Gli Stati Uniti rivelano le forniture di armi all’Ucraina e creano un’agenzia speciale

Il conflitto in Ucraina è in corso e i contribuenti americani, contro la loro volontà, continuano a finanziare l’invio di armi in Ucraina.

Gli USA si sono già impegnati approssimativamente per 6,8 miliardi di dollari per assistenza alla sicurezza in Ucraina dall’inizio dell’amministrazione Biden, compresi circa 6,1 miliardi di dollari dal 24 febbraio, dice il rapporto del Dipartimento statunitense della Difesa.
Durante il recente vertice della NATO tenutosi a Madrid, il Presidente degli USA Biden ha annunciato nuovi imminenti pacchetti di aiuti.
La Casa Bianca conferma il suo impegno per non fermare la fornitura di armi al Paese devastato dalla guerra. Il contenuto dei pacchetti di aiuti statunitensi dovrebbe estendersi, l’attenzione sarà posta sull’artiglieria, sui sistemi di lancio multiplo dei razzi e su quelli di difesa aerea a medio e corto raggio.
L’ultimo e tredicesimo prelievo di attrezzature militari per l’Ucraina proveniente dagli inventari del Dipartimento della Difesa a partire da agosto 2021 è stato dichiarato il 23 giugno di quest’anno. Finora, in totale, l’aiuto militare all’Ucraina include:
• Più di 1.400 sistemi Stinger anti aerei;
• Più di 6.500 sistemi Javelin anticarro;
• Più di 20.000 altri sistemi anticarro;
• Più di 700 sistemi aerei tattici senza equipaggio Switchblade;
• 126 obici da 155mm e 260mila proiettili di artiglieria da 155mm;
• 36mila proiettili di artiglieria da 105mm;
• 126 veicoli tattici per rimorchiare obici da 155mm;
• 19 veicoli tattici per il recupero di attrezzature;
• 8 sistemi missilistici di artiglieria ad alta mobilità (Himars) e relative munizioni;
• 20 elicotteri Mi-17;
• Centinaia di veicoli blindati multiuso a ruote ad alta mobilità;
• 200 veicoli M113 per trasporto truppe;
• Più di 10mila lanciagranate e armi di piccolo taglio;
• Più di 59milioni di munizioni per armi leggere;
• 75mila kit di giubbotti antiproiettile ed elmetti;
• 121 sistemi aerei tattici invisibili senza equipaggio Phoenix;
• Sistemi missilistici a guida laser;
• Sistemi aerei senza pilota Puma;
• Navi senza equipaggio per la difesa costiera;
• 22 radar di contro artiglieria;
• 4 radar contro mortaio;
• 4 radar di sorveglianza aerea;
• 2 sistemi di difesa costiera Harpoon;
• 18 imbarcazioni per pattugliamento costiero e fluviale;
• Mine antiuomo Claymore M18A1;
• Esplosivi C-4 e attrezzature di demolizione per liberarsi dagli ostacoli;
• Sistemi tattici di comunicazione sicura;
• Migliaia di dispositivi di visione notturna, di sistemi a immagine termica, sistemi d’ottica avanzata e telemetri laser;
• Servizi di immagine satellitare per scopo commerciale;
• Dispositivi di protezione per lo smaltimento di ordigni esplosivi;
• Attrezzature protettive da ambienti contaminati per via nucleare, radiologica, biologica e chimica;
• Forniture mediche che includono kit di pronto soccorso;
• Attrezzature di interferenza elettronica;
• Attrezzature da campo e parti di ricambio;
• Finanziamenti della formazione, della manutenzione e operatività.
Lo scorso 20 maggio, è stato riferito che il Pentagono ha creato una nuova agenzia destinata ad accelerare le forniture di armi all’Ucraina, aggirando i ritardi burocratici. Essa è stata denominata Gruppo di Integrazione Senior-Ucraina. I compiti dell’organizzazione includono il trasferimento di attrezzature militari dalle riserve del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America alle Forze Armate [ucraine], il coordinamento delle forniture con la NATO, e la soluzione di questioni umanitarie. Precedentemente, il Pentagono usava una struttura simile per accelerare le forniture militari destinate all’Afghanistan, all’Iraq e alla Siria.
Le consegne di armi all’Ucraina prolungheranno certamente le ostilità. Gli USA stanno anche incoraggiando i propri Paesi satelliti a livello informale a supportare l’Ucraina nella guerra e sono loro stessi un brillante esempio di sostegno per l’Ucraina.

(Fonte – traduzione a cura della redazione)

Una carrellata sugli armamenti abbandonati dalle forze armate ucraine durante la ritirata dall’area metropolitana di Severodonetsk-Lisichansk (fonte).

Articolo aggiornato il 9 luglio 2022

Il gruppo di intelligence militare da “film di spionaggio” al centro dell’offensiva per il passaporto vaccinale in USA

Di Jeremy Loffredo e Max Blumenthal per The Grayzone, 26 Ottobre 2021

Descritta come “l’organizzazione più importante di cui non avete mai sentito parlare”, MITRE fa soldi a palate con enormi contratti statali per la fornitura di servizi per la sicurezza facendo da pioniere nella tecnologia di spionaggio invasiva. Ora è alla base di una campagna per implementare i passaporti vaccinali digitali.

Mentre i passaporti vaccinali sono stati commercializzati come una manna per la salute pubblica, promettendo sicurezza, riservatezza e convenienza per coloro che sono stati vaccinati contro il Covid-19, il ruolo cruciale che sta svolgendo un’ambigua organizzazione di intelligence militare nella spinta all’implementazione del sistema in forma digitale ha sollevato serie preoccupazioni per le libertà civili.

Conosciuta come MITRE, l’organizzazione è una società senza scopo di lucro guidata quasi interamente da professionisti dell’intelligence militare e sostenuta da ragguardevoli contratti con il Dipartimento della Difesa, l’FBI e il settore della sicurezza nazionale.

Lo sforzo “per espandere i passaporti vaccinali con codice QR al di là di Stati come la California e New York” ruota ora attorno a una partnership pubblico-privata nota come Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini (Vaccine Credential Initiative, VCI). E il VCI ha riservato a MITRE un ruolo determinante nella sua coalizione

Descritto da Forbes come un “laboratorio misterioso [di ricerca e sviluppo]” che è “l’organizzazione più importante di cui non avete mai sentito parlare”, MITRE ha sviluppato alcune delle tecnologie di sorveglianza più invasive usate ad oggi dalle agenzie di spionaggio statunitensi. Fra i suoi prodotti più innovativi c’è un sistema creato per l’FBI che cattura le impronte digitali delle persone dalle immagini inserite sulle piattaforme delle reti sociali.

La coalizione paravento per il COVID-19, di cui fa parte la stessa Mitre, include In-Q-Tel, il ramo finanziario della CIA, e Palantir, un’azienda di spionaggio privata macchiata da scandali.

Elizabeth Renieris, il direttore fondatore dei laboratori di etica per la tecnologia di Notre Dame e della IBM, ha avvertito che “sebbene le società tecnologiche e di sorveglianza che dominano i mercati” come MITRE “perseguano nuovi flussi di ricavi nei servizi sanitari e finanziari… essendo di proprietà privata e avendo operato sui sistemi di identificazione digitale con modelli di business tesi alla massimizzazione dei profitti minacciano la riservatezza, la sicurezza e altri diritti fondamentali degli individui e delle comunità”.

Infatti, il coinvolgimento dell’apparato di intelligence militare nello sviluppo di un sistema di passaporto vaccinale digitale è l’ennesima indicazione del fatto che dietro la parvenza delle preoccupazioni per la salute pubblica, lo Stato di sorveglianza degli Stati Uniti potrebbe avere in programma di aumentare il suo controllo su una popolazione sempre più recalcitrante.

L’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini, un veicolo neoliberista consigliato da professionisti dell’intelligence militare

Come dettagliato nella prima puntata di questa serie, gli  oligarchi dell’alta tecnologia come Bill Gates e centri nevralgici per la politica capitalista a livello globale come il World Economic Forum hanno mandato avanti sistemi  di identificazione digitale  e di  valuta elettronica in tutto il Sud del mondo per raccogliere dati e profitti da popolazioni che in precedenza erano fuori portata.

L’avvento dei passaporti vaccinali che forniscono accesso all’occupazione lavorativa e alla vita pubblica è diventato il vettore chiave per accelerare la loro agenda in Occidente. Come la  società di consulenza finanziaria, Aite-Novarica, dichiarò questo settembre, i passaporti  vaccinali digitali per il COVID-19 “espandono  gli argomenti a favore del sistema di identificazione digitale  oltre la sola vaccinazione COVID-19 e potenzialmente servono sia come sistema di identificazione  digitale che come fonte più completa e universale di informazioni sull’identità…”.

Sebbene i passaporti vaccinali escludano milioni in tutto l’Occidente, suscitando proteste furiose e scioperi selvaggi, il World Economic Forum sta lavorando con i suoi partner per implementarli in forma digitale.

Guidato dall’economista tedesco Klaus Schwab, che dice di essere propugnatore di una “Quarta rivoluzione industriale” che sta cambiando il modo in cui le persone “vivono, lavorano e si relazionano gli uni agli altri”, il World Economic Forum (Forum Economico Mondiale) è una rete internazionale di alcuni dei più ricchi e politicamente potenti individui del pianeta. Con sede a Davos, in Svizzera, il World Economic Forum si posiziona come punto di riferimento del capitalismo globale.

A Gennaio del 2021, diversi partner del World Economic Forum,  compresi Microsoft, Oracle, Salesforce e altre multinazionali, annunciarono una coalizione per lanciare l’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini (Vaccine Credential Initiative, VCI), che mira a istituire passaporti vaccinali basati su codice QR negli Stati Uniti.

L’obiettivo dichiarato dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini è quello di implementare un’unica “tessera sanitaria SMART” che possa essere riconosciuta “oltre i confini organizzativi e giurisdizionali”.

Negli USA, alcuni Stati stanno già distribuendo tessere digitali sanitarie SMART sviluppate dall’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini. Queste tessere sanitarie SMART hanno posto le basi per uno standard nazionale di fatto riguardante le credenziali sui vaccini.

Un’organizzazione no-profit istituita dalla Rockfeller Foundation e denominata The Commons Project sta guidando la campagna di lobbying per le smart card digitali attraverso l’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini che ha co-fondato. E si dà il caso che il direttore generale di Commons Project, Paul Meyer, sia stato allevato nell’ambito del World Economic Forum come un “giovane leader”.

In qualità di volto pubblico dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini, Meyer propugna l’agenda della campagna di lobbying nel linguaggio dell’inclusione progressista, martellando costantemente su temi come la “responsabilizzazione” nelle comunicazioni pubbliche.

“L’obiettivo dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini è facilitare alle persone   l’accesso digitale ai registri sul loro status vaccinale in modo che possano usare strumenti come Common Pass per tornare in sicurezza a viaggiare, lavorare, ad andare a scuola e alla loro vita, proteggendo al contempo la riservatezza dei loro dati”, sosteneva Meyer.

In un comunicato stampa che annunciava la creazione dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini, MITRE faceva eco al linguaggio preoccupato di Meyer, dichiarando di aver aderito alla partnership “per garantire che le popolazioni svantaggiate abbiano accesso a questo tipo di verifica sul vaccino digitale.”

Ma cos’è MITRE, e perché un’organizzazione nota per la sorveglianza di massa e la tecnologia militare potrebbe essere al centro di un’iniziativa che offre la possibilità di un monitoraggio senza precedenti della popolazione globale? L’organizzazione non ha risposto alle domande inviate via e-mail da The Grayzone sulla sua partecipazione all’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini, comunque, la sua storia documentata genera inquietanti pensieri.

Collaborazione nelle guerre al Vietnam e alla marijuana, sviluppo di tecnologia di spionaggio “straordinariamente agghiacciante”

Con sede nel nord della Virginia, MITRE è un think tank di esperti di intelligence militare finanziato per 2 miliardi di dollari l’anno da agenzie governative USA, compreso il Dipartimento della Difesa. È guidato quasi interamente da ex funzionari del Pentagono ed ex agenti dei servizi segreti.

MITRE fu fondato nel 1958 come progetto congiunto della US Air Force (Aeronautica militare statunitense) e del Massachusetts Institute of Technology (MIT) per sviluppare sistemi di “comando e controllo” per la guerra nucleare e convenzionale, come la rivista Science and Revolution metteva in evidenza.

Nel 1963, MITRE selezionò un giovane brillante linguista del MIT chiamato Noam Chomsky, per assistere allo “sviluppo di un programma per formare un linguaggio naturale che avesse funzione di linguaggio operativo per il comando e il controllo”. Dopo alcuni anni di lavoro su progetti come questi, Chomsky disse: “Non potevo più guardarmi allo specchio” e si lanciò nell’attivismo contro la guerra.

Alla fine degli anni ‘60, MITRE disse che “stava impegnando quasi un quarto delle sue risorse totali per i sistemi di comando, controllo e comunicazione necessari alla condotta del conflitto in Vietnam.”

La società finanziata da fonti militari venne presa di mira dagli attivisti contro la guerra quando sviluppò una “recinzione elettronica” composta principalmente di acustica e sensori progettati per localizzare i movimenti dei Vietcong e delle truppe nordvietnamite in modo tale che i militari statunitensi potessero prenderli di mira per distruggerli.

Inoltre alla fine degli anni ‘60, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America stipulò un contratto con MITRE per condurre una campagna di sradicamento aereo della cannabis in Messico. MITRE consigliò agli agenti statunitensi di spruzzare ampi tratti della campagna messicana con un erbicida tossico chiamato paraquat, che veniva descritto come sicuro sulla base di una discutibile interpretazione dei test sugli animali. Quando il Dipartimento di Stato perseguì la strategia consigliata da MITRE, le coltivazioni alimentari divennero contaminate e la salute delle comunità contadine locali fu messa in pericolo.

Nel frattempo, la marijuana cominciò ad arrivare nelle strade americane inzuppata di paraquat, innescando una causa legale contro il Dipartimento di Stato da parte della Organizzazione Nazionale per la Riforma delle Leggi sulla Marijuana la quale sosteneva che l’erbicida avesse causato malattie respiratorie fra i fumatori di marijuana. Quando il Dipartimento di Stato perse la causa, accordò a MITRE un contratto di 255.211 dollari per produrre uno studio d’impatto sull’irrorazione di paraquat che in conclusione consigliava i fumatori di marijuana di mitigare gli effetti dell’erbicida consumandola con pipe ad acqua o sotto forma di dolcetti.

In anni recenti, MITRE ha progettato tecnologia di sorveglianza per l’FBI che raccoglie impronte umane dalle piattaforme delle reti sociali come Facebook, Instagram, e Twitter. Ha anche fornito assistenza all’FBI per istituire un sistema di Identificazione di Prossima Generazione, a quanto si dice il più grande database di informazioni biometriche del mondo, nonché il Database per l’Intelligence Modernizzato dell’agenzia federale.

Secondo l’ex vicedirettore dell’FBI William Bayse, il Database di Intelligence Modernizzato dell’FBI consentiva ai programmatori della polizia di collegare gli attivisti alle loro cause politiche, ai loro colleghi, datori di lavoro, alle loro fedine penali, foto segnaletiche e impronte, alle loro abitudini d’acquisto e persino ai loro dati fiscali.

Mediante centinaia di richieste basate sul Freedom of Information Act (FOIA) e interviste con attuali e precedenti funzionari di MITRE, Forbes è venuta a sapere che MITRE ha progettato “uno strumento prototipo che può violare smartwatch, fitness tracker e termometri da parete per scopi di sicurezza nazionale interna… e uno studio per determinare se la puzza di sudore di qualcuno possa rivelare che sta mentendo.”

MITRE è anche sede dello “ATT&CKProgram”, un modulo di sicurezza informatica che la società descrive come “una base di conoscenza accessibile globalmente di tattiche avversarie e tecniche di intelligence basate su osservazioni dal mondo reale”. Adam Pennington, capo del progetto ATT&CK di MITRE, “ha speso più di dieci anni con MITRE a studiare e predicare l’uso dell’inganno per la raccolta di informazioni”.

Il procuratore legale di ACLU (The American Civil Liberties Union), Nate Wessler, ha definito i progetti di sorveglianza di MITRE “straordinariamente agghiaccianti”, lanciando l’avvertimento che essi “sollevano seri problemi di riservatezza.”

Da parte sua, il materiale promozionale dell’appaltatore militare sembra vantarsi del suo lascito di innovazione nel settore della sorveglianza: “Potreste non saperlo ma MITRE entra nelle vostre vite ogni giorno.”

Mesi dopo che la pandemia per il nuovo coronavirus fu dichiarata nel marzo 2020, MITRE fece leva sulla sua competenza nel monitorare le popolazioni per produrre il sistema di tracciamento dei contatti Sara Alert. Un video pubblicitario di MITRE spiega come il sistema permetta alle autorità sanitarie pubbliche di tracciare gli utenti: “Le persone che sono contagiate dalla malattia saranno messe in isolamento a casa… Per le persone che sono esposte alla malattia ma non mostrano sintomi, Sara Alert li segue mentre sono in quarantena per 14 giorni”.

Il Sara Alert di MITRE entrò in uso in una manciata di Stati, con iscrizioni limitate. Se fosse stato implementato a livello nazionale, avrebbe potuto costringere una sostanziale parte di popolazione statunitense ad andare in autoquarantena su basi continue, persino se le persone non avessero presentato sintomi.

Come il Brookings Institute faceva notare in un articolo accademico mettendo in discussione l’utilità di app come Sara Alert, “Una persona lo può sopportare per una volta o due, ma dopo alcuni falsi allarmi e l’eccessivo inconveniente di autoisolamento protratto, prevediamo che molti ignoreranno gli avvertimenti”.

MITRE ha anche lavorato per sopprimere le narrative che potessero minare l’agenda delle agenzie governative che lo finanziano. L’applicazione del plugin per il browser detta SQUINT dell’appaltatore, per esempio “consente una rapida consapevolezza situazionale della disinformazione sulle reti sociali relativa al COVID-19 per i funzionari della sanità pubblica mediante una copertura basata su fonti collettive”, secondo il relativo materiale promozionale.

MITRE sta ora lavorando per implementare i passaporti vaccinali digitali negli Stati Uniti D’America, e non solo.

Società private di spionaggio e un’azienda della CIA fra le società facenti parte della coalizione di MITRE per il COVID-19

Come membro del gruppo direttivo al governo dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini (VCI), MITRE gestisce la sua propria “Coalizione Sanitaria per il COVID-19” mentre si descrive come “un partner affidabile di lunga data per le comunità di intelligence e di difesa”.

Fra i membri della coalizione per il COVID-19 della stessa MITRE c’è Palantir, un’azienda privata di intelligence fondata nel 2003 da Peter Thiel, cofondatore di Paypal. Palantir si è consolidata come una società leader nei programmi di sorveglianza predittiva e faceva soldi a palate in lucrosi contratti con la CIA. L’azienda una volta partecipò in una campagna diffamatoria proposta contro attivisti contrari allo strapotere delle multinazionali e contro critici giornalistici, compreso Glenn Greenwald.

Avril Haines, l’attuale Direttore dell’Intelligence Nazionale e precedente Vicedirettore della CIA fu pagata 180.000 dollari come consulente per Palantir – un lavoretto cancellato dalla sua biografia.

Haines fu anche fra i principali partecipanti alla simulazione pandemica denominata “Event 201” avvenuta nell’Ottobre 2019 e sponsorizzata dalla Gates Foundation, dal World Economic Forum, e dal John Hopkins Center for Health and Security. Durante tale esercitazione, funzionari della salute pubblica e dell’intelligence nonché uomini d’affari simularono una ipotetica epidemia di coronavirus che avrebbe ucciso 65 milioni di persone nel mondo.

