Italia, la guerra sporca dei cacciatori di rossobruni

“In Italia lo scontro ha radici profonde ma meno nobili: si è passato da un’iniziale curiosità quasi morbosa da parte dei quotidiani nazionali nel 1992-1994 per la rivista di Maurizio Murelli [Orion – n.d.c.] che invitava a votare per Rifondazione Comunista, nonostante il background destroradicale del grosso della redazione, al dossieraggio a opera dei siti antifascisti militanti con produzione di lunghi elenchi di sigle, movimenti ecc. – tracciando la genealogia già vista – per arrivare all’attuale ‘caccia alle streghe’ all’interno della sinistra verso chi si pronuncia contro l’europeismo, la governance dei flussi migratori e a favore di una risoluzione strutturale della questione (non certo una fatalità, ma una diretta conseguenza di decenni di neoliberismo e neocolonialismo applicato all’Africa), o accenni all’esistenza di un problema sicurezza che partiti come la Lega risolvono da destra e che sarebbe il caso di gestire da sinistra.
La dinamica delegittimatoria è arrivata a un livello tale che perfino Andrea Scanzi se n’è occupato su Il Fatto Quotidiano, scrivendo che “si è assistito in effetti anche a questa sottile strategia messa in atto negli ultimi anni in Italia: alcuni settori della ‘sinistra’, al fine di legittimare il prosieguo di un eclettismo ideologico ‘liberal’, hanno iniziato a tacciare di rossobrunismo tutti coloro che ponevano la contraddizione antimperialista come la contraddizione principale. Ci sono cioè settori della ‘sinistra’ che si presentano come ‘progressisti’, talvolta perfino come ‘comunisti’, ma alla prova dei fatti utilizzano la questione antifascista come prioritaria su ogni altro aspetto (antimperialismo, anticapitalismo, lotta di classe), approdando spesso e volentieri a una posizione morbida, se non conciliante, con il PD, con il centrosinistra e con le strutture e sovrastrutture che le sinistre tradizionali non avrebbero faticato a definire imperialiste (prime tra tutte NATO, UE, euro), in nome dell’unità contro le ‘destre’”. Ora, non risulta che Scanzi sia un marxista leninista antimperialista, ma ha fotografato bene la situazione. Dinamica a cui non si è ovviamente sottratta il quotidiano La Repubblica, che ha pubblicato un dossier sui rossobruni mettendo dentro di tutto, da politici come Fassina e D’Attore a intellettuali come Diego Fusaro per arrivare a siti d’informazione come L’AntiDiplomatico o ad associazioni politicoculturali come Marx XXI.
È utile usare nel dibattito la categoria rossobruno? Le riflessioni sono molteplici. Come il neologismo nouvelle droite, rossobruno è stato creato ad arte nel contesto di una precisa contingenza politica. Nel 1979 la stampa progressista francese, faticando a catalogare il pensiero di Alain de Benoist e il Grece, conia il termine nouvelle droite e lo usa contro i gollisti per la collaborazione di alcuni membri dell’associazione metapolitica alle pagine culturali del periodico Le FigaroMagazine, ‘nazificando’ così – visto il background dei membri del Grece – il centrodestra francese; nei primi anni ’90 viene coniato il neologismo rossobruno allo scopo di demonizzare chi, dalla Russia all’Europa occidentale, mette in discussione l’impianto della cultura dominante, il pensiero unico liberale, fatto di postmodernità. In entrambi i casi l’obiettivo è preservare lo status quo sistemico. Come definire l’articolo su Left di Giacomo Russo Spena, che non solo definisce rossobruna tutta la sinistra noeuro, ma la descrive sdegnosamente come “pasdaran dello Stato nazione”?
Il fatto che a farlo sia una sinistra che ha perso la propria identità è significativo. Scrive Pascale: “Le principali derive revisioniste del nostro tempo (apertura all’identity politics di stampo americano, al cosmopolitismo senza radici e all’immigrazionismo borghese, utopie di ‘riforma dell’Unione Europa dall’interno’ e anacronistici ‘fronti popolari’ con la sinistra borghese vengono giustificate proprio con il pretesto della lotta al rossobrunismo. […] [e] nella confusione ideologica in cui versa attualmente il movimento comunista, specie quello italiano, tale categoria è stata fatta propria dai think tank della borghesia liberale per delegittimare paradossalmente soprattutto i comunisti. Il che non deve stupire troppo, dato che la borghesia liberale è già riuscita a conquistare la categoria analitica della ‘sinistra’, bollando i comunisti prima come ‘estrema sinistra’ (anni ’90 e inizio ’00), poi, negli ultimi tempi, di fronte ad alcuni nuovi fermenti teoricopolitici che rischiano di incrinare la narrazione del totalitarismo liberale, come ‘rossobruna’”.”

