L’Islam buono e quello cattivo

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La memoria genetica dei musulmani.
Sessanta anni di stermini e di milioni di morti dimenticati dalla lotta al terrorismo. La decima crociata di Papa Bergoglio.

“Il passato e il suo ricordo possono intralciare gli indirizzi politici dei governi. Vengono pertanto revisionati, ristrutturati o sepolti.
A distanza di anni e di decenni hanno comunque la pessima abitudine di riemergere, di riprodursi con sembianze a volte deformate ed effetti tali da seminare sgomento e provocare reazioni anomale e controproducenti in Occidente. Il mondo musulmano vive ancora la nostra recente esperienza in Algeria e nel Medio Oriente, ma conserva una memoria genetica di un passato non troppo lontano, di persecuzioni e del sangue versato dopo la Seconda Guerra Mondiale. E prima o poi quella memoria tornerà a tormentare la coscienza del mondo occidentale.”

Trascriviamo queste note su quanto ci disse Ben Bella nel 1998. Ci aveva presentato all’eroe dell’Armata Popolare di Liberazione Luciana Castellina a Ginevra durante la marcia con cui veniva celebrato il 50° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Non volle parlarci del suo ruolo ad Algeri, della sua prigionia, dell’esilio dopo il colpo di Stato di Boumedienne, ma insistette a lungo sulle sue apprensioni per quanto ci teneva in serbo un futuro incerto, non solo di guerre ma anche di ingiustizia sociale. Parole accorate e profetiche di un personaggio famoso che non si considerava certo un vinto, ma neanche un vincitore trionfante della storia.
A rintracciare quelle note ci ha indotto un eccellente articolo di Tommaso Di Francesco su il Manifesto del 5 aprile scorso. C’è una distrazione generale, scrive, sull’ecatombe dei combattimenti e dei bombardamenti scatenati in Irak, Pakistan e Afghanistan dall’11 settembre 2001 al primo semestre del 2014: più di un milione e trecentomila morti, quasi tutti civili, senza contare le altre centinaia di migliaia di vittime in Siria e a Gaza. Morti che non hanno nome, che non contano niente. Stati Uniti e alleati europei, continuano a sganciare bombe accompagnati dal ritornello dei leader occidentali “Siamo in guerra contro il terrorismo, non contro l’Islam”. Il terrorismo di turno, almeno da otto mesi a questa parte, è quello dei tagliagole dello Stato Islamico, degli sciiti contro i sunniti e viceversa, armati e finanziati in alternanza o contemporaneamente dalla NATO, dagli Emirati, dall’Arabia Saudita e in misura decrescente dall’Iran mentre lo Stato israeliano di Netanyahu se ne sta a guardare più o meno compiaciuto.
Abbiamo poi l’Islam buono e quello cattivo, il primo che cerca invano l’integrazione nelle periferie desolate del mondo occidentale, il secondo minoritario, impermeabile alla cultura occidentale che fa strage di infedeli, cristiani e musulmani pacifici, in Medio Oriente, nel Nord Africa e in misura limitata anche in Europa. Tutti d’accordo perché come ha osservato a febbraio persino Time, il settimanale dedicato al primato di civiltà e allo “eccezionalismo” del popolo statunitense, questo vive in “un presente eterno in cui ogni riflessione è limitata a Facebook e la narrazione storica è delegata a Hollywood”.
Rischiamo ben volentieri di farci assegnare il ruolo di improbabili sostenitori dei tagliagole e ricordiamo per sommi capi alcuni eventi del dopoguerra che nelle parole di Ben Bella sono entrati nella “memoria genetica” del mondo musulmano, un mondo in quegli anni aperto, pacifico e generalmente incline ad abbracciare i valori della giustizia sociale.
