Standing Army

L’elezione di Obama è stata accolta in tutto il mondo come l’inizio di una stagione politica radicalmente diversa da quella di Bush. Una stagione orientata alla pace e al dialogo. E gli appassionati discorsi del neopresidente americano sembrerebbero giustificare questa speranza.
Ma nell’ambito della politica estera e militare, la nuova amministrazione differisce davvero così tanto da quelle precedenti?
Al di là dei titoli della stampa internazionale – e del Nobel per la pace assegnato al presidente per le sue buone intenzioni – si scopre una realtà molto lontana da quella ufficiale: ad esempio, il primo budget militare del nuovo governo (ben 680 miliardi di dollari) supera persino gli ultimi stanziamenti per le truppe dell’era Bush.
Dove vanno a finire tutti questi soldi?
In gran parte servono a finanziare l’immensa rete di basi militari americane all’estero: a vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, ne restano ancora 716, sparse in quaranta Paesi nel mondo. Come si spiega, quindi, questa aggressiva politica espansionistica alla luce della crisi economica e della retorica pacifista di Obama? Chi tira le fila della politica estera USA?
Su questi temi riflettono gli autori del documentario e del volume di approfondimento Standing Army. Un’inchiesta a trecentosessanta gradi sulle basi militari americane nel mondo, che unisce alle parole di esperti mondiali – quali Noam Chomsky, Gore Vidal, Chalmers Johnson, Edward Luttwak – le scioccanti testimonianze di chi è stato toccato in prima persona dalla presenza delle basi: gli abitanti di Vicenza, che si oppongono a una nuova struttura militare a pochi passi dal centro cittadino; la popolazione dell’isola giapponese di Okinawa, che condivide il suo piccolo lembo di terra con 25.000 soldati statunitensi; gli indigeni dell’isola di Diego Garcia (Oceano Indiano), cacciati per far spazio a un campo militare americano; e gli uomini e le donne che spesso vengono spediti a prestare servizio in Paesi lontani, senza sapere cosa esattamente li aspetterà.

Fazi Editore
Thomas Fazi, Enrico Parenti
Standing Army
Documentario + Libro
pp. 64 + dvd- euro 19,90

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Il Grande Orecchio della NATO

