La pura e semplice sudditanza

“La morte violenta di Mu’ammar Gheddafi ha subito richiamato alla mente quella di Saddam Hussein, solo di pochi anni precedente. Malgrado certe differenze palesi (Hussein non fu assassinato da una manica di balordi armati di telefonini, ma giustiziato dopo un più o meno regolare processo), le analogie sono evidenti, tanto che il parallelo è stato subito fatto proprio dalla stampa. Un paio di similitudini si sono però perse nel discorso “mainstream”.
Entrambi i “Rais” sono passati, se non proprio per una “luna di miele”, quanto meno per una fase di serena e pacifica convivenza col Patto Atlantico. Saddam Hussein negli anni ’80 conduceva una lunga e sanguinosissima guerra contro l’Iràn rivoluzionario, forte dell’appoggio esplicito della NATO. Certo non sapeva che, mentre i Paesi della NATO lo rifornivano delle armi necessarie a combattere gl’Iraniani, gli USA – tramite insospettabili triangolazioni con Israele e il Nicaragua – garantivano un trattamento non dissimile, anche se celato nell’ombra, a Tehran. Ma in quel frangente Hussein accoglieva sorridente e fiducioso gli stravaganti doni (inclusi degli speroni d’oro) che gli portava dagli USA l’inviato speciale di Reagan in Medio Oriente. Costui si chiamava Donald Rumsfeld; vent’anni più tardi avrebbe guidato, come segretario alla Difesa, l’invasione dell’Iràq e la deposizione del presidente Hussein.
Gheddafi, dal canto suo, dopo una lunga carriera da rivoluzionario anti-imperialista, ha intrapreso la strada della normalizzazione dei rapporti con gli USA e l’Europa negli anni ’90, quando il crollo dell’URSS e l’inizio della fase unipolare d’egemonia statunitense lasciavano pochi spazi di manovra (persino ai condottieri fantasiosi e imprevedibili come lui). Mandava il suo figlio e delfino Saif al-Islam a studiare a Vienna e poi alla London School of Economics, esperienze da cui rientrava come fautore delle riforme neoliberali nella socialista Jamahiriya libica. Mu’ammar Gheddafi accettava la responsabilità dell’attentato di Lockerbie e l’esborso dei conseguenti indennizzi. Ma soprattutto, stringeva rapporti politico-economici sempre più vincolanti con Paesi della NATO, come la Francia, l’Italia e la Gran Bretagna. Ma non solo. Malgrado mantenesse la sua verve polemica verso gli USA, denunciandone il comportamento in Iràq ed impegnandosi, tramite il progetto dell’Unione Africana, a respingerne il neocolonialismo nel continente nero, faceva proprio degli Stati Uniti d’America il principale beneficiario degl’investimenti esteri di capitali libici.
In nome della normalizzazione dei rapporti con la NATO, sia Hussein sia Gheddafi accettarono di smobilitare una parte del proprio apparato bellico, in particolare quello più temibile – ossia le armi chimiche e batteriologiche. Saddam Hussein si disarmò, sotto l’attento controllo degl’ispettori dell’ONU, dopo la dura sconfitta patita ad opera degli USA nel 1991. Ma quando Washington fu sicura che l’Iràq non possedesse più armi per difendersi, l’aggredì – agitando, con involontaria ironia, proprio lo spettro delle “armi di distruzione di massa” che in realtà il Paese vicinorientale aveva distrutto su loro richiesta – e depose Hussein, poi catturato e giustiziato dal nuovo regime locale. Nel 2003 anche Gheddafi, timoroso di diventare prossimo obiettivo della crociata neoconservatrice per la “democratizzazione” del “Grande Medio Oriente”, annunciò l’annullamento del suo programma nucleare e la distruzione di tutte le armi chimiche e batteriologiche, nonché dei missili balistici a lungo raggio. È cronaca recente ancor più che storia la sorte toccata a Gheddafi, per mano della NATO stessa, solo pochi anni dopo le sue concessioni.
Abbiamo dunque veduto come il tentativo di distendere i rapporti con la NATO non abbia portato fortuna a Iràq e Libia. Gli USA, capialleanza della NATO, perseguono una strategia egemonica che non contempla rapporti normali ed alla pari con Paesi del “Terzo Mondo”. O meglio, considera rapporti “normali” con questi Paesi la loro pura e semplice sudditanza.”

