I conti con il presente

Le immagini, il linguaggio e i concetti espressi dalla politica oggi ci rimandano alla figura e all’intelligenza di un incrocio fra lo zotico e lo scemo del villaggio.
Una realtà che spiega il bene il successo che hanno certi personaggi fra i lazzaroni del Sud e le plebi del Nord che in essi si riconoscono.
In una società involgarita, incattivita e rincretinita la pretesa, affermata in sede politica e governativa, che in questo Paese i conti con il passato si possano chiudere arrestando qualche decina di latitanti non trova opposizione.
Eppure, sono tanti fra storici, giornalisti e magistrati che sanno perfettamente che nei Paesi civili i conti con il passato si chiudono non portando in galera quattro gatti a distanza di 40-50 anni dai fatti che li hanno visti protagonisti, bensì ristabilendo la verità su un periodo storico che accanto a reali oppositori del sistema, tutti di sinistra, che hanno agito con le armi ci sono stati tanti terroristi di Stato che hanno operato contro il popolo in nome della difesa dell’Occidente contro il comunismo.
Hanno operato, questi ultimi, negli interessi dello Stato e del regime che non volevano distruggere ma rendere più autoritario, capace cioè di fermare la minaccia rappresentata dall’avanzata elettorale del PCI.
Allo spettacolo grottesco cui stiamo assistendo in questi giorni siamo arrivati con il concorso di tutte le forze politiche dall’estrema sinistra all’estrema destra.
Se il partito politico dell’estrema destra, pur passato dal «neofascismo» all’antifascismo assumendo nuove denominazioni, è obbligato dalla storia a restare inchiodato nella difesa a oltranza di terroristi e stragisti di Stato, i partiti della sinistra lo hanno fatto per la paura di rendersi invisi ai governi americani, israeliani e alla NATO le cui responsabilità nella guerra politica italiana sono a essi ben note.
La convergenza di tutte le forze politiche nell’affermazione della menzogna, in un quadro politico che vede avanzare protettori, complici e difensori di terroristi di Stato e massacratori di innocenti sul piano politico, e conseguente invasione di redazioni giornalistiche e televisive, rende plausibile agli occhi della grande maggioranza degli Italiani ai quali la verità è stata negata e occultata, la pretesa che lo Stato deve fare «giustizia» riportando in carcere gli ultimi latitanti rifugiati all’estero.
Lo Stato e il regime di cui tutti, senza eccezioni, fanno parte, pur dividendosi in governativi e oppositori, vivono nella paura che le verità sul passato emergano.
Pretendono che del passato non si parli più, si rallegrano che i «misteri d’Italia» rimangano tali attribuendone la responsabilità ai «servizi deviati» e alla loggia P2, convinti di poter spiegare tutto con una esplosione di «follia collettiva giovanile» come affermato dall’ex comunista Giorgio Napolitano.
Purtroppo, per la prostituta burocratica che chiamano Stato e per i suoi lenoni politici ci sono persone che ancora oggi si battono perché la verità emerga.
Così, mentre tutti intonavano il canto di vittoria per il ritorno in Italia del latitante Cesare Battisti, esibito come un trofeo per provare la volontà del governo del cambiamento in peggio di chiudere i conti con il passato, l’impegno, il coraggio e l’intelligenza della giornalista Raffaella Fanelli portavano alla luce un depistaggio nelle indagini sull’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.
La rabbiosa e scomposta reazione dei pennivendoli televisivi (si sono distinti per infamia i baciapile del TG1) nel riportare la notizia in modo tale che nessuno ha potuto comprendere perché sia stata richiesta la riapertura delle indagini, dimostra il panico di quanti già pregustavano il piacere di affermare che nulla ci sia più da scoprire sulla guerra politica italiana, costretti a prendere atto che ancora c’è moltissimo da portare alla luce su quel passato che chiama in causa lo Stato.
Quel che è peggio per i «velinari» televisivi è che il depistaggio portato alla luce da Raffaella Fanelli non potrà essere attribuito ai servizi segreti «deviati» o alla loggia P2, perché si svolge tutto in ambito giudiziario fra Milano, Roma e Perugia.
Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è unito alle richieste di quanti pretendono che i latitanti siano ricondotti in Italia per scontare le loro condanne, mentre avrebbe fatto meglio a ricordare che i killer di suo fratello sono rimasti, fino a oggi, impuniti grazie ai depistaggi posti in essere da uomini dello Stato democratico che lui oggi rappresenta.
Quella che l’ex comunista, ex secessionista, ex anti-meridionalista, oggi nazionalista (per ora) Matteo Salvini e i suoi amici chiedono è vendetta non giustizia.
È la vendetta meschina di coloro che temono l’emergere della verità e l’affermazione di una Giustizia che non è quella della magistratura alla quale si deve tanta ingiustizia, bensì della Storia.
Per questo motivo si affannano a portare in carcere vecchi e malati, persone alle quali questo Stato e questa classe dirigente hanno permesso di rifarsi una vita che oggi vorrebbero stravolgere e distruggere.
Conosciamo questa logica della vendetta a ogni costo, senza limiti di tempo, strumentale perché finalizzata a raggiungere obiettivi politici che nulla hanno a che vedere con la giustizia.
È la stessa logica che ha portato un ufficiale tedesco innocente a morire a cento anni in Italia, agli arresti domiciliari, sacrificato sull’altare della Shoah, e a inutili processi a caporali e sergenti novantenni.
Non è giustizia, è la logica di Norimberga, quella della barbarie che infierisce sui vinti per far dimenticare i propri crimini.
Noi abbiamo un’altra logica, quella della civiltà di Roma, e a essa continuiamo a ispirarci e a restare fedeli.
La conclusione è amara: per fare i conti con il passato dobbiamo prima farli con il presente.
Vincenzo Vinciguerra

