I soldati iracheni non vogliono morire per gli Stati Uniti

OperationIraqiFreedom

L’analista di geopolitica Patrick Henningsen ha riferito a RT che molti soldati dell’esercito iracheno ritengono che non abbia nessun senso morire per il governo fantoccio di Baghdad controllato dagli USA, poiché si rendono conto che ciò porterà alla cancellazione dell’Irak come Stato.

RT: Molti soldati hanno disertato l’esercito iracheno, perché l’hanno fatto?
Patrick Henningsen: Come già è stato riportato, ci sono molte ragioni sul perché l’esercito iracheno sia stato così inefficiente nonostante il fatto che i suoi uomini superassero le 250.000 unità in confronto alle 20-30.000 che hanno veramente combattuto contro l’ISIS. Il morale era molto basso e anche l’organizzazione dell’esercito iracheno lascia a desiderare. In poche parole, le forze armate dell’Irak sono nel caos totale. Ma visto come riflesso del Paese, anch’esso nel caos totale, non dovrebbe essere una sorpresa. L’altro problema che ha a che fare col morale dell’esercito iracheno è che tanti soldati che servono nell’esercito iracheno pensano che forse non sia così auspicabile morire per il governo fantoccio di Baghdad, un governo controllato dagli USA. Sfortunatamente, nonostante la retorica degli USA, dei Paesi NATO e della Gran Bretagna, la maggior parte degli Iracheni vede nel governo di Baghdad un governo fantoccio controllato dagli USA. Per quale motivo dovrebbe morire un soldato sano di mente? Da una parte, immaginiamo che abbia un grande orgoglio nazionale, ma dall’altra lo vediamo costatare che tutto porta alla cancellazione dello Stato nazione dell’Irak.

RT: Perché il governo iracheno sta arruolando di nuovo quei disertori per combattere lo Stato Islamico?
PH: Ora il governo iracheno sta cercando di reintegrare una parte dei soldati che ha perso, uomini che hanno lasciato il posto e sono stati classificati come disertori o semplicemente gente demotivata che se ne è andata. Solo la scorsa settimana a Ramadi, una provincia di Anbar, 150 soldati hanno lasciato il loro posto perché avevano finito le munizioni. Ciò vi dà l’idea della povertà organizzativa dell’esercito iracheno. E questa è la cima di una piramide di 250.000 unità, fortemente armate ma molto inefficienti. Ovviamente tutto ciò è stato organizzato dagli USA. Io penso che l’Irak sia stato volutamente lasciato debole dagli USA. Hanno lasciato deboli le forze irachene affinché più tardi esse necessitassero del loro aiuto. Nonostante ciò che gente come il Generale [Martin] Dempsey possa dire e nonostante ci sia chi parli del “genio del Generale Petraeus”, gli USA hanno lasciato l’Irak in una posizione molto debole, sia militarmente che politicamente, in poche parole, da ogni punto di vista.

RT: Si può garantire che i disertori riarruolati non diserteranno di nuovo?
PH: No, non c’è alcuna garanzia che i disertori amnistiati non se ne andranno di nuovo. Infatti, è probabile che lo faranno, perché i cambiamenti infrastrutturali da fare sono enormi per le forze armate irachene. Stiamo parlando in realtà di un numero che può andare da circa 5.000 a 15.000 disertori che potrebbero essere di nuovo reclutati. Ma ci sono enormi problemi logistici: viaggiare nell’Irak settentrionale e occidentale è molto difficile. In alcuni casi la gente che vuole rimettersi in lista o vuole riarruolarsi perché ha bisogno di soldi o perché sente che è la cosa giusta da fare, non può farlo nei centri di reclutamento perché per raggiungerli occorrono 4 o 5 giorni, mentre normalmente il viaggio durerebbe un giorno. Inoltre, devo sottolineare che uno dei motivi per i quali le forze armate irachene sono così deboli è il problema del settarismo. Le forze armate – come il Paese – sono divise in linee settarie. Gli USA hanno aumentato le sofferenze in 10 o 15 anni di invasione e di occupazione e hanno smantellato le milizie sciite con cui avrebbero potuto lavorare contro l’ISIS. L’ISIS non sarebbe durato una settimana in alcune aree dell’Irak se le milizie sciite fossero state presenti come alcuni anni fa, ma gli USA stanno andando fuori strada nel voler smantellare tutte le milizie, disarmare la popolazione irachena; così facendo, essi hanno bisogno di contare su una gigantesca piramide con le forze armate controllate dall’alto, cosa che sappiamo molto inefficace.

