modo sempre più scientifico preparano, prima, e sostengono, poi, tutte le “nostre” guerre. Credo però che vi sia anche dell’altro. Credo cioè che queste campagne di disinformazione strategica poggino su immaginari e rappresentazioni mai demoliti che continuiamo a portarci dietro, pur senza saperlo. E si tratta di immaginari pericolosi: in definitiva il diritto (o addirittura il dovere) all’ingerenza umanitaria si basa sullo stesso concetto di supremazia (nostra) e di minorità (loro) che è il portato del colonialismo.
Forse per questo nella visione dell’ultimo documentario autoprodotto di Fulvio Grimaldi, “Eritrea. Una stella nella notte dell’Africa” ciò che prima di tutto colpisce è lo sguardo.
Non è lo sguardo cui siamo abituati. Quello paternalista ed eurocentrico. Quello degli spot delle ONG che espongono bambini malnutriti e pretendono di ripulirci la coscienza con un detersivo chimico che non fa altro che renderla ancora più sporca.
Non è neppure lo sguardo di chi contempla soddisfatto “i successi” o “la rinascita” di qualche Paese africano quando il modello copiato è palesemente quello occidentale senza indagare poi su quali siano le ricadute sociali ed ambientali sulla vita del popolo.
Lo sguardo di Grimaldi è all’opposto.
E’ lo sguardo di un compagno che ha ritrovato i guerriglieri già conosciuti negli anni ’70, quando era un giovane inviato di guerra e, dopo aver visto sul campo cosa stava succedendo, sosteneva in Europa una lotta di liberazione ignorata da quasi tutti. E ritrovando i vecchi compagni divenuti dirigenti di uno Stato finalmente indipendente li lascia raccontare, ma anche mostrare in presa diretta, la loro nuova casa. Non deve stupire quindi che il proprio Paese, costruito dall’indipendenza del 1991, sia mostrato con orgoglio.
Anche perché, a dispetto delle campagne stampa demonizzanti (che anche qui si sprecano), di motivi per essere orgogliosi ce ne sono. E peraltro spesso è proprio per quegli stessi motivi che il Paese è demonizzato. Ad esempio l’Eritrea ha sempre rifiutato basi e collaborazione militare alla NATO e non ha accettato prestiti, e conseguente cessione di ogni sovranità, dalla Banca Mondiale.
Il documentario di Grimaldi non rinuncia a fare il punto su un contesto internazionale dominato ancora dall’imperialismo e sul perseverare di una politica neocoloniale e predatoria portata avanti dagli Stati occidentali verso l’Africa. Né fa sconti al “nostro” vecchio colonialismo ancora da molti considerato da “Italiani brava gente” che pure è costato la vita a 500.000 Africani e l’imposizione in Africa di un regime di apartheid.
Ma ben presto ci si immerge nella bellezza della terra eritrea.
Nella guerra di liberazione dall’Etiopia durata 30 anni. Nella lotta per l’indipendenza che continua ancora oggi. Una lotta fatta anche con le dighe, le scuole, gli ospedali e con un programma politico che pone al centro la giustizia sociale. Una lotta che deve però sempre confrontarsi con i gendarmi americani sempre pronti con le loro basi in Etiopia.
In conclusione il documentario è un lavoro essenziale per la documentazione storica e politica che propone. Indispensabile per comprendere una nazione poco conosciuta e per rispondere alle campagne di demonizzazione cui l’Eritrea è sottoposta.
Occorre anche dire però che l’immersione di cui abbiamo parlato è anche un’esperienza piacevole e rigenerante. Come un bel bagno tra i coralli e i mille pesci colorati del Mar Rosso.
Mattia Gatti

Eritrea. Una stella nella notte dell’Africa (90’),
di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini.
Per informazioni e acquisti scrivere a visionando@virgilio.it

