Siamo in guerra


“Siamo in guerra. Sì. E non intendo l’Occidente contro l’Oriente, contro Russia e Cina, né il mondo intero contro un invisibile coronavirus. No. Noi, la gente comune, siamo in guerra contro un sistema globalista elitario sempre più autoritario e tirannico, governato da un piccolo gruppo di multimiliardari, che già decenni fa aveva pianificato di prendere il potere sulle persone, controllarle, ridurle a quello che una minuscola élite crede sia un “numero adeguato” per abitare Madre Terra, e per digitalizzare e robotizzare il resto dei sopravvissuti, riducendoli a una sorta di schiavi. È una combinazione di “1984” di George Orwell e “Brave New World” di Aldous Huxley. Benvenuti nell’era dei transumani. Se lo permettiamo. Ecco perché la vaccinazione è necessaria a velocità supersonica, per iniettarci sostanze transgeniche che possono cambiare il nostro DNA, per timore che possiamo svegliarci e che una massa critica possa diventare cosciente e cambiare le dinamiche. Perché le dinamiche non sono prevedibili, soprattutto non a lungo termine. La guerra è reale e prima ce ne rendiamo conto tutti, prima quelli con la mascherina e quelli che rispettano il distanziamento sociale prendono coscienza delle situazioni distopiche “anti-umane” mondiali, con cui abbiamo permesso ai nostri governi di sottometterci, maggiori sono le nostre possibilità di riprenderci la nostra autonomia e sovranità.”

Pandemia, confinamento, disastro economico: siamo in guerra?, di Peter Koenig continua qui.

La communitas è incompatibile con l’immunitas


“Come abbiamo scritto poc’anzi, in certi momenti, è necessario, per il sovrano, ostacolare o impedire tutte le forme nelle quali l’uomo può manifestarsi nella sua veste di zoon politikon, perché queste potrebbero mettere in pericolo la sopravvivenza del “regno” e, in particolare, della ratio status che ne è il fondamento.
Nella fattispecie odierna, visto che il contenuto esclusivo dell’opera di governo (almeno formalmente), è quello della protezione della vita (zoè) della popolazione/gregge, è necessario (almeno secondo la motivazione “fattoidale”), impedire la vita comunitaria delle persone (bios), nella quale si manifestano, non solo, tutte le forme di attività politica, ma anche l’asseverazione della realtà secondo sensus communis, che viene generata dall’incontro e dall’interazione coi propri simili, nel mondo comune.
Ovvero, per dirla con Artaserse, bisogna impedire il formarsi conventicole, anche fatte di sparuti aggregati di persone, che possano mettere in dubbio, non solo, la legittimità e l’azione del sovrano, ma anche l’immagine della realtà che risponde ai suoi desiderata, quella confezionata quotidianamente dalle solerti fabbriche di fattoidi al suo servizio.
A maggior ragione, questo è indispensabile se vi è l’ulteriore pericolo che queste conventicole possano assumere una forma e una “consistenza” politica tale da manifestare i dubbi a gran voce. Per limitare questo rischio, non vi è nulla di più efficace che impedire, di fatto, la vita comunitaria, “distanziando socialmente” gli individui, rendendoli impauriti e diffidenti nei confronti dei propri simili, in modo che non abbiano contatti tra loro se non quelli “funzionali”, necessari alla sopravvivenza.
Un tempo, le “contestazioni” prendevano origine nei luoghi che, per definizione implicano una collettività: le fabbriche (e i luoghi di lavoro in senso lato), le università, le scuole. Ora, la “necessità” profilattica di distanziamento fisico ottiene l’effetto di rendere impossibili questi tipi di aggregazione collettiva divenendo appieno un “distanziamento sociale”, che è il reale obiettivo del Sovrano.
Le norme che impediscono gli assembramenti hanno soppresso, di fatto, qualsiasi di forma associativa e comunitaria e, quindi, politica in senso lato. Il contatto tra le persone è stato sostituito e monopolizzato da una comunicazione mediata dai dispositivi elettronici, come nel caso del lavoro e della didattica “a distanza”.
A questo punto non appare così peregrino il pensare che, dal punto di vista del Sovrano, quest’epidemia sia stata provvidenziale, poiché tutte le misure profilattiche impediscono il manifestarsi della comunità, della polis, per lasciare in essere solo il rapporto verticale tra sudditi e Sovrano, dato che, la scomparsa di qualunque tipo di azione politica “intermedia”, così come si manifesta e si è sempre manifestata nell’essere sociale, è resa possibile dall’eliminazione di «ogni rapporto sociale estraneo allo scambio individuale tra protezione e obbedienza».
La sfera politica tutta si è condensata nella mera azione di governo (il Sovrano) e questa ha, come unico oggetto, la protezione della vita biologica della popolazione, di fronte ad una minaccia esibita sotto forma di fattoide. Ciò che costituisce un rischio, di fronte all’epidemia, è la communitas, in quanto tale, e, pertanto, è la communitas, il nemico da combattere, che va eliminato e sostituito da una forma politica nella quale vi possa essere soltanto una relazione tra individui isolati e il potere sovrano, che deve regnare incontrastato, senza limitazione alcuna da parte dei “contrappesi” previsti dalle democrazie liberali, allo scopo di proteggere la popolazione dalla minaccia incombente.
Data la natura della minaccia, non è più possibile, quindi, l’esistenza di una comunità politica che si manifesti nelle modalità di vita comune dell’“essere sociale”, ma può esservi solamente una popolazione di monadi isolate, in balia della realtà fantasma confezionata dall’arbitrio del potere sovrano, nella quale la desocializzazione allontana il pericolo che questo potere venga messo in discussione.
(…) di fatto, tutto ciò che esuli dalla sfera della mera conservazione della vita è, oggi, negato.
La liturgia biopolitica è fatta di simboli che danno una forma e un indirizzo alla società, e determinano l’inclusione e l’esclusione in una sublime, quanto assurda, antinomia: si può essere inclusi nell’essere sociale, determinato dal Sovrano, solo escludendosi dalla vita comune, perché la communitas è incompatibile con l’immunitas.”

