Pax romana o pax barbarica?

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Karl Marx al tempo della (declinante) egemonia globale USA

“Dal tempo di Agostino di Ippona, ma anche prima, il discorso della pax romana è sempre lo stesso. Certo, avevano ragione il cartaginese Asdrubale ed il celta Vercingetorige a difendere le loro comunità aggredite dai romani, ma alla fine l’impero è stato “provvidenziale” perché ha unificato il mondo (o almeno un pezzo di mondo che allora andava dalla Scozia al Golfo Persico). E su questa unificazione, sia pure conseguita con l’ingiustizia, le lacrime ed il sangue, può in un secondo momento innestarsi la rivelazione cristiana, che forse sarebbe stata impossibile in un mondo diviso fra Annibale, Vercingetorige, Mitridate, Porsenna, Pirro e Cleopatra.
La longue durée di questa concezione imperiale provvidenzialistica si chiama oggi americanismo, e nel nostro caso più esattamente “americanismo di sinistra”. Questa concezione ovviamente si presenta (apparentemente) divisa in molte varianti, unificate però tutte da un triplice codice teorico: approvazione della globalizzazione come possibile risorsa da rovesciare (e dunque New Global e non No Global), rifiuto della questione nazionale e confinamento della questione comunitaria a folklore protetto da ONG assistenziali di lingua rigorosamente inglese.
Su questa base ovviamente l’americanismo di sinistra confligge con quello di destra, e dunque Toni Negri confligge con Giuliano Ferrara. Ma si tratta a mio avviso di scontri tattici congiunturali all’interno di un’unica strategia storica. Bush può essere (ed è) un arrogante petroliere fondamentalista, ma se l’impero promuove la globalizzazione (e dunque distrugge le nazioni e le comunità) allora il suo ruolo resta contraddittoriamente provvidenziale. Qui le scuole operaiste del marxismo del general intellect, che per ragioni storiche ben ricostruibili hanno sempre trovato nell’Italia una terra di elezione particolare, possono incontrare la corrente culturale futurista e modernizzante di cui la “sinistra” è un vettore privilegiato. Questo marxismo-futurismo giocherà sulla pax americana, anche se ovviamente non cesserà mai di strillare sui suoi cosiddetti “eccessi”.
Voglio esprimermi in modo chiaro ed univoco. Marx è sopravvissuto a Kautsky, a Stalin, a Mao ed a Gorbaciov. Ma Marx potrebbe questa volta non sopravvivere alla sua incorporazione nel partito imperiale americano. Mi sembra chiaro come il sole che la classe operaia di fabbrica occidentale e le classi contadine povere orientali non erano, e non potevano essere, delle classi capaci di una transizione inter-modale strategica dal capitalismo al comunismo, e considero chi continua a sostenerlo non solo un Eremita, ma addirittura un Eremita Scemo. Dio ci guardi dagli ultimi uomini nichilisti e dagli uomini superiori radicalchic, ma ci guardi anche dagli eremiti scemi. Ma Marx può sopravvivere al ragionevole sbaglio dell’investimento metafisico in gruppi sociali magari simpatici ma subalterni come la classe operaia di fabbrica o la classe contadina povera, ma non potrebbe sopravvivere alla sua incorporazione nelle cosiddette moltitudini disobbedienti e desideranti, per il fatto che queste moltitudini sono già la forma antropologica assunta dall’impero, con la semplice differenza che queste moltitudini sognano di consumare senza pagare. Chi non ha ancora capito perché il New York Times, organo imperiale dell’alta finanza sionista, abbia prima giudicato il libro sull’impero di Negri e di Hardt come il punto più alto del marxismo del Terzo Millennio ed abbia poi definito il disordinato movimento pacifista la seconda superpotenza mondiale, deve essere giudicato un caso incurabile di scemenza teorica addirittura sublime.
Marx può sopravvivere a mio avviso solo se sapremo assumere la pax barbarica come il solo orizzonte praticabile dei prossimi decenni. Vi sarebbero centinaia di pagine in proposito da scrivere. Ma per ora, come dicevano i latini, intelligenti pauca.”

Da Marx e Nietzsche di Costanzo Preve, pp. 51-52.
Il saggio, edito nel 2004, può essere liberamente scaricato qui.

Se la lunga guerra fra Marx e Nietzsche è finita, e solo degli eremiti incorreggibili (peraltro largamente sostenuti dal circo identitario politico, universitario ed editoriale) vogliono continuare a combatterla, inizia invece l’epoca della resistenza. È una nuova guerra, veramente, ma data la sproporzione economica e militare essa si gioca per ora nei cuori e nelle menti. Si tratta dei cuori e delle menti che accettano l’impero americano, quasi sempre trasfigurato nell’immagine provvidenziale della pax romana, e delle menti e dei cuori che invece per ora avvertono in modo ancora confuso, ma sempre di più avvertiranno in modo chiaro e razionale, che l’accettazione dell’impero americano è semplicemente la morte di ogni civiltà.