Dal jihadismo all’ISIS: incontro-dibattito a Bologna

Il problema della questione jihadista nel mondo contemporaneo è connesso alle sfide più cruciali della nostra epoca. Interessa i conflitti fra grandi potenze non meno dei rapporti di queste con le specificità della civiltà islamica, si muove lungo il fiume in piena delle immigrazioni di massa che coinvolgono il continente eurasiatico e vampirizza le esistenze di quelle “vite di scarto” che l’Occidente ingoia e moltiplica nel suo vortice di disintegrazione dei tessuti sociali.
Il jihadismo in qualche modo precede questi fenomeni, ma si palesa con pienezza in sincronia con gli eventi degli ultimi anni. Sarebbe assai difficile comprendere questo senza riflettere sulla storia musulmana, su come i popoli del Vicino Oriente abbiano subito un’aggressione coloniale (e culturale) incessante da ben due secoli da parte dell’imperialismo occidentale. Fondamentalismo, reazione al colonialismo, lotte fratricide, settarismi socioculturali: l’eterodirezione della lotta armata è alla base di quello che oggi chiamiamo “il fenomeno jihadista”, che con la guerra in Siria e l’avvento dell’ISIS compie un “barbarico” salto in avanti.

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Come Napoleone 200 anni fa

12742123_10153972546296204_1780401827931378062_n“Ho osservato la storia e ho concluso che tutta questa russofobia è iniziata quando Carlo Magno ha creato l’Impero occidentale 1.200 anni fa, ponendo le basi per il grande scisma religioso del 1054. Carlo Magno creò il suo impero in opposizione alla situazione esistente, quando il centro del mondo civilizzato era Bisanzio.
La cosa più sconvolgente di cui mi sono reso conto era che tutto quello che ci hanno insegnato a scuola era sbagliato. Sostenevano che i dissidenti appartenevano alla Chiesa d’Oriente, che si era divisa da Roma. Ora so che quello che è successo è proprio il contrario: è stata la Chiesa cattolica occidentale a dissentire dalla Chiesa universale, mentre la Chiesa d’Oriente è rimasta ed è ancora ortodossa.
Al fine di spostare la colpa da se stessi, i teologi occidentali di quel tempo lanciarono una campagna giustificatoria per dare la colpa alla Chiesa d’Oriente. Hanno usato argomentazioni che sono ritornate ancora e ancora come parte del confronto tra l’Occidente e la Russia. Allora, nel Medioevo, hanno cominciato a riferirsi al mondo greco, o bizantino, come un “territorio di tirannia e barbarie”, al fine di sconfessare la responsabilità dello scisma.
Dopo la caduta di Costantinopoli, quando la civiltà bizantina si è conclusa, e la Russia ne ha preso il posto come Terza Roma, tutte quelle superstizioni, tutte quelle bugie circa la desacralizzazione del mondo ellenico, sono state trasferite automaticamente alla Russia.
È strano vedere le note di viaggiatori occidentali in Russa a partire dal XV secolo: tutti descrivono la Russia negli stessi termini che avevano usato per descrivere Bisanzio. Questa critica artefatta è considerevolmente aumentata dopo le riforme di Pietro il Grande e Caterina la Grande, quando la Russia è diventata potente sulla scena politica europea. Ed entro la fine del XVIII secolo, la critica è diventata russofobia.
