Alla scoperta dell’acqua bagnata…

Di Michel Raimbaud*

Oh stupore, oh meraviglia della libertà d’informazione, i media delle “grandi democrazie” occidentali hanno appena scoperto un argomento suscettibile di destare la compassione dei nostri focolai, dei nostri salotti e ambienti dove si pensa “bene”: dopo un’indagine dobbiamo credere molto difficile e una caccia spossante dato che avrebbe richiesto quasi sette anni, alcuni giornalisti d’inchiesta di canali TV “internazionali”, insieme a “grandi ONG” non meno “internazionali”, hanno stanato mercati degli schiavi, in pieno ventunesimo secolo…
È vero che gli schiavisti, venditori e compratori, non sono di casa nostra, e che schiavi in vendita per pochi centinaia di dollari al pezzo provengono da Niger, Nigeria, Mali, Costa d’Avorio e Africa sub-sahariana (come si dice). Pare non ci sia nessun Francese, né tra le vittime, né tra i colpevoli. È anche vero che la storia sta accadendo in Libia, dove ci eravamo abituati alle “maniere” di Gheddafi e alle stranezze della sua Jamahiriyya, che avrebbe potuto spiegare già tutto…
Il guaio – i nostri personaggi televisivi, tra microfoni e riviste patinate forse non lo sanno o l’hanno dimenticato – è che non è rimasto nessuno Stato libico e che i nostri Paesi sono direttamente responsabili della sua scomparsa e del “caos costruttore” che lo ha distrutto, per non parlare dell’assassinio del Colonnello ribelle che sfidava l’Occidente: è tutto così lontano nel tempo, sono già sette anni e fuori dalle nostre acque territoriali. I capi dell’Asse del Bene, tuttavia, si erano fatti in quattro per il popolo libico e per i suoi rivoluzionari improvvisati, a colpi di bombardamenti umanitari, di distruzione delle installazioni militari e civili, afferrando di passaggio “i miliardi di Gheddafi” per impedirgli di massacrare la sua gente. Che dolore per i nostri intellettuali o leader che hanno detto di essere “orgogliosi del bilancio della Francia in Libia…”.
“Confondete tutto”, e “Non capisco” mi diranno i nostri propagandisti e incondizionati dell’ideologia della stampa. Hanno ragione: la vendita di schiavi, non è la stessa cosa. E poi al limite i nostri media finiranno per dire che ogni persona normale e mediamente intelligente poteva saperlo. Bastava leggere o ascoltare: ascoltare dei “complottisti”? Non ci pensate, si scuseranno molti di loro per continuare ad essere ammessi al club dei falsari. Noi, quelli veri, abbiamo fiducia nella stampa del nostro Paese…
Non esigiamo troppo, nonostante la nostra indignazione di fronte all’ipocrisia, al cinismo e alla vigliaccheria. Rallegriamoci per questo risveglio quasi postumo. La massiva mobilitazione dei network dell’informazione si concentrerà presto sulla vendita degli schiavi di Raqqa in Siria, sotto l’egida del DAESH, protetto dai nostri amici Americani, e islamisti turchi e arabi ? Verrà denunciata l’esfiltrazione di terroristi dall’”Organizzazione dello Stato Islamico” alla luce e alla consapevolezza della “Coalizione internazionale” e dei suoi protetti? O le mortali distruzioni causate dai bombardamenti della stessa “coalizione” su Raqqa e Mosul in Iraq? Sarebbe finalmente ora di sollevare il muro d’omertà sul martirio del popolo dello Yemen dove tutto è andato distrutto e dove i Sauditi e i loro alleati si accaniscono su tutto ciò che si muove, gli Yemeniti essendo esposti a bombe, alla fame e al colera, in un silenzio siderale della “Comunità internazionale”.
Allora forza voi, uomini e donne dell’informazione, della politica e del pensiero, aprite gli occhi, aprite le orecchie, spremetevi le meningi, per dire finalmente la verità su queste azioni di morte prima che conducano a un esito che non avevate forse previsto. Nel disastro mediatico, intellettuale e politico, salvate almeno le apparenze e ciò che rimane dell’onore dei nostri Paesi. O presto non potrete proprio più guardarvi neppure allo specchio…

*Già ambasciatore di Francia in diversi Paesi, dopo il ritiro professionale si dedica alla scrittura.
L’ultima sua opera pubblicata è Tempête sur le Grand Moyen-Orient, Editions Ellipses, Parigi, 2017, seconda edizione arricchita e aggiornata.