Fonte

Ci venderanno la moto ma non ci lasceranno mai salire sui loro yachts

“Sono passati 24 anni dalla prima edizione del libro Come ci vendono la moto (sottotitolo “Informazione, concentramento e potere dei media”, n.d.t.) di Noam Chomsky e Ignacio Ramonet. Il giorno per giorno continua a dimostrarci insistentemente che l’industria di vendita di moto truccate è sempre in auge e che ha molti acquirenti.
Il caso della Repubblica Bolivariana del Venezuela è solo uno in più nell’universo della distorsione dell’informazione. In effetti i messaggi che annunciatori, opinionisti, politici, governi e altri rappresentanti della borghesia stanno riversando in questi giorni non sorprendono per nulla. Fanno arrabbiare, ma non sono niente di nuovo. Devono vendere la loro moto, il loro prodotto, in questo caso la re-instaurazione di un modello neoliberista al servizio del capitale, avvolto nella carta della democrazia e della libertà.
Preoccupano di più, invece, la maggioranza disposta a comprare questo prodotto e a fare propaganda gratuita per esso, cercando di convincere i suoi simili della necessità e della bontà della moto truccata, ripetendo all’infinito gli slogans pubblicitari della casa commerciale. E, più ancora, quando queste persone si dicono progressiste e preoccupate dei problemi della società e del mondo.
L’acquirente di moto truccate parla del regime di Maduro, del suo governo autoritario e dittatoriale, e ripete senza fine che sono necessarie elezioni libere. Ma non si è scomodato a verificare come si sono svolti i processi elettorali in Venezuela negli ultimi vent’anni e come il chavismo abbia vinto 19 competizioni elettorali ed un referendum revocatorio e ne abbia perso solo due, alla presenza di osservatori internazionali che hanno garantito tali processi elettorali.
Non si è scomodato neppure a verificare la percentuale di appoggio ottenuto nelle elezioni del 2018 da Maduro tra i votanti (67,8%) e sui votanti in totale (44,5%); percentuali maggiori di quelle di Trump (46,09% e 27,2%), Duque – Colombia (54,0% e 28,7%), Macri – Argentina(51,3% e 40,4%), Bolsonaro – Brasile (55,13% e 39,23%), Rajoy – Spagna (33,0% e 21,7%) o Urkullu – Spagna (37,36% e 22,3%), nelle loro rispettive ultime elezioni.
Il fatto è che informarsi esige di disturbarsi a farlo, ed è sempre più facile e comodo ripetere frasi semplicistiche. Conoscere la realtà, cercare di informarsi al di là degli slogans di 20 secondi, dei messaggi di Twitter o dei video di provenienza sconosciuta distribuiti dalle reti social, mette allo scoperto nuovi aspetti da considerare, genera dubbi e mette in discussione letture categoriche.
E’ più comodo, produce meno contraddizioni e meno insicurezza far partire la moto truccata e circolare con essa, nonostante non si sappia bene chi ce l’ha venduta, se le caratteristiche tecniche sono realmente quelle che ci hanno detto e se ci porterà dove dobbiamo andare.”