Da L’annichilimento dell’essere sociale e l’ontologia fantasma, di Pier Paolo Dal Monte.

La militarizzazione della pandemia

Leggi emergenziali, limitazioni delle libertà costituzionali e militarizzazione delle strade e delle corsie degli ospedali consentono un colpo d’acceleratore del processo di militarizzazione e sicurizzazione della società e dell’economia come non sarebbe mai stato possibile in tempi di “normalità”. Se poi a questo processo si accompagna l’attacco globale alla politica e agli spazi di aggregazione sociale appare ancora più evidente che il creare le condizioni e utilizzare il linguaggio e le narrazioni di “guerra” consente un attacco mortale alle sempre più ridotte forme di partecipazione e lotta democratica. E, come dicevo prima, la militarizzazione dell’intervento sanitario anti-Covid, (invece della scelta di interventi di compartecipazione democratica, decentramento e potenziamento dei centri per la salute e la prevenzione distribuiti e/o prossimi territorialmente), assicura il ruolo “imprescindibile” e “insostituibile” delle forze armate nella gestione della crisi-conflitto. Siamo di fronte a un modello culturale, ben costruito soprattutto in ambito mediatico, del tutto opposto a quanto accadde 40 anni fa con il terremoto in Irpinia, quando l’associazionismo di base, il volontariato e le forze sociali e politiche vive del paese ebbero la capacità di denunciare e documentare l’assoluta inefficienza delle forze armate nelle fasi post-sisma e di ricostruzione e dunque di proporre modelli del tutto differenti di gestione di emergenze naturali-ambientali e sanitarie. L’Irpinia impose il dibattito sulla de-militarizzazione delle crisi e di una protezione civile democratica, diffusa, partecipata e decentrata. Oggi sembrano passati millenni da quella importante fase di confronto politico generale su diritti ed “emergenze”. E così le forze armate e il complesso militare-industriale e finanziario possono oggi “battere cassa” con più arroganza di prima, imponendo schemi e linee di spesa pubblica ancora più insostenibili.
Antonio Mazzeo

(Fonte)

