Ci stanno mettendo gli uni contro gli altri

Con l’inizio della pandemia c’è stato un vertiginoso aumento delle polarizzazione sociale, polarizzazione calata dall’alto ovviamente. La questione non è più di natura sanitaria, infatti il “lasciapassare” (definizione corretta di “green pass”) è il fine, non il mezzo. E’ stato creato il conflitto orizzontale definitivo che serve a mettere al riparo da quello verticale.

Il commento di Gilberto Trombetta, giornalista economico.

Cittadini di seconda classe

Come avviene ogni volta che si istaura un regime dispotico di emergenza e le garanzie costituzionali vengono sospese, il risultato è, come è avvenuto per gli Ebrei sotto il fascismo, la discriminazione di una categoria di uomini, che diventano automaticamente cittadini di seconda classe. A questo mira la creazione del cosiddetto green pass. Che si tratti di una discriminazione secondo le convinzioni personali e non di una certezza scientifica oggettiva è provato dal fatto che in ambito scientifico il dibattito è tuttora in corso sulla sicurezza e sull’efficacia dei vaccini, che, secondo il parere di medici e scienziati che non c’è ragione di ignorare, sono stati prodotti in fretta e senza un’adeguata sperimentazione.
Malgrado questo, coloro che si attengono alla propria libera e fondata convinzione e rifiutano di vaccinarsi verranno esclusi dalla vita sociale. Che il vaccino si trasformi così in una sorta di simbolo politico-religioso volto a creare una discriminazione fra i cittadini è evidente nella dichiarazione irresponsabile di un uomo politico, che, riferendosi a coloro che non si vaccinano, ha detto, senza accorgersi di usare un gergo fascista: “Li purgheremo con il green pass”. La “tessera verde” costituisce coloro che ne sono privi in portatori di una stella gialla virtuale.
Si tratta di un fatto la cui gravità politica non potrebbe essere sopravvalutata. Che cosa diventa un Paese al cui interno viene creata una classe discriminata? Come si può accettare di convivere con dei cittadini di seconda classe? Il bisogno di discriminare è antico quanto la società e certamente forme di discriminazione erano presenti anche nelle nostre società cosiddette democratiche; ma che queste discriminazione fattuali siano sanzionate dalla legge è una barbarie che non possiamo accettare.

Giorgio Agamben

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Governo virale

È uscito da pochi giorni per i tipi di Arianna Editrice il mio terzo libro, Governo Virale. Dalla polis all’ovile, scritto a sei mani con Pier Paolo Dal Monte e Francesco Maimone. Siccome nessuno lo ha ancora recensito, lo faccio io [Stefano Mantegazza, alias Il Pedante – n.d.c.] qui.

Nella prima parte, di cui sono autore, ho riorganizzato, sviluppato e ampliato le riflessioni già anticipate in questo blog sull’esperienza del «lockdown» sanitario, nella sua duplice dimensione fattuale e simbolica. Ne è uscita una monografia in itinere con cui ho cercato di mostrare nelle trame delle misure traumatiche inflitte al nostro e ad altri Paesi, per quanto inedite nei moventi e nelle proporzioni, una visione esistenziale e sociale già ampiamente sperimentata negli anni delle «emergenze» continue che hanno scandito il nuovo millennio. Se il virus è nuovo, nulla di ciò che ha cagionato lo è. Come scrivo, c’è infatti

una simmetria perfetta tra l’illusione che i fatti plasmino le civiltà e la realtà, che siano invece le civiltà a produrre i fatti e che li digeriscano e li raccontino, li invochino e persino li fabbrichino per vestire le proprie visioni. Che, in breve, gli avvenimenti siano «epocali» se esaudiscono le aspettative di un’epoca.

A corredo di queste considerazioni mi sono concesso anche alcune brevi incursioni statistiche, con il solo obiettivo di inquadrare il suicidio collettivo degli ultimi mesi nell’ambito di uno stravolgimento razionale che arriva fino all’inversione e si riverbera sulla tenuta degli argini giuridici, politici e intellettuali che con sempre più fatica ci separano dalla barbarie. Conclude il testo una riflessione sul mito biblico della torre di Babele in cui auspico che il disordine logico e morale degli ultimi mesi rappresenti l’apice di una hybris globale destinata a crollare sotto il peso delle proprie enormità.

Nella seconda parte firmata da Pier Paolo Dal Monte l’analisi si spinge ulteriormente fin nelle radici storiche e culturali della patologia sociale apparentemente innescata da quella virale, ma in realtà propria di una struttura di pensiero che informa tutta l’era moderna e capitalistica. L’autore si sofferma in particolare sullo scardinamento dei nessi empirici e cognitivi che hanno caratterizzato lo story-telling pandemico. Il «mondo fantasma» è la strategia estrema con cui un modello antropologico esausto e disfunzionale cerca di preservare le proprie menzogne. Nell’appendice di Francesco Maimone si affronta infine il tema della vaccinazione con cui si inscena l’atto sinora ultimo della «crisi pandemica» e che con ogni probabilità ne ha rappresentato fin dall’inizio lo sbocco previsto, come avevamo anche pronosticato in Immunità di legge. L’avvocato Maimone non si concentra sul farmaco, ma sulla sua obbligatorietà e quindi sul suo essere requisito per godere di un’ampia gamma di diritti fondamentali, agendo così come una micidiale leva scardinatrice del modello di civiltà architettato dai padri costituenti.

Abbiamo scelto di rispondere alle sollecitazioni dell’editore e di pubblicare queste pagine pur consapevoli della loro contingenza, nel pieno di una vicenda che quasi certamente deve ancora produrre i suoi frutti peggiori. La nostra speranza è di avere fissato nelle sabbie mobili di questo divenire qualche riferimento a cui aggrapparsi per non farsi trascinare dagli impulsi del governo emergenziale, per non finire come falene cieche nella sua fiamma.

Fonte

Epidemie e controllo sociale

Con la crisi pandemica è nato un nuovo dispositivo di controllo sociale e bio-politico che si può definire la colpevolizzazione del cittadino. Un epilogo che certo non dispiace alla classe dirigente del Paese, che avrà la possibilità di nascondere, dietro lo stereotipo dell’italiano indisciplinato – peraltro falsificato, una volta tanto, da ogni statistica – quella catena di errori, ritardi, leggerezze, mancanze e forzature della Costituzione, che prima hanno mandato la situazione fuori controllo nelle regioni del Nord, e poi costretto decine di milioni di persone agli arresti domiciliari. Una narrazione che ha fatto comodo ai media e agli organi di informazione, che da un lato hanno costruito la favola del modello italiano, e dall’altro hanno aperto la stagione della caccia all’uomo, con una retorica di colpevolizzazione dei comportamenti più innocui, che ha distolto l’attenzione da cose ben più serie.

Quello che il ciclo epidemico rischia di lasciarci in eredità, insieme al costo umano e al danno economico, è la rottura del contratto sociale su cui si fonda la convivenza: e le conseguenze della crisi sulla vita civile del Paese, se non si riconducono gli eventi alle proporzioni corrette, potrebbero essere perfino più gravi della spaventosa recessione economica in corso.

La militarizzazione della pandemia

Leggi emergenziali, limitazioni delle libertà costituzionali e militarizzazione delle strade e delle corsie degli ospedali consentono un colpo d’acceleratore del processo di militarizzazione e sicurizzazione della società e dell’economia come non sarebbe mai stato possibile in tempi di “normalità”. Se poi a questo processo si accompagna l’attacco globale alla politica e agli spazi di aggregazione sociale appare ancora più evidente che il creare le condizioni e utilizzare il linguaggio e le narrazioni di “guerra” consente un attacco mortale alle sempre più ridotte forme di partecipazione e lotta democratica. E, come dicevo prima, la militarizzazione dell’intervento sanitario anti-Covid, (invece della scelta di interventi di compartecipazione democratica, decentramento e potenziamento dei centri per la salute e la prevenzione distribuiti e/o prossimi territorialmente), assicura il ruolo “imprescindibile” e “insostituibile” delle forze armate nella gestione della crisi-conflitto. Siamo di fronte a un modello culturale, ben costruito soprattutto in ambito mediatico, del tutto opposto a quanto accadde 40 anni fa con il terremoto in Irpinia, quando l’associazionismo di base, il volontariato e le forze sociali e politiche vive del paese ebbero la capacità di denunciare e documentare l’assoluta inefficienza delle forze armate nelle fasi post-sisma e di ricostruzione e dunque di proporre modelli del tutto differenti di gestione di emergenze naturali-ambientali e sanitarie. L’Irpinia impose il dibattito sulla de-militarizzazione delle crisi e di una protezione civile democratica, diffusa, partecipata e decentrata. Oggi sembrano passati millenni da quella importante fase di confronto politico generale su diritti ed “emergenze”. E così le forze armate e il complesso militare-industriale e finanziario possono oggi “battere cassa” con più arroganza di prima, imponendo schemi e linee di spesa pubblica ancora più insostenibili.
Antonio Mazzeo

(Fonte)

Lode alla crisi

“Occorre impedire che l’umanità imbocchi questa strada, bisogna combattere l’ideologia dell’élite mondialista. Occorre farlo con ogni mezzo, occorre farlo sin da ora. Anzitutto smascherando il grande inganno della “pandemia”, contrastando l’uso biopolitico autoritario che ne viene fatto, quindi opponendo un’opposta visione della società e del mondo. Perderemmo la partita se spingessimo il nostro tecno-pessimismo fino ad abbracciare un’idea di società arcadica e agreste — equivarrebbe ad auto-esiliarci nella riserva indiana che lorsignori hanno già immaginato per quelli come noi. Non si può opporre un’utopia ad una distopia, nostalgie passatiste alla progressistica furia del dileguare.
Accettare davvero la sfida significa concepire un’idea opposta di progresso, in cui la scienza sia spodestata dal suo piedistallo e considerata una delle forme del sapere nient’affatto quella suprema, in cui la tecnica sia un mezzo per l’uomo e non viceversa, in cui le forze economiche siano sottoposte a controllo sociale. Infine, contro ogni irenismo, dobbiamo ribadire che il conflitto e la lotta sono la vera forza motrice della storia, che l’umano spirito di libertà, in ultima istanza, sempre prevarrà rispetto a quello della sottomissione e della servile obbedienza.
Occorre darsi una mossa poiché siamo molto indietro per quanto attiene ad un progetto fattibile di un’alternativa di società. Per questo occorre fare come Pollicino: dobbiamo rubare gli stivali all’orco per procedere spediti in una diversa direzione.
Occorre farlo ora che l’umanità è posta innanzi ad un bivio. Siamo appena entrati uno di quei passaggi storici in cui la bonaccia lascia il posto alla tempesta, alle porte di una rottura e di un brusco salto che deciderà del futuro della civiltà. L’élite ha drammatizzato la “pandemia” ed è riuscita così a trasformarla nell’evento scioccante per giustificare il salto sistemico. Invece di cadere preda dello sconforto, occorre avere l’audacia di utilizzare lo shock per utilizzarne la forza di spinta.
Lode dunque alle crisi! come sostenne Jakob Burckhardt:
«La crisi deve essere considerata come un nuovo nodo dello sviluppo […] Energie insospettate si risvegliano negli individui, nelle masse, e perfino il cielo ha un altro colore. Chi è qualcosa può farsi valere, perché le barriere sono state o vengono infrante».
Le vecchie barriere stanno in effetti cadendo. Sta a noi mostrare se siamo qualcosa, pensare e agire per farci valere.”

