Nell’Europa chiusa per il virus la UE apre le porte all’esercito USA

I ministri della Difesa dei 27 Paesi della UE, 22 dei quali membri della NATO, si sono incontrati il 4-5 marzo a Zagabria in Croazia. Tema centrale della riunione (cui ha partecipato per l’Italia il ministro Guerini del PD) non è stato come affrontare la crisi da Coronavirus che blocca la mobilità civile, ma come incrementare la «mobilità militare».
Test decisivo è l’esercitazione Defender Europe 20 (Difensore dell’Europa 2020), in aprile e maggio. Il segretario generale della NATO Stoltenberg, che ha partecipato alla riunione UE, la definisce «il più grande spiegamento di forze USA in Europa dalla fine della Guerra Fredda».
Stanno arrivando dagli USA in Europa – comunica lo US Army Europe (Esercito USA in Europa) – i 20.000 soldati che. insieme ad altri 10.000 già presenti e a 7.000 di alleati NATO, «si spargeranno attraverso la regione europea».
Le forze USA portano con sé 33.000 pezzi di equipaggiamento militare, dagli armamenti personali ai carrarmati Abrams. Occorrono quindi adeguate infrastrutture per il loro trasporto.
C’è però un problema, evidenziato in un rapporto del Parlamento Europeo (febbraio 2020): «Dagli anni Novanta le infrastrutture europee sono state sviluppate puramente a scopi civili. La mobilità militare è però ritornata ad essere una questione chiave per la NATO. Poiché la NATO manca degli strumenti per migliorare la mobilità militare in Europa, l’Unione Europea, che ha gli strumenti legislativi e finanziari per farlo, svolge un ruolo indispensabile».
Il Piano d’azione sulla mobilità militare, presentato dalla Commissione Europea nel 2018, prevede di modificare «le infrastrutture non adatte al peso o alle dimensioni dei mezzi militari». Ad esempio, se un ponte non può reggere il peso di una colonna di carrarmati, deve essere rafforzato o ricostruito.
In base a tale criterio, la prova di carico del nuovo ponte, che a Genova sostituirà il ponte Morandi crollato, dovrebbe essere fatta con carrarmati Abrams da 70 tonnellate.
Tali modifiche, inutili per usi civili, comportano forti spese a carico dei Paesi membri, con un «possibile contributo finanziario UE». La Commissione Europea ha destinato a tale scopo un primo stanziamento di 30 miliardi di euro, denaro pubblico proveniente dalle nostre tasche.
Il Piano prevede inoltre di «semplificare le formalità doganali per le operazioni militari e il trasporto di merci pericolose di tipo militare». Lo US Army Europe ha richiesto l’istituzione di «un’Area Schengen militare», con la differenza che a circolare liberamente non sono persone ma carrarmati.
L’esercitazione Defender Europe 20 – è stato detto all’incontro di Zagabria – permetterà di «individuare nella mobilità militare qualsiasi strozzatura, che la UE dovrà rimuovere». La rete dei trasporti UE sarà quindi testata da 30.000 soldati USA, che «si spargeranno attraverso la regione europea», esentati dalle norme sul Coronavirus.
Lo conferma il video dello US Army Europe sull’arrivo in Baviera, il 6 marzo, dei primi 200 soldati USA: mentre in Lombardia, a poche centinaia di km di distanza, vigono le norme più severe, in Baviera – dove si è verificato il primo contagio europeo di Coronavirus – i soldati USA, scesi dall’aereo, stringono le mani delle autorità tedesche e abbracciano i commilitoni senza alcuna mascherina.
Sorge spontanea la domanda: forse sono già vaccinati contro il Coronavirus?
Ci si domanda inoltre che scopo abbia «il più grande spiegamento di forze USA in Europa dalla fine della Guerra Fredda», ufficialmente per «proteggere l’Europa da qualsiasi potenziale minaccia» (con chiaro riferimento alla «minaccia russa»), nel momento in cui l’Europa è in crisi per la minaccia del Coronavirus (c’è un caso perfino nel Quartier generale NATO a Bruxelles).
E poiché lo US Army Europe comunica che «movimenti di truppe ed equipaggiamenti in Europa dureranno fino a luglio», ci si domanda se tutti i 20.000 soldati USA ritorneranno in patria o se una parte resterà invece qui con i suoi armamenti.
Il Difensore non sarà mica l’Invasore dell’Europa?
Manlio Dinucci

(Fonte)

N.B: l’Italia, tramite il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, ha comunicato che non parteciperà all’esercitazione Defender Europe 20 perché “gli uomini e le donne della Difesa sono in campo senza sosta per fronteggiare, in questo delicato momento, l’emergenza sanitaria e per garantire l’attuazione delle importanti delibere decise del governo”.

Il Libro (del golpe) Bianco

ospedali in difesa
Mentre i riflettori mediatici erano puntati su Sanremo, dove si è esibita anche la ministra della Difesa Roberta Pinotti cantando le lodi delle missioni militari che «riportano la pace», il Consiglio dei Ministri ha approvato il 10 febbraio il disegno di legge che consentirà l’implementazione del «Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa» a firma della ministra Pinotti, delegando al governo «la revisione del modello operativo delle Forze Armate».
Revisione, in senso «migliorativo», di quello attuato nelle guerre cui l’Italia ha partecipato dal 1991, violando la propria Costituzione. Dopo essere passato per 25 anni da un governo all’altro, con la complicità di un parlamento quasi del tutto acconsenziente o inerte che non lo mai discusso in quanto tale, ora sta per diventare legge dello Stato. Un golpe bianco, che sta passando sotto silenzio.
Alle Forze Armate vengono assegnate quattro missioni, che stravolgono completamente la Costituzione. La difesa della Patria stabilita dall’Art. 52 viene riformulata, nella prima missione, quale difesa degli «interessi vitali del Paese». Da qui la seconda missione: «contributo alla difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica e al mantenimento della stabilità nelle aree incidenti sul Mare Mediterraneo, al fine della tutela degli interessi vitali o strategici del Paese».
Il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, stabilito dall’Art. 11, viene sostituito nella terza missione dalla «gestione delle crisi al di fuori delle aree di prioritario intervento, al fine di garantire la pace e la legalità internazionale».
Il Libro Bianco demolisce in tal modo i pilastri costituzionali della Repubblica italiana, che viene riconfigurata quale potenza che si arroga il diritto di intervenire militarmente nelle aree prospicienti il Mediterraneo – Nordafrica, Medioriente, Balcani – a sostegno dei propri interessi economici e strategici, e , al di fuori di tali aree, ovunque nel mondo siano in gioco gli interessi dell’Occidente rappresentati dalla NATO sotto comando degli Stati Uniti.
Funzionale a tutto questo è la Legge quadro entrata in vigore nel 2016, che istituzionalizza le missioni militari all’estero, costituendo per il loro finanziamento un fondo specifico presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Infine, come quarta missione, si affida alle Forze Armate sul piano interno la «salvaguardia delle libere istituzioni», con «compiti specifici in casi di straordinaria necessità ed urgenza», formula vaga che si presta a misure autoritarie e a strategie eversive.
Il nuovo modello accresce fortemente i poteri del Capo di Stato Maggiore della Difesa anche sotto il profilo tecnico-amministrativo e, allo stesso tempo, apre le porte delle Forze Armate a «dirigenti provenienti dal settore privato» che potranno ricoprire gli incarichi di Segretario Generale, responsabile dell’area tecnico-amministrativa della Difesa, e di Direttore nazionale degli armamenti. Incarichi chiave che permetteranno ai potenti gruppi dell’industria militare di entrare con funzioni dirigenti nelle Forze Armate e di pilotarle secondo i loro interessi legati alla guerra.
L’industria militare viene definita nel Libro Bianco «pilastro del Sistema Paese» poiché «contribuisce, attraverso le esportazioni, al riequilibrio della bilancia commerciale e alla promozione di prodotti dell’industria nazionale in settori ad alta remunerazione», creando «posti di lavoro qualificati».
Non resta che riscrivere l’Art. 1 della Costituzione, precisando che la nostra è una Repubblica, un tempo democratica, fondata sul lavoro dell’industria bellica.
Manlio Dinucci

Fonte

Il Pentagono conclude che l’America non è sicura se non conquista il mondo. Il piano di guerra USA contro la Russia

obama-speech-united-nations-2014-ebola-russia-islamic-state

Il Pentagono ha rilasciato la sua “Strategia militare nazionale degli Stati Uniti d’America 2015” in giugno.