Haines enfatizzò ai colleghi relatori il bisogno di controbattere alle critiche rivolte alla gestione ufficiale della pandemia tramite “l’inondazione dello spazio informativo con fonti fidate” dei media e degli opinionisti “al fine di cercare di amplificare il messaggio che si vuole trasmettere”.

Palantir ha anche fornito la tecnologia per il tracciamento dei dati sul Covid al Ministero della Sanità del Regno Unito, insieme a Microsoft, Google e Amazon. Lo stratega politico britannico conservatore, Dominic Cummings, che gode di collegamenti con Palantir e fornì all’azienda un accesso speciale al gabinetto del Primo Ministro, ha consigliato Boris Johnson e il Gruppo Consultivo Scientifico per le Emergenze sulle politiche da attuare per la gestione del Covid.

Tornando a parlare degli Stati Uniti, Palantir è stato il fornitore per il Dipartimento della Sicurezza Nazionale e il Centro per il Controllo delle Malattie di varie tecnologie correlate al Covid.

L’azienda finanziaria della CIA, In-Q-Tel, è anche nella lista delle società facenti parte della Coalizione Sanitaria per il Covid-19 di MITRE.

Lo scorso settembre, il Vicepresidente del personale tecnico di In-Q-Tel, Dan Hanfling, fu citato dal Washington Post per aver sostenuto che alle persone non vaccinate dovrebbe essere negata l’assistenza sanitaria retrocedendole nel sistema di priorità al pronto soccorso: “Quel gruppo di persone che volontariamente hanno scelto di non vaccinarsi, per ragioni illegittime, sarebbe corretto metterli in fondo alla linea d’attesa”, ha asserito Hanfling….

Il Washington Post non fece notare l’affiliazione di Hanfling con la CIA; invece lo descrisse semplicemente come un “medico di pronto soccorso”.

In-Q-Tel non è affatto l’unica società collegata ai servizi di intelligence fra quelle che fanno parte dell’Iniziativa per le Credenziali sui Vaccini. C’è anche Oracle, membro fondatore della stessa iniziativa, che nacque come un progetto della CIA.

Uno sguardo al gruppo dirigente di MITRE mostra come l’organizzazione sia strettamente connessa con il più ampio settore dell’intelligence militare.

Falchi”, spie e fantasmi guidano MITRE

Il Presidente del consiglio di amministrazione di MITRE, Donald Kerr, è l’ex Vicedirettore principale dell’intelligence nazionale. Prima di questo ruolo, Kerr era stato Vicedirettore per la scienza e tecnologia presso la CIA, dove ricevette l’Illustre Medaglia CIA per alti servizi resi all’intelligence statunitense.

Il Vicepresidente del consiglio di amministrazione di MITRE, Mike Rogers, è l’ex Presidente repubblicano del comitato permanente di selezione sull’intelligence della Camera degli Stati Uniti. Prima di servire al Congresso, il signor Rogers era un ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti e un agente speciale dell’FBI.

Essendosi distinto al Congresso come uno dei più schietti oppositori della riservatezza digitale, accusando le comunicazioni crittografate di gravi attacchi terroristici, Rogers fu il conduttore e produttore esecutivo di una serie televisiva in sei parti intitolata “Desegretato: storie inedite di spie americane per la CNN”. Il programma era una pubblicità virtuale per l’apparato di intelligence degli Stati Uniti, “accurata descrizione di casi importanti, missioni e operazioni degli agenti dell’intelligence americana”, secondo la CNN.

Rogers è anche un illustre membro dell’Hudson Institute, un think tank neoconservatore con sede a Washington DC finanziato da Northrop Grumman, Lockheed Martin, gruppi farmaceutici impegnati in attività di lobbying e società tecnologiche supportate dalla CIA come Oracle.

Nei ruoli direttivi in MITRE ci sono ex funzionari di alto livello dell’intelligence e del Pentagono come Robert Work, che servì come Vice Segretario alla Difesa sotto tre diversi Segretari prima di passare attraverso la porta girevole al consiglio di amministrazione di Raytheon che è un gigante dell’industria degli armamenti.

Il membro del consiglio di amministrazione di MITRE Paul Kaminski è il Direttore Generale di Technovation, Inc., un’azienda di consulenza che “promuove l’innovazione, lo sviluppo del business e le strategie di investimento relative alla tecnologia della difesa”. Kaminski fu Sottosegretario alla Difesa per l’acquisizione e la tecnologia dal 1994 al 1997 e fu due volte Presidente del comitato del Consiglio Scientifico della Difesa che collabora col Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

A Kaminski di Mitre è stato assegnato il “Premio di Direttore dell’Intelligence Centrale” che è dato a coloro che “incoraggiano l’obiettivo di un’eccezionale raccolta di intelligence umana e la segnalazione di informazioni di valore significativo per la comunità di intelligence degli Stati Uniti.”

L’amministratore delegato di MITRE è Jason Providakes. Secondo la sua biografia ufficiale fornita da MITRE, la carriera di Providakes “ha origine nella ricerca scientifica a sostegno della sicurezza nazionale”. Prima di diventare amministratore delegato, Providakes era stato Direttore Esecutivo per la “Divisione Tecnologica e Sistemi di Armamento” di MITRE, dove svolse un ruolo fondamentale per la trasformazione dell’esercito nel “digitalizzare il campo di battaglia”.

Gli intimi legami fra MITRE e l’apparato di intelligence militare degli Stati Uniti si estendono al lavoro della società sul COVID-19.

Il “borsista tecnico” di MITRE, Jay Crossler, è una guida dei dati esecutivi per la Coalizione Sanitaria sul COVID-19, definita quale “risposta collaborativa dell’industria privata” al Covid. Secondo MITRE, Crossler fra l’altro “progettò, costruì, schierò e mise in funzione il portale che il generale Stanley McChrystal aveva usato per gestire l’invasione dell’Afghanistan”.

Peraltro il Direttore Sanitario di MITRE, Jay Schnitzer, era stato in precedenza il direttore di Scienze della Difesa presso DARPA, l’unità di ricerca notoriamente segreta del Dipartimento della Difesa.

Dal discreditato e distruttivo modello di letalità per il COVID-19 all’offensiva per il passaporto digitale

Il 17 marzo 2020, praticamente poche ore dopo la dichiarazione di una pandemia globale da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la divisione per il contrasto alle armi di distruzione di massa del Dipartimento della Sicurezza Nazionale stipulò un contratto con MITRE per “coinvolgere, informare e guidare” sindaci, governatori e funzionari impiegati nelle emergenze sulla risposta al COVID-19. Secondo Forbes, il Centro per il Controllo delle Malattie firmò pure un contratto da 16,3 milioni di dollari per stabilire “una durevole capacità nazionale di contenere il Covid-19”.

Un giorno dopo aver firmato il contratto con la divisione per il contrasto alle armi di distruzione di massa del Dipartimento della Sicurezza Nazionale, MITRE sfornò un “libro bianco” che delineava l’impatto previsto del COVID-19 sulla popolazione degli Stati Uniti e forniva raccomandazioni per i funzionari locali e federali su una risposta alle emergenze.

Il documento di MITRE affermava in modo sicuro che il COVID-19 rappresentava “un’epidemia pericolosa all’incirca quanto l’influenza spagnola che infettò 500 milioni di persone e ne uccise 50 milioni in tutto il mondo”. Durante l’epidemia del 1918, quando la popolazione degli Stati Uniti era inferiore a 1/3 di quella che è oggi, morirono circa 675.000 americani. MITRE quindi sopravvalutò il bilancio delle vittime del 2020 di sei volte tanto.

Con il suo modello ormai screditato come giustificazione, MITRE chiese alle autorità di ridurre del 90% i contatti sociali tra i membri della popolazione statunitense, di imporre rigidi confinamenti, di chiudere praticamente tutte le attività commerciali, di sigillare i confini e “di mettere in quarantena negli hotel o in altre strutture, uno per stanza, con personale ridotto all’osso, i cittadini di ritorno” dall’estero.

Molti Stati degli USA seguirono una qualche versione di questo modello estremo, innescando una catastrofe sociale ed economica dalla quale la popolazione potrebbe non riprendersi mai del tutto.

Ora che i confinamenti sembrano essere finiti, MITRE è al centro dell’offensiva per i passaporti vaccinali digitali per mezzo dell’Iniziativa per le Credenziali sul Vaccino. Tuttavia l’influente organizzazione di intelligence militare rimane dietro le quinte, per lo più sconosciuta a un pubblico statunitense le cui vite potrebbero essere radicalmente alterate da uno dei suoi più importanti progetti.

Per leggere la prima puntata di questa serie sui passaporti vaccinali digitali a cura di Jeremy Loffredo and Max Blumenthal, cliccare qui.

(Traduzione a cura della redazione)

Salute pubblica o ricchezza privata? Come i passaporti digitali vaccinali spianano la strada verso un capitalismo di sorveglianza senza precedenti

Di Jeremy Loffredo e Max Blumenthal per The Grayzone, 19 Ottobre 2021

I titani del capitalismo globale stanno sfruttando la crisi da Covid-19 per istituire in tutto l’Occidente sistemi di identificazione digitale sul modello del credito sociale

La morte per fame di Etwariya Devi, una vedova di 67 anni dello Stato rurale indiano del Jharkhand, sarebbe potuta passare inosservata se non fosse stata parte di una tendenza più ampia.

Come 1,3 miliardi di suoi connazionali indiani, Devi era stata costretta a iscriversi a un sistema di identificazione digitale biometrico chiamato Aadhaar per potere accedere ai servizi pubblici, compresa l’assegnazione mensile di 25 kg di riso che le spettava. Quando la sua impronta non riuscì a essere registrata con questo scadente sistema, a Devi fu negata la sua razione di cibo. Durante il corso dei tre mesi successivi nel 2017, le fu ripetutamente negato il cibo fino a quando soccombette alla fame, da sola a casa sua.

Premani Kumar, una donna di 64 anni anche lei del Jharkhand, ha subito la stessa sorte di Devi, morendo di fame e di esaurimento lo stesso anno dopo che il sistema Aadhaar trasferì senza il suo premesso i suoi pagamenti pensionistici a un’altra persona mentre nel frattempo sospendeva le sue razioni mensili di cibo.

Un destino analogamente crudele fu riservato a Santoshi Kumari, una ragazzina di 11 anni, anche lei del Jharkhand, che a quanto si dice morì chiedendo l’elemosina per il riso dopo che la tessera annonaria della sua famiglia era stata cancellata perché non era stata collegata al sistema di identificazione digitale Aadhaar.

Queste tre morti strazianti sono fra un’ondata di decessi avvenuti nel 2017 nell’India rurale e tutte quante sono state il diretto risultato del sistema di identificazione digitale Aadhaar.

Con oltre un miliardo di indiani nel suo database, Aadhaar è il più grande programma di identificazione digitale biometrica mai costruito. Oltre a fungere da portale per accedere ai servizi governativi, tiene traccia dei movimenti degli utenti fra le città, del loro status professionale e dei loro acquisti. È un sistema di credito sociale de facto che serve da punto di ingresso chiave per accedere ai servizi in India.

Dopo aver definito il collega miliardario Nandan Nilekani un “eroe”, le iniziative sostenute dall’oligarca dell’alta tecnologia Bill Gates hanno cercato a lungo di portare ”l’approccio Aadhaar ad altri Paesi”. Con l’inizio della crisi da Covid-19, Gates e altri esperti del settore dell’ID digitale hanno un’opportunità senza precedenti di introdurre i loro programmi nei Paesi ricchi del Nord.

Per coloro che agognano la fine delle restrizioni legate alla pandemia, i programmi con credenziali certificanti la loro vaccinazione contro il Covid-19 sono stati lanciati sul mercato come la chiave per riaprire l’economia e ripristinare la loro libertà personale. Ma l’implementazione dei passaporti di immunità sta anche accelerando la creazione di un’infrastruttura di identità digitale globale.

Come ha recentemente affermato la Thales, società di vigilanza militare e appaltatore della NATO, i passaporti vaccinali ”sono il precursore dei portafogli di identità digitali “.

E come ha enfatizzato su Forbes l’amministratore delegato di iProov, società di identificazione biometrica e appaltatore della Homeland Security (Dipartimento della Sicurezza Interna USA), “L’evoluzione dei certificati vaccinali guiderà in effetti nel futuro l’intero campo dell’identificazione digitale. Pertanto, non si tratta solo del Covid, questo è qualcosa persino più grande“.

Per lo stato di sicurezza nazionale, i passaporti di immunità digitale promettono un controllo senza precedenti sulle popolazioni ovunque tali sistemi siano implementati. Ann Cavoukian, l’ex commissario per la privacy dell’Ontario, in Canada, ha descritto il sistema di passaporti dei vaccini già attivo nella sua provincia come ”una nuova rete di sorveglianza inevitabile, con dati di geolocalizzazione tracciati ovunque“.

Per gli oligarchi dell’alta tecnologia come Bill Gates e istituzioni neoliberali come il World Economic Forum, i sistemi di identità digitale e valuta digitale hanno già permesso l’estrazione di profitti incredibili nei Paesi del Sud, dove centinaia di milioni di persone rimangono senza alcun servizio bancario e quindi al di fuori dell’ambito dei sistemi di pagamento elettronico.

Oggi, mentre monta la protesta dal basso contro il regime di esclusione del passaporto vaccinale, i capitani del capitalismo globale stanno conducendo una campagna più urgente che mai per portare il sistema di identificazione digitale in Occidente.

Per questi interessi elitari, la digitalizzazione dei passaporti di immunità rappresenta uno strumento critico in una trasformazione economica e politica pianificata da tanto tempo.

Senza tessera Covid, io e mia moglie siamo emarginati dalla società”

In tutto il mondo, la certificazione della vaccinazione contro il COVID-19 è già un requisito per partecipare alla vita quotidiana.

In Indonesia, i vaccini contro il COVID-19 sono obbligatori e coloro che rifiutano possono rischiare multe o gli viene negato l’accesso ai servizi pubblici. In Grecia, i residenti devono presentare il certificato di immunità per lavorare o entrare nei bar, teatri e altri spazi pubblici al chiuso

La Francia ha similmente richiesto ai residenti di portare con sé un pass sanitario per accedere a tutti i ristoranti, bar, treni e qualsiasi luogo che possa ospitare più di 50 persone, una decisione che ha scatenato estese proteste in tutto il paese. L’ex candidato socialista alla presidenza francese Jean-Luc Mélenchon ha criticato aspramente le nuove restrizioni come” assurde, ingiuste e autoritarie“.

L’Italia ha imposto il suo lasciapassare verde a tutti i lavoratori, minacciando la cessazione dei rapporti di lavoro e la sospensione del salario. L’Italia richiede questo pass anche per usare i mezzi pubblici. Le scene riguardanti uomini della vigilanza privata mentre eseguono il controllo del Green Pass e l’esclusione degli anziani in Italia dai servizi vitali hanno già iniziato a diventare virali sui social media.

Le restrizioni per i Lituani che non sono doppiamente vaccinati e che non sono in grado di dimostrare una recente precedente infezione da Covid-19 sono fra le più rigide al mondo. Gli sono vietati i ristoranti, tutti i negozi di generi non essenziali, i centri commerciali, i negozi di estetica, le librerie, le banche o le agenzie d’assicurazione, le università, cure mediche in regime di degenza, e i viaggi ferroviari.

Gluboco Lietuva, un uomo che si autodefinisce “padre lituano” che ha rifiutato la vaccinazione affermava su Twitter: “Senza Covid Pass, mia moglie e io siamo stati messi al bando dalla società. Non abbiamo nessun reddito. Ci sono stati vietati la maggior parte dei negozi. A malapena possiamo sopravvivere”.

Quattro su dieci province canadesi attualmente richiedono ai propri cittadini di mostrare la prova di essere stati vaccinati contro il Covid-19 per potere entrare in spazi pubblici al chiuso come ristoranti e teatri. Tutti i dipendenti pubblici federali e alcuni altri lavoratori devono essere vaccinati per conservare i loro posti di lavoro.

Il governo del primo ministro canadese Justin Trudeau richiede anche a tutti i viaggiatori in aereo e ai viaggiatori su treni interprovinciali di essere vaccinati. La provincia canadese di Alberta questo settembre prese una misura ulteriore quando annunciò che a tutti coloro che non possono provare di avere fatto il ciclo completo di vaccinazione per il Covid non gli sarà più permesso di socializzare al chiuso con gruppi di più di 12 persone.

In Israele, nel frattempo, solo coloro che hanno ricevuto tre dosi possono lavorare o fare acquisti al chiuso e andare nei ristoranti; i cittadini che hanno ricevuto due dosi vaccinali più di sei mesi fa sono ora considerati non vaccinati. Questa regola ha consolidato ciò che persino il New York Times ha giudicato “un sistema dualistico fra vaccinati e non vaccinati…. che solleva questioni legali, morali ed etiche”.

Negli USA, il presidente Joe Biden “sta procedendo con i requisiti vaccinali ovunque può”. Biden, che ha dichiarato che “la sua pazienza si sta esaurendo” per gli Americani non vaccinati, recentemente ha annunciato nuovi requisiti federali che impongono a circa 80 milioni di Americani – inclusi tutti coloro che lavorano in società con più di 100 dipendenti – che devono, o essere vaccinati, oppure sottoporsi settimanalmente al test per il Covid.

Biden ha anche imposto che coloro che lavorano in istituti che ricevono le coperture sanitarie come Medicare o Medicaid devono mostrare la prova dell’immunità per mantenere i loro posti di lavoro. Secondo la Associated Press, il presidente Biden sta prendendo in considerazione la prova dell’immunità per i viaggi interstatali, una restrizione che il suo precedente consulente per la salute pubblica, Ezekiel Emanuel, aveva chiesto insistentemente.

Nello stato del Colorado, il sistema ospedaliero “UC Health” ha annunciato che non permetterà trapianti di organo da eseguire su pazienti non vaccinati, suggerendo di andare in Texas per le procedure salvavita.

La città di New York offre un assaggio del programma in serbo per il resto del Paese. Il prerequisito “Key To NYC” che è entrato in vigore il 13 settembre di quest’anno, richiede la prova vaccinale per lavorare o mangiare al chiuso, per attività di fitness al chiuso, per luoghi di intrattenimento come musei, stadi, sale giochi e teatri.

“Se vuoi partecipare pienamente nella nostra società, devi essere vaccinato”, ha affermato il sindaco De Blasio. “New York è un posto eccezionale letteralmente pieno di meraviglie…. se tu sei non vaccinato, purtroppo non potrai esserne partecipe”.

Gli obblighi relativi al COVID potrebbero essere permanenti

Mentre i media come la CNN hanno definito i passaporti vaccinali una ”misura utile e temporanea“, è sempre più chiaro che le restrizioni sulla prova dell’immunità imposte alle popolazioni occidentali può darsi che non cambieranno molto presto.

Il dottor Kerry Chant, Ministro della Salute del New South Wales in Australia, ha affermato che i cittadini “dovrebbero abituarsi ad essere vaccinati con vaccini anti-Covid in futuro…sarà un ciclo regolare di vaccinazioni e rivaccinazioni”.

Albert Bourla, CEO della società multinazionale Pfizer, che ha visto le sue azioni salire alle stelle durante la pandemia, ha osservato che lo ”scenario più probabile” è che i vaccini contro il coronavirus siano obbligatori ogni anno.