Il prossimo Nobel per la pace, di Daniele Scalea continua qui.

[L’autore sarà il prossimo 9 Novembre a Bologna, insieme a Joe Fallisi, per l’incontro-dibattito Rivolte arabe: la primavera non arriva. I popoli di Nord Africa e Vicino Oriente tra “lotta per la democrazia” e “interventi umanitari” della NATO.
Qui maggiori informazioni e il volantino promozionale dell’iniziativa]

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USA: un impero al tramonto ma per nulla mansueto

“Un’ attenta analisi della potenza nordamericana nel dopoguerra suggerisce che l’egemonia globale degli USA poggiava su due pilastri, in grado di sorreggersi reciprocamente.
Il primo pilastro era il ruolo di Wall Street come centro finanziario indiscusso del mondo, erede della City londinese, e più importante ancora, l’idea che il dollaro statunitense fosse e dovesse rimanere la valuta di riserva mondiale, così come la lira sterlina lo era stata fin dalle guerre napoleoniche.
Il secondo indispensabile pilastro della potenza nordamericana postbellica era il Pentagono, e l’affermazione degli USA, nell’agosto 1945, come maggiore potenza militare al mondo. Tramite il calcolato lancio delle bombe atomiche su centinaia di migliaia d’innocenti civili giapponesi, le élites statunitensi segnalarono che il predominante ruolo imperiale degli USA come finanziatori del mondo sarebbe stato sorretto dalla forza delle armi.
L’interazione tra la supremazia militare globale degli USA post-1945 – una supremazia mai veramente minacciata dai Sovietici – ed il loro ruolo di banchieri mondiali e fonte della valuta di riserva per gli scambi con l’estero, rappresentò la base da cui le élites statunitensi furono capaci di proiettare la propria potenza su gran parte del pianeta, almeno fino al cambio di secolo.
(…)
In un certo senso vi furono quattro distinte fasi dell’impero postbellico statunitense. La prima è quella che potremmo chiamare età dell’oro: dal 1945 fino all’agosto 1971, quando Nixon abbandonò il gold exchange standard di Bretton Woods. In questa fase gli USA detenevano il 70% circa dell’oro monetario globale, possedevano le risorse scientifiche ed industriali più avanzate, ed esportavano verso il resto del mondo. L’inflazione era minima. Il mondo mendicava un dollaro statunitense che era “buono quanto l’oro”.
La seconda fase è quella che chiamo “del riciclaggio dei petrodollari”. Il regime di cambi fluttuanti tra le valute, che cominciò nel 1971 con una drammatica svalutazione del dollaro pari al 40% del suo valore, fu rovesciato dall’apprezzamento del petrolio, pari al 400% tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974, Questo choc petrolifero, come ho dimostrato dettagliatamente ed in esclusiva nel mio libro A Century of War, fu congegnato da Kissinger, i Rockefeller e le Sette Sorelle del petrolio per “salvare” il ruolo di moneta di riserva mondiale del dollaro, pur a spese della prosperità dell’economia industriale degli USA e di gran parte degli altri paesi. La strategia di salvare il dollaro tramite uno choc petrolifero fu tramata alla riunione del Bilderberg tenutasi nel maggio 1973 a Saltsjoebaden, in Svezia. Questa fase durò più o meno fino alla prevedibile esplosione della crisi del debito del Terzo Mondo, negli anni ’80.
La terza fase del Secolo Americano implicò il massiccio saccheggio dei paesi in via di sviluppo, strumentalizzando la crisi del debito ed il ruolo del FMI dì “gendarme” per conto di Chase Manhattan, Citibank, JP Morgan, Lloyds Bank ed altre potenze finanziarie anglo-americane. Potremmo definire questa fase quella del Washington Consensus. Il dollaro fu sorretto saccheggiando dapprima America Latina e Africa. Quindi, all’inizio degli anni ’90, con la “dollarizzazione” delle economie dell’ex Unione Sovietica e dell’Europa Orientale, Russia inclusa ed ancora una volta sfruttando il FMI.
Questa terza fase esaurì le proprie fonti di sostentamento nel periodo 1997-2002. La fase finale dell’espropriazione delle economie sotto-sviluppate- del Sud, dell’Est e del Nord – raggiunse un limite o confine fisiologico approssimativamente nel 1997-98, quando Washington e Wall Street lanciarono un’operazione di guerra finanziaria che prese il nome di “Crisi asiatica”, e che distrusse il Giappone ed il modello delle Tigri asiatiche auto-sufficienti.
La fase terminale ha consistito nel volgersi all’interno, per un ultimo saccheggio di quanto rimaneva dell’economia statunitense – la fase della cartolarizzazione dei cespiti, nota nei media generalisti come “crisi immobiliare”. Essa segnò la quarta, e di fatto ultima, fase del Secolo Americano. Un fraudolento castello di carte finanziario cominciò a crollare nell’agosto 2007, quando scoppiò la cosiddetta crisi dei mutui sub-prime.
(…)
Fin dallo scoppio della crisi dei sub-prime, nel 2007, i salvataggi delle grandi banche congegnati da Wall Street hanno dato un contributo decisivo all’esplosione del debito federale statunitense. Quando George W. Bush conquistò la Presidenza, sul finire del 2000, il debito federale ammontava a 5.600 miliardi di dollari; gonfiatosi a circa 8.500 miliardi già entro l’inizio del 2007, oggi s’aggira sui 13.500 miliardi – una fase di crescita iperbolica o esponenziale del debito che nessuna nazione nella storia ha potuto sostenere a lungo senza incorrere nel collasso o nella guerra.
(…)
Quanto detto chiarisce che, così come la Gran Bretagna di fronte al suo esiziale declino dopo il 1873, le élites degli Stati Uniti non intendono accettare graziosamente un ruolo minore sulla scena internazionale. Ciò porta verso soluzioni drammatiche, molto probabilmente di natura militare, come avvenne nei tardi anni ’30 per “riordinare” la scacchiera mondiale. Sul piano interno ciò si traduce – ed è sempre più evidente – in una svolta significativa verso forme di controllo statale totalitario su una popolazione sempre più infelice. A livello internazionale, significa più pugno di ferro, sul modello Bush-Cheney. Sul finire del 2010 il Secolo Americano è un impero al tramonto. Ma per nulla intenzionato ad accettare mansuetamente il proprio destino. Il risultato è un miscuglio esplosivo, che agiterà il mondo intero nei mesi ed anni a venire.”