In Indonesia, dopo l’indipendenza, è vero, era presente un partito comunista: bastò a Londra e Washington per abbattere con un colpo di stato il governo progressista del Presidente Sukarno per sostituirlo con la dittatura di Suharto e con l’invio di truppe scelte e l’impiego di fazioni dissidenti islamiche e cristiane per scatenare una guerra di sterminio in tutto il paese che provocò da un milione e mezzo a tre milioni di morti musulmani tra il 1965 e il 1966. Le ingenti risorse minerarie e petrolifere dell’Indonesia vennero così assicurate agli USA e alla Gran Bretagna. Per il Grande Impero d’Occidente i movimenti indipendentisti, postcoloniali e progressisti, nel Medio Oriente islamico ed arabo erano diventati inaccettabili e da abbattere con qualsiasi mezzo: venne rafforzato con armamenti e finanziamenti diretti il Wahabismo, una setta islamica ultraconservatrice nell’Arabia Saudita e fiumi di sangue precedettero e accompagnarono l’installazione dello Shah in Iran. Dopo la sua caduta, Saddam Hussein, allora nei favori di Washington fu finanziato ed armato nella guerra di otto anni contro l’Iran di Khomeini (un milione di morti). Un milione e mezzo poi le vittime – tra caduti e per fame da sanzioni – della prima guerra contro l’Irak del 1992, di cui nessuno oggi parla. E poi gli attacchi e le guerre di Israele contro la Palestina, l’Egitto, la Giordania e la Siria, sempre nella memoria della Shoah e in nome del diritto alla sopravvivenza con i quattro miliardi di dollari USA all’anno che hanno fatto di questo Stato la nuova Prussia atomica del Medio Oriente.
E’ questo l’humus del risentimento del mondo musulmano in cui germinano i semi del fanatismo estremo dell’IS. E’ stato detto e ribadito da osservatori di noi ben più autorevoli che ignorare le cause del terrorismo vuol dire perpetuarlo.
Come combattere il Califfato? Suggerimenti razionali e ridimensionamenti del fenomeno abnorme nei suoi aspetti più efferati, vengono offerti da Lucio Caracciolo nell’ultimo numero di Limes “Chi ha paura del Califfo”. Non è comunque un mistero per chi sa far di conto che il primo passo dovrebbe essere quello del taglio dei finanziamenti indiretti e del riciclaggio dei petrodollari dell’IS di cui sono responsabili gli Emirati Arabi (il Dubai si è aggiudicato il titolo di Bancomat del Califfato). Qualche pressione su questi regimi “criminogeni” sono state esercitate negli ultimi mesi dall’Amministrazione Obama, ma “pecunia non olet”, gli affari sono affari e “the business of America is business”.
Facile comprendere invece le ragioni dell’appello ad una Decima Crociata di chi ha sempre parlato del denaro come “sterco del diavolo”, di pace universale, di Dio che tutto e tutti perdona, di misericordia, di amore per i poveri, di cristiana pietas verso i diseredati colpevoli e meno, e cioè di papa Bergoglio. Giusto che il non più sontuoso erede del pescatore di Tiberiade condanni la persecuzione dei cristiani quale pastore del gregge, ma da qualche giorno a questa parte la denunzia del silenzio complice dell’inerzia occidentale suona come un esplicito invito a sterminare i lupi, tutti i lupi.
Se ha assunti i toni di Urbano II e di Pietro l’Eremita – Deus le volt – un altro motivo è più che opinabile: l’alta missione dei Gesuiti, dettata dal fondatore Francesco di Sales (non di Assisi), quella del proselitismo e delle conversioni di massa, la stessa che lo ha portato sul soglio pontificio in piena crisi di vocazioni e di chiese semi vuote aveva trovato in Bergoglio un predicatore popolare e di gran successo. I lupi del Califfato hanno spaventato il gregge e bloccato la missione. Vanno quindi ammazzati in gloria in excelsis Deo.
Lucio Manisco

Fonte

Hollywood è la macchina del pensiero

 

“Bisogna riconoscere un successo all’America. In tutto il mondo ha esercitato una clinica e precisa manipolazione del potere, mascherandola come strumento del bene universale. E’ un vero e proprio atto d’ipnosi, brillante e ben riuscito.”
Harold Pinter