Come un titolo tratto da Nature nel mese di febbraio diceva, ”il coronavirus è qui per rimanere”. Oppure, come ha affermato il dottor Mike Ryan, direttore esecutivo del programma di emergenza sanitaria dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), è ”molto, molto, improbabile” che il COVID-19 sparirà per sempre.

”Sradicare questo virus dal mondo proprio ora rassomiglia molto a cercare di pianificare la costruzione di un sentiero di pietre per la luna”, ha affermato Michael Osterholm, epidemiologo dell’Università del Minnesota a Minneapolis. ”È irrealistico“.

”D’ora in poi è la nostra vita, a ondate”, ha riconosciuto lo zar israeliano del coronavirus Salman Zarka. Zarka ha già preparato dei piani per imporre una quarta dose agli Israeliani.

Le imposizioni per il COVID verranno rinforzate digitalmente

Mentre i richiami vaccinali di routine imposti dallo Stato possono sembrare sgradevoli per molti, se non completamente insopportabili per altri, l’incubo rappresenta l’occasione di una vita. A partire da maggio 2020, sole sette settimane dopo che la pandemia era stata dichiarata, il miliardario americano Bill Gates prevedeva che” prima o poi avremo dei certificati digitali per vedere chi è guarito o è stato testato di recente, o quando abbiamo un vaccino, chi lo ha ricevuto”.

Ora, più di un anno dopo, un numero crescente di governi locali e nazionali richiede una qualche forma di prova digitale della vaccinazione o dell’immunità naturale contro il COVID-19.

A coloro che vogliono viaggiare in Canada, per esempio, viene richiesto di scaricare una app che verifica lo stato di vaccinazione dei viaggiatori in entrata. Il governo prevede anche di introdurre un passaporto federale digitale vaccinale per tutto il Canada nei prossimi mesi.

Quando l’Unione Europea (UE) aprì ai turisti stranieri questa estate, introdusse un “Certificato Digitale COVID” che consentiva l’ingresso a coloro vaccinati contro il COVID-19, a coloro che risultano negativi al test o a coloro che si erano recentemente ripresi da un’infezione. Il “Certificato Verde Digitale” proposto è stato promosso come un modo per facilitare la libera circolazione sicura all’interno dell’UE durante la pandemia.

Il governo francese ha stretto una partnership con una società di tecnologia biometrica chiamata IDEMIA per ”rendere più facile per i suoi cittadini dimostrare la propria identità ed effettuare transazioni online usando uno smartphone“. La nuova applicazione ”consentirà ai cittadini francesi di posizionare la propria carta d’identità elettronica nazionale [introdotta in Francia nell’ambito della risposta al COVID-19 nell’agosto 2021] … sul retro del proprio smartphone e avere immediatamente conferma della propria identità“. IDEMIA sta anche aiutando la Francia a certificare i dati sull’immunità dei viaggiatori con la sua suite Health Travel Pass.

Gli Stati Uniti accettano ancora le tessere di vaccinazione cartacee e il presidente Biden ha insistito sul fatto che non ci sia una app a livello nazionale per i posti di lavoro. Tuttavia, sette Stati (California, New York, Louisiana, Colorado, Illinois, New Jersey e Hawaii) hanno già implementato applicazioni che certificano la vaccinazione COVID-19 e hanno vari gradi di obblighi vaccinali per il Covid-19 sul posto/a livello locale.

ImmunaBand, un braccialetto indossabile, la cui missione aziendale è ”avvicinare un po’ il mondo in tempo di pandemia da COVID-19 e consente di dimostrare al mondo il vostro stato di vaccinazione/status vaccinale“, è stato approvato anche dalla città di New York come prova di vaccinazione.

“Nel tipico modo americano, il governo degli Stati Uniti sta relegando la creazione di certificati di vaccinazione digitali al settore privato”, ha affermato Data & Society, organizzazione no profit.

In effetti, dietro l’impulso per i passaporti vaccinali digitali c’è una cricca di istituzioni neoliberali sovranazionali guidate da donatori oligarchici dell’industria tecnologica.

Interessi aziendali elitari dietro i passaporti digitali COVID

Le mega società per azioni, le istituzioni finanziarie internazionali e le fondazioni private sostenute da miliardari hanno svolto un ruolo vitale nel fare attività di lobbying per i passaporti vaccinali digitali e nel rendere effettivi gli stessi.

Il promettente sistema di passaporto sanitario globale è stato coordinato sotto l’egida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) facente parte dell’ONU. Tuttavia, questa istituzione (l’OMS) è così intrecciata con ricchi interessi privati ​​che difficilmente può essere caratterizzata come un organismo di sanità “pubblica”.

Come l’ex direttore dell’OMS Margaret Chan ha detto alla regista Lilian Franck,” Solo il 30% del mio budget è costituito da fondi prevedibili. Per il restante 70%, devo prendere un cappello e viaggiare per il mondo supplicando denaro. E quando ci danno dei soldi, è estremamente legato alle loro preferenze, a ciò che a loro piace”.

Il primo tra questi finanziatori privati ​​è il secondo uomo più ricco del mondo, Bill Gates, e la sua Fondazione Bill e Melinda Gates, che risulta essere il secondo donatore dell’OMS.

La Gates Foundation ha recentemente contribuito a finanziare un documento dell’OMS che fornisce ”guida all’implementazione” per le certificazioni vaccinali in tutto il mondo. Gli autori hanno creato questo documento assieme alla Fondazione Rockefeller e con l’assistenza di diversi rappresentanti di alto livello della Banca Mondiale.

Secondo Foreign Affairs, ”Poche delle iniziative politiche o normative standard stabilite dall’OMS sono annunciate prima di essere state esaminate non ufficialmente dallo staff della Gates Foundation“. Oppure, come altre fonti dissero a Politico nel 2017, ”le priorità di Gates sono diventate quelle dell’OMS“.

Anche il World Economic Forum (WEF) è in prima linea nel passaggio ai certificati digitali. ”Il Forum fa parte del gruppo di lavoro dell’OMS per riflettere su questi standard [requisiti del certificato vaccinale] e pensare a come sarebbero usati“, si legge in un articolo del WEF risalente a maggio 2021.

Sulla carta, il WEF (noto anche come l’Organizzazione Internazionale per la Cooperazione Pubblico-Privato) è una ONG e un “think tank” impegnato a migliorare lo stato del mondo . In realtà, è una rete internazionale di alcune delle persone più ricche e influenti del pianeta. Il Forum si posiziona come opinion leader del capitalismo mondiale.

L’organizzazione è meglio conosciuta per il suo raduno annuale della classe dirigente globale/ a livello globale. Ogni anno, manager di hedge fund, banchieri, amministratori delegati di multinazionali, rappresentanti dei media e capi di Stato si riuniscono a Davos per “determinate le agende globali, regionali e industriali“. Come ha detto Foreign Affairs, ”il WEF non ha un’autorità formale, ma è diventato il principale forum delle élite per discutere di idee politiche e relative priorità per realizzarle“.

Nel 2017, l’economista tedesco e fondatore del WEF Klaus Schwab introdusse il concetto di ”Quarta rivoluzione industriale” con il titolo del libro che pubblicò quell’anno. La Quarta Rivoluzione Industriale (4RI), secondo Schwab, rappresenta l’attuale ”rivoluzione tecnologica” che sta cambiando il modo in cui le persone ”vivono, lavorano e si relazionano tra loro“, e con implicazioni ”diverse da qualsiasi cosa l’umanità abbia vissuto”.

Per lui, la Quarta Rivoluzione Industriale è la “fusione dei mondi a livello fisico, digitale e biologico”. Schwab ha persino detto che la Quarta Rivoluzione Industriale condurrà inevitabilmente verso il transumanesimo, o la modificazione del genoma umano.

Nel gennaio 2021, secondo Forbes, diversi partner del WEF, tra cui Microsoft, Oracle, Salesforce e molti altri “pesi massimi”, annunciavano una partnership per lanciare l’Iniziativa Per La Credenziale Vaccinale (Vaccine Credential Initiative – VCI), allo scopo di sviluppare strumenti di autenticazione digitale riguardanti le immunità da vaccinazioni.

Puntando ad istituire un’unica “tessera sanitaria SMART” per tutto il mondo, la VCI pretende che le proprie tessere sanitarie SMART vengano riconosciute “al di sopra dei confini organizzativi e giurisdizionali”.

Negli USA, alcuni Stati stanno già dislocando le tessere sanitarie SMART sviluppati dalla VCI. Queste tessere sanitarie SMART hanno gettato le basi per uno standard nazionale de facto per le credenziali vaccinali.

”Se un numero sufficiente di Stati adottasse questa tecnologia, potrebbe diventare uno standard nazionale de facto e sollevare l’amministrazione Biden dal dovere definire requisiti federali per scopi nazionali“, faceva notare Politico.

L’ultima versione di iOS di Apple, iOS 15, include persino il supporto per la SMART Health Card

A partire da oggi, coloro che hanno ricevuto un vaccino in California, Hawaii, Louisiana, New York, Virginia o in certe contee del Maryland possono ottenere una tessera sanitaria SMART dallo Stato.

Nella maggior parte degli altri Stati, la tessera sanitaria SMART è disponibile per coloro che sono stati vaccinati in una delle più di 17.100 farmacie facenti parte delle catene farmaceutiche CVS, Walgreen o Rite Aid, diffuse su scala nazionale.

”Più Stati, farmacie e sistemi sanitari inizieranno molto presto ad emettere tessere sanitarie SMART“, promette il sito di Commons Project, uno dei fondatori dell’iniziativa VCI.

L’amministratore delegato di Commons Project Paul Meyer è un ”giovane leader” del World Economic Forum.

In India, gli oligarchi tecnologici usano il sistema di identificazione digitale per imporre il credito sociale ai poveri delle zone rurali, dando origine a esclusione sociale e persino alla morte

Nel 2015, la Gates Foundation ha fornito il capitale iniziale per un progetto della Yale School of Public Health che sarebbe diventato noto come Khushi Baby. Attualmente organizzazione senza scopo di lucro, Khushi Baby realizza collane dotate di microchip da far indossare a un bambino in qualsiasi momento per tenere traccia del loro stato vaccinale e stabilire un monitoraggio continuo dalle prime vaccinazioni fino all’età adulta. L’organizzazione no-profit afferma che ora sta utilizzando i dati provenienti da più di 35.000 villaggi in India per creare algoritmi che ”prevedono i risultati sanitari per le madri e i bambini“.

Nel 2016, IDEMIA, l’azienda di sicurezza che ora lavora con il governo francese sulle vaccinazioni e la relativa verifica di identità, progettò collane dotate di microchip. Queste collane sono state usate per tracciare i dati sanitari di 13 milioni di persone in India dall’inizio della pandemia.

Questi programmi sono stati immessi sul mercato da consulenti aziendali come strumenti essenziali per migliorare l’uguaglianza e l’inclusione nei Paesi del Sud del mondo. ”L’identificazione digitale è la chiave per una crescita inclusiva“, sosteneva McKinsey, la società di consulenza globale, nel 2019.

”Qualcosa come un miliardo di persone potrebbero essere finanziariamente più inclusi e partecipativi”, ha affermato Mike Kubzansky, managing partner della rete Omidyar del fondatore di Ebay e magnate dei media Pierre Omidyar, durante un panel del WEF che esplorava come ”l’Identificazione Digitale Offre una Significativa Opportunità per la Creazione di Valore”.

Come Gates, Omidyar ha pesantemente investito nel progresso dell’identificazione digitale e dei sistemi valutari attraverso la sua rete Omidyar, che collabora con il World Economic Forum sulla Good ID Initiative.

Uno sguardo più da vicino alla spinta verso l’”inclusione” da parte dei colossi aziendali rivela che il loro linguaggio altruistico è poco più di una copertura di pubbliche relazioni per motivi di puro profitto, con conseguente emarginazione e persino morte per molti di coloro coinvolti nei loro sistemi di identità digitale.

Oltre a servire come luogo per il progetto Khushi Baby, l‘India è diventata un laboratorio per il tracciamento digitale e i sistemi di identificazione. Con il supporto di travestimenti capitalistici occidentali come la Gates Foundation e la Banca Mondiale, il Paese è diventato il sito del più grande database di identità digitale del mondo, noto come Aadhaar.

Il sistema Aadhaar è indicato con una serie di 12 cifre che serve come prova di identità e di indirizzo, fra gli altri segni evidenziatori, ovunque in India. Fino a oggi, un miliardo e trecento milioni di indiani sono stati iscritti nel sistema, il che lo rende il più grande database di identificazione biometrica mai costruito. Contiene le scansioni dell’iride e le impronte digitali di entrambe le mani di ciascun utente. La tecnologia per questo sistema è stata fornita da nessun altro che la società di sicurezza francese IDEMIA.

Aadhaar fu reso effettivo nel 2014, l’anno in cui Narendra Modi, un sostenitore del libero scambio e della tecnologia, è salito alla carica di primo ministro. Il suo creatore, il miliardario della tecnologia Nandan Nilekani, è stato soprannominato ”il Bill Gates di Bangalore“, celebrato da entusiasti della globalizzazione come Thomas Friedman, e salutato nientemeno che da Gates come un ”eroe” altruista. La Gates Foundation ha collaborato con Nilekani al suo progetto ”Co-impact” assieme alla Skoll Foundation del miliardario Jeffrey Skoll, co-fondatore di eBay.

“Aadhaar è una risorsa enorme per l’India”, così ne parlava calorosamente Bill Gates in un’intervista del 2019 sul network indiano Times Now. “Il fatto che si possano fare pagamenti digitali e aprire un conto bancario così facilmente, l’India è un Paese leader in questo settore. Ci sono enormi vantaggi nel poter far arrivare il denaro digitale emesso dal governo direttamente al beneficiario”.

Ma dietro la propaganda neoliberale, il sistema di identificazione digitale Aadhar di Nilekani ha devastato le vite delle popolazioni più vulnerabili e stigmatizzate dell’India.

Nello Stato orientale indiano di Jharkhand, un’ondata di morti si verificò nel 2017 quando i cittadini impoveriti furono esclusi dalle razioni di cibo sovvenzionate dal governo per mezzo del sistema Aadhaar. In parecchi casi, le vedove anziane si sono viste negare il riso per diversi mesi perché il sistema non riconosceva le scansioni delle loro impronte digitali.

Circa nello stesso periodo, tre fratelli morirono di fame dopo non essersi registrati correttamente nel sistema di identificazione digitale Aadhaar e successivamente furono negate loro le razioni per sei mesi. La stessa crudele sorte toccò alla famiglia Kumari, che non riuscì a ottenere un’identità digitale nel sistema di identificazione digitale Aadhaar, perse la sua tessera alimentare e videro la figlia undicenne Santoshi morire di fame.

“Molte persone in Jharkhand sono state vittime di una simile perdita di diritti alimentari durante gli ultimi mesi”, riportava India’s Scroll, un quotidiano indiano online. “La ragione principale è che l’autenticazione biometrica, alla base del sistema di identificazione digitale Aadhaar, è ora obbligatoria in circa l’80% dei negozi che erogano le razioni alimentari nello Stato di Jharkhand”.

Secondo India’s Scroll, un campione casuale di 18 villaggi in cui l’autenticazione biometrica era obbligatoria rivelò che uno sbalorditivo 37% dei titolari della carta non poterono accedere alle loro razioni alimentari.

Oltre a far sì che il sistema di identificazione digitale Aadhaar sia diventato la chiave per ottenere servizi governativi, il governo Modi ha integrato i dati raccolti da tale sistema per istituire un “database a 360 gradi” che “traccia automaticamente quando un cittadino si sposta fra le città, quando cambia lavoro o acquista una nuova proprietà”, secondo quanto riferito dall’Huffington Post.

Quando il Covid-19 raggiunse l’India all’inizio del 2020, Nilekani propose di impiegare Aadhaar come base per un programma di vaccinazione e tracciamento anti-Covid. “Dobbiamo assicuraci che tutti ricevano un certificato digitale con la data di vaccinazione, il nome del vaccino e attraverso quale fornitore e la località in cui è stato somministrato”, Nilekani dichiarò nel 2020.

Come era prevedibile, il sistema di sorveglianza di massa di Nilekani ha dimostrato di essere molto più efficace nel raccogliere dati che nel proteggerli. Nel 2018, il quotidiano Indian Tribune fu in grado di acquistare le informazioni personali di quasi tutti gli utenti di Aadhaar tramite venditori anonimi su WhatsApp. Il processo richiese solo dieci minuti e costò circa sei dollari, secondo quanto riferito dal quotidiano stesso.

Le violazioni seriali del sistema della privacy hanno persino spinto alcuni indiani HIV positivi a ritirarsi dai programmi di trattamento antiretrovirale che richiedono la carta Aadhaar. Sebbene venga detto che l’adesione a Aadhaar è su base volontaria, le persone con HIV si sono lamentate con i media indiani di aver subito pressioni per iscriversi al programma di identificazione digitale e di essere state minacciate di perdita dei servizi medici.

I sostenitori della privacy negli Stati Uniti indicano i programmi di identità nazionale digitale come quelli di Aadhaar come giganteschi strumenti di sorveglianza che gettano le basi per un sistema di credito sociale.

Parlando al Comitato per i servizi finanziari della Camera degli Stati Uniti nel luglio 2021, Elizabeth Renieris, del Technology Ethics Lab di Notre Dame, lanciò un avvertimento: “In India, il numero Aadhaar è in grado di tracciare la tua attività in ogni aspetto della tua vita, dall’impiego lavorativo che svolgi all’assistenza sanitaria, alla scuola, praticamente tutto quello che fai. Non puoi conservare autonomia in settori specifici della tua vita. Non puoi separare la tua reputazione personale e professionale. Non puoi avere questo genere di identità personale contestualizzata. Penso che ciò sia davvero problematico.”

“Dobbiamo evitare di costruire sistemi di identificazione digitale e infrastrutture in un modo che ulteriormente espande e rafforza lo stato di sorveglianza, come fa il sistema di identità nazionale in India”, ha continuato Renieris.

Ma è l’aspetto onnicomprensivo di credito sociale di Aadhaar che ha reso Bill Gates così appassionato del sistema.

Parlando ai più alti decisori politici dell’India nel 2016, il secondo uomo più ricco del mondo dichiarò: “Nel corso del tempo, tutte queste transazioni creano un’impronta e quindi quando fai domanda di credito, l’abilità di accedere ai dati storici che hai pagato le tue bollette in tempo, che hai risparmiato soldi per l’istruzione dei tuoi figli, tutte quelle cose nella tua traccia digitale, di cui si è avuto accesso in modo appropriato permettono al mercato del credito di valutare adeguatamente il rischio.”

ID4D espande l’identificazione digitale per tracciare più attività umane che mai

Nel 2016, la Fondazione Gates ha stanziato finanziamenti per un progetto della Banca Mondiale chiamato Identity for Development (ID4D) Initiative con lo scopo dichiarato di portare “l’approccio Aadhaar ad altri Paesi”.

Finora, la Banca Mondiale ha investito 1,2 miliardi di dollari nell’iniziativa ID4D , con l’obiettivo ufficiale di creare “sistemi di identificazione che utilizzino soluzioni del 21° secolo”.

Tra i quattro partner finanziari che stabilirono l’iniziativa c’erano due familiari organizzazioni finanziate da Big Tech: The Gates Foundation e The Omidyar Network, assieme all’Australian Aid e UK Aid. Secondo la Banca Mondiale, in particolare, “i contributi che hanno funto da catalizzatore” della Fondazione Gates trasformarono il progetto da un’idea a un’iniziativa funzionale della Banca Mondiale.

Nilekani di Aadhaar siede attualmente nel consiglio consultivo dell’Iniziativa ID4D.