Generazione Erasmus

14264835_1005939169518430_8616958238112975493_n“A prescindere infatti dalla propria, in verità assai risicata, portata numerica e dall’effettiva autopercezione di appartenenza capace di connotarne i componenti come parte di un “gruppo sociale” realmente esistente, la Generazione Erasmus è un progetto di ingegneria sociale e l’oggetto della produzione sociale di massa del capitalismo contemporaneo (in altri termini, la Generazione Erasmus è il prodotto della società in cui viviamo). Quanto più sopra affermato trova conferma nelle parole pronunciate in merito da alcuni maître à penser del liberalismo odierno, quali Daniel Cohn-Bendit e Umberto Eco. Furono infatti costoro a teorizzare l’istituzione obbligatoria della “società dell’Erasmus” finalizzata allo scioglimento di ogni identità collettiva dei popoli europei (identità nazionale, religiosa, di classe, persino di genere) nel magma volutamente confusionario, postnazionale e postideologico di Cosmopolis, il mondo unificato all’insegna dello stile di vita “disinibito”, cinico, disincantato, apolide e oggettivamente stravagante degli strati superiori della classe media delle megalopoli globali. «Io», esternò in proposito Cohn-Bendit, «vorrei che la Commissione Europea finanziasse ogni anno lo studio all’estero di un milione di studenti europei che poi statisticamente si fidanzerebbero tra loro: che nazionalità avrebbe il figlio di un’olandese nata ad Amsterdam da genitori turchi e un francese nato a Parigi da genitori marocchini? Europea». In tal senso, l’idea di “identità europea” descritta da Cohn-Bendit non ha alcun punto di congiunzione con l’autentica, millenaria e pluralistica tradizione europea di popoli e nazioni ma ne invera, sull’altare del mercato globale delle mode contemporanee, la perfetta negazione. La tradizione europea potrebbe infatti trovare il proprio compimento in primo luogo in quello «Stato europeo identitario» di cui ha parlato Dominique Venner, un pensatore di inequivocabile attualità e innegabile profondità, la cui opera è meritevole di continua riscoperta e incessante divulgazione, nella prefazione al bel libro di Gérard Dussouy, Fondare lo Stato europeo contro l’Europa di Bruxelles (Controcorrente, 2016). Daniel Cohn-Bendit reinventa invece il nobile concetto di “identità europea” in chiave prettamente postidentitaria (ossia, in perfetta continuità con la vulgata sessantottesca riadattata in accezione postmoderna, negando e delegittimando le categorie di nazione, famiglia tradizionale e religione). In una società di mercato, giovanilistica e postidentitaria, la cultura del “divertimento” illimitato (Erasmus Culture) funge infatti da rampa di lancio per la costituzione delle apatiche e subalterne “moltitudini desideranti” invocate dall’intellighenzia liberale di sinistra come i “nuovi europei” del XXI secolo. Nell’Unione Europea che hanno in mente le élite di Bruxelles, le identità tradizionali di popoli e nazioni, secondo quanto scrisse il filosofo Costanzo Preve nel libro La Quarta Guerra Mondiale (Edizioni all’Insegna del Veltro, 2008), dovevano essere ridotte alla stregua di «semplici risorse turistiche di mercato» finalizzate al soddisfacimento degli esotici svaghi e sfizi della “nuova classe media globale” in cerca di “avventure” e commistioni culinarie e sessuali con mondi del tutto semplicisticamente percepiti come “altri”.
14939953_1172466716166307_705968368555544247_oLa liberalizzazione integrale dei costumi borghesi, facilitata dall’abbattimento dei costi dell’informazione e dall’irrompere della sottocultura della mobilità globale era, per definizione, l’obiettivo di riferimento degli ideologi della società dell’“Erasmus permanente” e “obbligatorio”, tant’è vero che, già nel gennaio 2012, Umberto Eco affermò che l’Unione Europea sarebbe dovuta scaturire proprio da una «rivoluzione sessuale» propedeutica all’estinzione di ogni identità interpretabile come un potenziale ostacolo sulla via dell’estensione, senza limiti né confini, del mercato mondiale dei consumi e dei desideri “liberi”. Eco disse infatti che la «rivoluzione sessuale» generata dalla cosiddetta “Erasmus Experience” avrebbe cancellato ogni retaggio identitario e agevolato la formazione di una cittadinanza “europea” culturalmente compatibile con i principi politici della narrativa liberal-progressista: «Un giovane catalano incontra una ragazza fiamminga, si innamorano, si sposano, diventano europei come i loro figli. L’Erasmus dovrebbe essere obbligatorio […]. Passare un periodo nei Paesi dell’Unione Europea, per integrarsi». Ai giorni nostri, “integrazione” è sinonimo di idolatria nei confronti degli stili di vita propri dei settori maggiormente benestanti e snob delle megalopoli globali (Parigi, Londra, New York, ecc.). Essere “integrati” significa infatti, soprattutto per le nuove generazioni, ciniche e totalmente conquistate alla religione postmoderna del denaro e della mobilità, “essere come gli altri”, ossia seguire le stesse mode (perlopiù americane) in fatto di abbigliamento e gusti musicali, nonché condividere gli stessi “divertimenti” e desiderare gli stessi beni di consumo, a prescindere dall’appartenenza nazionale d’origine. Assistiamo, attualmente, a una corsa frenetica, da parte delle nuove generazioni, verso l’adesione al conformismo più ostentato. “Essere come gli altri” è infatti la condicio sine qua non per sentirsi socialmente accettati, integrati e, pertanto, “parte di un tutto”. Generazione Erasmus è, soprattutto, sinonimo di una vera e propria controrivoluzione avente l’obiettivo di affossare qualsiasi ipotesi di antagonismo non soltanto di destra, ma anche di sinistra, rispetto allo stato di cose presenti, al mondo così com’è. La soppressione di ogni identità tradizionale rischia infatti di abolire irrimediabilmente non soltanto i tratti “conservatori” tipici delle moderne società borghesi ma anche quei valori cavallereschi (onore, fedeltà, solidarietà, autenticità ed eroismo) propri del socialismo delle origini. L’ascesa, anche politica, di coloro i quali percepiscono se stessi come interni alla sottocultura della Generazione Erasmus condurrà, inevitabilmente, in direzione di quella che il filosofo francese Olivier Rey ha a buon diritto definito, nel libro La Dismisura (Controcorrente, 2016), «la marcia infernale del progresso» verso il baratro nichilistico della Storia.”