Da La sfida dell’avvenire, di Moreno Pasquinelli.

Il paziente inglese

In amore non ci sono confini, recitava quella vecchia locandina che sembra anticipare l’attualità su un altro piano.
E nella frode medica non ci sono limiti, se non quelli che porremo con un vigoroso esercizio delle nostra libera e consapevole scelta.

Siamo in piena fraudocrazia: dove chi comanda inganna i sudditi, a fini di sfruttamento. La medicina, l’appello alla tutela della salute e alla ”scienza” ne sono lo strumento. Che viene usato in due modi:
a) come mascheramento per una tirannia politica. Sospensione della Costituzione, limitazioni della libertà personale, rimaneggiamento economico, sociale, culturale, demografico. In nome della salute, presentando un quadro apocalittico con inganni amplificati a catena: il bombardamento mediatico diffonde statistiche ad effetto, costruite su manipolazioni materiali e false interpretazioni, come i tamponi PCR tarati sulla falsa positività, la positività in asintomatici fatta passare per pericolo grave, il falsificare le cause di morte attribuendole al Covid.
b) per lo sfruttamento, incrementando, con la paura e la coercizione, le grandi frodi strutturali della medicina, dotate ormai del potere dello Stato. Come la vaccinazione di massa con preparati tirati fuori dal cilindro, dalla appropriatezza, efficacia e sicurezza proclamate ma non adeguatamente verificate, o la pressione per la telemedicina, la medicina a distanza, che abbatte i costi e aumenta le entrate – e le occasioni di frode – a danno del paziente.
I due modi sono connessi e interagiscono. Es. le misure costrittive e i loro giri di vite, o di corda, spingono le persone ad accettare le vaccinazioni nel tentativo di liberarsi dall’incubo. La forma punitiva che in Italia è stata data al Natale trova le sue motivazioni anche nell’incipiente campagna vaccinatoria.
Francesco Pansera

(Fonte)

Sinistre, Covid, una storia che parte da lontano

…una conversazione tra gli stessi conduttori di Byoblu, Marco Rizzo, segretario di uno dei Partiti Comunisti e il sottoscritto, sui destini e caratteri attuali della sedicente “sinistra”, diventata staffiere della cavalleria di destra, nel momento in cui è lanciata all’attacco.
Le cose che ci siamo detti, da sponde in parte divergenti, su una sinistra che, dal 1943, non ha nemmeno il bisogno del masso di Sisifo (intendendo per Sisifo le masse ed essendo le sinistrocrati il masso) per tornare, sistematicamente, a precipitare verso il basso, o l’opposto. Nel ruolo neanche di protagonista, ma di riserva in panchina, cui concedere un attimo di soddisfazione, quando il gioco è ormai fatto. E’ il momento di gloria dei conigli.
Fulvio Grimaldi

(Fonte)

La libertà personale


In frangenti come quello che stiamo vivendo, è più che mai necessario ripassare le nozioni di diritto costituzionale apprese ai tempi dell’università…

Le libertà fondamentali tradizionalmente sono distinte in libertà negative e libertà positive.
Le libertà negative consistono nella garanzia che nessun altro soggetto, compreso lo Stato, possa intromettersi nella sfera giuridica o nell’ambito di vita assicurato al titolare della libertà stessa, il quale, pertanto, nel particolare spazio a lui assegnato, può determinarsi come meglio crede. Esse assicurano all’individuo una sfera di autonomia che lo Stato non può sopprimere, ma solo delimitare e circoscrivere quanto alle modalità di esercizio. Le libertà negative sono garantite non solo nei confronti dei pubblici poteri, ma erga omnes, ossia verso tutti. La Costituzione predispone una serie di garanzie a salvaguardia di tali libertà, stabilendo che possono subire delle limitazioni solo nei casi e modi previsti dalla legge e in seguito ad un provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria, per motivi di sanità, di sicurezza o di incolumità pubblica.
Le libertà positive, invece, non si limitano a garantire i diritti già acquisiti, ma forniscono all’individuo i mezzi per realizzare il pieno sviluppo della propria personalità ed un’effettiva partecipazione alla vita politica, economica e sociale del Paese.
La libertà personale è una libertà negativa riconosciuta ai cittadini, agli stranieri e agli apolidi. Essa costituisce il presupposto logico e giuridico di tutte le libertà riconosciute dalla Costituzione. Soltanto l’individuo libero, sia fisicamente che moralmente, può godere ed esercitare le libertà riconosciutegli dall’ordinamento.
Il fondamento costituzionale della libertà personale dell’individuo, sia in senso fisico che morale, deve ravvisarsi nell’articolo 13 che sancisce l’inviolabilità della libertà personale e nell’articolo 23, secondo il quale nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge.
L’articolo 13, dopo aver dichiarato l’inviolabilità della libertà personale, afferma che non è ammessa alcuna forma di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, nè qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.
In tale disposizione, si possono individuare tre garanzie fondamentali:
– la riserva di legge, che consiste nell’attribuzione in via esclusiva al potere legislativo della competenza a disciplinare i casi e le modalità in cui si può legittimamente limitare la libertà personale di un individuo. Il conferimento esclusivo al legislatore della competenza normativa è finalizzato a vietare qualsiasi intervento, in materia di misure restrittive della libertà, della potestà normativa cosiddetta secondariaria, quella riservata al potere esecutivo, garantendo al cittadino che solo il Parlamento, organo rappresentativo del popolo, potrà – con legge – regolare la materia;
– la riserva all’autorità giudiziaria della competenza all’emanazione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale, ossia la cosiddetta garanzia dell’habeas corpus;
– l’obbligo della motivazione, che deve necessariamente accompagnare ogni provvedimento giurisdizionale che limiti la libertà personale. In virtù di tale obbligo, il giudice deve indicare espressamente i fatti, i motivi e, conseguentemente, l’iter logico che ha giustificato l’adozione del provvedimento restrittivo, rendendo sempre possibile il controllo della sua legittimità, anche attraverso l’impugnazione.
Ernesto Giovane

 

Come in molte passate occasioni, da Stoccarda a Berlino, da Bamberg a Lipsia, da Monaco a Francoforte, da Costanza di nuovo oggi a Berlino, decine di migliaia di Tedeschi, da giugno complessivamente molti milioni, protestano nella capitale contro una legge biotecnofascista che, approvata dal Bundestag, servirà da modello a tutte le nazioni alle quali gli organizzatori del Nuovo Ordine Mondiale tecno-poliziesco stanno infliggendo la repressione Coronavirus.
La legge in corso di approvazione rende permanenti e utilizzabili, ogniqualvolta la maggioranza lo decida, le misure restrittive, limitatrici delle libertà e dei diritti costituzionali, demolitrici dell’economia, pesantemente punitive, che finora erano state messe in opera con la giustificazione dell’emergenza virus. Il Bio-tecno-totalitarismo diventa istituzione.
Nel momento in cui scrivo, almeno diecimila manifestanti sono già arrivati nelle vicinanze del parlamento, altre migliaia sono bloccate da un massiccio schieramento di poliziotti richiamati dai vari Laender della Repubblica Federale.
Nei giorni precedenti la manifestazione, il governo Merkel aveva minacciato una risposta durissima da parte della Polizia, che, oltre a vietare assembramenti, non avrebbe tollerato assenza di mascherine e violazione del distanziamento sociale. I manifestanti non si sono lasciati intimidire (organizzatori “Querdenken”) e nemmeno il tribunale di Berlino che, ancora una volta, ha annullato il divieto poliziesco-governativo.
Guardiamo alla Germania, il cuore della resistenza è lì.
Fulvio Grimaldi

I Wu Ming e la “caccia al negazionista”