Fonte – traduzione di C. Palmacci

Estranei alla società dell’intrattenimento: due incontri pubblici a Bologna

Machiavelli auspicava di riportare in auge la virtù della Roma repubblicana. La civiltà europea seguì tuttavia un percorso diverso: al posto della virtù del cittadino-soldato e del governo misto, si ebbero la concentrazione del potere statuale, la nascita degli eserciti professionali, nonché lo sviluppo economico necessario al loro finanziamento. A delinearne il modello di base sarà Thomas Hobbes, teorico dell’assolutismo. Machiavelli ed Hobbes saranno incarnazioni di opposti paradigmi, opposti modi di concepire il conflitto tra gli esseri umani. Il modo di concepire il conflitto da parte di Hobbes sarà determinante per tutte le principali ideologie moderne (liberalismo, nazionalismo, socialismo e loro derivazioni).
Non è un caso che cinque secoli dopo, ora che la civiltà europea, trasfiguratasi in quella occidentale, sprofonda nell’anomìa, qualcuno torni ad occuparsi in modo sistematico di Machiavelli, tant’è che è sorta negli ultimi decenni una corrente di studi denominata “repubblicanesimo” a lui ispirata. Da questo dibattito potrebbero venire indicazioni utili per ripensare radicalmente le fondamenta di una politica mai così in crisi e screditata agli occhi dei più.
Occhi che vanno aperti. Se, fin dai tempi antichi, la gestione del potere si è affidata alla massima riservatezza, alla dissimulazione, alle operazioni sotto copertura da parte di specialisti, infiltrati, per millenni la popolazione è stata esclusa a priori dai misteri del comando. Solo in tempi storici relativamente recenti si è avanzata l’esigenza di trasparenza dell’operato dei governi, ma l’avvento dei regimi democratici non ha annullato la segretezza delle decisioni cruciali e delle operazioni strategiche più delicate. Individuare queste strategie non è facile, meno ancora contrapporvisi. Del resto, vi è anche il rischio è di scivolare in ricostruzioni fantasiose in cui ogni dinamica sociale vien spiegata attraverso schemi elementari e stereotipi. Se la mania complottista è una deriva di menti poco lucide, tuttavia l’anticomplottismo sistematico è il frutto di una sindrome non meno controproducente e forse più pericolosa.

Pensare a fondo la realtà che ci circonda

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“Dunque anche il fatto di girare la testa, di guardare agli eventi del mondo esteriore con disdegno o malinteso senso di superiorità – io penso solo allo spirito, non mi interessano i fatti esteriori, la politica, la società – si rivela un atto di corresponsabilità con quanto di negativo accade intorno a noi.
Che fare dunque?
Pensare a fondo la realtà che ci circonda – in modo spregiudicato e libero – è allora un dovere di ogni libero pensatore e di ogni ricercatore spirituale.
La ricerca della verità ‘occulta’, nascosta, non è un obiettivo da perseguire solo nei confronti del mondo spirituale, ma anche del mondo fisico in cui viviamo.
Ancora Steiner: “Occulto, miei cari amici, non è solo ciò che riguarda i mondi superiori – inizialmente questi sono certo nascosti, occulti per tutti gli uomini. Ma per molti uomini è già occulto anche quello che avviene nel mondo fisico! E vogliamo augurarci che molto di ciò che è nascosto qui da noi diventi visibile! Che così tanti fatti rimangano nascosti a così tanta gente, costituisce una delle fonti della miseria in cui viviamo”. (ibid.)
Alla luce delle premesse e di queste linee-guida, è pertanto doveroso indagare con questo atteggiamento interiore anche gli eventi geopolitici più recenti.
Naturalmente il grado di disvelamento che riusciamo a realizzare è direttamente proporzionale al nostro livello evolutivo, all’impegno che profondiamo nella ricerca e alle nostre capacità di applicare il pensiero alla realtà.
Il disvelamento, poi, è per sua natura progressivo, il che significa che passare dall’essere vittime della manipolazione e della propaganda – come siamo tutti all’inizio del percorso – all’alétheia non è cosa che può avvenire d’un colpo.
Le illuminazioni sulla via di Damasco accadono, ma non sono poi così frequenti.
Ci vogliono spesso anni di studio e soprattutto una ferrea volontà d’indipendenza dalle verità dominanti, dal pensiero unico che domina incontrastato la vita della maggior parte delle persone, dalla culla alla tomba.
Per questo motivo, anche se siamo giunti a livelli abbastanza avanzati di disvelamento degli eventi del mondo sensibile – tanto da farci chiamare complottisti dai nostri amici, che magari ci tolgono l’amicizia su Facebook o addirittura il saluto – abbiamo tuttavia la responsabilità di essere tolleranti nei confronti di chi ancora crede parzialmente alle verità dominanti.
Per farlo, un aiuto pratico: basta pensare a come eravamo noi stessi prima di iniziare questo percorso.
Un percorso che a volte abbiamo vissuto come una vera e propria discesa agli inferi, tanto è stato l’orrore che ci ha afferrato quando – dopo aver smantellato i dogmi del pensiero unico – abbiamo iniziato a renderci conto di “che lacrime grondi e di che sangue” il reale volto del potere.
Insomma, dobbiamo imparare a non pretendere dagli altri – come non l’abbiamo preteso da noi stessi – il ‘tutto o niente’.
È vero, a livello dei poteri forti la cospirazione, il complotto, non sono l’eccezione, bensì la regola e spesso chi li ridicolizza ne è complice, ma dobbiamo anche imparare a non fare di ogni erba un fascio, tacciando di correità con il sistema tutti coloro cui ancora non si sono disvelati alcuni scenari.
Creare e alimentare opposizioni all’interno di chi si sta destando dal sopore del neo-pensiero, fa il gioco delle Entità – occulte e manifeste – che vogliono l’asservimento e la rovina dell’uomo.
Ricordiamocene sempre.”