orecchio

Lo sviluppo dell’AGS (Alliance Ground Surveillance), il nuovo sistema di sorveglianza terrestre della NATO, ha generato divisioni insanabili all’interno dell’Alleanza Atlantica. Alla firma del Programme Memorandum of Understanding (PMOU) che segna i confini legali, organizzativi e finanziari del sistema d’intelligence, si sono presentati infatti solo 15 dei paesi membri dell’organizzazione nord-atlantica. Si tratta di Bulgaria, Canada, Danimarca, Estonia, Germania, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Stati Uniti d’America. Per la gestione e il coordinamento delle attività di sviluppo e implementazione dell’AGS, le nazioni aderenti al PMOU hanno dato vita a due nuove agenzie, la NATO AGS Management Organisation (NAGSMO) e la NATO AGS Management Agency (NAGSMA). Il Comando Supremo Atlantico di Bruxelles ha inoltre comunicato che la piena capacità del sistema di sorveglianza terrestre sarà raggiunta entro il 2012, anticipando di un anno i tempi previsti.
Nel corso della riunione dei Ministri della Difesa della NATO di Cracovia, il 19 e 20 febbraio 2009, è stata formalizzata la scelta della stazione aeronavale di Sigonella quale “principale base operativa” dell’AGS. “Abbiamo scelto questa base dopo un’attenta valutazione e per la sua centralità strategica nel Mediterraneo che le consentirà di concentrare in quella zona le forze d’intelligence italiane, della NATO e internazionali”, ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Vincenzo Camporini. Nella grande infrastruttura militare siciliana saranno ospitati i sistemi di comando e di controllo del’AGS, centralizzando le attività di raccolta d’informazioni ed analisi di comunicazioni, segnali e strumentazioni straniere. Sigonella si trasforma così in un’immensa centrale di spionaggio, un “Grande Orecchio”, della NATO capace di spiare, 24 ore al giorno, un’area che si estende dai Balcani al Caucaso e dall’Africa al Golfo Persico.
La stazione aeronavale ospiterà inoltre la componente di volo del sistema di sorveglianza, costituita da sei sofisticati velivoli senza pilota (UAV). In un comunicato stampa del 25 settembre scorso, gli alti comandi NATO hanno spiegato che “il segmento aereo dell’AGS Core sarà basato sulla versione Block 40 dell’aereo “RQ-4B Global Hawk” di produzione statunitense, dotato di un’autonomia di volo superiore alle 30 ore ed in grado di raggiungere i 60.000 piedi di altezza, in qualsiasi condizione meteorologica”.
(…)
“Grazie all’Alliance Ground Surveillance, la NATO acquisirà una considerevole flessibilità nell’impiego della propria capacità di sorveglianza di vaste aree di territorio in modo da adattarla alle reali necessità operative”, ha dichiarato Peter C. W. Flory, vicesegretario generale per gli Investimenti alla difesa dell’Alleanza Atlantica. “L’AGS è essenziale per accrescere la capacità di pronto intervento in supporto delle forze NATO per tutta le loro possibili future operazioni. L’AGS sarà un elemento chiave per assicurare l’assunzione delle decisioni politiche dell’Alleanza e la realizzazione dei piani militari”. Il nuovo sistema non è però un mero mezzo di intercettazione e di spionaggio. Come è stato riconosciuto dal Capo di Stato Maggiore italiano, generale Camporini, nella base di Sigonella sarà allestito un “più avanzato sistema SIGINT”. Il SIGINT, acronimo di Signals Intelligence, è lo strumento d’eccellenza di ogni “guerra preventiva” e ha una funzione determinante per scatenare il “first strike”, convenzionale o nucleare che sia. Una delle articolazioni SIGINT è la cosiddetta ELINT – Electronic Intelligence, che si occupa in particolare d’individuare la posizione di radar, navi, strutture di comando e controllo, sistemi antiaerei e missilistici, con lo scopo di pianificarne la distruzione in caso di conflitto.