Questo è quello che è di là da venire

mail.google.com“Sino ad ora, le limitazioni dell’autodeterminazione degli Stati e dei popoli in funzione dei diritti del capitale globale (sia che si proponesse di profittare con beni, servizi e moneta, sia che si proponesse profitti di guerra) hanno sempre dovuto passare per la mediazione necessaria di organizzazioni internazionali, quali UE e NATO, ovvero attraverso trattati multilaterali in cui gli Stati sovrani avevano un ruolo, quantomeno nell’azionamento delle cosiddette “clausole di salvaguardia”, le quali prevedevano la disapplicazione o la sospensione di una regola per fini politici interni. Nelle organizzazioni regionali, poi, la componente dello Stato sovrano recitava quantomeno un ruolo figurativo, prevedendo per esempio nella UE (al di là dell’inutile parlatorio costituito dal Parlamento) la presenza dei ministri competenti nel Consiglio dei Ministri UE, donde la necessità di coltivare all’interno degli Stati una componente politica asservita ai fini che via via venivano veicolati all’interno dell’organizzazione.
La natura sempre più palese dei fini necessitava allora di uno strumento di ricatto indipendente dai singoli governi che si sarebbero presentati sull’arengo politico, posto che prima o poi si sarebbe dovuto fronteggiare una componente politica anti-UE, giunta nelle stanze dei bottoni.
Per tale motivo si sta implementando il sistema dei trattati bilaterali (BITs) e regionali sugli scambi e gli investimenti, quale il TTIP per la nostra area, il TTP per l’area trans-pacifica, sottoscritto persino dal Vietnam.
In essi è contenuto un nuovo dispositivo di limitazione preventiva di ogni sovranità ed anche di ogni Costituzione interna che possa in qualche modo ostacolare gli interessi del capitale sovranazionale, chiamato nei trattati “investitore”.
Si tratta, per la sua onnicomprensività (i trattati riguardano i più svariati settori, dall’agricoltura, ai servizi finanziari, alla sanità, ai servizi sociali, al mercato del lavoro) e per la sua estensione (la giurisdizione coprirà oltre l’80% del PIL mondiale, praticamente la quasi totalità dell’economia) di una vera e propria dichiarazione dei diritti del capitale sugli uomini.
Il dispositivo chiave è fornito proprio dalle carte bollate. Nei vari trattati vi è sempre una clausola arbitrale denominata ISDS, Investor-State Dispute Settlement, vale a dire la “regolamentazione delle controversie tra Stato ed investitore”. Tramite tale dispositivo, un’impresa privata multinazionale, l’investitore, qualora si trovi di fronte ad una misura (legislativa o governativa) che in qualche modo ostacoli gli interessi del capitale investitore (resi nel trattato sottoforma di divieto di discriminazione della libertà di circolazione di merci, persone e capitali, di libertà di investimento e di impresa) potrà convenire lo Stato Sovrano avanti a questa Corte Privata internazionale istituita all’interno del trattato commerciale. E’ l’unico sistema di arbitrato internazionale “asimmetrico”, nel quale è previsto che lo Stato possa essere chiamato in causa, cioè svolgere il ruolo di convenuto, ma non è previsto che possa esso stesso citare un investitore. Nel giudizio non varranno le regole della Costituzione dello Stato, né le regole istitutive dei Trattati delle Organizzazioni Internazionali come la UE, che in qualche modo contenevano pur limitati riferimenti ai diritti dei singoli, delle collettività. Varranno solamente le regole dei trattati, e le regole dei trattati sono le regole delle sovrane libertà del capitale circolante. Nessun altro parametro considerato “ostacolante” come i fini di pubblico interesse o di utilità sociale presenti nel mandato costituzionale dei singoli Stati sovrani sarà considerato opponibile alla libertà dell’investitore di raggiungere il suo profitto.
Se si appelleranno ai loro mandati costituzionali ben facilmente gli Stati perderanno la causa andando incontro a severe sanzioni economiche.
Queste Corti di Arbitrato Commerciale sono tribunali internazionali privati e semisegreti, composti di regola da tre membri , scelti di volta in volta da una lista ristretta di avvocati privati nell’orbita ideologica e culturale di tali organizzazioni neoliberiste.
Come in ogni arbitrato, ciascuna parte nomina il proprio difensore ed entrambe si accordano sulla scelta del giudice. Tenuto conto che gli operatori giudiziari coinvolti sono sempre racchiusi nella lista ristretta di giuristi internazionalisti abilitati alle corti arbitrali, accade che chi ha svolto il ruolo di difensore dell’investitore in un processo, può essere giudice in un altro processo, anche se successivo o contemporaneo. Gli arbitrati si svolgono in segretezza, a porte chiuse e senza controllo pubblico, senza possibilità di appello ad altre forme di giustizia internazionale.
Casi emblematici di arbitrati sono quelli intentati dalla multinazionale svedese del nucleare Vattenfall contro le norme tedesche che prevedevano l’abbandono della produzione di energia elettrica con impianti nucleari (la richiesta di danni alla Germania è stata pari a 4,7 miliardi di euro), oppure quelle intentate dalla Philip Morris contro gli Stati dell’Uruguay, della Norvegia e dell’Australia contro le norme volte a restringere ed ostacolare il consumo di tabacco.
Qualora un illuminato governo di onesti decidesse una volta per tutte di abbandonare il progetto di un’opera inutile finanziata per soli scopi clientelari da precedenti governi, gli investitori multinazionali coinvolti nel progetto potrebbero convenire lo Stato avanti ad una di queste corti private e segrete.
Nelle Corti Private dei trattati bilaterali sugli scambi non si tiene conto di utilità sociali, di illegittimità del progetto, nemmeno di eventuali dinamiche ed infiltrazioni criminali nell’investitore che propone causa.
Si applica, per l’appunto, tra quattro mura, il solo diritto del capitale, la corporate rule.
Rule è un’espressione che in inglese significa sia regola che dominio. Famoso è il motivo “Rule Britannia, Britannia rule the waves”, “Domina Britannia, domina sulle onde” a significare la passata posizione egemone dell’impero inglese (ma anche della Compagnia delle Indie) su tutti i mari e le rotte commerciali del mondo.
E’ evidente che un tale dispositivo, fondandosi sul potere economico e sulla forza deterrente dei risarcimenti monetari, può vincolare ogni tipo di governo, a prescindere da Costituzioni interne, Trattati internazionali di Organizzazioni regionali, Trattati e Convenzioni sui diritti dell’Uomo.
Dietro gli scranni dei giudici potrebbe idealmente figurare la massima “business is business”.
Un simile sistema, come ben argomenta Prabhat Patnaik, “non rappresenta quindi soltanto una grande limitazione della sovranità dello Stato-nazione, ma ostacola in linea di principio la capacità dello Stato di adempiere al suo mandato Costituzionale. Non c’è bisogno di dire che un tale trattato costituisce una grande violazione al principio di sovranità ed autodeterminazione dei popoli che è il fondamento della democrazia.” (Towards Global Corporate Rule).
Questo è quello che è di là da venire.”

Da Qual è l’impero del male? Ci viviamo dentro, di Enzo Pellegrin.