L’ideologia yankee applicata al resto del mondo


“Vi è una coincidenza sorprendente tra la promozione della democrazia occidentale e il massacro di massa che ne è la sua applicazione pratica. Lo scenario è sempre lo stesso: si inizia con la dichiarazione dei diritti umani per finire con i B52. Ora questo trofeo della politica estera degli Stati Uniti – e dei loro alleati – è una diretta conseguenza del loro liberalismo. Questo aspetto della storia delle idee è poco conosciuto, ma la dottrina liberale ha perfettamente assimilato l’idea che per garantire la libertà di alcuni, sia necessario garantire la sottomissione di altri. Il padre fondatore degli Stati Uniti, un liberale come Benjamin Franklin, ad esempio, si oppose all’installazione di reti fognarie nei quartieri poveri, perché rischiava, migliorandone le condizioni di vita, di rendere i lavoratori meno cooperativi. In breve, dobbiamo affamare i poveri se vogliamo sottoporli e dobbiamo sottometterli, se vogliamo farli lavorare per i ricchi. A livello internazionale il potere economico dominante applica esattamente la stessa politica: l’embargo che elimina i deboli costringe i sopravvissuti, in un modo o nell’altro, a servire i loro nuovi padroni. Altrimenti, ci sono ancora i B52 e i missili da crociera.
Non è un caso che la democrazia americana, il modello che la Coca-Cola ha diffuso a tutte le famiglie del villaggio globale, sia stata fondata da schiavi e genocidi. C’erano 9 milioni di amerindi nel Nord America nel 1800. Un secolo dopo, erano 300.000. Come disse Alexis de Tocqueville “La Democrazia in America” è arrivata con le sue coperte avvelenate e le mitragliatrici Gatling. I selvaggi piumati del Nuovo Mondo prefiguravano i bambini iracheni nel ruolo di questa umanità in soprannumero di cui si sarebbero liberati, senza rimorsi, se le circostanze lo avessero richiesto. Così, da un secolo all’altro, gli Americani hanno trasposto il loro modello endogeno su scala mondiale. Nel 1946, il teorico e apostolo della Guerra Fredda del contenimento anticomunista George Kennan, scrisse ai dirigenti del suo Paese che il loro compito secolare sarebbe stato quello di perpetuare l’enorme privilegio concesso dalle fortune della storia negli Stati Uniti d’America: possedere il 50% della ricchezza per solo il 6% della popolazione mondiale. Le altre nazioni saranno gelose, vorranno una fetta più grande della torta e bisognerà impedire che ciò accada. In breve, la “nazione eccezionale” non intende condividere i benefici.
Una caratteristica importante dello spirito americano ha favorito questa trasposizione della “democrazia americana” in tutto il mondo. È la convinzione dell’elezione divina, l’identificazione con il Nuovo Israele, in breve il mito del “destino manifesto”. Tutto ciò che viene dalla nazione scelta da Dio appartiene di nuovo al campo del Bene, incluse le bombe incendiarie. Questa mitologia è la potente forza della buona coscienza yankee, quella che vetrifica intere popolazioni senza il minimo problema di coscienza, come il generale Curtis Le May, capo dell’aviazione americana, che vanta di aver fatto alla griglia col napalm il 20% della popolazione nordcoreana. Gli Stati Uniti hanno realizzato una congiunzione inedita tra una potenza materiale senza precedenti e una religione etnica ispirata al Vecchio Testamento. Ma questo potere è stato surclassato nel 2014 quando il PIL cinese, in parità di potere d’acquisto, ha superato quello degli Stati Uniti. E non è sicuro che l’Antico Testamento sia sufficiente a perpetuare un dominio che si sgretola inesorabilmente.”

Da Democrazia genocida, di Bruno Guigue.

Il fascismo inesistente vi seppellirà

Partiamo dal convincimento che la verità sia nel tutto, come Hegel insegna, quindi anche nelle sue necessarie interne contraddizioni.
L’antifascismo, cosi come il neofascismo, prescinde da questo tutto, trasformando il fascismo in un archetipo che è quello che gli altri hanno deciso per lui. Una valutazione unica è doverosa non certo per una volontà riabilitativa, ma soltanto per avere un’arma in più per una corretta interpretazione, non del passato, ma del presente che, stando così le cose, pesa molto di più perché drogato.
Per questo è particolarmente illuminante il significato del termine fascismo così come evocato dagli antifascisti.
Il suo uso prescinde da una valutazione storica, così come da una politica o filosofica, il suo uso non è neanche quello di un semplice aggettivo denigratorio, ma è un investimento per garantirsi sempre il diritto all’ esistenza e alla ragione. Prescinde persino dallo spazio temporale, persino da una prospettiva manichea, come se il fascismo, in quanto Male Assoluto, fosse sempre esistito. Una cloaca comunque da contrapporre alla propria autoreferenzialità. Al suo cospetto, tutto sembra svanire, dal colonialismo, alla tratta degli schiavi, allo sterminio degli Indiani d’America, al genocidio degli abitanti della Tasmania, persino lo sfruttamento sembra così sopportabile dinanzi al fascismo, la “legge bronzea dei salari” di Ricardo finisce per coincidere con una piattaforma per il rinnovo contrattuale.
L’antifascismo diventa l’abito buono che da i super poteri, un mezzo per diventare dei fuoriclasse. Già dei fuori classe, l’antifascismo è così potente da far scomparire non solo Giovanni Gentile, ma anche Karl Marx e Antonio Gramsci.
La gravità di una tale liturgica investitura risiede tutta nell’inautenticità dell’antifascismo.
Ad un primo approccio un sistema del genere, così condiviso da non essere mai messo in discussione più da nessuno, sembrerebbe spianare la via ai suoi utilizzatori, un a priori che equivale a mettersi dalla parte dei buoni, mentre i cattivi, gli altri, dall’altra. Un’illusione di farsi giudice delle regole della vita per “vincere facile”, ma a lungo andare le astrazioni che durano troppo hanno sempre il merito di chiedere il conto ai suoi ciechi sostenitori.
Vediamo qualche particolare.
Fino al 1936, malgrado tutto, al PCI il fascismo, almeno non tutto, non doveva apparire così orrido, visto “L’appello ai fratelli in camicia nera” firmato da sessanta dirigenti del Partito, compreso Togliatti. Nello stesso anno iniziano le purghe staliniane ed i processi ai trotskisti.
Con la guerra di Spagna s’assiste forse al primo tentativo di usare l’antifascismo come fosse un’arma, e questa volta l’uso che se ne fa è senz’altro politico. I compagni anarchici e trotskisti del POUM vengono massacrati perché inspiegabilmente s’erano messi al soldo del fascismo secondo l’accusa. Il format calunnioso, di una sola maschera da mettere in faccia a tutti i nemici, viene sperimentato anche altrove, sempre con buoni risultati. Si trovano infuocate pagine su l’Unità, siamo nel gennaio del 1944, che invitano a schiacciare tutti gli infiltrati, sempre trotskisti, fattisi oramai la V colonna del nazifascismo. Il messaggio probabilmente era rivolto anche al più grande gruppo partigiano di Roma, il Movimento Comunità d’Italia riunito sotto il quotidiano Bandiera Rossa che, cosa da non crederci, era più diffuso de l’Unità. Il gruppo Bandiera Rossa era distante anni luce dal CLN, cosi come dal PCI, in quanto antimonarchico, antibadogliano, ma soprattutto avrebbe voluto non consegnare Roma agli Alleati, ma bensì proclamare “La Repubblica Romana dei Lavoratori”. Stranamente questi compagni, malgrado il loro grandissimo contributo alla resistenza, non appariranno negli annali della epopea dell’ANPI, mentre molti di loro moriranno sotto le provvidenziali raffiche naziste delle Fosse Ardeatine.
Fondamentale è il documento di chiusura della III Internazionale comunista, maggio 1943, in esso scompare esplicitamente il concetto di rivoluzione socialista lasciando il posto alla necessità d’aderire al “blocco antifascista”.
Bordiga, altro fondatore del PCI, ebbe modo d’affermare che la cosa peggiore che aveva prodotto il fascismo era proprio l’antifascismo, il tronfio antifascismo che abbracciava anche l’odiato nemico borghese.
Alla affermazione di Bordiga, gli farà eco più di mezzo secolo dopo, confermando il mortale abbraccio con il nemico di classe, quella di Costanzo Preve quando disse che peggio del fascismo c’era solo l’antifascismo. Tra i due comunisti, solo qualche bagliore di lucidità, primo fra tutti quello di Pier Paolo Pasolini.
L’inautenticità dell’antifascismo risiede nel suo essere antistorico e non contestuale, quindi non un momento antitetico da opporre alla sua affermazione, ma un opporsi che diventa evanescente perché il farlo non contempla il momento della tesi reale e di conseguenza quello del divenire nella sintesi. La sua pretesa di autenticità necessaria passerà allora esclusivamente nel vedere nel qualunque altro, quello fuori da sé, un fascista.
Non si tratta più di un solo uso mistificante del termine, ma questo diventa una piattaforma psudoideologica onnivora, capace per questo di procedere ad un processo di metamorfosi genetica.
La rimozione della missione storica del corpo sociale, sedato dall’antifascismo nel tempo, è stata lenta ma costante, fino ad essere completa. Dallo scambiare il socialismo per un riformismo che nel suo procedere non aveva neanche più il coraggio di nominarlo, fino al rendere inutile tutta la critica marxiana al capitalismo.
Mentre l’orchestrina intonava “Bella Ciao”, si scoprivano nuove icone sovrastrutturali, da Kennedy ad Obama, da Blair a Clinton, da Paolo di Tarso a Papa Francesco, da Macron ad Juncker, dalla troika alla NATO, da Chicco Testa a Vladimir Luxuria.
La globalizzazione diventa l’internazionalismo realizzato, il meticciato è la società senza classi, il consumismo la distribuzione della ricchezza, il precariato altro non è che un’opportunità.
Ed allora, in fase oramai matura, al dogma dell’antifascismo, si può affiancare con orgoglio il dogma del neoliberismo, la tanto agognata lotta per la libertà e la giustizia sociale possono finalmente rispecchiarsi realizzate nelle libertà dei diritti umani e nelle pari opportunità che il mercato a tutti offre.
In conclusione, l’oscenità dell’antifascismo risiede tutta nell’aver abbandonato il Socialismo, foss’anche come sogno raggiungibile del non ancora, appiattendosi invece acriticamente su quest’attimo presuntuoso ritenuto eterno a cui non manca niente. Questo è stato il vero profondo potere di questo antifascismo inautentico, ma anche la sua più grande e indelebile colpa.
Lorenzo Chialastri

[Modificato in data 8/5/2019]

Cosa succederebbe se il mondo iniziasse ad usare la logica degli USA nelle sue relazioni con l’America?

Sei stato sanzionato! Sei stato bombardato! Sei stato invaso! Gli USA hanno una sfilza di punizioni pronte per gli Stati che secondo loro si stanno comportando male. Ma cosa succederebbe se il resto del modo adottasse gli stessi metodi con gli Stati Uniti?

Lo scorso giovedì è stato un giorno abbastanza strano. Gli USA non hanno imposto nuove sanzioni a qualcuno. A meno che non me ne sia accorto mentre ero disteso sul divano con la tendinite (curata in un giorno, sono lieto di dirlo, da mia moglie con la chiropratica).
Allo stato attuale gli USA utilizzano programmi attivi di sanzioni contro quasi 20 Paesi: dalla Bielorussia allo Zimbabwe. E sapete cosa? In linea di massima le ragioni che gli USA adducono per sanzionare questi Paesi potrebbero essere quasi ugualmente usate per sanzionare gli stessi USA.
Guardiamo le sanzioni recentemente reimposte all’Iran, alcune delle quali sono entrate in vigore il 6 Agosto, con altre valide dal 4 Novembre. Le punizioni finanziarie non colpiscono solo l’Iran. Con una tattica bullista particolarmente odiosa, sullo stile dei campetti scolastici esse colpiscono anche Paesi ed istituzioni finanziarie straniere che commerciano con l’Iran. La Repubblica Islamica è accusata di “comportamento maligno”. Di essere il leader, chiedo scusa, “LO Stato leader mondiale quale sponsor del terrore”.
In verità il crimine di Teheran è stato l’aiutare a sconfiggere il terrorismo, eufemisticamente descritto come “attività ribelle”, sostenuto dagli USA e i suoi alleati regionali in Siria.
Se le sanzioni dovessero essere imposte per “comportamento maligno” e per essere uno “sponsor del terrore” allora sarebbero gli USA a dover essere sanzionati, e non l’Iran. Inoltre, se noi seguiamo la logica statunitense, anche i Paesi e le istituzioni finanziarie che fanno affari con l’America dovrebbero essere colpiti. Provate solo a immaginare le proteste di Washington se l’Iran avesse annunciato lo stesso tipo di misure complessive contro aziende e banche che fanno affari con gli USA che gli Stati Uniti hanno annunciato contro aziende e banche che fanno affari con Teheran. Ma esse sarebbero giustificate, se seguissimo il modo di ragionare del Dipartimento di Stato. Continua a leggere

Divi di (quello) Stato 6°

Nel macellare interi Paesi non sono ammesse discriminazioni di genere e, nelle stanze dei bottoni, non si possono allungare le mani.
La diva di Stato Angelina Jolie, inviato speciale dell’ONU nonché membro del Council on Foreign Relations (CFR), grazie alla sua “forte voce” e “grande autorevolezza” vigila affinché la NATO faccia le cose per bene.
Del resto, solo lo scorso dicembre, insieme all’amico Jens ha pubblicato un editoriale molto esaustivo per spiegare al mondo intero Perché la NATO deve difendere i diritti delle donne.