Ad aprile, scrissi un intervento intitolato “A rischio sono le libertà collettive, non quelle individuali”.
Spiegando come stia venendo meno, fisicamente e tecnicamente, la possibilità per i movimenti di assembrarsi, per i lavoratori di fare assemblee e indire scioperi, intendevo allora denunciare come falsa dall’A alla Z l’obiezione della sinistra secondo cui chi è contro il distanziamento difenderebbe l’individualismo mentre chi lo sostiene avrebbe a cuore il bene comune.
In realtà, il distanziamento sta eliminando tutti i meccanisimi di coalizione e associazione fra i cittadini, ovvero i principi che stanno alla base dell’emancipazione delle classi povere e, più in generale, del passaggio da sistema oligarchico a democrazia costituzionale.
Mi fa quindi piacere vedere che adesso anche il collettivo Wu Ming proceda in questa direzione d’analisi e, nel farlo, denunci la valenza ideologica e menzognera della “caccia al negazionista” intorno a cui oggi si sta mobilitando l’intera società.
Conosco personalmente i Wu Ming, con alcuni di loro ho collaborato per diversi anni e poi, pian piano, si è generata fra le mie posizioni e le loro una divaricazione di vedute non dissimile da quella avvenuta con altre parti della sinistra: ovvero divaricazione sulla difesa o meno dello Stato-nazione, sul giudizio inerente alle ultime guerre d’aggressione innescate dagli Stati Uniti ai danni di altri Paesi e così via.
Mi fa piacere, quindi, ritrovarmi dopo diversi anni su un’analisi del collettivo scrittori che risulta ben strutturata, coraggiosa e che non fa sconti neppure a quella “sinistra di movimento” che in questi giorni, tardivamente e goffamente, pretende di presenziare le piazze della protesta dei disoccupati, ma senza mettere in discussione la politica del distanziamento.
Un’ottima analisi, dunque, alla quale potrei fare un unico appunto che è inerente alla visione generale: i Wu Ming ancora inquadrano la critica al capitalismo all’interno del paradigma detto “sinistra”e, per tale motivo, alludono al fatto che all’estero la situazione sarebbe migliore rispetto all’Italia.
Il fenomeno nazista della criminalizzazione e psichiatrizzazione del dissenso – attraverso la qualifica di “negazionista” attribuita a chiunque esprima dubbi – è in effetti una peculiarità italiana.
Ma se le piazze di altri Paesi sono state più attive, forse ciò non è dovuto al fatto che in questi ultimi ci sia “più sinistra”, bensì e al contrario è forse dovuto al fatto che la mobilitazione popolare, da quelle parti, non è come in Italia condizionata dal fatto che a darne il permesso siano le organizzazioni della sinistra suddetta.
Riccardo Paccosi

Il grande reset

Ne parlano tutti come se fosse chissà che di nuovo.
La realtà è piuttosto banale: usano la crisi del covid per cambiare il nostro mondo, io lo sostengo, – come altri – da mesi semplicemente ascoltando quello che dicono “loro”: da quando hanno parlato di grande opportunità per riformare radicalmente l’Italia; e soprattutto da quando hanno deciso di stanziare centinaia di milioni di euro, per far fronte ad un’epocale crisi di domanda, purché venissero usati per tutt’altri scopi (digitalizzazione, green economy, parità di genere – si, pure questa).
Se vi accorgete ora che in atto da parecchio c’è il progetto esplicito di riformattare la nostra civiltà, resettarla, beh siete messi male: più che le pagine del Mosa dovreste frequentare quelle di Confcommercio, CNA e simili, luoghi in cui si scodinzola volentieri di fronte al Presidente del Consiglio, che di quella coda già alzata approfitta spesso e volentieri per infilarci sotto di tutto e di più.
Certo, a ben vedere un reset ci vorrebbe.
Ma assai diverso da quello che hanno in mente loro.
Resettiamo l’intera classe politica del nostro Paese, che da vent’anni litiga, si divide e ci divide su qualsiasi argomento inessenziale alla reale difesa dei nostri interessi nazionali.
Resettiamo la magistratura, che – alla faccia dell’obbligatorietà dell’azione penale – dagli anni novanta, e disinnescato Berlusconi, dorme tranquillamente a cuccia rosicchiando l’osso che il potere gli allunga.
Resettiamo i costituzionalisti, che oramai con le pagine della costituzione si fanno spinelli memorabili.
Resettiamo la classe intellettuale, sempre più in cerca di un remunerativo e facile consenso, e sempre meno capace di elaborare ragionamenti controcorrente.
Resettiamo la stampa, ignominia senza fine a difesa dello status quo.
Resettiamo il clero, sempre più corrivo e pronto a conformarsi alla mentalità di questo secolo, con buona pace di San Paolo.
Resettiamo i sindacati, oramai buoni solo come fucine di burocrati lautamente retribuiti, formati per terminare inevitabilmente il proprio cursus honorum seduti in Parlamento.
Resettiamo la nostra classe imprenditoriale, intenta a blandire e comprare la politica e perseguire solo il proprio particulare, producendo dovunque si possa pagare meno e guadagnare di più.
Resettiamo la nostra classe medica. Che si è fatta andare bene 20 anni di tagli alla sanità, e che adesso, nel collasso più tragico, non trova di meglio che dare la colpa a quattro stronzi negazionisti.
Resettiamo la nostra classe insegnante, che non ne ha più voglia e dà la colpa allo stipendio e alle famiglie.
Ma resettiamo in fondo anche le famiglie, che non sono più tali, ma società a responsabilità limitata amministrate da due persone che si vogliono fondamentalmente realizzare come individui, emancipandosi delle incombenze di essere genitori.
Povera Patria, viva il reset.
Marino Poerio

Fonte

Come demistificare la Grande Risistemazione (“Great Reset”)?
Prendendosi gioco del suo principale agit prop…
Votate la migliore!

La lunga lotta in nome delle generazioni future

«Mi sono convinto che anche quando tutto sembra perduto bisogna mettersi tranquillamente all’opera ricominciando dall’inizio».
Il sì al taglio della rappresentanza parlamentare ha vinto com’era purtroppo prevedibile.
Nessuno dei grandi partiti presenti in Parlamento si è speso per il no e hanno anzi tutti dato indicazione per il sì. Tutti, compresi quelli che qualcuno si ostina ancora a chiamare opposizione (Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia).
Entrando più nel dettaglio però, la rimonta del no è stata evidente rispetto alle percentuali di qualche mese fa.
Questo è successo perché altri hanno fatto, con ogni mezzo possibile e con notevole dispendio di tempo, campagna in favore del no. Sui social, nelle piazze, nelle aule consiliari e in quelle municipali.
Piccoli partiti, sia dentro che fuori dal Parlamento, associazioni, costituzionalisti e via dicendo.
Quel 30% di elettori che nonostante tutto ha votato per il no, rappresenta per noi un buon inizio. Un ottimo inizio.
Questo senza contare il 46% di aventi diritto che a votare non ci è neanche andato e che non è di certo classificabile aprioristicamente come sostenitore del sì.
Oggi in Parlamento, come andiamo dicendo da tempo, sono presenti solo forze liberali e liberiste. Mancano partiti socialisti. Mancano partiti che vogliano rimettere al centro dell’azione politica la Costituzione.
Il voto popolare va rispettato. Sempre. Ma va anche capito, analizzato.
Veniamo da più di 30 anni di propaganda a senso unico. Salvo poche, pochissime, eccezioni. Propaganda unionista, propaganda anti-italiana, propaganda che ha fatto dell’anti-politica il suo punto di forza.
Il lavoro da fare è immenso. E lungo. Non è vero che non c’è tempo. Di tempo, fortunatamente, ce n’è. E tanto.
Nel mentre le cose andranno peggio per l’Italia? Molto probabilmente sì. Quelli che avranno il compito della rinascita italiana, quando sarà il momento, governeranno sulle macerie. In senso figurato, non come dopo i bombardamenti di una guerra. Ma socialmente, culturalmente ed economicamente sempre di macerie si tratterà.
Siamo sopravvissuti, nella nostra lunga storia, a catastrofi peggiori. Ci riprenderemo anche da questa. Ma servirà l’impegno, la dedizione di tanti cittadini. Si tratterà di un lavoro lungo, a volte frustrante, ma doveroso.
Lo dobbiamo ai nostri nonni e ai nostri padri. Lo dobbiamo a noi stessi. Ma, soprattutto, lo dobbiamo alle nuove generazioni. E a quelle future.
Abbiamo il dovere, non solo morale, di fare il possibile – e forse anche l’impossibile – per non lasciare loro un Paese peggiore di quello in cui siamo nati. Abbiamo il dovere di preparagli una strada meno irta di ostacoli.
È un dovere che riguarda tutti noi, singolarmente. E riguarda tutte quelle forze che si spendono da anni per il ripristino della Costituzione e la rottura della gabbia unionista.
Sta a noi mettere da parte eventuali divergenze, eventuali personalismi, e iniziare a lavorare insieme in vista dell’appuntamento elettorale del 2023.
Mantenendo ognuno le proprie specificità, ma combattendo fianco a fianco per un obiettivo comune.
Questa non è la fine della lotta. È solo l’inizio.
Gilberto Trombetta