Il documento annuncia un cambio di obiettivo, dai terroristi ad “attori statuali” che stanno “sfidando le norme internazionali”. E’ importante capire cosa queste parole significhino. I governi che sfidano le norme internazionali sono nazioni sovrane che perseguono politiche indipendentemente dalle linee di Washington. Questi “Stati revisionisti” sono minacce non perché pianifichino di attaccare gli Stati Uniti, che il Pentagono ammette non sia un obiettivo né della Russia né della Cina, ma perché essi sono indipendenti.
Siate sicuri di cogliere il punto: la minaccia è l’esistenza di Stati sovrani la cui indipendenza di azione li rende “Stati revisionisti”. In altre parole, la loro indipendenza è in disaccordo con la dottrina neoconservatrice di “Unica Potenza”, che dichiara che le azioni indipendenti siano un diritto solo di Washington. L’egemonia data a Washington dalla storia preclude ad ogni altra nazione la possibilità di essere indipendente nelle sue azioni. Per definizione, una nazione con una politica estera indipendente da Washington è una minaccia.
Il rapporto del Pentagono definisce come “Stati revisionisti” la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord. L’obiettivo primario è posto sulla Russia. Washington spera di cooptare la Cina, nonostante le “tensioni nell’area Asia-Pacifico” causate dalla difesa cinese della sua sfera di influenza, una difesa “incoerente con il diritto internazionale” (questo detto dagli USA, grandi violatori del diritto internazionale), girando quello che rimane del mercato dei consumatori americani alla Cina. Non è ancora certo che l’Iran sia scampato allo stesso destino che Washington ha imposto all’Irak, all’Afghanistan, alla Libia, alla Siria, alla Somalia, allo Yemen, al Pakistan, all’Ucraina e, attraverso la sua complicità, alla Palestina.
Il rapporto è sufficientemente audace nella sua ipocrisia, come del resto ogni documento di Washington, da dichiarare che la Casa Bianca e i suoi vassalli “sostengono le istituzioni e i processi dedicati alla prevenzione dei conflitti, al rispetto della sovranità e al rafforzamento dei diritti umani.” Questo detto dall’apparato militare di un governo che ha invaso, bombardato e rovesciato 11 governi, uccidendo e costringendo all’esodo milioni di persone dal regime di Clinton a quello attuale che sta lavorando per rovesciare governi in Armenia, Kirghizistan, Ecuador, Venezuela, Bolivia, Brasile, e Argentina.
Nel documento del Pentagono, la Russia è sotto attacco per non aver agito “in accordo con le norme internazionali” che significa che la Russia non segue l’egemonia di Washington e non si comporta come un vassallo, che è il comportamento da riservare all’Unica Potenza.
In altre parole, questo è un rapporto scritto dai Neoconservatori al fine di fomentare la guerra con la Russia.
Nient’altro può essere detto in merito a questo rapporto del Pentagono, che giustifica la guerra a oltranza finché nessuno esista. Senza guerra e conquiste gli Stati Uniti non sono sicuri. Questo percorso verso una fine del mondo nucleare viene ripetuto in maniera martellante ogni giorno nelle teste degli Americani e dei vassalli europei dalle agenzie di stampa occidentali. “La guerra ci rende sicuri!”.
Il modo di Washington di guardare alla Russia è lo stesso che Catone il Censore riservava a Cartagine. Catone finiva ogni suo discorso al Senato Romano con la frase “Carthago delenda est”.
Questo rapporto del Pentagono ci dice che la guerra con la Russia è il nostro futuro a meno che la Russia non accetti di diventare uno Stato vassallo come ogni altro Paese in Europa, il Canada, l’Australia, l’Ucraina e il Giappone. Altrimenti, i Neoconservatori hanno deciso che è impossibile per gli Americani tollerare di vivere in un mondo in cui gli altri Paesi prendano decisioni indipendentemente da Washington. Se l’America non può essere l’Unica Potenza che decide per il mondo, meglio che si muoia tutti. Almeno è quanto mostreranno i Russi.
Paul Craig Roberts

Fonte – traduzione di M. Janigro

F-35: è il momento di uscirne

FELLINI AIR FORCE“Se l’F-35 diverrà davvero operativo e manterrà le promesse circa caratteristiche e prestazioni, le capacità di cui tanto si parla saranno quelle di mettere le nostre forze armate per i prossini 50 anni in condizione di totale sudditanza e dipendenza dagli Stati Uniti. Una superpotenza che mai come oggi opera su scala globale contro gli interessi dell’Italia e dell’Europa come è apparso chiaro negli ultimi anni a chiunque non sia cieco o in mala fede guardando al ruolo di Washington dalla Libia alla Siria, dall’Ucraina all’Iraq.
Se all’acquisizione degli F-35 aggiungiamo poi la volontà della Marina di equipaggiare i nuovi “pattugliatori d’altura” (ma non sarebbe meglio chiamarli con il più realistico anche se meno “dual use” termine di cacciatorpediniere?) con il sistema antimissile americano Aegis (radar SPY-1 e missili Standard) il tentativo di far diventare le nostre forze armate una succursale di quelle statunitensi è evidente. Ovviamente i costi li paghiamo noi mentre gli americani incasseranno le commesse di prodotti “made in USA” e risparmieranno in termini di dispiegamento di forze oltremare. Come abbiamo più volte ribadito gli interessi italiani, strategici e industriali, si tutelano completando la commessa degli Eurofighter Typhoon che sono perfettamente in grado di compiere operazioni di attacco come ben sanno tutte le aeronautiche che lo impiegano tranne la nostra, che finge di non saperlo e dice di considerarlo solo un caccia ma poi gli imbarcherà sopra il missile da crociera Storm Shadow, arma strategica per l’attacco a lungo raggio contro obiettivi terrestri che non entra nella stiva dell’F-35 progettata (ma guarda un po’) per imbarcare solo armi americane.
(…)
Restando in Italia basta invece dare un’occhiata al bilancio della Difesa dei prossimi anni per rendersi conto che l’F-35 non possiamo permettercelo.
A Roma si riempiono la bocca con le “Linee guida” del Libro Bianco ma è tutto fumo perché non ci sono e non ci saranno risorse per mantenere l’attuale struttura militare già alla paralisi, figuriamoci se potremmo permetterci qualcosa di meglio o forze aeree basate su due macchine da combattimento costose come il Typhoon e l’F-35. Basta leggere la tabella riportata nel Documento Programmatico Pluriennale del Ministero della Difesa (che sarà oggetto di un prossimo approfondimento) per rendersi conto che nei prossimi anni i fondi per la Funzione Difesa scenderanno sotto i 14 miliardi annui.
La percentuale del PIL dedicata alla Difesa calerà dall’attuale 0,87 allo 0,80 nel 2016 e ben difficilmente il governo Renzi dedicherà la necessaria attenzione alle forze armate, forse considerate utili per i buonismi da Mare Nostrum ma non percepite come strumento per la tutela degli interessi nazionali dall’approccio da boy-scout che caratterizza l’attuale esecutivo.
Ricordate le tante belle chiacchiere sulla riforma Di Paola e i “miracoli” derivanti dalla riduzione del personale da 183 mila a 150 mila effettivi? Un’iniziativa definita necessaria a liberare risorse per Esercizio e Investimenti migliorando l’efficienza delle forze armate.
Ebbene, le spese per il Personale aumenteranno da 9,55 miliardi di quest’anno a 9,78 negli anni 2015 e 2016 raggiungendo il 70 per cento dello stanziamento per la Funzione Difesa. Se poi si tiene conto che l’aumento di questa voce di spesa risulta contenuto dal pagamento con ritardi biblici di ogni forma di straodinario e indennità d’impiego e soprattutto dal blocco degli stipendi dei militari e di quasi tutti i pubblici dipendenti in atto ormai da quattro anni appare chiaro come ogni ipotesi di riformare lo strumento militare con le risorse oggi disponibili risulti del tutto inattendibile.
Dovremmo rassegnarci all’idea che la Difesa si inginocchi agli ordini del Pentagono, compri 90 (o 65) F-35 ma continui a non adeguare gli stipendi dei militari e a ritardare all’infinito il pagamento di indennità e straordinari?
(…)
Forze armate che hanno budget tripli ai nostri, come quelle di Germania e Francia, configurano le flotte di aerei da combattimento su un solo velivolo (Typhoon e Rafale) e noi italiani vogliamo averne due? Come Analisi Difesa ha più volte ribadito se anche riuscissimo a comprare un numero deguato di F-35 non avremo i soldi per fare il pieno di carburante e per la manutenzione che sarà molto più costosa di quanto previsto inizialmente. Il governo spagnolo ha appena respinto con realismo l’ipotesi di acquistare una ventina di F-35B per rimpiazzare gli Harrier imbarcati che verranno aggiornati per prolungarne la vita utile. Una strada che dovrebbe forse percorrere anche la nostra Marina per gestire meglio le magre risorse e perché l’AV-8B ammodernato sarà ancora a lungo sufficiente a colpire con efficacia ogni nostro potenziale nemico.
Il Programma F-35 non è quindi un buon affare per noi sotto nessun punto di vista: azzera la sovranità nazionale, pone la nostra industria alle dipendenze di Lockheed Martin e azzoppa definitivamente le forze aeree con un velivolo che non riusciremo a gestire. Sul piano dei ritorni industriali la situazione non è migliore: produrremo poche ali (l’unico contratto firmato finora da Alenia Aermacchi riguarda una ventina di ali per 140 milioni di dollari contro le 1.200 ali promesse) e qualche “bullone” realizzato da una quarantina di piccole e medie imprese. Nulla di sofisticato e non avremo ritorni nel campo del know-how dal momento che le tecnologie avanzate del velivolo verranno trattare solo da personale statunitense in aree “US Only” (ma pagate dai contribuenti italiani) dello stabilimento di Cameri. Persino il numero di aerei che verranno assemblati alla FACO è talmente ridotto da rendere lo stabilimento improduttivo: l’Italia scenderà da 131 esemplari a 90 o ancor meno e l’Olanda è già scesa da 85 a 37 la cui manutenzione verrà forse effettuata in Gran Bretagna.
(…)
Rivendiamo agli Stati Uniti o ad altri Paesi gli aerei già acquisiti, trattiamo con Lockheed Martin la vendita o l’affitto della FACO per la manutenzione dei jet delle forze americane in Europa o di altri Paesi alleati. Anche indennizzando le piccole e medie imprese italiane già coinvolte nel programma e completando la commessa del Typhoon ad Alenia Aermacchi otterremmo un forte risparmio, guadagneremmo in autonomia strategica e industriale e potremmo rilanciare quella cooperazione europea di cui da anni tutti i politici vanno blaterando. E poi, quale migliore occasione del semestre di presidenza dell’Unione Europea per annunciare l’uscita dell’Italia dal programma americano più costoso e (per ora) fallimentare della storia?”