Nonostante l’accelerazione inferta al piano di sviluppo dell’AGS, il Comando NATO di Bruxelles ha chiesto un maggiore impegno collettivo ai paesi membri. “La partecipazione al programma resta aperto agli altri Alleati interessati”, ha dichiarato il vicesegretario Peter C. W. Flory, invitando apertamente i partner dell’Europa occidentale e la Polonia a rientrare nell’AGS. Originariamente, il piano di sviluppo del sistema di sorveglianza vedeva associate 23 nazioni.
(…)
Con l’AGS, inevitabilmente, sarà dato nuovo impulso ai processi di militarizzazione del territorio siciliano. Per il funzionamento degli aerei senza pilota e della nuova supercentrale di spionaggio, il ministro della difesa Ignazio La Russa ha annunciato l’arrivo nell’isola di un “NATO Force Command di 800 uomini, con le rispettive famiglie”. È prevedibile che saranno presto avviati i lavori per realizzare nuovi complessi abitativi per il personale in forza alla stazione aeronavale. I consigli comunali di Motta Sant’Anastasia (Catania) e Lentini (Siracusa) hanno già adottato quattro progetti di variante ai piani regolatori per l’insediamento di residence e villaggi ad uso esclusivo dei militari statunitensi e NATO.
Dovrebbe essere ormai questione di giorni l’arrivo a Sigonella del plotone di 4-5 velivoli RQ-4B “Global Hawk” dell’US Air Force, destinati ad operare in Europa, Medio oriente e nel continente africano. Nella base siciliana sarà pure realizzato il Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex, il complesso per le operazioni di manutenzione degli aerei senza pilota. Il progetto, da finanziare con il budget 2010 dell’Air Force Military Construction, Family Hosusing and base Realignment and Closure Programs, è stato definito di “alto valore strategico” da Kathleen Ferguson, vicesegretaria della Difesa, in occasione della sua audizione davanti al Congresso, il 3 giugno 2009.
(…)
Lo scorso anno, il Pentagono ha assegnato alla Northrop Grumman il piano di sviluppo dei nuovi velivoli senza pilota che saranno utilizzati dalle forze navali. Con la prima tranche del programma, a partire del 2015 saranno forniti 68 “Global Hawk” in versione modificata rispetto a quelli già operativi con l’US Air Force. Spesa prevista 1,16 miliardi di dollari. “Una quarantina di questi velivoli UAV saranno dislocati in cinque siti: Kaneohe, Hawaii; Jacksonville, Florida; Sigonella, Italia; Diego Garcia, Oceano Indiano, e Kadena, Okinawa”, hanno dichiarato i portavoce del Dipartimento della Difesa. “Ad essi, nelle differenti missioni navali in tutte le aree del mondo, si affiancheranno i velivoli con pilota P-8 Multi-Mission Maritime Aircraft (MMA), che stanno sostituendo i P-3 Orion in servizio dal 1962”. L’US Navy ha già preannunciato che le “front lines” per la dislocazione dei nuovi P-8 saranno le stazioni aeronavali di Diego Garcia, Souda Bay (Grecia); Masirah (Oman); Keflavik (Islanda), Roosevelt Roads (Porto Rico) e l’immancabile Sigonella.

