Fotoromanzo atlantico

Una sequenza di scatti della conferenza stampa a margine dell’ultimo incontro tra l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Javier Solana (a sinistra), ed il Segretario Generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer (a destra), svoltosi lo scorso 27 ottobre presso il Quartier Generale NATO di Bruxelles.

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Sputa il rospo, Jaap!

Bruxelles, 15 settembre – In un’intervista al Financial Times il segretario generale della NATO Jaap De Hoop Scheffer, definisce ”non accettabile” l’accordo siglato tra Unione europea e Russia sul ritiro delle truppe russe dalla Georgia.
In particolare Scheffer ritiene che il dispiegamento di alcune migliaia di soldati russi in Ossezia del Sud ed Abkhazia, le due regioni separatiste georgiane rappresenti una rottura rispetto alla situazione precedente l’inizio della guerra tra Georgia e Russia.
”Se i russi staranno in Ossezia del Sud con così tante forze, non considero ciò un ritorno allo status quo”, ha detto Scheffer citato dal quotidiano. ”L’opzione di tenere le forze russe in Ossezia del sud e Abkhazia non è accettabile”.
La scorsa settimana il ministro degli Esteri russo ha annunciato che 7.600 truppe russe stazioneranno nelle due regioni separatiste. ”Lasciatemi dire che questo è molto difficile da ingoiare”, ha sottolineato Scheffer.
(ANSA)

A partire da oggi, De Hoop Scheffer sarà per una due-giorni in Georgia alla guida di una delegazione composta dai rappresentanti di tutti i ventisei Paesi membri della NATO.
All’ordine del giorno i colloqui con Saakashvili ed alti funzionari governativi per l’ammissione della Georgia al Membership Action Plan (MAP), che dovrebbe traghettare il Paese caucasico verso la piena adesione alla NATO. In programma anche incontri con i partiti di opposizione e le organizzazioni non governative, nonché una visita all’università statale di Tbilisi (erudizione pupi).

Intanto Mahdi Darius Nazemroaya, autore dell’articolo con il quale abbiamo inaugurato il blog, presenta su globalresearch alcune significative fotografie di contractors statunitensi che addestrano i militari georgiani alla preparazione di atti di sabotaggio, come quello avvenuto ieri ai danni di un veicolo per il trasporto di truppe russe in Abkhazia.
Qui le immagini con un commento introduttivo.

Tbilisi, 16 settembre – La strada per la Georgia che conduce alla NATO “è completamente aperta”. Lo ha affermato il segretario generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, a Tbilisi per la sua missione di solidarietà al paese. “Non permetteremo ad altri Paesi di rompere i legami tra noi e loro. Il processo di allargamento della NATO continuerà – ha affermato incontrando nel suo secondo giorno di visita avvocati e studenti – e nessun paese metterà il veto”.
Ieri Scheffer insieme al presidente georgiano Mikheil Shakashvili ha istituito ufficialmente la Commissione NATO-Georgia. Scheffer non ha comunque dato il ‘timing’ dell’ingresso della Georgia nell’alleanza. A dicembre i ministri degli Esteri della NATO si riuniranno per esaminare se la Georgia abbia le caratteristiche per aderire alla NATO e farà le sue raccomandazioni. Scheffer ha infine sottolineato l’importanza della scelta di Tbilisi, fatta ad aprile alla riunione di Bucarest, come sede di un Consiglio dell’Alleanza atlantica, decisione, ha detto “che concretizza il sostegno dell’organizzazione al Paese”.
(AGI)

Il punto di vista russo
Mosca, 17 settembre – La visita in Georgia da parte di una delegazione ad altissimo livello della NATO, guidata dal segretario generale Jaap de Hoop Scheffer, ha un carattere “anti-russo” e dimostra la “mentalità da Guerra Fredda” che sussiste in seno all’Alleanza Atlantica: è quanto si afferma in un duro comunicato diramato oggi dal ministero degli Esteri di Mosca.
“Riteniamo che, nelle attuali circostanze, la missione della NATO a Tbilisi sia intempestiva e non assecondi gli interessi di una stabilizzazione nella regione”, recita la nota. “Le decisioni prese in tale occasione hanno confermato come nella NATO siano ancora operanti i riflessi dell’epoca della Guerra Fredda sul genere ‘noi e loro’, oppure ‘amici e nemici'”.
All’Alleanza la Russia imputa inoltre di aver voluto effettuare una stima dei danni di guerra soltanto in territorio georgiano, senza visitare allo stesso scopo l’Ossezia del Sud, provincia ribelle della quale il Cremlino ha unilateralmente riconosciuto l’indipendenza al pari di quella dell’altra entità secessionistica, l’Abkhazia. “Anti-russo”, in particolare, sarebbe stato il sopralluogo compiuto da de Hoop Scheffer nella strategica città di Gori, nel centro della Repubblica caucasica, teatro durante il conflitto dei combattimenti più aspri.
(AGI)