RT: Gli USA hanno fornito un sostanziale aiuto militare all’esercito iracheno. Allora perché esso è così incapace di combattere lo Stato Islamico?
PH: Uno dei problemi principali dell’Irak è la corruzione. Si tratta di abitudini che si sono formate durante l’invasione e l’occupazione americana. Per alcune persone, in molte comunità, i soldi sono veramente pochi. Un sacco di soldi sono andati dispersi, le attrezzature non hanno raggiunto la loro destinazione. Sottoequipaggiamento, sottoarmamento, mancanza di munizioni sono tutte cose normali se si parla a chiunque faccia parte del personale dei servizi di sicurezza o dell’esercito iracheno. Attorno all’anello d’acciaio che circonda Baghdad è tutto più sicuro e affidabile. Dove ci sono veramente i problemi è fuori, nelle estremità Nord ed Ovest dell’Irak, dove il bisogno è maggiore, dove più servono organizzazione ed equipaggiamento e dove però, semplicemente, mancano. Il problema non è quanto denaro occorrerà se non si affrontano i problemi principali, cosa che gli USA non possono fare e che il governo di Baghdad controllato dagli USA non è in grado di fare. Se non si affrontano questi problemi fondamentali, allora nessuna somma di denaro o risorse da impiegare potrà rendere questa forza militare una forza combattente del XXI secolo.

(Fonte – traduzione di M. Guidoni)