Secondo la Banca Mondiale , ID4D “promuove l’uso di sistemi di identificazione digitale per la libera circolazione e la fornitura di servizi, creando collegamenti tra i sistemi che permettono agli utenti di autenticarsi per servizi chiave come la ricezione di pagamenti di trasferimento sociale, il completamento di transazioni finanziarie, e l’attraversamento di confini”.

I materiali promozionali inquadrano questa impresa come una causa umanitaria incentrata sull’aiuto alle donne povere e sull’inclusione nell’economia moderna delle persone senza un conto in banca come rifugiati e migranti.

Tuttavia, uno sguardo più attento ai sostenitori dell’iniziativa e alla loro agenda rivela un obiettivo di lunga data dei capitani del capitalismo globale: creare un sistema di identità digitalmente caratterizzato che consenta a potenti istituzioni pubbliche e private di monitorare più attività umane che mai.

“L’ID digitale … può essere usato abilmente da piattaforme governative e commerciali per facilitare una varietà di transazioni digitali, inclusi i pagamenti digitali”, spiega la Banca Mondiale.

In un white paper dell’agosto 2021, la Banca Mondiale chiedeva alle nazioni africane di realizzare un “mercato digitale unico” e di allentare le normative sull’infrastruttura digitale per ridurre il rischio per gli investitori. Il documento rivelò le reali intenzioni dietro la spinta della Banca Mondiale per la chiusura del divario digitale: aprire il continente agli investimenti esteri. “La regolamentazione del governo”, dichiarava il documento, “ha bisogno di rendere scorrevole il percorso verso la trasformazione digitale nella regione”.

“Accelerando la trasformazione digitale dell’Africa, le aziende possono raccoglierne i benefici”, proclamava il World Economic Forum (WEF) in un articolo del 2020 intitolato “L’Africa ha il potenziale per rilanciare la crescita globale”.

“Ci saranno […] opportunità lucrative in Algeria, Angola, Etiopia, Ghana, Kenya, Marocco, Sudan e Tunisia … una buona scommessa per le aziende che cercano di entrare in nuovi mercati”, consigliava il WEF.

Come ha scritto di recente il World Economic Forum, ” Il COVID-19 ha evidenziato i vantaggi della creazione di un’economia digitale”. Tuttavia, i vantaggi di cui parla il gruppo probabilmente ricadranno dalla parte dei suoi portatori di interessi (stakeholder).

I partner della “Piattaforma per una buona identità digitale” del World Economic Forum includono l’azienda di identificazione biometrica Accenture, Amazon, Barclays Bank, Deutsche Bank, HSBC Bank, Mastercard, l’azienda di tecnologia biometrica Simprints e il gigante del credito Visa.

Gli stakeholder dell’iniziativa rappresentano i principali beneficiari di un sistema di identificazione biometrica imposto al Sud del mondo, con le multinazionali finanziarie occidentali svolgenti la funzione di porta d’accesso per i suoi abitanti per partecipare all’economia globale.

Il WEF ha anche reso chiaro che l'”obiettivo finale” della sua agenda è espandere il modello stabilito in India fino a quando ogni persona nel mondo possiede un ID digitale unico.

In un articolo intitolato “L’ID digitale è il catalizzatore del nostro futuro digitale”, Mohit Joshi , un “giovane leader” del WEF, sosteneva che “i governi dovrebbero utilizzare [Aadhaar] per ottimizzare la fornitura di servizi e pagamenti e aumentare in modo massiccio l’inclusione finanziaria.”

In un documento separato, comunque, il WEF ammise che il nuovo sistema digitale non fornirà necessariamente agli utenti la liberazione che è stata loro promessa: “L’identità digitale della quarta rivoluzione industriale determinerà a quali prodotti, servizi e informazioni possiamo accedere – o, al contrario, ciò che ci è precluso”, ha affermato il WEF.

ID2020 usa a proprio vantaggio le vaccinazioni per spingere “oltre un livello distopico” i sistemi di identificazione e i pagamenti digitali

Nel 2016, la Global Alliance for Vaccines and Immunization (GAVI) di Bill Gates, Microsoft, Accenture e la Rockefeller Foundation hanno costituito un nuovo consorzio per fornire certificati di identificazione digitale ai bambini in età infantile quando riceveranno le vaccinazioni di routine. Lo chiamarono ID2020, indicandolo incidentalmente per l’anno in cui una pandemia globale sarebbe stata dichiarata.

ID2020 dice che è “concentrato a essere a capo dello standard di identità biometrica digitale a livello globale” e sostiene che gli ID digitali condurranno all'”indipendenza finanziaria”.

I partner dell’iniziativa ID2020 includono il gigante delle carte di credito MasterCard e Simprints, un’azienda di tecnologia biometrica supportata dall’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID, una tradizionale organizzazione di copertura per l’intelligence statunitense.

Il progetto “community pass” di MasterCard mira a catturare i dati biometrici di 30 milioni di individui in zone remote dell’Africa nei prossimi tre anni e a dargli una smart card biometrica, la MasterCard Community Pass, che a sua volta fornirà gli Africani di un’identità biometrica digitale e di un conto bancario digitale.

ID2020 è attualmente in funzione in Bangladesh , dove amministra la registrazione biometrica e il sistema di identificazione digitale per i bambini in età infantile quando ricevono le vaccinazioni di routine. L’amministratore delegato di GAVI, Seth Berkely, ha detto che pianifica di espandere il programma in tutto il mondo sottosviluppato, lavorando con multinazionali come Facebook e MasterCard per vincolare lo stato di vaccinazione a un sistema di identificazione biometrica.

“L’89 per cento dei bambini e degli adolescenti senza identificazione vive in paesi supportati da GAVI”, affermava Berkley . “Siamo entusiasti del potenziale impatto di questo programma non solo in Bangladesh, ma come qualcosa che possiamo replicare in tutti i Paesi con requisiti idonei a far parte di GAVI”.

Con la dichiarazione dell’OMS di una pandemia globale nel marzo 2020, è arrivata un’opportunità senza precedenti per le forze che fanno avanzare gli ID digitali. Come Andrew Bud, amministratore delegato della società di tecnologia biometrica e appaltatore del Dipartimento della Sicurezza Interna iProov, che così si entusiasmava, “L’evoluzione dei certificati vaccinali guiderà effettivamente l’intero campo dell’identità digitale in futuro. Quindi, di conseguenza, non si tratta solo di Covid, si tratta di qualcosa di persino più grande”.

Entro l’anno successivo, ID2020 e l’azienda di identificazione biometrica partner di USAID, Simprints, avevano usato a proprio vantaggio i fondi della Gates Foundation per pubblicare un articolo intitolato ” Consegna di vaccini COVID-19: un’opportunità per organizzare sistemi per il futuro “. Gli autori sostenevano che i vaccini COVID-19 nel Sud del mondo avrebbero potuto essere utilizzati come “potenziale leva” per fornire sistemi di identificazione biometrici digitali.

Hanno continuato ammettendo che tali sistemi biometrici digitali sarebbero rimasti in vigore molto tempo dopo la fine della pandemia di COVID-19 e sarebbero stati sfruttati per una serie di scopi dopo il lancio: “La biometrica ha il vantaggio di essere agnostica rispetto al caso d’uso”, i co-autori scrivevano, “nel senso che può connettere diversi sistemi durante o anche dopo il lancio”.

Elizabeth Renieris del Notre Dame-IBM Tech Ethics Lab rassegnò le dimissioni dal ruolo di consulenza tecnica per ID2020, citando “i rischi per le libertà civili” dopo che l’iniziativa si mise in alleanza con i giganti della tecnologia per progettare passaporti di immunità COVID supportati dalla tecnologia blockchain ancora in fase sperimentale.

Renieris proseguì nel denunciare il promettente sistema di identificazione digitale come un incubo per le libertà civili: “La prospettiva di limitare severamente i diritti e le libertà fondamentali degli individui attraverso piani insensati di ‘passaporti di immunità’ o certificati simili, in particolare quelli che farebbero leva su prematuri standard e su una tecnologia altamente sperimentale e potenzialmente lesiva dei diritti come la blockchain, va oltre la distopia”.

Gli esperti di ID digitali prendono di mira i poveri del mondo

Mentre collegare un’identità biometrica digitale alle finanze degli individui è quasi certo che escluda un sacco di gente, e ne ha persino ucciso alcuni tagliando fuori dai servizi governativi i cittadini in stato di povertà, gli istituti finanziari e creditizi predatori vedono la tecnologia come il mezzo perfetto per capitalizzare su mercati non sfruttati e in via di sviluppo.

Un rapporto del settembre 2021 di BankServAfrica, la più grande stanza di compensazione automatizzata di pagamenti digitali in Africa, che è diretta da ex manager di MasterCard, VISA e IBM, sollecitava il Sudafrica ad adottare un sistema di identificazione digitale biometrico.

Il rapporto proclamava: “È arrivato il momento per i consumatori, gli investitori e i settori pubblico e privato di lavorare insieme per raggiungere l’obiettivo comune di attivare un’identità digitale solida, sicura e fidata per il Sudafrica”.

La piattaforma di pagamento digitale di BankServAfrica è attualmente testata in Namibia, Zimbabwe e Tanzania con il supporto finanziario della Banca mondiale, dell’USAID e della Bill & Melinda Gates Foundation.

“La pandemia di COVID-19 ha dimostrato quanto sia critico un sistema di identificazione digitale”, insisteva a dire il Direttore Commerciale di BankServAfrica.

Il rapporto di BankServAfrica sosteneva che un solido sistema di identificazione digitale biometrica aiuterà il Sudafrica a realizzare “processi FICA [sistema di punteggio per il credito] più semplici” e “un mercato del credito al consumo equo, trasparente, competitivo, sostenibile, responsabile, efficiente ed efficace”.

Ma dietro la nobile retorica neoliberista schierata dall’industria finanziaria si trova un indecente storia di affarismo e invasione della privacy su vasta scala.

Nel 2007, Vodafone e Safaricom lanciarono mPesa, un sistema che consente digitalmente agli utenti di depositare, prelevare, trasferire e pagare. Il progetto fu “in grado di rendere disponibile credito e capitale per la crescita a milioni di persone che non hanno mai avuto accesso al credito prima”, secondo Areiel Wolanow , che guidava il team che progettò e costruì il motore di valutazione del credito per mPesa in Kenya.

Ma uno studio dell’economista Alan Gibson rivelò che fu il settore finanziario, non la popolazione rurale del Sud del mondo, a beneficiare veramente di mPesa. Nel frattempo, le condizioni di vita dei più poveri partecipanti al sistema non sono migliorate affatto: “Quello che è indiscutibile è che il lato dell’offerta del mercato finanziario ha beneficiato molto dagli ultimi dieci anni. Le vendite delle banche sono aumentate di 2,5 volte e gli utili di 3,5 volte, con aumento anche dei margini di profitto; gli anni dell’inclusione sono stati senza dubbio anni buoni per le banche. Questo apparente contrasto tra un cospicuo successo dal lato dell’offerta e un’economia ancora povera … solleva interrogativi sul ruolo del settore finanziario. In particolare, ci porta alle domande su chi/cosa è lì per servire e sugli incentivi che determinano il comportamento”.

In un’ulteriore accusa riguardante gli schemi di pagamento digitali apparentemente “inclusivi”, la Rivista di Economia Politica Africana scoprì che “la maggior parte di questo valore [mPesa] non va ai poveri. Piuttosto, tale tecnologia finanziaria è chiaramente progettata per risucchiare valore e depositarlo nelle mani di una ristretta élite finanziaria digitale globale che sono le forze principali dietro la rivoluzione di questa tecnologia finanziaria.

Nonostante l’evidenza di una crescente disuguaglianza, Bill Gates – la cui fondazione spende centinaia di miliardi di dollari per promuovere servizi finanziari digitali per i poveri – si profuse in salamelecchi per mPesa.

“M-Pesa è un eccellente programma”, così su Twitter Bill Gates ne parlava calorosamente in uno dei suoi parecchi tweet a favore del sistema di pagamenti digitale.

Gates si agganciava a un articolo che promuove il programma della National Public Radio, l’emittente pubblica statunitense che ha ricevuto oltre 17,5 milioni di dollari da Gates mentre pubblicava centinaia di articoli di elogio a favore del miliardario della tecnologia e delle sue iniziative in tutto il mondo.

Negli Stati Uniti, nel frattempo, la campagna ID2020 di Gates ha collaborato con le forze che mandano avanti un sistema che registra lo stato vaccinale degli Americani con la stessa società che calcola il loro punteggio di credito finanziario.

L’industria del credito statunitense e le organizzazioni di identificazione dell’immunità digitale collaborano sulle “enormi opportunità per il settore commerciale”

In Illinois, ai residenti è attualmente richiesto di verificare di aver ricevuto il vaccino COVID-19 attraverso un portale online chiamato Vax Verify che funzionerà insieme al passaporto vaccinale di imminente attuazione a Chicago.

Per registrare l’avvenuta vaccinazione, i residenti dell’Illinois si devono rivolgere a Experian, il leader mondiale per il servizio di punteggio sul credito.

Il portale Vax Verify sta già incontrando resistenze per aver fornito informazioni imprecise sullo stato vaccinale. È anche argomento di serie preoccupazioni sulla sicurezza, dato il primato di infrazioni di Experian che fece trapelare i dati personali di milioni di cittadini dal Brasile al Sud Africa.

Inoltre, il portale online richiede che qualsiasi residente con un blocco del credito debba sbloccarlo con Experian prima di registrare l’avvenuta vaccinazione.

“L’uso di Experian è certamente uno dei peggiori [passaporti vaccinali] che abbia visto fino ad ora”, commentò a Yahoo News il direttore tecnico della Electronic Frontier Foundation, Alexis Hancock.

Dopo che l’Illinois è diventato il primo Stato degli USA a forgiare una relazione formale tra le certificazioni vaccinali e Experian, Bill Foster, membro del Congresso dell’Illinois e il prediletto dell’industria finanziaria, ha proposto una legislazione che vorrebbe imporre un sistema di identificazione biometrico digitale all’intera popolazione americana.

L’Improving Digital Identity Act del 2021, proposto da Foster a luglio, richiede al settore pubblico, e in particolare al Dipartimento della Difesa Nazionale, di collaborare con il settore privato per sviluppare una nuova infrastruttura di identificazione digitale biometrica per gli Stati Uniti.

Nel novembre 2020, l’ID2020 sponsorizzato da Gates fornì a Foster un forum online per promuovere il suo disegno di legge. Durante l’evento, il membro del Congresso esortò per un “fidato sistema di certificati di immunità digitale biometrico” spiegando nel mentre che il suo disegno di legge otterrebbe i dati biometrici da ogni cittadino in modo che le società private possano “usarlo a proprio vantaggio” per generare enormi profitti.

“Una volta che il governo avrà [preso] da te quei dati biometrici piuttosto seri, ci saranno enormi opportunità per il settore commerciale per usarli a proprio vantaggio”, diceva. “E per cercare di dare il via a tutto questo, ho introdotto l'”Improving Digital ID Act'”.

Le società bancarie e di carte di credito sono fra i tanti “settori commerciali” che il progetto di legge Foster beneficerà attraverso i sistemi di identificazione biometrici digitali. Il disegno di legge afferma chiaramente che il sistema di identificazione aziendale darà a “persone che usano a malapena i servizi bancari e a quelle del tutto sprovviste di servizi bancari un migliore accesso ai servizi finanziari digitali”, mimetizzando l’apertura dei mercati per i giganti della finanza nello stesso linguaggio vigile riguardo alle ingiustizie sociali che viene usato da ID4D e ID2020.

Ma mentre gli oligarchi dell’alta tecnologia e i loro partner nei settori finanziario e della sicurezza nazionale usano a proprio vantaggio l’epidemia da coronavirus per istituire un redditizio apparato di monitoraggio digitale, il dissenso sta esplodendo nei Paesi in cui i passaporti vaccinali hanno iniziato a escludere milioni di persone.

Scoppiano proteste contro i passaporti vaccinali e contro “persone che hanno ben poco a che fare con il Parlamento”

A New York City, l’epicentro del lancio del passaporto vaccinale negli Stati Uniti, dove nel 2020 più dell’80% di tutti gli arresti per distanziamento sociale a causa del Covid sono stati eseguiti contro residenti neri, le tensioni latenti degenerarono quando tre clienti neri iniziarono una zuffa con il personale di Carmine’s, un ristorante dell’Upper West Side che gli impedì di cenare essendo sprovvisti di certificato vaccinale.

L’incidente incitò la condanna di una succursale locale del movimento Black Lives Matter, che accusò le autorità cittadine di sfruttare l’obbligo di indossare le mascherine e di esibire i passaporti vaccinali per escludere e incarcerare i residenti neri. “Quello che qui stiamo vedendo è che la polizia del dipartimento di New York e i ristoranti stanno usando il certificato vaccinale come un motivo per discriminare i neri”, ha dichiarato l’attivista BLM Kimberly Bernard.

La Francia è stata il luogo di alcune delle più grandi proteste al mondo contro il sistema di passaporti vaccinali imposto sotto la sorveglianza dell’ex banchiere e presidente Emanuel Macron. Il 14 agosto, oltre 210.000 persone invasero le strade in più di 200 proteste in tutta la Francia contro il nascente regime di sicurezza biomedica.

Al di là dell’etichettatura dei manifestanti da parte dei media di regime come truppe d’assalto di estrema destra, il francese Le Monde li descriveva come “soli, accoppiati, con la loro famiglia o i loro amici, di tutte le età, bianchi, neri, impiegati, pensionati, alcuni vaccinati, altri che si rifiutano di vaccinarsi”.

La giornalista francese Pauline Bock faceva notare che nel suo Paese “l’unica categoria lavorativa esente dalla vaccinazione obbligatoria – la polizia – sarà quella che si assicurerà che tutti quanti gli altri obbediscano. La politica è matura per un cattivo uso autoritario”.

In Italia, nel frattempo, il presidente del Consiglio italiano ed ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi ha ordinato a tutti i dipendenti di aziende pubbliche e private di esibire un Green Pass attestante la vaccinazione per entrare nel loro posto di lavoro.

Il sistema di passaporti vaccinali Green Pass ha già escluso le persone non vaccinate da ristoranti e palestre, come pure da treni, autobus e voli nazionali in tutto il Paese. I numeri ufficiali del governo mostrano che il pass non è riuscito ad aumentare la diffusione del vaccino.

Con l’estensione del Green Pass ai luoghi di lavoro, gli Italiani sono insorti in alcune delle più grandi proteste che il mondo abbia visto contro il nascente regime di biosicurezza.

Il 9 ottobre, centinaia di migliaia di manifestanti si sono riversati nelle strade italiane da Roma a Trento per esprimere il loro rifiuto della politica di Draghi. A Roma, dove la polizia ha represso manifestanti pacifici con manganelli e scudi antisommossa, un gruppo di circa 20 teppisti di estrema destra attaccò un ufficio sindacale locale mentre la polizia stava ferma. Il ministro dell’Interno [sic] Carlo Sibilia sfruttò l’incidente per sostenere che “i gruppi neofascisti si nascondono dietro i cosiddetti No Vax”.

Il segretario di una fazione del Partito Comunista Italiano, Marco Rizzo, che ha condannato il sistema dei passaporti vaccinali come “uno strumento discriminatorio e divisivo che oppone l’uno all’altro”, gettava sospetti sull’accaduto.

In una dichiarazione del 10 ottobre, Rizzo avvertiva che l’incidente della “violenza fascista” avvenuto il giorno prima faceva direttamente il gioco del governo neoliberista e si interrogava se fosse in ballo una nuova “strategia della tensione”. Il leader comunista si stava riferendo alla strumentalizzazione sotto copertura dello Stato italiano dei militanti di estrema destra durante gli “anni di piombo” per fomentare la violenza e neutralizzare le organizzazioni marxiste.

