Uno scenario fantapolitico

10 dicembre 2018 – Due bombardieri strategici Tupolev Tu-160, preceduti da un aereo da trasporto militare pesante An-124 e un aereo a lungo raggio Ilyushin Il-62, hanno effettuato un volo dalla Russia fino alla base di Maiquetià nella Repubblica Bolivariana del Venezuela. Ad accogliere lo staff militare russo il Ministro della Difesa del Venezuela il generale Vladimir Padrino Lopez, rappresentanti dell’ambasciata russa in Venezuela e plotoni di vari corpi militari del Paese latinoamericano.

L’esercito sovietico in Messico e una “Sesta Flotta” sovietica nel Mar dei Caraibi

“Immaginiamo adesso un rovesciamento teorico della situazione nel 1984. Gli USA sono una grande potenza continentale industriale, di filosofia biblica, dove la giornata lavorativa è di dieci ore e dove gli atei sono curati con scariche elettriche, quando li trovano. La diffusione dei libri di Darwin comporta l’internamento in un ospedale psichiatrico. Un’America biblica d’urto con un potente esercito terrestre. Il tema americano è la prosperità. La flotta americana tenta disperatamente di raggiungere il livello della flotta sovietica, che è sempre superiore.
L’Unione Sovietica difende il tema della pace. Le testate atomiche russe difendono la pace e le testate atomiche americane difendono la prosperità (e la Bibbia).
L’Unione Sovietica ha creato l’ODAC, ossia l’Organizzazione di Difesa dell’Atlantico Centrale. Nell’ODAC solo l’URSS detiene l’armamento atomico e può decidere di usarlo. Un potente esercito messicano di 400.000 uomini, il Bundes-Exercito, è ammassato ai confini della California. Un corpo di spedizione sovietico di 300.000 uomini ha la sua base in Messico. Nel Mar dei Caraibi la Sesta Flotta sovietica è dotata di numerose portaerei e non abbandona mai questo mare. L’alleato più sicuro dell’URSS è il piccolo Stato eroico di Cuba, il cui “piccolo popolo ha tanto sofferto”. Dopo 2000 anni di persecuzioni, gli atei disgustati hanno lasciato gli USA per tornare sulla terra dei loro antenati, a Cuba.
Fu a Cuba, infatti, che tremila anni fa apparve un profeta chiamato Castro, il quale ebbe il grande onore di conoscere personalmente Dioniso. Dopo 2000 anni di sofferenze e di pogrom, le vittime del razzismo antiateo hanno finalmente una loro patria. Come tutti sanno, Dioniso è apparso a Cuba. In questi tempi egli ha detto agli atei: “Voi siete il mio popolo eletto e regnerete sulla terra”. Il piccolo Stato eroico è il miglior alleato di Mosca. Le finanze di Cuba sono esauste a causa delle spese militari e dei frequenti baccanali.
Ma Mosca aiuta continuamente Cuba. A Mosca è impossibile fare carriera politica senza farsi preliminarmente incubanare. Essere incubanato significa mettersi incondizionatamente al servizio della politica paranoica e messianica di Cuba.