Da A Sigonella la megacentrale di spionaggio NATO, di Antonio Mazzeo.

Editore italiano cercasi

bases-of-empire

The Bases of Empire. The Global Struggle against US Military Posts
a cura di Chaterine Lutz, Pluto Books / TNI
ISBN 978 0 7453 2832 4
Le basi militari USA nel mondo, nel punto di vista sia degli studiosi accademici che degli attivisti mobilitati contro di esse.

 

vieques

Military Power and Popular Protest. The U.S. Navy in Vieques, Puerto Rico
di Katherine T. McCaffrey, Rutgers University Press
ISBN 0-8135-3091-1
La base della US Navy a Vieques, nel Portorico, chiusa a seguito di una sollevazione di massa della popolazione locale.

 

diegogarcia

Island of Shame: The Secret History of the U.S. Military Base on Diego Garcia
di David Vine, Princeton University Press
ISBN 978-0-691-13869-5
La base di Diego Garcia, “l’isola delle meraviglie” nell’Oceano Indiano.

Tra “little Americas” e “lily pads”

“Nella sua «Revisione della posizione globale», il Pentagono suddivide ora le proprie installazioni militari in tre categorie. La prima è quella delle basi operative principali (Main Operating Bases o MOB), dove si trovano forze combattenti permanenti, vaste infrastrutture (caserme, piste aeroportuali, hangar, strutture portuali, depositi di munizioni), sedi di comando e controllo e strutture di accoglienza per le famiglie (case, scuole, ospedali e strutture ricreative). In questa categoria rientrano la base aerea di Ramstein, in Germania (con un «valore di sostituzione dell’impianto», o PRV, stimato nel 2005 a 3,4 miliardi di dollari e 10.744 addetti residenti in loco, tra militari e dipendenti civili del dipartimento della Difesa); la base aerea di Kadena, sull’isola di Okinawa, in Giappone (con un PRV di 4,7 miliardi di dollari e 9.693 addetti); la base aerea di Aviano, in Italia (con un PRV di 807,5 milioni di dollari e 4.786 addetti); e il presidio di Yongsan, a Seoul, in Corea del Sud (con un PRV di 1,3 miliardi di dollari e 12.178 addetti), che verrà presto sostituito da Camp Humphreys (con un PRV di 954,3 milioni di dollari e 5.622 addetti), situato all’estremo sud della penisola, fuori dalla portata dei missili nordcoreani.
Queste basi sono confidenzialmente ribattezzate little Americas, ma la cultura che esse riproducono non è quella mediamente prevalente negli Stati Uniti, bensì quella più particolare di posti come il South Dakota, la costa del Mississippi e Las Vegas. Per esempio, sebbene nelle nostre basi militari all’estero vivano più di centomila donne – contando quelle in servizio militare, le mogli e le parenti dei soldati – e benché l’aborto sia un diritto garantito dalla costituzione americana, nei nostri ospedali militari è vietato l’aborto. Ogni anno si registrano nelle forze armate quattordicimila casi, o tentativi, di violenza sessuale, e le donne che rimangono incinte all’estero e vogliono abortire non possono far altro che ricorrere ai servizi sanitari locali, cosa che in certe zone del nostro odierno impero non è né semplice né piacevole. Altrimenti devono tornare in patria a proprie spese.
Un’altra differenza tra le basi in patria e quelle all’estero sta nella presenza, in queste ultime, di slot machine di proprietà delle forze armate sparse nei circoli degli ufficiali e nei centri dedicati alle attività ricreative. Le forze armate incassano più di 120 milioni di dollari all’anno dalle slot machine, che creano un giro d’affari complessivo di circa 2 miliardi di dollari. Secondo Diana B. Henriques del «New York Times», «le slot machine sono state una costante della vita militare per diversi decenni. Furono bandite dalle basi militari in patria dopo una serie di scandali. Furono eliminate dalle basi dell’esercito e dell’aeronautica nel 1972, dopo che più di una dozzina di persone erano state condannate da una corte marziale per aver svaligiato delle slot machine nel Sud-Est asiatico durante la guerra del Vietnam […]. Oggi ci sono circa 4.150 moderne slot machine dotate di video in basi militari distribuite in nove paesi». Il circolo della base aerea di Ramstein, ad esempio, è strapieno di slot machine. La conseguenza è un notevole aumento, tra i militari all’estero, dei casi di compulsione al gioco d’azzardo e di famiglie rovinate.
Il secondo tipo di basi all’estero è quello dei siti operativi avanzati (Forward Operation Sites o FOS). Si tratta di installazioni militari di un certo rilievo, di cui il Pentagono cerca in tutti i modi di minimizzare l’importanza. Ben sapendo che molti stranieri vedono le strutture americane sul loro territorio come enclave imperialiste permanenti, Rumsfeld ha detto: «Stiamo cercando la formula linguistica più adatta. Sappiamo che la parola “base” non è quella giusta per definire la nostra presenza». In sostanza, i FOS sono dei MOB un po’ più in piccolo, se non fosse che nei FOS non sono ammessi i familiari degli addetti, e le truppe dovrebbero ruotare con scadenze semestrali e non triennali, come invece avviene nelle altre installazioni.