Le manifestazioni si sono ora estese alla città portuale di Trieste, dove i lavoratori portuali hanno rifiutato di scaricare le merci fino a che il Green Pass venga revocato. Il 18 ottobre, la polizia italiana provò a interrompere lo sciopero dei lavoratori con idranti, gas lacrimogeni e una pesante repressione.

Due giorni prima che esplodessero in tutta Italia le proteste contro il Green Pass, il rinomato filosofo Giorgio Agamben comparve davanti alla Commissione Affari Costituzionali del Senato italiano per rilasciare una drammatica dichiarazione di opposizione al Green Pass.

Agamben è famoso soprattutto per il suo concetto di Homo Sacer, o nuda vita, in cui un individuo viene spogliato dei diritti e ridotto alla sua essenza biologica in un regime extra-legale giustificato dalla guerra o da altre emergenze. Quando le autorità italiane dichiararono il primo lockdown nel marzo 2020, il filosofo applicò questa teoria alle pesanti restrizioni del suo Paese.

“La caratteristica distintiva… di questa grande trasformazione che stanno tentando di imporre è che il meccanismo che lo rende formalmente possibile non è un nuovo corpus legislativo di leggi, ma uno stato di eccezione – in altre parole, non è un’affermazione di qualcosa, ma la sospensione delle garanzie costituzionali”, spiegava il filosofo nella prefazione alla sua raccolta di scritti del 2020 sul Covid-19, Dove siamo ora: l’epidemia come politica.

Nelle sue osservazioni davanti al Senato italiano, Agamben indicò un’agenda inquietante dietro la motivazione ufficiale per i passaporti vaccinali: “È stato detto da scienziati e medici che il Green Pass non ha nessun significato medico ma serve a costringere la gente a vaccinarsi. Penso invece che dobbiamo dire il contrario: che il vaccino è un mezzo per costringere la gente ad avere il Green Pass. Questo è, un espediente che permette di monitorare e tracciare gli individui, una misura senza precedenti».

Il filosofo concluse il suo discorso prendendo di mira le forze sovranazionali – Bill Gates, il World Economic Forum e la Rockefeller Foundation, fra gli altri – determinate a imporre un sistema di identificazione digitale e di credito sociale basato su alta tecnologia a quanta più popolazione umana possibile.

“Credo che in questa prospettiva – ha avvertito Agamben – sia più che mai urgente per i parlamentari considerare la trasformazione politica in corso, che a lungo andare è destinata a svuotare il Parlamento dei suoi poteri, riducendolo alla semplice approvazione – nel nome della biosicurezza – di decreti emanati da organizzazioni e persone che hanno ben poco a che fare con il Parlamento”.

Traduzione a cura della redazione

Gli autori:

Jeremy Loffredo è un giornalista di base a Washington, DC. Ha lavorato su vari documentari indipendenti a New York e già aveva prodotto notiziari presso RT America. Adesso sta producendo un documentario indipendente sul Green New Deal.

Max Blumenthal è direttore di The Grayzone, è un giornalista vincitore di premi giornalistici e autore di diversi libri, inclusi i più venduti “Republican Gomorrah”, “Goliath”, “The Fifty One Day War”, e “The Management of Savagery”. Ha prodotto ricerche per varie pubblicazioni, molti video reportage, e parecchi documentari, compreso “Killing Gaza”. Blumenthal ha fondato The Grayzone nel 2015 per far luce sul perpetuo stato di guerra degli USA e sulle sue pericolose ripercussioni interne.

La guerra americana al clima

“In un periodo in cui è alta l’attenzione mediatica intorno al tema dell’ambiente – con annesse campagne etiche rivolte al consumo individuale senza intaccare il modello produttivo capitalistico che devasta l’ambiente – balza agli occhi una recente inchiesta pubblicata da una delle più importanti riviste internazionali di ricerca geografica, Transactions della Royal Geographical Society, in cui viene calcolata l’incidenza delle forze armate statunitense sui cambiamenti climatici. E il dato che viene fuori è tanto emblematico, quanto sconcertante il silenzio che lo accompagna.
Secondo questa indagine, che si basa sui dati della US Defense Logistics Agency – Energy (DLA‐E) – una grande agenzia all’interno del Dipartimento della Difesa degli USA, principale punto di acquisto dei combustibili a base di idrocarburi per le forze armate – l’esercito americano infatti risulta esser uno dei maggiori inquinatori della storia, consumando per la sua vasta infrastruttura e le sue operazioni militari, sia a livello nazionale che internazionale, più combustibili liquidi ed emissioni di CO2e rispetto a molti paesi di medie dimensioni (più di 140 paesi) che lo fanno il più grande singolo consumatore istituzionale di idrocarburi nel mondo. Nel 2017, l’esercito USA ha acquistato circa 269.230 barili di petrolio al giorno ed emesso, bruciando quei combustibili, 25.375,8 kt-Co2e. Se le forze armate statunitensi fossero un paese, solo per il loro uso di carburante (escludendo emissioni di elettricità, cibo, cambiamenti di uso del suolo dalle operazioni militari o qualsiasi altra fonte di emissione) sarebbero il 47° più grande emettitore di gas serra del mondo. Basta pensare che questo dato corrisponde alle emissioni totali – non solo di carburante – della Romania. Inoltre, bisogna anche osservare che questi dati sulle emissioni riguardanti l’esercito statunitense non sono considerate parte delle emissioni aggregate degli USA a seguito dell’esenzione concessa nella negoziazione del protocollo di Kyoto del 1997 che doveva esser rimossa dall’Accordo di Parigi sul Clima a cui l’amministrazione Trump ha ritirato la firma.
(…) Ma non sono solo questi i dati che collocano l’esercito statunitense ai vertici dei principali attori della devastazione ambientale: le basi militari statunitensi, sia interne che straniere, si collocano costantemente in alcuni dei luoghi più inquinati del mondo, poiché il perclorato e altri componenti contaminano le fonti di acqua potabile, falde acquifere e suolo.
(…) Se riportiamo ciò alle basi militari statunitensi dislocate in tutto il mondo – compreso particolarmente il nostro paese – il quadro è ben definibile in tutta la sua portata. Un esempio è la contaminazione delle forniture di acqua potabile locale della base dell’aeronautica militare di Kadena ad Okinawa (Giappone).
Un altro esempio che ci riguarda molto da vicino è la Base della Marina USA sita a Niscemi (CL), in Sicilia, all’interno di una Riserva Naturale della Sughereta (fra le più antiche e importanti d’Europa) deturpata e devastata con l’installazione di un sistema di telecomunicazioni satellitare, il MUOS (che si combina con le antenne NRTF dal 1991), le cui emissioni elettromagneti­che bucano la ionosfera e possono ri­sultare letali per le persone come dimostrano i dati sull’incidenza dei tumori nell’area superiori alla media nazionale, come alla tiroide che raggiunge il 14% dei cittadini a fronte di una media nazionale del 4%, mentre il 7% patisce tumori ai testicoli di fronte ad una media nazionale del 2%.
Un altro esempio che possiamo citare a dimostrazione dell’incidenza dei siti militari statunitensi sulla salute e l’inquinamento è l’isola portoricana di Vieques – per anni discarica delle munizioni nocive degli Stati Uniti – dove il tasso di tumori è di molto superiore rispetto al resto dei caraibi.
Tutto questo senza dimenticare che gli USA sono la potenza che ha condotto più test nucleari di tutte le altre nazioni messe insieme (oltre ad esser l’unica ad averle sganciate sulla popolazione civile), responsabili dell’enorme quantità di radiazioni che continua a contaminare molte isole dell’Oceano Pacifico. Le Isole Marshall, dove gli USA hanno lasciato cadere più di sessanta ordigni nucleari tra il 1946 e il 1958, sono un esempio particolarmente significativo, con gli abitanti di quest’area che continuano a sperimentare sulla loro pelle un tasso di cancro estremamente alto.
Un altro capitolo non certo irrilevante sono le missioni di guerra – non solo per l’uso di carburante prima citato. Come esempio citiamo l’azione militare statunitense in Iraq che ha portato alla desertificazione del 90% del territorio iracheno, paralizzando il settore agricolo del paese e costringendolo ad importare più dell’80% del suo cibo. L’uso da parte degli USA dell’uranio impoverito in Iraq durante la Guerra del Golfo ha causato inoltre un enorme onere ambientale per gli iracheni, così come lo smaltimento attraverso pozzi di combustione all’aperto dei rifiuti dell’invasione del 2003 ha causato un’ondata di cancro tra i civili iracheni e tra gli stessi militari statunitensi.
Secondo uno studio dell’Istituto Watson per gli Affari Internazionali e Pubblici del progetto Costs of War della Brown University, tra il 2001 e il 2017, l’esercito statunitense ha emesso 1,2 miliardi di tonnellate di gas serra, equivalente a 255 milioni di veicoli passeggeri in un anno. Più di 400 milioni di tonnellate di gas serra sono direttamente dovute alla guerra (Afghanistan, Pakistan, Iraq e Siria) a causa del consumo di carburante correlato, equivalente alle emissioni di quasi 85 milioni di auto in un anno. Il Dipartimento della Difesa risulta esser di gran lunga il più grande consumatore di combustibili fossili del governo degli USA, rappresentando circa l’80% di tutto il consumo energetico del governo federale dal 2001.
(…) Questi dati, fra l’altro parziali (che rigurdano solo gli USA e non prendono in considerazione altre questioni come ad esempio l’impatto devastante dei prodotti chimici utilizzati in contesti bellici così la distruzione di edifici, ponti, industrie, equipaggiamenti, i resti di munizioni, bombe e mine inesplose, rifiuti tossici ecc.), dimostrano l’elevato impatto – diretto ed indiretto – della guerra nei processi di cambiamento climatico e distruzione del patrimonio ambientale, naturalistico e storico che tanto preoccupano gli scienziati per il futuro del pianeta.”

Da L’esercito USA tra i più grandi inquinatori al mondo.

Il Pentagono conclude che l’America non è sicura se non conquista il mondo. Il piano di guerra USA contro la Russia

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Il Pentagono ha rilasciato la sua “Strategia militare nazionale degli Stati Uniti d’America 2015” in giugno.

Il documento annuncia un cambio di obiettivo, dai terroristi ad “attori statuali” che stanno “sfidando le norme internazionali”. E’ importante capire cosa queste parole significhino. I governi che sfidano le norme internazionali sono nazioni sovrane che perseguono politiche indipendentemente dalle linee di Washington. Questi “Stati revisionisti” sono minacce non perché pianifichino di attaccare gli Stati Uniti, che il Pentagono ammette non sia un obiettivo né della Russia né della Cina, ma perché essi sono indipendenti.
Siate sicuri di cogliere il punto: la minaccia è l’esistenza di Stati sovrani la cui indipendenza di azione li rende “Stati revisionisti”. In altre parole, la loro indipendenza è in disaccordo con la dottrina neoconservatrice di “Unica Potenza”, che dichiara che le azioni indipendenti siano un diritto solo di Washington. L’egemonia data a Washington dalla storia preclude ad ogni altra nazione la possibilità di essere indipendente nelle sue azioni. Per definizione, una nazione con una politica estera indipendente da Washington è una minaccia.
Il rapporto del Pentagono definisce come “Stati revisionisti” la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord. L’obiettivo primario è posto sulla Russia. Washington spera di cooptare la Cina, nonostante le “tensioni nell’area Asia-Pacifico” causate dalla difesa cinese della sua sfera di influenza, una difesa “incoerente con il diritto internazionale” (questo detto dagli USA, grandi violatori del diritto internazionale), girando quello che rimane del mercato dei consumatori americani alla Cina. Non è ancora certo che l’Iran sia scampato allo stesso destino che Washington ha imposto all’Irak, all’Afghanistan, alla Libia, alla Siria, alla Somalia, allo Yemen, al Pakistan, all’Ucraina e, attraverso la sua complicità, alla Palestina.
Il rapporto è sufficientemente audace nella sua ipocrisia, come del resto ogni documento di Washington, da dichiarare che la Casa Bianca e i suoi vassalli “sostengono le istituzioni e i processi dedicati alla prevenzione dei conflitti, al rispetto della sovranità e al rafforzamento dei diritti umani.” Questo detto dall’apparato militare di un governo che ha invaso, bombardato e rovesciato 11 governi, uccidendo e costringendo all’esodo milioni di persone dal regime di Clinton a quello attuale che sta lavorando per rovesciare governi in Armenia, Kirghizistan, Ecuador, Venezuela, Bolivia, Brasile, e Argentina.
Nel documento del Pentagono, la Russia è sotto attacco per non aver agito “in accordo con le norme internazionali” che significa che la Russia non segue l’egemonia di Washington e non si comporta come un vassallo, che è il comportamento da riservare all’Unica Potenza.
In altre parole, questo è un rapporto scritto dai Neoconservatori al fine di fomentare la guerra con la Russia.
Nient’altro può essere detto in merito a questo rapporto del Pentagono, che giustifica la guerra a oltranza finché nessuno esista. Senza guerra e conquiste gli Stati Uniti non sono sicuri. Questo percorso verso una fine del mondo nucleare viene ripetuto in maniera martellante ogni giorno nelle teste degli Americani e dei vassalli europei dalle agenzie di stampa occidentali. “La guerra ci rende sicuri!”.
Il modo di Washington di guardare alla Russia è lo stesso che Catone il Censore riservava a Cartagine. Catone finiva ogni suo discorso al Senato Romano con la frase “Carthago delenda est”.
Questo rapporto del Pentagono ci dice che la guerra con la Russia è il nostro futuro a meno che la Russia non accetti di diventare uno Stato vassallo come ogni altro Paese in Europa, il Canada, l’Australia, l’Ucraina e il Giappone. Altrimenti, i Neoconservatori hanno deciso che è impossibile per gli Americani tollerare di vivere in un mondo in cui gli altri Paesi prendano decisioni indipendentemente da Washington. Se l’America non può essere l’Unica Potenza che decide per il mondo, meglio che si muoia tutti. Almeno è quanto mostreranno i Russi.
Paul Craig Roberts

Fonte – traduzione di M. Janigro

Pandemia, manipolazione mediatica, terrorismo

WAR TODAY“Da un punto di vista storico-politico-mediatico la pandemia si presta perfettamente al modello delle nuove forme di terrorismo mediatico funzionali al mantenimento del potere delle attuali élite.
Si presta altresì al conseguimento di particolari obiettivi geopolitici di ottundimento delle coscienze.
Il classico schema Problema-Reazione-Soluzione funziona in maniera eccellente per questo genere di vicende. Come ben sintetizza Solange Manfredi: “In estrema sintesi, dunque, la guerra psicologica consiste nella propaganda e in quelle azioni psicologiche che, attraverso la creazione di bisogni, frustrazione, insicurezza e suscitando diffidenza, sospetto, paura, odio, orrore, ecc. spingono l’obiettivo verso il comportamento desiderato.”
Dunque, se un Governo – o più Organizzazioni mondialiste – intendono mettere a rischio la salute di una o più popolazioni o incrementare il potere e i guadagni delle lobby farmaceutiche è sufficiente creare e diffondere una nuova malattia epidemica – Problema – per poi utilizzare i media al fine di diffondere una condizione di paura – Reazione -. A Problema-Reazione, a questo punto, basta proporre la Soluzione; ad esempio tirar fuori il vaccino dal cappello a cilindro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Può anche, però, darsi il caso che il virus nasca da progetti più ambiziosi per cui la Soluzione che verrà proposta non sarà un semplice vaccino, ma qualcosa d’altro.
Comunque sia tutto il processo passa attraverso la manipolazione delle masse e l’uso strumentale del terrore, altrimenti detto terrorismo.
Ma vediamo ora con cosa abbiamo a che fare con il nuovo arrivato che, detto per inciso, qui in Texas sta facendo furore: l’Ebola.
Ebbene, proprio ieri è uscito sul Daily Observer di Monrovia in Liberia una interessantissima nota del dottor Cyril Broderick, ex professore di Patologia Vegetale presso il College dell’Agricoltura e delle Foreste dell’Università della Liberia.
Broderick dice, in sostanza, che responsabile per l’epidemia di Ebola in Africa occidentale è l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti.
E, più precisamente, indica specificatamente il Dipartimento della Difesa statunitense (DoD) come il finanziatore degli esperimenti di Ebola sull’uomo, esperimenti iniziati, peraltro, poche settimane prima dello scoppio dell’epidemia in Guinea e Sierra Leone. Il DoD avrebbe sottoscritto un contratto di 140 milioni di dollari con la Tekmira, una società farmaceutica canadese, per condurre gli esperimenti sull’Ebola.
Ora questo lavoro di ricerca – denuncia Broderick – avrebbe implicato il contagio di esseri umani sani con il mortale virus Ebola.
Ora il nostro professore si chiede – e ve lo starete chiedendo anche voi che leggete – se sia mai possibile che il Dipartimento della Difesa americano e altri Paesi occidentali siano direttamente responsabili del contagio di migliaia di africani con il virus Ebola.
Per avvalorare la sua tesi il dottor Broderick indica come il governo degli Stati Uniti abbia un laboratorio di ricerca nella città di Kenema in Sierra Leone.
Questa struttura studia ciò che egli chiama “febbre virale per bioterrorismo”, e – guarda caso – Kenema è anche la città da dove è partito il focolaio di Ebola in Africa occidentale.
Beh, va detto innanzitutto che le affermazioni di Broderick non sono poi così campate in aria. Basterebbe solo non perdere la memoria del passato e ricordare come il governo degli Stati Uniti abbia sperimentato per lungo tempo malattie mortali sulla pelle di popolazioni ignare.
Un esempio tra tutti: il Guatemala, dove, tra il 1946 e il 1948, Washington, in collaborazione con il presidente guatemalteco Juan José Arévalo e i suoi funzionari della sanità, ha deliberatamente contagiato più di 1500 soldati, prostitute, carcerati e malati – anche di mente – con sifilide e altre malattie sessualmente trasmissibili come gonorrea e ulcera molle, su un campione di 5500 guatemaltechi che parteciparono agli esperimenti. Naturalmente nessuno dei soggetti infettati con tali malattie venne informato né tantomeno diede il consenso. E, in quel gruppo, solo circa 700 ricevettero una sorta di trattamento. Secondo i documenti, almeno 83 dei 5.500 soggetti erano morti entro la fine del 1953.
Tutto emerse – dopo 62 anni – solo grazie al Boston Globe che pubblicò nel 2010 la scoperta fatta da una coraggiosa docente universitaria, Susan M. Reverby, professoressa al Wellesley College, in un articolo dal titolo “Professore della Wellesley scopre un orrore: esperimenti di sifilide in Guatemala”.
Naturalmente Obama è stato costretto a scusarsi con il governo e il popolo del Guatemala, impegnandosi a non ripetere gli errori del passato (sic!).
La reazione del presidente degli Stati Uniti alla relazione è evidentemente una farsa.
Washington ha condotto sperimentazioni umane con malattie mortali effettuate da laboratori finanziati dal governo non solo in Guatemala, ma in altri Paesi e persino sul proprio territorio.
Basti ricordare che, ancora nel ’32, l’US Public Health Service e l’Istituto Tuskegee avevano reclutato 600 poveri mezzadri nella Macon County, in Alabama, per testare l’infezione della sifilide. Ai soggetti era stato detto che si trattava di assistenza sanitaria gratuita da parte del governo degli Stati Uniti.
Dunque, come si può ben capire, l’idea del dolo non è così peregrina.
ebola_wafrica-texas_1184pxMa c’è un altro aspetto, se possibile ancora più inquietante; le Agenzie governative degli Stati Uniti hanno una lunga storia di ricerche per la guerra biologica presso i laboratori in Liberia e Sierra Leone. Questo include i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), che – guarda tu le combinazioni – ora è l’Agenzia di punta per la gestione del contagio di Ebola negli Stati Uniti.
A suffragio di questa interpretazione vi è la tesi che Ebola sia un organismo geneticamente modificato (OGM). A tal proposito Leonard G.Horowitz è stato chiarissimo e inequivocabile quando, nel 1998, ha anticipato la minaccia delle nuove malattie in arrivo nel suo best seller Virus emergenti: AIDS e Ebola – Natura, incidente o intenzione? Nella sua intervista con il Dr. Robert Strecker nel capitolo VII ha dimostrato come nei primi anni 1970, la ‘produzione’ di ‘virus simili all’AIDS’ fosse chiaramente strumentale per la guerra tra i blocchi divisi dalla cortina di ferro. Nel capitolo XII, poi, conferma l’esistenza di una struttura militare-medico-industriale americana che conduceva test di armi biologiche con il pretesto di somministrare vaccinazioni per controllare le malattie e migliorare la salute dei ‘neri africani all’estero’. Ricordiamo che il primo incidente di Ebola avvenne in Zaire nel 1976, durante la Presidenza Mobutu, in corrispondenza con l’introduzione dell’OGM Ebola in Africa.
Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e diverse altre agenzie delle Nazioni Unite – è sempre Broderick a parlare – sarebbero implicate nella selezione di Paesi africani adatti a partecipare ai test, non solo promuovendo vaccinazioni, ma perseguendo vari tipi di esperimenti. Secondo vari rapporti sono implicati in questi progetti, tra gli altri:
(a) L’Istituto per le ricerche mediche sulle malattie infettive dell’esercito USA (USAMRIID), noto centro di ricerca per la guerra batteriologica, di Fort Detrick, nel Maryland;
(b) la Tulane University, di New Orleans, Louisiana, che ha ottenuto finanziamenti, tra cui uno di oltre 7 milioni di dollari dall’Istituto Nazionale di Sanità (NIH) per finanziare la ricerca sulla febbre emorragica virale Lassa;
(c) il Centro statunitense per il Controllo delle Malattie (CDC);
(d) Medici Senza Frontiere (Medicins Sans Frontieres);
(e) Tekmira, società farmaceutica canadese;
(f) GlaxoSmithKline del Regno Unito;
(g) l’Ospedale governativo di Kenema in Sierra Leone.
Dunque, per riassumere, le ricerche militari sarebbero alla base della creazione del virus, che poi potrebbe:
A) essere scappato di mano ai ricercatori,
B) essere stato diffuso intenzionalmente per motivi o economici (Big Pharma) o strategico-politici.
L’ampia prevedibilità di entrambe le ipotesi potrebbe, a sua volta, giustificare le notizie di milioni di body bag (sacchi per cadaveri) ordinate dalla FEMA – l’equivalente della nostra Protezione Civile – con un costo di un miliardo di dollari e oggi stoccate in varie località degli USA.
Ma quello che qui a noi preme – comunque stiano le cose – è che la pandemia, vera o fasulla che sia, viene strumentalmente utilizzata per incrementare la paura, il terrore nelle popolazioni, terrore che, come sappiamo bene, è stato da sempre utilizzato dal potere per depotenziare le coscienze, paralizzare ogni reazione, assoggettare i popoli.”