Da La Generazione Erasmus e i suoi oppositori, di Paolo Borgognone.
I collegamenti inseriti sono nostri.

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Questo mondo merita una rivoluzione

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In memoria di Costanzo Preve

“Sono molto contento che il mio saggio Il Bombardamento Etico, scritto negli ultimi mesi del 1999 e pubblicato in lingua italiana nel 2000, sia stato tradotto in greco. Rivedendo la traduzione, precisa, corretta e fedele, mi sono reso conto che purtroppo il saggio non è “invecchiato” in dieci anni, ma in un certo senso è ancora più attuale di dodici anni fa. E’ ancora più attuale, purtroppo. E su questo “purtroppo” intendo svolgere alcune rapide riflessioni. Dodici anni non sono pochi, ed è possibile capire meglio che l’uso strumentale e manipolatorio dei cosiddetti “diritti umani” ed il processo mediatico di hitlerizzazione simbolica del Dittatore che di volta in volta deve essere abbattuto (Milosevic, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad, domani chissà?) inauguravano una fase storica nuova, che potremo definire dell’intervento imperialistico stabile nell’epoca della globalizzazione con l’uso massiccio della dicotomia simbolica di sicuro effetto Dittatore/Diritti Umani.
L’importantissimo articolo 11 della Costituzione Italiana, entrato in vigore nel 1948 e mai più da allora formalmente abrogato, recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E’ storicamente chiaro che questo articolo segnala una profonda autocritica morale dell’intero popolo italiano per aver aderito alla guerra di Mussolini fra il 1940 e il 1945. In ogni caso, la presenza dell’articolo 11 ha da allora costretto i governi italiani ad una sorta di ipocrisia istituzionalizzata permanente. Tutte le guerre che sarebbero state fatte dopo il 1948, all’interno dell’alleanza geopolitica NATO a guida USA, avrebbero dovuto costituzionalmente “essere sempre ribattezzate missioni di pace, o missioni umanitarie. Possiamo dire che così l’ipocrisia, la menzogna e la schizofrenia sono state in Italia istituzionalizzate e “costituzionalizzate”. Lo dico con tristezza, perché vivo in questo Paese.”

La prefazione di Costanzo Preve alla traduzione greca de Il Bombardamento Etico. Saggio sull’Interventismo Umanitario, sull’Embargo Terapeutico e sulla Menzogna Evidente (luglio 2012) prosegue qui.