Da Tutto o niente di Piero Cammerinesi.

Strategia segreta del terrore

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«Il nemico oscuro che si nasconde negli angoli bui della terra» (come lo definì nel 2001 il presidente Bush) continua a mietere vittime, le ultime a Bruxelles e a Lahore. È il terrorismo, un «nemico differente da quello finora affrontato», che si rivelò in mondovisione l’11 settembre con l’immagine apocalittica delle Torri che crollavano. Per eliminarlo, è ancora in corso quella che Bush definì «la colossale lotta del Bene contro il Male». Ma ogni volta che si taglia una testa dell’Idra del terrore, se ne formano altre.
Che dobbiamo fare? Anzitutto non credere a ciò che ci hanno raccontato per quasi quindici anni. A partire dalla versione ufficiale dell’11 settembre, crollata sotto il peso delle prove tecnico-scientifiche, che Washington, non riuscendo a confutare, liquida come «complottismo».
I maggiori attacchi terroristici in Occidente hanno tre connotati. Primo, la puntualità. L’attacco dell’11 settembre avviene nel momento in cui gli USA hanno già deciso (come riportava il New York Times il 31 agosto 2001) di spostare in Asia il centro focale della loro strategia per contrastare il riavvicinamento tra Russia e Cina: nemmeno un mese dopo, il 7 ottobre 2001, con la motivazione di dare la caccia a Osama bin Laden mandante dell’11 settembre, gli USA iniziano la guerra in Afghanistan, la prima di una nuova escalation bellica. L’attacco terroristico a Bruxelles avviene quando USA e NATO si preparano a occupare la Libia, con la motivazione di eliminare l’ISIS che minaccia l’Europa.
Secondo, l’effetto terrore: la strage, le cui immagini scorrono ripetutamente davanti ai nostri occhi, crea una vasta opinione pubblica favorevole all’intervento armato per eliminare la minaccia. Stragi terroristiche peggiori, come a Damasco due mesi fa, passano invece quasi inosservate.
Terzo, la firma: paradossalmente «il nemico oscuro» firma sempre gli attacchi terroristici. Nel 2001, quando New York è ancora avvolta dal fumo delle Torri crollate, vengono diffuse le foto e biografie dei 19 dirottatori membri di al Qaeda, parecchi già noti all’FBI e alla CIA.
Lo stesso a Bruxelles nel 2016: prima di identificare tutte le vittime, si identificano gli attentatori già noti ai servizi segreti.
È possibile che i servizi segreti, a partire dalla tentacolare «comunità di intelligence» USA formata da 17 organizzazioni federali con agenti in tutto il mondo, siano talmente inefficienti? O sono invece efficientissime macchine della strategia del terrore? La manovalanza non manca: è quella dei movimenti terroristi di marca islamica, armati e addestrati dalla CIA e finanziati dall’Arabia Saudita, per demolire lo Stato libico e frammentare quello siriano col sostegno della Turchia e di 5mila foreign fighters europei affluiti in Siria con la complicità dei loro governi.
In questo grande bacino si può reclutare sia l’attentatore suicida, convinto di immolarsi per una santa causa, sia il professionista della guerra o il piccolo delinquente che nell’azione viene «suicidato», facendo trovare la sua carta di identità (come nell’attacco a Charlie Hebdo) o facendo esplodere la carica prima che si sia allontanato.
Si può anche facilitare la formazione di cellule terroristiche, che autonomamente alimentano la strategia del terrore creando un clima da stato di assedio, tipo quello odierno nei Paesi europei della NATO, che giustifichi nuove guerre sotto comando USA.
Oppure si può ricorrere al falso, come le «prove» sulle armi di distruzione di massa irachene mostrate da Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 5 febbraio 2003. Prove poi risultate false, fabbricate dalla CIA per giustificare la «guerra preventiva» contro l’Iraq.
Manlio Dinucci