Un sicuro antidoto contro l’indifferenza

Giancarlo Paciello, con il libro edito da Petite Plaisance No alla globalizzazione dell’indifferenza, offre al lettore un testo singolare, per struttura e per respiro, coinvolgendolo in un percorso impegnativo e stimolante che spazia dalla storia all’economia, alla filosofia, al diritto, all’ecologia. Un invito a leggere il mondo contemporaneo, nelle sue diverse articolazioni e nella sua unità di fondo, con la lente critica di un pensiero forte che continua ad interrogarsi sulla storia e sulla condizione dell’uomo, un’ agguerrita strumentazione intellettuale capace di affrontare e dissolvere le nebbie ideologiche che, oggi più che mai, offuscano la realtà brutale dei rapporti di produzione capitalistici e che non rinuncia ad indicare possibili vie d’uscita a chi non crede che questo sia “il migliore dei mondi possibili”.
Il libro è costruito attorno ad una ricchissima, per quantità e qualità, rete di riferimenti testuali che fanno di questo saggio non solo uno strumento prezioso per chiunque aspiri ad una comprensione profonda, attenta ai fondamenti storici e filosofici, della società attuale, ma anche una via maestra di accesso alle ricerche e alle teorie di tanti, significativi studiosi. Non solo: la varietà degli ambiti conoscitivi in cui si dispiegano la curiosità intellettuale e la visione universalistica dell’autore permettono al lettore di costruirsi un suo proprio percorso, approfondendo certe tematiche e scoprendo relazioni non scontate tra fenomeni apparentemente distanti. Operazione legittima , a patto di non rinunciare a scoprire l’unità dell’insieme che può sfuggire ad una lettura frettolosa. E’ l’autore stesso, nella pagina iniziale, a fornirci la bussola da utilizzare in questo viaggio: con materiale di grande valore, cucito con il filo rosso della storia e della filosofia, ha messo a punto una “coperta dell’umanità”.
Afflato universalistico, dunque: e proprio qui, nell’appassionata rivendicazione di un “universalismo universale” fondato su una comune natura umana, pur nel riconoscimento delle diversità culturali, si esercita la critica dissolvente di Giancarlo Paciello che prende le distanze dall’ideologia dominante dei “diritti umani”, ricondotti alla loro precisa matrice storica (la Rivoluzione americana e quella francese) e demistificati in quanto espressione di una fasulla ed ipocrita universalità dietro la quale si celano interessi molto, troppo particolari – politici, militari, economici – che coincidono con quelli dell’Occidente liberista.
La visione universalistica si sviluppa, invece, in tutta la sua grandezza, e urgenza, nell’attenzione posta nella necessità di un ritrovato, armonioso equilibrio tra l’uomo e la natura: l’ecologia occupa un posto centrale nella riflessione di Paciello, fa da collante tra le diverse parti del suo lavoro, tesse richiami tra ambiti differenti dell’attività umana, istituisce uno sguardo alternativo sull’economia e disegna una prospettiva di uscita dalle secche dall’attuale sistema socio-economico.
Una “ecologia integrale” non può che scontrarsi con la voracità onnivora del “capitalismo assoluto” dei nostri tempi: sostenuto dalle argomentazioni di pensatori di grande rilievo (basti qui citare Aristotele, Marx, Preve) e dalle ricerche di storici, economisti e sociologi (Hobsbawm, Bontempelli, Bevilacqua, Polanyi, Wallerstein, Michéa, Nebbia, Livi Bacci e tanti altri) l’autore fa tabula rasa di una “mitologia” capitalistica contrabbandata come incontrovertibile verità scientifica, stabilmente installata nell’immaginario contemporaneo: l’economia neoclassica, riportata alla sua natura di crematistica, accumulazione di denaro fine a se stessa, la costruzione dell’individuo “razionale”, calcolatore della teoria liberale, l’idea di un progresso infinito che disconosce il limite, l’ imbroglio ecologico” che ha occultato le radici capitalistiche della violenza contro una natura rimossa dalla sua dimensione storica, l’universalismo “farlocco” a stelle e strisce delle guerre “umanitarie”.
Sfatare il mito del progresso, cui siamo tutti devoti da almeno duecento anni, è operazione che richiede una buona dose di coraggio intellettuale, anche perché implica fare i conti, in modo maturo e talora doloroso, con la tradizione ideale e l’esperienza politica della sinistra. La riflessione di Paciello, alimentata dalle tesi di Larsch, Michéa e Orwell, apre, qui, un terreno ancora in gran parte, almeno nel nostro Paese, da dissodare e che potrebbe essere foriero sia di un’ adeguata interpretazione in sede storica, nonché politica di diversi fenomeni, sottraendoli innanzitutto alla categoria inconsistente e fuorviante del “tradimento”, sia di una progettualità alternativa che sappia prendere le distanze da quanto in quella tradizione conteneva le premesse per la sua resa al modello economico e culturale dominante.
E’, questo, un libro che ha il pregio di rispondere a molte domande essenziali del nostro tempo, ma, contemporaneamente, di suscitarne sempre di nuove, di fare il punto in modo rigoroso ed appassionato su numerosi temi e di dischiuderne altri. Il ruolo della dottrina sociale della Chiesa, cui l’attuale Pontefice è particolarmente attento, è sicuramente, per chi scrive, uno di questi. Pur non disconoscendo l’elemento di rottura rispetto ai suoi predecessori rappresentatato da papa Bergoglio, né la bellezza e la grande umanità dell’Enciclica Laudato si’ (ampi stralci della quale sono proposti nella parte seconda) e pur comprendendo il carattere universale, come sottolinea Giancarlo Paciello, di un messaggio rivolto alle “persone di buona volontà”, interessate alla “cura della casa comune”, due sono le questioni aperte dalla scelta di dare una tale centralità all’Enciclica. La prima è piuttosto scontata, ma non perciò da accantonare: il divario tra l’accorata denuncia papale dello strapotere del denaro e la decisa presa in carico della sofferenza dei poveri stridono drammaticamente con l’effettiva potenza economica dello Stato del Vaticano e dell’istituzione religiosa, sì da prestarsi a confermare, nelle nuove circostanze, la giustezza del famoso detto di Marx sull’oppio dei popoli. La seconda, pur nella consapevolezza del debito storico e culturale verso l’universalismo cristiano, si interroga sul rischio, davanti allo sfacelo culturale, politico, sociale ed antropologico della tarda modernità, di un ritorno all’indietro, nell’alveo rassicurante di una comunità che trova nelle forme della religione uno dei suoi fondamenti, nonché un baluardo da opporre allo sradicamento devastante del capitalismo assoluto. Rischio di cui è ben consapevole Giancarlo Paciello il quale, pur auspicando un dialogo tra scienza, religione e filosofia in merito alle sorti dell’umanità e alla necessità di una comune battaglia contro una “Divinità….falsa e bugiarda, l’Economia”, rivendica, nel solco di Preve, la centralità della filosofia, distanziandosi ancora una volta dal conformismo culturale-accademico che riconosce solo l’alternativa tra scienza e religione, dopo avere delegittimato la filosofia, per sua natura poco disposta a piegarsi davanti alla nuova divinità economica che non teme la scienza di cui, anzi, si serve in funzione tecnologica, né la religione che supplisce all’insensatezza sociale creata dalla produzione illimitata di merci. Un’insensatezza che si alimenta della stessa indifferenza – al saccheggio dell’ambiente, a diseguaglianze sociali insostenibili, alla mercificazione di ogni ambito dell’esistenza – che produce e contro la quale questo libro costituisce un sicuro antidoto.
Fernanda Mazzoli

Fonte

Quando la sinistra non aveva paura della sua ombra

“Cos’è successo tra il 1973 e il 2017? Mezzo secolo fa, la sinistra francese ed europea era generalmente solidale – almeno a parole – con i progressisti e i rivoluzionari dei Paesi del Sud. Senza ignorare gli errori commessi e le difficoltà impreviste, non sparava alla schiena dei compagni latinoamericani. Non distribuiva responsabilità ai golpisti e alle loro vittime con giudizi salomonici. Si schierava, a costo di sbagliare, e non praticava, come fa la sinistra attuale, l’autocensura codarda e la concessione all’avversario a mo’ di difesa. Non diceva: tutto questo è molto brutto, e ognuno ha la sua parte di responsabilità in queste violenze riprovevoli. La sinistra francese ed europea degli anni ‘70 era certamente ingenua, ma non aveva paura della sua ombra, e non beatificava a ogni piè sospinto quando si trattava di analizzare una situazione concreta. È incredibile, ma pure i socialisti, come Salvador Allende, pensavano di essere socialisti al punto da rimetterci la vita.
A guardare l’ampiezza del fossato che ci separa da quell’epoca, si hanno le vertigini. La crisi venezuelana fornisce un comodo esempio di questa regressione perché si presta a un confronto con il Cile del 1973. Ma se si allarga lo spettro dell’analisi, si vede bene che il decadimento ideologico è generale, che attraversa le frontiere. Nel momento della liberazione di Aleppo da parte dell’esercito nazionale siriano, nel dicembre 2016, gli stessi “progressisti” che facevano gli schizzinosi davanti alla difficoltà del chavismo, hanno cantato insieme ai media detenuti dall’oligarchia per accusare Mosca e Damasco delle peggiori atrocità. E la maggior parte dei “partiti di sinistra” francese (PS, PCF, Parti de Gauche, NPA, Ensemble, i Verdi) hanno organizzato una manifestazione davanti all’ambasciata russa a Parigi, per protestare contro il “massacro” dei civili “presi in ostaggio” nella capitale economica del Paese.
Certo, questa indignazione morale a senso unico nascondeva il vero significato di una “presa di ostaggi” che c’è stata, in effetti, ma da parte delle milizie islamiste, e non da parte delle forze siriane. Lo si è visto non appena sono stati creati i primi corridoi umanitari da parte delle autorità legali: i civili sono fuggiti in massa verso le zone governative, a volte sotto le pallottole dei loro gentili protettori in “casco bianco” che giocavano ai barellieri da una parte, e ai jihadisti dall’altra. Per la sinistra, il milione di siriani di Aleppo Ovest bombardata dagli estremisti abbigliati da “ribelli moderati” di Aleppo Est non contano, la sovranità della Siria nemmeno. La liberazione di Aleppo resterà negli annali come un tornante della guerra per procura combattuta contro la Siria. Il destino ha voluto che, purtroppo, segnasse un salto qualitativo nel degrado cerebrale della sinistra francese.
Siria, Venezuela: questi due esempi illustrano le devastazione causati dalla mancanza di analisi unita alla codardia politica. Tutto avviene come se le forze vive di questo Paese fossero state anestetizzate da chissà quale sedativo. Partito dalle sfere della “sinistra di governo”, l’allineamento alla doxa diffusa dai media dominanti è generale. Convertita al neoliberismo mondializzato, la vecchia socialdemocrazia non si è accontentata di sparare alla schiena degli ex compagni del Sud, si è anche sparata nei piedi.
(…)
Potrà anche rompere con la socialdemocrazia, ma questa sinistra aderisce alla visione occidentale del mondo e al suo dirittumanismo a geometria variabile. La sua visione delle relazioni internazionali è direttamente importata dalla doxa pseudo-umanista che divide il mondo in simpatiche democrazie (i nostri amici) e abominevoli dittature (i nostri nemici). Etnocentrica, guarda dall’alto l’antimperialismo lascito del nazionalismo rivoluzionario del Terzo Mondo e del movimento comunista internazionale. Invece di studiare Ho Chi Min, Lumumba, Mandela, Castro, Nasser, Che Guevara, Chavez, Morales, legge “Marianne” [una sorta di “l’Espresso” francese – n.d.t.] e guarda France 24 [la Rainews24 francese – n.d.t.]. Pensa che ci siano i buoni e i cattivi, che i buoni ci somigliano e che bisogna bastonare i cattivi. È indignata – o disturbata – quando un capo della destra venezuelana, formata negli USA dai neoconservatori per eliminare il chavismo, viene incarcerato per aver tentato un colpo di Stato. Ma è incapace di spiegare le ragioni della crisi economica e politica del Venezuela. Per evitare le critiche, è restia a spiegare come il blocco degli approvvigionamenti sia stato provocato da una borghesia importatrice che traffica con i dollari e organizza la paralisi delle reti di distribuzione sperando di abbattere il legittimo presidente Maduro.
Indifferente ai movimenti di fondo, questa sinistra si contenta di partecipare all’agitazione di superficie. In preda a una sorta di scherzo pascaliano che la distrae dall’essenziale, essa ignora il peso delle strutture. Per lei, la politica non è un campo di forze, ma un teatro di ombre. Parteggia per le minoranze oppresse di tutto il mondo dimenticando di domandarsi perché certe sono visibili e altre no. Preferisce i Curdi siriani ai Siriani tout court perché sono una minoranza, senza vedere che questa preferenza serve alla loro strumentalizzazione da parte di Washington che ne fa delle suppellettili e prepara uno smembramento della Siria conformemente al progetto neo-conservatore. Rifiuta di vedere che il rispetto della sovranità degli Stati non è una questione accessoria, che è la rivendicazione principale dei popoli di fronte alle pretese egemoniche di un occidente vassallo di Washington, e che l’ideologia dei diritti umani e la difesa del LGBT serve spesso come paravento per un interventismo occidentale che si interessa soprattutto agli idrocarburi e alle ricchezze minerarie.
(…)
Drogata di “moralina”, intossicata da formalismo piccolo-borghese, la sinistra radical-chic firma petizioni, intenta processi e lancia anatemi contro i capi di Stato che hanno la brutta abitudine di difendere la sovranità del proprio Paese. Questo manicheismo le impedisce il compito di analizzare ciascuna situazione concreta e di guardare oltre il proprio naso. Pensa che il mondo sia uno, omogeneo, attraversato dalle stesse idee, come se tutte le società obbedissero agli stessi principi antropologici, evolvessero secondo gli stessi ritmi. Confonde volentieri il diritto dei popoli all’autodeterminazione e il dovere degli Stati di conformarsi ai requisiti di un Occidente che si erge a giudice supremo. Fa pensare all’abolizionismo europeo del XIX secolo, che voleva sopprimere la schiavitù presso gli indigeni, portando la luce della civiltà con la canna del fucile. La sinistra dovrebbe sapere che l’inferno dell’imperialismo oggi, come il colonialismo ieri, è sempre lastricato di buone intenzioni. Nel momento dell’invasione occidentale dell’Afghanistan, nel 2001, non abbiamo mai letto tanti articoli, nella stampa progressista, sull’oppressione delle donne afghane e sull’imperativo morale della loro liberazione. Dopo 15 anni di emancipazione femminile al cannone 105, queste sono più coperte e analfabete che mai.”

Da 1973-2017 : il collasso ideologico della “sinistra” francese (ed europea), di Bruno Guigue.

L’orizzonte strategico del XXI secolo

“I prossimi decenni, lungi dall’essere quelli di un ordine imperiale unipolare, o di una coabitazione apparentemente multipolare ma felicemente organizzata e ordinata da un pallido dominante intorno ai suoi valori, saranno senza dubbio quelli del disordine e della moltiplicazione dei conflitti. Ma saranno anche quelli del recupero della nozione di nazione, e con essa quella di sovranità nazionale, come elemento fondamentale dell’azione collettiva e democratica.
In una simile situazione, il rapporto tra hard power e soft power penderà in maniera significativa in favore del primo e a scapito del secondo. La capacità a realizzare consensi internazionali ne sarà continuamente coinvolta, e la logica delle alleanze tra nazioni sovrane potrebbe ritrovare tutta la sua importanza. Le conseguenze sia su progetti transnazionali, come la costruzione europea o le istanze di regolamentazione internazionale come l’OMC, sia sui progetti nazionali potrebbero essere considerevoli.
Sapremo approfittarne?
Riassumendo per punti:
1) E’ importante muoversi in un’ottica policentrica.
2) E’ importante il recupero del concetto di sovranità nazionale.
3) E’ necessario riaffermare i diritti delle nazioni a fronte della strumentalizzazione dei diritti umani. Condizione necessaria ma non sufficiente.
In particolare, sarà necessario battersi in un quadro geopolitico di conflittualità controllate e non nel fantasioso e mefitico quadro “scontro di civiltà”. Sarà allo stesso modo necessario battersi per una collocazione dell’Iran in un corretto spazio politico-diplomatico senza alcun cedimento verso il sionismo. E questo, sia ben chiaro, senza mai essere tifosi di nessuno! All’interno, cresce la possibilità di concepire una politica per il proprio Stato e dunque di esplicitare nel concreto l’inconsistenza (e l’insussistenza) di una dialettica “destra-sinistra” e di accennare ad una prospettiva politica che possa interessare le nuove generazioni (non mi piace proprio la categoria “i giovani”!), uscendo fuori da pastoie con elementi residuali di un settarismo storico e affrontando con coraggio un dibattito sulla democrazia, troppo spesso liquidata, con la complicità dell’aggettivo “borghese”, per favorire fughe in avanti, senza mai tener conto della situazione specifica, verso il sole dell’avvenire!”

Ascesa e caduta del nuovo secolo “americano”. Potremo approfittarne? Sapremo approfittarne? di Giancarlo Paciello è qui.