Da Ebola: di che si tratta veramente? Una riflessione a tutto campo, di Piero Cammerinesi.

E adesso, cari signori?

CRETINETTE ITALIA“Il 12 set­tem­bre è stata depo­si­tata alla Prima Sezione del TAR Palermo la rela­zione di veri­fica del Prof. Mar­cello D’Amore, pro­fes­sore eme­rito dell’Università della Sapienza in Roma e mag­gior esperto nazio­nale sull’argomento, riguar­dante il MUOS. Il TAR, in esito all’udienza dello scorso 27 Marzo aveva chie­sto infatti al Prof. D’Amore di inte­grare la pro­pria rela­zione tenendo conto dello stu­dio con­dotto dall’ISS e di quello dell’ENAV.
La Rela­zione del Veri­fi­ca­tore smonta in maniera netta e totale le ras­si­cu­ranti affer­ma­zioni dell’Istituto Supe­riore di Sanità, di ISPRA e dell’ENAV. Con­tiene a tratti, pur nel lin­guag­gio scien­ti­fico e pacato del mag­gior esperto ita­liano nel set­tore, pro­fes­sore eme­rito all’Università della Sapienza di Roma, cri­ti­che così bru­cianti all’operato di quello che sareb­bero tre orga­ni­smi dello Stato Ita­liano che dovreb­bero tute­lare la salute e la sicu­rezza degli ita­liani, in que­sto caso resi­denti in Sici­lia, che provo io stesso ver­go­gna per loro.
Io fac­cio parte di un pool di dieci tec­nici e scien­ziati che — a titolo di con­su­lenza per i vari Comuni ed Asso­cia­zioni che sono in causa al TAR — hanno pre­sen­tato al veri­fi­ca­tore del TAR un’ampia Rela­zione dove veni­vano messe in evi­denza tutte le aber­ranti ine­sat­tezze, faci­lo­ne­rie, errori, sot­to­va­lu­ta­zioni dei Rap­porti ISS, ISPRA e ENAV, e dove era affer­mato ancora una volta l’illegalità dell’autorizzazione a costruirlo, e l’assoluta infon­da­tezza della “Revoca della Revoca” che la Regione Sici­liana ha emesso la scorsa estate e che ha per­messo di ulti­mare il MUOS, che è ora funzionante.
La Rela­zione di noi tec­nici non è stata dif­fusa finora per cor­ret­tezza, in quanto non si voleva che la sua dif­fu­sione pub­blica suo­nasse come un’indebita pres­sione sul Veri­fi­ca­tore e sul TAR. Ma ora: E’ SCARICABILE PUBBLICAMENTE QUI.
Tutte le nostre istanze ed osser­va­zioni tec­ni­che e scien­ti­fi­che sulla peri­co­lo­sità del MUOS e sull’assoluta insuf­fi­cienza e ille­ga­lità delle inda­gini ambien­tali fatte è total­mente con­fer­mata dal più auto­re­vole esperto in mate­ria d’Italia.
Leg­giamo. Anzi, vediamo la frase prin­ci­pale del Rap­porto in una bella foto.
esaustivaE adesso, signor Cro­cetta? E adesso, signora Lo Bello? E adesso, scien­ziati e tec­nici che dice­vate che tutto era bello e buono? E adesso, signori dell’ARPA Sici­lia? E adesso, signori del ISS e dell’ISPRA? E adesso, cari signori dell’Esercito? E adesso, signori e signora Mini­stri della Guerra? E adesso, signori amba­scia­tori e con­soli USA più o meno rispet­ta­bili? E adesso, col­le­ghi sici­liani che avete sem­pre evi­tato di pro­nun­ciarvi? E adesso, “pro­fes­sor” Oet­ting del forno a micro-onde? E adesso, signori depu­tati e sena­tori del Par­la­mento Ita­liano? E adesso, signor Enrico Letta? E adesso, signor Igna­zio la Russa?
Ci sarà una sen­tenza del TAR, a novem­bre. Sulla quale a que­sto punto non dovreb­bero sus­si­tere dubbi. Ma siamo pur sem­pre in Ita­lia e già imma­gino l’agitarsi sot­to­banco di tutti quelli che rischiano ora car­riera, posto, prebende.”

MUOS spento subito!, di Massimo Zucchetti continua qui.

L’assolato avamposto di Camp Lemonnier

Una base statunitense isolata al centro di operazioni segrete
di Craig Whitlock

Gibuti Città (Gibuti) – Notte e dì, circa 16 volte al giorno, i droni decollano o atterrano qui, a una base militare statunitense, lo snodo per le guerre antiterrorismo dell’amministrazione Obama nel Corno d’Africa e nel Medio Oriente.
Alcuni degli aeroplani senza pilota sono destinati alla Somalia, lo Stato imploso il cui confine si trova proprio 10 miglia a sud-est. La maggior parte dei droni armati, comunque, fanno rotta a nord attraverso il Golfo di Aden verso lo Yemen, un altro Paese instabile ove vengono utilizzati in una guerra sempre più mortale contro una componente di al-Qaeda che ha preso di mira gli Stati Uniti.
Camp Lemonnier, un assolato avamposto nel Terzo Mondo fondato dalla Legione Straniera francese, iniziò come campo temporaneo di addestramento per Marines statunitensi alla ricerca di un punto d’appoggio nella regione un decennio fa. Nel corso degli ultimi due anni, l’esercito statunitense lo ha surrettiziamente trasformato nella più trafficata base per Predator all’esterno della zona operativa afgana, un riferimento per combattere una nuova generazione di gruppi terroristi.
L’amministrazione Obama ha fatto ricorso a misure straordinarie per nascondere i dettagli legali e operativi del suo programma di uccisioni mirate. A porte chiuse, scrupolose discussioni precedono ogni decisione di posizionare qualcuno al centro del mirino nella guerra perpetua degli Stati Uniti contro al-Qaeda ed i suoi alleati.
Sempre più, gli ordini di trovare, pedinare o uccidere queste persone vengono presi a Camp Lemonnier. Praticamente tutti i 500 acri della base sono dedicati all’antiterrorismo, rendendola l’unica installazione di questo tipo nella rete globale di basi del Pentagono. Continua a leggere

L’Africa come cavia

Per lo sviluppo del programma sono già stati investiti più di 500 milioni di dollari e lavorano fianco a fianco i ricercatori di un colosso mondiale del settore farmaceutico e i migliori medici delle forze armate USA. Sponsor, l’onnipotente padrone delle nuove tecnologie informatiche. Si tratta della sperimentazione di un nuovo vaccino contro la malaria, nome in codice “RTS,S/ASO2”. Una speciale unità dell’esercito statunitense in Kenya (USAMRU-K) e la multinazionale britannica GlaxoSmithKline (GSK) stanno eseguendo decine di migliaia di test su bambini e neonati in alcuni dei villaggi più poveri del continente africano. Il tutto sotto l’occhio vigile di US Army Africa, il comando delle forze militari terrestri in Africa istituito a Vicenza che tra gli scopi annovera il “supporto delle missioni mediche di US Army nel continente nero”.
È nel Muriithi-Wellde Clinical Research Centre di Kombewa, città della provincia di Nyanza (Kenya), che i dati della sperimentazione del vaccino vengono raccolti ed analizzati dal team di USAMRU-K. “La nostra unità dipende dal Comando per la Ricerca Medica dell’US Army (USAMRMC) che ha sede a Fort Detrick, Maryland, ma noi stiamo coordinando le attività nel continente con l’US Africa Command (AFRICOM) di Stoccarda e US Army Africa di Vicenza”, spiega il portavoce di USAMRU-K. “A Kombewa è in avanzata fase di sviluppo la ricerca sull’efficacia del vaccino contro la malaria, malattia trasmessa da zanzare infette. USAMRU-K partecipa alla sperimentazione di quello che potrebbe diventare il primo vaccino anti-malarico per bambini. I partecipanti ricevono cure gratuite per la durata di tre anni scolastici. Una volta provata la sua sicurezza ed efficacia, il vaccino potrà essere immesso sul mercato. Lo studio odierno nasce da una partnership con la PATH Malaria Vaccine Initiative (MVI) e la compagnia farmaceutica GlaxoSmithKline (GSK)”. Per lo sviluppo del vaccino, GSK ha già investito 300 milioni di dollari e altri 100 verranno spesi nei prossimi due anni. Al finanziamento delle ricerche ha contribuito con 107,6 milioni di dollari l’organizzazione statunitense “no-profit” Path, utilizzando un fondo ad hoc della Bill & Melinda Gates Foundation, la fondazione “umanitaria” del magnate di Microsoft, Bill Gates.
Il vaccino RTS,S/AS02 è stato creato nel 1987 nei laboratori del Belgio di GSK Biologicals (una partecipata Glaxo) ed è stato testato la prima volta nel 1992 su “alcuni volontari” negli Stati Uniti d’America, grazie alla collaborazione dell’US Walter Reed Army Institute of Research, l’istituto di ricerca medica dell’esercito USA con sede a Washington. La prima campagna di sperimentazione ad ampio raggio dell’RTS,S ha però preso via in Africa nel 1998 e nel biennio 2002-2003 i test sono stati eseguiti sulla popolazione “adulta” dei villaggi di Kombewa nel Centro clinico co-gestito da USAMRU-K. “I test fornirono dati incoraggianti in termini di sicurezza e immunogenicità, così a partire della fine del 2003 è stata avviata la fase sperimentale “Ib” su 90 bambini della stessa aerea geografica, che ha prodotto risultati ancora una volta incoraggianti”, si legge in un report della GlaxoSmithKline. “Subito dopo è partita la fase “II”, condotta su oltre 2.000 bambini nel sud del Mozambico. I risultati di questo test, pubblicati dalla rivista medica The Lancet nel 2004 e 2005, hanno mostrato che l’RTS,S è stato efficace per un periodo di 18 mesi nel ridurre la malaria clinica nel 35% dei casi, e la malaria grave nel 49%”. Ignoto, ovviamente, cosa sia accaduto nel restante numero di casi, 1.300 bambini cioè in carne ed ossa.
(…)
Se appare incredibilmente spregiudicata e priva di etica la massiccia sperimentazione del vaccino in aree del continente dominate dalla fame, dal sottosviluppo, dall’analfabetismo e dall’assenza di qualsivoglia servizio primario, desta profonda inquietudine il ruolo assunto nella vicenda da un’unità “sanitaria” d’élite delle forze armate USA. USAMRU-Kenya vanta però una lunga tradizione nel campo della “ricerca scientifica” e della “prevenzione” delle infermità tropicali. In qualità di task force operativa estera del Walter Reed Army Institute of Research, l’unità fu inviata in Kenya nel lontano 1969 per avviare uno studio sulla tripanosomiasi, un’infezione parassitica trasmessa dalla mosca tse-tse. Nel 1973 USAMRU stabilì una propria sede permanente a Nairobi grazie ad un accordo con il Kenya Medical Research Institute. Negli anni successivi furono aperti laboratori nella capitale e nel Kenya occidentale (Kisumu, Kisian, Kombewa e Kericho) per la sperimentazione di farmaci contro malaria, tripanosomiasi, “malattie infettive globali emergenti” e l’HIV/AIDS. Proprio all’AIDS sono stati destinati gli sforzi maggiori più recenti: nell’ambito dell’United States Military HIV Research Program (USMHRP), lo staff di US Army sta sviluppando il vaccino HIV-1 ad efficacia globale e testando e valutando altri vaccini sperimentali contro l’AIDS. La sede del programma HIV è stata stabilita ancora una volta in Kenya, a Kericho, alla fine del 2000.
Coincidenza vuole che a fine dicembre 2000 nasceva pure in Gran Bretagna la GlaxoSmithKline (GSK) grazie alla fusione di due grandi società farmaceutiche, Glaxo Wellcome e SmithKline Beecham. Con oltre 100 mila dipendenti e un fatturato di 34 miliardi di euro, GSK si colloca al secondo posto nel mondo con una quota di mercato del 5,6%, dietro il gruppo Pfizer. Il comportamento “etico” della multinazionale è stato duramente stigmatizzato da più parti e non sono mancati gli scandali che l’hanno vista direttamente coinvolta.
(…)
Mentre fatturati e guadagni si moltiplicano inverosimilmente, il management di GSK ha varato un piano che prevede la chiusura a breve termine del Centro ricerche e produzione antibiotici di Verona, uno dei due impianti posseduti in Italia dalla società. A rischiare il licenziamento sono più di 600 lavoratori. Delocalizzazioni nel sud-est asiatico, test sui bambini africani, smantellamento dell’apparato produttivo in Europa. E nello sfondo la guerra, altro crimine del capitalismo dal volto sempre più disumano. Nell’ultima decade, la GlaxoSmithKline ha sottoscritto con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America ben 61 contratti per la fornitura di vaccini, farmaci e attrezzature sanitarie, per un importo complessivo di 75.555.579 dollari. Assai meno di quanto fatto però dal partner e “mecenate” Bill Gates: in computer, programmi e war games, Microsoft-Gates ha fatto affari con il Pentagono per 278.480.465 dollari. Due volte e mezzo in più di quello che è stato reinvestito per i nuovi vaccini contro la malaria.

Da Neonati africani cavie del vaccino di US Army Africa e Glaxo, di Antonio Mazzeo.

Fort Hood e dintorni

“Una ondata di suicidi ha colpito Fort Hood, la base militare in Texas teatro nel novembre scorso di una terribile strage: uno psichiatra dell’esercito di fede musulmana che non voleva andare in guerra uccise tredici soldati. Nel giro di una settimana quattro soldati si sono tolti la vita a Fort Hood portando a 20 il totale nel 2010.
Sono dati che allarmano i responsabili della più grande base militare americana che ospita quotidianamente fino a 50 mila soldati. Il comandante della base, generale William Grimsley, ha affermato che i «comandanti a tutti i livelli sono profondamente preoccupati per il trend» che indica un aumento dei suicidi.
Nella maggior parte dei casi i suicidi sono provocati dai problemi psicologici di riaggiustamento dopo missioni prolungate in zone di guerra in Iraq o in Afghanistan. I comandanti della base hanno ordinato una serie di controlli sullo stato di salute mentale dei soldati ospiti della base e norme più severe sul possesso di armi.
A Fort Hood esistono già da tempo programmi di aiuto psicologico e di prevenzione dei suicidi. Ma le famiglie dei soldati affermano che i programmi di aiuto non sono efficaci perchè tra i militari è considerato ancora umiliante rivolgersi ai medici per esporre i propri problemi mentali. Inoltre nella maggior parte dei casi i soldati che trovano il coraggio di rivolgersi ai medici ricevono medicinali invece della terapia psicologica.
L’anno scorso si erano verificati 11 suicidi a Fort Hood. Nel 2008 era stata raggiunta una punta di 14 suicidi. Ma i dati del 2010 sono allarmanti: nella base texana si sono già verificati in nove mesi 14 suicidi accertati e sei sotto indagine.
(…)”
Da Militari USA, un impossibile ritorno alla vita civile.

“”L’emergenza ora sono i suicidi”, avverte l’ammiraglio Mike Mullen, capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi. Lo scorso week end nella base di Fort Hood, in Texas, 4 soldati si sono tolti la vita. E l’ammiraglio teme che “le cose peggioreranno prima di migliorare”.
L’allarme suicidi, secondo Mullen, è una conseguenza del ritiro delle truppe dall’Iraq: migliaia di soldati tornano a casa dopo anni di servizio in zone di guerra e devono affrontare i problemi di reinserimento nella società civile. “Credo che ci sarà un aumento significativo di problemi familiari per i soldati”.
(…)”
Da Emergenza suicidi nell’esercito americano, di Tommaso Carboni.