Matteo Miotto, una morte al di sotto di ogni sospetto

Le flagranti e pagliaccesche contraddizioni della versione ufficiale

Non ci stupisce che ad appena 24 ore dai funerali a S. Maria degli Angeli il Presidentissimo, influenzato e febbricitante – ci aveva fatto sapere – tanto da non poter essere presente alla cerimonia funebre di Matteo Miotto dopo aver disertato anche quella all’aeroporto di Ciampino, abbia avuto tutto il tempo per rimettersi in perfetta salute e raggiungere Napoli ancora sommersa dalla spazzatura, per farsi ciceronare insieme alla Sign.ra Clio in un evento culturale di grande richiamo come può esserlo una mostra del Caravaggio.
La morte dell’Alpino il 31 Dicembre ha avuto come effetto di disturbargli, oltre che il soggiorno a Villa Roseberry, anche il calendario degli appuntamenti familiari nei primi tre giorni dell’anno.
Il tutto mentre il suo Ministro della Difesa, visto che l’inquilino del Quirinale è anche Capo Supremo delle Forze Armate (almeno così dice), volava a rotta di collo a Herat per portare – questa la motivazione ufficiale del viaggio – il suo saluto al contingente italiano.
Un “corpo di spedizione“ ormai con il morale sotto i tacchi non solo per la morte dell’Alpino ma soprattutto per la nuova tattica, pretesa ed imposta dal generale Petraeus, di stare sul “terreno“ in Afghanistan.
L’allargamento delle “bolle di sicurezza“, che ci ricordano quelle di sapone, e la trasformazione dei reparti ISAF Italia in Task Force, sul famigerato modello 45, più l’approntamento di capisaldi fissi, in zone totalmente fuori controllo con necessità di rifornimenti logistici via aria e terra, non potevano non portare ad un incremento da capogiro delle nostre perdite.
Nel 2010 sono morti 10 militari italiani contro i 25 complessivamente caduti dal 2002, da Kost con la Folgore (base Salerno, confine Af/Pak) fino al 2009, portando il conto, per ora, a 35 morti ammazzati per una “missione di pace“ che fa sabbia da tutte le parti al di là dei costi stratosferici che impone ad uno sfiatatissimo erario pubblico.
Per capire il livello di autentica follìa raggiunto dal Governo basterà ricordare l’ultimo regalo da 6 milioni di euro a Dicembre dell’anno appena concluso, fatto dalla Cooperazione gestita dal Ministro degli Esteri Frattini per lo sviluppo dei progetti agricoli di Kabul, nello stesso giorno in cui Polizia e Carabinieri bastonavano nel porto di Civitavecchia il capo del Movimento Pastori Sardi Piras e la sua delegazione, in rappresentanza di 15.000 produttori ridotti alla fame, intenzionata a raggiungere Roma e protestare sotto Palazzo Chigi.
La visita di La Russa a Herat non ci ha affatto sorpreso. A dire il vero ce lo aspettavamo.
Con il Presidente della Camera in vacanza nell’Oceano Indiano, dopo la visita di Schifani al PRT di Herat non poteva mancare quella del D’Annunzio del XXI° secolo.
E poi la morte di Miotto necessitava di qualche urgente aggiustamento sul posto, vista la brutta piega che stava prendendo la faccenda in Italia quando sono cominciate a filtrare le prime indiscrezioni che smentivano la versione preparata a tavolino a Palazzo Baracchini: il rinvenimento di un proiettile in calibro 7.62 nella mimetica di Matteo Miotto in corrispondenza di un foro di uscita nella schiena.
Ed è così che si tenterà di fare e di impiastricciare.
Quando l’Ansa ha battuto il dispaccio del 31 Dicembre ha scritto inequivocabilmente “cecchino“. Un cecchino isolato, un terrorista che ha sparato un unico colpo all’indirizzo dell’Alpino e quella notizia è sicuramente partita dal Ministero della Difesa.
Versione poi confermata ufficialmente da La Russa. Letta quella dichiarazione siamo andati a cliccare “Dragunov“. Lo avevamo visto in Iraq nelle mani della guerriglia baathista.
Ne sapevamo qualcosa e abbiamo voluto rinfrescarci la memoria. Il primo filmato su Youtube che ne è uscito ci mostrava dei rangers USA che si addestravano al tiro con quel “fucile di precisione“ in Afghanistan con l’immancabile accompagnamento di caciara yankee.
In più eravamo certi di non averlo visto, nemmeno una volta, nella disponibilità di qualche formazione pashtun. Le decine di fotografie che via, via nel tempo abbiamo esaminato lo escludevano.
Il generale Marcello Bellacicco, attuale comandante del PRT di Herat, ha definito il Dragunov una “new entry“. Un linguaggio da Grande Fratello. Ma così è… se vi pare.
Un’arma che non ha mai destato allarme nelle forze della coalizione ISAF tanto da poter essere venduto come residuato di guerra nei suk delle principali città del Paese delle Montagne.
Il perché è semplice. I modelli in mostra non hanno ottica né diurna anni ’60 a ingrandimento 4, né notturna che necessita di una pila di alimentazione. Inoltre non è maneggevole, è impreciso nel tiro a media-lunga distanza, non dispone di bipiede di appoggio, ha limitate capacità di fuoco, il serbatoio contiene 10 colpi, e necessita di proiettili in calibro 7.62×54 che sono diversi nelle dimensioni dai 7.62×33 degli AK-47.
Ed in più i pashtun, per “ancestrale arretratezza culturale“, disprezzano il tiratore scelto e camuffato dell’Occidente che colpisce di nascosto.