Statua da abbattere

La retorica sui “migranti”: il colmo dell’ipocrisia

Sollecitato dall’amico Geri, vorrei esprimere una personale opinione sull’ondata di retorica e di sospetto pietismo con cui viene affrontato, specie nella sedicente “sinistra” il fenomeno dei “migranti” (ma perché “migranti”? Migranti casomai sono gli uccelli migratori che si spostano secondo cicli naturali…).
Preciso che ho sempre militato nelle file dell’estrema “sinistra” (se questo termine ha ancora un significato, fatto su cui ho molti dubbi, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano…).
Sono lontanissimo da qualsiasi suggestione razzista, di superiorità dell’uomo bianco europeo o di missione dei popoli “civilizzati”.
Tuttavia trovo il pietismo nei confronti del fenomeno “migranti” caratterizzato da enormi dosi di ipocrisia e falsa retorica.
La prima causa dell’intensificarsi del fenomeno negli ultimi anni è certamente il contemporaneo intensificarsi di una serie di guerre scatenate dai Paesi “civili” contro Stati nuovi ed ex-coloniali, spesso su iniziative della “sinistra” (mentre la “destra” è stata in genere molto più prudente ed attenta) per presunti motivi “umanitari” e con formule del tipo “responsabilità di difendere i civili” dai “regimi” e dai “dittatori” locali.
Queste motivazioni sono state alla base della distruzione della Libia ad opera della NATO (con l’aiuto dei jihadisti locali). Il risultato è stato che un Paese che era, secondo le statistiche ufficiali dell’ONU, quello con il tenore e la qualità della vita più alti dell’Africa, ha visto la fuga di circa 2 milioni di Libici e di altri 2 milioni di Africani che lavoravano nel paese.
Ora la Libia, che prima funzionava da filtro per i lavoratori che si spostavano dall’Africa centrale, è diventato un buco nero dominato da milizie estremiste e scafisti che speculano sugli spostamenti di torme di disperati. Questi ultimi si spostano da Paesi tuttora sottoposti a sfruttamento post-coloniale da parte dei vecchi padroni (ad esempio la Francia) che in realtà non hanno mai mollato l’osso e organizzano colpi di Stato (come in Costa d’Avorio) se qualche presidente locale si mostra troppo indipendente. Oltre tutto uno dei motivi per cui fu fatto fuori Gheddafi era perché stava creando una Banca Africana per sottrarre il continente nero alle grinfie della grande finanza internazionale.
Altri Paesi riottosi, come il Sudan, o la Somalia, sono stati fatti a pezzi e altri, come l’Eritrea, sono indicati come “Stati canaglia” e sottoposti a sanzioni. Tutto questo alimenta spostamenti di popolazione e fenomeni di destabilizzazione.
Analogo discorso vale oggi per la Siria, sottoposta dal 2011 a sanzioni durissime e ad un attacco concentrico da parte dei Paesi occidentali, alleati con le peggiori dittature confessionali (come l’Arabia Saudita) e bande di jihadisti sunniti fanatici. Sei milioni di Siriani hanno lasciato il Paese, mentre altrettanti si sono dovuti spostare all’interno dalle zone occupate da Al Qaeda e dallo Stato Islamico a quelle poste sotto la protezione dell’esercito. Si badi bene che prima del 2011 nessuno fuggiva dalla Siria o si spostava all’interno. Il Paese era un modello di laicismo e tolleranza interreligiosa (Sunniti, Sciiti, Cristiani, Drusi, atei). Oggi la gente fugge, non dal “regime”, ma dalla guerra e dai terroristi fanatici diretti dall’esterno.
Discorsi analoghi possono farsi per l’Iraq, distrutto e fatto a pezzi dopo l’attacco anglo-americano del 2003 giustificato con la bugia delle “armi di distruzione di massa” e per l’Afghanistan invaso nel 2001 con la scusa della “guerra al terrore” e dove i combattimenti infuriano da 16 anni. Siriani, Afghani, Iracheni, Libici, Africani sub-sahariani formano almeno i due terzi dell’immigrazione complessiva.
E non dimentichiamo l’immigrazione dall’Est Europa, sottoposta alle delizie del capitalismo internazionale. Molti immigrati vengono dalla Romania che, ai tempi del tanto deprecato Ceausescu, conosceva una situazione di piena occupazione e non aveva debito estero. Oggi la popolazione rumena è diminuita di vari milioni rispetto a quei tempi per l’emigrazione massiccia. Situazioni analoghe si hanno, ad esempio, per Ucraina e Moldavia, mentre la Bielorussia, dove il presunto “dittatore” Lukaschenko ha mantenuto molte delle vecchie istituzioni sovietiche, se la passa molto meglio.
Infine, come ultimo esempio, ricordiamo la sfortunata Jugoslavia: prima massacrata dal Fondo Monetario Internazionale cui i dirigenti “riformatori” post-Tito si erano incautamente affidati; poi travolta dagli odi interreligiosi ed interetnici opportunamente alimentati dall’esterno (il presidente musulmano della Bosnia, Itzebegovic, appoggiato dagli estremisti di Al Qaeda, fu fatto passare per un “democratico”); infine bombardata e smembrata definitivamente dalla NATO (con la benedizione del nostro baffetto D’Alema).
Ma, anche se le ragioni dell’immigrazione clandestina, che cresce ogni giorno, fossero puramente economiche, avrebbe un senso la parola d’ordine: “facciamoli entrare tutti”?
Una parola d’ordine del genere può essere forse giustificata in bocca al Papa, visto che la Chiesa pratica il pietismo e la carità per motivi ideologici ed identitari, ma suona stonata e demagogica se pronunciata dai portavoce dell’ex-sinistra o addirittura da settori movimentisti dell’estrema “sinistra”. Sembra quasi che certi settori politici (come il PD, ma non solo), per far dimenticare il fatto di aver abbandonato tutti i loro programmi e le parole d’ordine più qualificanti, si affidino ad una demagogia umanitaria, di cui la difesa dei “migranti” è uno dei punti più caratteristici.
Nel mondo siamo ormai circa 7 miliardi. Ben oltre la metà della popolazione è povera o sull’orlo della povertà. Si può ragionevolmente risolvere il problema con emigrazioni di massa, di stampo biblico? Si può pensare che fenomeni del genere non abbiano effetti destabilizzanti e che possano risolvere il problema della povertà di massa?
E’ evidente che solo assicurando uno sviluppo adeguato dei Paesi di provenienza, rinunciando a sfruttarli, a sottoporli al ricatto finanziario del debito, alle aggressioni militari se cercano di rendersi indipendenti, si potranno dare soluzioni al problema. Altrimenti molti degli ex-Paesi coloniali faranno da soli, come ha fatto la Cina che è diventata la massima potenza mondiale di produzione di beni.
Intanto il fenomeno corrente non può non essere regolamentato, accettando solo quelle persone che richiedono realmente un asilo politico (ad esempio, so per esperienza diretta che molti ragazzi eritrei in cerca di fortuna ed avventura si fingono perseguitati per essere accolti) e, per quanto riguarda gli immigrati “economici”, accettare solo quelli che possano essere integrati con mutua soddisfazione, nostra e loro, evitando che siano ferocemente sfruttati in nero, o ridotti all’accattonaggio, alla prostituzione, o alla delinquenza. Si tratta di razionalizzare e sveltire tutte le procedure finalizzate a questa strategia.
Infine, non si possono non denunciare tutti quei settori che alimentano e si servono del fenomeno per propri fini, ammantandoli di bugie umanitarie. Schematicamente questi settori possono essere così indicati:
– alcuni settori capitalisti dei Paesi sviluppati che si servono dell’ondata immigratoria per abbassare i salari e le pretese dei lavoratori locali. In questa ottica vedo anche le dichiarazioni irresponsabili della Merkel di un paio di anni fa “venite tutti”, fatte in un momento in cui l’economia tedesca era in ascesa ed aveva bisogno di braccia, salvo poi essere costretta a fare marcia indietro. In quest’ottica ritengo sbagliato liquidare alcune obiezioni della Lega o di alcuni governi europei (ad esempio, Ungheria) come pure manifestazioni di razzismo;
– alcuni settori capitalisti e finanziari statunitensi, o di altri Paesi concorrenti della UE, che cercano di favorire il fenomeno in funzione destabilizzante della “concorrenza”. Questo tipo di azioni può avere anche risvolti di destabilizzazione politica e ricatto (vedi ad esempio i ricatti e le minacce della Turchia di Erdogan che si riserva di aprire i rubinetti dell’emigrazione);
– alcune ONG, opportunamente finanziate e manovrate da alcuni Paesi, che alimentano il traffico di carne umana, mandando, ad esempio, le loro navi in prossimità delle coste libiche a prelevare orde di disperati con la complicità di milizie jihadiste e scafisti locali. Alcune di queste ONG vanno per la maggiore, come Amnesty International e Save the Children, notoriamente finanziate da istituzioni e finanzieri USA (come George Soros) e che si attengono strettamente alla politica statunitense in tutte le crisi internazionali. Medici senza Frontiere è invece più legata alla politica francese, com’è dimostrato dalla figura del suo carismatico ex-presidente Kourchner, divenuto poi Ministro degli Esteri di Sarkozy, e grande sponsor delle guerre in Jugoslavia e Libia. Esiste poi una galassia di ONG più piccole create appositamente per gestire questo nuovo commercio degli schiavi sotto sembianze solidaristiche. Tutte queste ONG, così come molte istituzioni legate all’accoglienza gestiscono una fiorente “industria dell’immigrato”.
Vincenzo Brandi

Alle radici dell’interventismo liberale

“Dopo la Seconda Guerra Mondiale e l’inizio delle Nazioni Unite, le potenze statali cambiarono la loro retorica dalla nozione di superiorità culturale e razziale e conseguentemente ancorarono le missioni civilizzatrici ai diritti umani. Siffatti sentimenti si sono intensificati dopo la fine della Guerra Fredda, che vide come conseguenza un escalation degli interventi umanitari, contemporaneamente all’apparente diminuzione di importanza della sovranità statale. Questa “rivoluzione delle convinzioni morali” (Davidson, 2012: 129), enfatizzata attraverso la necessità morale di intervenire militarmente in caso di grosse violazioni dei diritti umani, è stata pesantemente promossa all’interno dei circoli liberali contemporanei. Fino agli inizi degli anni 90, un’atto di autodifesa era una giustificazione predominante per l’intervento, comunque, l’ascesa dell’egemonia delle idee liberali riguardo alle responsabilità degli Stati nei confronti dei diritti individuali “è sembrata manifestarsi nell’interpretazione del diritto internazionale” (Davidson, 2012:134). Così, il principio di non intervento, che era fondato sul principio della sovranità degli Stati, non ebbe più molto a lungo autorità all’interno della comunità internazionale. Un simile cambiamento nei parametri che permettono l’intervento militare è culminato nella formulazione del termine “Responsabilità di proteggere”, basato sul principio della teoria del diritto naturale “la nostra comune natura umana genera comuni doveri morali”, includendo in ciò, in qualche versione, un vero e proprio diritto di intervento umanitario” (Holzgrefe and Keohane 2003: 25). Comunque, l’assenza di un meccanismo legale internazionale che sia in grado di indirizzare ed eseguire leggi formulate sulla base di questi principi dà il destro alle potenze statali per agire flessibilmente basandosi sui propri fini politici ed economici e sfidando i tradizionali valori umanitari di “imparzialità, neutralità ed indipendenza” (Barnett, 2005:724), al fine rendendo tale principio inutile ed in alcuni casi, anche dannoso, suscettibile di manipolazione e strumentalizzazione.
In conclusione, l’uso della forza militare per sostenere ideali umanitari appare, alla fin fine, una contraddizione in termini. Vale a dire che “le guerre non sono più scatenate in nome di una sovranità che deve essere difesa, sono scatenate per conto dell’esistenza di tutti” (Focault, 1990: 137). Secondo Dillon e Read (2009), tali sono i paradossi dell’intervento umanitario – le potenze liberali dichiarano guerre contro la vita umana in nome della protezione e della conservazione della vita umana. In altre parole, questioni come la povertà, le crisi sanitarie, gli orientamenti ambientali e le guerre civili sono ri-concettualizzate come minacce internazionali che necessitano dell’intervento perché non possano “inondare e destabilizzare la società occidentale” (Duffield, 2007:1). In accordo con questa visione, quei modi di vita che non si conformano agli standard liberali occidentali sono visti come minaccia all’intera società. Questa nozione è alle radici dell’impulso all’interventismo liberale.
Considerando il sopraesteso sviluppo storico, è difficile sostenere che, a dispetto del suo mantello umanitario, l’interventismo liberale non sia, in realtà, sempre stato una parte della strategia liberale di governo globale. Cioè l’imperialismo liberale. In tal modo, si può concludere che l’impresa liberale è la “quintessenza dell’arte di supremazia globale” (Burchell, Gordon e Miller, 1991:14). Come illustrato vi sono diverse somiglianze tra la contemporanea discussione che riguarda il liberismo e la vecchia retorica dell’impero. In altre parole, l’intervento umanitario è in sostanza un velo con cui l’imperialismo politico ed economico può camuffarsi. Più oltre, sembra esistere una significativa dissonanza cognitiva tra l’universalismo liberale proclamato dal cosmopolitismo umanitario e l’imperialismo liberista espresso attraverso altisonanti principi di intervento umanitario che, in realtà, funzionano da mezzo col quale vengono radicate od eliminate tutte le forme di vita che non si conformano alle idee liberali e liberiste. (Mc Carthy, 2009:166)”

Da Gli interventi umanitari: la dottrina dell’imperialismo, di Petar Djolic.

In dialogo con Giancarlo Paciello

Proponiamo ai nostri lettori le risposte fornite dall’amico Giancarlo Paciello a quattro domande che gli abbiamo sottoposto a seguito della pubblicazione del suo No alla globalizzazione dell’indifferenza, presso l’editrice Petite Plaisance.
Buona lettura!

***

Caro Federico, a tener conto dei punti interrogativi mi poni quattro domande. Le domande che mi fai sono decisamente di più. Ripercorrerò perciò il tuo testo e cercherò di rispondere, cercando di includere tutto, ove possibile, nel quadro della riflessione che mi ha spinto a scrivere No alla globalizzazione dell’indifferenza.
La genesi del libro, come si legge nella premessa, da te molto gentilmente pubblicata nel tuo blog, è la richiesta esplicita di mia figlia, che dopo aver letto le mie considerazioni sull’assassinio di Gheddafi nell’ottobre del 2011, mi sollecitava ad esporre le mie convinzioni universalistiche chiaramente inconciliabili con una teoria dei diritti umani del tutto prona agli interessi dell’imperialismo statunitense. Certo di poter contare sul sostegno del mio amico, ma soprattutto grande filosofo, Costanzo Preve, accettai la sfida.
Ma, l’uomo propone e … dio dispone!
Il 23 novembre del 2013, Costanzo, provato da tutta una serie di vicissitudini ospedaliere, ci ha lasciato e io mi sono trovato, da solo, di fronte al problema. Il compito restava dei più difficili, anche se la collaborazione con Costanzo, sulla base prevalente di una corrispondenza epistolare e qualche mia scappata a Torino, dove vive mia figlia, mi aveva però permesso di gettare le basi per un solido saggio di risposta alla sollecitazione filiale.
Ho riordinato le idee e pazientemente ho affrontato uno studio sull’universalismo, che faceva comunque parte del mio bagaglio culturale. Senza mai allontanarmi dalla storia, e recuperando i termini di una polemica filosofica di oltre duemila e cinquecento anni. L’intento dichiarato era quello di gettare un ponte fra la mia cultura, formatasi all’interno della Guerra Fredda e quella di mia figlia e dei suoi coetanei, che si era andata determinando all’interno della globalizzazione. Due cicli storici a dir poco antitetici, il secondo dei quali, quello che stiamo vivendo, caratterizzato da un individualismo sfrenato.
E il capitolo iniziale “Da un ciclo storico all’altro” costituisce la struttura portante di tutta l’argomentazione del libro, anticapitalistica e anticrematistica in senso assoluto, contro un capitalismo che ha raggiunto livelli di pericolosità per la specie umana che neanche la follia delle bombe di Hiroshima e Nagasaki potevano far ipotizzare. Continua a leggere

I diritti umani in USA visti dalla Cina

“Ogni anno il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti pubblica un rapporto sullo stato dei diritti umani nel mondo, sorvolando puntualmente sulla propria preoccupante situazione interna. A redigerlo è la superpotenza militare e tecnologica che elevandosi a tutore mondiale degli stessi, dal 1990 non ha esitato a scatenare guerre di aggressione, disintegrando interi Paesi e seminando morte.
Ma non solo: questo autoproclamato “sceriffo” ha partorito – come rivelato dal gruppo Wikileaks sotto la sigla “Vault 7” – un piano di controllo globale – avrebbe senso l’utilizzo della parola “totalitario” – per intromettersi nella vita privata di cittadini di Paesi amici e nemici senza distinzione sfruttando (si pensi al caso europeo con il consolato americano a Francoforte operante come base CIA per l’hackeraggio) anche la propria capillare presenza militare.
Fortunatamente non tutti sono ancora disposti a subire in silenzio l’irrevocabile giudizio e l’imposizione di una concezione assai ristretta dei diritti in oggetto; non tutti sono inclini ad accettare un “bombardamento dell’indignazione” – nuova espressione della vecchia “missione di civiltà” dell’Occidente colonialista – chiamato a giustificare embarghi e nuovi interventi militari; c’è chi replica ad una operazione politica che ha il chiaro compito di delegittimare Paesi considerati avversari od ostacoli allo spiegamento del disegno di dominio imperiale.
Da qualche anno a questa parte, l’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, basandosi su fonti statunitensi e in generale occidentali, stende un proprio rapporto che racconta un quadro desolante, in continuo peggioramento – “catastrofico” – della situazione dei diritti umani nel Paese che da secoli si arroga l’imperiale diritto di esportare civiltà e democrazia. Un rapporto, quello relativo al 2016, che ha il pregio di allargare la propria analisi sull’impatto globale in termini di diritti umani delle politiche statunitensi, con speciale riferimento alla cosiddetta guerra al terrorismo. Inoltre, nel rispetto di una tradizionale visione dei comunisti cinesi, il campo dei diritti umani è allargato al terreno economico e sociale. Ne consigliamo, quindi, una puntale lettura, paragrafo per paragrafo.
Qui ci limitiamo a dare risalto ad alcuni aspetti che disegnano – come anticipato – un ritratto impetuoso della “Città sulla collina”.”