Da Limitiamo i danni e rinunciamo ora all’F-35, di Gianandrea Gaiani.

La Difesa in crisi di identità

10177532_862656523762149_3331050011974390149_nSul risultato non ci sarà poi molto da discutere. Che l’ambiente alla fine risulti pulito, che i migranti trovino interpreti al loro approdo e si sentano bene accolti in terra straniera, che la Difesa finisca per corrispondere maggiormente ai desideri della popolazione, piuttosto che a un fine superiore basato su una visione strategica, insomma, tutto questo alla fine ci farà sentire felici cittadini di un paese democratico.
Tuttavia qualche pulcetta viene da farla. Soprattutto quando la perplessità di fronte a certe scelte davvero non si può nascondere.
È il caso dell’ennesimo esempio di utilizzo dell’Esercito per fare le pulizie, della individuazione di mediatori culturali militari da mettere sulle spiagge di Lampedusa, dell’invito a esprimere il proprio parere online in merito alle direttive che la Difesa dovrà intraprendere, e che pubblicherà poi sul suo Libro Bianco.
Giusto per fare riferimento agli ultimi casi di cronaca, intendiamoci. E non si tratta di interventi di pubblica calamità, tutt’al più di una certa pubblica e limitata utilità, se proprio vogliamo essere speculativi. Continua a leggere

Le cause della morte sono da accertare

Agostino.Infante.tencol

Il tenente colonnello dell’Esercito Agostino Infante, al comando del CERT Difesa dal settembre 2012 all’aprile 2014, come si legge dal suo profilo LinkedIn, considerato uno dei massimi esperti della Difesa nel settore informatico, è stato trovato privo di vita nella camera dell’hotel in cui alloggiava a Budapest nell’ambito della sua partecipazione a una conferenza NATO sui sistemi informatici e la loro sicurezza.
La notizia è stata diffusa nella serata di ieri, 13 giugno, da fonti web di Castellammare di Stabia, Napoli, paese di origine del colonnello Infante; dal Mattino, quotidiano di Napoli, e da RaiNews .
Il tenente colonnello Infante, 46 anni, abitante a Milano con la famiglia, era in Ungheria in missione NATO, in rappresentanza dell’Italia, per una conferenza sugli aggiornamenti dei sistemi di sicurezza informatici. Era a Budapest da lunedì. E’ stato trovato senza vita nel letto dell’albergo in cui alloggiava, spiega RaiNews, che riporta anche il cordoglio della Difesa nelle parole del sottosegretario Domenico Rossi: “La notizia della morte dell’alto ufficiale dell’Esercito, Agostino Infante, avvenuta a Budapest, sede della missione dove si trovava il tenente colonnello, mi ha profondamente addolorato come ogni volta in cui muore un servitore dello Stato”.
Il tenente colonnello era al comando C4 della Difesa, sistemi informatici di sicurezza, e operava per la NATO. Era entrato nell’Esercito dopo aver frequentato l’Accademia di Modena, poi era entrato nella NATO di Napoli e da qui era stato inviato a Bruxelles, “dove era stato formato da un generale americano” si legge da RaiNews . Ha comandato il battaglione della caserma Frejus di Torino.
Le cause della morte sono da accertare. La salma dell’ufficiale rientrerà in Italia dopo l’autopsia, che è prevista per lunedì o martedì prossimo.

Fonte

Oggetto: uscita dal Patto Atlantico (N.A.T.O.)

natojoinus

Riceviamo e, molto volentieri, pubblichiamo:

“(…)
Valutato che proprio in questi giorni, la pericolosa escalation delle dichiarazioni del Presidente americano Obama contro il Governo Russo sta portando dalla crisi diplomatica internazionale alla terza guerra mondiale a rischio nucleare, usando la NATO come braccio armato degli USA. Questo degenerato Patto Atlantico sta trascinando oggi l’Italia in un conflitto che va contro i nostri stessi interessi economici e strategici (come già in Libia); un conflitto alle porte di casa, contro la più grande potenza nucleare del mondo, necessario solo alle ‘smodate ambizioni del Governo degli Stati Uniti, impazzito di fronte alla prospettiva del proprio collasso monetario e morale’.
Ricordando che l’articolo 11 della Costituzione Italiana cita testualmente: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, e per questo, nel nostro Governo è sempre stato previsto il Ministero della Difesa (e non della Guerra).
Tutto ciò premesso,
si impegna il Sindaco e la Giunta comunale
1. ad attivarsi in tutte le sedi istituzionali per sostenere l’uscita dell’Italia dal Patto Atlantico, e quindi ribadendo che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”;
2. ad inviare l’ordine del giorno a tutti i Parlamentari, affinché sollecitino il Governo ad agire prima che sia troppo tardi.”

Il testo completo della mozione presentata in data odierna, lunedì 31 Marzo 2014, dal consigliere del Comune di Riva del Garda (TN) per la Lega Nord Trentino, Francescomaria Bacchin, è qui.