L’ipotesi del cecchino isolato che aveva colpito Miotto, prima alla spalla, poi al fianco, e poi tra collo e spalla non riusciva a convincerci.
Anche perché il caposaldo Buji o Snow sta in una posizione sopraelevata di 250 mt sul terreno desertico, circostante, non ha torrette come Fort Alamo, ma piazzole, camminamenti ed alloggi approntati con materiale di fortuna ed una protezione passiva fatta di “ecobastian“ addossati l’uno all’altro a formare un cerchio su un area di 3-400 mq, trasportati sul posto con elicotteri CH-47.
Per quanto ne sappiamo, Buji è un avamposto in zona desertica privo di rampa di accesso per mezzi ruotati, rifornibile esclusivamente per via aerea anche per l’avvicendamento del personale, tenuto da un mezzo plotone scarso di militari che vivono in una costante condizione di isolamento psicologico e materiale dal Comando Centrale di Herat.
In alcuni capisaldi, dove il terreno lo consentiva, un quarto dei militari italiani sono stati costretti a scavare trincee con pala e piccone ed a mettere su alloggiamenti con travi, prefabbricati ed ondulati, tenendo le posizioni con temperature oscillanti tra il giorno e la notte tra i +40 ed i -5/-7 in estate ed i –15/-20 in inverno.
Ritenevamo invece che fosse indispensabile trovare il proiettile che aveva attinto Matteo Miotto perché poteva contenere un’enormità di informazioni utili: fattura, calibro, composizione delle leghe, rigature lasciate dalla canna e così via per poter essere certi che non fosse magari un proiettile 308W sparato da “fuoco amico“, molto ma molto simile al 7.62×54 sparato da un Dragunov.
Appena 3 millimetri di differenza in meno nella lunghezza del bossolo.
La ritenzione o meno del proiettile nel corpo di Miotto era un altro problema che avrebbe dovuto uscire dall’autopsia ma così non è stato. Dal momento che le pensiamo tutte ma proprio tutte ci è parso strano che il procuratore aggiunto Saviotti sia stato chiamato il giorno successivo a rapporto dal Copasir. Può essere che D’Alema voglia sentirlo per Calipari, come è stato annunciato, ma… qualche dubbio, di indebita pressione “altra“ non può non rimanere in piedi.
Dal leggìo delle grandi occasioni del PRT di Herat, dall’hangar alla presenza delle truppe schierate, un La Russa in tuta mimetica ha voluto farci sapere quale dovrebbe essere l’ultima versione della morte dell’Alpino del 7° reggimento della Julia.
Lo riportiamo per intero per far capire ai lettori la sfrontatezza con cui si dichiara il falso e le enormi difficoltà che incontra nel dare una spiegazione razionale, logica all’uccisione di Matteo Miotto e le flagranti, pagliaccesce contraddizioni in cui cade.
Le conclusioni le tireremo alla fine, anche se non siamo esperti balistici sappiamo leggere e capire.
“E’ stato ucciso da un cecchino, solo che questo non ha sparato un solo colpo ma diversi colpi. Si può pensare che non fosse solo, anzi è probabile che ci fossero altri 4-5 uomini di copertura ma è possibile che a sparare sia stato soltanto lui. E’ stato un vero e proprio scontro a fuoco. Gli insurgents che hanno attaccato la base, difficile dire quanti fossero, hanno cominciato a sparare con armi leggere [di pesanti non ne hanno mai avute – nda]. I militari italiani hanno risposto. Miotto che faceva parte di una forza di pronto impiego è andato alla garitta a dare manforte al soldato che c’era. Sparavano a turno: uno sparava e l’altro si abbassava. E proprio mentre si stava abbassando che Matteo è stato colpito al collo. Dall’esame del proiettile è stato possibile risalire all’arma che ha fatto fuoco. E’ un Dragunov degli anni ’50 di fabbricazione sovietica. Si trova anche al mercato nero di Farah“.
Dal canto suo il generale Bellacicco, nel tentare di dare due mani e due piedi al suo superiore, senza pensare di poterlo inguaiare ancora di più ha dichiarato con candore quanto segue:
“La battaglia alla base Snow si è conclusa dopo diverse decine di minuti anche in seguito all’intervento di un aereo americano che ha contribuito a bonificare l’area. Secondo indiscrezioni ci sarebbero state 4 vittime tra gli insorti. Non è chiaro se tra di loro ci fosse anche il cecchino“.
Un’ultima annotazione prima di chiudere. La Russa si è portato ad Herat 4 ragazzi sotto i diciotti anni di età che hanno già sperimentato la sua “mini-naja“, due maschi e due femmine che sono stati invitati ad indossare il cappello alpino. Il loro desiderio – ha detto La Russa – è di poter fare i militari ma ancora c’è tempo. Se non quì ad Herat altrove.
Il proiettile che ha ucciso Miotto La Russa dice di averlo trovato. Lo porti in Italia e lo consegni ai pm titolari dell’inchiesta. Il resto si vedrà. Relazioni dei ROS e dichiarazioni a verbale degli altri alpini del 7° Reggimento che erano con Miotto al momento del suo decesso nella base Snow comprese. Ci apettiamo che la Procura di Roma faccia per intero il suo dovere, senza guardare in faccia nessuno, dedicando grande attenzione anche al contenuto del suo testamento per valutare la concreta possibilità di “fuoco amico“.
Giancarlo Chetoni

