Convitato di pietra

Gerusalemme, 9 aprile – Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non parteciperà a Washington al vertice sulla sicurezza nucleare. Ad annunciarlo sono stati funzionari del governo israeliano, precisando che il capo del governo sarà sostituito dal ministro dell’Energia e responsabile dell’Intelligence, Dan Meridor.
La decisione è stata presa – spiegano i funzionari citati da ‘Haaretz’ – nel timore che un gruppo di Paesi guidati da Egitto e Turchia chieda che Israele aderisca al Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Israele “è deluso” dagli sviluppi in questa fase precedente l’avvio della conferenza, ha affermato una fonte del governo citata dal quotidiano. “Il vertice sulla sicurezza nucleare dovrebbe affrontare la questione del pericolo del terrorismo nucleare. Israele partecipa a questi sforzi ed ha risposto positivamente all’invito alla conferenza del presidente Obama”. “Detto questo – ha poi spiegato – negli ultimi giorni siamo stati informati dell’intenzione di diversi stati partecipanti di deviare dal tema principale della lotta al terrorismo e usare l’evento per pungolare Israele sul TNP”.
Gli Usa hanno accettato la marcia indietro di Netanyahu con una breve dichiarazione. “Siamo stati informati della decisione israeliana – ha detto a Washington il portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Mike Hammer – diamo il benevenuto alla partecipazione del vice primo ministro Dan Meridor alla conferenza. Israele è uno stretto alleato e intendiamo continuare a lavorare assieme strettamente su questioni relative alla sicurezza nucleare”.
Alla conferenza di Washington partecipano oltre 40 Paesi e non era stato previsto nessun incontro bilaterale fra Obama e Netanyahu, che si sono già visti il 23 marzo alla Casa Bianca. La mancata partecipazione di ‘Bibi’ alla conferenza nucleare giunge dopo le recenti tensioni fra Washington e Israele sugli insediamenti a Gerusalemme est. E forse, in questo contesto, gli israeliani non si sono sentiti sicuri di venir spalleggiati dagli USA. Secondo il Jerusalem Post, Israele aveva ricevuto assicurazioni dagli Stati Uniti che la questione della sua adesione al TNP non avrebbe preso il sopravvento nella conferenza.
Sono 189 i paesi che aderiscono al TNP e fra questi vi sono tutti i Paesi arabi. Solo Israele, India, Pakistan e Corea del Nord non ne fanno parte. Secondo le stime di GlobalSecurity.org, Israele possiede fra 250 e 500 armi nucleari. Lo Stato ebraico non ha mai confermato né smentito di possederle, limitandosi a dichiarare che non sarà mai il primo Paese ad usare queste armi in Medio Oriente. Un’adesione al TNP comporterebbe ispezioni internazionali nei siti nucleari.
A New Orleans, dove sono riuniti esponenti del partito repubblicano, in occasione della Southern Republican Conference, ci sono stati applausi a Netanyahu per il suo rifiuto di venire a Washington. Liz Cheney, figlia dell’ex vice presidente Dick Cheney, ha accusato il presidente americano Barack Obama di agire in modo “sconsiderato” procedendo per la strada “della riduzione dei legami dell’America con Israele”.
(Adnkronos/Ign)

[grassetto nostro]