Da L’odierna posizione geopolitica degli USA, di F. William Engdahl, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 3/2010, pp. 58-63.
In tale numero, il cui dossario è dedicato agli Stati Uniti d’America, si segnalano altresì gli articoli Come nacque un “impero” (e come finirà presto) di Daniele Scalea, nonché Progetti e debiti di Fabio Mini.

L’addio di Ronald Spogli

Nel gennaio 2009, quand’era in procinto di lasciare il posto di ambasciatore statunitense in Italia senza che ancora fosse stato reso noto il nominativo del suo sostituto (poi individuato in David Thorne…), Ronald Spogli tranquillizzò la stampa affermando: la scelta ”non cambierà gli ottimi rapporti esistenti tra gli Stati Uniti e l’Italia”.
In realtà, all’allora ambasciatore non mancavano le preoccupazioni, rivelate da un cablogramma inviato al Dipartimento di Stato di Hillary Clinton solo sei giorni dopo ed ora diffuso da Wikileaks.
L’argomento è il rapporto tra l’Italia e la Russia. Prendiamo in prestito le parole di Daniele Scalea, il grassetto è nostro.
“A causa di Berlusconi e dell’ENI, la Russia – lamenta Spogli – può oggi contare in Europa su un Paese che appoggia sistematicamente la sua causa. Tanto più adesso che, essendo venuto meno il rapporto personale che legava Berlusconi al precedente presidente degli USA, Bush jr., il Capo del Governo italiano pare destinato ad avvicinarsi sempre più a Mosca.
Ma gli USA non sono certo intenzionati a guardare senz’agire. La parte più interessante del documento è proprio quella dove si descrivono le contromisure che Spogli sta mettendo in atto – ma stranamente è anche la porzione di testo meno citata dalla stampa italiana. L’Ambasciata afferma d’essersi impegnata in colloqui con esponenti politici interni ed esterni al Governo, col fine esplicito di creare, soprattutto all’interno del suo partito, una corrente ostile alla russofilia di Berlusconi. Inoltre, non meglio precisati “pensatoi” sono stati ingaggiati per costruire una corrente d’opinione pubblica ostile alla Russia e, si compiace Spogli, «lo sforzo sembra che stia pagando». L’opposizione si è subito regolata, impegnandosi nella critica del rapporto di Berlusconi con Putin, e taluni membri del PDL si sono rivolti privatamente ad un’ambasciata straniera – ovviamente quella degli USA – «per contrastare l’infatuazione di Berlusconi per la Russia».”
Ci uniamo quindi a Scalea nell’invitare i lettori a ponderare queste affermazioni di Spogli, ed a confrontarle con quanto accaduto nella stampa, nella società civile e soprattutto nella politica interna italiana dal gennaio 2009 ad oggi.