Dialoghi sull’Europa e sul nuovo ordine mondiale

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“Infatti, così come dice che «la democrazia ateniese non sarebbe stata possibile con una guarnigione persiana sull’acropoli», Preve ritiene pure che oggi non sia possibile in Europa avere i mezzi per praticare pubblicamente una filosofia critica (ossia una filosofia che sia tale e non pura ideologia, anche se rimane sempre un quantum di componente ideologica che non può essere eradicato dal pensiero filosofico) finché sussistano sul territorio europeo le basi militari americane, la cui presenza soft, non deve ingannare: si tratta della garanzia ultima che il nostro paese rimanga permanentemente subalterno, sul piano culturale non meno di quello politico od economico. Infatti a nessuno è concesso di introdursi nei gangli degli apparati di potere così come nei luoghi illustri della produzione intellettuale se è in aperto contrasto con quella ferma dominazione, che è tanto discreta e ‘vellutata’ presso di noi quanto si manifesta aperta e brutale in altre aree del mondo.
L’antiamericanismo di Preve – e la correlata ostilità al paese che costituisce nello scacchiere mediorientale la testa di ponte dell’egemonia occidentalista, ossia Israele – non è dovuto ad un pregiudizio ideologico e neppure ad una assolutizzazione della chiave di lettura geopolitica, che pure Preve ritiene giustamente essenziale, ma non in sé esaustiva. Preve è antiamericano perché è anticapitalista. Egli sa benissimo, come tutti, che il modo di produzione capitalistico non è certo nato negli Stati Uniti e inoltre che esso è fondamentalmente un “processo senza soggetto” che di suo – cioè se non incontra una strenua resistenza – tende a scardinare e progressivamente omologare a sé ogni altra forma eterogenea di organizzazione sociale ed economica. Tuttavia è negli USA che il capitalismo ha raggiunto il suo culmine identificando con se stesso l’intera società. È là che il capitalismo è entrato nella fase speculativa del suo sviluppo dialettico, ha inverato cioè la sua essenza fino al punto di rispecchiarsi in se stesso come forma compiuta. È dunque a partire da là che si diffondono nel mondo i tratti di un capitalismo assoluto-totalitario, stabilitosi come una sorta di orizzonte ‘naturale’ intrascendibile, che fa sembrare ogni proposta di alternativa sistemica una pretesa assurda e ogni altra forma di organizzazione socio-economica con cui entra in attrito un intralcio atavico da spazzar via al più presto.
Anche se le centrali del capitalismo possono essere dislocate altrove (la più classica è la City di Londra), allo stato attuale delle cose, sono gli Stati Uniti, con gli alleati NATO come corollari, in virtù della loro forza militare e del suadente colonialismo culturale, ad essere il più potente e pericoloso ‘agente di trasmissione’ mondiale di questo vero e proprio virus sociale, portatore di sfruttamento, accaparramento inconsulto di risorse, mercificazione di tutti i rapporti sociali, alienazione della condizione umana. ”

Dall’introduzione di Stefano Sissa a Dialoghi sull’Europa e sul nuovo ordine mondiale, di Costanzo Preve e Luigi Tedeschi, edizioni Il Prato, pp. 542, 2015.
Questo è il terzo dei libri di dialoghi tra Costanzo Preve e Luigi Tedeschi che costituiscono altrettante fasi di un percorso ideale iniziato nel 2002, teso alla interpretazione del nostro tempo, analizzato al fine di rinvenire in esso le radici storiche e filosofiche da cui è derivata l’era della globalizzazione, vissuta da larga parte dell’umanità come un eterno presente senza storia. Sulle ceneri delle ideologie novecentesche, in questi dialoghi viene analizzata la nuova antropologia umana scaturita dall’avvento del capitalismo globalista, che comporta l’assoggettamento della totalità dei rapporti umani alla “forma merce”.
Questi dialoghi vogliono essere anche e soprattutto una forma di primaria resistenza etica e culturale alla omologazione mercatista del capitalismo assoluto.
Costanzo Preve non è più tra noi dal novembre 2013. Egli ci lascia in eredità un pensiero, la cui fecondità è data dalla estrema potenzialità (per ora utopica), di sviluppi culturali e politici, validi per costruire la società del futuro.

