Nel narco-staterello di Hashim Taci

kusavo flagKosovo. L’orrore diventa un film

Nel narco-staterello di Hashim Taci, il Kosovo e Metohija, si chiede in questi giorni di proclamare “persona non grata” il regista di fama mondiale Emir Kusturica perché intende a realizzare un film sulla tratta degli organi dei serbi fatta dai secessionisti schipetari dell’UCK. Kusturica ha affermato di non capire il nervosismo di Pristina perché non è stato lui a inventare questa storia, ufficialmente presentata da Dick Marty nel suo rapporto sui trattamenti inumani e i traffici d’organi dei serbi in Kosovo, relazione che puntava direttamente al premier kosovaro ed ex leader dell’UCK Hashim Taci, approvata il 16 dicembre 2010 dalla Commissione affari legali e diritti umani dell’Assemblea del Consiglio d’Europa. Il film sarà realizzato basandosi su un romanzo di Veselin Dzeletovic intitolato “Il cuore serbo di Johann”. Si tratta della storia vera di un tedesco che porta nel petto il cuore di un serbo rapito dall’UCK e ucciso per strappargli il cuore e venderlo al mercato nero. Questo tedesco ha poi adottato il figlio della vittima. L’autore del romanzo ha parlato direttamente con l’uomo tedesco, molte volte, dal 2004 al 2007. Lo scrittore Dzeletovic racconta: “Sono andato nel Kosovo e Metohija a portare libri da donare e lì ho sentito parlare di una donna serba violentata da cinque schipetari e che si è suicidata non potendo più vivere con quel ricordo tremendo. Quella donna è stata la moglie di un mio amico rapito dagli schipetari nel 1999. Durante la sepoltura della poveretta, nel cimitero con molti monumenti distrutti dagli albanesi, c’era un tedesco che voleva aiutare materialmente la famiglia della donna perché aveva saputo da chi e come aveva avuto il suo cuore trapiantato. Voleva acquietare la propria coscienza. Intendeva donare una grossa cifra, ma dopo aver capito che il figlio della donna era rimasto solo, che non aveva fratelli né sorelle, ha deciso di adottarlo. Lo zio del ragazzo non accettava che il ragazzo diventasse tedesco e per questo il tedesco Johann accettò di convertirsi e diventare ortodosso per avere l’approvazione dello zio all’adozione. Il destino ha voluto invece quest’adozione. Oppure la volontà divina! Dunque, il tedesco stava nel povero cimitero ortodosso serbo vestito molto diversamente dalla gente del posto, cioè signorilmente. Seguiva i funerali con una certa distanza aristocratica e gli stava accanto in ogni momento un agente della BND cioè della Bundesnachrichtendienst (servizio informazioni federale della Repubblica Federale Tedesca). Ad un certo momento il ragazzo, la cui mamma veniva seppellita, si mise ad abbracciare le gambe di quel tedesco e disse ad alta voce: “Papà”. Il ragazzo istintivamente ha riconosciuto il cuore del suo padre in un altro uomo. È una storia tragica che non può lasciare indifferente nessuno. Tutti i fatti del mio romanzo sono veri tranne i nomi dei personaggi e del villaggio”. Il romanzo di Dzeletovic offre anche delle informazioni che nessuno voleva pubblicare finora, neppure Dick Marty. Per esempio, le operazioni del trapianto non venivano fatte in Albania, ma in Italia. I serbi rapiti venivano portati in Albania per essere uccisi secondo gli ordini che arrivavano: i loro organi venivano estratti in Albania con i metodi più crudeli e poi trasportati in frigoriferi in Italia. Sono stati usati i motoscafi con i quali si raggiungeva l’Italia in meno di tre ore. Le basi logistiche di questi traffici loschi sono state poste prima dell’aggressione della NATO alla Serbia, quando i figli dei poveri d’Albania venivano venduti agli italiani ricchi ancora prima del 1999. In tal modo sono stati stabiliti i primi contatti con i contrabbandieri cementati poi con i traffici illegali di sigarette e di droga. Ricordiamo che il testimone protetto K-144 del Tribunale dell’Aia dichiarò: “Io so di almeno 300 reni e di altri 100 organi estratti ai rapiti del Kosmet. Si estraevano anche il fegato e i cuori. Un rene si vendeva da dieci a cinquanta mila marchi tedeschi… Hashim Taci prendeva l’80% del guadagno che lui spartiva poi con altri comandanti dell’UCK…” Nella televisione irachena, un certo sceicco Bahramin si è vantato, nel 2000 ,d’aver avuto un cuore nuovo in Turchia. Diceva di stare benissmo e gli dispiaceva solo un fatto: il cuore era di un serbo cristiano. L’autore del romanzo “Il cuore serbo di Johann” ha detto d’aver incontrato recentemente un funzionario dell’Eulex e che era possibile che le indagini si sarebbero ampliate all’Italia e alla Germania. Comunque sia, Kusturica dice che girerà questo suo film in Russia, dove ha tanti amici che gli daranno una mano a realizzarlo. Ovviamente l’Europa, e specialmente i Balcani, compresi l’Albania e la stessa Serbia con la sua provincia del Kosovo e Metohija, cioè i territori dove sono avvenuti questi crimini, non sono un palcoscenico dove è possibile girare un film su questi delitti orrendi, anche se è stato comunque possibile commettervi questi crimini genocidi, non immaginabili da una mente normale. E con l’assoluta complicità di Bruxelles e di Washington.
Dragan Mraovic

