E’ il sovranismo, bellezza!


Il nostro sovranismo? Se gratti bene non c’è niente

Certe volte i sovranisti fanno i furbi. Cos’è il sovranismo? È la difesa del concetto che ogni Stato è sovrano. Quindi no alle interferenze di Paesi stranieri, no a diktat politici o militari. Benissimo. Però poi alcuni sovranisti fanno i furbi. Prendete Orban, il leader ungherese. Parto da lui ma poi arrivo all’Italia. Dunque, Budapest incassa dai rimborsi europei il quadruplo di quello che paga per le spese comuni. Una pacchia. Infatti l’Ungheria ha tassi di crescita di tipo cinese. In cambio dovrebbe rispettare educatamente gli accordi europei. Ma manco per sogno. L’UE si accorda di ripartire tra i vari Paesi i migranti che sbarcano in Italia? L’Ungheria non ne prende nemmeno uno. “La patria è sacra! Viva l’Ungheria! Noi siamo sovranisti!”. E per rafforzare il concetto mette il filo spinato ai confini. Idem Polonia, Slovacchia e Cekia, che insieme all’Ungheria formano il quartetto di Visegrad. “Migranti africani? No, grazie”. Ma scusate, ve lo chiede Salvini, non siete amici di Salvini? “Salvini chi? Ma chi lo conosce?”.
Arriviamo all’Italia. Autunno 2018. Giovanni Tria, ministro dell’economia, va a Bruxelles. Nella borsa ha il DEF italiano, che prevede uno sforamento dei parametri, con espansione di spesa al 2,4% anziché all’1,6-1,9 che è il massimo che Bruxelles ci vuole concedere. L’Europa ci boccerà? “Niente paura. In Europa ci sono gli amici di Salvini, il quartetto di Visegrad”. Sì, c’erano, ma in quel momento erano andati in bagno. Zitti e muti. Anzi, dalla porta socchiusa della toilette chiedevano agli inservienti: “Pss… Pss… Ma che vogliono gli Italiani? Vogliono sforare? Ma che, sono matti?” Alla fine ci mette una pezza Conte. Parla con Merkel, parla con Macron, e sia come sia l’Europa ci grazia: il DEF viene tagliuzzato da 2,4 a 2,04. Non è il massimo della vita, ma meglio che essere mandati al gabinetto con gli amici di Salvini.
Intanto scoppia il caso Venezuela. Guaidò si autoproclama presidente, ma a Caracas c’è già un presidente eletto e si chiama Maduro. L’America si fa minacciosa e, tanto per non perdere le buone abitudini, appoggia il golpista Guaidò. L’Europa, prima che Trump si arrabbi, si accoda. L’Italia invece, quasi unica in UE, assume una posizione equidistante tra Guaidò e Maduro. A quel punto il nostro líder máximo si affaccia al balcone e grida: “Siamo vicini a Guaidò! Via il dittatore Maduro”. Ma come, Maduro è stato eletto, l’altro no! La democrazia non vale per il Venezuela? Allora il sovranismo che è? Niente, e adesso viene il bello. Di Maio va in Cina, si spertica in elogi alla Via della Seta e alla fine riesce ad accordarsi per un Memorandum d’intesa Italia-Cina che potrebbe risollevare la stremata economia italiana. A quel punto l’Europa è gelosa e sbraita, l’America minaccia, ed entrambe interferiscono con la nostra sovranità. Per fortuna abbiamo Salvini: ci difenderà!
Invece niente: lui mette il broncio, prende le distanze dal governo, non partecipa agli incontri romani con Xi Jinping ed esclama: “Non mi dicano che la Cina è un Paese democratico”. Invece i nostri partner commerciali, come l’Arabia Saudita, sarebbero tutti fior di democratici (a proposito, il mese scorso l’Arabia ha decapitato 37 oppositori politici e ha infilzato le teste sui pali nelle strade di Riad: ma Salvini zitto, lui è sovranista!).
E arriviamo al primo trimestre 2019. L’economia italiana esce dalla recessione. Per poco, ma esce: PIL +0,1%. Grazie al cielo e grazie anche alla Cina e al Memorandum cinese. Intanto il sottosegretario leghista Siri è indagato per presunte mazzette, non vuole dimettersi e Conte deve rimuoverlo. In Lombardia la Procura inquisisce il governatore leghista e arresta per presunte mazzette una quarantina di persone. Torna lo spettro di Mani Pulite. E Salvini di tutto questo che dice? Dice chiaro e tondo: “Basta con la cannabis leggera, chiudiamo i negozi e riapriamo i bordelli, meglio fare l’amore”. Che c’entra? Be’, c’entra, c’entra: è il sovranismo, bellezza! A Roma si chiama in un altro modo, ma qui non lo posso scrivere.
Paolo Di Mizio

Fonte

“Centro Studi Americani” di Via Caetani… ricorda qualcosa?