Una patacca non si nega a nessuno

Le ultime notizie dall’Af-Pak

La disastrosa sconfitta politica e militare che USA e NATO si preparano ad incassare in Afghanistan evidentemente non basta ai fautori ad oltranza delle “missioni di pace”.
Per tamponare l’attività della guerriglia nel Paese delle Montagne si stanno tirando addosso altre grosse rogne nella Regione, ad est ed a sud con il Pakistan e ad ovest con l’Iran, allargando l’uso della base aerea di Shindand a personale militare di “Israele”. La dichiarazione è arrivata dall’analista afghano Javid Koestani, il 12 Dicembre.
Gli inseguimenti a caldo di formazioni pashtun nelle Regioni Amministrate da Islamabad, con pattuglie aviotrasportate di rangers e marines USA sono, come si sa, ormai quotidiani mentre la CIA dal canto suo ha intensificato in questo quadrante la raccolta dati che serve a indirizzare sugli obbiettivi sensibili gli UAV Predator e Reaper.
Nelle ultime 24 ore, gli aerei senza pilota a stelle e strisce hanno lanciato sui “targets” individuati decine di missili anticarro Hellfire e più di 20 bombe a guida laser da 227 kg GBU-12 Paveway.
Un report da Quetta informa sull’avvistamento per la prima volta nei cieli di Islamabad di Predator MQ-1C Warrior armati di 8 missili aria-aria AIM-92A Stinger per la protezione a breve raggio delle missioni di bombardamento USA contro eventuali interventi di interdizione di elicotteri e caccia intercettori del Pakistan.
Un impiego che il Comando USA-NATO di Kabul ha definito di semplice “sorveglianza attiva”. Elemento che non può non far alzare ancora di più la tensione sul confine Af-Pak.
Se da parte di Washington, il 17 Dicembre, si minimizza sul numero dei bombardamenti mirati limitandoli a quattro con 58 sospetti terroristi “eliminati” in territorio pakistano, dai giornali di Islamabad è rimbalzata la notizia, nello stesso giorno, di ben 21 sconfinamenti aerei USA con un numero accertato di 142 morti ed almeno 300 tra feriti e dispersi, oltre alla distruzione parziale di 5 villaggi rurali per “effetti collaterali” nella valle di Tirah sotto giurisdizione della Khyber Agency, dove opera il movimento politico Lashkar-e-Islami.
Una delle “bestie nere” di Enduring Freedom ed ISAF-NATO.
Destituita inoltre di ogni fondamento per il comando della polizia locale, la notizia di fonte occidentale della morte del comandante pashtun Marjan, meglio conosciuto – si è sostenuto – come Fauji nell’area di Speen Drang.
Il commissario responsabile del distretto ha liquidato l’informazione come frutto della propaganda degli Stati Uniti, negando l’esistenza nella zona di un leader o capo tribale con quel nome o soprannome.
Pratica ricorrente adottata dagli USA per dare un impatto di “reale concretezza” alle operazioni sul terreno e “credibilità” all’efficacia dei bombardamenti chirurgici.
L’ondata di attacchi USA, attribuita alla pubblicazione del rapporto annuale della Casa Bianca che segnalava la necessità di un adeguamento della strategia applicata nella Regione per uno stallo nei risultati sul terreno con un “increment” nelle zone di confine Af-Pak contro i nuclei armati di “Al Qaeda”, in realtà ha preso accelerazione e forza in concomitanza con l’arrivo in Pakistan di una folta delegazione di Pechino guidata dal Primo Ministro Wen Jiabao, che ha portato ad ulteriori 13 accordi economici tra i due Paesi in campo energetico, nei trasporti, nelle costruzioni, nell’assistenza tecnica e nell’agricoltura – come ha dichiarato alla fine dei colloqui il Ministro dell’ Informazione Qamar Zaman Kaira – per oltre 20 miliardi di dollari ed un protocollo d’intesa bilaterale nel settore militare ed aerospaziale.
Nelle 24 ore successive ai “lavoretti” USA nella valle di Tirah, il responsabile della CIA ad Islamabad Jonathan Banks è stato costretto a lasciare, immediatamente, il Pakistan con un ordine esecutivo firmato dal Primo Ministro Yousaf Villani, dopo che la stessa sorte era toccata a Elisabeth Rudd, responsabile del Consolato di Peshawar.
Il New York Time ha dato una versione addomesticata del provvedimento di espulsione di Banks, attribuendola ad una fuga di notizie arrivate alla stampa locale che ne rivelavano l’identità e ne mettevano a rischio l’incolumità. Secondo il quotidiano, l’autore materiale della soffiata alle agenzie di stampa della capitale pakistana sarebbe stato il giornalista Karim Khan, attualmente all’estero, già autore di una richiesta di risarcimento di 500.000 dollari al Dipartimento di Stato per aver avuto un familiare ucciso da un UAV statunitense in Waziristan nel Dicembre 2009!
Un’altra storiella inventata di sana pianta a Langley per tentare di parare il duro colpo ricevuto in Pakistan.
Il giornale USA attribuisce, per attutirne l’impatto politico, la denuncia di Karim Khan ad un imbeccata fattagli recapitare da agenti dell’Inter Services Intelligence, il servizio segreto di Islamabad retto dal Ten. Gen. Ahmed Pasha, che gode della completa fiducia delle Forze Armate del Pakistan e di Ashfaq Kayani. Un militare che ha rifiutato di ricevere la Legion of Merit, l'”onorificenza” con la Stella di David. Una medaglia che le Amministrazioni di Washington concedono a “militari di altissimo grado che servono gli interessi degli Stati Uniti”.
L’ultimo italiano in ordine di tempo, l’11 Ottobre scorso, ad essere stato pataccato con la Legion of Merit dal generale Petraeus, su delega del presidente Barack Obama, di nome e cognome fa Claudio Mora, generale di divisione dell’E.I. in Afghanistan, dove ha ricoperto, prima di essere destinato al Comando della “Mantova”, le funzioni di “Deputy Chief of Staff Stability” presso il Comando NATO-ISAF di Kabul.
Giancarlo Chetoni