La battaglia è appena iniziata

paese libero“Per quanto riguarda la popolazione italiana, le recenti elezioni hanno dimostrato che l’ondata sovranista ha toccato poco la nostra nazione. Non sopravvalutiamo il «successo» del PD, sostanzialmente ha funzionato l’operazione di unire al PD, il centro moderato che alla precedenti elezioni politiche aveva votato Monti (10% circa), non sono neanche da escludere consistenti brogli (di cui ha parlato apertamente Grillo), tuttavia, è chiaro anche da questi risultati che ancora non si intravvede in Italia il formarsi di una volontà collettiva che vada in direzione di un movimento sovranista. C’è da tenere nel debito conto questa importante differenza: la Francia ha solo da correggere una deviazione da un percorso di quella che resta una nazione sovrana, mentre in Italia il contesto è piuttosto diverso, in quanto nazione che, come la Germania e a differenza della Francia, ha un gran numero di basi militari statunitensi, a che partire da Tangentopoli, per concludere con il colpo finale che ha visto la definitiva sottomissione, a furia di attacchi scandalistici internazionali e di statuette in faccia che raggiungevano con facilità la faccia dell’allora nostro Presidente del Consiglio, l’incauto pagliaccio Berlusconi, provocando le sue dimissioni dal governo e la collaborazione forzata con i successivi governi, da Monti in poi. Da allora abbiamo perso anche del tutto la «sovranità limitata» di cui abbiamo goduto dal dopoguerra fino agli anni Ottanta, già seriamente compromessa con Tangentopoli (sovranità limitata che gli aveva fornito quella libertà di manovra, soprattutto in medio-oriente, necessaria al suo sviluppo). Per questi motivi, si tratta obiettivamente di una lotta molto più difficile. Inoltre, l’Italia ha completato la sua modernizzazione, il suo passaggio da paese prevalentemente agricolo a paese industriale sotto l’egemonia statunitense (un passaggio che era iniziato in realtà ben prima, dall’inizio del secolo, e che probabilmente ci sarebbe stato lo stesso anche se non fosse stata sotto la sfera d’influenza statunitense). Si fa fatica ad accettare che gli USA hanno da tempo concluso la fase egemonica, che lasciava un certo spazio di manovra agli «alleati» (subordinati) europei, e che senza una riconquista della sovranità nazionale, subordinandoci del tutto agli USA, non conserveremo nemmeno parte dell’attuale tenore di vita, già fortemente compromesso, mentre la nuova generazione è già senza prospettive. Finora non si vede una volontà collettiva intenzionata ad incamminarsi su di un percorso di recupero della sovranità. Se non si tratta di un opportunistico attendere l’evoluzione degli eventi, tipico della mentalità italiana, ma di un’incapacità permanente di reazione della nostra collettività, vedremo il declino dell’Italia come nazione significativa e il suo ritorno allo status di nazione povera.
10155523_705267379532435_6400827348388679339_nNon si possono considerare il Movimento 5 Stelle o la Lega di Salvini espressione di una volontà sovranista. Non bastano certo le recriminazioni sull’euro a fare del primo un movimento sovranista, anzi il voto favorevole all’abolizione del reato di immigrazione clandestina lo pone decisamente dalla parte dei movimenti non sovranisti. Detto per inciso, il controllo dell’immigrazione di per sé non ha nessuna connotazione razzista, in quanto una popolazione che risiede stabilmente su di un territorio ha tutto il diritto di stabilire chi, come e quanti individui provenienti da altre nazioni accettare sul proprio territorio. Questo diritto è uno degli attributi fondamentali della sovranità.
Per quanto riguarda la Lega, seppure essa ha una connotazione identitaria-comunitaria, un elemento essenziale della sovranità, il fatto che si manifesti in termini localistici, dimostra come ancora una volta in Italia il fattore identitario finisce per acquisire delle connotazioni patologiche (per usare un concetto previano che definiva nazionalismo e razzismo «patologie del comunitarismo», e tra queste, a mio parere, si può annoverare anche il localismo).