Albania e Croazia nella NATO

Bruxelles, 9 luglio – Albania e Croazia hanno firmato i protocolli di adesione alla NATO in una cerimonia al quartier generale di Bruxelles. La firma, alla presenza del segretario generale, Jaap de Hoop Scheffer, e dei ministri degli Esteri di Tirana e Zagabria, Lulzim Basha e Gordan Jandrokovic, porta i due Paesi balcanici a un passo dal diventare ufficialmente Paesi membri della NATO.
“E’ un risultato storico per questi due Paesi e per l’intera Comunità di nazioni atlantiche”, ha dichiarato Scheffer durante la cerimonia, secondo un comunicato dell’Alleanza. Il segretario generale ha sottolineato la grande trasformazione compiuta dai due Paesi, ricordando che “non molto tempo fà” la regione a cui appartengono, i Balcani occidentali, era stata teatro “del primo intervento operativo” della NATO in quello che è stato “il primo grande conflitto sul territorio europeo dalla fine della Seconda guerra mondiale”.
L’Alleanza atlantica si appresta così ad espandersi a 28 Paesi, ma la Macedonia – che doveva entrare insieme ad Albania e Croazia – continua ad essere esclusa a causa della disputa sul suo nome ufficiale con la Grecia. Per diventare pienamente operativa, l’adesione dovrà essere ratificata dai parlamenti degli attuali 26 Paesi della NATO, e poi da quelli albanese e croato. L’ultimo passo sarà il deposito degli atti di ratifica presso il Dipartimento di Stato USA, dove è conservato il Trattato di Washington che ha istituito la NATO.
Croazia e Albania erano state invitate ad entrare nell’Alleanza atlantica all’ultimo summit della NATO, svoltosi a Bucarest dal 2 al 4 aprile.
(APCOM)

Israele membro di fatto della NATO

Alla fine di giugno del 2007, al quartier generale della NATO a Bruxelles si sono svolti incontri ufficiali ad alto livello tra una delegazione israeliana guidata da Avigdor Lieberman, allora ministro per gli affari strategici, e rappresentanti della NATO, fra cui il vicesegretario generale l’italiano Alessandro Minuto Rizzo. Essi hanno discusso principalmente il dispiegamento nella Striscia di Gaza di una forza militare internazionale posta sotto la guida della NATO, al fine di mantenere l’ordine ed impedire ai palestinesi di armarsi. Altri argomenti all’ordine del giorno sono stati l’Iran, le difese aeree israeliane e l’approfondimento della cooperazione in materia di intelligence tra la NATO ed Israele.
Al ritorno da questi incontri, Lieberman ha dichiarato alla radio dell’esercito israeliano di aver ricevuto la tacita benedizione di Stati Uniti, Unione Europea e NATO per iniziare una guerra nel Vicino Oriente lanciando un attacco contro l’Iran (e la Siria, il Libano…). Egli ha anche detto che, a causa degli impegni militari in Iraq ed Afghanistan, gli Stati Uniti ed i loro alleati non sono in grado di dare il via ad una guerra contro l’Iran ma che, se questa fosse stata intrapresa da Israele, sarebbero intervenuti immediatamente al suo fianco non appena fosse cominciata, per proteggere il suo “diritto ad esistere” ovviamente (ché se prendessero l’iniziativa in prima persona, i loro leader politici dovrebbero affrontare opinioni pubbliche molto contrarie ad altre avventure militari ed infrazioni del diritto internazionale).
Le affermazioni di Lieberman non lasciano molti dubbi sulle prospettive dell’entità sionista in termini di diplomazia e sicurezza: “Aderire alla NATO ed entrare nell’UE”. Non si dimentichi a questo proposito che Israele è già membro attivo dell’operazione NATO Active Endeavour nel Mediterraneo orientale.
All’inizio del 2008 si sono susseguiti viaggi in Vicino Oriente di diversi esponenti politici occidentali, da Bush al presidente francese Sarkozy fino al segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, il quale ha assicurato i suoi interlocutori arabi che la NATO agirà nel Golfo Persico per contenere l’Iran e che interverrà in un eventuale conflitto tra Israele ed i suoi nemici. Sarkozy, dal canto, suo ha dichiarato che le probabilità di un attacco israeliano contro l’Iran sono molto più alte di uno americano, benché l’Iran – dicono gli esperti – gli sia militarmente superiore. Lieberman ha poi dato le dimissioni dal proprio incarico ministeriale, ufficialmente a causa del dissenso verso lo svolgimento dei colloqui di pace con i palestinesi tenutisi ad Annapolis, in realtà – pare – nell’ambito di una tattica per mantenere il partito laburista nella coalizione governativa di Olmert e dare a quest’ultimo il tempo di lanciare un attacco all’Iran.
Che ciò avvenga o meno, dall’altra parte della barricata sono rimasti in pochi a credere che Israele sia in grado di elaborare una politica coerente con i propri interessi e non invece succube delle direttive strategiche d’oltreoceano. Già nel 2004, il ministro della difesa iraniano, il contrammiraglio Ali Shamkhani, ammonì il governo statunitense che in caso di attacco israeliano la risposta militare dell’Iran sarebbe stata diretta anche contro gli Stati Uniti. In seguito all’aggressione del Libano nell’estate 2006, il vice segretario generale di Hezbollah, lo sceicco Naim Qassam, ebbe a dire alla televisione Al-Manar che la reazione israeliana era stata talmente sproporzionata da far credere plausibilmente che l’aggressione fosse stata pianificata in anticipo eseguendo decisioni già assunte dagli Stati Uniti: “Tutti hanno sempre detto che è Israele a muovere le fila dell’America, ma adesso risulta che è l’America a manovrare Israele. Israele è diventato il braccio dell’America”.
In una delle sue rarissime apparizioni pubbliche in quel di Beirut, il capo indiscusso di Hezbollah, Hassan Nasrallah, in previsione di una nuova aggressione sionista, ha promesso una guerra che cambierà il volto di tutta la regione, e non secondo gli auspici del piano made in USA di “Nuovo Medio Oriente”.