Le fanfare demagogiche dell’onestà

“Nella demagogia dei politici che via via in Italia si sono dichiarati contro la corruzione dei predecessori, il fenomeno della corruttela è sempre riferito ad un comportamento personale di natura immorale.
Non si prende mai in considerazione la felice didascalia della pellicola di Rosi [Le mani sulla città – n.d.c.]: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce.».
I personaggi, ci dice Rosi, sono poco importanti: tanto che possono essere personaggi inventati. Ciò che conta è la realtà sociale ed ambientale che “produce” tali personaggi.
La corruzione, nell’ambito della concorrenza capitalistica, altro non è che una più veloce e fruttuosa via per far figliare il denaro. Chi scopre la via privilegiata della tangente, ha un vantaggio sugli avversari o comunque sulla contingenza economica: trova un porto sicuro ai capitali che deve investire, si assicura in un colpo solo un cospicuo e sicuro margine di impresa.
Il denaro che muove i rapporti di produzione capitalistica non ha esigenze morali: l’unica sua necessità, ce lo ricorda uno dei personaggi di Rosi, è quella di non stare fermo come una macchina in garage, deve muoversi e figliare come i cavalli.
La via corruttiva diventa non solo una comoda opportunità nei rapporti capitalistici, ma un modo d’operare consueto e ricercato, perché spesso è scevro di conseguenze. Per un capitalista e per il suo capitale, che spesso agisce e si muove al di là delle singole persone, è più rischioso ingaggiare lotte di classe con i produttori operai in una fabbrica, con le loro organizzazioni, che tentare la via dell’illecito. Spesso questa, in caso di scoperta, colpisce il capitalista di turno, ma non colpisce il capitale, oppure lo colpisce in minima parte, mentre il grosso dei profitti è già partito per altri sicuri lidi.
In tal modo, di corruzione non vive solo il trasgressore-corruttore, ma anche l’intero sistema capitalistico, nella quale la nostra vita economica e sociale è immersa.
Se si ha riguardo a statistiche che si riferiscono a fenomeni reali (indagine Istat del 2015-2016 sulla sicurezza), in Italia, il 7,9 % delle famiglie (nel Lazio, dato massimo, 18 famiglie su 100) hanno avuto a che fare con fenomeni corruttivi, richieste di denaro, favori, controprestazioni non dovute per un’attività dovuta.
Tale indice ha un valore sociale e segnala che a grandi linee la via corruttiva è uno dei modus operandi più frequenti nell’ambito dei rapporti produttivi capitalistici, tanto seguita, quanto ricadente anche nella vita quotidiana di una percentuale notevole di famiglie.
D’altro canto, il profitto ottenuto col sistema corruttivo, alimenta e fonda tutto il resto delle transazioni capitalistiche ad esso connesse.
Il denaro con la corruzione figlia più facilmente: di questo ne beneficia l’intero sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Si potrebbe dire, parafrasando una frase di Peppino Impastato, che, se “la mafia (e aggiungiamo noi la corruzione) è una montagna di merda”, il capitalismo è la sua catena montuosa. Le considerazioni che abbiamo fatto prima su corruzione e capitalismo potrebbero essere riportate pari pari all’altro fenomeno che caratterizza il capitalismo italiano: il sistema criminale organizzato. L’antimafia interna a questo sistema – sempre sbandierata, dalle piazze alle scuole, dai convegni alle chiese – non solo non può intaccare minimamente il fenomeno né nella sua base economica, né nella sua sovrastruttura politica e culturale, ma spesso tragicomicamente si trova nell’imbarazzo di dover riconoscere che suoi prestigiosi “esponenti” hanno creato sistemi di controllo delle persone e dei territori che nulla hanno da invidiare alla mafia che dicevano di “lottare”, come dimostra la vicenda dell’ex presidente degli industriali siciliani ed ex delegato di Confindustria per la legalità, Antonello Montante. Il Gattopardo è vivo e lotta insieme a noi. Ma ciò sarebbe argomento di un altro articolo.