Da La psicosi rossobruna, di Matteo Luca Andriola.

L’Italia è un protettorato USA

Conferenza di Daniele Ganser, svoltasi a Bologna lo scorso 12 febbraio 2019.
Ganser è uno storico svizzero, ricercatore presso il Centro per gli Studi sulla Sicurezza (CSS) dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia (ETH) di Zurigo, nonché autore di La storia come mai vi è stata raccontata. Gli eserciti segreti della NATO, Fazi Editore (2018).

Mario Monti, ho qualcosa da dirti…

Sabato 21 settembre scorso ad Assisi, nell’ambito del festival “Il Cortile di Francesco”, si è svolto un convegno i cui relatori erano Mario Monti ed Alberto Bagnai.
Un noioso confronto pseudo contraddittorio, con un Monti versione “green” preoccupato del futuro dei giovani ed un sostanzialmente sdraiato Alberto Bagnai verso il collega e ciò che rappresenta.
In questo contesto, alla fine del confronto, Daniela Di Marco, strappando il microfono (non era previsto alcun dibattito) ha preso la parola rivolgendo un originale “messaggio d’auguri” al senatore a vita Monti e annunciando la manifestazione di sabato 12 ottobre prossimo venturo a Roma, Liberiamo l’Italia!.
Qui è possibile leggere il testo integrale del suo messaggio, mentre Daniela è stata impossibilitata ad esporlo nella sua interezza a causa della fuga fulminea dei due senatori e del disordine creatosi fra gli organizzatori del convegno…

Tutto questo deve cambiare

“Una società è libera nella misura in cui lo è il suo dissidente politico più problematico, il che oggi significa che siamo liberi quanto Julian Assange. Finché viviamo in una società che può dare origine a una campagna multi-governativa coordinata per rinchiudere un giornalista per il resto della sua vita sulla base di accuse fasulle perché ha denunciato crimini di guerra statunitensi, non siamo liberi e non si deve fingere di esserlo.
Il vecchio detto “le azioni parlano più delle parole” ha assonanza con ciò che accade perché mentre i commentatori dei media miliardari ci assicurano continuamente con le loro parole che viviamo in una società libera, le azioni delle persone che esercitano su di noi un potere ufficiale e non ufficiale ci dicono che in realtà viviamo in una società che tortura e imprigiona i giornalisti dissidenti per aver raccontato verità scomode.
La persecuzione contro Julian Assange ci dice molto di più sulla nostra società rispetto ai racconti autorizzati che ci vengono venduti e ci racconta la vera funzione dei mass media.
(…) La persecuzione di Julian Assange ci parla del tipo di società in cui viviamo realmente. Siamo inondati sin dalla prima infanzia con slogan rassicuranti sulla libertà e la democrazia, che, ci viene detto, devono essere diffusi a tutti sulla terra con tutta la forza necessaria a qualunque costo. In realtà viviamo in una società fatta di menzogne e guidata da bugiardi, che perseguitano violentemente chiunque esponga la verità. Queste persone sono i nostri oppressori. Queste persone sono i guardiani della prigione. I loro volti ghignanti ti dicono che siamo liberi da dietro le sbarre di una gabbia e peggio per noi se non siamo d’accordo.
Tutto questo deve cambiare.”

Da Una società è libera nella misura in cui lo è il suo dissidente politico più problematico, di Caitlin Johnstone.

La loro “libertà” non è la nostra libertà


“In precedenza, veniva fatto regolarmente e funzionava: l’Occidente identificava un Paese come nemico, scatenava la sua propaganda professionale contro di lui, quindi somministrava una serie di sanzioni, affamando e uccidendo bambini, anziani e altri gruppi vulnerabili. Se il Paese non fosse crollato in pochi mesi o anni, sarebbero iniziati i bombardamenti. E la nazione, totalmente scossa, nel dolore e nell’impotenza, crollava come un castello di carte, una volta sbarcati i primi soldati della NATO.
Tali scenari sono stati ripetuti più volte dalla Jugoslavia all’Iraq.
Ma all’improvviso è successo qualcosa di importante. Questa terrificante anarchia, questo caos si è fermato; è stato scoraggiato.
L’Occidente continua a usare la stessa tattica, cerca di terrorizzare Paesi indipendenti, spaventare la gente, rovesciare ciò che definisce “regimi”, ma il suo potere mostruosamente distruttivo è diventato improvvisamente inefficace.
Colpisce e la nazione attaccata trema, grida, versa sangue, ma si rialza in piedi, orgogliosamente.
Quello che stiamo vivendo è un grande momento nella storia umana. L’imperialismo non è stato ancora sconfitto, ma perde la sua presa globale sul potere.
Ora dobbiamo capire chiaramente “perché” per poter continuare la nostra lotta, con ancora più determinazione, con ancora più efficienza.”