Il risultato di un destino

Sinistrati e neofascismo sanitario

La furia del dileguare. Le sinistre radicali, una volta abbandonato il mito della classe operaia come soggetto escatologico, hanno individuato nei “migranti” e nelle più strampalate minoranze sessuali i moderni soggetti antagonisti. Il sostegno al nomadismo esistenziale dei primi e la difesa dei diritti civili dei secondi, sono diventate le loro due cifre identitarie. Ne è venuto fuori un instabile mix di libertarismo individualistico, di buonismo cattolico e di cosmopolitismo progressista. Si spiega così la corrispondenza di amorosi sensi con l’élite neoliberista.
Che questo connubio non fosse incidentale lo dimostra come esse si sono comportate e si stanno comportando davanti alla pandemia da Covid-19. Le sinistre radicali (di quelle di regime manco a parlarne) hanno fatto loro la narrazione dell’élite neoliberista dominante, quella per cui avremmo a che fare con un virus la cui letalità sarebbe tale da falcidiare l’umanità.
Posta la premessa due sono le conclusioni politiche obbligate. La prima: il nemico principale non è per il momento l’élite dominante, bensì il virus; la seconda: dato che essa agirebbe filantropicamente per il bene comune, merita di essere sostenuta. Embrassons nous!
Non entro qui nel merito scientifico e sanitario della questione.
In prima battuta è impossibile non segnalare un passaggio ideologico decisivo: l’élite neoliberista, pur di accreditare la tesi catastrofistica che col virus “nulla sarà come prima”, ha dovuto tradire le stesse radici razionalistico-borghesi della filosofia occidentale. Il dubbio metodologico cartesiano, quello per cui sono valide e assolutamente certe solo quelle conoscenze che superano la prova del fuoco dell’evidenza empirica, è stato rimpiazzato da un dogmatismo spacciato come scientificamente infallibile.
Come conseguenza di questa lugubre teologia è stato allestito un sistema del tutto simile alla Santa Inquisizione — quella, per capirci, che non solo processò Galilei, ma che mise al rogo Giordano Bruno —: chiunque ha contestato la teoria ufficiale sulla pandemia, prestigiosi scienziati compresi, è stato additato al pubblico ludibrio come squilibrato e pazzoide (sorte toccata addirittura al premio Nobel scopritore del HIV, Luc Montagnier).
Per eliminare scienziati dissidenti o nemici politici, oggigiorno, non serve bruciarli vivi: la morte civile la ottieni orchestrando una campagna di diffamazione a mezzo stampa e TV.
Ebbene, le sinistre radicali, quelle che avevano fatto della difesa dei diritti di libertà di piccole minoranze sessuali la loro cifra identitaria, non hanno alzato un dito in difesa del sacrosanto diritto di tanti scienziati a dissentire dalla vulgata ufficiale, non hanno battuto ciglio contro questa postmoderna Santa Inquisizione, neanche una parola proferita contro questa fascistizzazione della scienza.
Col pretesto di contrastare la pandemia, il governo di mezze tacche italiano, sostenuto da una asfissiante campagna di intimidazione mediatica, ha fatto strame della democrazia e dello Stato di diritto. Il Presidente del Consiglio, stracciando la funzione di primus inter pares che gli assegna la Costituzione, ha agito invece come un semi-dictator. Esautorato il Parlamento, ha assunto i pieni poteri utilizzando la modalità di decreti personali d’urgenza per dichiarare e far applicare lo Stato d’emergenza — una variante italica dello schmittiano “Stato d’eccezione” . Un fenomeno gravissimo, che non trova precedenti nemmeno ai tempi dei cosiddetti “anni di piombo”.
Così abbiamo avuto il lockdown più duro del mondo esteso a tutto il Paese, un’intera popolazione posta agli arresti domiciliari. Col corollario di intimidazioni sbirresche, editti di sapore fascista dei governatori, denuncie a tappeto, spionaggio di massa contri gli “untori”, e pure TSO a chi ha osato violare le prescrizioni. Con la conseguenza infine di aver causato qualcosa di ben più devastante di qualsiasi pandemia: il vero e proprio crollo economico dell’Italia.
Ebbene, cosa hanno detto i paladini dei diritti individuali di libertà? Niente di niente.
Hanno seppellito ogni discorso sui diritti civili di milioni e milioni di cittadini.
Hanno sostenuto l’ignobile criterio del “distanziamento sociale”.
Hanno ubbidito ai decreti che hanno abolito le manifestazioni politiche in quanto assembramenti di “untori”.
Questi sinistri radicali che al tempo hanno urlato a squarciagola contro i provvedimenti sicuritari e repressivi di Salvini, nulla hanno detto o fatto contro quelli ben più gravi di Conte.
Hanno così puntellato il potere, vigliaccamente tacendo sulla soppressione della democrazia costituzionale e sulla minaccia che questa soppressione possa diventare permanente.
Hanno finto di non sapere non soltanto che il potere è in mano nemica, che esso ha fatto e fa un uso politico spregiudicato e strategico della pandemia teso a neutralizzare e disarmare l’incipiente opposizione sociale e politica.
E siccome al peggio non c’è limite, queste sinistre radicali, dimostrando quanto fosse profondo il loro collateralismo rispetto all’élite neoliberista dominante, facendo eco ai media mainstream, non hanno esitato a passare dal connubio passivo col regime a quello attivo.
Non solo non hanno sostenuto le spontanee azioni di protesta contro l’asfissiante quarantena e la dittatura sanitaria. Hanno denunciato queste legittime manifestazioni, non solo come scellerate, ma espressione di “bottegai reazionari”.
Tragicomica vicenda quella delle sinistre radicali.
In poche settimane hanno gettato nel cesso gli ammonimenti del loro padre nobile Foucault sulla natura biopolitica e intrinsecamente totalitaria del potere e, con essi, la stessa identità libertaria e libertina di cui si erano recentemente rivestite. Vicenda che mostra dunque come il connubio, lungi dall’essere incidentale, è piuttosto risultato di un destino. Il Rubicone è stato attraversato, ora fanno parte del blocco sociale dominante, sono diventate truppe di complemento del potere neoliberista.
Ammesso che sia possibile, non sarà agevole né venir fuori da questa gabbia d’acciaio, né cancellare questa nuova macchia di disonore, poiché non è solo politica, bensì morale.
Moreno Pasquinelli

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Senza censimenti, vien meno la Costituzione

Nel 2008 Maroni volle “schedare” i rom, ma Soros si contrappose soprattutto agendo da lobbista e “ispiratore” delle norme dell’UE. Lo scrissi in un articolo del 2008, qua.
Adesso si fa un gran parlare ovunque della presunta incostituzionalità del censimento rom avanzato da Salvini (il quale ha già corretto le sue dichiarazioni dopo le proteste del premier Conte e di Di Maio). Mi sono chiesta: incostituzionale in base a quale articolo della Costituzione? Apparentemente in base a nessun articolo, sebbene l’articolo citato sia il terzo, ad esempio su questo articolo del Sole24Ore, dal titolo completamente FAKE in quanto recita: “Rom, perché il censimento è incostituzionale”.
L’articolo infatti passa in rassegna l’incostituzionalità in base alla legge fondamentale TEDESCA dei censimenti “etnici” o “rom”, e cita solo alla fine, di sfuggita, senza approfondire l’articolo 3 della Costituzione italiana, come se la legge fondamentale tedesca fosse più importante di quella italiana, sul nostro territorio.
E la cosa è tanto più paradossale – si potrebbe dire orwelliana – che l’articolo 3 sfuggevolmente citato dice esattamente il contrario di quanto al momento si sente dire in giro, persino dal presidente Conte, che per la verità è sembrato più esasperato dalla coincidenza delle esternazioni di Salvini con i suoi incontri istituzionali, poiché per il contenuto ha semplicemente ripetuto che il “censimento etnico” è incostituzionale, senza argomentare.
E dice il contrario del testo del Sole24Ore perché l’articolo 3 dice che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”
Quindi l’articolo 3 dice esattamente che se tutti tutti i cittadini – Italiani residenti e o semplicemente residenti – vengono censiti, come vengono censiti, sarebbe incostituzionale proprio che in base alla “razza” i sinti non lo fossero o non lo dovessero essere, e questo a prescindere dalla loro cittadinanza.
E se l’articolo 3 conclude che “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, allora perché i bambini sinti devono rischiare di crescere tra i topi e i loro genitori possono non mandarli a scuola senza rischiare di perdere la patria potestà, mentre viceversa il genitore se è italiano e/o residente non sinti, nella stessa situazione, rischia la perdita della patria potestà, oppure non può accedere alla casa popolare perché ha punti in meno per il fatto di non essere “rom” o “extracomunitario” o “profugo”?
E poi, se “i nomadi” (les gens du voyage) devono godere di leggi etniche, grazie alle pressioni di Soros, in virtù non dell’etnia ma della loro qualità di essere nomadi, allora come mai a questi “nomadi” si applicano regole diverse dai cittadini italiani e residenti normali, pur essendo stanziali? Non è forse questa una plateale violazione della Costituzione, art. 3?
Forse bisognava semplicemente dire: “censimento dei cittadini che abitano in accampamenti”, penso che ciò rientri nelle prerogative del nostro Stato anche ai sensi dell’articolo 3, in particolare la seconda parte.
La verità è che il censimento è la base stessa della cittadinanza, e in assenza di cittadinanza vien meno la ragione stessa d’essere della Carta costituzionale e pertanto vien meno l’utilità di citarla per giustificare il mancato censimento…
E visto che siamo ancora in un legame tra popolo e territorio (e Stato), che è il fondamento della nostra Repubblica parlamentare, la domanda è: chi è che ci tiene tanto ad accelerarne o a provocarne la dissoluzione? E a vantaggio di quale modello?
Alla prima domanda ho già risposto. Per la seconda ci vuole un altro scritto.
Nicoletta Forcheri

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Scommettiamo che…

Era da aspettarselo: da quando i giornaloni ci hanno scoperto nel leggere la famosa “nota” del Prof. Paolo Savona, Scenarieconomici.it è sulla bocca (e lingua) di tutti. Visibilità che come prezzo pagheremo con la prevedibile “macchina del fango” mediatica che puntualmente si mette in moto quando qualcuno non è coperto e allineato.
Che saremo attaccati da tutti già lo sappiamo, controlleranno se la virgola o l’accento era al posto giusto e se anche noi abbiamo qualche volta scritto “più migliore” e cercheranno di metterci in ogni modo in cattiva luce. Ma sbagliano perché Scenari, così come tutti ci chiamano, è un blog di amici che condividono la visione di come dovrebbe essere il nostro Paese e che non rinunciano a strillarlo ai quattro venti. E lo sapete perché?
Perché siamo tutti dei professionisti ormai navigati che fanno tutto questo non per trarne un profitto pecuniario, ma esclusivamente perché quando tornano a casa la sera, dopo aver svolto il proprio lavoro, non hanno altro scopo che guardare negli occhi la propria famiglia con la coscienza pulita nell’assoluta certezza di aver fatto tutto il possibile nei loro interessi.
Addirittura molti amici sono costretti a “coprirsi” con pseudonimi solo perché… sono persone conosciutissime e avrebbero qualche “problemino” se si sapesse in giro che in “camera caritatis” la pensano in modo molto diverso!
Vi chiediamo scusa se molte volte non abbiamo corretto refusi, ma il più delle volte scriviamo dalla tastiera del telefonino in un attimo di tregua concessa dal lavoro perché siamo, ripeto, avvocati, ingegneri, economisti o docenti universitari e non giornalisti o pennivendoli disponibili a vendersi per un piatto di lenticchie e che non rinunciano a divulgare il rovescio della medaglia.
Per noi esiste ancora una Costituzione e soprattutto vorremmo che fosse realmente applicata specialmente quando ci impone di garantire i diritti degli Italiani ad iniziare dalla dignità che solo il lavoro può dare.
Non abbiamo mai ricevuto un centesimo di denaro pubblico (e mai l’avremmo preso!) e nelle nostre casse al massimo ci sono 1000/1500 euro provenienti dalla pubblicità sul web e che utilizziamo per convegni e logistica. Non abbiamo sedi o redazioni, ma solamente la grandissima passione di raccontare la colonna sonora del nostro Paese come vorremmo che fosse e non come ce la vogliono far credere!
Perciò attaccateci pure perché tanto quello che a noi interessa già è avvenuto: svegliare la coscienza degli Italiani dal pensiero unico che ha portato il Paese alla rovina! E ricordate sempre, perché ancora in molti il concetto non è chiaro: LA SOVRANITÀ APPARTIENE AL POPOLO! Grazie.
Gli Autori di Scenari!