Iran: la tesi dei brogli al vaglio

nuke club

“Dato lo scarto di voti tra il primo ed il secondo classificato delle recenti elezioni presidenziali in Iràn, ed il livello dei controlli sulla regolarità delle operazioni di voto e scrutinio – tra cui la capillare presenza di rappresentanti dei candidati sconfitti nei seggi – appare estremamente improbabile se non impossibile che dei brogli verificatesi all’interno dei seggi possano aver sovvertito il risultato delle elezioni. I fatti denunciati nei ricorsi dei tre candidati sconfitti sono stati tutti smentiti o fortemente ridimensionati dalle indagini del Consiglio dei Guardiani; inoltre tali fatti, anche se confermati, avrebbero indicato tutt’al più disfunzioni della macchina elettorale (come ve ne sono in ogni paese) ma non certo brogli sistematici. Il riconteggio d’una quota significativa di schede, ben il 10%, ha confermato i risultati ufficiali precedentemente diffusi. Il risultato del riconteggio è stato riconosciuto dal candidato sconfitto Mohsen Rezai, che a differenza di Musavì e Karrubi ha accettato di mandarvi propri osservatori. Musavì e Karrubi, al contrario, insistono nel denunciare un presunto sovvertimento dei risultati in sede di conteggio e computo finale, ossia presso il Ministero degl’Interni. Il riconteggio parziale avrebbe confermato tale accusa, se veritiera, ma Musavì e Karrubi si sono rifiutati di mandarvi propri osservatori: malgrado ciò il riconteggio è avvenuto, alla presenza di delegati di Rezai e di telecamere della televisione statale, ed ha confermato l’esito delle elezioni. Se ciò non bastasse a smentire le tesi complottiste di Musavì, Karrubi e dei loro sostenitori, resta l’assenza di prove e l’inconsistenza d’ogni ragionamento
deduttivo a sostegno di tale accusa.
(…)
I risultati elettorali non solo ricalcano quelli di quattro anni fa, ma sono anche in accordo con quanto previsto dalla maggior parte dei sondaggi: ossia una netta vittoria di Ahmadinejād. Seppure non ci si volesse fidare dei sondaggi iraniani, si può cercare riscontro nell’unico sondaggio realizzato da organizzazioni statunitensi – importanti ed una compagnia che realizza sondaggi d’opinione e ricerche di mercato per alcune delle principali ditte e dei maggiori media mondiali – rispettando la metodologia consolidata: anch’esso prevedeva una vittoria del Presidente uscente, persino più larga di quella poi effettivamente realizzatasi, e indovinava molti altri esiti delle elezioni (come la vittoria di Ahmadinejād in Azerbaigian Orientale, l’alta affluenza e l’irrilevanza dei voti raccolti da Rezai e Karrubi).
(…)
La netta vittoria di Ahmadinejād non solo conferma i risultati di quattro anni fa ed è in linea coi sondaggi pre-elettorali, ma era prevista dalla maggioranza degli esperti di politica iraniana. Le presunte anomalie dei risultati il più delle volte non sono tali, non sussistono o hanno una spiegazione razionale. L’omogeneità di voto da provincia a provincia in realtà non esiste: la differenziazione locale è stata più elevata che nel 2005, e maggiore rispetto, ad esempio, alle ultime elezioni politiche svoltesi in Italia. Anche la sconfitta di Musavì, Karrubi e Rezai nelle proprie province d’origine è facilmente spiegabile, ed ha paralleli evidenti nelle elezioni di tutto il mondo. L’espressione d’un numero di voti maggiore dei registrati alle liste elettorali in alcuni distretti è un fenomeno non nuovo in Iràn, e perfettamente spiegabile con le regole e le pratiche di voto colà vigenti. Su trenta province, solo in quattro Ahmadinejād ha fatto registrare un deciso aumento del sostegno elettorale, ed in due di esse ciò è spiegabile coinvolgendo solo i nuovi votanti. Solo in Lorestan e Ilam il Presidente uscente deve aver sottratto quote cospicue di voti ai suoi avversari, ma ciò non prova alcuna irregolarità, giacché flussi elettorali anche più repentini si possono osservare in altri paesi, come ad esempio l’Italia. Il tempo richiesto dal conteggio dei voti e dalla proclamazione dei risultati è credibile, in linea con le precedenti elezioni iraniane e con quelle d’altri paesi.
Alla luce di tutto ciò, possiamo concludere che non esiste alcuna prova di brogli sistematici e decisivi nelle elezioni presidenziali iraniane di quest’anno: persino i semplici indizi sono estremamente scarsi, sicché i sospetti sono il più delle volte fondati su basi labilissime o del tutto immaginarie.”