Nell’Armata sovietica ci sono numerosi sacerdoti e devoti di Dioniso. Recentemente Mosca ha sbarcato in Messico nuove testate atomiche di media gittata, gli americano-missili, capaci di raggiungere Dallas e Saint-Louis in quindici minuti. Ciò ha provocato le urla di Washington, che rifiuta ancora di discutere di disarmo a Ginevra. Queste urla non impressionano troppo Mosca, la quale si augura una guerra limitata al Messico settentrionale ed alla California meridionale. Nel 1945 la California era diventata un satellite degli USA.
La potenza dell’armata terrestre degli USA è temibile e il fanatismo biblico alimenta il morale dell’esercito di Geova. Mosca sa bene che se il Messico (400 milioni di abitanti con un’industria enorme) cadesse nelle mani di Washington, sarebbe la fine dell’egemonia sovietica sugli oceani. Così, tutti gli strateghi incubanati di Mosca hanno già previsto di distruggere il Messico, qualora dovessero ritirarsi. A Mosca, e più ancora all’Avana, hanno previsto la possibilità di ridurre il Messico a un deserto e ad un cimitero. Infatti gli USA, ingranditi dall’aggiunta del Messico, diventerebbero la prima potenza mondiale e l’URSS dovrebbe ripiegare su se stessa. A Cuba sono entusiasti di questa idea. Il loro solo obiettivo è la Grande Cuba, la rinascita dei templi di Dioniso dappertutto, in Florida e in Louisiana. All’Avana i sacerdoti di Dioniso dispongono già di una marionetta, un certo Bechira, che si dice biblico, ma in realtà è un burattino degli atei.
Mi si dirà che ho fatto della fantapolitica? Ma no, è il negativo di una fotografia. Qui tutti trovano normale che la flotta americana spadroneggi nel Mediterraneo, col pretesto di difenderci. Ma se, in una situazione inversa, la Flotta russa sfidasse gli USA navigando nei Caraibi, che cosa direbbero gli esangui Europei di Parigi, Bonn e Londra? Che cosa direbbe l’opinione europea manipolata, se domani il Messico ammassasse ottanta divisioni di carri armati vicino alla California? E se un corpo di spedizione sovietico di 400.000 uomini avesse la sua base in Messico?
Obiettivamente, una potente Sesta Flotta sovietica nel Mar dei Caraibi sarebbe semplicemente il negativo (l’inverso) della Sesta Flotta americana nel Mediterraneo. E un potente corpo di spedizione russo in Messico in che cosa sarebbe diverso dai 400.000 Americani in Germania? Per capire i Sovietici, bisogna cercare di mettersi per un istante nei loro panni. Bisogna cercare di immaginare che cosa penserebbero i generali del Pentagono, se dovessero far fronte ad un Messico potentemente armato dall’URSS e, inoltre, ad un consistente corpo di spedizione sovietico in Messico. Questi generali del Pentagono biblico sarebbero dei guerrafondai se prevedessero di dover parare i colpi o di dover rispondere?”