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La spaventosa sorte di Abou Elkassim Britel

Quando incontrai la signora Khadija Anna L. Pighizzini, tre anni fa, e mi raccontò la sua storia inaudita, mi si spezzò il cuore. Viveva una vita serena e tranquilla fino a quando, nel novembre 2001, fu improvvisamente assalita da ondate di giornalisti che, dopo aver diffuso ripetute menzogne, con lo scopo di associare suo marito al terrorismo, pretendevano sue dichiarazioni. Avevano ripreso quelle menzogne provenienti da servizi segreti, da un articolo di Guido Olimpio, giornalista al Corriere della Sera.
Fu l’inizio di un calvario tutt’ora in atto.
Era il periodo in cui ordinari cittadini che frequentavano la moschea, venivano sospettati, calunniati da giornalisti legati a servizi segreti, la cui missione era di diffondere notizie false nel quadro della guerra di propaganda contro l’Islam. Si trattava di preparare l’opinione pubblica a percepire come utile la guerra contro l’Islam.
Da allora, Khadija, una signora dolce e discreta, cresciuta in una stimata famiglia italiana di Bergamo, è stata costretta a lottare per difendere l’onore della sua famiglia e far conoscere la spaventosa sorte di suo marito Abou Elkassim Britel, una persona rispettabile ingiustamente associata al terrorismo, e mantenuto in prigione senza nessuna colpa.
Rapito nel 2002 da agenti della CIA, Abou ElKassim Britel, ha subito la sorte terrificante di migliaia di musulmani nell’ambito di quelle attività segrete e illegali chiamate “extraordinary rendition”, denunciate sin dal 2004 dal senatore svizzero Dick Marty.
Imprigionato e torturato in un luogo segreto in Pakistan, Abou ElKassim Britel è stato in seguito trasportato da agenti della CIA in Marocco, consegnato ai servizi segreti marocchini per essere di nuovo torturato e mantenuto in segreto nella sede dei servizi di intelligence a Témara. Sottoposto a trattamenti violenti e umilianti per oltre 8 anni, Abou Elkassim Britel ha intrapreso lunghi e rischiosi scioperi della fame per rivendicare la sua innocenza e il diritto di essere trattato umanamente.
Sua moglie, vive con sempre maggiori difficoltà la realtà crudele che colpisce il suo sposo incarcerato in Marocco, un paese assai attraente per i turisti che ignorano tutte le violazioni commesse dal Regno. Di ritorno dalla sua ultima visita al marito in prigione racconta:
“(…)
Mio marito è cittadino italiano, ma non ha mai avuto alcun sostegno decisivo dal nostro governo. Io sono qui in Italia, devo lavorare per mantenere lui e me e per andarlo a trovare ogni tre mesi. Sono preoccupata, nulla è certo in Marocco.
Il Console d’Italia, che aveva incontrato mio marito dopo il trasferimento e aveva visto com’era ridotto, mi ha accompagnato alla prima visita ed è riuscito a strappare un permesso di visita giornaliero, spero che continuerà ad aiutarci. Ora si è reso conto della gravità della situazione, che non sfugge nemmeno ai responsabili delle carceri. Gli scioperi della fame di coloro che sono incarcerati con mio marito – i cosiddetti “islamisti”, musulmani radicali – continuano; come pure le proteste dei loro familiari.
Oltre un centinaio di prigionieri “islamisti”, fra i quali mio marito, sono stati deportati da sei diverse prigioni e rinchiusi in questo nuovo reparto, costruito proprio per loro. Sembra che lo stato marocchino pretenda delle ammissioni di responsabilità prima di liberarli, o voglia provocare reazioni forti per poi tenerli ancora in carcere.