Fuori la Repubblica delle banane dall’Afghanistan. Alla svelta!

Il 13 Ottobre si è concluso il trasferimento ad Herat di tre elicotteri medio pesanti EH-101 Agusta Westland in dotazione alla Marina Militare, affittando come cargo un gigantesco C-17 Galaxy USA.
I nuovi arrivati ad ala rotante in aggiunta al già ingente e costosissimo apparato da trasporto logistico, evacuazione medica, ricognizione ed attacco a disposizione del Comando del PRT 11 di Herat si sarebbero resi necessari, a quanto dichiarato dal Capo di Stato Maggiore Vincenzo Camporini, per “incrementare sul terreno la capacità multifunzionale della componente aerea del contingente italiano“.
L’Italia ha allargato il suo sostegno militare nelle provincie ovest dell’Afghanistan alla coalizione ISAF-Enduring Freedom.
Dal canto suo il D’Annunzio del XXI° secolo come si è definito, ironicamente, nel frattempo si è diviso in quattro con giornali e televisioni per sostenere il contrario, ipotizzandone la riduzione entro il 2011 affidandosi ad una favoletta logora: il passaggio della “sicurezza“ nelle mani dell’esecutivo di Kabul.
Non sapete chi è il Vate? Rimediamo subito. Anche se ci viene una gran voglia di portare il dorso della mano alle labbra e soffiare forte, forte.
E’ il Ministro della Difesa. L’onorevole Ignazio La Russa.
Il titolare di Palazzo Baracchini, perfettamente consapevole che 2/3 degli italiani sono fermamente contrari alla guerra in Afghanistan, sta tentando senza troppa fantasia di mandar in scena nel Bel Paese la stessa farsa recitata dal premio Nobel Barack Obama per tacitare l’opinione pubblica USA stremata, come la nostra e più in generale quella europea, da una devastante crisi sociale.
Anche se la finanziaria di Dicembre si chiama ora legge di stabilità, non sarà qualche furbata semantica o peggio qualche annunciata menzogna contabile per difetto (750 milioni semestrali per le “missioni di pace“) a nascondere che l’avventurismo bellico della Repubblica delle banane, dal 2003 ad oggi, ha bruciato risorse pubbliche colossali che avrebbero potuto essere diversamente utilizzate per dare fiato a lavoro, ricerca, sanità, tutela ambientale e strutture pubbliche.
E qui ci vengono a mente anche i 15 miliardi di euro per un altro costosissimo ultra-bidone rifilatoci dal Pentagono, da D’Alema, Prodi, Berlusconi, Guarguaglini & soci in cambio di un men che niente, una sezione d’ala a Cameri: l’F-35. Continua a leggere