Tra gli insediamenti di questo tipo figurano, ad esempio, le strutture portuali di Sembawang, a Singapore, dove attraccano le nostre portaerei in visita (PRV di 115,9 milioni di dollari, 173 addetti) e la base aerea di Soto Cano in Honduras, che non figura nel Base Structure Report del 2005, ma è uno dei principali centri operativi a disposizione del Comando sud statunitense per esercitare la propria egemonia sull’America Latina. Altri esempi sono la base aeronavale di proprietà britannica dell’isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, che ospita i bombardieri B-2 (PRV di 2,3 miliardi di dollari, 521 addetti); la base aerea di Manas, nei pressi di Biskek, capitale del Kirghizistan, che ha un’estensione di 15 ettari, ospita 3.000 soldati e possiede una pista d’atterraggio lunga più di 4.000 metri, costruita in origine per i bombardieri sovietici; e l’ex base della Legione straniera francese a Gibuti, all’ingresso del Mar Rosso, nota anche come Camp Lemonier, che ospita 1.800 militari, perlopiù delle Forze speciali. (Visitai Gibuti nel 1962, quando era ancora una base della Legione straniera. Era un inferno e, stando a quel che ne dicono i soldati americani, lo è tuttora. Oggi accoglie una «Sensitized Compartmentalized information Facility», che è, in altre parole, un centro civile-militare da un miliardo di dollari per l’intercettazione e la raccolta di informazioni.) In passato, le basi di questo genere si sono solitamente trasformate in enclave permanenti degli Stati Uniti, indipendentemente dal nome usato dal dipartimento della Difesa per denotarle.
Il terzo tipo di basi è il più piccolo e il più sobrio. Il Pentagono ha scelto per queste installazioni il nome di Cooperative Security Locations (CSL), anche se non ha specificato in che senso siano «cooperative» o di chi sia la «sicurezza» a cui contribuiscono. Nel gergo del dipartimento della Difesa vengono chiamate lily pads, cioè «foglie di ninfea», e sono queste le basi che stiamo cercando di creare su tutto l’«arco di instabilità» globale, che si dice congiunga la regione andina, il Nordafrica, il Medio Oriente, le Filippine e l’Indonesia. In un rapporto del maggio 2005, la Commissione per le basi all’estero affermava che nei luoghi toccati da questo arco «le tensioni etniche, il fanatismo ideologico e religioso, il malgoverno e, soprattutto, l’odio nei confronti dell’Occidente in generale e degli Stati Uniti in particolare toccano un livello di molto superiore alla media». Perché questo arco di regioni debba essere il luogo ideale per l’espansione della nostra presenza militare, se non per il fatto che vi si trovano molti dei principali paesi produttori di petrolio del pianeta, non è stato chiarito.
Queste basi «a foglia di ninfea» contengono armi e munizioni preinstallate (che potrebbero anche essere trafugate o espropriate ad altri fini) e sono accessibili ai militari americani a precise condizioni negoziate in anticipo, sebbene destinate ad accogliere truppe americane solo in situazioni d’emergenza. Si tratta di luoghi che i nostri soldati possono raggiungere con un balzo, come tante rane bene armate, dal territorio americano o dalle più importanti tra le nostre basi all’estero. Una struttura di questo tipo sorge, ad esempio, a Dakar, in Senegal, dove l’aeronautica ha negoziato il diritto di atterraggio d’emergenza per i propri velivoli, accordi logistici e forniture di carburante. Nel 2003 fu utilizzata per i preparativi di un nostro limitato intervento nella guerra civile in Liberia.
Altre «foglie di ninfea» si trovano in Ghana, Gabon, Ciad, Niger, Guinea Equatoriale, nelle isole di Sào Tomé e Principe nel Golfo di Guinea ricco di petrolio, in Mauritania, in Mali e all’aeroporto internazionale di Entebbe, in Uganda, oltre che sulle isole di Aruba e Curnao, nelle Antille Olandesi, non lontano dal Venezuela. Altre sono in costruzione in Pakistan (dove già disponiamo di quattro basi più grandi), India, Thailandia, Filippine e Australia, ma anche in Nordafrica, in particolare in Marocco, Tunisia e Algeria (teatro del massacro di centinaia di migliaia di civili, dopo che nel 1992 i militari vi presero il potere, sostenuti dagli Stati Uniti e dalla Francia, annullando l’esito di un’elezione democratica vinta dal Fronte islamico di salvezza). Altre sei sono in via di realizzazione in Polonia.
Il modello di tutte queste installazioni, secondo il Pentagono, sarebbe la serie di basi che abbiamo costruito negli ultimi due decenni nel Golfo Persico, in paesi retti da autocrazie antidemocratiche come Bahrein, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, anche se le basi lì insediate sono in genere troppo vaste per poterle considerare «foglie di ninfea». Mark Sappenfield, del «Christian Science Monitor», ha osservato: «L’obiettivo […] è quello di stringere il maggior numero possibile di accordi in tutto il mondo, cosicché, quand’anche un paese dovesse cambiare idea e negare l’accesso agli Stati Uniti, il Pentagono avrà a portata di mano altre opzioni. Questo nuovo corso, però, costringerà i capi del Pentagono a dimostrarsi statisti oltre che strateghi militari».”