Esporta ma viola: lo sceriffo globale ha grossi problemi…di diritti umani, di Diego Bertozzi continua qui.

Lettera aperta ai ciarlatani della rivoluzione siriana

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Nel momento preciso in cui un dirigente storico della resistenza araba libanese, in Siria, è appena spirato sotto i colpi dell’esercito sionista [qui l’autore si riferisce alla morte di Mustafa Badreddine, avvenuta per mano delle milizie antigovernative, inizialmente attribuita ad una incursione aerea israeliana – ndr], indirizzo questa lettera aperta agli intellettuali e militanti di “sinistra” che hanno preso partito per la ribellione siriana e credono allo stesso tempo di difendere la causa palestinese, mentre sognano tutti presi la caduta di Damasco.
Ci dicevate nella primavera del 2011, che le rivoluzioni arabe rappresentavano una speranza senza precedenti per popoli che subivano il giogo di despoti sanguinari. In un eccesso di ottimismo, noi vi abbiamo ascoltato, sensibili ai vostri argomenti su questa democrazia che nasceva miracolosamente e a tutti i vostri proclami sui diritti umani. Siete riusciti quasi a persuaderci che questa protesta popolare che si è portata via i dittatori di Tunisia ed Egitto avrebbe spazzato via la tirannia ovunque e in ogni altra parte del mondo arabo, sia in Libia che in Siria, nello Yemen come nel Bahrain, e chi sa dove altro ancora.
Ma questo bello svolazzo lirico ha lasciato apparire rapidamente qualche falla. La prima, tanto grande da rimanere a bocca aperta, è apparsa riguardo la Libia. Quando, adottata dal Consiglio di Sicurezza per soccorrere le popolazioni civili minacciate, una risoluzione ONU si trasformò in un assegno in bianco per la destituzione manu militari di un capo di Stato divenuto ingombrante per i suoi partner occidentali. Degna dei peggiori momenti dell’era neo-conservatrice, questa operazione di “regime change” compiuta per conto degli USA da due potenze europee con mire di affermazione neo-imperiale è sfociata in un disastro di cui la sfortunata Libia continua oggi a pagare il caro prezzo. Infatti il collasso di questo giovane Stato unitario portò il Paese alla mercé delle ambizioni sfrenate delle sue tribù, sapientemente incoraggiate alle ostilità dalle bramosie petroliere dei carognoni occidentali.
C’erano anche anime belle comunque, tra di voi, tanto per accordare delle circostanze attenuanti a questa operazione, così come ce n’erano, inoltre, in primo piano per esigere che un trattamento analogo fosse inflitto al regime di Damasco. Questo perché il vento della rivolta che soffiava allora in Siria sembrava convalidare la vostra interpretazione degli eventi e sembrava dare una giustificazione a posteriori al bellicismo umanitario già scatenato contro il potentato di Tripoli. Eppure, lontano dai media di “mainstream”, alcuni analisti ci fecero osservare che il popolo siriano era lontano dall’essere unanime nella protesta e che le manifestazioni anti-governative avevano luogo soprattutto in alcune città, bastioni tradizionali dell’opposizione islamista, e che quel febbricitante ambito sociale, composto dalle classi impoverite dalla crisi, non avrebbe mai portato masse di persone alla causa per contribuire alla caduta del governo siriano.
Questi ammonimenti nostri sull’utilizzare il buon senso nella comprensione, voi li avete ignorati, così come i fatti che non corrispondevano alla vostra narrazione, voi li avete filtrati come vi è sembrato meglio. Li dove degli osservatori imparziali vedevano una divisione in poli della società siriana, voi avete voluto vedere un tiranno sanguinario che assassinava il suo popolo. Li dove uno sguardo spassionato permetteva di discernere le debolezze, ma anche i punti di forza dello Stato siriano, voi avete abusato di una retorica moralizzante per istruire a carico di un governo, che era molto distante dall’essere l’unico responsabile delle violenze, un processo sommario.
Voi avete visto le numerose manifestazioni contro Bashar Al Assad, ma non avete mai guardato i giganteschi raduni di sostegno al governo e alle riforme, che riempirono le vie di Damasco, di Aleppo e Tartous. Voi avete stilato la contabilità macabra delle vittime del governo, ma avete dimenticato quella delle vittime dell’opposizione armata. Ai vostri occhi c’erano vittime buone e vittime cattive, alcune che si meritavano di essere menzionate ed altre di cui non si vuole sentire neanche parlare. Deliberatamente voi avete visto le prime, bendandovi gli occhi per rendervi ciechi di fronte alle seconde.
E allo stesso tempo, questo governo francese, del quale criticate volentieri la politica interna per mantenere l’illusione della vostra indipendenza intellettuale, vi ha dato ragione su tutta la linea. Curiosamente, la narrazione del dramma siriano che era la vostra, coincideva con la politica estera del signor Laurent Fabius, un capolavoro di servilismo che mescolava l’appoggio incondizionato alla guerra israeliana contro i Palestinesi, l’allineamento pavloviano con la leadership americana e la solita minestra riscaldata di ostilità nei confronti della resistenza araba. Ma il vostro apparente matrimonio con la Quai d’Orsay non è mai sembrato darvi troppo fastidio. Voi difendevate i Palestinesi nel cortile mentre cenavate con i loro assassini in giardino. Vi capitava anche di accompagnare i dirigenti francesi in visita di Stato a Israele. Eccovi quindi intruppati e complici, assistere allo spettacolo di un presidente che dichiara pubblicamente che a lui “piaceranno sempre i dirigenti israeliani”. Ma ci voleva molto di più per scandalizzarvi e quindi vi siete imbarcati una nuova volta con il Presidente, come tutti d’altronde.
Avete a giusto titolo condannato l’intervento militare americano in Iraq nel 2003. La virtù rigenerante dei bombardamenti per la democrazia non vi scalfiva, e dubitavate delle virtù pedagogiche delle operazioni belliche chirurgiche. Ma la vostra indignazione nei confronti di questa politica della cannoniera in versione “high tech” si dimostrò stranamente selettiva. Poiché reclamavate a tutti i costi contro Damasco, nel 2013, ciò che giudicavate intollerabile dieci anni prima contro Baghdad.
Un solo decennio è bastato per rendervi così malleabili, tanto da vedere ormai la salvezza del popolo siriano in una pioggia incrociata di missili su questo Paese che non vi ha fatto nulla di male. Rinnegando le vostre convinzioni anti-imperialiste, voi avete sposato con entusiasmo l’agenda di Washington. Mentre senza vergogna non soltanto applaudivate in anticipo i B 52, ma riprendevate la propaganda più becera e grottesca degli Stati Uniti, da cui il precedente iracheno e le sue menzogne memorabili dell’era Bush avrebbero dovuto immunizzarvi.
Mentre inondavate la stampa esagonale delle vostre assurdità, fu proprio un giornalista americano d’investigazione d’eccezione, che sbriciolò la patetica “false flag” destinata a rendere Bashar Al Assad il responsabile di un attacco chimico di cui nessun organismo internazionale l’ha accusato, ma che gli esperti del Massachusetts Institute of Technology e l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, tuttavia, hanno attribuito alla parte avversa. Ignorando i fatti, travestendovi da qualcos’altro alla bisogna, voi avete recitato in questa occasione la vostra parte miserabile in questo melodramma cacofonico di menzogne. E quello che è ancora peggio, è che continuate a farlo. Anche quando lo stesso Obama lascia intendere che lui stesso non ci ha creduto, voi vi ostinate a reiterare queste stupidaggini, come dei cani da guardia che continuano ad abbaiare anche dopo il dileguarsi dell’intruso. E per quale motivo? Per giustificare il bombardamento, da parte del vostro governo, di un piccolo Stato sovrano, il cui torto maggiore è il suo rifiutare di sottostare all’ordine imperiale. E per cosa? Per venire in aiuto di una ribellione siriana di cui voi avete sapientemente mascherato il vero volto, accreditando il mito di un’opposizione democratica e laica che esiste soltanto nelle halls dei Grand Hotel di Doha, di Parigi o di Ankara.
Questa “rivoluzione siriana”, l’avete dunque esaltata, ma avete pudicamente voltato lo sguardo altrove quando si trattava invece di notare le sue pratiche mafiose, la sua ideologia settaria e i suoi finanziamenti dubbi e carichi di problematiche da porsi. Voi avete accuratamente occultato l’odio interconfessionale che la ispira, questa avversione morbida per gli altri credo direttamente ispirata al wahhabismo che ne è il pilastro ideologico. Voi sapevate bene che il regime baathista, in quanto laico e non settario in senso confessionale, costituiva un’assicurazione a vita per le minoranze religiose, ma non ve ne siete dati pena, arrivando addirittura a classificare come “cretini”, coloro che prendevano la difesa dei cristiani perseguitati. Ma non è tutto purtroppo. Arrivati alla resa dei conti, vi resterà appiccicata addosso anche questa ultima ignominia: voi avete fatto da garanti alla politica di un Laurent Fabius per il quale Al Nusra, ramo siriano di Al Qaida, “ fa un buon lavoro in Siria”. E chi se ne frega! Tanto peggio per i passanti sbrindellati nelle vie di Homs o per gli alauiti di Zahra assassinati dai ribelli, tanto, per i vostri occhi questi sono le ultime ruote del carro.
Tra il 2011 e il 2016 le maschere sono cadute. Fate appello al diritto internazionale mentre applaudite alla violazione dello stesso contro uno Stato sovrano. Pretendete di promuovere la democrazia per i Siriani diventando gli araldi del terrorismo che subiscono. Dite di difendere i Palestinesi, ma siete dalla stessa parte della barricata di Israele. Allora state tranquilli, perché quando un missile israeliano si abbatte sulla Siria non sarà mai che colpirà i vostri beniamini. Perché grazie a Israele e alla CIA, ma anche grazie a voi miei cari, questi coraggiosi ribelli continueranno a predisporre il futuro radioso della Siria sotto l’egida del takfirismo. Perché quel missile sionista, che si abbatterà sulla Siria, ucciderà sicuramente e solo uno dei leader di questa resistenza araba di cui cianciate, ma che voi avete tradito.
Bruno Guigue

Fonte

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Questo mondo merita una rivoluzione

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In memoria di Costanzo Preve

“Sono molto contento che il mio saggio Il Bombardamento Etico, scritto negli ultimi mesi del 1999 e pubblicato in lingua italiana nel 2000, sia stato tradotto in greco. Rivedendo la traduzione, precisa, corretta e fedele, mi sono reso conto che purtroppo il saggio non è “invecchiato” in dieci anni, ma in un certo senso è ancora più attuale di dodici anni fa. E’ ancora più attuale, purtroppo. E su questo “purtroppo” intendo svolgere alcune rapide riflessioni. Dodici anni non sono pochi, ed è possibile capire meglio che l’uso strumentale e manipolatorio dei cosiddetti “diritti umani” ed il processo mediatico di hitlerizzazione simbolica del Dittatore che di volta in volta deve essere abbattuto (Milosevic, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad, domani chissà?) inauguravano una fase storica nuova, che potremo definire dell’intervento imperialistico stabile nell’epoca della globalizzazione con l’uso massiccio della dicotomia simbolica di sicuro effetto Dittatore/Diritti Umani.
L’importantissimo articolo 11 della Costituzione Italiana, entrato in vigore nel 1948 e mai più da allora formalmente abrogato, recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E’ storicamente chiaro che questo articolo segnala una profonda autocritica morale dell’intero popolo italiano per aver aderito alla guerra di Mussolini fra il 1940 e il 1945. In ogni caso, la presenza dell’articolo 11 ha da allora costretto i governi italiani ad una sorta di ipocrisia istituzionalizzata permanente. Tutte le guerre che sarebbero state fatte dopo il 1948, all’interno dell’alleanza geopolitica NATO a guida USA, avrebbero dovuto costituzionalmente “essere sempre ribattezzate missioni di pace, o missioni umanitarie. Possiamo dire che così l’ipocrisia, la menzogna e la schizofrenia sono state in Italia istituzionalizzate e “costituzionalizzate”. Lo dico con tristezza, perché vivo in questo Paese.”

La prefazione di Costanzo Preve alla traduzione greca de Il Bombardamento Etico. Saggio sull’Interventismo Umanitario, sull’Embargo Terapeutico e sulla Menzogna Evidente (luglio 2012) prosegue qui.