Venezuela: compratori di discorsi altrui, di Iñaki Etaio continua qui.

La Santa Democrazia


“Il principale nemico dell’umanità negli ultimi decenni non è stato il terrorismo ma la Santa Democrazia. Così si potrebbe dire, se si credesse davvero nella Santa Democrazia e non la si ritenesse una maschera e un pretesto.
Questa maschera e questo pretesto sono stati utilizzati per condurre le guerre dell’Impero, quelle palesi e quelle occulte. Sono stati utilizzati per giustificare embarghi e boicottaggi e distruggere l’economia dei Paesi refrattari all’Impero e il benessere dei loro popoli; per bombardarli e invaderli; per condurre in tutto il mondo campagne di propaganda contro gli Stati che cercavano di sottrarsi alla colonizzazione occidentale e alla rapina delle loro risorse.
Dall’Irak allo Zimbabwe, dal Congo al Sudan, dalla Jugoslavia all’Iran, da Cuba alla Birmania, dalla Cina alla Russia all’Afganistan, chiunque rifiutasse il dominio delle multinazionali occidentali, e che fosse dominio incondizionato senza limiti né regole, diventava uno “Stato canaglia” e veniva fatto oggetto, prima di un vero e proprio linciaggio mediatico, poi di guerra vera, dichiarata o non ma con morti veri, stragi, distruzioni, assassinii, quando non stermini senza limiti.
Non importava e non importa che tipo di Paese sia, come sia organizzato, se sia o no democratico nel senso capitalista del termine, cioè se ci sia la possibilità di fondare partiti che facciano l’interesse dei padroni e che si presentino alle elezioni e stampino giornali e abbiano televisioni. Non importa, a meno che quei partiti non vincano le elezioni e si insedino al governo e offrano il paese alle orde multinazionali.
“Democrazia” è diventata ormai una parola vuota ma una minaccia piena d’orrore. Come fu per “eresia” in secoli non così lontani.
La Russia di Eltsin, che faceva bombardare il parlamento ma lasciava rapinare allegramente il proprio Paese da multinazionali e mafie, era un Paese democratico. La Russia di Putin e Medvedev, che mantengono lo stesso ordinamento politico ma che hanno riportato nelle mani dello Stato l’economia del Paese, diventa automaticamente “un regime autoritario”.
I paladini della Santa Democrazia passano il loro tempo a ordire e organizzare colpi di Stato, assassinii politici, attentati terroristici, in tre quarti del mondo. Organizzano eserciti di mercenari criminali, che una volta chiamavamo “squadroni della morte” ma che oggi, a furia di progredire, chiamiamo “contractors”, per torturare, massacrare, trucidare, terrorizzare popolazioni inermi, al solo scopo di demoralizzare la resistenza di quei popoli o di destabilizzare governi e Stati che fanno qualche passo verso l’indipendenza economica e politica dall’Impero, verso un ordinamento sociale un po’ meno capitalista. In Nicaragua negli anni ottanta i contras, addestrati, armati, comandati dagli USA, lottavano per la democrazia.
Uccidendo in tre anni ottomila civili e novecentodieci funzionari statali. Gli ottomila civili erano sindacalisti, attivisti politici, famiglie di sindacalisti e attivisti politici, contadini di tutte le età e i sessi, villaggi interi di contadini compresi i bambini. I funzionari statali erano maestri, medici, infermieri mandati dal governo nei villaggi contadini, spesso volontari che volevano dare il proprio contributo alla crescita umana e culturale del Paese in cui vivevano.
Lottavano, i contras, contro il governo sandinista, e uccidevano nei modi più efferati per creare e diffondere panico e terrore, demoralizzazione, paura. Quella paura continua e totale che fa preferire la schiavitù alla libertà.
Ma non voglio e non posso fare un elenco dei crimini della Santa Democrazia. William Blum, ex funzionario del Dipartimento di Stato USA, ci ha provato, limitandosi appunto alla politica USA e utilizzando solo i documenti CIA dissecretati, e gli è venuto un libro di settecento pagine.
Il problema più grave oggi, però, per noi popoli dei Paesi santamente democratici, è che il mito della Santa Democrazia è ormai diffuso tra tutti noi. Grazie all’informazione e ai suoi mezzi, siamo diventati tutti paladini della Santa Democrazia. Un tempo invece molti di noi avrebbero lottato a fianco dei Paesi attaccati dall’Impero. Un tempo molti di noi avrebbero subito rizzato le orecchie, sentendo i giornali e le televisioni dell’Impero iniziare a sbraitare monotonamente e senza tregua contro il governo di un Paese non in linea con gli interessi dell’imperialismo.
Come una volpe rizza le orecchie al latrare dei cani e al corno del cacciatore, sapendo che è l’inizio della caccia e che, se anche quel giorno non toccherà a lei, toccherà a una sua simile.
Forse è solo questo il problema: non ci sentiamo più simili ai popoli sfruttati, né a quelli che rifiutano di essere sfruttati dai nostri Paesi, o meglio dai nostri padroni.
Forse ci sentiamo più simili al cacciatore. O almeno ai cani.”