ll nuovo Grande Gioco

Secondo la dottrina del Generale David “Mi sto sempre posizionando in vista delle elezioni del 2012” Petraeus, la proporzione soldati/autoctoni dev’essere 20 o 25 su 1000 afghani. Adesso Petraeus e il Generale Stanley McChrystal ne hanno ottenuti altri 30.000. Inevitabilmente i generali – proprio come nel Vietnam, che a Obama piaccia o no – chiederanno molto di più, fino a ottenere quello che vogliono; almeno 660.000 soldati, più tutti gli extra. Al momento gli Stati Uniti hanno circa 70.000 soldati in Afghanistan.
Questo significherebbe ripristinare la coscrizione negli Stati Uniti. E sono altri trilioni che gli Stati Uniti non hanno e che dovranno prendere in prestito… dalla Cina.
E a cosa porterebbe? Negli anni Ottanta la potente armata rossa sovietica ha usato tutti gli espedienti della contro-insurrezione a sua disposizione. I sovietici hanno ucciso un milione di afghani. Hanno fatto cinque milioni di profughi. Hanno perso 15.000 soldati. Hanno praticamente mandato l’Unione Sovietica in bancarotta. Ci hanno rinunciato. E se ne sono andati.
Ma allora perché gli Stati Uniti sono ancora in Afghanistan? Con uno sguardo in macchina, come rivolgendosi al “popolo afghano”, il presidente ha detto: “non abbiamo interesse a occupare il vostro paese”. Ma non poteva dire le cose come stanno agli spettatori americani.
Per l’America delle corporazioni l’Afghanistan non significa nulla; è il quinto paese più povero del mondo, una società tribale e decisamente non consumistica. Ma per le grandi compagnie petrolifere statunitensi e per il Pentagono l’Afghanistan ha un gran fascino.
Per il Big Oil, il sacro graal è l’accesso al gas naturale del Turkmenistan proveniente dal Mar Caspio, cioè il Pipelineistan nel cuore del nuovo grande gioco in Eurasia, evitando sia la Russia che l’Iran. Ma non c’è modo di costruire un gasdotto enormemente strategico come il TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) – attraverso la provincia di Helman e il Balochistan pakistano – con un Afghanistan che si trova nel caos grazie alle misere imprese dell’occupazione USA/NATO.
C’è interesse a sorvegliare/controllare un traffico di droga da 4 miliardi di dollari l’anno, direttamente e indirettamente. Fin dall’inizio dell’occupazione USA/NATO l’Afghanistan è diventato un narco-Stato de facto, producendo il 92% dell’eroina mondiale per una serie di cartelli narco-terroristici internazionali.
E c’è la dottrina del dominio ad ampio spettro del Pentagono per cui l’Afghanistan fa parte dell’impero mondiale delle basi statunitensi, che controllano da vicino competitori strategici come la Cina e la Russia.
Obama ha semplicemente ignorato che in Eurasia si sta svolgendo un nuovo grande gioco dalla posta vertiginosamente alta. E così, a causa di tutto quello che Obama non ha detto a West Point, gli americani si sorbiscono una “guerra di necessità” che sta prosciugando trilioni di dollari che potrebbero essere impiegati per ridurre la disoccupazione e aiutare davvero l’economia statunitense.
(…)
Dunque il finale di partita in Afghanistan non può essere molto diverso da una spartizione del potere all’interno di una coalizione, con i taliban nel ruolo di partito più forte. Perché? Basta esaminare la storia della guerriglia dall’Ottocento in poi, o ripensare al Vietnam. I guerriglieri che combattono più strenuamente contro gli stranieri l’hanno sempre vita. E perfino con una fetta del potere ai taliban a Kabul, i potenti vicini dell’Afghanistan – il Pakistan, l’Iran, la Cina, la Russia, l’India – si assicureranno che il caos non superi i loro confini. È un affare asiatico, questo, che deve essere risolto dagli asiatici; è una buona ragione per trovare una soluzione nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione).
Nel frattempo, c’è la realtà. Il dominio ad ampio spettro del Pentagono ha ottenuto quello che cercava, per ora. Chiamatela vendetta dei generali. Chi vince, a parte loro? Il guerriero da salotto australiano David Kilcullen, consigliere e ghostwriter di Petraeus e McChrystal considerato un semidio dai guerrafondai di Washington. Alcuni neocon moderati; di certo non l’ex vice presidente Dick Cheney, che ha condannato la “debolezza” di Obama. E complessivamente tutti coloro che hanno sottoscritto il concetto di “guerra lunga” del Pentagono.
Due settimane prima di andare a Oslo per accettare il Premio Nobel per la Pace, Obama vende al mondo il suo nuovo Vietnam in versione “lite” tenendo un discorso in un’accademia militare. Onore a George Orwell. È proprio vero che la guerra è pace.

Da Un Vietnam in versione “lite”, di Pepe Escobar.