Fonte

Persone invise all’occupante

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“Che ci fosse del losco nelle accuse a Pantani lo scrissi per la prima volta 10 giorni dopo la sua morte, il 24 febbraio 2004, in una lettera ai PM Guariniello, Bocciolini e Gengarelli, intitolata “Eterogenesi dei fini e ambiguità nell’azione pubblica dei magistrati in campo sanitario: il caso della lotta al doping e della morte di Pantani”. Dal mio punto di osservazione, il caso Pantani, e quello di Armstrong, sono da inscrivere in una più ampia azione di marketing volta a promuovere il consumo di massa di farmaci e di altri prodotti medici agendo sul sistema culturale. Nell’ultima parte del 2012 c’è stato il colpo di teatro della rivelazione ufficiale del doping di Armstrong. Ed è accaduto qualcosa nel retroscena: è comparsa una pubblicazione scientifica che mostra che non ci sono presupposti teorici, né prove scientifiche solide, che indichino che l’EPO abbia proprietà “ergogeniche”, cioè che funzioni come doping. Se l’EPO non funziona, se anche l’arcirivale era dopato (e non solo con EPO, probabilmente, ma anche con qualcosa di più efficace) credo ci si debba chiedere: ma allora, per cosa è morto Pantani? Riassumo, rivedendolo e aggiornandolo, quanto scrissi, nel 2004 e nel 2008, ai magistrati.
Sulla morte del “Pirata” esistono teorie “complottiste”, alcune delle quali prese peraltro in considerazione a suo tempo dalla magistratura, che appaiono per lo più come esagerazioni sensazionalistiche e forse depistanti. Accetto la tesi che Pantani facesse uso di EPO. Ma non quella che sia stato il farmaco a fare di lui un campione: l’EPO era largamente usato tra i concorrenti; e l’efficacia dell’EPO nel migliorare la performance atletica allo stato è da ritenersi nulla. Non trovo elementi sufficienti per credere che qualcuno lo abbia materialmente ucciso quella notte nel residence; ma appare chiaro che sia stato spinto verso quel bordo dell’esistenza oltre il quale c’è il baratro; spinto, penso, anche volontariamente, oltre che da coloro che hanno responsabilità colpose poco nobili. La vicenda appare sistematicamente intessuta con enormi interessi economici, che sarebbe omissivo trascurare come irrilevanti. Interessi del genere di quelli che portano Big Pharma a spendere 53 miliardi di dollari all’anno nei soli USA per il marketing.
Presento quindi un’interpretazione, basata su esperienze personali oltre che su un’analisi, che potrà essere bollata anch’essa come “dietrologica” dagli anticomplottologi di mestiere o volontari. Trovo sensate e plausibili le tesi di Stefano Anelli, alias John Kleeves, un politologo indipendente che tentò di avvisare Pantani sulle forze che l’avevano preso di mira. Kleeves vede un complotto USA nella caduta in disgrazia di Pantani, e lo collega all’ascesa di Armstrong, attribuendo il movente a una generale volontà di propaganda culturale degli USA in Europa. Gli USA hanno storicamente strutture governative, integrate col loro apparato bellico, dedicate alla promozione della loro immagine nel mondo, come, durante la Guerra Fredda, l’USIS, nata dallo Psychological Warfare Branch. Statunitensi ed europei non condividono gli stessi sport popolari; Armstrong, capitano di una squadra statunitense, diventando il numero uno di uno sport europeo sarebbe servito ad aumentare le nostre simpatie e la considerazione verso gli USA; a riconoscerli come i più forti senza vederli come estranei.
Ciò potrebbe avere favorito, secondo quanto ha scritto Anelli, la nostra approvazione e partecipazione militare alle guerre che gli USA perennemente muovono verso il malcapitato popolo di turno quando i mezzi economici e quelli a bassa intensità non sono ritenuti adeguati a soggiogarlo; o quando gli serve una guerra. Anelli osserva che Armstrong si è presentato non con una squadra sponsorizzata come di consueto da un privato – es. la “Mercatone Uno” – ma con lo US Postal Service, che è un’agenzia del governo USA. Armstrong ha avuto alle spalle la potenza USA. Anelli considera che quindi il suo doping probabilmente era espressione dei migliori laboratori e delle migliori conoscenze. La tesi di Anelli combacia col quadro che presento qui. E’ molto probabile che il doping di Armstrong non sia stato l’EPO, come invece dichiara.
Kleeves-Anelli è morto in circostanze tanto allucinanti e folli, secondo la versione data dai giornalisti, quanto sono pacati e lucidi i suoi scritti di critica agli USA, es. “Un paese pericoloso”. Scritti reperibili su internet, che consiglio, trovandoli più interessanti e attendibili delle rivelazioni di figure di “perseguitati” ufficiali come Assange. Anelli e io, Francesco Pansera, che come lui conosco gli USA anche per averci vissuto e non sembro stare affatto in simpatia a quei poteri che Anelli ha ben individuato, indipendentemente abbiamo scritto, tra le altre cose, interpretazioni complementari su Pantani. Anelli non ha mai saputo della mia esistenza, e io ho saputo della sua solo dopo la morte.”