Da Scemi di guerra, di Sonia Savioli, Edizioni Punto Rosso, pp. 195-196.

#WeAreMADURO


“L’investitura di Nicolas Maduro, il 10 gennaio, provoca turbolenze politiche e mediatiche. Ri-eletto il 20 maggio del 2018, il presidente del Venezuela affronta un’operazione pianificata e concertata dagli Stati Uniti e i suoi alleati. Prendendo come pretesto iniziale le condizioni elettorali che hanno portato alla vittoria di Maduro, un pugno di governi, dipintosi per l’occasione come “comunità internazionale”, attraverso le multinazionali della comunicazione, hanno deciso di aumentare la pressione sul Venezuela Bolivariano.
Come da consuetudine nel caso del Venezuela, gran parte della comunicazione su larga scala si impegna felicemente in false notizie dimenticandosi del vero significato dell’etica giornalistica.
È opportuno per il lettore scrupoloso e desideroso di separare la verità dal falso, esporre i fatti e tornare alle condizioni dell’elezione di Maduro, analizzando la strategia di Washington per punire un popolo che, da 20 anni, è stato giudicato troppo ribelle e scomodo.”

Capire la nuova offensiva contro il Venezuela, di Romain Migus continua qui.

Un susseguirsi di “misteri” e depistaggi

“Dall’«oro di Dongo» alla strage di via D’Amelio, a Palermo, la storia italiana è un susseguirsi di «misteri» e depistaggi.
Anche gli storici più onesti hanno cercato di dare spiegazione a ognuno di essi senza mai riuscirci appieno, perché tutti sono incorsi nell’errore di valutarli al di fuori del loro contesto reale.
Hanno, cioè, questi storici, inquadrato i fatti come se fossero allegati l’uno dell’altro, attribuendoli a singole persone o gruppi che, nella più ardita delle ipotesi, erano collegati a personaggi politici anche di primo piano o a centri di potere genericamente definiti «occulti».
Il risultato è sotto i nostri occhi: abbiamo la storia della «banda Giuliano», della mafia «buona» di Calogero Vizzini e, poi, di Stefano Bontate, quella «cattiva» di Salvatore Riina, la «Gladio rossa» e quella bianca, l’«eversione nera» e quella «rossa», la banda della Magliana e «Mafia Capitale», la corruzione politica, Andreotti e Lima, Berlusconi e Dell’Utri, la P2 e la massoneria «deviata», i servizi segreti «deviati», la democrazia sotto attacco, lo Stato debole e incapace.
Una frammentazione di fatti ed episodi che ha permesso sempre ai responsabili, che si sono alternati ai vertici nel corso degli anni, di creare uno scudo difensivo che nessuno, fino a oggi, è riuscito a infrangere.
Se, per ipotesi, si riuscisse ad avere la verità su tutti gli episodi «misteriosi» che costellano la storia dell’Italia del dopoguerra, non si avrebbe comunque la verità assoluta, la sola in grado di cambiare le sorti e il destino di questa Nazione.”

Una visione unitaria, di Vincenzo Vinciguerra continua qui.

La cartina di tornasole, i conti non tornano ancora

Nulla ci vieta di fare alcune osservazioni critiche al governo in carica anche se consapevoli del fatto che l’unica alternativa sarebbe il Partito Democratico e/o Forza Italia, entrambi nemici di classe e del popolo sovrano.