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La politica economica è la più politica delle politiche

“L’accentramento politico-decisionale nelle mani del Super Ministro comporta che l’intera politica economica del Paese sia convogliata nella figura di colui che siede sulla scrivania lignea che fu di Quintino Sella. Questa semplice caratteristica istituzionale implica dunque che la filosofia politica di una singola persona, senza tuttavia sottovalutare l’entourage dei dirigenti ministeriali, finisce per ricoprire un’importanza maggiore di qualunque proposta economica contenuta nei programmi elettorali dei partiti rappresentati nel Parlamento sovrano. La recente genealogia dei Ministri del Tesoro (fino al 2001) e del MEF è piuttosto eloquente in questo senso. Fin dai tempi del primo Ministro del Tesoro dell’Italia repubblicana, l’incarico di dirigere il più importante dicastero economico spettò ad un esponente politico eletto in Parlamento.
(…) Tornando al caso italiano, occorre ricordare che l’ultimo vero ministro “politico”, prima della cesura del 1992, fu proprio il “tecnico” per eccellenza della Prima Repubblica: Guido Carli, ministro del Tesoro dal 1989 al 1992, ma già alla seconda legislatura al Senato tra le file della Democrazia Cristiana. Piero Barucci diventò quindi il primo “tecnico” a ricoprire l’incarico di ministro del Tesoro nel contesto del governo “semi-tecnico” di Giuliano Amato (1992-1993), quello della svalutazione della lira, del prelievo forzoso sui conti correnti e della trasformazione degli enti pubblici in S.p.A.. Barucci rimase in quel ruolo anche nel Governo Ciampi e cedette il posto a Lamberto Dini, Direttore Generale della Banca d’Italia per quindici anni (1979-1994), con l’avvento del primo Governo Berlusconi. Il vaso di Pandora dei “tecnici economici” era stato aperto: Carlo Azeglio Ciampi (ex Governatore della Banca d’Italia), Domenico Siniscalco (ex Direttore Generale del Tesoro), Tommaso Padoa Schioppa (ex Vicedirettore Generale della Banca d’Italia e Banca Centrale Europea), Mario Monti (ex Commissario europeo), Vittorio Grilli (ex Direttore Generale del Tesoro e Ragioniere Generale dello Stato), Fabrizio Saccomanni (ex Direttore Generale della Banca d’Italia), Pier Carlo Padoan (ex Vicesegretario Generale dell’OCSE). Fanno eccezione Vincenzo Visco (ministro del Governo Amato dal 2000 al 2001) e Giulio Tremonti, entrambi esperti di economia attivi in politica ed eletti in Parlamento nel corso del loro incarico.
Come ci si può spiegare questa progressiva tecnicizzazione antropologica della figura del principale ministro dell’economia? La motivazione di tale necessità si accompagna alla conclamata de-politicizzazione della politica economica in Italia. Con essa, si sancisce un sostanziale commissariamento delle scelte politiche in ambito economico, imposto da sacrali ed universali leggi economiche custodite da imperscrutabili istituzioni nazionali e sovranazionali. Le alternative si riducono a poche indistinguibili e ininfluenti opzioni. Ma la politica economica è quella che regola lo sviluppo e la distribuzione del reddito di una nazione, il tasso di disoccupazione, l’inflazione, la concessione di prestazioni sociali e previdenziali. La politica economica è la più politica delle politiche, è un’area di massimo conflitto tra interessi contrapposti. L’aver stabilito, come se fosse un cardine della nuova Costituzione materiale del Paese, che essa debba essere affidata ad un “tecnico responsabile”, apprezzato dai “mercati finanziari”, “affidabile nel contesto delle istituzioni dell’Unione Europea”, non è altro che la cruda affermazione di un principio fondamentalmente anti-democratico che implica la prevaricazione di un’unica radicale opzione politica: i saldi primari eterni, le privatizzazioni scriteriate, la precarizzazione del lavoro e l’abbattimento delle tutele, la regressività delle imposte, la progressiva riduzione dello Stato sociale.
(…) Contro il nefasto Super MEF occorrerebbe meno falso tecnicismo e più democrazia. Il paradosso di questo lungo governo tecnocratico di venticinque anni, in tutta la sua proclamata rispettabilità, si trova nel drammatico fallimento dello stesso assetto economico incarnato dal dicastero di Via Venti Settembre. Se l’Italia è tornata ad essere una periferia industriale sulla via del declino, incapace di garantire un benessere diffuso ai suoi cittadini, la responsabilità è da attribuirsi esclusivamente alle scelte adottate dai Super ministri del MEF, cavalieri della politica empiricamente fallimentare e politicamente anti-democratica incarnata nei trattati UE. Per questo motivo, la finta tecnocrazia conservatrice che ha dominato il panorama politico in questi ultimi decenni dovrebbe essere bandita da ogni incarico di potere. Al suo posto, il governo della nostra martoriata economia necessiterebbe di un maggiore controllo democratico, con un dibattito pubblico accessibile a tutti i cittadini, scevro di anglofoni tecnicismi e dichiarazioni apodittiche. Bisognerebbe instaurare la logica dei ministri politici responsabili di fronte all’opinione pubblica e alle rappresentanze politiche, parlamentari e sociali. Non si negano certo gli aspetti tecnici della politica economica: quello di cui le strutture economiche italiane avrebbero bisogno è una vera tecnocrazia democratica, imbevuta di un patriottismo progressista che ambisca a rendere l’economia Italiana più dinamica, prospera, giusta e libera per tutti, o quanto meno per i molti che hanno inutilmente sofferto a causa del trentennio tecnocratico.
C’è solo da augurarsi che questa incombente nomina del Super ministro sia l’ultima di una lunga e tormentata serie. (…)”

Da Contro il “Super MEF”. Come imparai ad amare i tecnici e a svuotare la democrazia, di Simone Gasperin.