La non perdita di consensi del PD, nonostante il disastro economico e sociale, è preoccupante, perché tale partito è il principale nemico della sovranità nazionale e tra i principali responsabili del disastro economico in cui versa l’Italia (svendita delle aziende italiane pubbliche e private, intossicazione della vita politica ed economica attraverso un utilizzo distorto della magistratura, favoreggiamento di un’immigrazione finalizzata all’abbassamento del costo del lavoro). Cerchiamo di ricostruire per sommi capi questa degenerazione del principale partito della sinistra: il PCI non è nato come un partito anti-nazionale, Gramsci ne aveva fatto una questione centrale e in merito aveva avanzato analisi importanti e innovative, anche rispetto al dibattito di allora nei partiti comunisti; la lotta dei partigiani comunisti voleva essere anche una lotta di liberazione nazionale, anche se poi alla fine si trattò di scegliere tra due eserciti invasori; il PCI del dopoguerra nel suo simbolo aveva la bandiera italiana insieme alla bandiera rossa. Al crollo del comunismo, la seconda generazione cresciuta nell’insano recinto della «sovranità limitata», una generazione diversa da quella eroica della guerra e della lotta partigiana, invece che con una seria discussione sulla storia del comunismo ottocentesco, reagì con il puro e semplice rinnegamento della propria storia e passò armi e bagagli sul carro statunitense, passaggio che aveva già una sua storia quando Berlinguer guardava con favore all’«ombrello della NATO» e quando l’attuale presidente della repubblica faceva il suo viaggio «culturale» nel 1976 negli USA, guadagnandosi già da allora il titolo, non conferito ufficialmente, di referente della politica statunitense in Italia. Costoro come rinnegati si sono dimostrati disposti a svendere non solo la storia del loro partito, ma l’intera Italia.
(…)
L’evoluzione del contesto politico globale oggi pone al centro la riconquista della sovranità e bisogna attrezzarsi con le categorie adatte, nonché, ovviamente, con gli altrettanto necessari strumenti politici e militari
La battaglia è appena iniziata, ma il quadro politico acquisisce una maggiore chiarezza, si intravvedono le questioni dirimenti degli anni futuri e tra queste, lo possiamo dire con certezza, vi sarà la difesa della sovranità. Chiunque ritiene questo un obiettivo da perseguire è nostro amico, chi è contro è nostro nemico.
L’irrompere sulla scena della lotta per la difesa della sovranità deriva dalla nuova fase dello scontro in direzione di un mondo multipolare che vede una più netta contrapposizione tra Stati Uniti e Russia e relative manovre dei primi per subordinare i paesi europei alla proprio politica di aggressione alla Russia, una politica contraria agli interessi europei, basti considerare la sola questione energetica. Tali manovre hanno visto la perdita a partire dal governo Monti della residua sovranità limitata dell’Italia. Subordinazione che comporta la deindustrializzazione dell’Italia e la sua integrazione subordinata all’interno della sfera politica statunitense. Le conseguenze della deindustrializzazione vengono patite principalmente dalle classi inferiori e dai ceti medi produttivi.
Per principio, la difesa della sovranità non può essere né di «destra» né di «sinistra», se vogliamo rappresentare con queste categorie fuorvianti, sempre alla moda, le differenze ideologiche, in quanto senza sovranità qualunque sia l’indirizzo politico, economico e sociali delle forze politiche al governo esse dovranno sottostare alle imposizioni di chi detiene la sovranità effettiva. Quindi, chi antepone le differenze ideologiche alla difesa della sovranità è nostro nemico, qualunque sia il suo orientamento ideologico.
La difesa della sovranità è antecedente alle questioni ideologiche, agli indirizzi politici e sociali, ma può avere diverse declinazioni, di «destra» e di «sinistra», ad es. associate alla questione sociale, all’equità sociale (che non coincide con l’eguaglianza) e alla possibilità di un futuro dignitoso per ogni cittadino italiano. (E qui ad un eventuale lettore di «sinistra», scatterà subito una molla: «non ad ogni cittadino italiano, ma ad ogni essere umano». Ed è qui che sta l’errore, siccome la lotta avviene in un contesto determinato, noi lotteremo insieme a coloro che vivono in questo contesto, quello dello Stato dove si stabiliscono le leggi che regolano i rapporti tra i gruppi sociali, chi vive in altri contesti porterà invece avanti le sue lotte per migliorare la società in cui vive).
Non siamo che agli inizi di una era, se la Russia proseguirà nello scontro contro il sistema occidentale dovrà affrontare i problemi interni proponendo nuove soluzioni rispetto a quelle liberal-capitalistiche, perché soltanto con il coinvolgimento popolare potrà affrontare tale scontro (il consenso e l’appoggio popolare è l’unico autentico fattore di superiorità rispetto alla sola superiorità tecnica su cui punta l’Occidente), e tale coinvolgimento lo si realizza percorrendo una via opposta alle economie occidentali che vedono l’esclusione di fasce sempre più ampie di popolazione. Soltanto ridando una patria agli uomini, un contesto in cui la loro vita, il loro agire e patire, abbia un senso e una continuità questi sono disposti a compiere dei sacrifici, fino al massimo sacrificio della vita.”