Non sappiamo se la manovra economica del governo del cambiamento sarà veramente efficace, non abbiamo la certezza se questo governo sia veramente del cambiamento o avrà il tempo per tentar di cambiar le cose. Non sappiamo se riuscirà a risolvere il problema della povertà e rialzare il PIL. Non sappiamo neanche se basterà l’ottimismo o il deficit fissato al 2,4% per ridurre il coefficiente di Gini, quello che misura le disuguaglianze della ricchezza. Non sappiamo neppure se riuscirà a liberare la vita reale dallo spettro dello spread. Non sappiamo se avrà la forza morale per bandire quei tassi d’interesse da usurai che spezzano il popolo. L’economia, ed ancor meno la finanza, non sono una scienza esatta, anzi non sono neanche una scienza, anche se a questo mirano per sedersi poi sul trono dell’indiscutibilità divina.
Certo il governo definito populista e sovranista qualche grattacapo all’Europa delle banche lo ha creato, producendo un pericoloso precedente.
E’ bastato solo che qualcuno dal fondo degli ultimi banchi della classe reclamasse, anche se con aria un po’ sommessa a volte timida, che i compiti dati dai maestri erano insostenibili, e questi subito sono andati su tutte le furie, una lesa maestà, una bestemmia impensabile, ed allora giù con anatemi, richiami e strali avvelenati.
Certamente la sovranità di un nazione si raggiunge attraverso un percorso di grande difficoltà, ma con un po’ di coraggio bisognerà pur partire da qualche parte. Tutto sta però nello stabilire quale è il paradigma di riferimento e cosa noi consideriamo per sovranità. Negli ultimi decenni si è assunto come naturale un assurdo disumano che di naturale non ha nulla, un’insana perversione che ha scandito il tempo della nostra esistenza, capace di orientare ogni cosa che facciamo al fine di non irritare ed innervosire i mercati, mentre questi, i mercati, hanno potuto tranquillamente a loro piacimento, per vendetta o per capriccio, portare sul baratro una nazione sana, indipendentemente dalla sua operosità. Guardando le cose alla radice possiamo affermare sicuramente che la sovranità vera non può prescindere da quella monetaria. Il potere della moneta per l’esistenza di un nazione è così forte ed indispensabile che viene riconosciuto da chiunque sia in buona fede, indipendentemente dal suo orientamento politico o economico.
“Datemi il controllo della moneta e non mi importa chi farà le sue leggi”, scriveva Rothschild, così come il problema fu sentito nella stessa misura da Lenin, per non parlare di Ezra Pound.
Lasciamo stare questo gravoso problema della sovranità monetaria che, nel solo chiederci a chi spetta la proprietà dell’euro, produrrebbe una crisi d’astinenza ai poveri euroinomani, altro che piano B. Non chiediamoci allora a quale entità antidemocratica sono state affidate le chiavi di casa, della zecca in questo caso. Cosa rimane quindi come misura della nostra presunta sovranità se non la nostra visione in termini di geopolitica? Attraverso questa abbiamo l’opportunità, anzi l’obbligo di dichiarare al mondo chi siamo e cosa vogliamo. La politica estera è la cartina di tornasole per chi si batte per la propria e l’altrui sovranità. Chi crede in questa forma d’autogoverno, non può in questo ambito che affermare la propria multipolarità da contrapporre a chi della unipolarità ha fatto una ragione storica, il suo destino manifesto, e che dopo la caduta del muro di Berlino ha colto un segno della provvidenza per la sua realizzazione.
Dal suo insediamento con toni chiari il governo giallo-verde ha tenuto a sottolineare la sua vicinanza geostrategica agli USA, troncando ogni speranza a chi avrebbe voluto un disimpegno magari graduale dalla NATO, non solo per risparmiare quei 70 milioni di euro al giorno di spese militari, ma proprio per liberarsi da un alleato troppo ingombrante e premuroso.
E’ anche vero che si é parlato di revocare le sanzioni alla Russia, novità sul nostro piano politico, ma in questi giorni mentre gli USA hanno deciso di riprendere unilateralmente le sanzioni contro l’Iran (colpevole di esistere come la Siria o la Palestina) e tutti i suoi alleati saranno allora costretti a non acquistare più petrolio iraniano per non incorrere nelle medesimi sanzioni, nessuna flebile voce s’è levata contro un’altra guerra commerciale alla quale ossequiosamente ci accoderemo ancora una volta.
Si ha l’impressione che se riusciamo a parole (finalmente) ad alzar la voce contro la Troika, il senso di riconoscimento nei confronti degli Americani a stelle e strisce é ancora così grande che non ci permette neanche di dubitare mai del loro altruismo e della loro bontà. Riusciamo solo ad annuire, o quando pronunciamo parola é solo per promettere fedeltà eterna, foss’anche quella del premier Conte a Trump per sfavorire la Russia a vantaggio del gasdotto TAP.
Per non parlare di Bolsonaro, dove si chiude il cerchio in cui “di notte tutte le vacche sono nere” e sovraniste. Certamente gli entusiasmi e le congratulazioni sono state fatte a titolo privato da uno dei due vice premier. Comunque si è dimostrato soltanto o la propria malafede sovranista o peggio ancora di non rendersi conto della storia dei fatti per ignoranza o superficialità. Quale è la presunta sovranità che spinge a stare con chi ha nostalgia della più classica delle dittature sudamericane? Pur ammettendo che anche le dittature possono essere sovraniste, pensiamo a Cuba, è da sottolineare che molto peggio sono quelle che lavorano per la spoliazione del Paese per conto terzi. A quel tipo di dittatura, sempre incoraggiata sul piano militare e logistico dagli USA, è sempre seguito il più sfacciato programma di privatizzazioni sul modello dettato dai Chicago boys. Chi svende la propria Patria non sarà mai libero ne starà mai dalla parte del popolo, non basta vincere le elezioni.
I sovranisti in Sud America hanno avuto la tempra di una Evita Duarte Peron, di un Hugo Chavez, di un Ernesto Guevara, di un Salvador Allende, hanno nazionalizzato nell’interesse della propria terra per difendersi dal quel maledetto vicino. Bolsonaro è evidentemente dall’altra parte, vicino a Pinochet, a Faccia d’Ananas Noriega ed a Milton Friedman, questo un vicepremier sovranista lo dovrebbe sapere perché altrimenti i conti, non quelli della manovra ma quelli che valgono veramente per il bene del popolo, perché autentici valori, non tornano.
Lorenzo Chialastri