Il mondo multipolare

“È assolutamente evidente che un ordine mondiale multipolare non solo differisce da quello unipolare, ma si pone piuttosto come la sua diretta antitesi. L’unipolarismo presuppone un egemone ed un centro di decisione, mentre il multipolarismo esige un gruppo di centri, nessuno dei quali ha esclusivo diritto e conseguentemente deve prendere in considerazione la posizione degli altri. Il multipolarismo, di conseguenza, è una diretta logica alternativa all’unipolarismo. Non ci possono essere compromessi tra loro: sotto le leggi della logica, il mondo è unipolare o multipolare.
(…)
Il mondo multipolare non può essere combinato con il modello del mondo non-polare perché non accetta la validità del momento unipolare come un preludio del futuro ordine mondiale, né l’egemonia intellettuale occidentale, l’universalità dei suoi valori, o la dissoluzione dei centri decisionali in un pluralismo planetario senza riguardo alle preesistenti identità culturali e di civiltà. Il mondo non-polare suggerisce che il modello del “melting pot” statunitense sarà esteso all’intero mondo. Come risultato, questo distrugge tutte le differenze tra popoli e culture, ed un’umanità individualizzata, atomizzata sarà trasformata in una società civile cosmopolita priva di confini. Il multipolarismo implica che la geografia dei centri di decisione debba essere sufficientemente elevata (ma non solamente nelle mani di un’entità, come nelle odierne condizioni del mondo unipolare), e le specificità culturali di ogni particolare civiltà dev’essere preservata e rafforzata (ma non dissolta in un’unica pluralità cosmopolita).
(…)
Il mondo multipolare non corrisponde con l’ordine mondiale multilaterale perché si oppone all’universalismo dei valori occidentali e non riconosce una legittimità del “Nord ricco” – sia esso inteso come rappresentato da un’entità singola o nella sua collettività – ad agire per conto dell’intera umanità e servire come singolo centro di decisione su questioni estremamente importanti.
(…)
Fino a questo punto abbiamo trattato solo di ciò che l’ordine mondiale multipolare non è, le sue negazioni e differenziazioni ci consentono per contrasto di distinguere un certo numero di sue caratteristiche costitutive e piuttosto positive. Se tentassimo di generalizzare questa seconda parte positiva, sorta dalla serie di distinzioni stabilite, avremo approssimativamente la seguente rappresentazione: 1. Il mondo multipolare è un’alternativa radicale al mondo unipolare (che in fatti esiste nell’attuale condizione internazionale) per il fatto stesso che esso esige la presenza di un gruppo di centri di potere indipendenti e sovrani a livello globale; 2. Questi centri dovrebbero essere sufficientemente dotati, e finanziariamente e materialmente indipendenti da essere in grado di difendere la propria sovranità a fronte di una diretta invasione da parte di un potenziale nemico a livello materiale, e la più potente forza al mondo oggi dovrebbe esser compresa come questa minaccia. Tale requisito si riduce alla capacità di esser in grado di resistere all’egemonia finanziaria e strategico-militare degli Stati Uniti e dei Paesi NATO; 3. Questi centri di decisione non devono accettare l’universalismo dei criteri, norme e valori occidentali (democrazia, liberalismo, libero mercato, parlamentarismo, ideologia dei diritti umani, individualismo, cosmopolitismo, ecc.) e possono esser completamente indipendenti dell’egemonia spirituale dell’Occidente; 4. Il mondo multipolare non implica un ritorno al sistema bipolare perché oggi non c’è una singola forza strategica o ideologica che può singolarmente resistere all’egemonia materiale e spirituale dell’Occidente moderno e dei suoi leaders: gli Stati Uniti. È necessaria la presenza di più di due poli all’interno di un modello di ordine multipolare; 5. Il mondo multipolare non considera seriamente la sovranità di esistenti Stati-nazione dichiarata su una base puramente legale-formale e non confermata dalla presenza di una sufficiente forza e potenziale strategico, economico e politico. Nel XXI secolo non è più sufficiente essere uno Stato-nazione per essere un’entità sovrana.”

Da Significati della multipolarità di Aleksandr G. Dugin, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” n. 4/2015, pp. 21-25.

La birra nordcoreana può portarti in galera

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“Oggi, la posizione numero uno della classifica dei ricercati è occupata da Kim Jong-Un, l’attuale leader della Repubblica Democratica Popolare di Corea (RPDC). Kim, nipote di Kim Il-Sung, fondatore della RPDC e riverita figura di combattente nella resistenza contro gli occupanti giapponesi, rappresenta la terza generazione dei suoi familiari che occupa il posto di comando. Gli opinionisti occidentali invariabilmente ridicolizzano questo fenomeno bollandolo come successione ereditaria, mentre convenientemente fanno finta di non accorgersi di oltre 80 anni di successione ereditaria del potere nel fedele alleato saudita. Gli altri Hussein, la famiglia reale al potere in Giordania fin dall’indipendenza del Paese, non sono mai allo stesso modo svillaneggiati dalla stampa occidentale. Anche loro sono fedeli amici degli Stati Uniti e dei leaders europei.
La Repubblica Democratica Popolare di Corea ha seguito a lungo una solitaria via di autosufficienza ed autodeterminazione che i loro leader chiamano JUCHE.
Durante l’epoca sovietica, la RPDC mantenne formali ma distanti relazioni con la comunità socialista, insistendo nel percorrere la propria via. Molti osservatori d’area videro questo approccio al Marxismo-Leninismo come eccessivamente volontaristico, cioè, eccessivamente basato sulla capacità di uomini e donne di fronteggiare le condizioni oggettive e gli impedimenti materiali.
Si è detto che la politica estera della RPDC è stata una notevole messa in pratica della filosofia JUCHE.
Nello stesso tempo, l’atteggiamento della RPDC nei confronti delle altre Nazioni è stato profondamente influenzato dalle esperienze della guerra di Corea a metà del secolo passato. La quasi totale distruzione della parte settentrionale della penisola coreana dall’aeronautica degli Stati Uniti e la loro politica della terra bruciata lasciarono la Nord Corea determinata a trovare un deterrente affinché non potesse ripetersi una tale catastrofe. Trovarono questo deterrente nello sviluppo delle armi atomiche. A fronte del tentativo di Stati Uniti e NATO di riordinare il mondo ad immagine e somiglianza dell’Occidente sin dalla caduta del potere sovietico, questa decisione, col senno di poi, appare esser stata saggia ed efficiente.
Nonostante la RPDC sia rimasta in pace per oltre sessant’anni, il governo degli Stati Uniti e i suoi media servili e smidollati hanno continuato la loro spietata campagna di aggressione e calunnia.
Non diversamente dalle campagne del terrore e delle fandonie ordite contro Cuba socialista, la Repubblica Popolare di Corea è stata dipinta come una terra di prigioni e deprivazione. Molto dell’immaginario isterico viene dai fuoriusciti, in particolare Shin Dong-Hyuk. La storia di Shin è stata arrangiata in un libro da un giornalista del Washington Post, Blaine Harden con il sinistro titolo: “Fuga dal campo 14: la notevole odissea di un uomo, dalla Corea del Nord alla libertà in Occidente” Il libro fu positivamente recensito da ogni maggiore testata amica dell’Occidente. Un membro della prima commissione di inchiesta delle Nazioni Unite sugli abusi contro i diritti umani in Nord Corea per quanto riferito ha citato Shin come l'”unica e più forte voce” sulle atrocità all’interno dei campi nordcoreani.
La Corea del Nord ha ufficialmente risposto diffondendo un video del padre e dei familiari di Shin che lo denunciano come bugiardo in fuga da un’accusa di stupro.
Naturalmente, NESSUNO nei media capitalisti di oggi ha riconosciuto credibilità alcuna a questa protesta. Allo stesso modo nessuno dei giornalisti occidentali ha seriamente ascoltato altri fuoriusciti che hanno contestato i dettagli descritti da Shin. La sua storia è troppo buona, troppo spettacolare per metterla in dubbio.
Sfortunatamente non lo è. E sfortunatamente nessuna sorta di confessione potrebbe convincere i gretti media occidentali, le Nazioni Unite o le prevenute associazioni per i diritti umani. Essi hanno avuto tale confessione il 16 di Gennaio, quando Shin ha ammesso che parte della sua straziante storia era inventata. Con molto imbarazzo, ha evitato ogni ulteriore dichiarazione pubblica, anticipando che avrebbe fornito ulteriori spiegazioni.
Il britannico Independent riporta: “Gli attivisti per i diritti umani hanno riferito che ciò può significativamente rallentare la campagna per accusare Kim di crimini contro l’umanità”. E si spera! Si spera che il fatto che la principale fonte per la demonizzazione di Kim abbia ammesso di aver mentito possa spingere i gruppi per la tutela dei diritti umani a riconsiderare la propria campagna. Può essere che alcuni movimenti per i diritti umani siano tanto corrotti quanto i media occidentali che hanno propinato al pubblico la farsa di Shin.
Pur con scarsezza di prove, gli opinionisti americani ed europei costantemente ci ricordano che la Nord Corea è un cupo e depresso paesaggio popolato da gente che muore di fame ed è affamata di libertà. Un fotografo commerciale di Singapore, Aram Pan ha letto ed ascoltato questi crudi giudizi. Come riportato dalla testata conservatrice britannica Daily Mail lo scorso maggio:
“Quando un uomo di Singapore vede soddisfatto il desiderio di visitare la Corea del Nord, cerca di farsi coraggio per affrontare le scene di terre aride e gente veramente molto triste che ha visto in un documentario di “Panorama” sulla BBC”.
Ma quello che ha trovato lo ha mandato fuori di testa per tutte le più giuste ragioni.
All’interno dell’enclave comunista nel 2013, il fotografo Aram Pan ha visto con i propri occhi mercati brulicanti di gente, uomini e donne che si divertono all’interno di un parco acquatico di foggia occidentale ed ettari su ettari di campi pronti per il raccolto, frantumando tutte le sue illusioni su cosa potesse riservare una vacanza in Nord Corea.
Sebbene si aspettasse difficoltà per comunicare con uno Stato che supponeva riservato e segreto, il sig. Pan ha spiegato: “Ho inviato diverse mail a molti contatti nordcoreani, tutti erano facilmente reperibili online con una facile ricerca. Un giorno uno di loro mi ha risposto ed ho incontrato una loro rappresentanza. E’ stato molto più facile di quanto mi aspettassi”.
Dopo due visite, l’incongruenza delle descrizioni date dai media ufficiali con quello che effetivamente aveva avuto modo di vedere, imbarazzò Pan: “Tornando per il mio secondo viaggio, ho potuto comprendere molte cose. Ho viaggiato da Pyongyang ad Hyangsan, da Wonsan a Kumgangsan, a Kaesong e ritorno. Le cose che ho visto e fotografato mi hanno convinto che la situazione non è poi così male come mi ero aspettato”.
“La gente sembra condurre la propria vita quotidiana in modo semplice e tutto sembra incredibilmente normale. Qualcuno dei miei amici mi ha detto che tutto quello che ho visto deve essere falso e che quello che ho fotografato non era altro che una messinscena di massa”.
“Ma più riflettevo su questa prevenzione, più mi convincevo che non aveva senso… come si può fabbricare e mettere in scena miglia e miglia di campi solo perchè i miei occhi potessero vederli, come si può far fingere migliaia di persone che sembrano condurre una vita normale?”
Le foto di Pan possono essere viste in questo sito.
In un altro fulgido esempio di come un alleato degli Stati Uniti sia saldamente onorato al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, la Repubblica della Corea (la Corea del Sud n.d.t.), il vicino meridionale capitalista della Corea del Nord, ha espulso l’americana-coreana Shin Eun-Mi per aver “lodato” la Corea del Nord in alcune conferenze a Seul. Secondo un articolo della scorsa settimana del Deutsche Welle la signora Shin, nativa della California e con nessun legame di parentela con Shin Dong-Hyuk “ha fatto arrabbiare le autorità della Corea del Sud quando ha detto che un certo numero di nordcoreani che vivono nella Corea del Sud sarebbero ritornati volentieri nella loro patria, causa della difficoltà di vivere nel Sud. La signora Shin ha anche detto che molti nordcoreani sono fiduciosi che il nuovo giovane leader della Nazione comunista possa migliorare la qualità della vita del “regno eremita”.
La scrittrice ha inoltre tessuto le lodi della birra nordcoreana che ha detto essere molto meglio delle insipide birre del Sud.
Sembra proprio che preferire la birra nordcoreana possa portarti in galera per più di dieci anni.”

Da Pazzie dell’Impero, di Zoltan Zigedy.

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La Primavera Siriana: dai prodromi al Califfato

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Relazione di Mons. Giuseppe Nazzaro, ex Visitatore Apostolico di Aleppo ed ex Custode di Terrasanta, al convegno “Siria, ascoltiamo la gente”, organizzato dall’associazione Impegno Civico lo scorso 30 Ottobre presso l’Istituto Veritatis Splendor di Bologna.
Si tratta di una lettura impegnativa per la lunghezza ma… “dulcis in fundo” (o “in cauda venenum”, direbbero gli atlantisti).

Mi sia concesso iniziare questa mia presentazione affermando che, prima del 15 marzo 2011 non erano tantissime le persone al mondo che conoscevano dove trovare la Siria sulla carta geografica. Era un problema di pochi addetti ai lavori. Interessava piuttosto certi ambienti colti che si interessavano di archeologia, dei popoli legati alle antiche civiltà assiro-­babilonesi o di storia del cristianesimo.
Il mondo intero, oggi, parla della Siria e si interessa di questo Paese di circa 185.180 kmq , che si estende sulla costa del Mediterraneo Orientale per circa 80 kilometri.

I prodromi di una situazione
La data del 15 marzo 2011, ufficialmente, coincide con quella che possiamo definire: l’inizio di una rivoluzione nata quasi per gioco al confine con la Giordania, sui muri della città di Dera’a, ad opera di dodicenni che s’erano divertiti a scrivere dei graffiti del seguente tenore: “abbasso il regime”.
Ciò che all’inizio, poteva sembrare un gioco o, meglio, una ragazzata, in realtà, non era altro che l’inizio di una richiesta di maggiore apertura al Governo centrale del Paese che, per i non addetti ai lavori o per chi non aveva conosciuto la Siria prima dell’anno 2000, avrebbe potuto anche essere una richiesta legittima. Chi invece vi è vissuto ha visto e costatato con i propri occhi e con tutto il suo essere, non solo l’apertura del Governo verso le riforme sociali, ma soprattutto ha visto il benessere che le riforme avevano già portato e continuavano a portare al popolo siriano.
Ora non penso di dire un’eresia se affermo che il giovane dottore Bachar El-­Assad, dopo alcuni mesi dalla sua elezione alla Presidenza della Repubblica Araba Siriana, ha iniziato immediatamente una serie di riforme per il benessere del Paese e dei suoi compatrioti: commercio con l’estero, turismo interno ed estero, soprattutto libertà di movimento, di istruzione per uomini e donne. Le donne libere professioniste in continuo aumento, l’Università aperta a tutti senza distinzione di sesso. Un Paese dove vivevano diverse etnie 23 gruppi religiosi e tutti si rispettavano e si accettavano come facenti parte, come in realtà si ritenevano, di un’unica realtà e figli di un unico Paese che era la Siria, casa e Patria comune a tutti. Dal punto di vista religioso tutti erano liberi di esercitare e vivere il loro credo rispettati ed accettati da tutti. Continua a leggere

Gli USA progettano la creazione di altre Guantanamo in Ucraina

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Gli USA e il governo ucraino stanno negoziando l’uso di centri di detenzione illegale e di tortura in Ucraina, sia per i terroristi dello Stato Islamico che per i separatisti ucraini

L’agenzia di stampa Kriminform ha riferito oggi [7 novembre – ndt] che il governo USA sta progettando di creare prigioni segrete sul modello di Guantanamo.
I servizi di intelligence USA stanno considerando di imprigionare i militanti dello Stato Islamico in questi nuovi centri di tortura, mentre il governo ucraino potrà usarli per i suoi oppositori, soprattutto nel sud del Paese.
Secondo Kriminform, che non ha voluto rivelare le sue fonti per “ovvie ragioni”, i negoziati sono avvenuti fra l’agosto e l’ottobre di quest’anno, e le parti hanno concordato che Washington finanzierà, come debito a lungo termine, il rafforzamento del sistema difensivo in Ucraina.
In cambio, il governo ucraino permetterà agli Stati Uniti l’uso del proprio territorio per le strutture detentive, ha affermato l’agenzia di stampa.
Dopo lo scandalo che ha coinvolto diversi Paesi UE, soprattutto Lituania e Polonia, sospettati di nascondere “siti neri”, il Presidente Obama ha deciso nel 2009 di chiudere le prigioni ed i centri di tortura in questi territori. Per questo motivo, i servizi di intelligence USA stanno pensando di crearne altri, ora che la minaccia dello Stato Islamico ha fornito un’utile giustificazione per il bisogno di centri di detenzione extragiudiziale illimitata.
Queste prigioni serviranno anche per la detenzione di cittadini non ucraini e di oppositori sospettati di collaborare con le milizie sud-orientali.
Kriminform ha scritto che i centri dovrebbero essere situati nella parte centrale ed occidentale del Paese, in strutture dove sono già rinchiuse persone catturate nel Donbass e civili che si sono rifiutati di collaborare con gli organi repressivi.
L’Ucraina ha confermato che potrebbe attualmente ricevere fino a 150 prigionieri, ha concluso l’agenzia di stampa.