Molti di loro, arrestati nel 2003, sono quasi al termine della pena. Queste persone, trattenute arbitrariamente sono per la maggior parte assolutamente innocenti. È un’ingiustizia. I processi sono stati iniqui, come denunciano i militanti che si battono da allora per la loro liberazione. Lo dicono e lo ripetono le organizzazioni nazionali e internazionali, ci sono molte prove.
È una denuncia impressionante che descrive gli stessi metodi brutali e fuori dalla legge toccati a mio marito e a tanti altri.
Sono otto anni di torture per i prigionieri e le loro famiglie. Il Marocco ha rifiutato ogni richiesta di dialogo e di revisione; anzi da anni prima delle occasioni di grazia reale compare la solita notizia “smantellata cellula terroristica”, spesso poi non se ne sa più nulla. Non so cosa aspettarmi.
Mio marito è uno delle decine di migliaia di persone rapite da agenti della Central Intelligence Agency (CIA) dopo l’11 Settembre cui è toccata questa dura sorte. Alcuni sono spariti per sempre; altri sono rientrati a casa distrutti, dopo anni rinchiusi a Guantanamo.
A noi manca il sostegno italiano, mai nessun governo ha chiesto con forza la liberazione di questo cittadino incensurato che è mio marito. Avrebbero dovuto farlo; la loro indifferenza mi ha fatto capire l’utilizzo che si fa dell’attività di servizi segreti che hanno inventato menzogne, che hanno mentito per fare di mio marito un criminale. La sorte di cittadini italiani di religione musulmana non ha nessun valore per loro.
Temo per la vita di mio marito e mi sento impotente. Ogni giorno mi chiedo se e come tornerà a casa.
Nonostante tutto insisto. In rete comunico le informazioni che i giornali non danno, contatto le ONG. Ma mi sento molto sola e non vedo una soluzione. Quello che manca è la presa di posizione esplicita di qualche personalità conosciuta; penso a esperti nel capo del diritto e dei diritti umani in particolare, qualcuno che possa aiutarmi a comunicare con lo Stato italiano.
È assurdo che di fronte al pericolo di vita che mio marito corre ogni giorno, all’ingiustizia che lo tiene detenuto da quasi nove anni, l’azione della diplomazia italiana si limiti a un colloquio con il direttore del carcere.
Questa esperienza ci ha molto provato. Mio marito è completamente innocente. Si è trovato coinvolto, senza ragione, solo perché di religione musulmana, quando gli Stati Uniti volevano accreditare l’idea di una minaccia terroristica. Il Pentagono doveva fornire un certo numero di persone da definire “terroristi”. È così che vennero incriminati uomini innocenti come lui.”
Questa vicenda terrificante, che ha distrutto la vita di queste brave persone, ha fatto emergere il ruolo inquietante di giornalisti “esperti in terrorismo”, “esperti in servizi segreti” che, a volte all’insaputa dei giornali che pubblicano i loro articoli, sono in realtà agenti la cui principale attività à di diffondere notizie false, far regnare la paura fondata sulla falsa minaccia dell’Islam, in modo da far accettare come necessarie per la “sicurezza” le guerre più crudeli e sanguinose contro i musulmani.
Gli Stati in guerra si sono sempre serviti di giornalisti come copertura per i loro agenti segreti. Ma da quando alcuni giornalisti sono stati identificati e denunciati dalle vittime delle loro menzogne, è nostro dovere portare alla luce fatti così gravi e dolorosi.

Da Marocco: la realtà crudele di musulmani imprigionati e torturati, di Silvia Cattori.
[grassetto nostro]