Nata in Francia sotto Luigi XV, è stata utilizzata per un po’ da Napoleone per giustificare un’animosità verso la Russia, che era un ostacolo alla politica espansionistica della Francia. Il “Testamento di Pietro il Grande” [un documento politico contraffatto, NdT] fu utilizzato da Napoleone come giustificazione per la sua campagna di Russia.
Possiamo confrontare questo caso con i tempi moderni, in cui, al fine di raggiungere i loro obiettivi, gli Americani hanno inventato la menzogna che Saddam Hussein avesse armi di distruzione di massa. La russofobia è rimasta in Francia come ideologia politica fino al XIX secolo, quando dopo aver perso la guerra franco-prussiana, la Francia si rese conto che il suo principale nemico non era più la Russia, ma la Germania, diventando alleata della Russia.
Per quanto riguarda l’Inghilterra, la russofobia vi apparve intorno al 1815, quando la Gran Bretagna, alleata con la Russia, sconfisse Napoleone. Una volta che il nemico comune fu sconfitto, l’Inghilterra invertì la rotta e fece della Russia il suo nemico, alimentando la russofobia. Dal 1820, Londra utilizzò un’ideologia anti-russa per mascherare le sue politiche espansionistiche, sia nel Mediterraneo sia in altre regioni – Egitto, India e Cina.
In Germania, la situazione non cambiò fino alla fine del XIX secolo, quando fu creato l’impero tedesco. Non aveva colonie, e non c’era posto per ottenerne, poiché Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo avevano avuto un vantaggio iniziale. Poiché tutte le colonie erano state assegnate senza la Russia, apparve in Germania un movimento politico che cercava una “espansione verso l’Oriente”, vale a dire, le moderne Ucraina e Russia. Questo tentativo fallì durante la Prima Guerra Mondiale, e più tardi, Hitler usò la stessa ideologia.
Non è un caso che gli storici tedeschi siano stati all’origine di quello che è conosciuto come “revisionismo”, la tendenza a sottovalutare il contributo dell’URSS alla vittoria sul Terzo Reich, sopravvalutando il contributo degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.
Il terzo tipo di russofobia è americano, ed è iniziato nel 1945. Non appena hanno sconfitto la Germania attraverso iniziative comuni con l’URSS, a costo di milioni di vite sovietiche, hanno disseminato la stessa storia creata dopo la vittoria su Napoleone nel 1815. Gli Stati Uniti hanno invertito la rotta e l’alleato del giorno prima è diventato il loro principale nemico. Così è iniziata la Guerra Fredda.
Gli Americani hanno usato gli stessi argomenti degli Inglesi nel 1815, sostenendo che essi “combattevano contro il comunismo, la tirannia, l’espansionismo”, e i loro argomenti erano ben poco diversi, fatta eccezione per la cosiddetta lotta contro il comunismo. Questa si è rivelata un trucco, perché al crollo dell’Unione Sovietica il confronto tra l’Occidente e la Russia non è terminato.
La storia del XIX secolo si ripete: gli Stati Uniti continua a parlare di una “minaccia” presumibilmente proveniente dalla Russia, al fine di raggiungere i propri obiettivi, promuovere i propri interessi, e perseguire la propria espansione. Oggi si demonizza la Russia in modo da mettere i missili della NATO in Polonia, usando le stesse parole e gli stessi argomenti che usava Napoleone 200 anni fa.”