In quasi tutto il mondo, la storia di un paese è scritta dagli storiografi, in America è Hollywood a scriverla sullo schermo. Non che manchino polposi e ponderosi tomi di storia, ma per lo più sono scritti da accademici per altri accademici. Inoltre, un’immagine che scorre veloce sullo schermo lascia poco tempo allo spettatore di meditare su quello che vede e sente. E’ una strada a senso unico, dallo schermo propagandante allo spettatore propagandato e quindi esentato (o precluso) dal formarsi una propria opinione.
Hollywood è la macchina del pensiero, di quel che si vuole che la gente sappia e di quel che si vuole che la gente ignori.
Ai comandi della macchina del pensiero è il nucleo del potere, espressione ombrosa e chiaroscura, come del resto lo è la struttura che vuole descrivere. perché il nucleo del potere è un’entità simile alle particelle della meccanica quantistica, che si agitano ma non si può dire cosa sono o dove siano, perché possono essere descritte soltanto statisticamente. Il nucleo del potere esiste e come (!), ma è viscido, strisciante, proteiforme, inafferrabile – anche se sceglie i politici e, con diabolica precisione, determina gli oggetti del pensiero delle masse e di come gli oggetti debbano essere pensati.
Da quando la macchina del pensiero è diventata tecnicamente affidabile (più o meno dal 1920 in poi), si sono succedute varie fasi della storia hollywoodiana dell’America. Poi, con l’avvento della televisione, estensione domestica della macchina del pensiero, l’indottrinamento e il controllo della mente collettiva è totale.
All’inizio cinematografico c’erano gli indiani, bestiali e selvaggi, che angariavano e ammazzavano i poveri onesti lavoratori bianchi fino a quando arrivavano i nostri. La guerra civile era un mal combinato matrimonio andato a male tra Clark Gable e Vivian Lee in “Via col Vento”. Poi l’America vinse da sola la seconda guerra mondiale, grazie ai marines che sempre eliminavano i perfidi tedeschi.
Ai tedeschi fecero seguito gli altrettanto perfidi coreani comunisti. Mentre il controspionaggio americano (James Bond docet), sempre scopriva in tempo le sordide trame, molto spesso dei russi comunisti, atei e malvolenti.
Sul fronte domestico, gli indiani selvaggi e bestiali avevano lasciato il posto a loschi e crudeli banditi, preferibilmente messicani – vedi le dozzine dei cosiddetti spaghetti western.
I negri, in origine solo comparse e servi domestici, arrivano sullo schermo dopo Martin Luther King e il movimento per i diritti civili.
Ma delle ribellioni, delle impiccagioni, delle schiavistiche condizioni di lavoro , degli eccidi di operai che si agitavano per qualche minimo diritto, riduzione delle ore lavorative, formazione di sindacati etc. … praticamente niente.
Jimmie Moglia

Fonte

AMERICAN SNIPER

L’Eritrea resiste, ancora a testa alta!