Da L’Impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino, di Jean Thiriart, Edizioni all’insegna del Veltro, pp. 56-58.
Per gentile concessione dell’Editore.

La birra nordcoreana può portarti in galera

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“Oggi, la posizione numero uno della classifica dei ricercati è occupata da Kim Jong-Un, l’attuale leader della Repubblica Democratica Popolare di Corea (RPDC). Kim, nipote di Kim Il-Sung, fondatore della RPDC e riverita figura di combattente nella resistenza contro gli occupanti giapponesi, rappresenta la terza generazione dei suoi familiari che occupa il posto di comando. Gli opinionisti occidentali invariabilmente ridicolizzano questo fenomeno bollandolo come successione ereditaria, mentre convenientemente fanno finta di non accorgersi di oltre 80 anni di successione ereditaria del potere nel fedele alleato saudita. Gli altri Hussein, la famiglia reale al potere in Giordania fin dall’indipendenza del Paese, non sono mai allo stesso modo svillaneggiati dalla stampa occidentale. Anche loro sono fedeli amici degli Stati Uniti e dei leaders europei.
La Repubblica Democratica Popolare di Corea ha seguito a lungo una solitaria via di autosufficienza ed autodeterminazione che i loro leader chiamano JUCHE.
Durante l’epoca sovietica, la RPDC mantenne formali ma distanti relazioni con la comunità socialista, insistendo nel percorrere la propria via. Molti osservatori d’area videro questo approccio al Marxismo-Leninismo come eccessivamente volontaristico, cioè, eccessivamente basato sulla capacità di uomini e donne di fronteggiare le condizioni oggettive e gli impedimenti materiali.
Si è detto che la politica estera della RPDC è stata una notevole messa in pratica della filosofia JUCHE.
Nello stesso tempo, l’atteggiamento della RPDC nei confronti delle altre Nazioni è stato profondamente influenzato dalle esperienze della guerra di Corea a metà del secolo passato. La quasi totale distruzione della parte settentrionale della penisola coreana dall’aeronautica degli Stati Uniti e la loro politica della terra bruciata lasciarono la Nord Corea determinata a trovare un deterrente affinché non potesse ripetersi una tale catastrofe. Trovarono questo deterrente nello sviluppo delle armi atomiche. A fronte del tentativo di Stati Uniti e NATO di riordinare il mondo ad immagine e somiglianza dell’Occidente sin dalla caduta del potere sovietico, questa decisione, col senno di poi, appare esser stata saggia ed efficiente.
Nonostante la RPDC sia rimasta in pace per oltre sessant’anni, il governo degli Stati Uniti e i suoi media servili e smidollati hanno continuato la loro spietata campagna di aggressione e calunnia.
Non diversamente dalle campagne del terrore e delle fandonie ordite contro Cuba socialista, la Repubblica Popolare di Corea è stata dipinta come una terra di prigioni e deprivazione. Molto dell’immaginario isterico viene dai fuoriusciti, in particolare Shin Dong-Hyuk. La storia di Shin è stata arrangiata in un libro da un giornalista del Washington Post, Blaine Harden con il sinistro titolo: “Fuga dal campo 14: la notevole odissea di un uomo, dalla Corea del Nord alla libertà in Occidente” Il libro fu positivamente recensito da ogni maggiore testata amica dell’Occidente. Un membro della prima commissione di inchiesta delle Nazioni Unite sugli abusi contro i diritti umani in Nord Corea per quanto riferito ha citato Shin come l'”unica e più forte voce” sulle atrocità all’interno dei campi nordcoreani.
La Corea del Nord ha ufficialmente risposto diffondendo un video del padre e dei familiari di Shin che lo denunciano come bugiardo in fuga da un’accusa di stupro.
Naturalmente, NESSUNO nei media capitalisti di oggi ha riconosciuto credibilità alcuna a questa protesta. Allo stesso modo nessuno dei giornalisti occidentali ha seriamente ascoltato altri fuoriusciti che hanno contestato i dettagli descritti da Shin. La sua storia è troppo buona, troppo spettacolare per metterla in dubbio.
Sfortunatamente non lo è. E sfortunatamente nessuna sorta di confessione potrebbe convincere i gretti media occidentali, le Nazioni Unite o le prevenute associazioni per i diritti umani. Essi hanno avuto tale confessione il 16 di Gennaio, quando Shin ha ammesso che parte della sua straziante storia era inventata. Con molto imbarazzo, ha evitato ogni ulteriore dichiarazione pubblica, anticipando che avrebbe fornito ulteriori spiegazioni.