L’anarchia produttiva del capitalismo contiene al suo interno tutte le contraddizioni che alimentano dialetticamente il fenomeno della corruzione.
A sua volta, il fenomeno della corruzione è anche una di quelle contraddizioni che il capitalismo porta dentro di se: fenomeno che dà luogo a diseguaglianze, differenze di potenziale tra i vari soggetti sociali, che potenzialmente possono portare al superamento dialettico del capitalismo, se solo ci si rendesse conto del suo ruolo causale nella generazione delle diseguaglianze.
Perché non succede?
(…) Lo stesso discorso potrebbe essere esteso alle contraddizioni ambientali, così di moda.
Prendiamo la costruzione – ad un livello gradito dal sistema – del soggetto Greta Thunberg: ricevuta dal Presidente Mattarella, accolta nei consessi istituzionali dell’Unione Europea e delle organizzazioni dove si concentra formalmente il potere globale, come il Forum di Davos. La bambina prodigio viene mostrata mentre stringe la mano a Juncker, a Cristine Lagarde. Nel nostro paese, i fogli tradizionalmente mainstream e legati a precisi interessi finanziari ed industriali (La Repubblica, il Corriere della Sera, la Stampa) hanno promosso a gran voce la manifestazione da lei ispirata con lo slogan emotivo “We don’t have time”, opponendo il significato “globale” del problema climatico, agli asseriti “egoismi” delle politiche nazionali (leggasi “sovrane”).
A monte della manifestazione, è intervenuta la beatificazione istituzionale con la proposta a Nobel per la Pace. Da ultimo, in uno dei suoi discorsi, alla bambina delle treccine viene fatto dire che l’Unione Europea ha “garantito 70 anni di pace”.
Già tali fatti dovrebbero spingere a farsi una serie di precise domande.
Quanti ambientalisti tarantini (o quanti sindaci Notav o Nomuos) sono mai stati ricevuti dal Presidente Mattarella?
Greta Thunberg è stata invitata da uno dei fogli del movimento Notav in Valsusa per abbracciare la lotta contro il tunnel di base, ci andrà?
L’utilizzo del bambino quale veicolo di comunicazione politica non è certo una novità. Tuttavia, è novità quando viene costruito come “soggetto” promotore e autore della comunicazione politica. Non è solo un tentativo di deviare le contraddizioni sull’ambiente, caratterizzandole come conflitto tra generazioni, anziché conflitto tra le classi.
V’è di più: si è di fronte ad uno dei tanti tentativi di “semplificare” le contraddizioni, relegandole in un recinto asseritamente non politico, o comunque in una politica dai confini ben determinati: quelli esistenti, dati per immutabili.
Il messaggio veicolato dalle labbra di Greta Thunberg non delegittima mai il potere, ne chiede semplicemente la “sensibilizzazione”, nell’illusione che una pacifica pressione possa informare di virtù i potenti della Terra, senza dover rubare loro il potere. Uno schema sempre adottato da chi il potere e l’anarchia produttiva la vuole mantenere, sotto altre forme.
Il messaggio emotivo non menziona mai, tra le contraddizioni ambientali, le guerre imperialiste, molte condotte proprio da soggetti come l’Unione Europea. Un amico ricordava che pochi giorni fa era la giornata mondiale dell’acqua; lo Stato di Israele deruba da decenni l’acqua ai Palestinesi: a nessuna Greta è interessato questo.
Insieme alla retorica dell’onestà, questi non sono altro che tentativi di usare egemonia culturale per mettere in salvo il vero assassino.
Sarebbe allora di organizzare detective e polizia indipendenti e coscienti, per giungere ad arrestarlo: questo vero ed impunito assassino, dotato di numerosi complici.”