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Andre Vltchek per rt.com

Sanzioni, guerra psicologica, propaganda, finanziamento delle opposizioni, sostegno ai vicini ostili – l’Occidente ha provato ogni cosa per colpire l’Eritrea. Ma è ancora qui, indefessa e orgogliosa, in marcia.
Qualcuno la chiama “Cuba d’Africa”, o potrebbe anche essere chiamata “Vietnam d’Africa”, ma la verità è che l’Eritrea è come nessun’altra nazione della Terra, ed è felice di rimanere così, unica.
“Non vogliamo essere etichettati” mi viene detto ripetutamente ogni volta che chiedo se l’Eritrea sia una nazione socialista.
“Guarda ad Amìlcar Cabral del Guinea Bissau”, mi dice Elias Amare, uno dei maggiori scrittori e pensatori in Eritrea che è anche Senior Fellow al “Centro per la costruzione della pace nel Corno d’Africa”. “Cabral diceva sempre: ‘Giudicateci per ciò che facciamo concretamente’. La stessa cosa può essere applicata per l’Eritrea.”
La maggioranza dei leader dell’Eritrea e la maggioranza dei suoi pensatori sono marxisti o almeno i loro cuori sono molto vicini agli ideali socialisti. Ma c’è molto poco da parlare di socialismo qui e non ci sono quasi bandiere rosse. La bandiera nazionale dell’Eritrea è al centro di tutto ciò che accade, mentre l’indipendenza, l’autosufficienza, la giustizia sociale e l’unità dovrebbero essere considerati come pilastri di base dell’ideologia nazionale.
Secondo Elias Amare:
“L’Eritrea ha registrato un successo, un obiettivo sostanziale, in ciò che le Nazioni Unite definiscono “Obiettivi di sviluppo del Millennio”, in primo luogo garantendo a tutti un’educazione primaria; assicurando l’emancipazione femminile e l’eguaglianza delle donne in tutti i campi. Per quanto riguarda la sanità, è stata raggiunta una drastica diminuzione della mortalità materna. A riguardo l’Eritrea è considerata d’esempio in Africa; poche altre nazioni hanno ottenuto così tanto. Quindi, al di là di tutti gli ostacoli che la nazione incontra, il quadro generale è positivo”.
“L’Eritrea continua sul percorso dell’indipendenza nazionale. Ha una idea progressiva della costruzione della sua unità nazionale. L’Eritrea ha una società multietnica e multireligiosa. Al suon interno ha nove gruppi etnici e due religioni principali: cristianesimo e Islam. Le due religioni coesistono armoniosamente e ciò è principalmente dovuto alla cultura tollerante che la società ha costruito. Non ci sono conflitti o animosità fra i gruppi etnici o religiosi. Il governo e le persone vogliono mantenere questa unità nazionale”.
Ma è davvero l’Eritrea una nazione socialista? Lo voglio sapere e insisto. “Cercalo da te”, mi viene detto ripetutamente. Continua a leggere

Thorbjørn Jagland rimosso dal suo incarico di presidente del Nobel per la Pace

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Il presidente del Comitato che assegna ogni anno il Premio Nobel per la Pace, Thorbjørn Jagland, è stato retrocesso dal parlamento norvegese al rango di semplice membro del Comitato, una decisione senza precedenti nella storia del Premio.
Il parlamento norvegese si è arreso alle accuse di corruzione al presidente Jagland che eravamo stati i primi ad esporre in dettaglio [1] (ma senza menzionare le ragioni che lo avrebbero condotto su questa strada).
I media che ci hanno accusati all’epoca di “complottismo” e di “antiamericanismo” non hanno ripetuto i loro insulti nei confronti del parlamento norvegese.
Il parlamento norvegese si è augurato che il Premio per la Pace ritorni alla sua funzione originaria [2]. In effetti, nel corso degli ultimi anni, il Premio è stato sistematicamente attribuito non a degli attivisti per la pace, in conformità alle indicazioni di Alfred Nobel, ma a dei sostenitori della NATO [3].
Ex Primo Ministro norvegese, Thorbjørn Jagland rimane attualmente segretario generale del Consiglio d’Europa, funzione che gli permette d’impegnarsi oggi a giustificare il colpo di Stato in Ucraina.

Fonte – traduzione di M. Guidoni

Come può uno scienziato tollerare tali mostruosità?