La demonizzazione del sovranismo

C’è una parola, “sovranismo” che è sotto attacco propagandistico dal giorno della sua introduzione nel linguaggio politico nella primavera del 2012. Coloro che si rifanno a questo concetto, i sovranisti, assistono impotenti alla sua quotidiana delegittimazione, alimentata da un flusso costante, sebbene strisciante, di notizie che accostano il termine a significati apparentemente simili che tuttavia non ne colgono il significato profondo. Ricordate l’espressione TINA (There Is Not Alternative)? Quell’acronimo è l’emblema di una comunicazione politica il cui contenuto informativo è di zero bit, cioè assenza di scelta. Affinché sia possibile operare una scelta è infatti necessario almeno un bit, che sia 0 oppure 1, ma questo nel mondo della comunicazione politica modello TINA è precluso. Nel suo significato più profondo, dunque, “sovranismo” è il bit mancante nell’informazione politica, grazie al quale si può ricostruire il primo indispensabile operatore politico, l’operatore NOT. La sola presenza del NOT fa sì che diventi riconoscibile l’operatore nascosto che, ormai da decenni, è l’unico adoperato, l’operatore NOP, che sta per No-Operation (nessuna operazione).
Tutta la comunicazione politica di sistema agisce al fine di promuovere l’operatore NOP, il sovranismo invece proclama il NOT. Solo la possibilità di negare una tesi, una visione, una proposta politica, ne permette l’affioramento e, dunque il riconoscimento. Il globalismo, cioè l’idea della libera circolazione, della società vista come somma aritmetica di individui ognuno con la sua libertà che dipende solo dal suo capitale finanziario e umano (ricordate la Thatcher: “la società non esiste”), insomma l’ordine internazionale dei mercati posto come dato “naturale”, emerge nella sua qualità di scelta politica solo nel momento in cui si impugna l’operatore NOT. Ecco perché la parola sovranismo è entrata nel mirino della propaganda politica dei media liberisti, che hanno ricevuto il compito di distruggerla demonizzandone l’uso.
Un’operazione che viene portata avanti ricorrendo all’unico mezzo possibile, consistente nel riassorbirla nelle pieghe del linguaggio politico unico. Lo stratagemma usato è quello di far sì che essa venga inserita all’interno di narrazioni politiche apparentemente anti liberiste, che del liberismo sono varianti cosmetiche. Ecco allora che il sovranismo viene proposto con significanti limitati, dall’uscire dall’euro – la sovranità monetaria, alla rivendicazione etnica – prima gli Italiani, fino al risibile decideranno gli elettori con un referendum. Vediamo i movimenti No-Vax assimilati ai sovranisti (come se non ci fossero i No-Vax liberisti, europeisti, atlantisti e chi più ne ha più ne metta), si usa la parola “fascismo” come sinonimo, come pure “populismo”, fatto quest’ultimo indubbiamente meno grave, ma altrettanto capzioso.
Ora il punto cruciale da capire per intendere il significato profondo della parola sovranismo, e dunque il suo potenziale eversivo rispetto alla logica TINA, è già stato enunciato, e sono le parole della Thatcher, “la società non esiste”. Parole che possono essere intese, in fondo, come un manifesto a posteriori del marginalismo, oppure, per farci capire anche da vegani e new agers, come affermare che “il tutto è la somma delle parti”, ovvero che, per spiegarlo, basta studiare e comprendere il comportamento delle singole parti che lo compongono. Ecco, il sovranismo opera su tutto questo con un NOT: non è vero che la società non esiste, la società esiste eccome! Il tutto è più della somma delle parti.
Il che significa che le entità collettive esistono, siano esse le classi sociali, le etnie, le nazioni, i popoli, i sindacati, le associazioni capitaliste, le società segrete, le religioni, i legami di sangue, quelli tribali; insomma tutto quello che era pacificamente ammesso ancora cento anni fa e, da allora, è stato prima messo in discussione, e infine negato e annichilito, per effetto dell’azione politica di un movimento di idee, nato nella seconda metà del XIX secolo, che risponde al nome di marginalismo, con un’operazione NOT analoga a quella che oggi ripropone il sovranismo. Ed è stato annichilito perché, così facendo, il marginalismo ha camuffato la sua tesi da sintesi, elevandola a tale dignità usando in modo spregiudicato gli strumenti della comunicazione pubblicitaria di massa. Dunque un’operazione culturale di grande successo, certamente sofisticata ma anche promossa grazie all’enorme dispiegamento di mezzi messi a disposizione dalla ricchezza finanziaria e dall’impetuoso sviluppo dei mezzi di comunicazione.
Ora questo problema si pone, in Occidente, soprattutto al livello della percezione delle masse europee, in particolare italiane, perché altrove, perfino negli USA, l’idea che c’è un “noi” e un “loro” è ancora presente, e dunque che questa poltiglia che ci viene venduta come modernità, costituita dalla fiaba “dell’allocazione efficiente delle risorse all’interno di un mercato a concorrenza perfetta e cioè all’interno di un mercato in cui vi è un’ottima diffusione di informazioni”, posta a fondamento della loro idea di democrazia, è una boiata pazzesca.
L’intuizione sovranista, dunque, consiste nella riscoperta della realtà concreta – oltre la narrazione TINA – che la società esiste e non è formata dalla somma aritmetica di singoli individui, ma è attraversata da confini e confitti di ogni genere, che essa stessa genera continuamente in un processo senza fine in cui il tempo gioca un ruolo fondamentale. Se ieri c’era la classe degli operai, oggi c’è il terziario impoverito; se appena due secoli fa un popolo non esisteva e non aveva coscienza di sé, oggi pretende di difendere la sua identità. E lo stesso – chiamiamolo così – campo sovranista, è attraversato da divisioni, perché ci sono quelli che si definiscono costituzionali e democratici, ma anche i sovranisti nazionalisti; non è un caso se, nel 2012, decidemmo di raccattare da terra questo termine, sovranismo, proprio per distinguerci dai nazionalisti. Ma resta vero che il nemico ideologico comune è il marginalismo, quell’ideologia fatta propria dal grande capitale (quello sì) internazionalista, e usata per dire a tutti i suoi nemici “voi non esistete”. E’ in questo modo, convincendo tutti del fatto di non esistere, che costoro hanno vinto. Per il momento.
Quanto appena esposto potrebbe essere inteso come uno sdoganamento della possibilità di unire tutti i sovranisti, ma questo sarebbe un errore imperdonabile. Non basta, per unire, il fatto di denunciare l’idea farlocca della fine della storia, così come non basterebbe, in una società per azioni, prendere coscienza che un socio di minoranza ha fatto credere a tutti di avere la maggioranza delle quote e che non ci fosse alternativa al suo dominio, per unire tutti gli altri in un’alleanza durevole. La fine della narrazione TINA, la rinascita della consapevolezza crescente che la società è divisa in classi, che le nazioni e i popoli esistono, segna solo il momento in cui il bluff della minoranza, che era riuscita a porsi come unico soggetto della storia del mondo, è stato scoperto. Dunque siamo sì, oggi, tutti “sovranisti”, ma torneremo presto a dirci socialisti, comunisti, popolari, democristiani, repubblicani e, feccia della feccia, perfino liberali.
Dalle parti di questo blog oggi siamo sovranisti, ma domani saremo socialisti.
Fiorenzo Fraioli

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Il Libro (del golpe) Bianco

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Mentre i riflettori mediatici erano puntati su Sanremo, dove si è esibita anche la ministra della Difesa Roberta Pinotti cantando le lodi delle missioni militari che «riportano la pace», il Consiglio dei Ministri ha approvato il 10 febbraio il disegno di legge che consentirà l’implementazione del «Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa» a firma della ministra Pinotti, delegando al governo «la revisione del modello operativo delle Forze Armate».
Revisione, in senso «migliorativo», di quello attuato nelle guerre cui l’Italia ha partecipato dal 1991, violando la propria Costituzione. Dopo essere passato per 25 anni da un governo all’altro, con la complicità di un parlamento quasi del tutto acconsenziente o inerte che non lo mai discusso in quanto tale, ora sta per diventare legge dello Stato. Un golpe bianco, che sta passando sotto silenzio.
Alle Forze Armate vengono assegnate quattro missioni, che stravolgono completamente la Costituzione. La difesa della Patria stabilita dall’Art. 52 viene riformulata, nella prima missione, quale difesa degli «interessi vitali del Paese». Da qui la seconda missione: «contributo alla difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica e al mantenimento della stabilità nelle aree incidenti sul Mare Mediterraneo, al fine della tutela degli interessi vitali o strategici del Paese».
Il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, stabilito dall’Art. 11, viene sostituito nella terza missione dalla «gestione delle crisi al di fuori delle aree di prioritario intervento, al fine di garantire la pace e la legalità internazionale».
Il Libro Bianco demolisce in tal modo i pilastri costituzionali della Repubblica italiana, che viene riconfigurata quale potenza che si arroga il diritto di intervenire militarmente nelle aree prospicienti il Mediterraneo – Nordafrica, Medioriente, Balcani – a sostegno dei propri interessi economici e strategici, e , al di fuori di tali aree, ovunque nel mondo siano in gioco gli interessi dell’Occidente rappresentati dalla NATO sotto comando degli Stati Uniti.
Funzionale a tutto questo è la Legge quadro entrata in vigore nel 2016, che istituzionalizza le missioni militari all’estero, costituendo per il loro finanziamento un fondo specifico presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Infine, come quarta missione, si affida alle Forze Armate sul piano interno la «salvaguardia delle libere istituzioni», con «compiti specifici in casi di straordinaria necessità ed urgenza», formula vaga che si presta a misure autoritarie e a strategie eversive.
Il nuovo modello accresce fortemente i poteri del Capo di Stato Maggiore della Difesa anche sotto il profilo tecnico-amministrativo e, allo stesso tempo, apre le porte delle Forze Armate a «dirigenti provenienti dal settore privato» che potranno ricoprire gli incarichi di Segretario Generale, responsabile dell’area tecnico-amministrativa della Difesa, e di Direttore nazionale degli armamenti. Incarichi chiave che permetteranno ai potenti gruppi dell’industria militare di entrare con funzioni dirigenti nelle Forze Armate e di pilotarle secondo i loro interessi legati alla guerra.
L’industria militare viene definita nel Libro Bianco «pilastro del Sistema Paese» poiché «contribuisce, attraverso le esportazioni, al riequilibrio della bilancia commerciale e alla promozione di prodotti dell’industria nazionale in settori ad alta remunerazione», creando «posti di lavoro qualificati».
Non resta che riscrivere l’Art. 1 della Costituzione, precisando che la nostra è una Repubblica, un tempo democratica, fondata sul lavoro dell’industria bellica.
Manlio Dinucci

Fonte

Peggio di così non potrà andare

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“E’ inutile, completamente, assolutamente, inutile, perdere ore a spiegare alchimie istituzionali nel tentativo di dimostrare il (discutibile) assunto secondo cui il Sì al referendum del 4 dicembre porterebbe uno Stato più efficiente. Efficiente per far cosa? Per far piovere sulle nostre teste senza scomodi intralci democratici i diktat della Trojka prossima ventura? Per consentire la continuazione del sacco delle ricchezze pubbliche ad opera dei mammasantissima di Davos? Per consolidare alla nostra guida una classe dirigente che ci disprezza e ci governa con piglio proconsolare attraverso un sistema elettorale truccato? Per trascinarci nell’ ennesima guerra imperiale in obbedienza agli “obblighi internazionali” (art. 55 Cost. riformulato) trovandoci grigliati dalle bombe prima di aver avuto il tempo di chiedere spiegazioni?
Lo sanno tutti che la finalità è questa, che di questo si tratta. Le lusinghe non servono più. E la cosa peggiore per chi fabbrica le lanterne colorate della informazione mainstream è che anche le minacce e le storie di streghe ormai fanno cilecca (vedi la Brexit e le presidenziali USA). L’unica arma rimasta in mano allo 0,1% è la paura dell’ignoto e dell’incognito. Cosa ci succederà dopo? Che ne sarà di noi, dei nostri cari, dopo che avremo compiuto l’ultimo passo nel “precipizio populista”, che avremo avuto il coraggio di dire No a chi ci vuole togliere anche il poco che resta per rendere definitiva la nostra servitù?
E’ il momento culminante di ogni trasformazione. Quello in cui il passato ormai è inaccettabile, ma il futuro ancora ci spaventa. Ma è solo un attimo. Sappiamo che le poche certezze che ci restano sono finte come la minaccia russa, finte come l’ economia inglese in pezzi post Brexit o come il mondo in rovina post Trump, che i mostri là fuori sono fantasie dipinte sui muri. E che il processo senza fine di riforme, la nostra casetta a cui da 25 anni siamo legati, è fondato su un macigno che, come quelli del coyote nei cartoni animati, sta precipitando nell’abisso, trascinandoci giù senza che nemmeno ce ne accorgiamo, mentre aspettiamo che torni la crescita miracolosa che è sempre dietro la riforma che non abbiamo ancora approvato.
Nel 1867 la Baviera “fece le riforme”, tagliò i costi della sua politica, per farsi fagocitare nel secondo Reich e lanciarsi con il resto della Germania nell’avventura militare, l’”inutile strage”. Dieci anni prima, nel 1857, gli Inglesi semplificarono la struttura istituzionale dell’India, e la riforma funzionò egregiamente: li mise in condizione di dominare il Paese ancora per un secolo, e impegnando la metà degli uomini che servivano prima. Prima di decidere se la briglia è utile è bene verificare di essere il cavaliere e non il cavallo.
Il 4 dicembre Saker Italia invita i suoi lettori a dire No. Peggio di così non potrà andare. Tutto quello che oggi la Russia può fare per noi è darci l’esempio, insegnarci che anche noi Italiani, come i Russi “abbiamo ali che ci impediscono di strisciare” (Maria Zakharova). Spicchiamo il volo.”