[Più suicidi che morti ammazzati]
[Il massimo dal 1975]

Il peggior inquinatore del Pianeta

Il ruolo del Pentagono nella catastrofe globale: aggiungere la devastazione climatica ai crimini di guerra, di Sara Flounders per Global Research

Tirando le somme della Conferenza di Copenhagen dell’ONU sul cambiamento climatico – con più di 15.000 partecipanti da 192 Paesi, compresi oltre 100 Capi di Stato, così come 100.000 manifestanti in piazza – è importante chiedersi: com’è possibile che il peggior inquinatore del Pianeta riguardo l’anidride carbonica ed altre emissioni tossiche non sia al centro di alcuna discussione della conferenza o proposta di restrizioni?
Sotto ogni rilevamento, il Pentagono è il maggiore fruitore istituzionale di prodotti petroliferi e di energia in generale. Eppure il Pentagono ha un esonero totale in tutti gli accordi internazionali sul clima.
Le guerre del Pentagono in Iraq ed Afghanistan; le sue operazioni segrete in Pakistan; il suo dislocamento su più di mille basi statunitensi nel mondo; le sue 6.000 infrastrutture negli USA; tutte le operazioni NATO; i suoi trasporti aerei, i jet, i test, l’addestramento e le vendite di armamenti non saranno calcolati nei limiti statunitensi riguardanti i gas serra o inclusi in alcun conteggio.
Il 17 febbraio 2007 il Bollettino Energetico calcolò il consumo di petrolio solo per aerei, navi, veicoli terrestri ed infrastrutture del Pentagono, che lo rendono il principale consumatore individuale di idrocarburi al mondo. All’epoca, la Marina statunitense aveva 285 navi da combattimento e da supporto e circa 4.000 velivoli operativi. L’Esercito statunitense aveva 28.000 mezzi corazzati, 140.000 veicoli multifunzionali su ruote ad alta mobilità, più di 4.000 elicotteri da combattimento, diverse centinaia di velivoli ad ala fissa ed un parco macchine pari a 187.493 veicoli. Eccezion fatta per 80 fra sommergibili e velivoli aerei a propulsione nucleare, i quali diffondono inquinamento radioattivo, tutti i loro altri veicoli sono alimentati con petrolio.
Perfino secondo le graduatorie dell’Annuario Mondiale CIA del 2006, solamente 35 Paesi (fra i 210 al mondo) consumano più carburante al giorno del Pentagono.
Le forze armate statunitensi usano ufficialmente 320.000 barili di petrolio al giorno. Comunque, questa somma non comprende la benzina consumata dai contractors o in strutture appaltate o privatizzate. Neppure comprende l’enorme quantità di energia e le risorse usate per produrre e mantenere il loro equipaggiamento apportatore di morte o le bombe, granate o missili che vengono sparati.
Steve Kretzmann, direttore di Oil Change International, riferisce: “La guerra in Iraq è stata responsabile di almeno 141 milioni di tonnellate decimali di diossido di carbonio equivalente da marzo 2003 a dicembre 2007… La guerra emette più del 60% di tutti i Paesi… quest’informazione non è disponibile alla lettura… perché le emissioni militari all’estero sono esenti dai rilevamenti del rapporto nazionale sotto la legge statunitense e dalla Convenzione Quadro dell’ONU sul Cambiamento Climatico.” (www.naomiklein.org, 10 dicembre 2009). La maggioranza degli scienziati condanna le emissioni di biossido di carbonio con riferimento ai gas dell’effetto serra ed al cambiamento climatico.
Bryan Farrell nel suo nuovo libro, La zona verde: i costi ambientali del militarismo, afferma che “il maggior singolo assalto all’ambiente, a tutti noi nel mondo, proviene da un agente… le Forze Armate degli Stati Uniti”.
Allora il Pentagono come fa ad essere esentato da tutti gli accordi sul clima? Continua a leggere

Casi di intelligence – vite esemplari 3°

Arthur_Iorio

Arturo (Arthur) Iorio nasce a Villa Santo Stefano, in provincia di Frosinone, il 22 settembre 1919 da Emilio e Teresa Petrilli. Dopo aver frequentato le scuole elementari in paese, mentre è ancora al ginnasio in collegio a Roma, lascia l’Italia per gli Stati Uniti, imbarcandosi a Napoli l’1 novembre 1936 sul transatlantico Rex.
A Syracuse, stato di New York, dove il padre lo aspettava, data la crisi economica del tempo si adatta a svolgere i soliti impieghi di basso livello offerti agli emigranti, alternando il lavoro giornaliero con le scuole serali per ottenere l’ammissione all’università.
Ancora cittadino italiano, agli inizi della seconda guerra mondiale cerca di arruolarsi in vari servizi delle forze armate statunitensi, ma non vi riesce per causa della nazionalità straniera. Viene infine accettato dall’esercito dove trascorre tre anni di guerra in gran parte nel teatro di operazioni del Sud Pacifico, diventando cittadino degli Stati Uniti nel 1943.
Congedato nel 1945, approffitta dell’assistenza economica offerta dal governo tramite la GI Bill per iscriversi alla Syracuse University, Maxwell School of Citizenship and Public Affairs, presso la quale si laurea con un Bachelor of Arts in scienze politiche conferito magna cum laude nel 1948. Sposatosi lo stesso anno ad Anna Gigantelli, partecipa con successo al primo concorso nazionale per la prestigiosa borsa di studio Fulbright, che gli permette di proseguire gli studi all’Università di Roma.
Terminati gli studi, cerca impiego presso il governo federale. Durante un viaggio a Washington, incontra C. Grove Haines – già professore alla Maxwell School – allora parte del corpo accademico della School of Advanced International Studies (SAIS) dell’Università Johns Hopkins di Baltimora, con sede a Washington. Grove Haines era in procinto di aprire un Centro Studi Internazionali sotto gli auspici della SAIS in Italia, presso l’Università di Bologna, e gli offre l’incarico di suo assistente accademico. Nel 1955 si trasferisce quindi a Bologna con la moglie e tre figli ancora piccoli, fino a diventare poi vice direttore della John Hopkins University Bologna Center.
Per il suo impegno accademico, nel 1962 gli viene conferita l’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana dal presidente Antonio Segni.
Dopo aver rifiutato un’offerta di lavoro presso l’ENI, rientra in USA dove viene assunto, con mansioni di “ricerca” al Dipartimento della Difesa, trasferendosi poi presso il Dipartimento di Stato dal quale viene distaccato all’Ambasciata statunitense di Roma. Vi rimane dal 1966 al momento della pensione nel 1974, anno nel quale ritorna negli Stati Uniti, da allora dedicandosi a tempo pieno alle proprie passioni letterarie.
Muore nella tarda serata di sabato 20 marzo 2004 nella sua dimora di Herdon, Washington.

Tanks a lot, Uncle Sam

hollywar

Affari cinematografici, i militari coordinano i piani di battaglia per un reciproco beneficio*
di Peter Debruge
(articolo tratto da Variety, il settimanale internazionale dell’intrattenimento, 22-28 giugno 2009, pp. 1 e 30; grassetti nostri)

Shia LaBeouf, Megan Fox e Megatron potrebbero essere il centro della pubblicità di “Transformers: la vendetta del caduto”, ma c’è la struttura a sostegno del fragoroso seguito di Michael Bay che è il vero colpaccio.
Il sequel della Dream Works-Paramount, uscito nelle sale il 24 giugno, mette in scena quattro delle cinque specialità delle Forze Armate – una coalizione che è stata pensata come una primizia per Hollywood (solamente la Guardia Costiera è rimasta esclusa).
Hollywood ed i militari solitamente non marciano molto ravvicinati, ed è ogni tanto sorprendente vedere quali film abbiano beneficiato della collaborazione militare – il patriottico “Independence Day” uscì senza aiuti mentre “Stripes – Un plotone di svitati”, ironico nei confronti dell’esercito, acconsentì a pesanti censure in cambio di una piena cooperazione – ma di questi tempi lo spettacolo ed i militari stanno trovando modi in cui disporre le proprie forze con reciproco beneficio.
La relazione fra i due è spesso un riflesso dei tempi. Anni dopo la fine del Vietnam e appena terminato lo svolgimento della maggior battaglia in Iraq, i film di Hollywood mettono il combattimento ed i suoi effetti in una brutta luce, con il risultato di ottenere meno aiuto e cooperazione dalle forze armate. Pellicole come “Il cacciatore” e “Apocalypse now” dipinsero un truculento aspetto del Vietnam, e in anni recenti, film quali “Nella Valle di Elah” e “Home of the Brave” presentarono i militari come brutali e con un forte impatto emotivo.
Adesso, mentre un nuovo presidente s’impegna per far uscire le forze dall’Iraq ed il ritornello “Sostieni le nostre truppe” fa parte dello spirito dei tempi, “Transformers: la vendetta del caduto” ha fatto copiosamente ricorso a macchinari, personale e logistica dell’esercito americano.
“Questo è probabilmente il maggior film in sinergia con l’esercito mai realizzato”, si vanta il Tenente Colonnello dell’Esercito Greg Bishop, che fu in servizio in Iraq prima di venire designato ai rapporti con Hollywood l’anno scorso. Continua a leggere

Altolà al MUOS dal Comune di Niscemi

Alt dell’amministrazione comunale di Niscemi all’installazione del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare MUOS della Marina militare USA all’interno della riserva naturale “Sughereta”. Con provvedimento firmato dal Capo ripartizione all’urbanistica, indirizzato all’US Naval Air Station di Sigonella, al Dipartimento dell’US Navy di Napoli-Capodichino, all’Assessorato regionale territorio ed ambiente, all’Azienda regionale foreste demaniali, all’Arpa Sicilia ed alla Sovrintendenza ai beni culturali ed ambientali di Caltanissetta, è stato disposto l’annullamento in autotutela dell’autorizzazione ambientale rilasciata il 9 settembre del 2008 per la costruzione del potente impianto a microonde in contrada Ulmo, accanto alla base dell’US Navy oggi utilizzata per la trasmissione degli ordini di guerra alle unità navali e ai sottomarini nucleari in transito nel Mediterraneo e nel Golfo Persico.
(…)
La revoca del nulla osta al programma MUOS giunge dopo la consegna al Comune di una relazione tecnica sui possibili impatti dell’impianto sulla flora e la fauna dell’importante area protetta, a firma di tre professionisti siciliani. La relazione aveva bocciato inesorabilmente la documentazione sulla valutazione d’incidenza presentata nell’estate del 2008 dalla US Navy, definendola «discordante, insufficiente e inadeguata».
«Adesso devono intervenire la Regione e le Istituzioni Nazionali affinché venga evitato l’ennesimo attacco alla vita dei siciliani» ha dichiarato il sindaco di Niscemi, Giovanni Di Martino. «Noi continueremo la nostra protesta contro l’installazione delle antenne MUOS, insieme agli altri sindaci e associazioni che hanno a cuore la dignità dei cittadini. A breve faremo una conferenza stampa con i sindaci dei Comuni che si oppongono alla realizzazione del MUOS, per elaborare una nuova strategia d’intervento».
(…)
Sullo stato di avanzamento dei lavori all’interno della stazione di trasmissione dell’US Navy di contrada Ulmo vige il più assoluto top secret. Sempre in ambito MUOS, tuttavia, sono state eseguite attività di scavo per posa cavo di collegamento in fibra ottica lungo le vie Terracini–Gori, di pertinenza comunale, e lungo la strada provinciale n. 10 Niscemi–Caltagirone. Nonostante il ritombamento, gli abitanti e alcune associazioni locali hanno rilevato «abbassamenti del materiale di riporto e di sigillo degli scavi e avvallamenti caratterizzati da un vero e proprio ammanco di centimetri di pavimentazione». Non è stato però il “Consorzio Team MUOS” a scavare al di fuori del perimetro militare, ma la Telecom Italia S.p.A., la più importante società italiana di telecomunicazione.
(…)
Siede dunque pure Telecom al banchetto delle opere del terminal terrestre di quello che è stato definito l’“EcoMUOStro di Niscemi”. Si tratta in fondo di una società leader proprio nell’installazione ed uso di fibre ottiche ed è da tempi remoti una delle aziende di fiducia del Dipartimento della Difesa per la gestione di servizi specializzati all’interno delle installazioni militari USA in Italia. Nel settembre 2008, ad esempio, il Centro direzionale di Napoli di Telecom Italia ha sottoscritto tre contratti con il Fleet and Industrial Supply Center (FISC) di Sigonella per un importo complessivo di 212.982 dollari per la fornitura di «apparecchiature telefoniche» e di «servizi di manutenzione d’infrastrutture elettroniche e di comunicazione». Sempre nel 2008 è stato firmato un contratto tra la FISC Sigonella e la sede centrale romana di Telecom, nell’ambito di un pacchetto d’interventi nelle basi USA per un valore di 3.252.938 dollari. Per la cronaca, uno dei consiglieri d’amministrazione di Telecom Italia è l’ingegnere Elio Catania, siciliano, già presidente di IBM Latin America con sede a New York, odierno membro del consiglio di gestione di Banca Intesa San Paolo e vicepresidente del Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti (CRISU), organismo ultraconservatore sorto nel 1983 su iniziativa di Gianni Agnelli e David Rockefeller .
Della lobby nazionale pro-forze armate USA fa pure parte “The OK Design Group”, società d’ingegneria con sede centrale a Roma e filiali a Virginia Beach (Stati Uniti) e Tripoli (Libia), amministrata da Tito Vespasiani. È stata proprio “The OK Design” a firmare il progetto preliminare ed esecutivo della nuova stazione di telecomunicazione satellitare di Niscemi. Ma non esiste installazione delle forze armate statunitensi che sia rimasta indenne dai progetti e dagli studi dell’azienda romana. «Il nostro maggiore cliente è stato lo US Department of Defense con progetti eseguiti per lo US Navy, l’Army e l’Air Force in numerose installazioni militari che includono Aviano, Camp Ederle, Camp Darby, NSA Napoli, Gaeta, Capodichino, Sigonella, Niscemi in Italia, NAVSTA Rota in Spagna, Incirlik, Ankara e Sinop in Turchia, Hanau, Illesheim e varie altre basi in Germania, Mons in Belgio, Marocco, Libia, Capo Verde in Africa», si legge nel sito web del gruppo d’ingegneria. «I clienti includono inoltre la US Agency for International Development (USAID), la NATO, lo SHAPE, la FAO, il WFP, l’IFAD delle Nazioni Unite in Roma».
(…)
Onnicomprensiva la lista degli interventi nelle altre grandi installazioni militari statunitensi. Lo scorso anno, ad esempio, l’U.S. Army Garrison di Vicenza gli ha commissionato lo studio e la progettazione dei sistemi di distribuzione dei servizi a Camp Ederle. A Camp Darby (Pisa) l’OK Design Group ha progettato la costruzione del nuovo edificio commerciale, 17 depositi-magazzini dell’US Army e 9 dell’US Air Force, più due edifici destinati al controllo munizioni e al carico e scarico di container e camion. Nella base toscana è stato infine realizzato uno studio di fattibilità per la riparazione e la ristrutturazione del sistema stradale nell’area “Casermette”. Nella grande stazione aerea dell’US Air Force di Aviano (Pordenone), l’OK Design Group ha progettato buona parte delle infrastrutture del cosiddetto “Piano Aviano 2000”, come i nuovi edifici destinati ad alloggi ed uffici del personale statunitense, l’ingresso lato sud della base «in accordo con i requisiti di antiterrorismo», un ospedale, una clinica specializzata per avieri (Flight and Bioengineering Clinic), un complesso commerciale di circa 13.000 m2 (Commissary Complex), una centrale idraulica con annesso sistema di distribuzione domestica e antincendio, i sistemi elettrici delle Aree 1 & 2, un serbatoio sopraelevato da 460 m3 interlacciato a fibra ottica, un asilo nido. Ad Aviano è stata eseguita infine l’ispezione della rete elettrica di media tensione. Complessivamente, tra il 2000 e il 2008 l’OK Design Group ha ricevuto dal Dipartimento della Difesa 7.837.674 dollari. Non male per un mero studio d’ingegneria.

Da La lobby italiana del MUOStro USA di Niscemi, di Antonio Mazzeo.
[grassetto nostro]

Subliminale propaganda cinematografica

The_Men_Who_Stare_at_Goats

Ora, con ricca dotazione di Divi di Stato, vorrebbero insinuare che l’esercito del Paese con i programmi di armamento più costosi al mondo sconfigge il nemico senza spargimento di sangue…
Ma mi faccia il piacere!

[Propaganda giocattolo]
[Dietro le quinte di Hollywood]

Il bilancio occulto della “difesa” americana

pentagono

A fine giugno, Mother Jones ha pubblicato un’approfondita analisi sul bilancio militare degli Stati Uniti d’America, partendo dalla richiesta del presidente Barack Obama al Congresso di stanziare 534 miliardi di dollari per il Dipartimento della Difesa. Ma l’ammontare reale di ciò che gli USA spendono per la “difesa” è molto maggiore. Per rendere il tutto più facilmente digeribile, ve ne proponiamo una sintesi divisa in quattro parti.
L’Office of Management and Budget ha elaborato un calcolo totale che tiene in considerazione le diverse parti del governo, e comprende i soldi assegnati al Pentagono, le attività relative alle armi nucleari svolte presso il Dipartimento dell’Energia ed alcuni esborsi nel campo della sicurezza effettuati dal Dipartimento di Stato (il ministero degli esteri statunitense) e dall’FBI. Nel bilancio 2010 (che in realtà ha il suo momento iniziale nell’ottobre 2009) la cifra ammonta a 707 miliardi, più della metà della spesa governativa cosiddetta “discrezionale” per l’anno prossimo. La spesa discrezionale è quella per cui gli stanziamenti sono decisi annualmente dal Congresso, a differenza di programmi quali ad esempio quello sanitario denominato Medicare il cui finanziamento è obbligatorio e ricorrente.
Ma la cifra reale è ancora più alta perché, fra le varie cose, l’ufficio governativo del bilancio non tiene conto della spesa aggiuntiva per le guerre in Iraq ed Afghanistan. Riepilogando tutte le diverse fonti di spesa in campo militare per l’anno 2010 che emergono dai documenti contabili, si ha:

  • bilancio del Pentagono: 534 miliardi
  • stanziamenti extra per il personale militare: 4,1 miliardi
  • stanziamenti aggiuntivi Iraq-Afghanistan (anno fiscale 2010): 130 miliardi
  • stanziamenti aggiuntivi Iraq-Afghanistan (anno fiscale 2009, ancora da legiferare): 82,2 miliardi
  • armi nucleari ed altra spesa “atomica” (Dip. dell’Energia): 16,4 miliardi
  • sostegno militare ed economico ad Iraq, Afghanistan e Pakistan (Dip. di Stato): 4,9 miliardi
  • sicurezza, controterrorismo ed aiuto militare a Paesi stranieri, incluso il Medio Oriente ed Israele (Dipartimento di Stato): 8,4 miliardi
  • Guardia costiera (Dipartimento per la Sicurezza Interna): 583 milioni

Spesa totale: 780,4 miliardi di dollari

In questo calcolo sono incluse solo le risorse direttamente collegate ad attività militari, non viene quindi preso in considerazione il Dipartimento dei Veterani la cui spesa di 55,9 miliardi porterebbe il totale a 836,3; e la parte restante del Dipartimento per la Sicurezza Interna (altri 54,5 miliardi), arrivando così alla colossale cifra di 890,8 miliardi di dollari, rispetto ai 534 ufficialmente stanziati.
Si tenga poi presente che i bilanci degli apparati di intelligence (CIA, NSA…) sono segreti e che perciò non possono essere aggiunti a questa contabilità.