(Fonte – traduzione di M. Guidoni, il collegamento inserito è nostro)

La falsità è il ​​segno distintivo del moderno imperialismo statunitense

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“La falsità è allora il ​​segno distintivo del moderno imperialismo statunitense.
L’attuale impero USA è un progetto più subdolo dell’impero britannico – perché almeno allora i Britannici riconoscevano apertamente di avere un impero.
Ma gli Stati Uniti non riconoscono mai la costruzione del proprio impero – non solo ciò, i propagandisti imperiali hanno la faccia tosta di accusare falsamente altri di espansionismo territoriale e di cercare di costruire i loro propri imperi – ad esempio sostenendo che il leader jugoslavo Slobodan Milosevic voleva costruire una “Grande Serbia” o che la Russia ha “invaso” l’Ucraina.
E’ chiaro, da qualsiasi valutazione oggettiva, che l’imperialismo USA è la principale causa di instabilità nel mondo di oggi e lo è da molti anni. La più grave minaccia alla pace globale certamente non era Milosevic, Ahmadinejad, Assad, o uno qualsiasi degli altri “Nuovi Hitler” emersi negli ultimi trenta anni – ma l’aggressore seriale che mette nel mirino i loro Paesi.
Il sorgere dello Stato Islamico (IS) e la crescita di gruppi jihadisti in generale è direttamente causata dalle aspirazioni egemoniche degli Stati Uniti in Medio Oriente – e la loro decisione di colpire i governi secolari, dalla mentalità indipendente come quelli in Irak e Siria, che erano baluardi contro il fondamentalismo islamico.
Mentre in Europa, la sponsorizzazione USA di un “cambio di regime” in Ucraina – al ritmo di 5 miliardi di dollari – e i tentativi di portare il Paese nel suo impero, ha contribuito a causare una crisi umanitaria, in cui più di 2.000 persone hanno perso la vita e oltre 100.000 sono diventate profughi, secondo le Nazioni Unite.
“I nostri Paesi”, allora. Quanto sangue ancora verrà versato nei piani espansionistici di Washington? Quanti Paesi saranno ancora distrutti? E per quanto tempo ancora ci dovremo aspettare che l’esistenza stessa dell’Impero USA venga negata?”

Da “I nostri Paesi” – il piccolo lapsus così rivelatore, di Neil Clark (traduzione nostra).

La “giurisdizione universale” dell’Occidente

brennan in ucraina“Dunque, ricapitoliamo. In Siria, abbiamo un’insurrezione violenta, appoggiata dall’esterno (petromonarchi e occidentali), che non disdegna di dividere il paese secondo “cantoni” etnico-confessionali (operazione, questa, già tentata alla metà degli anni Venti del secolo scorso e gradita ad Israele da almeno una trentina d’anni). Ma il “mostro” è solo e sempre il governo, peraltro legittimo perché riconfermato anche nelle ultime tornate elettorali che le televisioni ed i giornali americani ed europei (si fa per dire) giudicano farsesche mentre non battono ciglio quando a Kiev o altrove riescono ad insediare, con raggiri e violenze, uomini fedeli agli interessi occidentali.
Che cosa sia il “nuovo governo ucraino” è presto detto: il risultato di una manovra di palazzo, architettata dall’esterno e supportata dalla messinscena barricadiera di Maydan. Un’accolita di prezzolati appoggiati in piazza da energumeni professionisti al cui confronto il “presidente” georgiano che già tentò nel 2008 una spericolata provocazione contro la Russia fa la figura del sincero e disinteressato patriota del suo paese.
Adesso, questo “nuovo governo”, che ha immediatamente ricevuto l’investitura dei “mercati” e delle cancellerie europee, oltre che l’incondizionato sostegno dell’America e di Israele, afferma di combattere il “terrorismo” nelle regioni orientali dell’Ucraina, legate alla Russia per ragioni storiche, culturali ed economiche.
A dire il vero, è l’intera Ucraina ad essere dipendente dalla Russia dal punto di vista economico, a meno che i suoi attuali “dirigenti” pensino che l’Unione Europea – che non riesce più a convincere i suoi stessi sudd… ops, cittadini, di avere una qualche ragion d’essere – sia capace di sostenere gli ucraini, garantendo loro pace e benessere (cioè: l’euro, il pareggio di bilancio, il Fiscal Compact e il MES, le “riforme strutturali” più varie ed eventuali, tra cui un “debito pubblico” inestinguibile ed il “commissariamento” dell’Unione sine die).
Così, in quest’orgia di mistificazione, non stupisce che i media-pappagallo occidentali ripetano che Kiev sta inviando truppe contro i “terroristi”, quando i veri terroristi erano quelli di Maydan che lanciavano molotov alla polizia senza che nessun “autorevole commentatore” di casa nostra, aduso a scandalizzarsi per un corteo di “No-Tav”, si scomponesse più di tanto.
Oltre a ciò, la propaganda imbeccata dall’America sostiene che la Russia ed il suo “zar”, Vladimir Putin (sempre più paragonato a Hitler: che novità!), sono i veri responsabili dei disordini che stanno montando in Ucraina. Si tratta – è bene ricordarlo – degli stessi “organi d’informazione” che non hanno mai trovato nulla da eccepire nell’invio di armi e soldi, da parte degli Stati del Golfo e dei loro mentori occidentali, alle bande che combattono il governo siriano e che hanno ricevuto ogni tipo d’onore nelle varie sedi internazionali e diplomatiche, mentre i legittimi rappresentanti della Siria ne venivano esclusi in quanto “colpevoli” – loro e solo loro – d’ogni sorta di violenza.
Come se tutto ciò non bastasse, c’è un altro fondamentale elemento che viene escluso dalle analisi (!?) dei giornalisti occidentali tutti intenti ad additare la Russia quale “minaccia alla pace e alla sicurezza in Europa” (sta minacciando i tedeschi, i francesi, gli italiani? l’Ucraina è forse già nell’UE?).
Per Mosca, l’Ucraina rientra nel “cortile di casa”. Non può tollerare, al di là della presenza di componenti russofone e cristiano ortodosse nella sua popolazione, che in un paese così a ridosso delle sue frontiere s’insedi un governo ostile, fonte di problemi e provocazioni. Eppure anche questo fatto non viene minimamente, e volutamente, preso in conto.
Ma la cosa più sbalorditiva è che mentre alla Russia si addossa ogni responsabilità stigmatizzandone le “ingerenze” negli affari di un altro Stato, nessun “grande opinionista” si pone il dubbio su che cosa c’entrino l’America ed i suoi “alleati” nelle faccende interne dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia e della Siria… La risposta è tuttavia implicita e scontata: gli Occidentali hanno il diritto d’intervenire dappertutto, per il semplice fatto che essi sono i paladini della “libertà” e dei “diritti umani”, con la sacrosanta missione di difenderli e ristabilirli ovunque essi siano “minacciati”, anche a migliaia di chilometri di distanza. Si sono arrogati, in un vero delirio d’onnipotenza, una sorta di “giurisdizione universale”.”

Da Siria e Ucraina: schizofrenie mediatiche a confronto, di Enrico Galoppini.

La visita dell’emiro del Qatar

il concetto di democrazia secondo gli emiri del Golfo“La visita dell’emiro Tamin Al Thani, con l’inevitabile codazzo di salamelecchi e smancerie da parte dei governatori (governanti sarebbe troppo) italiani, e dei loro lacchè nelle redazioni, ripropone, in maniera drammatica, la questione della sovranità nazionale nel nostro Paese.
Già la visita di Obama – la cui accoglienza da parte di Renzi è stata talmente servile, da imbarazzare perfino certi commentatori non esattamente antiamericani – aveva mostrato, ammesso che ve ne fosse stato bisogno, quanto il nostro Paese fosse una mera appendice pittoresca del vasto impero americano. Il governo, che pure aveva annunciato l’intenzione di ridurre il numero di F-35 da acquistare, richiamato dai moniti di Obama, si è affrettato a fare marcia indietro.
«Gli F-35 non si toccano» è diventato il motto del governo.
Inutile ritornare su quanto sia umiliante tutto ciò. Del resto, a distanza di quasi settanta anni dalla fine della seconda guerra mondiale, abbiamo un centinaio di basi USA sul nostro territorio.
Ancora più imbarazzante è la totale mancanza di nerbo, di dignità, di spina dorsale, nell’affrontare “l’alleato.” Gli USA sono additati come faro di civiltà nel mondo, nonostante la distruzione di interi Paesi (Iraq, Jugoslavia prima e Serbia poi, Afghanistan, e le violenze scatenate in Sud e Centro America, Siria, Libia, Libano, Egitto, Vietnam, Cambogia, Laos, Korea) il supporto dato a Israele contro i palestinesi e i popoli limitrofi, e l’impiego di armi proibite (il fosforo bianco a Falluja, e l’agente “orange” in Vietnam per esempio).
Nessuna meraviglia che anche l’accoglienza riservata all’emiro causerà un’intensa salivazione nelle mascelle di politici e opinionisti vari. Eppure qualcosina sull’emiro la si potrebbe dire. Sopratutto in considerazione del fatto che l’Italia è in prima fila nel protestare contro la Russia per le presunte leggi antigay (che in realtà proibiscono solo la propaganda sessuale in presenza di bambini) e, in generale, contro la violazione dei diritti umani e i governi dittatoriali (stranamente in questo elenco rientrano solo i Paesi non graditi dagli USA).”

Il sonno della sovranità genera mostri, di Massimiliano Greco continua qui.

Guerra asimmetrica per il dominio globale

“Il precipizio di un nuovo conflitto internazionale è di fatto aperto, in Siria. Sull’orlo del baratro, mentre il sangue viene tragicamente versato, è scontato il retrogusto amaro del “già visto”. I recenti avvenimenti in Libia e, più in generale, l’applicazione del “protocollo” occidentale nei conflitti internazionali degli ultimi due decenni (le guerre di aggressione anglo-statunitensi contro l’Iraq; la guerra “umanitaria” della NATO contro la Serbia; la guerra tuttora in corso contro l’ Afghanistan), fornito mediaticamente di un’ingerenza politico-giuridica giustificata dall’ipocrita “ideologia” di conquista dei “diritti umani” (il “bene” contro il “male”, rigorosamente etnocentrico e a “geometria variabile”) presuppongono in un immediato futuro un’altra guerra propagandata come “umanitaria”, che andrà drammaticamente a sommarsi a quelle che di fatto si combattono a bassa intensità ancora in Libia e, sotto il profilo di un’indotta guerra civile confessionale tra sunniti e sciiti, nell’intero Medio Oriente. Un’escalation probabilmente finalizzata, o meccanicamente concatenata, a raggiungere lo strategico Golfo Persico tramite l’aggressione militare all’Iran.
Va in onda, sullo sfondo, “Syriana”, lo spigoloso film – premio Oscar nel 2005 – che metteva in parallelo la geopolitica, le spie e le vite personali. Produzione d’ispirazione liberal, con un credibile George Clooney, il film polemizzava con i metodi dell’Amministrazione repubblicana nel governo degli interessi statunitensi in Medio Oriente. In realtà, il cinismo cruento della stagione neocon ha una coerente continuità con la sofisticazione dell’attuale Amministrazione democratica e dubitiamo che ora il cineasta e filantropico Clooney – “grande elettore” del presidente Obama – si impegni a dare una continuità cinematografica ai temi affrontati sette anni fa. Eppure la guerra asimmetrica per il dominio globale si è fatta ancora più subdola, con il finanziamento palese del Congresso e l’uso esplicito del terrorismo stragista e del sabotaggio del Paesi che, volenti o nolenti, vengono a rappresentare un oggettivo ostacolo all’egemonia dell’universalismo occidentale.
(…)
Le Nazioni Unite dichiarano ora che in Siria vi è la “guerra civile”; in realtà, dall’estate del 2011 il Paese è entrato in un conflitto etnico-confessionale, presentato in modo volutamente travisato, in Occidente, come “rivoluzione liberale”. Seppure con colpevole ritardo, il regime aveva dato l’avvio a incoraggianti riforme politiche e istituzionali in chiave laico-pluralista e partecipativa, sistematicamente ignorate fuori e – quindi – dentro la Siria con il chiaro intento di sovvertire la stessa sovranità nazionale. Una meta, questa, sempre perseguita dalla politica estera israeliana fin dalla fondazione come Stato nazionale, nella volontà di David Ben Gurion, e aggiornata, negli anni ’80, da Odded Yinon, che ha teorizzato la volontà di frammentare, ri-tribalizzare, in una segmentata moltitudine di piccoli “emirati”, i Paesi arabi. È un progetto ben avviato in tutto il Medio Oriente – in oggettiva coincidenza con la prospettiva politica del terrorismo fondamentalista – che in Siria andrebbe a separare Alauiti-Cristiani, Sunniti e Drusi, contagiando anche il Libano in una conflagrazione interetnica.
Nella politica del caos è sempre più evidente il ruolo degli “attori esterni”, così il Segretario di Stato, Hillary Clinton, accusa Mosca di avere fornito ad Assad gli elicotteri impegnati nella repressione (in realtà, acquisiti in tempi non sospetti da un libero Stato sovrano), la Russia ricorda come gli Stati Uniti abbiano da tempo deciso per il sostegno massiccio in armi, equipaggiamenti e fondi agli insorti, e le stesse Nazioni Unite denunciano nuove ingenti forniture di armi pesanti, arrivate da finanziamenti di fonte saudita per i “ribelli”. E il Consiglio di Sicurezza già discute dell’istituzione di una “no fly-zone”, cercando un pretesto per l’intervento, mentre sul campo l’opposizione armata combatte con scontri campali e il terrorismo qaedista fa saltare palazzi e compie stragi inaudite, con una studiata tempistica allineata all’agenda in discussione nel Palazzo di Vetro dell’ONU. Ha fatto scalpore, ma non ha fatto riflettere, la lettera con cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan, a pochi giorni dalla sua nomina, metteva in guardia usando parole difficilmente equivocabili: «Si è insediata in Siria una forza terrorista, ostile a ogni mediazione». Così come, sempre nelle parole di Kofi Annan, il massacro di Houla – perpetrato dai ribelli su membri alauiti e su appartenenti a minoranze sciite, come appurato sul campo dal Frankfurter Allgemeine Zeitung – è stato il “punto critico” nel conflitto in Siria: un massacro selvaggio di oltre 90 persone, prevalentemente donne e bambini, per il quale il regime siriano è stato immediatamente accusato dalla “orchestrale” totalità dei media occidentali. Si rimane ammutoliti, del resto, per la carneficina quotidiana nell’Iraq a governo sciita, stremato dagli attentati, perché quello che accade in Siria è parte di una resa dei conti finale tra schieramento sciita e sunnita, indotta dalla politica occidentale tramite l’operato diretto delle immense e corruttive risorse finanziarie dell’Arabia Saudita e del Qatar, che hanno fidelizzato una Lega araba ridotta a cassa di risonanza demagogica e strutturato significativi apparati militari e di intelligence, oltre che di manipolazione (si vedano la recente “metamorfosi” e il ruolo assunto dal network leader dell’informazione nel mondo arabo Al Jazeera).
Gli apprendisti stregoni dell’interessato sconquasso globale perseverano a preparare la guerra nell’opinione pubblica mondiale, farneticando di agire «come si è fatto in Libia». Un intervento militare in Siria, ancorché motivato, secondo copione, da ipocriti falsi pretesti (la più profonda e inverificabile delle fosse comuni, un coinvolgimento dell’esercito atlantico di Ankara ecc.), avrebbe ben altro tipo di attrito e farebbe letteralmente esplodere l’intero Medio Oriente, con un unico vincitore regionale desiderato: lo Stato d’Israele. È emblematico – in tal senso – quello che è accaduto nella scala limitata dell’intervento “umanitario” in Libia nel marzo del 2011. Se l’obiettivo era quello di fare cadere la dittatura di Muammar Gheddafi, per avviare il Paese verso una nuova era di “pace e democrazia”, oggi assistiamo invece al caos realizzato: sfiducia reciproca tra un governo ad interim e le fazioni sul campo, elezioni rimandate sine dia, con la Cirenaica che annuncia la secessione e le milizie armate che spadroneggiano, arrivando a rioccupare l’aeroporto di Tripoli e a prendere a cannonate la sede del governo; il tutto mentre i diritti umani vengono violati sistematicamente, le carceri sono un inferno e gli immigrati dall’Africa subshariana vengono fatti oggetto di una brutale “caccia all’uomo”. È per questo risultato che la NATO ha bombardato per mesi, causando centinaia di vittime civili, denunciate anche nei rapporti dell’ONU? In compenso, una cosa sola funziona oggi in Libia: le ripristinate pompe di petrolio.
Paradossalmente, l’unica “legittimità” evocata negli ambigui corridoi del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per un intervento in Siria rischia di essere quella di fermare una paradossale “deriva afghana”. I media mediorientali scrivono che la «Siria è il nuovo Afghanistan», per la presenza iperarmata delle milizie salafite e di Al Qaeda. Un Afghanistan nel Mediterraneo? Il cerchio, dunque, si riapre: per uscire dalla guerra post-11 settembre al terrorismo islamico e dal sostegno al corrotto Karzai a Kabul, gli Stati Uniti e la NATO riaprono l’agenda di guerra, a sostegno però non di un regime collaborazionista (come a Kabul), ma dei “terroristi” insorti, rimodulando mediaticamente – per l’obnubilata opinione pubblica occidentale – i “buoni” e i “cattivi”. Una nuova guerra, quindi – se sarà – nel bel mezzo di una profonda crisi strutturale dell’economia capitalista e, in senso più generale, dell’incrinato modello di sviluppo occidentale. Distruzione, dissipazione, speculazione per alimentare l’iniqua legge di mercato che divarica come mai storicamente le risorse e i consumatori in scala globale: comunque sia, si tratterà quindi di una guerra liberaldemocratica, capace di compattare la NATO e di catalizzare nel “nemico oggettivo” la totalitaria volontà di dominio dell’Occidente. Nel limite delle nostre possibilità, ma nella certezza della nostra coscienza, onestà intellettuale e compostezza etica, vi ci opporremo, in nome dell’autodeterminazione dei Popoli, del pluralismo e di una visione del mondo e dell’essere non piegati alle ragioni dell’utile, dell’usura e del dominio materialistico.”