OperationIraqiFreedom“Molti medici iracheni, da anni stanno cercando di allertare la comunità internazionale per ottenere aiuto, attraverso figure di spicco a livello internazionale. Invano. A seguito del blocco del rapporto dell’OMS, 58 esperti del mondo scientifico, intellettuali, operatori sanitari e difensori dei diritti umani hanno scritto nel maggio 2013 all’OMS e al ministero della sanità iracheno per chiedere la pubblicazione immediata del rapporto. Nessuna reazione a questo appello firmato da studiosi provenienti da tutto il mondo, tra cui Noam Chomsky, Ken Loach, John Tirman, la dottoressa Mozhgan Savabieasfahani e organizzazioni come Human Rights Now Giappone, Health Alliance International e molte altre persone eminenti del mondo scientifico e intellettuale. Davanti questo deliberato ostruzionismo, Hans von Sponeck, ex vice segretario generale delle Nazioni Unite e membro del Tribunale BRussels ha dichiarato: “Il governo degli Stati Uniti ha fatto di tutto per evitare che l’OMS indagasse nelle zone del sud dell’Irak, dove è stato utilizzato l’uranio impoverito che ha causato gravi danni alla salute e rischi ambientali”.
Le autorità statunitensi ammettono di aver utilizzato 320 tonnellate di uranio impoverito, cifre contestate dalla fondazione LAKA di Amsterdam che stima la quantità reale più vicina alle 800 tonnellate, lanciate in Irak durante la guerra del 1991, e 1.200 tonnellate durante l’invasione del 2003. Nel 1991, l’esercito statunitense ha lanciato quasi un milione di ordigni all’uranio impoverito in tre giorni su migliaia di profughi e soldati iracheni in ritirata sulla strada per Bassora. Molto rapidamente, alcune zone del sud dell’Irak hanno visto un incremento annuo del 350% dei casi di leucemia, deficienze immunitarie, cataratta e disfunzioni renali. Le statistiche ufficiali del governo iracheno mostrano che prima dello scoppio della prima guerra del Golfo, nel 1991, il tasso dei casi di cancro era di 40 su 100.000. Nel 1995 era salito a 800 su 100.000, e nel 2005 era raddoppiato ad almeno 1.600 persone su 100.000.
Le stime più recenti indicano un innalzamento regolare continuo. “Il mondo deve sapere che gli iracheni sono stati vittime di aggressioni inflitte con l’uso di munizioni all’uranio impoverito da parte delle truppe statunitensi e inglesi durante la guerra. Questo è un genocidio”, ha detto il dottor Jawad al-Ali, oncologo del Cancer Treatment Centre di Bassora. Egli stima che vi siano 300 siti in tutto l’Irak contaminati da radiazioni da munizioni all’uranio impoverito. “Prima della guerra del Golfo, avevamo due o tre casi di pazienti affetti da tumore al mese, ora 30-35 persone muoiono ogni mese. I nostri studi indicano che una percentuale compresa tra il 40 e il 48% della popolazione avrà un cancro entro cinque anni”. Considerando che l’OMS quantificava la popolazione irachena attorno ai 33.765.000 abitanti nel 2013, si può stimare che circa 15 milioni di persone riceverà una diagnosi di cancro nei prossimi anni.
Inoltre, mai prima era stato rilevato un tasso così alto di spina bifida nei bambini, per esempio a Bassora e il tasso continua ad aumentare. Il numero di idrocefali (acqua nel cervello) nei neonati è sei volte superiore a Bassora che negli Stati Uniti e si riscontrano malformazioni note solamente nei manuali di medicina riscontrate nei bambini nati nei pressi dei siti dei test nucleari nel Pacifico: bambini con monconi al posto degli arti, intestini fuori dell’addome, tumori enormi, occhi fuori dalle orbite o con un solo occhio come ciclopi, o senza occhi, senza arti, bambini anencefalici (assenza di una gran parte del cervello e del cranio), o con gravi problemi respiratori, con tumori maligni molto aggressivi che implicano amputazioni. Questi sono solo alcuni esempi tra i tanti. Una specialista in pediatria presso il Fallujah General Hospital, la dottoressa Samira Alani, ha condotto un’indagine a seguito della proliferazione dei difetti di nascita a seguito dei bombardamenti degli Stati Uniti dal 2005.
La sua ricerca l’ha portata in Giappone dove ha incontrato i medici giapponesi che studiano il tasso di malformazioni nei neonati a causa delle radiazioni dei bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki. Il tasso di incidenza delle malformazioni a Hiroshima e Nagasaki è attualmente tra l’1 e il 2%. La dottoressa Alani ha rilevato che i casi di malformazioni congenite è pari al 14,7% sui bambini nati a Fallujah, vale a dire più di 14 volte la frequenza delle zone colpite in Giappone. I medici iracheni ritengono che i difetti di nascita siano aumentati in un range compreso tra le 2 e le 6 volte, e tra le 3 e 12 volte la probabilità per un bambino di sviluppare un cancro o la leucemia dal 1991. Un rapporto pubblicato su The Lancet nel 1998 dichiarava all’epoca che circa 500 bambini morivano ogni giorno a causa della guerra e delle sanzioni e che il tasso di mortalità dei bambini iracheni sotto i 5 anni di età era aumentato dal 23 per mille nel 1989 al 166 per mille nel 1993. Che dire nel 2015, sapendo che questa tendenza è in crescita?
(…)
Alla luce di questa tragedia oscurata dalle organizzazioni internazionali, ci sorge una domanda: qual è il ruolo preciso dell’OMS? La funzione di questa organizzazione che alimenta il pianeta con le sue campagne fasulle contro la polio, la lebbra, ecc. e impartisce lezioni a destra e a manca, è quella di nascondere un rapporto che incrimini un qualche governo? Lo sterminio del popolo iracheno mediante l’uso di uranio su larga scala da parte degli eserciti americani e britannici è un argomento che non rientra nelle norme dell’OMS e delle ONG dei “diritti”, facciate che l’Impero ha usato per radere al suolo l’Irak e molti altri Paesi e i cui effetti devastanti continueranno a colpire per secoli? Cos’è un’organizzazione che osa nascondere un rapporto che coinvolge i mostri che gestiscono Washington e Londra e nascondono i crimini efferati commessi contro le famiglie irachene, la natura e gli animali? Come può uno scienziato tollerare tali mostruosità?”