Il britannico Independent riporta: “Gli attivisti per i diritti umani hanno riferito che ciò può significativamente rallentare la campagna per accusare Kim di crimini contro l’umanità”. E si spera! Si spera che il fatto che la principale fonte per la demonizzazione di Kim abbia ammesso di aver mentito possa spingere i gruppi per la tutela dei diritti umani a riconsiderare la propria campagna. Può essere che alcuni movimenti per i diritti umani siano tanto corrotti quanto i media occidentali che hanno propinato al pubblico la farsa di Shin.
Pur con scarsezza di prove, gli opinionisti americani ed europei costantemente ci ricordano che la Nord Corea è un cupo e depresso paesaggio popolato da gente che muore di fame ed è affamata di libertà. Un fotografo commerciale di Singapore, Aram Pan ha letto ed ascoltato questi crudi giudizi. Come riportato dalla testata conservatrice britannica Daily Mail lo scorso maggio:
“Quando un uomo di Singapore vede soddisfatto il desiderio di visitare la Corea del Nord, cerca di farsi coraggio per affrontare le scene di terre aride e gente veramente molto triste che ha visto in un documentario di “Panorama” sulla BBC”.
Ma quello che ha trovato lo ha mandato fuori di testa per tutte le più giuste ragioni.
All’interno dell’enclave comunista nel 2013, il fotografo Aram Pan ha visto con i propri occhi mercati brulicanti di gente, uomini e donne che si divertono all’interno di un parco acquatico di foggia occidentale ed ettari su ettari di campi pronti per il raccolto, frantumando tutte le sue illusioni su cosa potesse riservare una vacanza in Nord Corea.
Sebbene si aspettasse difficoltà per comunicare con uno Stato che supponeva riservato e segreto, il sig. Pan ha spiegato: “Ho inviato diverse mail a molti contatti nordcoreani, tutti erano facilmente reperibili online con una facile ricerca. Un giorno uno di loro mi ha risposto ed ho incontrato una loro rappresentanza. E’ stato molto più facile di quanto mi aspettassi”.
Dopo due visite, l’incongruenza delle descrizioni date dai media ufficiali con quello che effetivamente aveva avuto modo di vedere, imbarazzò Pan: “Tornando per il mio secondo viaggio, ho potuto comprendere molte cose. Ho viaggiato da Pyongyang ad Hyangsan, da Wonsan a Kumgangsan, a Kaesong e ritorno. Le cose che ho visto e fotografato mi hanno convinto che la situazione non è poi così male come mi ero aspettato”.
“La gente sembra condurre la propria vita quotidiana in modo semplice e tutto sembra incredibilmente normale. Qualcuno dei miei amici mi ha detto che tutto quello che ho visto deve essere falso e che quello che ho fotografato non era altro che una messinscena di massa”.
“Ma più riflettevo su questa prevenzione, più mi convincevo che non aveva senso… come si può fabbricare e mettere in scena miglia e miglia di campi solo perchè i miei occhi potessero vederli, come si può far fingere migliaia di persone che sembrano condurre una vita normale?”
Le foto di Pan possono essere viste in questo sito.
In un altro fulgido esempio di come un alleato degli Stati Uniti sia saldamente onorato al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, la Repubblica della Corea (la Corea del Sud n.d.t.), il vicino meridionale capitalista della Corea del Nord, ha espulso l’americana-coreana Shin Eun-Mi per aver “lodato” la Corea del Nord in alcune conferenze a Seul. Secondo un articolo della scorsa settimana del Deutsche Welle la signora Shin, nativa della California e con nessun legame di parentela con Shin Dong-Hyuk “ha fatto arrabbiare le autorità della Corea del Sud quando ha detto che un certo numero di nordcoreani che vivono nella Corea del Sud sarebbero ritornati volentieri nella loro patria, causa della difficoltà di vivere nel Sud. La signora Shin ha anche detto che molti nordcoreani sono fiduciosi che il nuovo giovane leader della Nazione comunista possa migliorare la qualità della vita del “regno eremita”.
La scrittrice ha inoltre tessuto le lodi della birra nordcoreana che ha detto essere molto meglio delle insipide birre del Sud.
Sembra proprio che preferire la birra nordcoreana possa portarti in galera per più di dieci anni.”