Roberta Pinotti e i costi della sovranità ceduta

2f8bcdeb-824c-4b45-9fec-a0ae2ac7bf3e004Medium
Il tira e molla sulla questione F-35 cui stiamo assistendo in questi ultimi giorni, a partire dalla sua apparizione nel salotto televisivo preferito dalla sinistra di governo, quello condotto dal conterraneo Fabio Fazio, ribadisce ciò che ai più avveduti era noto da tempo, e cioè l’improvvisazione che contraddistingue l’operato del neoministro della Difesa, la genovese Roberta Pinotti.
Il compianto Giancarlo Chetoni, in un suo articolo del Dicembre 2009 durante l’ultimo governo del Cavaliere di Arcore, parlando del generale Del Vecchio, sottolineava come la sua vasta esperienza militare nei ranghi della NATO gli avesse procurato l’elezione a senatore nelle file del PD, a scapito del collega Fabio Mini, voce eccessivamente critica nei confronti delle politiche militari degli esecutivi di centro-destra e centro-sinistra succedutisi nel corso degli anni.
E aggiungeva: “[Del Vecchio] Lavorerà in coppia con Roberta Pinotti, la parlamentare ligure responsabile del settore Difesa di Bersani, che durante il governo Prodi fu promossa per la sua totale e manifesta incompetenza a presidente della IV° Commissione della Camera nella XV° legislatura per lanciare un segnale di disponibilità e di collaborazione della maggioranza PD-Ulivo al PdL, dove si distinse per un rapporto di lavoro particolarmente intenso ed amichevole con il sulfureo presidente dell’ISTRID on. Giuseppe Cossiga di Forza Italia, figlio di Francesco, per poi passare nel corso della XVI° a fare altrettanto con La Russa, questa volta da rappresentante a Palazzo Madama. Sarà lo stesso Ministro della Difesa a dichiarare la sua riconoscenza alla Pinotti a Montecitorio ed a ribadirlo nel salotto di Bruno Vespa.
Ecco cosa ha scritto su ComedonChisciotte una sua ex collaboratrice: “La conobbi la prima volta nella sede della FLM di Largo della Zecca negli anni ’80 durante una riunione sindacale (io ero delegata della RSU dove lavoravo). Caspiterina! Da sostenitrice delle lavoratrici me la ritrovo guerrafondaia. Ripeto, se lo avessi saputo che ci saremmo ridotte così mi sarei iscritta ad un corso di cucina o di taglio e cucito.”
Il declino ormai inarrestabile, organizzativo, politico, etico del Partito Democratico nasce anche da queste prese d’atto.”
Non a caso.
Aprendo il nostro armadio, abbiamo ritrovato uno scheletro che vogliamo ora esporre ai lettori confidando nella comprensione postuma dell’amico Giancarlo, anch’egli ben consapevole che i veri costi che nessuno taglia (erano e) sono quelli della sovranità ceduta.
Poche settimane prima di scrivere quel pezzo, infatti, Chetoni aveva inviato una missiva all’attenzione della senatrice Pinotti, allora Responsabile nazionale Dipartimento Difesa del PD, in relazione a una notizia pubblicata sul sito di quest’ultima, opportunamente fatta scomparire.
Con la sua sagacia tutta labronica, e intitolando il proprio messaggio “ti serve un corso intensivo”, Chetoni le scriveva: “Mia cara e divertentissima Pinotti, dovevi continuare a fare l’insegnante invece che presiedere (si fa per dire) la Commissione Difesa della Camera, prima, ed occuparti, dopo, di difesa come ministra ombra del PD. Oltre che fare dichiarazioni francamente vergognose dimostri davvero sulla materia di non capirci una pippa. Ma chi te l’ha detto che con i Predator si riesce ad individuare gli ordigni esplosivi? La Russa, quello dell’auricchio “piccanto”? Roba da matti! Ti hanno scelto apposta perché serviva una “peones” ampiamente sprovveduta e facilmente lavorabile. Consiglio a te, Franceschini & soci del PD e del PdL l’uso, intensivo, di un bel cartone, pieno, di perette di glicerina, a settimana.”
La Pinotti, probabilmente per il tramite della propria segreteria personale, ebbe a rispondere con un laconico (e “imbarazzato”, notava Giancarlo nel girarci la corrispondenza) “Al mio simpaticissimo estimatore: il suggerimento non è di La Russa, infatti lui ci manda i Tornado”.
Da parte nostra, a quasi cinque anni di distanza e ora che ella riveste la massima carica ministeriale, non resta altro che rinnovare quell’invito.
Federico Roberti

Un bilancio sostanzialmente fallimentare

cotti

L’intervento di Roberto Cotti, Movimento 5 Stelle, in occasione dell’audizione del ministro della Difesa Mario Mauro presso le Commissioni riunite di Camera e Senato, svoltasi lo scorso 15 Maggio.

“Signor Ministro, la sua relazione programmatica si colloca in continuità con la politica operata negli ultimi due decenni, una politica che non ha funzionato e che ora palesa tutte le sue lacune.
A distanza di quasi venticinque anni dal nuovo modello di difesa e dal rilancio dalla NATO, il bilancio che ci troviamo davanti è sostanzialmente fallimentare. La guerra, infatti, è stata sdoganata dalla politica come cosa normale per la risoluzione dei problemi. L’ONU è stata marginalizzata e colpita nel suo prestigio e il senso di insicurezza ha continuato a crescere, aumentando le aree di destabilizzazione e di conflitti armati. La riabilitazione di quella guerra, così solennemente ripudiata dall’articolo 11 della Costituzione e dalla Carta delle Nazioni Unite, ha attraversato tutti questi venticinque anni: dalla ex-Jugoslavia, passando per le guerre del Golfo, fino all’Afghanistan.
Secondo lo spirito dell’articolo 11 della nostra Costituzione, infatti, la nostra attività militare dovrebbe essere orientata alla difesa del nostro popolo e della nostra terra. Appare invece sempre più evidente che il modello di cosiddetta «difesa» che l’Italia attua è fondato sul meticoloso addestramento delle nostre Forze armate ad attività tendenzialmente offensive, come testimoniano il tipo di esercitazioni che si svolgono nei nostri poligoni e le oltre venti missioni militari in corso nei luoghi più disparati del mondo (le cosiddette «missioni di pace», per alcune delle quali vengono spese somme talmente alte che, se venissero destinate all’aiuto delle popolazioni coinvolte, probabilmente sarebbero in grado di risolvere quegli stessi conflitti in modo pacifico, o addirittura di prevenirli).
Nella politica della Difesa di questi due decenni le larghe intese ci sono sempre state. Centrosinistra e centrodestra hanno entrambi sposato il nuovo modello di difesa, con il suo corollario di nuovi costosissimi sistemi d’arma, spedizioni militari e partecipazione attiva delle nostre Forze armate nei teatri di guerra. Si è fatto passare, anche in questo caso non senza una certa dose di ipocrisia, questo largo convergere su tali scelte per un malinteso senso della Patria e della responsabilità nazionale.
Il Movimento 5 Stelle è entrato in Parlamento per rendere coerenti le proprie prese di posizione con i valori di pace della nostra Costituzione. Chiediamo che venga calendarizzata finalmente la seconda Conferenza nazionale sulle servitù militari (l’ultima si tenne sul fine degli anni Settanta). Occorre avere un quadro chiaro dei territori sottoposti a questo vincolo, a volte così pesante per intere comunità. Il Ministro stesso ha parlato di difesa dell’ambiente e della salute. Bisogna anche che siano chiare le responsabilità di chi è tenuto a bonificare le aree usate per le esercitazioni militari, a cominciare dai poligoni.
Occorre potenziare i poteri delle regioni e dei comitati paritetici, e coinvolgere attivamente gli enti locali. Tale Conferenza consentirebbe di rendere meno svincolato dall’interesse collettivo l’enorme patrimonio in mano a «Difesa Spa». Concludo invitando il Ministro Mauro e il Governo a ripristinare la centralità del Parlamento nelle scelte politiche in questo campo. Grazie.”