Da Insabbiato il rapporto dell’OMS sui crimini statunitensi in Irak, di Mohsen Abdelmoumen.
All’articolo originale è allegata la documentazione fotografica di alcuni esempi di malformazioni neonatali, la cui visione è sconsigliata ai deboli di stomaco.

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Irak: si avvicina la soluzione finale?

POP ART

Dall’agosto del 2014, gli Stati Uniti, col sostegno di una coalizione di 19 paesi, stanno conducendo un’intensa campagna di bombardamenti aerei contro l’Irak e la Siria – 16.000 attacchi aerei, come risulta da Defence News del 19 gennaio – con l’obiettivo di colpire i jihadisti del DAESH. Ѐ facile immaginare che questi bombardamenti abbiano fatto un gran numero di vittime. Ma i media non ne parlano e sugli effetti di questa guerra c’è il silenzio totale. Non solo dei media mainstream ma, questa volta, anche di gran parte dell’informazione ‘antisistema’. Come spiegare questo fenomeno?
Gli Stati Uniti hanno presentato il DAESH come una minaccia mondiale. Una minaccia così terrificante che potrebbe metter fine alla nostra civiltà. Nulla di nuovo, si obietterà. Dopo il nazismo e il comunismo, ecco un altro pericolo mondiale: il terrorismo islamico. Ma l’analogia è solo apparente. I pericoli del passato erano identificati in governi nemici che, per quanto demonizzati, conservavano la possibilità della trattativa.
Con l’avvento della ‘guerra infinita’ di Bush, all’indomani dell’11 settembre 2001, è nata una nuova categoria della storia: quella del nemico-con-cui-non-si-tratta. Da che mondo è mondo, qualunque guerra si era sempre conclusa con una trattativa e una ridefinizione territoriale che metteva fine alla guerra. Ora, il concetto di guerra-senza-fine necessita di un nuovo tipo di nemico: un nemico totalmente de-umanizzato, al di là di ogni possibilità di trattativa e di legalità.
Per creare un tal nemico c’è bisogno di metterne in evidenza la brutalità, la barbarie, la disumanità: ecco allora comparire i video sulle decapitazioni, i roghi nelle gabbie, le minacce alla civiltà occidentale, sempre in perfetto tempismo con l’inizio dei bombardamenti. Col Califfo del Terrore non è possibile nessuna trattativa. Dunque, la guerra continuerà. All’infinito.
Ma quest’opera di propaganda non sarebbe efficace se contemporaneamente non venissero nascosti i crimini dei ‘salvatori del mondo’ e questo spiega perfettamente perché le immagini delle migliaia di torture di Abu Ghraib non sono state più pubblicate, perché degli orrori dei bambini deformi che nascono in Irak dopo i bombardamenti con le ‘armi segrete’ degli ‘esportatori di democrazia’ non se ne parla, perché le migliaia di morti causate dagli attacchi dei droni vengono tenute nascoste. E spiega anche perché l’Irak viene giornalmente bombardato e non vediamo niente. Se vedessimo, le atrocità dei ‘liberatori’ metterebbero in ombra quelle del DAESH.
Ѐ una propaganda diabolica che è riuscita a far piazza pulita di ogni critica su questa guerra. Non c’è più nulla: né opposizione, né controinformazione, né manifestazioni. E mentre la soluzione finale per l’Irak si avvicina, anche questo drammatico articolo di Gilles Munier è stato ignorato.