Con queste parole, Daniele Scalea conclude la propria ampia e documentata ricognizione del processo elettorale svoltosi in Iran lo scorso mese di giugno.

[Rivoluzione colorata in Iran]
[Chi ha ucciso Neda Soltani?]

Realtà e finzioni dello scudo antimissile

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“La ricerca, condotta da Washington, della supremazia nucleare, aiuta ad esempio a spiegare la strategia di difesa missilistica. I critici della difesa antimissile argomentano che uno scudo, tipo il prototipo che gli USA hanno realizzato in Alaska e California, sarebbe facilmente sopraffatto da una pioggia di vere e finte testate lanciate dalla Russia o dalla Cina. Hanno ragione: anche un sistema multilivello, con elementi posti a terra, in aria, nel mare e nello spazio, molto probabilmente non saprebbe proteggere gli Stati Uniti da un massiccio attacco nucleare. Ma sbagliano a concludere che un simile sistema di difesa missilistica sia perciò privo di senso; allo stesso modo sbagliano i sostenitori della difesa antimissile secondo cui, per la medesima ragione, un tale sistema preoccuperebbe solo gli Stati canaglia e non le altre grandi potenze nucleari.
Ciò che entrambi gli schieramenti trascurano, è che una difesa antimissile del genere che, presumibilmente, gli Stati Uniti potrebbero dispiegare, andrebbe valutata principalmente in un contesto offensivo, e non in uno difensivo – come una aggiunta alla capacità statunitense di primo colpo, e non come uno scudo a sé stante. Se gli Stati Uniti lanciassero un attacco nucleare contro la Russia (o la Cina), il paese colpito rimarrebbe tutt’al più con un piccolissimo arsenale superstite. A quel punto, anche un sistema di difesa antimissile relativamente modesto o inefficiente potrebbe essere sufficiente a proteggere da attacchi di rappresaglia, perché il nemico devastato si ritroverebbe con pochissime testate (e finte testate).”

Oggi iniziamo a parlare del progetto di scudo antimissilistico che gli Stati Uniti vorrebbero installare in Polonia e Repubblica Ceca, proponendovi lo studio di Daniele Scalea dal quale abbiamo estrapolato la citazione precedente. Esso risulta utile soprattutto per inquadrare la questione dal punto di vista strategico-militare, mentre riguardo la valenza geopolitica diremo più avanti.
Buona lettura.

[La versione aggiornata all’agosto 2009 del testo di Scalea è qui].