I palazzinari di Sion contro Obama

Gerusalemme, 16 marzo – Israele non ha la benché minima intenzione di accogliere la richiesta di Barack Obama di congelare la costruzione di nuovi edifici a Gerusalemme est. Anzi. Le autorità comunali hanno dato il via libera ad altri 309 nuovi alloggi nel sobborgo di Gerusalemme est di Neve Yaakov.
E’ quanto scrive il New York Times secondo cui “il dissenso tra gli Usa ed Israele si è acuito dopo che esponenti del governo israeliano hanno respinto la richiesta di Washington e hanno anzi espresso irritazione per il rimprovero pubblico da parte dell’amministrazione Obama a Netanyahu” .
(AGI)

Washington, 16 marzo – L’irrigidimento israeliano sugli insediamenti e la conseguente assenza di passi avanti nel processo di pace danneggia gli interessi statunitensi. Lo ha detto il generale David Petraeus, comandante delle truppe USA in Medio Oriente e Asia Centrale, spiegando che l’impasse “fomenta i sentimenti anti-americani, perché gli USA vengono percepiti amici [di] Israele”. Non solo. Per il generale “la rabbia degli arabi” aiuta al Qaeda e Hamas e aumenta “l’influenza dell’Iran” nella regione oltre a “indebolire la legittimità dei regimi moderati nel mondo arabo”.
(AGI)

Se son rose, fioriranno…

“Tutta una varietà di differenti eventualità”

Washington, 10 gennaio – Gli Stati Uniti hanno preparato i piano necessari, incluso “il bombardamento” degli impianti nucleari iraniani, per fare fronte ad ogni eventualità nel caso i negoziati sul programma di Teheran dovessero fallire. A gettare benzina sul fuoco è stato l’abitualmente prudente e riflessivo generale David Petraeus.
Il comandante in capo del Comando Centrale USA (CentCom) ha dichiarato alla CNN che “per noi sarebbe quasi da irresponsabili se non avessimo pensato alle varie alternative pianificando tutta una varietà di differenti eventualità”.
(AGI)