Da Pazzie dell’Impero, di Zoltan Zigedy.

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Falsa partenza

Con il nuovo trattato Start, che verrà firmato l’8 aprile a Praga, Stati Uniti e Russia, le due maggiori potenze nucleari, lanciano «un chiaro messaggio»: vogliono «guidare» la lotta contro la proliferazione delle armi nucleari. Lo ha detto il presidente Barack Obama che, dopo aver siglato l’accordo, interverrà il 12 aprile al summit del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla non-proliferazione e il disarmo nucleare. Qui, dice un portavoce della Casa Bianca, Obama «potrà esibire fatti e non solo parole». Quali sono i fatti? Per il Bulletin of the Atomic Scientists, gli Stati Uniti posseggono 5.200 testate nucleari operative, ossia sempre utilizzabili; la Russia, 4.850. Oltre a queste, le due potenze posseggono complessivamente 12.350 testate non operative (ma non ancora smantellate). Il nuovo Start non limita il numero delle testate nucleari operative contenute negli arsenali. Stabilisce solo un limite per le «testate nucleari dispiegate», ossia quelle pronte al lancio, installate su vettori strategici con gittata superiore ai 5.500 km: missili balistici intercontinentali con base a terra, missili balistici lanciati da sottomarini, bombardieri pesanti.
(…)
Ora il nuovo Start permette a ciascuna delle due parti di mantenere 1.550 testate nucleari dispiegate, ossia un numero di poco inferiore (il 10%) a quello attuale, e un numero di vettori sostanzialmente invariato: 800 per parte, di cui 700 pronti al lancio in ogni momento. Un potenziale distruttivo tale da cancellare la specie umana e le forme di vita dalla faccia della Terra.
Inoltre il nuovo trattato non stabilisce alcun limite effettivo al potenziamento qualitativo delle forze nucleari.
(…)
Resta fuori dal trattato anche la questione delle armi nucleari «tattiche», che gli USA continuano a mantenere in cinque paesi «non-nucleari» della NATO (Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia) e in altri, violando in tal modo il Trattato di non-proliferazione.
Allo stesso tempo il nuovo Start non pone alcun limite al nuovo progetto di «scudo» antimissili, che gli USA vogliono estendere all’Europa, a ridosso del territorio russo: un sistema non di difesa ma di offesa che, una volta messo a punto, permetterebbe loro di lanciare un first strike, fidando sulla capacità dello «scudo» di neutralizzare gli effetti di una rappresaglia. A Washington assicurano che lo «scudo» non è diretto contro la Russia, ma contro la minaccia dei missili iraniani. A Mosca lo considerano invece un tentativo di acquisire un decisivo vantaggio strategico sulla Russia. Il generale russo Nikolai Makarov ha avvertito in questi giorni che, se gli USA continueranno a sviluppare lo «scudo», ciò «porterà inevitabilmente a una nuova fase della corsa agli armamenti, minando l’essenza stessa del trattato sulla riduzione della armi nucleari».
(…)
Che lo Scudo antimissile USA ritorna con forza è testimoniato sia dalle parole di Robert Gates, il ministro della difesa (lo stesso di Bush) che ha raccomandato a Obama di scartare il piano Bush ma per sostituirlo con uno «più adatto», perché «stiamo rafforzando – ha dichiarato – non cancellando la difesa missilistica in Europa». Con la prima fase, completata nel 2011, gli USA dislocheranno in Europa missili intercettori Sm-3 a bordo di navi da guerra dislocate nel Mar Baltico e nella seconda, operativa nel 2015, installeranno una versione potenziata del missile, con base a terra, nell’Europa centrale – Romania e Bulgaria già sono coinvolte – e meridionale (in Italia?). E nell’ottobre 2009 Joe Biden, il vicepresidente USA, il democratico della lobby militare e fautore dell’allargamento della NATO a Est, è corso a Praga e a Varsavia – impegnate nel dislocamento di una megabase radar e di una batteria di missili intercettori – a rassicurare che «l’impegno per un sistema missilistico non era abbandonato».
Con questi fatti il presidente Barack Obama si presenterà l’8 aprile con il russo Medvedev nella simbolica Praga – quella della Primavera ’68 – dove annunciò un anno fa la volontà di ridurre gli armamenti atomici. E il 12 aprile sarà al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, esibendo il nuovo Start che conferisce alle due maggiori potenze nucleari, detentrici del 95% delle oltre 23mila armi nucleari esistenti al mondo, il diritto di «guidare» la lotta contro la proliferazione delle armi nucleari. Il dito accusatorio – come in questi giorni con il rilancio delle sanzioni contro Tehran del vertice alla Casa Bianca con Sarkozy – sarà puntato solo sull’Iran, accusato di voler fabbricare la bomba atomica. Mentre sicuramente resterà in ombra il fatto che Israele possiede già un «indiscutibile» arsenale di centinaia di armi nucleari, puntate su altri Paesi della regione.

Da Nuovo Start e vecchia politica di potenza, di Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci.
[grassetto nostro]