Missili all’uranio impoverito contro lo Stato Islamico
di Gilles Munier

Un portavoce del Pentagono ha annunciato ad alcuni media scelti con cura – in videoconferenza e a condizione di non essere identificato! – che l’offensiva per riconquistare Mosul allo Stato Islamico verrà scatenata in aprile-maggio. Una forza di 25.000 uomini comprendente soldati governativi, peshmerga e miliziani si opporrà ai 2.000 jihadisti che tengono la città (stima della CIA).
L’offensiva potrebbe essere avviata per il 20 marzo, data del Nowruz del 2015 (festa di primavera, il nuovo anno persiano e curdo) con l’obiettivo di terminare prima dell’inizio del mese di Ramadan (circa il 17 giugno).
Ovviamente, gli eserciti della coalizione americana metteranno la loro potenza di fuoco aerea per aiutare i loro alleati ad avanzare. A questo proposito, bisogna segnalare lo squadrone di aerei da combattimento Fairchild A-10 Thunderbolt II, soprannominato Warthog (cinghiale) – basato in Kuwait – dotato di armi e di munizioni all’uranio impoverito (1).
Nonostante il disprezzo internazionale che circonda l’uso dell’uranio impoverito nel corso dei conflitti, gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia e Israele si sono opposti lo scorso ottobre a una risoluzione dell’ONU, sostenuta da 143 Paesi, mirante a regolamentare l’utilizzo di armi e di munizioni contenenti uranio impoverito (2).
Sir Hugh Beach, un generale britannico in pensione, ex-comandante vice capo delle forze di terra britanniche (1976-77), mette in guardia gli Stati Uniti e la Gran Bretagna contro l’uso di questo tipo di armi. La loro utilizzazione, ha detto, sarebbe “una vittoria di propaganda per i loro avversari” (3). Sapendo quello che è successo in Irak durante la seconda guerra del Golfo – e in particolare a Fallujah – bisogna temere il peggio per le popolazioni civili.

(1) http://www.aljazeera.com/humanrights/2014/10/us-deploys-du-aircraft-middle-east-201410287450282932.html
(2) http://www.un.org/press/fr/2014/agdsi3515.doc.htm
(3) http://www.bandepleteduranium.org/en/the-mods-nonsensical-faith-in-depleted-uranium

Fonte – introduzione e traduzione di M. Guidoni

“Gli USA uccisero Saddam Hussein solo per trarne profitto”

L’ex leader iracheno Saddam Hussein non fu giustiziato per i crimini commessi, ma per la sua opposizione a Wall Street, ha detto l’analista politico Caleb Maupin a RT. La messa all’asta del pezzo di corda con cui venne giustiziato ne è la prova, dice Maupin.