Da Syriana, di Eduardo Zarelli (grassetto nostro).

La favola della “comunità internazionale” ha fatto il suo tempo

“Cosa sarà mai questa famosa “comunità internazionale” che pontifica, ordina e minaccia a tutto spiano? “Internazionale”, quand’ero piccolo, pensavo volesse dire “tra nazione e nazione”, quindi “tra (tutte) le nazioni”. Che bello, tutti i popoli che decidono insieme per il bene dell’umanità! E invece no, con gli anni mi sono reso conto che questa “comunità internazionale” fa solo disastri, spargendo dolore e morte: ha distrutto lentamente l’Iraq, poi ha bombardato all’uranio impoverito la ex Jugoslavia, poi ha invaso con futili pretesti (“catturare Osama”) l’Afghanistan e l’Iraq, e nel frattempo se n’è sempre fregata del massacro dei palestinesi.
Ma davvero dei palestinesi carne da macello se ne fregano “tutte le nazioni”? Se la “comunità internazionale” non batte ciglio, sembrerebbe proprio così. Non è che piuttosto fanno finta di nulla – per non dire che ci godono – solo alcune nazioni, o meglio solo alcuni individui senza scrupoli che si sono arraffati il diritto di “rappresentarle”? Un ingenuo potrebbe pensare che se la “comunità internazionale” s’è sempre rifiutata di far qualcosa per fermare Israele, e Israele – ce lo insegnano a scuola – è il “bene incarnato”, ciò è senz’altro giusto e sacrosanto. O che comunque un motivo convincente ci dev’essere. Se uno però è un tantino avveduto si accorge che la stessa “comunità internazionale” decide – con criteri incomprensibili razionalmente – se un programma nucleare, il medesimo programma nucleare, è “pacifico” o no, come se disponesse di un “mandato divino” per attribuire a questo o a quel governo la patente di “pericolo pubblico numero uno”. Stabilisce anche se si dev’essere messi sotto torchio dalle “politiche di austerità” del FMI, certamente per “il bene dell’economia”. Punta il dito, decreta sanzioni, minaccia e ringhia. Impone di rifare elezioni a destra e a manca, o meglio dove arrivano i suoi tentacoli. E questa piovra trova anche il tempo di devastare una nazione prospera come quella libica.
Ma allora, mi chiedo, davvero “tutte le nazioni” – convenzionalmente chiamate dai media lecchini “comunità internazionale” – sono diventate così folli e perverse? Possibile che siano sempre d’accordo per seminare distruzione e desolazione? O non sarà forse che dietro questa altisonante definizione si nascondono solo alcune nazioni “più internazionali” di altre?”

Follie dell’arroganza occidentale: una “comunità internazionale” in minoranza nel mondo!, di Enrico Galoppini continua qui.

[Il riferimento al veto posto da Russia e Cina in sede ONU è assolutamente voluto]

Guantanamo 2002-2012

Amnesty International ha pubblicato un rapporto sulla situazione dei detenuti di Guantanamo. Dal rapporto, intitolato Guantanamo 2002-2012: un decennio di danni ai diritti umani, emerge come, nonostante le promesse del Presidente statunitense Obama di chiudere il carcere entro il 22 gennaio 2010, poco sia cambiato in questi dieci anni.
Amnesty ha anche lanciato un appello per evitare che uno dei prigionieri di Guantanamo, ‘Abd al Rahim Hussayn Muhammed al Nashiri, ora in attesa di processo presso la corte militare, rischi la pena di morte, opzione prevista per il suo caso.
Sul sito dell’organizzazione, oltre al rapporto su Guantanamo, è possibile consultare una cronologia e una scheda con fatti e cifre.
Radio Città Fujiko di Bologna ne ha parlato con il portavoce Riccardo Noury.

I “manifestanti pacifici” non sono tutti uguali

Per capire come funzionano i raggiri mediatici delle liberaldemocrazie, c’è un sistema che funziona discretamente bene. Si ascoltino le “notizie” fornite dai loro “media” e si considerino bene il luogo e i protagonisti. Ci si renderà conto che a scatenare “severe condanne” non sono “i fatti” in sé, quanto il contesto in cui avvengono situazioni perfettamente analoghe da una parte all’altra del mondo.
Infatti la differenza, per i “media”, non la fa tanto la “notizia” (perché non esistono per Lorsignori le “questioni di principio”), quanto il condimento di valutazioni negative, giudizi spietati e aggettivi demonizzanti a seconda del contesto in cui la medesima situazione si verifica. E si faccia caso anche se chi altrove fa le pulci a tutto elevando “autorevoli condanne”, in altri specifici casi tace sommamente.
Prendiamo il caso della protesta chiamata “Occupare Wall Street”. Senza entrare nel merito di chi la guida e con quali parole d’ordine viene portata avanti, è comunque trapelato almeno sulle agenzie (poco sui tg) che i manifestanti sono stati malmenati e arrestati a decine, non solo a New York, ma anche a Chicago.
Su vari siti è possibile vedere spezzoni video che mostrano la dura repressione condotta dagli agenti di polizia contro i manifestanti, con tanto di manganelli, gas al peperoncino e reti per catture di massa. Si vedono giovani che non hanno commesso alcuna “violenza” ammanettati e trascinati sanguinanti fino ai furgoni delle forze dell’ordine.
Una prima domanda sorge spontanea: ma la repressione di chi “manifesta” non porta dritti alle risoluzioni dell’ONU e poi ai bombardamenti della NATO? Va bene, non pretendiamo pari trattamento per tutti, ma almeno due “parole di condanna” da parte dei bellimbusti dell’UE (quelli che si alzano “scandalizzati” quando Ahmadinejad parla all’ONU), quelle sì!
Ma se impediscono un “Gay pride” a Mosca o a Belgrado, le tv si compiacciono nel mostrarci le “brutali” polizie russa o serba mentre arrestano i “manifestanti”, che in tal caso vengono definiti “pacifici” e “inermi”: si è senz’altro di fronte ad una “violazione dei diritti umani”!
e al contrario i poliziotti sono americani, i commenti negativi sono interdetti, si strozzano nella gola dei giornalisti, o magari – in virtù di quello spettacolare meccanismo che è l’autocensura – neppure sorgono nella mente di chi lavora nelle redazioni dei principali tv e giornali. In Gran Bretagna, al culmine delle insurrezioni nelle periferie, il primo ministro dichiarò d’aver preso in considerazione l’oscuramento dei “social network”, ma nessun “professionista dell’informazione” rilevò la comicità di tale affermazione, proprio mentre dalla stessa bocca – e da quella dei suoi omologhi occidentali – uscivano ‘lamentazioni funebri’ sulla “censura” dei medesimi Facebook e Twitter in Siria!
Lo stesso dicasi per gli onnipresenti “Amnesty” o “Human Rights Watch”: sempre in prima linea nel denunciare la “repressione del dissenso” negli Stati invisi all’Occidente, non fiatano quando la stessa cosa avviene in casa. Nei “Paesi canaglia” han plasmato così dei “santi profani” (i “dissidenti”), mentre in Occidente vi sono solo dei “teppisti”, dei “facinorosi” o tutt’al più delle persone indegne di figurare nel loro ‘martirologio democratico’ perché sotto la scure della Democrazia Incarnata.
Enrico Galoppini

Fonte: europeanphoenix.com

Un gigantesco fenomeno culturale

All’intervistatore che, rilevando come sia ormai un dato di fatto il sostegno di numerosi ambienti progressisti all’impero USA, si rammarica dell’indifferenza della sinistra europea al “messianesimo realizzato” americano, mentre per lungo tempo le lotte anti-imperialiste degli anni ’50 e ’60 erano state un suo importante riferimento ideale, Costanzo Preve replica:

“In realtà a questa domanda è difficile rispondere, perché cerca di trovare le radici di un gigantesco fenomeno culturale che è la riconversione dell’identità culturale di sinistra dalla vecchia fase classista anti-imperialista alla nuova fase della religione olocaustica e della religione individualistica dei diritti umani. Nel caso di Obama si tratta di una delle tante illusioni. Da questo punto di vista si tratta dell’incapacità strutturale di una cultura come quella europea, che ha perduto ogni sovranità storica e geografica e che perciò è costretta dopo il 1945 a correre dietro a dei miti esotici. Il mito di Kennedy negli anni sessanta e di Obama negli anni duemila non sono diversi, come può sembrare, dal mito di Che Guevara o di Mao Tse-tung. Si tratta in ogni caso di miti esotici, che non sarebbero tali se non ci fosse prima una totale mancanza di radici, una totale mancanza di sovranità della cultura europea. La sovranità culturale è parzialmente autonoma ma dipende anche dalla sovranità politico-militare. La grande filosofia greca del tempo di Platone e Aristotele si basava sulla sovranità politica dei Greci, non ancora occupati né dall’impero persiano né dalla repubblica romana né dai regni ellenistici. E’ vero che ci può essere una cultura interessante anche in condizioni di oppressione politica, pensiamo ad esempio alla cultura greca sotto l’impero ottomano o alla cultura polacca sotto l’impero zarista, però in generale una grande cultura presuppone una sovranità politico-militare. L’Europa non esiste più, esiste una eurolandia, che è soltanto uno spazio di banchieri, uno spazio monetario. In mancanza di Europa è chiaro che si cercano miti stranieri: il mito della Cina come grande Paese industriale produttivo, il mito di Obama, che per di più è anche un nero, il che vuol dire che sembra il portatore della famosa emancipazione antirazziale di Martin Luther King. Si tratta fondamentalmente di un mito di oppressi, di un mito di una cultura senza più radici e sovranità, perciò non ha molta importanza. Questi miti cambiano continuamente, tra uno o due anni non ci sarà più il mito di Obama e se ne cercherà un altro.
(…)
La cultura americana continua ad essere per gli Europei sostanzialmente un enigma. Gli Europei hanno sempre esaltato la rivoluzione americana come una rivoluzione illuministica ed è sempre rimasto poco noto il sottofondo vetero-testamentario di questo messianesimo. In mancanza di questa comprensione si appiccica all’America la dicotomia sinistra/destra, per cui Obama è di sinistra e Bush di destra, e non si vede il comune aspetto messianico di entrambi. A questo punto la cultura europea non è in grado, tolte piccole eccezioni, di capire non tanto il fenomeno Obama quanto il fenomeno imperiale americano.”

Fra queste “piccole eccezioni”, John Kleeves, del quale è da poco tornato disponibile “Un Paese pericoloso. Storia non romanzata degli Stati Uniti d’America”, originalmente pubblicato nel 1999.
Qui, in formato pdf.