Guardare al futuro con ottimismo

f-35 per la pace

“Nel quadro del rilancio dell’economia attraverso l’attività dell’industria nazionale della Difesa si inseriscono i programmi di sviluppo e acquisizione dei nuovi sistemi come il velivolo multiruolo F-35. Gli accordi recentemente siglati per assicurare all’industria nazionale il giusto ritorno a fronte degli investimenti sostenuti e l’avvio della più consistente fase di produzione, a conclusione di quella di sviluppo, consentiranno ad importanti aziende nazionali come Alenia Aermacchi – che gestisce lo stabilimento di assemblaggio finale e collaudo (FACO) situato a Cameri – e alle decine di aziende e PMI coinvolte, di guardare al futuro con ottimismo e di massimizzare il ritorno degli investimenti già effettuati. Di rilievo, a questo riguardo, il contratto appena siglato tra Alenia Aermacchi e Lockheed Martin, del valore di 141 milioni di dollari, per la produzione della prima ala completa e per alcune componenti dell’F-35.”

Fonte
[Il conato è libero]

A scopi di “difesa nazionale”

Restiamo assolutamente sbalorditi nell’apprendere quanto accaduto ieri sera [17 Ottobre u.s. – ndr]. La Commissione europea ha risposto a Rino Strano, referente per la Sicilia del WWF Italia per le problematiche inerenti al MUOS, che aveva sollecitato un suo intervento [più precisamente: si trattava di un’interrogazione presentata dai deputati europei Roberta Angelilli e Giovanni La Via, membri del Gruppo PPE al Parlamento Europeo – ndr].
La risposta porta la firma di Janez Potočnik, commissaria per l’Ambiente. Che, in buona sostanza, se ne lava le mani e scarica tutto sullo Stato italiano. Sottolineando come, le direttive UE possono essere derogate per questioni di Difesa nazionale. Peccato che il MUOS non abbia nulla a che fare con la Difesa del nostro Paese.
Questo il ragionamento europeo. Pur confermando che la Sughereta di Niscemi, dove si sta costruendo il MUOS, è un sito di importanza comunitaria (SIC), la Commissione sostiene che le direttive europee in materia impongono alle autorità nazionali competenti di “valutare se un progetto possa produrre incidenze significative sulle specie e sugli habitat interessati e autorizzarlo solo dopo aver accertato che non pregiudicherà l’integrità del sito.” La commissione afferma che, dalle informazioni in loro possesso, le autorità italiane hanno fatto uno studio e sulla base dei risultati ottenuti, hanno autorizzato l’installazione. Quindi nella lettera si passa alla citazione di articoli, paragrafi e commi che autorizzano “gli Stati membri a decidere di non applicare la direttiva a progetti destinati a scopi di difesa nazionale (difesa nazionale!). (Direttiva 2011/92/UE, nota come direttiva sulla valutazione dell’impatto ambientale o direttiva VIA)
Altra direttiva (la 2001/42/CE, nota come direttiva sulla valutazione ambientale strategica o direttiva VAS), citata dalla Commissione Europea, prevede che “i piani e i programmi destinati unicamente a scopi di difesa nazionale possano essere esclusi dall’applicazione delle sue disposizioni”. (ancora la difesa nazionale!!!)
“In conclusione, la Commissione, non ravvisa alcuna potenziale violazione delle disposizioni summenzionate.”
Una presa di posizione che lascia basiti gli esponenti dei Comitati No MUOS. Strano, ad esempio, sottolinea come la Commissione non faccia nessun accenno alla ripercussione sulla salute umana prodotta dalle 41 antenne già presenti nel sito di Niscemi (le stesse valutazioni dell’ARPA parlano di valori relativi all’emissione di elettromagnetismo al di sopra del livello massimo sopportabile dall’organismo umano (6Vm)).
E ancora: le 41 antenne della NRTF siano di uso esclusivamente USA e non NATO e che pertanto nulla hanno a che spartire con la “difesa” dell’Italia, anche perché, come più volte è stato ribadito, il MUOS ha il compito “primario” di telecomandare i droni di Sigonella (Catania) e come ben sappiamo i droni ”non sono strumenti di sorveglianza – afferma Strano – quanto di offesa contro nemici che si trovano a diverse migliaia di chilometri di distanza dall’Italia e che quindi non rappresenteranno nessuna minaccia per il nostro Paese.”
E’ inutile ricordare che, secondo la Costituzione Italiana, il nostro Paese non può e non deve ospitare strutture che possano essere utilizzate per la guerra ad altri Paesi… ma la nostra “bistrattata” Costituzione, a quanto pare, non gode più nemmeno della considerazione degli Stati membri della Comunità Europea…
Dinnanzi a questa decisione, non ci meraviglia che il Nobel per la Pace assegnato all’UE sia stato fortemente criticato. Pacifisti non ci sembrano proprio…
Daniela Giuffrida

Fonte

E’ ora di ripensare la strategia europea di difesa

Le durissime parole con le quale il segretario di stato alla difesa USA uscente, Robert M. Gates, ha stigmatizzato l’incapacità e la non volontà dei membri europei della NATO di sviluppare una propria autonoma capacità di difesa, sono rivelatrici di una situazione, storicamente certo non nuova, che giunge però oggi ad un punto finalmente decisivo.
(…)
Non è difficile immaginare la tensione che si doveva respirare venerdì [10 giugno u.s. – ndr] a Bruxelles dopo le parole piuttosto pesanti di Gates: proprio quando i Paesi della NATO hanno portato dai 20.000 uomini del 2006 ai 40.000 odierni il loro impegno in una campagna così poco gloriosa ed efficace come quella afghana; proprio quando la situazione globale del Medio Oriente allargato, a venti anni dalla prima Guerra del Golfo, si dimostra ancora più pericolosa ed instabile; proprio quando, cioè, vengono chiaramente alla luce le scarse capacità nord-americane di realizzare nel mondo quella pace di cui si dichiarano portatori quando usano la forza delle armi; proprio oggi, avranno pensato i diplomatici europei, dobbiamo subire come ragazzini che si impegnano poco a scuola questa lavata di capo da parte degli USA.
In realtà, in tutto questo vi è una grande possibilità per gli Europei, se sapranno coglierla. Fino ad oggi infatti gli USA hanno sempre comprensibilmente oscillato tra il timore di vedere rinascere un’autonoma potenza militare in Europa (basti ricordare le tensioni legate alla costituzione di una grande unità franco-tedesca, progetto assai ambizioso, ridimensionato fino alla totale inconsistenza) e la recriminazione per lo scarso impegno militare nella propria difesa.
Si profila quindi la storica occasione, accogliendo in toto la richiesta di Robert M. Gates, di mettere mano ad un’autonoma politica di sicurezza, quella famosa PESC (politica europea di sicurezza comune) che rimane una delle maggiori lacune nel processo di unificazione europea. Potrebbe dire niente meno che ripensare tutta la strategia europea di difesa, il che vorrebbe dire, quale presupposto primario, com’è ovvio in questi casi, la riconsiderazione innanzitutto degli interessi strategici dell’Europa, per un verso, e del tipo di modello militare, dall’altro.
Ci accorgeremmo allora, ad esempio, che gli interessi della sicurezza continentale richiedono oggi, come postulati essenziali, una stabile collaborazione con la Russia, la costruzione di rapporti di buon vicinato con tutto il mondo arabo-islamico, mediterraneo e medio-orientale, nonché il rafforzamento degli storici legami che l’Europa ha da sempre con l’America Latina.
Ci accorgeremmo poi che un modello di sicurezza europeo efficiente suggerirebbe di lavorare su forme leggere ma diffuse di “difesa territoriale”, puntando su strategie difensive imperniate sulla combinazione di sistemi di resistenza non-violenta in caso di aggressione esterna con strumenti di prevenzione classici a medio raggio, evitando dispendiose quanto inutili “proiezioni di forza” nei teatri extra-europei. Un modello che comporterebbe grandi risparmi in termini di denaro e un molto maggiore consenso da parte dei popoli europei, con la possibilità di creare nuova attenzione, anche da parte dei giovani, su questo tipo di impostazione, nella quale volontariato civile e servizio militare potrebbero per la prima volta armonizzarsi e non contrapporsi, in nome di uno scopo comune: non quello delle finte operazioni di peace-keeping ma quello del rispetto e della tutela delle reciproche identità e della prevenzione attiva (culturale, sociale, diplomatica, prima che militare) di situazioni di conflitto.
Grazie alla crescente instabilità mondiale che ha coinciso con l’affermarsi dell’egemonia globale nord-americana, sta maturando quindi la possibilità di ripensare in modo originale ed innovativo gli attuali schemi operativi e strategici europei, che risalgono per lo più ancora alla fine del XIX secolo. Perché dunque non volgere in positivo l’arroganza nord-americana, facendone stimolo alla definizione di una visione comune della sicurezza europea?
Sarebbe questo anche un modo brillante e dignitoso per “leggere” il bluff americano, perché se davvero l’Europa rivoluzionasse in questo modo la propria visione del presente, pensiamo che uomini come Gates e come Obama, o chi per loro, troverebbero assai presto da ridire anche su questo: avremmo allora l’occasione anche per ridiscutere alla radice persino gli stessi, ormai superati, principi della collaborazione sull’asse Nord Atlantico che non può più condizionare la storia a venire dell’Europa unita.