Da La difesa della sovranità nelle lotte future, di Gennaro Scala.

L’interesse vitale dell’Europa non coincide coi piani di conquista nordamericani

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“In seguito ai risultati referendari con cui una decina d’anni fa l’elettorato francese e olandese respinse la bozza della “Costituzione europea”, “Eurasia” pubblicò un breve dibattito tra me e Costanzo Preve sul tema Che farne dell’Unione Europea?
Il nostro compianto collaboratore scriveva tra l’altro: “Per poter perseguire la prospettiva politica, culturale e geopolitica di un’alleanza strategica fra i continenti europeo ed asiatico contro l’egemonismo imperiale americano, prospettiva che ha come presupposto una certa idea di Europa militarmente autonoma dagli USA e dal loro barbaro dominio, bisogna prima (sottolineo: prima) sconfiggere questa Europa, neoliberale (e quindi oligarchica) in economia ed euroatlantica (e quindi asservita) in politica e diplomazia. Senza sconfiggere prima questa Europa non solo non esiste eurasiatismo possibile, ma non esiste neppure un vero europeismo possibile”.
Da parte mia osservavo come nel risultato del voto francese e olandese si fossero manifestati non tanto il rifiuto dell’occidentalismo e del neoliberismo, quanto quei diffusi orientamenti “euroscettici” che, essendo espressione di irrealistiche nostalgie micronazionaliste se non addirittura del tribalismo etnico e localista, non solo non possono essere considerati alternativi alla globalizzazione mondialista, ma sono oggettivamente funzionali alla strategia dell’imperialismo statunitense.
(…)
Siamo alla vigilia dell’elezione del nuovo Parlamento e i sondaggi dicono che il 53% dei cittadini europei non si sente europeo. A quanto pare, il “patriottismo costituzionale” teorizzato da Habermas non ha suscitato un grande entusiasmo.
D’altronde l’Europa liberaldemocratica, anziché sottrarsi all’egemonia statunitense ed avviare la costruzione di una propria potenza politica e militare nel “grande spazio” che le compete nel continente eurasiatico, stabilendo un’intesa solidale con le altre grandi potenze continentali, sembra impegnata a rinsaldare la propria collocazione nell’area occidentale ed a perpetuare il proprio asservimento nei confronti dell’imperialismo nordamericano.
L’Unione Europea e le cancellerie europee, dopo aver collaborato con Washington nel tentativo di ristrutturare il Nordafrica e il Vicino Oriente in conformità coi progetti statunitensi, si sono allineate col Dipartimento di Stato nordamericano nel sostenere la sovversione golpista in Ucraina, al fine di impedire che questo Paese confluisca nell’Unione doganale eurasiatica e trasformarlo in un avamposto della NATO nell’aggressione atlantica contro la Russia.
In tal modo l’Unione Europea coopera attivamente alla realizzazione del progetto di conquista elaborato dagli strateghi della Casa Bianca, secondo il quale l’Europa deve svolgere la funzione di una “testa di ponte democratica” [the democratic bridgehead] degli Stati Uniti in Eurasia. Scrive infatti Zbigniew Brzezinski: “L’Europa è la fondamentale testa di ponte geopolitica dell’America in Eurasia [Europe is America’s essential geopolitical bridgehead in Eurasia]. Il ruolo dell’America nell’Europa democratica è enorme.
Diversamente dai vincoli dell’America col Giappone, la NATO rafforza l’influenza politica e il potere militare americani sul continente eurasiatico. Con le nazioni europee alleate che ancora dipendono considerevolmente dalla protezione USA, qualunque espansione del campo d’azione politico dell’Europa è automaticamente un’espansione dell’influenza statunitense. Un’Europa allargata e una NATO allargata serviranno gl’interessi a breve e a lungo termine della politica europea. Un’Europa allargata estenderà il raggio dell’influenza americana senza creare, allo stesso tempo, un’Europa così politicamente integrata che sia in grado di sfidare gli Stati Uniti in questioni di rilievo geopolitico, in particolare nel Vicino Oriente.”
(…)
L’interesse vitale dell’Europa non coincide coi piani di conquista nordamericani. L’Europa e la Russia, se vogliono esercitare un peso decisivo sulla ripartizione del potere mondiale, devono instaurare una stretta intesa che obbedisca agl’imperativi della loro complementarità geoeconomica e stabilire un’alleanza politico-militare che contribuisca alla difesa della sovranità eurasiatica. Solo così sarà possibile controbilanciare le iniziative intese a destabilizzare il Continente, risolvere le questioni territoriali, mantenere il controllo delle risorse naturali e regolare i flussi demografici disordinati.
Quando l’Europa lo capirà, una “rifondazione” dell’Unione Europea sarà inevitabile.”

Da Rifondare l’Unione Europea di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” n. XXXIII (1-2014).
L’elenco degli articoli presenti in questo numero, con un breve riassunto di ciascuno di essi, è qui.

C’è chi non muore anche quando se ne va

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In memoria di Costanzo Preve, uomo libero e pensatore rigoroso, riproduciamo qui l’estratto di un suo articolo, già pubblicato nel 2008.