All’improvviso, l’Occidente non riesce più a rovesciare i “regimi” di Andre Vltchek, continua qui.

L’ideologia yankee applicata al resto del mondo


“Vi è una coincidenza sorprendente tra la promozione della democrazia occidentale e il massacro di massa che ne è la sua applicazione pratica. Lo scenario è sempre lo stesso: si inizia con la dichiarazione dei diritti umani per finire con i B52. Ora questo trofeo della politica estera degli Stati Uniti – e dei loro alleati – è una diretta conseguenza del loro liberalismo. Questo aspetto della storia delle idee è poco conosciuto, ma la dottrina liberale ha perfettamente assimilato l’idea che per garantire la libertà di alcuni, sia necessario garantire la sottomissione di altri. Il padre fondatore degli Stati Uniti, un liberale come Benjamin Franklin, ad esempio, si oppose all’installazione di reti fognarie nei quartieri poveri, perché rischiava, migliorandone le condizioni di vita, di rendere i lavoratori meno cooperativi. In breve, dobbiamo affamare i poveri se vogliamo sottoporli e dobbiamo sottometterli, se vogliamo farli lavorare per i ricchi. A livello internazionale il potere economico dominante applica esattamente la stessa politica: l’embargo che elimina i deboli costringe i sopravvissuti, in un modo o nell’altro, a servire i loro nuovi padroni. Altrimenti, ci sono ancora i B52 e i missili da crociera.
Non è un caso che la democrazia americana, il modello che la Coca-Cola ha diffuso a tutte le famiglie del villaggio globale, sia stata fondata da schiavi e genocidi. C’erano 9 milioni di amerindi nel Nord America nel 1800. Un secolo dopo, erano 300.000. Come disse Alexis de Tocqueville “La Democrazia in America” è arrivata con le sue coperte avvelenate e le mitragliatrici Gatling. I selvaggi piumati del Nuovo Mondo prefiguravano i bambini iracheni nel ruolo di questa umanità in soprannumero di cui si sarebbero liberati, senza rimorsi, se le circostanze lo avessero richiesto. Così, da un secolo all’altro, gli Americani hanno trasposto il loro modello endogeno su scala mondiale. Nel 1946, il teorico e apostolo della Guerra Fredda del contenimento anticomunista George Kennan, scrisse ai dirigenti del suo Paese che il loro compito secolare sarebbe stato quello di perpetuare l’enorme privilegio concesso dalle fortune della storia negli Stati Uniti d’America: possedere il 50% della ricchezza per solo il 6% della popolazione mondiale. Le altre nazioni saranno gelose, vorranno una fetta più grande della torta e bisognerà impedire che ciò accada. In breve, la “nazione eccezionale” non intende condividere i benefici.
Una caratteristica importante dello spirito americano ha favorito questa trasposizione della “democrazia americana” in tutto il mondo. È la convinzione dell’elezione divina, l’identificazione con il Nuovo Israele, in breve il mito del “destino manifesto”. Tutto ciò che viene dalla nazione scelta da Dio appartiene di nuovo al campo del Bene, incluse le bombe incendiarie. Questa mitologia è la potente forza della buona coscienza yankee, quella che vetrifica intere popolazioni senza il minimo problema di coscienza, come il generale Curtis Le May, capo dell’aviazione americana, che vanta di aver fatto alla griglia col napalm il 20% della popolazione nordcoreana. Gli Stati Uniti hanno realizzato una congiunzione inedita tra una potenza materiale senza precedenti e una religione etnica ispirata al Vecchio Testamento. Ma questo potere è stato surclassato nel 2014 quando il PIL cinese, in parità di potere d’acquisto, ha superato quello degli Stati Uniti. E non è sicuro che l’Antico Testamento sia sufficiente a perpetuare un dominio che si sgretola inesorabilmente.”

Da Democrazia genocida, di Bruno Guigue.