ll nuovo Grande Gioco

Secondo la dottrina del Generale David “Mi sto sempre posizionando in vista delle elezioni del 2012” Petraeus, la proporzione soldati/autoctoni dev’essere 20 o 25 su 1000 afghani. Adesso Petraeus e il Generale Stanley McChrystal ne hanno ottenuti altri 30.000. Inevitabilmente i generali – proprio come nel Vietnam, che a Obama piaccia o no – chiederanno molto di più, fino a ottenere quello che vogliono; almeno 660.000 soldati, più tutti gli extra. Al momento gli Stati Uniti hanno circa 70.000 soldati in Afghanistan.
Questo significherebbe ripristinare la coscrizione negli Stati Uniti. E sono altri trilioni che gli Stati Uniti non hanno e che dovranno prendere in prestito… dalla Cina.
E a cosa porterebbe? Negli anni Ottanta la potente armata rossa sovietica ha usato tutti gli espedienti della contro-insurrezione a sua disposizione. I sovietici hanno ucciso un milione di afghani. Hanno fatto cinque milioni di profughi. Hanno perso 15.000 soldati. Hanno praticamente mandato l’Unione Sovietica in bancarotta. Ci hanno rinunciato. E se ne sono andati.
Ma allora perché gli Stati Uniti sono ancora in Afghanistan? Con uno sguardo in macchina, come rivolgendosi al “popolo afghano”, il presidente ha detto: “non abbiamo interesse a occupare il vostro paese”. Ma non poteva dire le cose come stanno agli spettatori americani.
Per l’America delle corporazioni l’Afghanistan non significa nulla; è il quinto paese più povero del mondo, una società tribale e decisamente non consumistica. Ma per le grandi compagnie petrolifere statunitensi e per il Pentagono l’Afghanistan ha un gran fascino.
Per il Big Oil, il sacro graal è l’accesso al gas naturale del Turkmenistan proveniente dal Mar Caspio, cioè il Pipelineistan nel cuore del nuovo grande gioco in Eurasia, evitando sia la Russia che l’Iran. Ma non c’è modo di costruire un gasdotto enormemente strategico come il TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) – attraverso la provincia di Helman e il Balochistan pakistano – con un Afghanistan che si trova nel caos grazie alle misere imprese dell’occupazione USA/NATO.
C’è interesse a sorvegliare/controllare un traffico di droga da 4 miliardi di dollari l’anno, direttamente e indirettamente. Fin dall’inizio dell’occupazione USA/NATO l’Afghanistan è diventato un narco-Stato de facto, producendo il 92% dell’eroina mondiale per una serie di cartelli narco-terroristici internazionali.
E c’è la dottrina del dominio ad ampio spettro del Pentagono per cui l’Afghanistan fa parte dell’impero mondiale delle basi statunitensi, che controllano da vicino competitori strategici come la Cina e la Russia.
Obama ha semplicemente ignorato che in Eurasia si sta svolgendo un nuovo grande gioco dalla posta vertiginosamente alta. E così, a causa di tutto quello che Obama non ha detto a West Point, gli americani si sorbiscono una “guerra di necessità” che sta prosciugando trilioni di dollari che potrebbero essere impiegati per ridurre la disoccupazione e aiutare davvero l’economia statunitense.
(…)
Dunque il finale di partita in Afghanistan non può essere molto diverso da una spartizione del potere all’interno di una coalizione, con i taliban nel ruolo di partito più forte. Perché? Basta esaminare la storia della guerriglia dall’Ottocento in poi, o ripensare al Vietnam. I guerriglieri che combattono più strenuamente contro gli stranieri l’hanno sempre vita. E perfino con una fetta del potere ai taliban a Kabul, i potenti vicini dell’Afghanistan – il Pakistan, l’Iran, la Cina, la Russia, l’India – si assicureranno che il caos non superi i loro confini. È un affare asiatico, questo, che deve essere risolto dagli asiatici; è una buona ragione per trovare una soluzione nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione).
Nel frattempo, c’è la realtà. Il dominio ad ampio spettro del Pentagono ha ottenuto quello che cercava, per ora. Chiamatela vendetta dei generali. Chi vince, a parte loro? Il guerriero da salotto australiano David Kilcullen, consigliere e ghostwriter di Petraeus e McChrystal considerato un semidio dai guerrafondai di Washington. Alcuni neocon moderati; di certo non l’ex vice presidente Dick Cheney, che ha condannato la “debolezza” di Obama. E complessivamente tutti coloro che hanno sottoscritto il concetto di “guerra lunga” del Pentagono.
Due settimane prima di andare a Oslo per accettare il Premio Nobel per la Pace, Obama vende al mondo il suo nuovo Vietnam in versione “lite” tenendo un discorso in un’accademia militare. Onore a George Orwell. È proprio vero che la guerra è pace.

Da Un Vietnam in versione “lite”, di Pepe Escobar.