Le candide tuniche del moralismo dirittoumanista

Bell’articolo che mette soprattutto alla berlina la tanto osannata “equità” massmediatica di certi telegiornali ipocriti e finto-sinistroidi, e soprattutto la “profondità” di certa satira “di sinistra”.
(dal commento di Ladygagarin)

La tecnica degli uni e degli altri, intendendo i media di destra e sinistra e i loro padrini, è quella collaudata di buttare nella stessa zuppa mediatica le capre e i cavoli. I cavoli ogm delle “rivoluzioni colorate” o “dei fiori” (Iran, Tibet, Georgia, Serbia…) mescolate alle capre DOC delle insurrezioni contro tiranni servi dell’Impero e zimbelli del FMI globalizzante. Con la nobiltà e la sincerità delle seconde cercano di coprire il mercenariato vendipatria delle prime. E in questa brodaglia, resa tossica dalla contaminazione con la mutazione genetica, ci sguazzano tutti: i soliti amici del giaguaro, i soliti utili idioti (o finti tali) e, ahinoi, la maggioranza bue del popolo. Esplicitando: coprono con le insurrezioni di massa, spontanee o piuttosto innescate ed alimentate da anni di lavorio sotterraneo di gruppi antagonisti repressi, cioè con l’autentica primavera araba in Egitto, Iraq, Tunisia, Yemen, Bahrein, Somalia, Giordania, Marocco, le operazioni sporche, per quanto “colorate”, con gran tempismo organizzate dalla criminalità organizzata detta “comunità internazionale”, una percentuale infima dell’umanità, ma dotata del quasi monopolio dell’informazione e del controllo di menti e corpi. Danno, così, un’immagine seducente alle carognate di Impero e ascari al traino, appiccicandovi il logo e gli slogan della rivoluzioni che contro l’impero e la sua globalizzazione della miseria e sottomissione lottano.
L’elemento tragicamente funzionale per questo contesto sono i trogloditi dell’informazione “di sinistra” che vestono la propria decerebrazione, o criptocomplicità, con le candide tuniche del moralismo dirittoumanista. Una furbata imperialista che, accoppiata alla “guerra al terrorismo” e alle manette della nonviolenza, è servita negli ultimi vent’anni a far fuori buona parte del quadrante geopolitico resistente all’imperialismo: Jugoslavia, Serbia, Iraq, Afghanistan, Honduras, Palestina, Pakistan, come a tenere in piedi narcostati e satrapie clienti, dal Messico all’Egitto, dal Kosovo alla Colombia, dall’Indonesia alle Filippine. Eccelle per imbecillità nella colonna di cavernicoli che lubrificano il rullo dei bulldozer mediatico-militare occidentale, tale Gennaro Carotenuto. E’ seccante fargli pubblicità, anche negativa, ma mi serve come modello per tutta una vociferante, spocchiosa, disinformata, ipocrita, quinta colonna che, ahinoi, vantando qualche credibilità tra l’incolto e l’inclita per meriti genericamente umanitari, spesso autoassegnatisi all’ombra di figure di autentico valore, fa più danno alla verità e, dunque alla coscienza e all’azione liberatrici, dello stesso uragano di menzogne sollevato dal nemico evidente. Sono il tarlo che mina il mobile dall’aspetto integro, sono la tarma che ti fa ritrovare il bel maglione tutto sforacchiato, sono il roditore che corrode la pianta alla radice.
Questo Carotenuto coltiva un certo pubblico interessato all’America Latina, di cui, mescolando verità scontate e le classiche stronzate degli ipocriti dai distinguo grilloparlanteschi, si proclama esperto. Dopo aver infangato della sua bigotta religione dei “diritti umani”, versione cattolico-dalailamesca-obamiana, ogni movimento che allo sterminio imperiale si oppone con un minimo di forza, ora, sulla Libia, sbertuccia l’intero mondo progressista e rivoluzionario dell’America Latina. La colpa dei vari Chavez, Lula, Ortega, Kirchner, Castro, come delle coalizioni latinoamericane, Mercosur, Unasur, sorte in reazione all’assalto neoliberista e militare di USA-UE, e dei loro media Telesur, La Jornada, Pagina 12, Resumen, sarebbe di non essersi inseriti nella gigantesca campagna di disinformazione di Cia e Mossad e relativi velinari e di avergli fatto il controcanto della verità.
Meglio Minzolini o il Manifesto, con la loro rappresentazione dei fatti libici come la carneficina del suo popolo da parte di un tiranno sanguinario, uscito di senno. Meglio inondare la gente delle atrocità inventate a carico di un governo sotto assalto da parte di bande guidate e armate da chi non tollera neanche quel grado di indipendenza nazionale che consiste in una collaborazione economica senza costi di sovranità e senza vampirismo sociale, che non la “stolta analisi ideologica e geopolitica” degli avvenimenti fatta da quegli incompetenti dell’antimperialismo di Chavez, Evo, o Fidel. Come se non fosse proprio quell’analisi di chi la prestidigitazione dei predatori la sperimenta – e smaschera – da decenni, a sgretolare l’edificio di fango e di menzogne costruito dagli agenti immobiliari della cementificazione imperiale. Avessimo noi una Telesur, una Jornada e i tanti altri organi d’informazione del Sud del mondo. E invece abbiamo chi il cervello di informatore lo porta all’ammasso e il petto agli elargitori di medaglie ai bravi ragazzi. Tipo Fazio e Saviano.
Lasciamo perdere questo galoppino alla rincorsa di credibilità in ambito benpensante, le cui eclatanti scemenze alla fin fine tolgono forza al mulino dei liquami tossici e dedichiamo una parola al Manifesto. Mai s’era visto in un giornale una tale strepitosa opposizione sui fatti libici, nelle medesime pagine, tra versioni di segno contrario.
Da un lato bravi giornalisti, della scuola di Stefano Chiarini, che combinano la visione della realtà sul posto, Matteuzzi a Tripoli, in tutte i suoi chiaroscuri, con l’analisi di Manlio Dinucci, uno che meglio di tutti studia e illustra i meccanismi geopolitici e geostrategici dell’imperialismo alla riconquista di paesi, risorse, mercati; dall’altro, le quinte colonne della lobby, Rossanda, Sgrena, Forti, Lettera 22, Battiston, impegnate in tutte le aree di scontro tra popoli e aggressori a sostenere le ragioni umanitarie e “democratiche” della piovra imperialista. Come pensi la direttrice, Norma Rangeri, a offrire in tal modo ai suoi sconcertati e quindi fuggitivi lettori strumenti di conoscenza, riflessione, azione, resta un mistero.
Li vediamo dappertutto i limiti di queste fonti alle quali tocca abbeverarsi all’affannosa ricerca di qualche barbaglio di verità. Il guerrafondaio e ballista Nigro, di Repubblica, che ci vuol far credere che i funzionari di Gheddafi l’avrebbero accompagnato a intervistare i rivoltosi nella Zawiya da loro occupata, per poi, tutti contenti, andarlo a riprendere tra i nemici e riportarlo nell’albergo di Tripoli (e, coerentemente, nella pagina a fianco, il titolo “Menghistu, Bokassa e gli altri, così l’Africa salva i suoi dittatori” e giù contumelie razziste contro i governanti africani, sorvolando su chi, avendo ammazzato gente come Lumumba o Sankara e carcerato Mandela, ha installato questi suoi clienti); Santoro che sulla Libia ci rifila un logoro e sputtanato arnese del peggiore razzismo militarista come Luttwack; Fazio che, in pieno raptus savianeo-sionista, rasenta l’orgasmo a sentire squittire il gioiello della satira coprofila e sessuomane, Littizzetto, i borborigmi della propaganda sul “pazzo furioso” di Tripoli, sui suoi 50 cavalieri berberi, sulla sua tenda a Villa Pamphili, sui suoi fantasiosi addobbi. Perchè, anzichè esibire la sua anticultura razzista su turbanti, cavalieri e tenda, astuti gesti simbolici di rivalsa nei confronti degli ex-colonizzatori, la pierre del “walter” e della “jolanda” non si occupa del satrapo inghirlandato e ingioiellato del Vaticano, delle scintillanti uniformi dello sterminatore Balbo, delle grottesche sconcezze di Dolce e Gabbana, o delle smaglianti fattorie dei coloni italiani che nelle tende dei campi di concentramento e di sterminio del governatore Graziani, modello copiato agli inglesi e proposto ai nazisti, ridussero e uccisero metà della popolazione libica?
Se vi va di stare nel calduccio del coro dallo spartito obbligato, sbeffeggiate pure Gheddafi per le sue eccentricità di modi e vesti, infierite dall’alto della vostra aristocratica democrazia sull’assenza di partiti e sulle astruserie della costruzione statale, rampognate gli episodi di dura repressione, sdegnatevi delle piroette di un rivoluzionario anticoloniale che si riduce a condividere consigli d’amministrazione e pozzi con gli avvoltoi del capitalismo (che altrimenti gli avrebbero reso il paese come l’Iraq o Haiti). Ma, magari, confrontate la vita di un qualunque libico, beduino o operaio, scolaretto o infermo, omosessuale o donna, con quella del fratello arabo e africano della porta accanto. Studiatevi il Libro Verde e rintracciatevi Marx e Gramsci, Averroè e Fidel. Affiancate i burka di Bengasi alle donne della scorta di Gheddafi, o dell’università di Tripoli. Giudicate chi ha conquistato più dignità, la Libia di Gheddafi o quella del Senussi accovacciato ai piedi della Regina. Pensate all’indefesso lavoro di Gheddafi, creatore dell’Unione Africana – e di questa è espressione la legione dei “mercenari”, per unire il continente in un fronte politicamente ed e conomicamente in grado di constrastare i monopoli occidentali del potere. E poi immaginate cosa di quel popolo fiero e ricco faranno gli F16, i carri Abraham, gli azionisti della Shell e le immancabili mafie di armi, droga ed ecocidio nella loro marcia da Tripoli a Pretoria. Altro che Graziani.
Noi ci vantiamo di obbedire alla sacra legge “non avrai altro dio all’infuori di me”, o “chi non ama Gesù nei suoi ottantanni va all’inferno per l’eternità”. Legge più orrida di quella sul fine-vita che va allestendo la coppia santo satrapo-guitto mannaro. Gheddafi, tuttavia, ci ha offerto l’arma di distrazione di massa: “Chi non ama Ghedddafi deve morire”, gli è stato fatto dire nella Piazza Verde da un squinternato interprete. E se con Gesù la pistola alla tempia dei mortali è almeno maneggiata dal divino, con Gheddafi è in mano a un delirante psicopatico.Peccato che poi siamo rimasti inchiodati al familiare ricatto cristiano allorchè la traduzione corretta è risultata: “Se il popolo non lo ama più, Gheddafi deve morire”. Pensate a quali mezzucci da tre carte ricorre questo giornalismo gigolò.
Del resto, per il razzismo eurocentrico che accomuna nella stessa visione di valori destre e “sinistre”, non c’è governante che si opponga al cannibalismo della “civiltà superiore” il quale non sia folle, non assomigli a Hitler, non deliri: Milosevic, Saddam, Castro, Chavez, Nasrallah, Ahmadi Nejad… Basterebbe un minimo di rispettoso approfondimento delle culture in questione per rendersi conto che nei discorsi di costoro, espressi nell’oratoria delle proprie tradizioni, il “delirio” e la “follia” sono la denuncia dei complotti e crimini imperialisti, l’affermazione di come stanno veramente le cose, la determinazione a resistere. Si sono mai sentite dai rivoluzionari o resistenti citati le davvero demenziali inversioni tra realtà e falsità, di atti e intenzioni, ontologicamente proprie di illusionisti come Berlusconi, Bush, Obama, Blair, Ratzinger?
In ogni modo ci deve essere, oltre all’insipienza maturata nella lunga contiguità all’ideologia del padrone, una buona dose di malafede in chi non scorge l’evidenza abbagliante della ripetitività delle grandinate di menzogne e calunnie nell’era della restaurazione coloniale. Paesi sottratti al dominio del socialismo reale, a lavoro, sanità, istruzione per tutti, al benessere dignitoso, così vengono consegnati al cannibalismo della globalizzazione neoliberista, a partire dall’invenzione dei “trucidati” da Ceausescu a Timisoara (cadaveri sottratti all’obitorio); dalla Jugoslavia anti-NATO e antiliberista fatta a pezzi con la bufala della “pulizia etnica” e di Sebrenica; dall’Iraq cancellato dalla geografia umana grazie alle fandonie dei “neonati del Kuweit strappati alle incubatrici”, delle armi di distruzione di massa, dei curdi gassati; fino all’Honduras golpizzato perchè un presidente avvicinatosi al processo liberatore dell’ALBA “voleva farsi presidente a vita”…
(…)

Da Libia, arrivano i loro. Invece in Iraq…, di Fulvio Grimaldi.
[grassetto nostro]

Libertà di parola negli Stati Uniti d’America

In qualità di Segretario di Stato, Hillary Clinton, ha tenuto ieri (19 febbraio u.s. – ndr) il suo discorso presso la George Washington University condannando tutti quei governi che arrestano i manifestanti senza concedere libertà di espressione.
Il settantunenne Ray McGovern è stato afferrato tra il pubblico sotto i suoi occhi dalla polizia e da un agente in borghese, malmenato e lasciato sanguinante in carcere. Lei non ha mai interrotto il discorso. Quando il Segretario Clinton ha cominciato a parlare, il Signor McGovern è rimasto in piedi in silenzio tra il pubblico girando le spalle. Il Signor McGovern, un veterano dell’esercito che ha lavorato anche per 27 anni come analista per la CIA, stava indossando una maglietta con la scritta ‘Veterani per la Pace’.
Esplicitamente scettico sulla versione del Governo circa gli attacchi del 11 settembre, il Signor McGovern appare nella lista del Patriots Question 9/11 fra gli agenti americani dell’Intelligence e della Polizia Federale.
Preso alle spalle dalle guardie di sicurezza che si sono scagliate su di lui, il Signor McGovern ha commentato, mentre veniva trascinato fuori dalla porta, “Quindi è questa l’America?”. Ray McGovern è coperto di lividi, lacerazioni e contusioni procurate durante l’aggressione.
Il Signor McGovern è rappresentato dalla Partnership for Civil Justice Fund (PCJF). “E’ un lampante esempio di falsità che il Segretario di Stato Clinton esprima preoccupazione da parte del Governo americano per i diritti alla libertà di parola quando simultaneamente quest’uomo subisce violenza e viene arrestato per un pacifico atto di dissenso durante il suo discorso”, afferma Mara Verheyden-Hilliard Procuratore del PCJF.
Ray McGovern ora lavora per Tell the Word, una sezione pubblicistica della Chiesa ecumenica del Salvatore nel quartiere di Adams Morgan a Washington, D.C..

[Fonte: eurasia]

Pan per focaccia

“Fautore della “libertà di parola”, “libertà di stampa” e della “libertà di internet”, il governo USA controlla e limita senza scrupoli i diritti dei cittadini alla libertà, se si tratta dei propri interessi e bisogni.
(…)
Dopo l’attacco dell’11 Settembre il governo degli Stati Uniti, nel nome dell’antiterrorismo, ha autorizzato le autorità di intelligence ad introdursi nelle comunicazioni postali dei propri cittadini, e di controllare e cancellare, su internet mediante mezzi tecnici, qualsiasi informazione possa minacciare gli interessi nazionali USA.
Il Patriot Act ha consentito alla polizia federale (LEA) di controllare le telefonate, le comunicazioni via email, le documentazioni mediche, finanziarie e altre documentazioni, e ha ampliato la discrezionalità delle forze dell’ordine e delle autorità sull’immigrazione in materia di detenzione e deportazione degli stranieri sospettati di atti correlati al terrorismo. Il Patriot Act ha ampliato la definizione di terrorismo, allargando così il numero di attività alle quali possono essere applicati i poteri delle forze dell’ordine.
Il 9 Luglio 2008 il Senato USA ha approvato la modifica del 2008 all’Atto sulla Sorveglianza e l’Intelligence Straniera (Foreign Intelligence Surveillance Act), garantendo l’immunità legale alle compagnie di telecomunicazioni che prendono parte ai programmi di intercettazione e autorizzando il governo ad intercettare le comunicazioni internazionali tra gli Stati Uniti e le persone oltreoceano per scopi antiterroristici senza approvazione del tribunale (The New York Times, 10 Luglio, 2008). Le statistiche hanno dimostrato che dal 2002 al 2006 l’FBI ha schedato migliaia di registrazioni telefoniche dei cittadini statunitensi attraverso corrispondenza, annotazioni e telefonate.
Nel Settembre 2009 il paese ha approntato un corpo di supervisione per la sicurezza in internet, preoccupando ulteriormente i cittadini statunitensi sulla possibilità che il governo USA utilizzi la sicurezza in internet come scusa per monitorare ed interferire con i sistemi personali. Un funzionario governativo ha riferito, in un’intervista al New York Times dell’Aprile 2009, che negli ultimi mesi la NSA ha intercettato email e telefonate private di Americani su una scala che andava oltre gli ampi limiti stabiliti dal Congresso USA dell’anno precedente. Inoltre, la NSA intercettava telefonate di esponenti politici stranieri, funzionari di organizzazioni internazionali e giornalisti rinomati (The New York Times, 15 Aprile 2009).
Anche le forze armate USA hanno partecipato ai programmi di intercettazione. Secondo un rapporto della CNN, un’organizzazione militare USA per la valutazione del rischio in internet, con base in Virginia, era incaricata di controllare i blog privati ufficiali e non ufficiali, i documenti ufficiali, le informazioni personali di contatto, le foto di armi, gli accessi agli accampamenti militari, oltre ad altri siti web che “potrebbero minacciare la sicurezza nazionale”.”

Un breve ma significativo estrattto dalla Relazione sui Diritti Umani negli Stati Uniti nel 2009, pubblicata lo scorso 12 marzo dall’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato della Cina.
La versione integrale del rapporto è qui.