RT: La corda è attualmente in possesso dell’ex consigliere alla sicurezza nazionale; potrebbe dirci come sia arrivata nelle sue mani?
Caleb Maupin: Il modo in cui venne attuata l’esecuzione di Saddam Hussein è un modo pensato per fomentare la violenza settaria. Si trattò di un’esecuzione, messa in scena in modo formale. Somigliava quasi al linciaggio attuato da persone di gruppi etnici ostili che gli urlavano contro. E il fatto che la corda sia ora in vendita è proprio un’ulteriore conferma del fatto che l’esecuzione di Saddam Hussein non aveva niente a che fare con la giustizia quanto piuttosto col profitto.
L’Irak fu invaso perché aveva una compagnia petrolifera statale che faceva concorrenza alle banche e alle compagnie petrolifere di Wall Street. E Saddam Hussein fu giustiziato non per le atrocità che avrebbe commesso nel corso della guerra Irak-Iran, e nemmeno per altre atrocità attribuitegli. Egli venne ucciso per aver tenuto testa a Wall Street e per aver sfidato le forze che stanno attualmente governando il mondo, cioè le forze del denaro e del potere.

RT: Secondo i rapporti, vari richiedenti da Iran, Israele e Kuwait hanno offerto grosse somme di denaro per entrare in possesso della corda; quali sono le loro motivazioni?
CM: Quando Saddam Hussein era alleato degli USA durante la guerra Irak-Iran, almeno un milione di Iraniani perirono come risultato delle sue azioni. Ma allora era alleato degli USA. Questo è qualcosa che spesso i media USA non riportano, cioè che in un certo momento gli Stati Uniti erano vicini a Saddam Hussein ed erano alleati con lui.
Tuttavia, è importante rilevare come questo dimostri quanto la giustizia sia diventata a buon mercato, se hanno messo in offerta gli strumenti dell’esecuzione, per venderli. Il profitto domina su tutto – non c’è nulla di veramente sacro. Guardate tutti i paesi invasi dagli USA, che siano l’Irak o l’Afghanistan, la Libia, o la Jugoslavia, che hanno sofferto per i bombardamenti USA. Mai vi hanno portato stabilità, mai vi hanno portato pace, essi hanno solo aumentato il caos e la distruzione. La guerra è veramente motivata dal profitto e questo fatto ne è un’ulteriore dimostrazione.
Il popolo iracheno oggi vive in miseria; c’è una crisi di rifugiati. Almeno un milione di persone sono diventate profughi. Centinaia di migliaia sono morti. Questo è il risultato dell’invasione statunitense. E adesso il governo insediato dall’invasione USA è così corrotto da mettere addirittura in vendita su internet gli strumenti utilizzati per giustiziare Saddam Hussein.

RT: Alcuni attivisti dicono che quest’asta è disumana e che il denaro raccolto dovrebbe andare in beneficenza in Irak. Qual è la sua opinione?
CM: Tutta la faccenda di mettere all’asta gli strumenti di esecuzione è veramente perversa e illustra ciò di cui sono veramente capaci il neoliberismo e il capitalismo. Gli USA hanno detto che stavano invadendo l’Irak per portare la democrazia. In realtà non stavano invadendo l’Irak per portare la democrazia; essi stavano invadendo l’Irak per imporre il capitalismo occidentale e per imporre il ruolo delle banche occidentali al popolo iracheno. E questo è ciò che stiamo vedendo qui nel mondo occidentale: il mondo neoliberista; tutto è in vendita, tutto è in funzione del profitto. Ci sono prigioni per fare profitti, ci sono forze di polizia private, ci sono masse di poveri e senzatetto. Questa è la realtà, questo è il sistema che gli USA stavano esportando in Irak, e questo è solo un chiaro esempio di questo sistema.

Fonte – Traduzione di M. Guidoni