Da Guy Mettan: le radici della russofobia, intervista all’autore di Russofobia. Mille anni di diffidenza.

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La Libia è vicina… pericolosamente vicina alla Sicilia

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Scusate se insisto. Ma ritengo che, nonostante alcune, opportune precisazioni del presidente del consiglio, Matteo Renzi, non siano state del tutto fugate le preoccupazioni, le paure per un’eventuale nuova guerra (o intervento militare italiano che dirsi voglia) in Libia.
Per la cronaca, è opportuno rilevare che questa eventuale sarebbe la terza (dopo quelle del 1911 e del 2011) in cui l’Italia parteciperebbe, da sola o in coalizione, e che sarebbe combattuta, quasi interamente, a partire dalla Sicilia.
Una guerra che né i Libici né i Siciliani (e gli Italiani) vogliono, ma che sarebbero costretti a sobbarcarsi per via delle tanti basi militari italiane, della NATO e degli USA dislocate sull’Isola. Questa è un’altra cosa che non si dice: in generale i Libici sono gente pacifica, tollerante, gioiosa perfino. Oggi, invece, sono dipinti come fanatici assassini. Ovviamente, vengono confusi, scambiati con le milizie dell’IS, in grandissima parte, formate da stranieri mercenari.
Durante gli anni ’70 e ’80, per incarico del mio partito (PCI) o del Parlamento, ebbi modo di conoscere un po’ il mite popolo libico, alcuni suoi dirigenti e intellettuali nei quali, nonostante il triste passato coloniale, riscontrai sentimenti di amicizia e propositi di collaborazione con l’Italia.
Soprattutto con la Sicilia, dove abbiamo lavorato, per lungo tempo, unitariamente, per rafforzare la pace, per trasformare l’amicizia con l’intero mondo arabo in progetti di cooperazione economica e culturale, reciprocamente vantaggiosa.
Perciò, questa nuova, eventuale guerra ci disturba assai. Anche perché la Libia è vicina, pericolosamente vicina alla Sicilia. Lo dico -se mi è consentito- muovendo dal punto di vista del popolo siciliano ossia di 5 milioni e 300mila persone (quanti gli abitanti della Libia) separate dalla costa nordafricana solo dalla linea dell’orizzonte marino.
Desidero anche ricordare ai guerrafondai che la prima guerra alla Libia (1911) fu presentata dal governo Giolitti come una “passeggiata” che, poi, durò più di vent’anni e fu conclusa con un genocidio ordinato dal regime fascista e attuato, con ferocia, dal generale Rodolfo Graziani il quale, per piegare la resistenza delle diverse tribù libiche, ricorse alle stragi, alle deportazioni, all’uso di gas letali.
Una brutta pagina per la storia italiana, una macchia che i Libici ancora ricordano. Da qui, anche, la loro contrarietà a un nuovo intervento militare italiano e/o della NATO.
Per altro, c’è da notare un particolare curioso: delle prime due guerre furono protagonisti due ministri siciliani, entrambi originari di Paternò. Casualità, mera casualità, s’intende, ma così andarono le cose, come ho cercato di ricostruirle nell’articolo I ministri di Paternò in guerra con la Libia e nel libro “Nella Libia di Gheddafi” del quale accludo il capitolo XII, relativo alle relazioni (storiche e recenti) fra la Sicilia e la Libia.
Il primo fu il senatore Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, ministro degli Esteri di Giolitti (dal 1910 al 1914), il “principe Consalvo Uzeda di Francalanza” de “I Vicerè” del grandioso romanzo di Federico De Roberto.
Il San Giuliano legò il suo nome all’ occupazione coloniale italiana della Libia e delle isole del Dodecaneso, pattuita con Francia e Gran Bretagna. Memorabile rimase l’ultimatum (del 27/9/11) con il quale s’ingiungeva al governo ottomano di abbandonare il Paese entro 24 ore e senza condizioni, affinché «giunga a fine lo stato di disordine e di abbandono in cui la Tripolitania e la Cirenaica sono lasciate dalla Turchia…».
Insomma, buoni propositi e cattive maniere: l’ Italia occupò la fascia costiera della tripolitania per far rispettare l’ ordine pubblico. Il San Giuliano, ritenendo (a torto) di avere “conquistato” l’immenso territorio desertico libico, annunciò alla Camera, e al mondo, il “nuovo ordine” mediterraneo, ridefinendo, in forma tutto sommato passabile, l’espressione “mare nostrum”, coniata ai tempi di Giulio Cesare: “Nessuno, d’ora in poi, avrà il diritto di chiamare il Mediterraneo “mare nostrum”. Esso è, e deve restare, libera via delle genti, delle quali, però, niuna deve averne il dominio; e tutte devono averne il godimento, e tra le quali uno dei primi posti è stato conquistato e sarà conservato dall’Italia.” (Atti Camera Deputati, 22/2/1913)
A cento anni esatti, nel 2011, ecco avanzare sulla scena bellica e mediatica un altro prode paternese: l’onorevole Ignazio La Russa (ex MSI), il quale, da ministro della Guerra, pardon della Difesa, dell’ultimo governo Berlusconi, definì la Sicilia “portaerei del Mediterraneo”, mettendola a disposizione dei micidiali (e politicamente inconcludenti) attacchi della coalizione NATO che ha vinto la guerra ma- come vediamo- ha perduto il dopoguerra.
Altri tempi, altri uomini. O forse no. A mio parere, fra la guerra del 1911 e quella del 2011 la differenza sta in un “neo”, nel senso che la prima fu una guerra coloniale, mentre la seconda è stata di stampo neo-coloniale. La terza… speriamo non accadrà mai!
Agostino Spataro


Buenos Aires, 24 marzo 2016.
Il tango del Condor