Da Una grande opportunità oltre la NATO, di G. Colonna.
[grassetto nostro]

NATO 3.0

“La NATO è l’alleanza di maggior successo nella storia. Ed è mia ferma intenzione che rimanga tale.
Il nuovo Concetto Strategico dovrà guidare la prossima fase nell’evoluzione della NATO. La prima fase è stata ovviamente l’Alleanza della Guerra Fredda: squisitamente difensiva, grandi armate immobili, schierate di fronte ad un chiaro nemico. Si può chiamare NATO in versione 1.0. Ed ha funzionato molto bene.
La NATO in versione 2.0 era la NATO del dopo-Guerra Fredda, dalla caduta del Muro di Berlino a oggi.
Anch’essa ha funzionato bene. Noi abbiamo aiutato a consolidare la pace e la democrazia in Europa. Abbiamo gestito le crisi dai Balcani all’Afghanistan. Ed abbiamo coinvolto nuovi membri, con i quali condividiamo propositi comuni.
È adesso giunto il momento di una NATO 3.0. Un’Alleanza che sia in grado di difendere i 900 milioni di cittadini dei Paesi della NATO dalle minacce che affrontiamo oggi, ed affronteremo nel prossimo decennio. Il Concetto Strategico è il progetto per tale nuova NATO.
(…)
Vi sono tre principali aree in cui io credo che la NATO debba trasformarsi.
Primo: dobbiamo modernizzare le nostre capacità di difesa e deterrenza.
La difesa collettiva deve restare lo scopo principale dell’Alleanza. Il ché continua a richiedere forze militari operative. Ma per essere operativi oggi, noi abbiamo bisogno di forze che siano impiegabili nei territori dell’Alleanza e oltre. Il Concetto Strategico deve esprimere una chiara visione per gli Alleati per guidare la riforma delle loro forze armate – meno investimenti per forze statiche e calcestruzzo, più forze che sappiano muoversi, presidiare ed avere successo ovunque vengano mandate.
Ma oggi, la difesa del nostro territorio e dei nostri cittadini non comincia e finisce al confine. Può iniziare a Kandahar. Può iniziare nel cyberspazio. E la NATO ha bisogno di potersi difendere a largo raggio.
(…)
Il Concetto Strategico deve essere anche indirizzato ad un’altra fondamentale componente delle difesa e deterrenza della NATO – la nostra capacità nucleare.
Posso vedere un sacco di giornalisti sobbalzare su questo punto. Ho paura che, se voi state sperando di assistere ad una piccola controversia, dovrò contraddirvi.
Nelle discussioni che abbiamo avuto sinora riguardo il futuro della capacità nucleare della NATO, io attualmente vedo una vera convergenza di prospettive.
I termini esatti saranno discussi nelle prossime settimane, e non voglio dare un giudizio prematuro sulle conclusioni. Sono però alquanto fiducioso in merito al fatto che troveremo il giusto equilibrio fra due principi molto importanti. Primo, che noi condividiamo l’impegno per gli obiettivi espressi dal Presidente Obama per un mondo senza armi nucleari, e che la NATO continuerà ad impegnarsi verso quell’obiettivo.
Ma secondo, che il nostro compito rimane quello di impedire un attacco contro i nostri cittadini, il ché significa che finché ci saranno armi nucleari nel mondo, la NATO dovrà mantenere anche armi nucleari.
Signore e signori, la seconda area, in cui abbiamo bisogno di riforme è la gestione delle crisi: dobbiamo essere in grado di rendere il Ventunesimo il Secolo della gestione delle crisi. Nessun’altra organizzazione può disporre, schierare e mantenere un potere militare come quello NATO. Il ché è il motivo per cui sono totalmente insensibile alle suggestioni dei media secondo cui dopo l’Afghanistan, la NATO non debba più eseguire un’altra missione di ampia portata. Prima di tutto e principalmente, perché io non ho dubbi che in Afghanistan avremo successo.
E secondo, perché ci saranno altre missioni in futuro per le quali soltanto la NATO sarà in grado di sostenerne i costi. Dovremo essere pronti.
(…)
Signore e signori. C’è una terza area in cui la NATO deve compiere un passo avanti – impegnandosi in lungo e in largo nel mondo per costruire una sicurezza in cooperazione. In breve, l’Alleanza deve sviluppare più profonde, ampie collaborazioni politiche e operative con i Paesi del mondo.
(…)
Ma posso già sentire la prima domanda che potrei ricevere, fra qualche momento: “Bella prospettiva – ma in un’epoca in cui le nazioni stanno effettuando tagli alla difesa, come intendete sostenere i costi?”
Al ché, io direi due cose. Primo, abbiamo bisogno di riforme. I contribuenti hanno bisogno del miglior riscontro per i loro investimenti nella difesa. Nella NATO, semplificheremo la nostra struttura di comando cosicché ci fornisca ciò che ci serve, ma a costi inferiori. Noi abbiamo pure bisogno di condividere le poche risorse, così possiamo acquistare e fare assieme cose che individualmente non potremmo permetterci. Io spero che il Concetto Strategico conferisca un forte mandato per una riforma costante.
Ma il mio secondo spunto è questo: c’è un punto dove voi non state più asportando il grasso; state tagliando nel muscolo, e poi nell’osso.
Capisco molto bene perché gli Alleati stiano tagliando le loro risorse per la difesa. Stante l’attuale crisi finanziaria, non hanno scelta.
Devo però anche dire: i tagli potrebbero andare troppo avanti. Dobbiamo evitare di tagliare così a fondo da non potere, in futuro, difendere la sicurezza su cui riposa la nostra prosperità economica. E non possiamo portare a termine il nostro compito in una situazione in cui l’Europa non può far sentire la sua importanza se si parla di sicurezza. Il risultato sarebbe che il Trattato di Lisbona dell’UE, che io sostengo fortemente, diventerebbe un guscio vuoto. E gli Stati Uniti cercherebbero altrove il loro partner per la sicurezza. Questo è un prezzo che non possiamo permetterci.”

Da The New Strategic Concept: Active Engagement, Modern Defence, discorso del Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen al German Marshall Fund of the United States (GMF) di Bruxelles, 8 ottobre 2010.
[Traduzione di L. Salimbeni, grassetti nostri]

Le commesse del consorzio Iveco-Fiat-Oto Melara

“Scorrendo l’elenco dei programmi e dei contratti esaminati dalla Corte dei Conti, emerge come tutte le commesse del consorzio Iveco-Fiat-Oto Melara abbiano subito degli incrementi in corso d’opera. Da un minimo del 3,8% fino ad un massimo dell’11,7%.”

Tutto il resto, comprese alcune informazioni sul “rapporto di performance 2009” del Ministero della Difesa, già da alcuni anni caratterizzato da uno sbilanciamento finanziario verso le missioni all’estero, potete leggerlo qui.

Pandemia di pacifismo in Europa?!?