Per cosa è morto Pantani. Lo sport e il marketing farmaceutico, di Francesco Pansera continua qui.
Ringraziamo l’autore per la preziosa segnalazione.

Bombe guidate

E veniamo al dunque. Il giornale più complottista del mondo – così ci pare di poterlo definire dopo la rivelazione dei nove banchieri nove che si riuniscono una volta al mese a South Manhattan, nei pressi di Wall Street, per decidere i destini, finanziari e non, del pianeta – (s’intende il New York Times), appena messo piede nella Grande Mela, mi gratifica di un altro episodio principe di complottismo al quadrato. Con un titolo in prima pagina che è tutto un programma, il New York Times ci aiutava a trascorrere in pace il Natale e il Capodanno: «I segreti della CIA potrebbero affacciarsi in un procedimento penale svizzero».
Ohibò, dico io. Sarà mica un altro episodio della saga di Wikileaks?
No, state tranquilli. Wikileaks non c’entra. C’entra un magistrato svizzero, nome Andreas Müller, Carneade che vuol mettersi nei guai, che ha scoperto, dopo due anni d’indagini, i seguenti, succulenti retroscena (leggi complotti).
Retroscena uno: c’era un gruppetto di operatori economici, composto da padre, e due figli, tali Friedrich Tiller (padre) e Urs e Marco (figli), che aiutarono, per anni, l’architetto della bomba nucleare pakistana, A.Q.Khan, a smerciare i suoi segreti verso la Corea del Nord, verso l’Iran, verso la Libia, insomma impiegati per conto della nota sequela di “Stati canaglia” come ebbe a definirli, a suo tempo, George Bush Junior.
Impiegati si fa per dire, perchè presero decine, probabilmente centinaia di milioni di dollari per questi servigi.
Va bene, direte, ma che c’entra la CIA? Ecco il retroscena due. I Tiller lavoravano anche per la CIA. E, s’intende, prendevano decine di milioni anche per questo secondo servigio. Ma come? – direbbero Pier Luigi Battista, o Ferruccio Bello, vuoi forse affermare che era la CIA che controllava lo smercio di tecnologie nucleari? Risposta difficile a darsi. Forse che sì, forse che anche.
Fatto sta che la CIA pare abbia fatto fuoco e fiamme per impedire che l’inchiesta del signor Andreas Müller andasse in porto.
(…)
E veniamo al retroscena principale (come lo chiameremo se non complotto, visto che avveniva, ma fuori da ogni legge e, soprattutto, fuori da ogni pubblicità?): com’è che la CIA usava i Tiller?
Lasciava che passassero i disegni delle bombe a chi li aveva commissionati, ma ogni tanto – senti senti l’astuzia! – infilavano in quei disegni, o in quelle apparecchiature, dei “difetti”, o dei bugs, che avrebbero potuto sia provocare disastri in corso di fabbricazione, sia fornire informazioni circa la prosecuzione dei “lavori” di costruzione delle bombe. Naturalmente, in questo modo, la CIA poteva ostacolare il procedimento. Ma resta il fatto che la CIA sapeva tutto in anticipo di quanto stava avvenendo. A quanto risulta al magistrato svizzero, in molti casi disegni e documentazione essenziale sono stati lasciati “passare” con il beneplacito del servizio segreto americano. Il che spiega perfettamente, adesso, perchè gli Stati Uniti non vogliono che la verità venga a galla, e proteggono i Tiller.
Questo è il punto. Se si scoprisse la verità, ogni volta che si alza l’allarme atomico, sia esso in Nord Corea, sia in Iran, potremmo subito ringraziare gli Stati Uniti d’America per il cospicuo contributo da essi dato alle bombe atomiche dei Paesi canaglia.
Ma c’è un altro punto da far emergere, ad uso e consumo dei “negazionisti dei complotti”. Questa storia ci dice, a chiare lettere, che non c’è azione eversiva, gruppo terroristico, atto terroristico vero e proprio, operazione di diversione, complotto, crisi di governo, che non sia monitorato accuratamente dai servizi segreti americani.
Onnipotenti? Niente affatto, perchè non si può essere contemporaneamente onnipotenti e stupidi. Ma molto presenti, e molto ricchi, questo sì, lo si può affermare. Quindi, quando scoppiano le bombe, siano esse atomiche o al plastico, chiedetevi sempre, voi che non siete “negazionisti del complotto”, quanto di ciò che sarebbe accaduto probabilmente sapevano in anticipo i servizi segreti americani. Naturalmente tutto questo non c’entra nulla con l’11 settembre del 2001.