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Nel 2008, il Pentagono ha calcolato che gli impegni correnti per i programmi di armamento costeranno al governo, ad ultimazione avvenuta, 1.600 miliardi di dollari. Una parte consistente – 296 miliardi – è rappresentata da costi aggiuntivi. Questi 296 miliardi non sono il risultato di grandi programmi che, in via eccezionale, hanno sfondato il tetto di spesa e sbilanciato i conti, ma rappresentano la norma. Tali incrementi di costo sono spesso significativi: considerando tutti i programmi, la media dell’aumento rispetto alle stime iniziali è pari al 26%. Rappresentano la normalità anche i ritardi nel loro completamento, che riguardano ben il 72% dei programmi.
Incrementi di costo e ritardi hanno subito un peggioramento durante le due amministrazioni Bush terminate nel 2008, ma se si volge lo sguardo ancora più all’indietro si scopre che i costi aggiuntivi sono aumentati ad un ritmo serrato per tutti gli ultimi quindici anni, ad una media del 1,86% annuo per essere precisi. Se la spesa del Pentagono continuerà a crescere al tasso attuale, la media degli incrementi di costo raggiungerà il 46% in dieci anni.
Facendo qualche confronto, lo spreco militare USA è quattro volte tanto l’intera spesa per la difesa della Cina (che oggi rappresenta il secondo bilancio militare nazionale al mondo con 70 miliardi di dollari) ed è anche superiore al bilancio militare di tutti i Paesi dell’Unione Europea messi insieme (pari a 281 miliardi).

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Passiamo ora in rassegna i principali programmi militari statunitensi:

cacciabombardiere F-22 Raptor: progettato per sfidare i velivoli di concezione sovietica, un F-22 costa 351 milioni di dollari, più del doppio delle stime originali.
Fu messo in produzione ancora prima di essere pienamente testato e – non sorprendentemente – è incorso in ogni genere di intoppi; non ha partecipato a nessuna azione di combattimento in Afghanistan né in Iraq. Il titolare del Pentagono Robert Gates ha deciso di acquistarne altri quattro, per un totale di 187 rispetto ai 243 che inizialmente l’USAF voleva.
Addirittura, all’inizio di quest’anno, 194 deputati e 44 senatori statunitensi hanno scritto ad Obama per sollecitarlo ad acquistare più F-22, ed a metà giugno i parlamentari del comitato militare della Camera hanno previsto uno stanziamento per altri 12 caccia. Sollecitazioni che però non sono servite a rianimare la morente linea di produzione del velivolo, almeno per l’uso domestico. Infatti è notizia fresca il via libera da parte del comitato finanziario del Senato statunitense allo sviluppo di una versione del F-22 per l’esportazione, privato degli accorgimenti tecnologici “segreti” presenti nella versione originale. Probabilmente la decisione vuole far fronte alla perdita di migliaia di posti di lavoro causata dallo stop della produzione per l’aviazione USA; fra i probabili acquirenti figurano Giappone, Corea del Sud, Australia ed Israele;
aereo da trasporto C-17 Globemaster III: l’aeronautica USA ne possiede 205 esemplari e non ne chiede di ulteriori, ma il Senato intende introdurre nel bilancio per la difesa del 2010 l’importo di 2,5 miliardi per comprarne altri 10;
Future Combat Systems: si tratta di apparati in cui armi, veicoli e robot coesistono, uniti da un comune sistema di comunicazione, ed è un altro caso in cui le intenzioni di spesa sono state messe in pista prima che la tecnologia in questione sia stata effettivamente testata. Dal 2003, il costo totale è aumentato del 73% fino ad arrivare a 159 miliardi, tanto che Gates nei mesi a venire vuole ripensare l’intero programma;
elicottero presidenziale VH-71: Lockheed Martin ed Agusta Westland (del gruppo Finmeccanica) vinsero nel 2005 la commessa per il sostituto dell’attuale “Marine One”, un Sikorsky VH-60 entrato in servizio nel 1989. La flotta di 28 (!) esemplari doveva costare inizialmente 6 miliardi di dollari, ma poi i correttivi introdotti durante l’amministrazione Bush avevano portato il conto totale quasi a raddoppiare fino ad 11,2 miliardi (400 milioni ad esemplare). Il programma è stato cancellato a maggio, ed una conferma pubblica del suo annullamento è stata data dallo stesso presidente Obama ad agosto in un discorso ai veterani di guerra;
DDG-1000 Destroyer: navi che dovrebbero costare 4 miliardi di dollari ma fonti alternative stimano un costo reale vicino ai 6 miliardi. Mentre la marina statunitense inizialmente desiderava acquistarne fra un minimo di 16 ed un massimo di 24, Gates tenterà di ridurre il programma a soli 3 Destroyers.

E’ comunque inquietante notare come Gates abbia dato il via libera ad un paio di palesi catorci. Del primo abbiamo già parlato su questo blog, si tratta del Littoral Combat Ship (LCS), un altro progetto Lockheed Martin sviluppato prima di completare i test. Nonostante i suoi costi siano quasi raddoppiati rispetto alle prime stime, Gates si è impegnato ad acquistare 55 di queste unità navali.
Ma forse l’indizio più evidente della continuità del bilancio militare USA è la decisione di più che raddoppiare l’ordine di cacciabombardieri F-35 Lightning II Joint Strike Fighter (JSF), facendone il più grande programma di acquisizione del Dipartimento della Difesa (quasi a voler placare l’industria produttrice, l’onnipresente Lockheed Martin, per la cancellazione del F-22). Ciò nonostante l’F-35 sia ben lontano dall’essere pronto, visto che a novembre 2008 era stato implementato solo il 2% dei voli di prova previsti.
Secondo l’attuale calendario, gli Stati Uniti spenderebbero 57 miliardi di dollari per acquistarne 360 unità prima che i test siano completati. Per velocizzare i tempi, la Lockheed ha elaborato un piano per svolgere solo il 17% delle prove richieste mediante test di volo, il restante 83% affidandole ai simulatori. Sfortunatamente, secondo un rapporto della Corte dei Conti americana (GAO) “la capacità di sostituire i voli di prova con laboratori di simulazione non è stata ancora dimostrata”.
Ciò non fa che aumentare i dubbi sulla decisione del Dipartimento della Difesa di acquistarne 2.456 (sì, avete letto bene, duemilaquattrocentocinquantasei!).
Fonti ufficiali hanno stimato un costo per l’intero programma superiore al trilione di dollari (più di mille miliardi) – circa la stessa cifra del deficit nazionale -, sommando ai 300 miliardi per l’acquisizione dei velivoli i 760 miliardi per la loro operatività, manutenzione compresa. Ma poiché il Pentagono ha deciso di comprarne così tanti esemplari prima di verificare l’efficienza della tecnologia, ritardi ed incrementi di costo saranno inevitabili.

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Il Dipartimento della Difesa è presente dal 1995 nell’elenco di apparati governativi ad alto rischio stilato dalla Corte dei Conti statunitense. Per gestire gli acquisti, la contabilità e la logistica, le varie agenzie e servizi del Pentagono mantengono 2.480 diversi sistemi informatici, molti dei quali non sono interconnessi. Di conseguenza, nessuno conosce con sicurezza quanto il Pentagono abbia speso in passato, stia spendendo adesso e spenderà in futuro. Al contrario, esso fonda le sue decisioni di bilancio prevalentemente sulle informazioni delle aziende private vincitrici degli appalti.
Un rapporto del Defense Science Board Task Force on Developmental Test and Evaluation rileva che, fra il 1997 ed il 2006, benché il 67% dei sistemi d’arma non abbia superato i parametri di prova, molti di essi sono stati egualmente messi in produzione. Il concetto che il Pentagono dovrebbe “provare prima di comprare” risale almeno agli anni Settanta, ma i funzionari della difesa ed i parlamentari statunitensi non l’hanno mai veramente messo in pratica. Anzi, i funzionari sono fortemente incentivati a sottoscrivere contratti sottostimati perché se rendono noti i veri costi fin da subito, rischiano di non poter avere i loro “giocattoli”. Ogni tanto il Congresso o la Casa Bianca chiedono di insediare un’agenzia indipendente in grado di produrre stime attendibili dei costi, ma ciò è estremamente difficile a causa dello stretto rapporto tra i funzionari del Pentagono e l’industria bellica.
Nel 2006, 2.435 ex funzionari del Pentagono, generali ed ufficiali lavoravano per aziende private operanti nel settore della difesa, ed almeno 400 di questi erano impiegati nell’ambito di appalti direttamente collegati al loro precedente datore di lavoro governativo. Quando i calendari slittano di anni ed i bilanci sforano di miliardi, le aziende sono già state pagate; inoltre, è prassi fra i parlamentari dare il via libera al proseguimento dei programmi nonostante la legge preveda che essi devono essere informati su quei programmi che sforano il bilancio per più del 30% e che quelli con aumenti superiori al 50% devono essere ricertificati o cancellati.
Quest’anno, la Casa Bianca ha promesso di impiegare altri 20.000 funzionari nel prossimi quinquennio per tenere sotto controllo i contratti militari e la relativa spesa, ma bene che vada ci vorranno diversi anni prima che ciò porti frutti. La legge di riforma circa l’acquisto dei sistemi d’arma patrocinata dal candidato repubblicano alle ultime elezioni presidenziali, John McCain, prevede anche l’istituzione di un ufficio per l’accertamento imparziale dei costi che però non dovrebbe occuparsi di tutti i programmi. Ufficio il cui primo direttore, comunque, è William Lynn, lobbysta precedentemente al servizio proprio di un’azienda privata del complesso militare, la Raytheon.

Propaganda giocattolo

gi joe 70

Negli Stati Uniti esiste da sempre uno strano collegamento tra il mondo dei giocattoli, quello del cinema e quello del Department of Defense (Ministero della difesa). Milioni di bambini di generazioni diverse sono cresciuti ammirando e desiderando soldatini, robot patriottici, combattenti mutanti, uomini ragno o pipistrello o addirittura alieni che lottavano per la “democrazia”, per la famiglia e per i “virtuosi” valori americani. L’ultimo della serie è G.I. Joe, il soldatino giocattolo per eccellenza, entrato nei cuori di milioni di bambini negli anni ottanta, in piena guerra fredda.
Il film G.I. Joe è pieno di scene pirotecniche, piene di trionfalismo militare che finisce inevitabilmente per sembrare uno spot per lo strapotere tecnologico del Pentagono. Film come G.I. Joe hanno sempre avuto un ruolo importante nella cultura americana. Oltre a mostrare i muscoli dell’apparato militare USA, servivano anche a desensibilizzare l’audience, soprattutto i giovani, agli orrori della guerra, nonché incoraggiare i ragazzi ad arruolarsi nel ”glorioso” esercito degli Stati Uniti.
Questo tipo di film diventa ancora più importante dal momento che il popolo americano inizia a mostrare un po’ di freddezza verso la cultura guerrafondaia. Il motivo per l’improvviso scetticismo verso la violenza militare nasce dall’ideologia pseudo-religiosa dell’amministrazione Bush, basata sull’odio verso il mondo islamico e sulla propagazione del concetto dell’esportazione della democrazia. La virata sociale causata da questi fenomeni rappresenta probabilmente una delle poche cose per la quale dovremo ringraziare Bush e il suo vice Dick Cheney, che hanno finito per avere sul pubblico l’effetto opposto di quello che speravano nella Casa Bianca di allora.
Tornando al film, bisogna riconoscere che nonostante il fallimento di tale ideologia, il Pentagono e il DOD (Department of Defense) continuano a spingere il fenomeno del connubio giocattoli-Hollywood-esercito, con film che rappresentano la guerra in una forma gloriosa e affascinante, sperando di utilizzarli per reclutare giovani nell’esercito, e possibilmente di fargli prendere come esempio l’eroismo sacrificale dei G.I. Joe di turno.
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La scena iniziale del film ci racconta di un trafficante d’armi scozzese che nel 700’ viene condannato in Francia per aver venduto armi ad entrambi le parti in guerra. Lui è un traditore! Non si deve neanche prendere in considerazione l’idea che lui possa aver voluto ascoltare le ragioni di entrambi le parti in causa. In effetti si racconta la condanna ad indossare una maschera di ferro che gli viene letteralmente squagliata sul viso con il fuoco.
Durante il film c’è poi l’inevitabile scena in cui un monumento famoso (in questo caso la Torre Eiffel) viene distrutto, cadendo rovinosamente sulle persone terrorizzate nelle strade. Lo abbiamo già visto in passato con il Big Ben in “Independence Day”, o con la Statua della Libertà in “Pianeta delle Scimmie”, o con il Colosseo in “The Core” o ancora con il Queens World Fair in “Men in Black”. Tali scene servono a fare capire al pubblico (soprattutto quello non americano) che senza l’intervento militare USA, nessuno è al sicuro.
Queste scene e questi concetti vengono propagate da anni in serie di film di enorme successo mondiale, quali Superman, James Bond, Batman, Spiderman, Terminator, X-Men, la serie Bourne, Transformers, e anche ahime, il fantastico Guerre Stellari. Hanno tutti lo stesso fine: glorificare chi combatte per la democrazia e per proteggere i valori americani (anche quando sono alieni, i valori in questione non cambiano) contro l’infedele di turno. Il ragazzo che esce dal film vuole immedesimarsi e “diventare” il salvatore del mondo a tal punto di essere disposto dare la vita per salvare la cultura con la quale è cresciuto. Un sogno che si avvera per chi progetta guerre ed ha bisogno di giovani da mandare allo sbaraglio per vincerle.
GI JOE 2000
Ora G.I. Joe sta cercando di fare ciò che Guerre Stellari fece negli anni 70: re-introdurre un concetto ormai impopolare come la guerra nelle menti e nelle aspirazioni di milioni di giovani, americani anzitutto, ma anche stranieri, in un mondo globalizzato. I dialoghi ridicoli e le scene talmente esagerate da sembrare impossibili anche ai bimbi lo rendono infinitamente inferiore a Guerre Stellari, ma il tentativo di risuscitare ciò che Bush e Cheney hanno distrutto è chiarissimo.
Non è una coincidenza che il Pentagono e il DOD abbiano dato la loro “consulenza” ai produttori del film, arrivando anche a prestare soldati e attrezzature (elicotteri Apache e i fuoristrada Humvee) alle scene. Con tanto di ringraziamenti sia al Pentagono che al Ministero della Difesa USA nei lunghissimi titoli di coda.
Se G.I. Joe si dimostrerà capace del ruolo a lui affidato lo diranno solo gli incassi. La tiepida risposta del pubblico americano ci dice che non è un film in grado di scalzare l’odio verso la guerra causato dall’amministrazione Bush. Ma poiché il film serve anche ad influenzare le menti dei giovani stranieri, a giudicare dall’avvio con incassi record in Corea, in Cina e in Russia (paradossalmente i bersagli preferiti del passato a Hollywood) nella prima settimana di proiezioni, si ha la sgradevole sensazione che qualcosa stia funzionando. Ma più che a Hollywood e negli uffici della Hasbro (azienda produttrice del soldatino G.I. Joe) i veri festeggiamenti saranno nelle stanze segrete del Pentagono e del DOD statunitense.

Da G.I. Joe, un giocattolo per la democrazia di Cliff Campidoglio.
[grassetti nostri]

Base Structure Report 2008

us-army

Il Dipartimento della Difesa USA rimane uno dei più grandi “proprietari terrieri” del mondo con un impianto fisico costituito da più di 545.700 strutture situate in più di 5.400 località su circa 30 milioni di acri (12.140.569 ettari). Il Base Structure Report (BSR) per l’anno fiscale 2008 rappresenta una sintesi unificata dell’inventario annuale delle proprietà e delle strutture del Dipartimento della Difesa, non soggette a segreto militare, al 20 settembre 2007.
Ciascun record comprende il nome del sito, il corpo delle Forze Armate a cui è stato assegnato, il nome della città più vicina, il numero degli edifici di proprietà in affitto o d’altro genere, la superficie in acri totale ed il totale di acri usato, il valore effettivo (in milioni di dollari) ed il numero di personale autorizzato (militare, civile e altro) se disponibile.
Se la struttura fisica della base può cambiare nel corso dell’anno (nuove costruzioni, demolizioni, ecc.), il BSR è un’“istantanea” dell’impianto fisico del Dipartimento della Difesa al 30 settembre 2007. Le basi elencate possono trovarsi a diversi stadi di attività, compreso “non utilizzato” o “in attesa di disposizioni”.
Questo rapporto comprende informazioni specifiche sui siti che rispondono a predefiniti criteri di grandezza e valore (eccetto i siti della Guardia Nazionale della sezione X). Se il sito si trova in un Paese straniero dev’essere più grande di 10 acri (circa 4 ettari) oppure avere un valore effettivo superiore a 10 milioni di dollari per essere indicato singolarmente. Per mantenere la completezza del documento, i siti che non rispondono a questi criteri sono riuniti come “Altri” all’interno di ciascuno Stato o Paese.
I dati sul personale sono inclusi in questo documento unicamente al fine di mostrare l’ordine di grandezza e non devono essere considerati come dati convalidati sulle risorse umane del dipartimento militare. È anche possibile che i totali di questo documento non rappresentino l’effettiva popolazione in un determinato sito.

A seguire, un elenco delle principali definizioni.
Name nearest city: identifica il nome della città in cui si trovano i beni immobiliari o di quella ad essi più vicina.
Buildings: edifici; una struttura (di uno o più livelli) chiusa e provvista di tetto, pavimento e muri costruita su un lotto di terreno e adatta per una tra una vasta gamma di attività (abitazione, spazi riservati a uffici e/o produzione).
Structures: strutture; una struttura classificata diversamente da un edificio o da strutture lineari che è costruita su/nel terreno (per es. strade, ponti, rifugi, poligoni, ecc.).
Linear structures: strutture lineari; un sistema di distribuzione che fornisce un servizio od un bene comune ad uno o più edifici o strutture (per es. linee di comunicazione, distribuzione della corrente elettrica, fognature).
Total acres: acri totali; identifica il numero totale di acri posseduti, usati o affittati dal Dipartimento della Difesa.
Notes on personnel data: note sui dati del personale; pur essendosi fatti tutti gli sforzi per far corrispondere la consistenza del personale al sito giusto, la popolazione può non riflettere l’effettiva popolazione del sito.
MIL: identifica tutto il personale militare noto autorizzato per il sito.
CIV: identifica tutto il personale civile noto del Dipartimento della Difesa identificato per il sito.
OTHER: identifica tutto il restante personale civile identificato per il sito, compresi i cittadini stranieri e, qualora disponibile, qualsiasi contrattista a tempo pieno.

Lo studioso dell’imperialismo statunitense Chalmers Johnson ha avuto a dire: “Secondo il “Base Structure Report” del Pentagono – l’inventario annuale delle proprietà e delle strutture in affitto delle Forze Armate – nel 2008 gli Stati Uniti usufruiscono di 761 “siti militari” in paesi stranieri. (Questo il termine preferito dal Dipartimento della Difesa, invece che basi come di fatto sono). Contando anche le basi militari sul territorio USA arriviamo ad un totale di 5.429.
Le stime all’estero fluttuano di anno in anno. Il totale 2008 scende dalle 823 del 2007 che saliva dalle 766 del 2006. Il totale attuale rimane comunque sostanzialmente meno di quello del picco di 1.014 durante la Guerra Fredda nel 1967. In ogni caso se si considera che ci sono solo 192 Paesi nelle Nazioni Unite, 761 basi militari all’estero sono un notevole esempio di espansionismo imperialista – anche di più se si considera che i comunicati ufficiali militari sottostimano la situazione reale. (Le stime ufficiali omettono le basi di spionaggio, quelle nelle zone di guerra, incluse in Iraq ed Afghanistan, e strutture di entità mista collocate in zone considerate troppo sensibili da discutere o che il Pentagono per le sue più svariate ragioni sceglie di escludere – es. Israele, Kosovo o Giordania).”

Il Base Structure Report (BSR) per l’anno fiscale 2008 è qui.

A questa pagina, invece, è possibile prendere visione di una efficace elaborazione grafica interattiva della presenza militare statunitense del mondo, messa a punto dalla redazione di Mother Jones.