L’ultima barzelletta di Robert Gates, ministro della “Difesa” USA.
Dalla tribuna della National Defense University di Washington, lo scorso 23 febbraio, in occasione del seminario organizzato dalla NATO concernente l’elaborazione del suo nuovo Concetto Strategico, che verrà formalmente adottato al vertice di Lisbona, in Portogallo, il prossimo novembre. Seminario che, come i precedenti tre al riguardo svoltisi in Lussemburgo, Slovenia e Norvegia, vengono presentati quali sedi di deliberazione ed anche spazi di informazione pubblica quando invece le questioni rilevanti sono già state decise con anni di anticipo.
Accusando gli “alleati” europei di scarsa volontà nell’affiancare gli Stati Uniti nel proprio impegno di spesa in campo militare (che l’anno venturo toccherà il record di 708 miliardi di dollari…), Gates ha affermato che “dalla fine della Guerra Fredda, i bilanci della NATO e della difesa nazionale sono diminuiti in maniera consistente – nonostante le nuove operazioni al di fuori del territorio della NATO negli ultimi cinque anni”.
Il titolare del Pentagono ha quindi precisato: “Queste limitazioni di bilancio sono collegate ad una più vasta tendenza culturale e politica che tocca l’Alleanza. Una dei trionfi del secolo scorso è stata la pacificazione dell’Europa dopo età di guerra rovinosa. Ma, come ho detto prima, io credo che abbia raggiunto un punto di flessione, dove gran parte del continente è andata troppo in là nell’altra direzione. La demilitarizzazione dell’Europa – dove vaste fasce della pubblica opinione e della classe politica sono contrarie alla forza militare ed ai rischi connessi – da benedizione nel ventesimo secolo è diventata un ostacolo per raggiungere reale sicurezza e pace durevole nel ventunesimo”.

Dichiarazioni che risultano poco meno che surreali, oggi che quasi l’intero continente europeo è stato assorbito dalla NATO e praticamente ogni Paese ha inviato proprie truppe in zona di guerra in Asia, a 5.000 chilometri di distanza dal quartier generale dell’Alleanza.

[La NATO del Terzo Millennio tra guerra ed affari]

Europa a mano armata

europa_a_mano_armata

A venti anni dalla fine della Guerra Fredda, l’Europa non ha raggiunto quello stato di pace e sicurezza che tutti speravano. Oggi, come ieri, vengono consumati miliardi di euro per il settore difesa. Tra i primi dieci Paesi al Mondo per spesa nel settore militare, cinque sono europei. Va detto però che il primo, gli Stati Uniti, da solo spende più di quanto facciano tutti gli altri messi insieme.
In realtà, il confronto Est-Ovest non si è mai esaurito e la guerra nella ex Jugoslavia non ne è stato altro che un tragico colpo di coda. L’unica variante è che, attualmente, all’Orso Russo si è aggiunto il Dragone Cinese ed il Vecchio Continente, pur con i suoi sempre accesi nazionalismi e sotto il perenne ombrello protettore della NATO, cerca a fatica di difendere il proprio ruolo di potenza egemone plurisecolare.
Il saggio di Luca Donadei è arricchito con l’Almanacco delle Forze Armate Europee 2009, un manuale ricco di dati ed informazioni sullo stato della difesa di ogni singolo Stato europeo.

Qui un estratto del testo con il capitolo dedicato ai maggiori programmi militari europei e l’esempio di una scheda Paese.

Europa a mano armata, di Luca Donadei, Fuoco Edizioni
pagine 200, euro 18, ISBN 9-788890-375217

La parola “difesa”

fort hood

La parola “difesa” ha ormai assunto una tale elasticità che è diventata quasi illimitata nella sua applicazione ed è frequentemente usata nel senso opposto al suo significato tradizionale.
E’ un verbo transitivo e richiede un complemento oggettto. Ed una preposizione, “contro”. Un soldato non si difende semplicemente, egli si difende contro qualcosa. Un attacco. Un attacco da parte di un avversario. E se la sua azione è veramente difensiva, quell’avversario deve essere un aggressore.
Un esercito invasore può difendere le sue posizioni, i suoi fianchi o le sue linee di rifornimento, ma non sta difendendo il proprio Paese.
I soldati americani dispiegati nelle zone di guerra ed occupazione da Fort Hood ed altre basi militari situate in patria od all’estero non stanno difendendo il proprio Paese. Non la propria nazione, né i suoi confini, né le sue coste. Neppure le proprie comunità, case o famiglie.
Essi possono star mettendo al sicuro gli obiettivi concernenti gli interessi materiali del loro governo e nazionali – economici, energetici, politici e geopolitici – ma non stanno difendendo il proprio Paese. Neanche per estensione.
Per esempio, come tutti i Paesi la Russia, la Cina e l’India sono attenti ai propri interessi nazionali e prendono quelle misure necessarie per proteggerli e perseguirli, ma non hanno truppe stazionate oltremare o basi all’estero. Tanto meno in sei continenti come gli Stati Uniti, che hanno una base in Africa e tre in Australia così come nel proprio continente, in Europa, in Asia e sette nuove di zecca in Sud America, in Colombia.
In una cultura di guerra infinita, in una società belligerante, violenza è fatta al linguaggio ed alla logica così come è impiegata contro le persone.

Da Fort Hood, Veterans Day And Defending America, di Rick Rozoff.
[Traduzione e grassetto nostri]

Alle urne, alle urne!

democrazia diretta

Alla vigilia delle elezioni europee gli elettori non stanno mostrando interesse per un Parlamento dalle funzioni limitate e confuse. Sovrastato da una “commissione” che funge da governo autocratico, i cui inamovibili rappresentanti sono designati dai governi. Nessun elettore ha mai scelto Solana o Barroso, ma è reale il rischio che i loro incarichi da vitalizi diventino… ereditari.
Il disinteresse è altresì rafforzato dalla tragicomica vicenda della Costituzione europea, due volte bocciata nelle urne dagli elettori, ma il responso è stato olimpicamente ignorato. Sarà approvata dai deputati nazionali, con raggiri e manovre di corridoi molto stretti. L’unica cosa chiara nell’Unione Europea (UE) alle prese con le raffiche gelide di un crollo del 5% della produzione, è l’indiscussa e totale autorità della Banca Centrale Europea: si impone ai parlamenti nazionali, a quello di Strasburgo e a tutti gli elettorati.
Questo è il veridico governo del blocco europeo, ridotto all’essenza scarnificata dell’utopia ultraliberista: mercato e moneta. Null’altro. Non ha una politica sociale, tantomeno una linea internazionale coerente perché è privo di una visione geo-politica nitida.
Senza una difesa autonoma propria perché ha scelto la subalternità agli Stati Uniti, quando rafforzò la camicia di forza della NATO, all’indomani dell’implosione dell’Unione Sovietica e della scomparsa del Patto di Varsavia.
L’integrazione europea, da quando è passata dalle mani dei pochi statisti di rilievo che la fondarono a quelle dei tecnocrati della finanza, si è svilita a mera applicazione di “5 macro-dogmi liberisti”, facendo un ardito salto acrobatico da 6 a 27 Paesi. Grandi quantità, statistiche, PIL, trionfalismi immotivati e zero visione strategica. Proprio nel momento in cui sta tramontando l’unipolarismo e – con esso – la supremazia “occidentale”.
(…)
L’Europa non ha materie prime e neppure l’energia. Per il petrolio dipende dai Paesi arabi e per il gas dalla Russia, ciononostante promuove una politica estera anti-araba ed agressivamente anti-russa.
La dipendenza energetica è un dato di fatto del blocco europeo, come pure la necessità della coperazione con i russi per le forniture di gas. Come si spiega allora il velleitarismo di incorporare l’Ucraina e la Georgia nella NATO? Come si giustificano le provocatorie manovre della NATO in corso nel Caucaso?
E’ una contraddizione schizofrenica tra obiettivi e strumenti per ottenerli, tra proiezione geo-politica ed iniziativa militare che – ahinoi – non è sovrana né autonoma. L’UE è ostaggio delle fobie anti-russe non solo dei polacchi e dei cechi, ma persino delle micro-repubbliche del Baltico. Per di più, la versione osé dell’atlantismo è immutata dal tempo dei Bush.
E’ come se non fosse accaduto nulla. Non hanno assimilato che lo scacco degli Stati Uniti in Iraq ha comportato la perdita definitiva del feudo sudamericano. Che perderá l’UE con la barcollante avventura atlantista in Afghanistan? Con ogni probabilitá, il ritorno della questione sociale al centro del dibattito pubblico e la ripresa della lotta di classe.
La “Commissione” di Bruxelles è ondivaga e non riesce a coniugare gli interessi concreti dell’Europa con quelli di un traballante egemonismo assoluto che gli Stati Uniti cercano di resuscitare con la NATO. Gli Stati Uniti Occidentali o “grande mercato trans-atlantico” sono una chimera da incubo.
(…)

Da Elezioni, ma per quale Europa?, di Tito Pulsinelli.