Da La corruzione del capitalismo e la politica della percezione emotiva, di Enzo Pellegrin.

Morti a Kabul

Sono passati quattro anni da quando Stefano Siringo e Iendi Iannelli sono stati trovati senza vita a Kabul, ma tutto questo tempo non è bastato per stabilire con certezza perché i due giovani cooperanti, di 32 e 26 anni, sono morti. Al punto che, stando a una ricostruzione di quanto accaduto fatta dalla famiglia di Siringo, perfino la data del decesso riportata sul certificato di morte sarebbe sbagliata. «Come giorno della morte si indica il 16 febbraio del 2006, ma noi siamo in grado di dimostrare che Stefano e Iendi sono stati uccisi il giorno prima, tra le 20,15 e le 21,33 del 15 febbraio» spiega Barbara, la sorella di Stefano che insieme al padre Giuseppe chiede da tempo giustizia per il fratello.
«Uccisi» sì, perché Barbara – come spiega in una memoria preparata insieme al legale della famiglia – è convinta che i due ragazzi siano morti dopo che Iannelli, impiegato come responsabile della logistica presso l’IDLO (International Development Law Organization) avrebbe scoperto un presunto traffico di false fatturazioni tra agenzie ONU operanti in Afghanistan. Uno scenario molto differente da quello ufficiale, che invece vuole Stefano e Iendi morti per overdose dopo aver assunto eroina pura all’89%. Una ricostruzione che appare ancora più assurda se si considera che non si sta parlando di due tossicodipendenti, visto che né Stefano né Iendi avevano mai fatto uso di sostanze stupefacenti.
(…)
Di certo sono numerosi gli aspetti pochi chiari che ancora circondano la morte dei due giovani romani. E che rischiano di restare tali visto che oggi il pubblico ministero di Roma Luca Palamara chiederà al gip Rosalba Liso l’archiviazione delle indagini.
I corpi di Stefano e Iendi vennero ritrovati la mattina del 16 febbraio 2006 nella stanza che Iannelli aveva in dotazione presso la guesthouse dell’IDLO a Kabul. Pur essendosi conosciuti da poco tempo i due erano molto amici, al punto che capitava spesso che Siringo, in Afghanistan per conto del ministero degli Esteri, passasse la notte nella guesthouse. A ritrovarli furono alcuni colleghi dello stesso Iannelli, preoccupati per la sua assenza al lavoro. La scena che si presenta agli occhi dei soccorritori è a dir poco strana, al punto da sembrare costruita ad arte.
(…)
Se la versione che vuole Siringo e Iannelli morti in seguito a un’overdose fosse vera, lo scenario che si verrebbe a creare sarebbe a dir poco inusuale. I due cooperanti – come ricorda l’avvocato Tonietti nell’atto di opposizione alla richiesta di archiviazione – avevano infatti fisici notevolmente differenti tra loro, e di conseguenza la loro reazione a un’iniezione di eroina così pura sarebbe stata differente. Siringo era esile, come si intuisce dalle fotografie, tutto l’opposto di Iannelli che invece era una ragazzone alto e forte, ex giocatore di rugby. Eroina a un livello di purezza come quello riscontrato nei due cooperanti uccide praticamente all’istante ed è difficile pensare che i due ragazzi, vista anche la differenza di corporatura, abbiano avuto il tempo di stendersi tranquillamente su letto come invece sono stati ritrovati. Ancora più difficile immaginare che uno dei due, una volta accortosi che l’amico stava male, abbia a sua volta assunto l’eroina.
Dubbi che quattro anni di inchieste non sono riusciti a sciogliere. Soprattutto non è stato possibile accertare se le cose scoperte da Iannelli siano reali o meno. In particolare le presunte doppie fatturazioni tra IDLO e l’UNOPS – l’organismo dell’ONU che si occupa dell’organizzazione logistica degli occidentali Kabul – per migliaia e migliaia di euro. Iannelli avrebbe scoperto queste presunte truffe proprio grazie al suo lavoro di contabile presso l’IDLO e, oltre che a Stefano, ne aveva parlato anche con altri colleghi di lavoro. Magistrati, funzionari, persone che hanno come compito quello di addestrare i giudici del futuro Afghanistan e quindi bene in grado di comprendere la gravità delle affermazioni di Iannelli. Un resoconto di questi racconti risulta nei verbali raccolti dai carabinieri durante gli interrogatori svolti a Roma.
(…)
Un aiuto prezioso all’accertamento della verità potrebbe fornirlo l’IDLO, accettando di mostrare i bilanci alla magistratura. Fino a oggi, però, ogni richiesta in tal senso avanzata dalla procura di Roma è stata respinta dall’organizzazione, che prima si è detta disposta a presentare i bilanci poi, si è avvalsa dell’immunità diplomatica. A una richiesta di intervista da parte del manifesto, la risposta dell’ufficio stampa dell’organizzazione è stata netta: «IDLO non ha nessun commento da fare sulle vicenda oltre a confermare che ha risposto e continuerà a rispondere a ogni richiesta pertinente che provenga dalle autorità competenti». A novembre dell’anno scorso, dopo che alcuni articoli di stampa erano tornati a parlare della strana morte di Siringo e Iendi, da parte dell’IDLO c’è stata infatti una nuova disponibilità a fornire la documentazione richiesta al magistrato, a cui però ha fatto seguito un ripensamento. «Fino a data odierna», scrivono l’11 marzo scorso i carabinieri del Nucleo investigativo al pm Palamara, non è stata ricevuta alcuna comunicazione/documentazione né direttamente dall’IDLO, né per il tramite del Ministero Affari Esteri, nonostante le reiterate richieste effettuate per le vie brevi presso gli uffici preposti».

Da Mistero afgano, di Carlo Lania e Giuliana Sgrena.
[grassetti nostri]

Senza lasciare tracce

Kabul, 11 maggio – Centossettantadue organizzazioni non governative sono state sciolte in Afghanistan, molte delle quali per ”cattiva amministrazione”. Lo ha annunciato il Ministero dell’Economia di Kabul in un comunicato.
La speciale commissione di controllo, guidata dal ministro Abdul Hadi Arghandiwal, era stata istituita dal presidente Hamid Karzai per verificare l’attività di circa 1.500 organizzazioni di aiuti umanitari operanti nel Paese, come parte di un programma di lotta alla corruzione. Dall’invasione americana del 2001, decine di miliardi di dollari di aiuti sono stati destinati all’Afghanistan, ma gran parte dei fondi sono finiti in tasche private senza lasciare tracce.
(ASCA-AFP)

“Invasione americana”? Evviva la sincerità!