Il ladro incallito che voleva entrare nella Polizia

Grazie alla graduale declassificazione di molti documenti risalenti al periodo della Guerra Fredda, stanno venendo progressivamente alla luce molti fatti storici che meritano una grande attenzione.
Uno di essi è sicuramente la richiesta sovietica di adesione al Patto Atlantico, risalente al 1954.
In una nota classificata “Top Secret” e datata 31 marzo 1954, quindi circa un anno dopo la morte di Stalin, il governo sovietico avanza una clamorosa ipotesi di adesione alla NATO. La risposta franco-anglo-statunitense non si farà attendere e sarà tanto repentina quanto secca e decisa. Ma analizziamo più da vicino questi due documenti.
La nota sovietica è scritta con il classico linguaggio della diplomazia da Guerra Fredda, ed indirizzata ai governi americano, inglese e francese.
Le prime pagine sono tutte dedicate all’analisi della situazione contingente: il governo sovietico esprime la sua più profonda preoccupazione per la corsa agli armamenti nucleari, vera e propria spada di Damocle che pende sulla testa dell’Europa e del mondo intero. Le pesanti preoccupazioni espresse da questa nota in merito alla sicurezza dei popoli sono riferite in particolare al riarmo della Germania Ovest, che secondo i russi rappresenterebbe il vero ostacolo alla pace ed alla sicurezza collettiva; tutto ciò in merito al progetto di costituzione di una “Comunità Europea di Difesa” formata dalle forze armate di Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e, appunto, Germania Occidentale. Tale progetto non farebbe altro che rimettere i vari Stati europei l’uno contro l’altro e favorire oltremodo il risorgere della vocazione militarista della Germania. Da queste righe traspare il carattere eminentemente anti-tedesco dei governi sovietici. In seguito a tali considerazioni, arriva la clamorosa proposta sovietica di un’alleanza militare tra i Paesi che costituivano la coalizione anti-hitleriana durante la seconda guerra mondiale: “Il Governo sovietico […] si dichiara pronto ad esaminare, di concerto con i governi interessati, la questione della partecipazione dell’Unione Sovietica alla NATO”.
Il mese successivo, preceduta da un breve memorandum dell’allora Segretario Generale Lord Ismay (il quale concludeva: “ …la richiesta sovietica di aderire alla NATO è come un ladro incallito che vuole entrare nella Polizia”), giunge la secca risposta dei tre governi chiamati in causa dalla proposta sovietica. Senza nemmeno entrare nel merito della questione, la richiesta sovietica viene bollata come “completamente irreale” e bruscamente respinta come provocazione. Il breve testo è tutto un susseguirsi di pesanti accuse alla potenza sovietica di essere la vera minaccia alla pace mondiale. Di non poter essere ammessa a far parte della NATO in quanto i Paesi aderenti condividono la stessa piattaforma di valori di pace, libertà e democrazia (sic) estranei alla situazione del blocco sovietico. Inoltre, sempre secondo la replica dei tre governi, i sovietici sarebbero interessati ad entrare nel Patto Atlantico solo per porre il veto e di fatto bloccare qualunque decisione venga presa in tale ambito. Infine, qualora l’Unione Sovietica sia realmente interessata ad una pace in Europa e nel mondo intero, viene esortata a collaborare ad una piattaforma di proposte che vengono elencate nel testo. Esse sono la situazione dell’Austria, la divisione della Germania, il problema del disarmo nucleare, la questione orientale.
In conclusione, tanta ipocrisia, tanta diplomazia, e tante inconcludenti parole su pace, sicurezza e disarmo, che non contribuiranno affatto a liberare il mondo dalla soffocante cappa della Guerra Fredda (che poi, al di fuori dell’Europa, tanto fredda non fu).

Meno soldati, meno armi e meno basi

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C’era una volta… Bettino Craxi.
[Grassetti nostri]

“Il futuro che abbiamo davanti poggia su fondamenta economiche, culturali, tecnologiche forti ed estese, che gli straordinari cambiamenti dell’ultimo anno mettono a disposizione della pace e della cooperazione tra i popoli in una prospettiva non più segnata dai rischi e dagli sprechi dei blocchi militari.
Si è aperto un grande dialogo nel mondo. In poco tempo si è determinato un cambiamento profondo, di clima, di rapporti, di possibilità di prospettive.
Le strade della pace e della cooperazione si sono fatte più larghe. Dovremo percorrerle in modo lineare correndo verso nuovi traguardi. Occorre accelerare il processo di disarmo, approfondire il negoziato in ogni campo.
Gli stessi sistemi di alleanze politico-militari, sino a ieri rigidamente contrapposti, stanno mutando i loro rapporti e muteranno alla fine essi stessi.
Anche la NATO, in Europa, è destinata a cambiare la sua natura e la sua qualità. Non c’è niente di più confortante di una notizia che ci raggiunge per annunciare il ritiro di truppe, la riduzione dei contingenti, la riduzione degli armamenti. Tutto deve avvenire in forma negoziata, equilibrata, soddisfacente per tutti, ma deve avvenire. E prima avviene e meglio é.
Moltissime risorse potranno essere liberate dai loro impieghi militari e rivolte verso scopi civili, formativi, umanitari, di sviluppo.”