Estratto da Nemesi, di Chalmers Johnson, Garzanti, 2008, pp. 192-196.
Al riguardo si vedano anche La versione americana della colonia è la base militare e Soldati americani in giro per il mondo.

Diego Garcia

“Per molti di noi, Diego Garcia è quella che un tempo si sarebbe detta «un’espressione geografica» – un nome che leggiamo sempre e solo introdotto da sei parole («i bombardieri partiti dalla base di») e seguito, al massimo, da tre («nell’Oceano Indiano»). E si capisce abbastanza bene come per Simon Winchester, dopo trent’anni di reportage su eventi quali la guerra delle Falkland, la caduta dei Marcos e la morte di Pol Pot, due romanzi dedicati a forme diverse di delirio classificatorio o cartografico, un terzo in corso sull’eruzione del vulcano Krakatoa, la tentazione di raccontare lo scabroso paradosso di questo non luogo sia stata troppo forte. Il risultato è un’inchiesta difficile, più volte interrotta, forzatamente lacunosa – che tuttavia proietta, su quell’atollo vuoto e lontano, ombre non meno inquietanti di quelle dei B 52 in partenza per l’Asia centrale.”

Il testo integrale del reportage di Simon Winchester è qui.

L’isola delle meraviglie

Se i bombardieri B52, B1 e B2 decollano dalle nostre terre per portare “democrazia e libertà” in tutto il mondo, per quale ragione esse devono rimanere assenti nelle isole Chagos? Può qualcuno portarle a milioni di persone e chilometri quadrati quando è incapace di farlo in 60 kmq?
Nicole Besage

Chagos è un arcipelago situato nell’Oceano Indiano, a sud delle Maldive ed a nord-est rispetto all’isola di Mauritius, distante circa milleseicento chilometri dalle coste indiane. Queste isole, insieme ad altri piccoli arcipelaghi, formano dal 1965 il Territorio Britannico dell’Oceano Indiano (BIOT, secondo l’acronimo in lingua inglese).
Destinate a colonia penale dai francesi, le isole – i cui primi insediamenti di schiavi prelevati da Somalia, Mozambico e Madagascar risalgono alla fine del diciottesimo secolo – scoprirono la loro vocazione nella modesta produzione dell’olio di palma da cocco. Sconfitto Napoleone, le Seychelles e Mauritius – alla quale amministrativamente appartenevano le Chagos – divennero britanniche, fino a quando, con la decolonizzazione, si trasformarono in Stati sovrani associati al Commonwealth.
Sono gli anni della crisi di Cuba, della nuova minaccia rappresentata dalla Cina di Mao che si aggiungeva alla crescente influenza sovietica in Africa Orientale. Con l’impero britannico in ritiro progressivo dai territori ad oriente di Aden, le Chagos assumono una straordinaria importanza strategica per gli Stati Uniti d’America, alla ricerca di un ancoraggio sicuro nell’Oceano Indiano. Nel 1964, il primo ministro inglese Harold Wilson ed il presidente americano Lyndon Johnson avviano colloqui segreti che portano ad un accordo (cinquantennale, valido fino al 2016, ma rinnovabile per altri 20 anni) per l’insediamento sulla principale delle Chagos, l’isola di Diego Garcia (che trae il proprio nome da un navigatore portoghese del XVI° secolo) di una piccola stazione per le telecomunicazioni. In cambio, Londra godrà di un enorme sconto pari a 14 miliardi di dollari sull’acquisto di missili Polaris da installare nei propri sottomarini nucleari. Ma ci sono alcune questioni da risolvere.
La prima, preliminare, consisteva nel sottrarre le Chagos alla sovranità di Mauritius, che divenuta indipendente avrebbe legittimamente potuto rivendicarle. Si giunse quindi alla decisione di concedere l’indipendenza a Mauritius ma non alle Chagos, che andavano invece a formare una nuova colonia di Sua Maestà Britannica (il BIOT, appunto). A Mauritius veniva concesso anche un sussidio pari a 3 milioni di sterline per accogliere i rifugiati. Quali? E’ presto detto.
Prima di venire ceduti agli statunitensi le isole andavano, come si diceva nei documenti dell’epoca, “ripulite e bonificate”. Vi abitavano infatti circa 1.500 discendenti degli originari schiavi, di lingua creola, ma l’ammiraglio Elmo Zumwait, all’epoca capo delle operazioni della US Navy, non tollerava che ci fossero “abitanti suscettibili all’influenza della propaganda comunista e che potessero porre problemi politici”. La prima mossa fu quella di certificare all’ONU che le isole rappresentassero poco più che scogli, abitate solo da “lavoratori a tempo determinato” i cui contratti potevano venire rescissi invitandoli a lasciare l’isola. Una parte degli abitanti venne quindi abbindolata con viaggi premio a Mauritius, distante cinque giorni di navigazione, per poi apprendere – una volta giunti a destinazione – che il ritorno sarebbe stato loro interdetto per sempre. Quelli rimasti in patria tentarono di resistere, ma gradualmente vennero privati di ogni mezzo di comunicazione e sostentamento. Gli ultimi isolani furono deportati nel 1973 e l’anno seguente un memorandum congiunto USA-Gran Bretagna stabiliva che “sull’isola non c’è alcuna popolazione nativa”.
I lavori per quella che diventerà una tra le più importanti basi militari statunitensi nel mondo erano comunque già iniziati nel 1971, per poi assumere un ritmo sempre più spedito a partire dal 1979, successivamente alla caduta dello Scià di Persia ed alla nascita della Repubblica Islamica dell’Iran.
La prima Guerra del Golfo del 1991 rappresenta il momento di maggiore attività operativa da parte della base di Diego Garcia, che risulta un importante centro logistico anche nell’ambito dell’intervento in Afghanistan del 2001 e nella seconda Guerra del Golfo del 2003.