L’Europa e l’Italia sotto lo scudo

Il 27 marzo 2007 il generale Henry Obering III, direttore dell’Agenzia di difesa missilistica degli Stati Uniti, ha annunciato: “Lo scorso febbraio abbiamo stabilito un memorandum di accordo quadro con l’Italia e possiamo ora iniziare a sviluppare possibilità di condivisione di tecnologie di difesa missilistica, analisi e altre forme di collaborazione”. L’Italia entrava così ufficialmente nel programma dello scudo antimissilistico che gli Stati Uniti intendono allestire in Europa, mentre nessun annuncio arrivava invece dal governo italiano.
Probabilmente il memorandum era stato firmato al Pentagono il precedente 7 febbraio, contestualmente all’assunzione, da parte del sottosegretario alla difesa Giovanni Lorenzo Forcieri, di ulteriori impegni nel (onerosissimo) programma per lo sviluppo del caccia F-35 Joint Strike Fighter. Ipotesi più che verosimile sulla base del decreto promulgato dal ministro della difesa Arturo Parisi il 4 agosto 2006, e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 3 ottobre successivo, che espressamente delega Forcieri “alla trattazione delle problematiche relative ai programmi più rilevanti di cooperazione internazionale nel campo degli armamenti”.
Quando il successivo 12 marzo, il segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer aveva rilasciato dichiarazioni in merito a presunte discriminazioni all’interno dell’organizzazione in tema di difesa missilistica, il ministro degli esteri italiano D’Alema si era limitato ad auspicare che il progetto statunitense venisse discusso in ambito sia NATO che UE, senza rivelare che in realtà l’Italia si era già “autopromossa in serie A”.
Il progetto prevede, inizialmente, l’installazione di dieci missili intercettori in Polonia e di una stazione radar nella Repubblica Ceca. La funzione dei missili intercettori è distruggere i missili balistici nemici una volta lanciati. Altri missili e radar dovrebbero/potrebbero essere installati in Ucraina (che però smentisce) e nella stessa Italia, che diventerebbe a sua volta oggetto di rappresaglia. Ufficialmente predisposti a difesa dell’Europa e degli Stati Uniti dai missili nordcoreani ed iraniani, in realtà nessuno di questi due Paesi possiede (né possiederà entro tempi brevi) missili in grado di portare una tale minaccia. Peraltro, se partissero missili dalla Corea del Nord in direzione degli Stati Uniti, certamente essi non sarebbero lanciati verso ovest al di sopra dell’Europa ma piuttosto verso est seguendo il tragitto più diretto per raggiungere il bersaglio. A questo proposito, quindi, non mancano di allarmare neanche le insistenti voci di un analogo scudo progettato per l’area del Pacifico, interessante principalmente Giappone ed Australia: “vittima predestinata” la Cina. L’elenco completo dei Paesi che si sono impegnati a collaborare con gli Stati Uniti comprenderebbe anche, oltre quelli già citati, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, India, Israele, Olanda, Spagna e Taiwan. Continua a leggere