Da Per un riformismo moderno, per un socialismo liberale.
Relazione introduttiva alla Conferenza Programmatica del PSI, Rimini 22 marzo 1990

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“La questione tedesca è al centro degli equilibri europei e delle loro crisi, almeno a partire dalla guerra dei trent’anni. Oggi essa ha il vantaggio di poter essere ancorata a solide strutture multilaterali, europee, atlantiche e continentali.
Sotto il profilo della sicurezza, due mi paiono i punti fermi della questione: la permanenza della Germania nella NATO, la necessità di offrire ai Paesi confinanti soprattutto all’Unione Sovietica, le necessarie garanzie di sicurezza. L’appartenenza del nuovo Stato unitario all’alleanza occidentale comporta certamente modifiche nella struttura degli equilibri che vanno adeguatamente negoziate.
Allo stesso modo che l’unificazione tedesca deve servire a dare nuovo impulso alla integrazione comunitaria, così essa renderà più lineare la riflessione sul nuovo ruolo dell’Alleanza Atlantica, sui cambiamenti della sua natura e della sua qualità. Nell’Alleanza penso che si accentueranno le funzioni politiche rispetto a quelle militari, e rispetto a queste ultime crescerà il peso della componente europea.”

Da Unità della Germania, unità dell’Europa.
Discorso al Parlamento europeo, Strasburgo 4 aprile 1990

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“Il vento della pace avvolge le alleanze militari e ne provoca a trasformazione. Il Patto di Varsavia è ormai solo una insegna che sta su di un edificio dal quale gli inquilini se ne sono andati. L’Alleanza Atlantica, certo non subisce la stessa diaspora, ma tuttavia non può non predisporsi a realizzare alcuni cambiamenti di fondo. Si tratterà di una sottolineatura maggiore del suo ruolo politico rispetto a quello militare, di una crescita di responsabilità della componente europea, di una grande apertura nei confronti dell’Est, con lo svolgimento di rapporti destinati ad infondere sentimenti di sicurezza e di fiducia.
Delicato anzi delicatissimo è naturalmente il profilo militare della riunificazione tedesca. La Germania unita non potrebbe non stare nella Alleanza Atlantica, ma neppure vi potrebbe stare senza un ulteriore sistema di garanzie da approfondirsi, da negoziarsi, da rendere accettabile per l’Unione Sovietica.
L’unità tedesca è il portato più grande degli sconvolgimenti che stanno rimescolando la vita dell’Europa centrale ed orientale e, in misura diversa, di tutta l’Europa nel suo insieme. Il problema più alto, come segnalavamo noi stessi a Rimini, innalzando un simbolico muro di Berlino, giacché non si tratta solo della libertà e della unità di un popolo, ma essenzialmente anche della pace e della organizzazione della pace in Europa.
Noi ci auguriamo che il processo giunga rapidamente a compimento saldando nel modo più equilibrato tutte le questioni che sono aperte e che vanno risolte nei rapporti con l’URSS, con l’Alleanza Atlantica, con l’Europa comunitaria, con i vicini della Germania.
Sono vie obbligate per la pace del futuro sulla quale non debbono pesare incognite di sorta. Occorrono certezze per tutti e nessuno deve poter neppure fantasticare su di un possibile ritorno dei fantasmi del passato.
E’ una via obbligata la progressione prudente ma continua verso un disarmo generalizzato. Meno soldati, meno armi e meno basi in Europa. Meno soldati, meno armi e meno basi in Italia.

Da Verso una fase importante e difficile della vita nazionale.
Relazione all’Assemblea Nazionale del PSI, Roma 7 giugno 1990

[Sigonella, ottobre 1985]