Da Complotti CIA, rivelazioni a prova di Bomba, di Giulietto Chiesa.
[grassetto nostro]

Siamo tutti sovversivi

Il docente di diritto di Harvard Cass Sunstein, nominato da Obama a capo dell’Ufficio dell’informazione e degli Affari regolamentari, ha abbozzato un piano per il governo per infiltrare i gruppi complottisti per indebolirli con pubblicazioni nelle chat room e nelle reti sociali, come pure in riunioni reali, secondo un articolo recentemente scoperto che Sunstein ha scritto per il Journal of Political Philosophy.
Come abbiamo spesso avvisato, le chat room, le reti sociali e particolarmente le sezioni di commento di articoli vengono “giocate” ripetutamente da sabotatori, molti dei quali posano come numerose diverse persone per creare un consenso fasullo, che tentano di screditare qualunque informazione venga discussa, non importa quanto credibile e ben documentata. Vediamo questo da anni nei nostri siti web e, sebbene alcuni di questi individui agissero di propria iniziativa, un numero significativo è parso operare a turno, pubblicando ripetutamente gli stessi argomenti di discussione frequentemente.
E’ fermamente stabilito il fatto che il complesso militare-industriale, che possiede anche le reti dei media corporativi negli Stati Uniti ha numerosi programmi rivolti ad infiltrare importanti siti Internet ed a diffondere propaganda per contrastare la verità sui misfatti del governo e sulle occupazioni di Iraq ed Afghanistan.
Nel 2006 il CENTCOM, il Comando Centrale degli Stati Uniti, ha annunciato che sarebbe stato assunto un gruppo di dipendenti per ingaggiare “i blogger che pubblicano informazioni imprecise o false, come pure i blogger che pubblicano informazioni incomplete”, sulla cosiddetta guerra al terrore.
Nel marzo 2008, è stato rivelato che il Pentagono stava espandendo le “Operazioni dell’informazione” su Internet impiantando falsi siti web stranieri di notizie, intesi a sembrare fonti di media indipendenti ma che in realtà portavano propaganda militare diretta.
Paesi come Israele hanno pure ammesso di avere creato un esercito di sabotatori online il cui compito è di infiltrare i siti web contro la guerra ed agire da difensori dei crimini di guerra dello stato sionista.
Nel gennaio dello scorso anno, la US Air Force ha annunciato un piano di risposta “contro-blog” mirato a scendere in campo e reagire al materiale di blogger che hanno “opinioni negative sul governo e sull’aeronautica militare USA”.
Il piano, creato dal braccio affari pubblici dell’Air Force, comprende un dettagliato schema di flusso di “contro blogging” in dodici punti che detta come gli ufficiali dovrebbero affrontare quelli che sono descritti come scrittori online “sabotatori”, “violenti” e “fuorviati”.
(…)

Da Lo zar dell’informazione di Obama traccia il piano del governo per infiltrare i gruppi complottisti, di Paul Joseph Watson.