Sulle cartine geografiche, l’atollo di Diego Garcia assomiglia all’impronta di un piede, tanto è vero che la torre dell’acquedotto posto all’ingresso della baia è decorata con una scritta che recita: “Diego Garcia, the Footprint of Freedom” (l’Impronta della Libertà). Grazie al divieto di qualsiasi insediamento umano, è un paradiso naturale in perfetto stato di conservazione. L’isola è in pratica un lingua di terra alta poco più di un metro sul livello del mare, dove oggi vivono circa quattromila persone fra militari e civili, questi ultimi per lo più provenienti dalle Filippine e da Singapore. Rappresenta una delle destinazione favorite tra i giovani militari, che nel tempo libero vi si possono dedicare alla pesca, al windsurf, allo snorkelling nonché al golf, nel relativo campo a nove buche.
E’ dotata di due piste da cinque chilometri ciascuna, di due rifugi nucleari nonché di hangar climatizzati per i bombardieri “invisibili” B2, mentre gli alti fondali della laguna consentono l’ormeggio anche a trenta unità navali (sommergibili compresi) contemporaneamente. La massima autorità residente è un ufficiale britannico della Marina, coadiuvato da una ventina di fanti, da sei poliziotti ed un paio di doganieri.
Negli ultimi tempi hanno cominciato a circolare notizie insistenti sulla possibilità che vi siano stati detenuti, nella prigione denominata Camp Justice oppure a bordo di imbarcazioni al largo delle sue coste, sospetti terroristi. Una conferma in tal senso è venuta da un generale statunitense in pensione, Barry McCaffrey, ora docente all’accademia militare di West Point.

Dopo aver riconosciuto, con lo sbalorditivo verdetto del 3 novembre 2000, il carattere illegale dell’espulsione degli abitanti delle Chagos ed il loro diritto, in linea di principio, a ritornare nelle proprie terre, nel settembre 2003 l’Alta Corte britannica ha respinto le richieste in questo senso. Nel giugno 2004, il governo britannico ha confermato la decisione di impedire indefinitamente il ritorno. Ha fatto opportunamente tesoro delle osservazioni fatte pervenire, il 21 giugno 2001, dal Sottosegretario di Stato statunitense Eric Newson al suo pari grado britannico Richard Wilkinson, secondo le quali nuovi insediamenti nelle isole intorno a Diego Garcia avrebbero potuto contribuire ad “interrompere, danneggiare o mettere a rischio le operazioni militari di vitale importanza” condotte presso la base.
Nel maggio 2007, la Corte di Appello britannica ha infine stabilito che il diritto di tornare alle proprie case è “una delle più importanti libertà riconosciute agli esseri umani”.