Sovranità o barbarie

Sovranità o barbarie è il primo titolo di una nuova collana dell’editore Meltemi, diretta da chi scrive e intitolata “Visioni eretiche”. Titolo paradossale, ove si consideri che le “eresie” in questione altro non sono che la riproposizione di princìpi, teorie, concetti, ideali e punti di vista che, fino agli anni Settanta del secolo scorso, rappresentavano un patrimonio comune a tutto il movimento operaio internazionale (sia pure con varie sfumature, a seconda dei partiti e dei movimenti che si sforzavano di metterlo in pratica nei diversi contesti nazionali). Se oggi quelle idee appaiono eretiche, al punto da esporre chi le sostiene alle accuse di “rossobrunismo” da parte della nuova ortodossia, è perché tutte le sinistre – dai socialdemocratici più moderati agli antagonisti più radicali – hanno subìto, nel giro di qualche decennio, una mutazione culturale, politica, direi quasi “antropologica”, di portata tale da cambiarne il codice genetico. La collana intende condurre una battaglia senza quartiere contro tale mutazione, denunciandone l’impatto devastante sui rapporti di forza e sulle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne. Tuttavia l’obiettivo non è solo evidenziare il contributo decisivo che queste sinistre “degenerate” hanno dato al successo della controrivoluzione neoliberista: si tratta anche di recuperare strumenti politico-culturali in assenza dei quali non è pensabile condurre una controffensiva popolare contro le élite politiche e finanziarie transnazionali. Non credo si sarebbe potuto trovare un lavoro più adatto a inaugurare questa impresa di Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale, di Thomas Fazi e William Mitchell, un libro che già dal titolo prende il toro per le corna, affrontando di petto quello che è il tasto più dolente della perdita di orientamento delle sinistre mainstream, vale a dire la rimozione della consapevolezza che lo Stato-nazione è la sola cornice in cui le classi subalterne possano sperare di migliorare le proprie condizioni e allargare gli spazi di democrazia.”

Dalla prefazione di Carlo Formenti.