Da Saker Italia: appello per il No, di Marco Bordoni.

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Referendum costituzionale SI’ o NO

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“La revisione della Costituzione ha un obiettivo politico ben preciso: è il tentativo di portare a compimento in modo legale quel colpo di Stato architettato nell’estate del 2011 dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con il sostegno della Banca Centrale Europea (BCE). Non bisogna infatti dimenticare che la mente della riforma in corso non è certo Renzi, che è un mero esecutore, ma Napolitano, che sino alla sua peraltro meramente formale uscita di scena è stato il vero Capo del Governo, rispetto al quale prima Monti, poi Letta e infine Renzi sono stati solo dei docili strumenti.
La stagione dei “Governi del Presidente”, cominciata nell’autunno del 2011, con le dimissioni forzate di Berlusconi, ha segnato una svolta fondamentale nel nostro ordinamento. Nel nostro Paese si è, di fatto, instaurato un sistema di potere che ha colpito materialmente la nostra Costituzione rispettandone solo formalmente le regole. Potere che quindi potrà sempre dire di aver agito legalmente. Potremmo parlare di “colpo di Stato”. Ma questa espressione non indica forse una tecnica politica necessariamente illegale? E che fa un uso illegale della violenza? Non dobbiamo cadere nell’errore nel confondere la rivoluzione con il colpo di Stato. Il colpo di Stato molto spesso è una reazione posta in atto dal potere che si sente minacciato e non è affatto detto che debba avvenire con l’uso della violenza. È questo che chiaramente è successo in Italia, prima facendo cadere il governo Berlusconi e poi, dopo le elezioni politiche del febbraio 2013, tentando di bloccare quell’aria di rinnovamento che si cominciava a respirare con l’entrata nel Parlamento del M5s. Il potere si è chiuso a riccio rieleggendo sull’aprile del 2013 Giorgio Napolitano come Presidente della Repubblica. Beninteso – ripetiamolo – tutto ciò è avvenuto nel rispetto formale delle regole, e dunque senza violenza, e nondimeno proprio per bloccare l’ascesa di un giovane Movimento politico si è forzata la legalità costituzionale sino a rovesciare di fatto i princìpi di legittimità alla base dell’ordinamento repubblicano, trasformatasi in una Terza Repubblica di cui non riusciamo ancora a capire l’effettiva natura e funzionamento. Da qui nasce la necessità di una revisione della Costituzione che porti a compimento il colpo di Stato.”

Da Referendum costituzionale SI o NO, di Paolo Becchi, Arianna Editrice, € 7,90 (pubblicato anche in versione ebook).

Paolo Becchi è professore ordinario di Filosofia del Diritto presso l’ Università di Genova, città dove è nato.  È opinionista de Il Fatto Quotidiano online e collabora con Libero e Mondoperaio.

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Perché e quando votare, perché e quando astenersi

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La retorica di questa “democrazia” – accettata acriticamente dal comune senso politico – dice che quello del voto è il momento in cui ognuno di noi può decidere e, perfino, scegliere chi deve rappresentare le nostre idee e i nostri interessi nelle istituzioni. Il risultato di queste libere elezioni darà alla maggioranza il potere di decidere e di governare.
Questa “democrazia”, dunque, si compendia 1) nella libertà di scegliere, 2) nel principio che è la maggioranza a decidere.
La realtà è stata sempre molto diversa, e oggi questa diversità è assolutamente evidente.
In questo momento abbiamo di fronte due scadenze in cui siamo chiamati ad esprimere il nostro voto: tra qualche mese, a ottobre, per il referendum sullo stravolgimento della Costituzione e sulla nuova legge-truffa elettorale e, a breve, tra qualche giorno, per le elezioni amministrative.
Si tratta, però, di due cose molto diverse tra loro.
Vediamole una per volta. Continua a leggere

Proclama

Nella notte, le truppe anti-insurrezionali agli ordini del Feldmaresciallo Roberta Pinotti hanno condotto operazioni di rastrellamento nelle zone montuose del centro-nord Italia.
Individuati ed immediatamente neutralizzati diversi nuclei di attivisti referendari.
I loro covi, dove si progettava di stampare clandestinamente ingenti quantità di materiale propagandistico, sono stati smantellati; le strumentazioni tipografiche, ivi ritrovate, messe in condizione di non più funzionare.
Raggiunto dalla notizia, il Comandante Supremo Giorgio Napolitano ha fatto pervenire le proprie felicitazioni al Gauleiter Matteo Renzi, attraverso i microfoni di Radio Liberalismo Radicale.

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Questo mondo merita una rivoluzione

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In memoria di Costanzo Preve

“Sono molto contento che il mio saggio Il Bombardamento Etico, scritto negli ultimi mesi del 1999 e pubblicato in lingua italiana nel 2000, sia stato tradotto in greco. Rivedendo la traduzione, precisa, corretta e fedele, mi sono reso conto che purtroppo il saggio non è “invecchiato” in dieci anni, ma in un certo senso è ancora più attuale di dodici anni fa. E’ ancora più attuale, purtroppo. E su questo “purtroppo” intendo svolgere alcune rapide riflessioni. Dodici anni non sono pochi, ed è possibile capire meglio che l’uso strumentale e manipolatorio dei cosiddetti “diritti umani” ed il processo mediatico di hitlerizzazione simbolica del Dittatore che di volta in volta deve essere abbattuto (Milosevic, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad, domani chissà?) inauguravano una fase storica nuova, che potremo definire dell’intervento imperialistico stabile nell’epoca della globalizzazione con l’uso massiccio della dicotomia simbolica di sicuro effetto Dittatore/Diritti Umani.
L’importantissimo articolo 11 della Costituzione Italiana, entrato in vigore nel 1948 e mai più da allora formalmente abrogato, recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E’ storicamente chiaro che questo articolo segnala una profonda autocritica morale dell’intero popolo italiano per aver aderito alla guerra di Mussolini fra il 1940 e il 1945. In ogni caso, la presenza dell’articolo 11 ha da allora costretto i governi italiani ad una sorta di ipocrisia istituzionalizzata permanente. Tutte le guerre che sarebbero state fatte dopo il 1948, all’interno dell’alleanza geopolitica NATO a guida USA, avrebbero dovuto costituzionalmente “essere sempre ribattezzate missioni di pace, o missioni umanitarie. Possiamo dire che così l’ipocrisia, la menzogna e la schizofrenia sono state in Italia istituzionalizzate e “costituzionalizzate”. Lo dico con tristezza, perché vivo in questo Paese.”

La prefazione di Costanzo Preve alla traduzione greca de Il Bombardamento Etico. Saggio sull’Interventismo Umanitario, sull’Embargo Terapeutico e sulla Menzogna Evidente (luglio 2012) prosegue qui.

Ufficio parlamentare di bilancio, chi era costui?

5910170636_a4d41431c0L’Ufficio parlamentare di bilancio -volgarmente detto Autorità di Bilancio- è il controllore dei conti pubblici introdotto nell’assetto istituzionale italiano dal Fiscal Compact, secondo il quale esso deve certificare il DEF (Documento di Economia e Finanza, il principale atto di programmazione del governo), valutando l’osservanza del principio del pareggio di bilancio. Esso sarebbe dovuto entrare in funzione all’inizio di quest’anno, ma ha subìto vari colpi d’arresto in violazione del misconosciuto trattato che l’ha istituito (e della specifica legge nazionale che lo prevede, la n. 243 del 24 Dicembre 2012).
Fino a ieri, infatti, è rimasta incompleta la rosa dei dieci nomi dalla quale la premiata ditta Boldrini & Grasso, nella qualità di Presidenti rispettivamente di Camera e Senato, dovrà scegliere mediante apposito decreto i componenti della triade (Presidente e due componenti) che andrà a costituire l’organismo, rimanendo in carica per la durata di sei anni. Una nomina tutt’altro che popolare e sovrana di un’Autorità che si ostinano a definire “indipendente”.
Nell’elenco dei papabili a rivestire il ruolo di boia, preposti a infliggere una austerità di durata ventennale al popolo italiano, figurano almeno tre ex collaboratori del commissario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli: si tratta di Marco Cangiano che arriva dal Dipartimento affari fiscali del FMI, diretto fino a poco tempo fa proprio da Cottarelli, di Alberto Zanardi a cui sempre Cottarelli ha chiesto di coordinare il gruppo di lavoro sul taglio della spesa degli Enti Locali, e di Chiara Goretti, incaricata dal commissario di dare colpi d’accetta alle società partecipate.
A essi si aggiungono Paolo Savona, ministro delle privatizzazioni nel governo di Carlo Azeglio Ciampi (1993-1994), l’ex FMI Giuseppe Pisauro, Luigi Paganetto (ora all’ISTAT), Pietro Garibaldi, consulente di Matteo Renzi per le politiche (di distruzione) del lavoro, e Angelo Fabio Marano.
E, notizia dell’ultima ora, Gianfranco Polillo, sottosegretario all’Economia ai tempi di Monti, nonché Fiorella Kostoris, “nota economista”.
Scommettiamo che la nomina della triade avverrà prima del 25 Maggio?
Ché minacciosa all’orizzonte si staglia la sagoma del “dittatore barbuto” Beppone Grillin
Federico Roberti

Oggetto: uscita dal Patto Atlantico (N.A.T.O.)

natojoinus

Riceviamo e, molto volentieri, pubblichiamo:

“(…)
Valutato che proprio in questi giorni, la pericolosa escalation delle dichiarazioni del Presidente americano Obama contro il Governo Russo sta portando dalla crisi diplomatica internazionale alla terza guerra mondiale a rischio nucleare, usando la NATO come braccio armato degli USA. Questo degenerato Patto Atlantico sta trascinando oggi l’Italia in un conflitto che va contro i nostri stessi interessi economici e strategici (come già in Libia); un conflitto alle porte di casa, contro la più grande potenza nucleare del mondo, necessario solo alle ‘smodate ambizioni del Governo degli Stati Uniti, impazzito di fronte alla prospettiva del proprio collasso monetario e morale’.
Ricordando che l’articolo 11 della Costituzione Italiana cita testualmente: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, e per questo, nel nostro Governo è sempre stato previsto il Ministero della Difesa (e non della Guerra).
Tutto ciò premesso,
si impegna il Sindaco e la Giunta comunale
1. ad attivarsi in tutte le sedi istituzionali per sostenere l’uscita dell’Italia dal Patto Atlantico, e quindi ribadendo che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”;
2. ad inviare l’ordine del giorno a tutti i Parlamentari, affinché sollecitino il Governo ad agire prima che sia troppo tardi.”