Propaganda giocattolo

gi joe 70

Negli Stati Uniti esiste da sempre uno strano collegamento tra il mondo dei giocattoli, quello del cinema e quello del Department of Defense (Ministero della difesa). Milioni di bambini di generazioni diverse sono cresciuti ammirando e desiderando soldatini, robot patriottici, combattenti mutanti, uomini ragno o pipistrello o addirittura alieni che lottavano per la “democrazia”, per la famiglia e per i “virtuosi” valori americani. L’ultimo della serie è G.I. Joe, il soldatino giocattolo per eccellenza, entrato nei cuori di milioni di bambini negli anni ottanta, in piena guerra fredda.
Il film G.I. Joe è pieno di scene pirotecniche, piene di trionfalismo militare che finisce inevitabilmente per sembrare uno spot per lo strapotere tecnologico del Pentagono. Film come G.I. Joe hanno sempre avuto un ruolo importante nella cultura americana. Oltre a mostrare i muscoli dell’apparato militare USA, servivano anche a desensibilizzare l’audience, soprattutto i giovani, agli orrori della guerra, nonché incoraggiare i ragazzi ad arruolarsi nel ”glorioso” esercito degli Stati Uniti.
Questo tipo di film diventa ancora più importante dal momento che il popolo americano inizia a mostrare un po’ di freddezza verso la cultura guerrafondaia. Il motivo per l’improvviso scetticismo verso la violenza militare nasce dall’ideologia pseudo-religiosa dell’amministrazione Bush, basata sull’odio verso il mondo islamico e sulla propagazione del concetto dell’esportazione della democrazia. La virata sociale causata da questi fenomeni rappresenta probabilmente una delle poche cose per la quale dovremo ringraziare Bush e il suo vice Dick Cheney, che hanno finito per avere sul pubblico l’effetto opposto di quello che speravano nella Casa Bianca di allora.
Tornando al film, bisogna riconoscere che nonostante il fallimento di tale ideologia, il Pentagono e il DOD (Department of Defense) continuano a spingere il fenomeno del connubio giocattoli-Hollywood-esercito, con film che rappresentano la guerra in una forma gloriosa e affascinante, sperando di utilizzarli per reclutare giovani nell’esercito, e possibilmente di fargli prendere come esempio l’eroismo sacrificale dei G.I. Joe di turno.
(…)
GI JOE 80
La scena iniziale del film ci racconta di un trafficante d’armi scozzese che nel 700’ viene condannato in Francia per aver venduto armi ad entrambi le parti in guerra. Lui è un traditore! Non si deve neanche prendere in considerazione l’idea che lui possa aver voluto ascoltare le ragioni di entrambi le parti in causa. In effetti si racconta la condanna ad indossare una maschera di ferro che gli viene letteralmente squagliata sul viso con il fuoco.
Durante il film c’è poi l’inevitabile scena in cui un monumento famoso (in questo caso la Torre Eiffel) viene distrutto, cadendo rovinosamente sulle persone terrorizzate nelle strade. Lo abbiamo già visto in passato con il Big Ben in “Independence Day”, o con la Statua della Libertà in “Pianeta delle Scimmie”, o con il Colosseo in “The Core” o ancora con il Queens World Fair in “Men in Black”. Tali scene servono a fare capire al pubblico (soprattutto quello non americano) che senza l’intervento militare USA, nessuno è al sicuro.
Queste scene e questi concetti vengono propagate da anni in serie di film di enorme successo mondiale, quali Superman, James Bond, Batman, Spiderman, Terminator, X-Men, la serie Bourne, Transformers, e anche ahime, il fantastico Guerre Stellari. Hanno tutti lo stesso fine: glorificare chi combatte per la democrazia e per proteggere i valori americani (anche quando sono alieni, i valori in questione non cambiano) contro l’infedele di turno. Il ragazzo che esce dal film vuole immedesimarsi e “diventare” il salvatore del mondo a tal punto di essere disposto dare la vita per salvare la cultura con la quale è cresciuto. Un sogno che si avvera per chi progetta guerre ed ha bisogno di giovani da mandare allo sbaraglio per vincerle.
GI JOE 2000
Ora G.I. Joe sta cercando di fare ciò che Guerre Stellari fece negli anni 70: re-introdurre un concetto ormai impopolare come la guerra nelle menti e nelle aspirazioni di milioni di giovani, americani anzitutto, ma anche stranieri, in un mondo globalizzato. I dialoghi ridicoli e le scene talmente esagerate da sembrare impossibili anche ai bimbi lo rendono infinitamente inferiore a Guerre Stellari, ma il tentativo di risuscitare ciò che Bush e Cheney hanno distrutto è chiarissimo.
Non è una coincidenza che il Pentagono e il DOD abbiano dato la loro “consulenza” ai produttori del film, arrivando anche a prestare soldati e attrezzature (elicotteri Apache e i fuoristrada Humvee) alle scene. Con tanto di ringraziamenti sia al Pentagono che al Ministero della Difesa USA nei lunghissimi titoli di coda.
Se G.I. Joe si dimostrerà capace del ruolo a lui affidato lo diranno solo gli incassi. La tiepida risposta del pubblico americano ci dice che non è un film in grado di scalzare l’odio verso la guerra causato dall’amministrazione Bush. Ma poiché il film serve anche ad influenzare le menti dei giovani stranieri, a giudicare dall’avvio con incassi record in Corea, in Cina e in Russia (paradossalmente i bersagli preferiti del passato a Hollywood) nella prima settimana di proiezioni, si ha la sgradevole sensazione che qualcosa stia funzionando. Ma più che a Hollywood e negli uffici della Hasbro (azienda produttrice del soldatino G.I. Joe) i veri festeggiamenti saranno nelle stanze segrete del Pentagono e del DOD statunitense.