Dopo il 1991 ed il suicidio collettivo nel mar Caspio di Gengis Khan e di tutti i suoi funzionari, eunuchi e concubine, essendo venuto meno sia il soggetto che l’oggetto della ragion d’essere della NATO (il contenimento del comunismo), si sarebbe potuto pensare che il leibniziano principio di ragion sufficiente della NATO fosse venuto meno. In fondo, le associazioni di pescatori dello stagno della Trota Orientale si sciolgono pacificamente quando anche l’ultima trota rimasta viene pescata e mangiata.
Non è stato così. La NATO, anziché essere ridotta, si è addirittura virtualmente allargata al mondo intero (Afghanistan, eccetera). Certo, oggi non c’è più il comunismo, ma ci sono i terroristi islamici fondamentalisti, gli Stati canaglia, le violazioni dei diritti umani ad apertura alare asimmetrica (i sionisti possono violarli, i serbi invece no), l’autoritarismo russo e cinese, la giunta militare del Myanmar, il governo sudanese, il dittatore negro Mugabe, Hamas e Hezbollah, eccetera. Ma se ci si mette su questo piano, ci saranno sempre nuove “caselle” nel Risiko Mondiale in cui mettere le figurine che sostituiscono Stalin, Hitler e Pol Pot. E’ una vera storia infinita. Sarà necessario che l’Impero Colpisca Ancora.
Il fatto che la NATO si sia pacificamente trasformata dalla fase del Contenimento Europeo-Occidentale del Comunismo alla successiva fase del Mercenariato Militare Occidentalistico al servizio degli interessi strategici dell’impero USA (che tra l’altro ammette apertamente di voler essere tale, mentre se qualcuno dei sudditi proconsolari europei ne accenna sarà subito accusato di antiamericanismo ed antisemitismo aggiunto, per fare “buon peso”), non è un’ipotesi maliziosa e settaria, ma è un dato sotto gli occhi di tutti. Per dirla con lo stralunato personaggio del vignettista italiano Altan, “il trucco c’è, si vede, e non gliene frega niente a nessuno”. In realtà, qualcuno non è d’accordo. Ma la stragrande maggioranza degli apparati ideologico-politici europei (circo mediatico cartaceo-televisivo, ceto politico professionale, clero universitario unificato, eccetera) è d’accordo ed è corrivo. E allora il discorso non è più sulla NATO, ma è sull’Europa che ha perso la sua anima, sul tradimento degli intellettuali (la trahison des clercs di Julien Benda), e in generale su una questione epocale di tipo non militare. Il tacitiano ruere in servitium non è un dato militare, ma filosofico-politico, ed esce dal raggio di queste mie considerazioni.
E terminiamo comunque con uno scenario fantapolitico. Immaginiamo che un governo italiano nazionale, al di là ovviamente della simulazione Destra/Sinistra (sul mercenariato occidentalistico NATO concordano pienamente Berlusconi e Veltroni, Di Pietro e Napolitano, “la Repubblica” ed “il Giornale”, eccetera), decida l’uscita unilaterale dalla NATO. Se questo fosse l’esito di un colpo di Stato militare con contorno di manifestazioni, al di là di ogni rito elettorale manipolato, sarei egualmente d’accordo. Fra la forma ed il contenuto, preferirei comunque il contenuto. Il 1789 ed il 1917 non si possono sempre fare con le elezioni, anche se le elezioni sarebbero sempre astrattamente preferibili. Mi rendo conto di stare violando il canone politicamente corretto, ma a volte non si può fare la frittata senza rompere le uova. Comunque, facciamo l’ipotesi che questo avvenga. So che sarebbe troppo bello se potesse avvenire realmente, ma non è ancora proibito sognare.
Ebbene, dopo pochi giorni avremmo un catastrofico attentato ferroviario con centinaia di morti. Verrebbero subito arrestati congiuntamente Franco Freda e Nadia Desdemona Lioce, capi dell’Organizzazione Nazicomunista Unificata (acronimo ONU). Verrebbe subito gettato dalla finestra il presunto colpevole, iscritto sia a Forza Nuova sia al Partito Comunista Combattente. Di Pietro e la sua corte dei miracoli convocherebbero subito una manifestazione a piazza Navona al grido: “La colpa è sicuramente del Berlusca!”. Fini e Bertinotti farebbero un girotondo al grido: “Restauriamo la democrazia!”. La Fondazione Oriana Fallaci brucerebbe un fantoccio del Saladino in una piazza di Firenze. Magdi Allam griderebbe: “Aiuto, arriva Bin Laden!”.
Tutti hanno diritto al loro scenario fantapolitico, non solo Stefano Benni. Eppure, purtroppo, non c’è proprio niente da ridere. L’incorporazione di questa Europa politicamente e spiritualmente morente in questo mercenariato militare occidentalistico globalizzato al servizio dell’impero USA, purtroppo, è una tragedia, anche se per ora sta assumendo le movenze di un cattivo dramma satiresco ateniese.

[I funerali di Costanzo Preve si terranno giovedì 28 Novembre alle ore 10:00, presso la Chiesa parrocchiale della Crocetta di Torino (Beata Vergine delle Grazie), in Corso Einaudi 23]