Il testo completo della mozione presentata in data odierna, lunedì 31 Marzo 2014, dal consigliere del Comune di Riva del Garda (TN) per la Lega Nord Trentino, Francescomaria Bacchin, è qui.

Il tenore Joe Fallisi denuncia l’attacco alla Libia

Nelle ore più vergognose per l’Occidente, mentre già si rincorrevano le notizie dell’assassinio di Muammar Gheddafi da parte delle bombe umanitarie sganciate dalle aviazioni della NATO sulla martoriata città di Sirte, Joe Fallisi, noto tenore italiano e, soprattutto, geloso tutore delle libertà dei popoli, ha voluto predisporre la presentazione, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, di una dura denuncia (contro, “ignoti”… ça va sans dire) per il manifesto attentato all’articolo 11 della Costituzione esplicitato dalla partecipazione italiana alla vergognosa guerra contro la Libia.
Come lo stesso Fallisi ha premesso nella sua denuncia, dal 19 Marzo 2011 si è avuto notizia della partecipazione delle forze armate italiane – inizialmente con l’apporto di basi e della logistica – all’operazione Odissey Dawn, consistente nell’attacco condotto contro la Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista, cioè la Nazione libica, dalle forze principalmente aeree e navali degli USA, Gran Bretagna, Francia e Spagna.
Dal 23 Marzo 2011 gli organi di informazione diffondono la notizia che aerei da guerra della Repubblica Italiana conducono missioni militari di attacco, e comunque belliche, contro la Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista.
Tali “operazioni militari – secondo il denunciante – contro la Libia rappresentano una palese violazione dell’art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. La violazione dell’art. 11 della Costituzione tramite l’esecuzione di azioni di guerra contro un’altra Nazione e contro un territorio straniero rappresenta un fatto di gravità eccezionale per il nostro ordinamento”.
In considerazione di quanto sopra, Fallisi ha chiesto “alla Procura della Repubblica di individuare i responsabili della azioni militari, belliche, di guerra contro la Libia, la Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista, il territorio e la popolazione libica, le sue istituzioni e le sue forze armate”. E naturalmente di punirli per aver commesso una lunga serie di evidenti reati penali. Fallisi ha deciso di eleggere domicilio per ogni comunicazione presso lo studio dell’Avv. Luca Tadolini, via Crispi 10, 42121 Reggio Emilia, luca.tadolini@ordineavvocatireggioemilia.it.
La denuncia, corredata dai vari documenti di appoggio, sarà anticipata a Roma, il prossimo giovedì 27 Ottobre 2011, nel corso di una conferenza stampa.
E. C.

Fonte: rinascita

25 Aprile: una festività da abolire!

Un’immeritata riverenza servile alla potenza colonialista yankee

Che gli Americani abbiano liberato l’Italia è una delle barzellette più uggiose e stomachevoli che i nostri rappresentanti (si fa per dire), in combutta con giornalisti-ciabattini, continuano a raccontarci senza vergognarsi del ridicolo, di cui si coprono, confessando se non altro un’immensa ignoranza della storia. Gli Americani si sono sempre mossi solo in funzione di interessi di potenza o di mercato (che è poi un modo diverso di fare potenza). Non hanno mai manifestato alcun proposito di liberare un solo Paese da una dittatura o potere cattivo meno che nei riguardi del mondo comunista, in cui vedono, e non a torto, la propria negazione. Il parametro della tollerabilità di qualunque Stato, nell’ottica degli USA, si chiama solo e semplicemente “USA-compatibilità”. Il che significa, come è evidente, che quanto è compatibile, anzi consono, con gli interessi, geopolitici o di mercato, della macchina del mostro industriale-politico-militare nordamericano, non può temere alcun intervento o sanzione anche se all’interno si fa scempio dei diritti civili. Non è proprio una battuta ad effetto, questa, se si pensa che ancora ci sono Paesi in cui si condanna alla lapidazione delle adultere e se nell’Arabia Saudita, Paese amico degli USA, si pratica ancora il taglio della mano per i ladri (magari per fame!). Quello della democrazia è un paravento che fa spifferi da tutte le parti. Del resto, “la più grande democrazia del mondo” è una dittatura imperialista con dittatore elettivo legittimata da un giochetto elettorale e rappresentata da un fantoccio di turno al servizio del potere reale di chi lo ha fatto eleggere. Le continue ciance sui diritti civili trasgrediti in Cina e a Cuba nascondono una realtà tipica, che fa davvero pietà se si pensa che nell’àmbito degli USA non esiste alcuna garanzia circa il diritto al lavoro e meno che mai a quello di conservarlo, se l’assistenza sanitaria è pagata – quando possibile – dagli stessi assistiti attraverso specifiche polizze di assicurazione, se la povertà sta sempre dietro l’angolo e se la criminalità è come una patina che copre l’intero territorio della grande unione di Stati. Ciò premesso, appare chiaro che gli Americani non avevano alcun interesse di liberare l’Italia dalla dittatura fascista tanto da non accorgersi di quella, davvero feroce, di Franco e dell’altra, di Salazar, ambedue nella penisola iberica, ma solo quello di accorrere in aiuto alla complice Inghilterra: a tal fine, non potevano non invadere-occupare l’Italia, il polo più a portata di aggressione dell’asse con Berlino. E non potevano che farlo secondo il costume yankee, cioè massacrandola di bombardamenti non certo per colpire obiettivi militari ma il più spesso a scopo prettamente terroristico, per fiaccare le autorità e le forze in armi attraverso il panico (terrore) dei civili, quando non anche o solo per il piacere sadico dei seminatori di morte. A Tripoli (dove lo scrivente viveva), i fratelli siamesi di Albione, voglio dire i signori inglesi, degni compari dei militari “a teschi e bare” (pardon, a stelle e strisce), venivano a bombardare quasi tutte le notti (e talvolta anche di giorno, colpendo abitati civili e povera gente che non disponeva di un rifugio adeguato. Memorabile è il bombardamento navale britannico del 21 aprile 1941 (Natale di Roma!), durato non meno di quattro ore e causa di danni immani e di innumeri morti, tra i civili s’intende. La liberazione dell’Italia dal potere mussoliniano fu solo un effetto secondario e, quel ch’è peggio, costituì un pretesto per occupare militarmente il nostro Paese. Era inevitabile che la gente, stressata dalle bombe e dalla fame, vedesse negli occupanti il simbolo della fine di un incubo. Sulla stessa fame le truppe “di liberazione” posero il pretesto del famigerato “Piano Marshall”, una forma di carità pelosa, cioè condizionata dal rispetto, senza limiti di tempo, della sovranità militare degli occupanti, che sarà il diritto dei vincitori e che si chiamerà NATO con quelle implicazioni a catena che conosciamo. Così conciato il nostro Paese è diventato perfettamente “USA-compatibile”, anzi “USA-servile”, una “riserva coloniale” a tutti gli effetti, con basi militari in crescente proliferazione e fra le più grandi di tutta l’Europa. E’ così che agli interessi nazionali va anteposta la devozione feudale al principe yankee di turno inviando inservienze militari gratuite (a titolo vergognosamente ipocrita di “missioni di pace”) prima in Irak ed ora in Afghanistan, a dispetto dell’art. 11 della Costituzione, semplicemente ridotto a figura retorica della carta fondamentale di uno Stato sedicente di diritto. La storia del dopo guerra è una conferma a posteriori della non liberazione dell’Italia se è vero che nei Paesi latino-americani i signori yankee continueranno ad abbattere o a creare poteri a seconda della compatibilità o meno con il parametro sopra detto. Un esempio valido per tutti è quello del Cile dove, fatto assassinare Allende, vi instaureranno la tirannia del malvagio cattolicissimo Pinochet. La classifica, che gli USA han fatto degli Stati prima dell’occupazione, totalmente contro il diritto ordinario e internazionale, dell’Irak è ben eloquente: è “canaglia” qualunque Stato che non sappia servire gli interessi della Casa Bianca e del Pentagono. L’Irak, già vittima dell’embargo con moria di bambini per mancanza di alimenti e di farmaci di prima necessità (oltreché per irradiazione radioattiva, strascico dell’aggressione militare di Bush-padre), subirà un’aggressione con un dispiegamento di forze tanto poderoso quanto vile ma non senza l’assenso di un’ONU, ridotta a feudo di fatto della potenza yankee. Il 25 Aprile è una ricorrenza nazionale ambigua nella misura in cui pretende di ricordare agli Italiani una liberazione americana, che non è mai avvenuta e che oggi, più che mai, sa di viscido ossequio ad una potenza selettivamente criminale, semplicemente barbarica, (con buona pace del premio Nobel per la pace Obama!) e che sta mettendo a rischio la sopravvivenza della specie umana. Chi ha il coraggio di proporne l’abolizione senza correre il rischio di essere accusato di apologia di fascismo?
Carmelo R. Viola