La legittima difesa del TOR-M1

… per penetrare in profondità in un territorio nemico è necessario acquisire prima la superiorità aerea oppure, se non è conveniente in quanto richiede eccessive risorse e tempo, è necessario disporre di armamento di precisione stand-off, ossia di armamento che può essere lanciato da grande distanza dall’obiettivo da distruggere per evitare di esporre velivoli e piloti a rischi eccessivi …
[Estratto da una relazione decodificata tenuta nel settembre 1973 al Comando Generale della NATO a Bruxelles]

Il progenitore pienamente operativo delle armi di precisione stand-off è l’AGM 65 (Air-to-Ground Missile) “Maverick”, che venne impiegato nel 1972 durante le ultime fasi della Guerra del Vietnam dalla US Air Force, nel 1973 dalla Heyl Ha’Avir durante la Guerra del Kippur, poi nel 1991 durante Desert Storm in Irak per completare un massiccio “impiego operativo” su Serbia e Kosovo nel 1999. Aerei che lo hanno avuto in dotazione: F-15, F-16, F-18 e A-10.
Alla “famiglia” degli AGM seguirà quella BGM (Ballistic Guided Missile) a partire dal “109 Tomahawk” entrato in servizio nel 1983. Le armi di precisione AGM e BGM, dallo sviluppo negli anni ’60 all’impiego operativo che arriva fino al 2003, dopo aver assorbito almeno 50 miliardi di dollari dalla progettazione alla scorta arsenali, sono oggi totalmente superate contro Paesi che dispongono di un sistema integrato di difesa antiaereo a breve e medio raggio ed a prevalente capacacità anti BGM come il TOR-M1. Esso rappresenta attualmente, insieme all’S 300 ed all’S 400, uno dei prodotti tecnologici di punta dell’industria della difesa russa. Uno Stato che abbia in dotazione un numero sufficiente di batterie di almeno due di questi sistemi d’arma (l’S 400 non è ancora esportato) è in grado di poter respingere qualsiasi attacco aereo portato con armi di precisione stand-off e di infliggere costi insopportabili in ratei di perdite, in piloti ed in velivoli, anche ad una potenza “planetaria” come gli USA.
Gli ultimi dieci anni del XX° secolo hanno incrinato la deterrenza terrestre, aerea ed aereonavale degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica. I primi venticinque del XXI° ne segneranno la progressiva uscita di scena a livello militare e geopolitico. Un singolo missile terra-aria del sistema mobile TOR-M1, con un costo unitario che non dovrebbe superare i 75.000 dollari, può abbattere un’arma di precisione stand-off da 1,5 milioni di dollari e/o un jet militare da 80 o più milioni di dollari con una letalità dal 92 al 95%. La difesa, almeno in questi anni decisivi, si sta attrezzando a neutralizzare con crescente successo l’offesa portata con le guerre di aggressione.


Negli ultimi secondi del filmato, tre TOR-M1 dimostrano la straordinaria precisione di colpire, in successione, un bersaglio che vola a bassa quota in avvicinamento veloce.

Le illegalità del Dal Molin

L’intervento dell’ingegnere Guglielmo Vernau al convegno svoltosi lo scorso 1 aprile al Teatro Astra di Vicenza.
Memorabile l’incipit.

[A Giuseppe, gren beret]

I conti del GAO

gao

Washington, 30 marzo – Dal 2001 gli Stati Uniti hanno finora speso 685,7 miliardi di dollari per le guerre in Iraq e Afghanistan. Lo ha calcolato il GAO (Government Accountability Office), l’organismo federale di controllo sui conti pubblici USA.
La parte del gigante l’ha fatta il conflitto iracheno, iniziato a marzo del 2003 e costato 533,5 miliardi di dollari fino al dicembre scorso. In Afghanistan, Corno d’Africa e Filippine (tutte legate alla ‘guerra al terrorismo’ lanciata dopo l’attacco dell’11 settembre 2001) è di 124,1 miliardi di dollari. Altri 28,1 miliardi di dollari sono andati in spese anti terrorismo per la difesa del suolo americano. Finora il Pentagono e le diverse agenzie USA hanno speso l’85% degli 808 miliardi di dollari stanziati dal Congresso. I rimanenti 122,3 miliardi sono stati impegnati in installazioni militari e contratti di lungo termine.
I conti del GAO, una sorta di Corte dei Conti USA, dimostrano un rallentamento nell’incremento delle spese per i conflitti aperti. Queste aumentavano al ritmo del 40% nel triennio 2005-2007, al 33% nel 2008 quando sono stati stanziati 162,4 miliardi. Per l’anno in corso il Congresso ha stanziato ‘solo’ 65,9 miliardi e l’amministrazione Obama ne vuole ottenere altri 75,5 miliardi.
(AGI)

[grassetto nostro]

I falsi amici dell’Europa (e della Russia)

“Lasciatemi proseguire con qualcosa che potete trovare completamente sorprendente, soprattutto provenendo da me: voi che siete diplomatici, giornalisti, parlamentari, giuristi internazionali e uomini d’affari di domani, spero che riterrete che la vostra prima responsabilità, oltre a costruire una Gran Bretagna e una NATO le più solide possibili, consista nel rafforzare e costruire le capacità dell’Unione Europea. Troverete strano ed anche un po’ strabico che sia l’ambasciatore americano alla NATO a tenere questo discorso davanti voi e a preconizzare, per i dirigenti britannici ed internazionali di domani, la costruzione di un’UE più forte. Perché dunque faccio un tale discorso?
Se noi abbiamo appreso una cosa dall’11 settembre 2001, o anche, in questo caso, da sessanta o cento anni a questa parte, è che gli Stati Uniti ed il Regno Unito non hanno soltanto bisogno uno dell’altro, ma hanno bisogno di un’Europa forte. Negli Stati Uniti, abbiamo bisogno di un’Europa che sia il più possibile unita, pronta a fare tutta la sua parte per difendere la nostra sicurezza comune e promuovere i nostri valori condivisi. Ed i britannici, come tutti gli europei, hanno bisogno di un’America che sia impegnata, che consulti l’Europa e che cooperi con essa allo scopo di trovare soluzioni comuni a sfide comuni (…).
Oggi, le sfide che dobbiamo superare insieme vanno dal terrorismo, dall’estremismo violento e dalle armi di distruzione di massa fino alla necessità di ridurre la nostra dipendenza verso l’energia fossile, reagire alla povertà, alle malattie ed alla fame che toccano ancora troppa gente nel mondo. Insieme, dobbiamo ricomporre i rapporti con il Cremlino che ha fermamente rafforzato il suo potere statale, che si è ritirato dal Trattato sulle armi convenzionali in Europa e che minaccia di puntare i suoi missili contro i suoi vicini, anche se lavoriamo insieme alla Russia sull’Iran, la Corea del Nord e su altri interessi comuni di primaria importanza. Dobbiamo mantenere verso l’Iran la giusta proporzione di diplomazia, di aperture politiche ed economiche, e di pressione perché ricominci a cooperare con il Consiglio di Sicurezza, affinché abbandoni ogni idea terroristica e dia al suo popolo il futuro che esso merita. E dobbiamo incoraggiare la Cina ad utilizzare la sua crescente potenza in direzione della stabilità e della pace, presso i suoi vicini o negli affari del mondo. In breve, viviamo in un mondo complicato e pericoloso che richiede da parte di quelli che hanno la possibilità di vivere in società libere di riunire le loro forze per proteggere ciò che abbiamo e per consolidare ed allargare la Comunità democratica.
(…)
Quando noi, gli Stati Uniti, cerchiamo nel mondo i partner che possono rispondere a queste sfide, guardiamo certamente ai nostri alleati dell’Asia e alle altre potenti democrazie a sud ed a est; ma spesso, ci arrestiamo alla sola UE. Noi consulteremo sempre Londra per prima, come le altre capitali, ma sempre più spesso ci volteremo anche verso le istituzioni europee. Continua a leggere