Da G.I. Joe, un giocattolo per la democrazia di Cliff Campidoglio.
[grassetti nostri]

“Distruggere tutto quello che fa ostacolo alla potenza USA”

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Per capire le attuali poste in gioco, bisogna comprendere quello che accade da nove anni.
Nel 2000, quando la classe dirigente USA truccò le elezioni ed impose George W. Bush alla Casa Bianca, il progetto era quello di fondare «un nuovo secolo americano». Alcune persone pensavano che gli Stati Uniti dovessero approfittare del loro vantaggio militare per diventare un impero globale. Esse avevano programmato uno choc psicologico, «un nuovo Pearl Harbour» secondo la loro espressione, per operare tale virata. Questo è stato l’11 settembre. Quel giorno, Henry Kissinger definì la «guerra globale al terrorismo». Spiegò che il fine non sarebbe stato la punizione degli autori degli attentato, ma la distruzione del «sistema» che ostacola la potenza USA, come la risposta a Pearl Harbour non aveva avuto il fine di punire il Giappone, ma di distruggere tutto quello che poneva ostacoli alla potenza degli Stati Uniti.
Ora, nel 2003, l’amministrazione Bush-Cheney scartò dal mandato che le era stato dato dalla classe dirigente USA. Decise di colonizzare l‘Iraq e lo fece sfruttare da una società privata, l’Autorità della Coalizione in Iraq, costituita sul modello della Compagnia delle Indie. Il generale Brent Scowcroft fu il primo leader USA ad opporsi a quel progetto. Non come Dominique de Villepin in nome del diritto internazionale, ma perché quel progetto d’altri tempi avrebbe «distolto gli Stati Uniti dalla guerra al terrorismo».
Scowcroft era l’ideologo dei generali che nel 2006 si rivoltarono contro il progetto di attacco all’Iran. L’anziano esercitava un’influenza preponderante sulla Commissione Baker-Hamilton tramite il suo figlio spirituale, Robert Gates, da lui ben presto imposto al dipartimento della Difesa. Ancor oggi è Scowcroft a consigliare Obama su tutte le nomine relative alla Difesa e alla politica estera. Ed il generale James Jones, consigliere per la Sicurezza nazionale, ha ammesso anche lui di prendere quotidianamente i suoi ordini non dal presidente Obama ma dagli eterni complici Brent Scowcroft e Henry Kissinger.
Dopo la parentesi 2003-06 della colonizzazione dell’Iraq, eccoci tornati alla casella dell’11 settembre. L’obiettivo assegnato all’amministrazione Obama è la ripresa della «guerra al terrorismo» che il duo Bush-Cheney non avrebbe mai dovuto relegare in seconda fila.
La NATO, che i signori Bush e Cheney non erano riusciti a mobilitare in Iraq, sarà sollecitata alla guerra al terrorismo — eventualmente anche alla presunta prevenzione dei genocidi —. È, per quanto riguarda l’Afghanistan. Robert Gates e poi Barack Obama hanno sottolineato che se gli Europei non venissero in Asia centrale, dovrebbero affrontare degli 11 settembre sul loro stesso territorio. Il ricatto non potrebbe essere più chiaro. Una cosa simile si presenta pure nell’Oceano Indiano, dove gli USA stanno collaudando un nuovo alibi, la pirateria. Pochi straccioni, che dispongono di informazioni eccezionali e di armi ultimo modello, abbordano navi di ogni categoria, che vanno dai battelli da diporto per far piangere le casalinghe ai cargo che trasportano armi per stuzzicare gli alleati. È stata recentemente messa in scena una story hollywoodiana con il coraggioso capitano Philips disposto a sacrificare la vita per salvare il suo equipaggio, prima di essere salvato a sua volta dai commando dell’US Seal. In ogni caso, il fine è lo stesso: trovare una nobile causa che giustifichi uno spiegamento militare in grado di distruggere tutto quello che fa ostacolo alla potenza USA.

Da Dal G20 a Durban II, che cosa bolle in pentola. Un’intervista a Thierry Meyssan, di Silvia Cattori.
[grassetto nostro]