I pieni poteri


De iure, per far fronte all’epidemia di coronavirus, al presidente ungherese Viktor Orban sono stati assegnati dal parlamento i pieni poteri, la facoltà quindi di emanare decreti-legge sorpassando l’esame delle camere.
Immediata la reazione dei quotidiani e degli esponenti della “sinistra” liberal: “dittatore”, “despota”, “tiranno”…
Poche settimane fa il capo del governo della Repubblica Italiana ha deciso che, vista l’emergenza sanitaria in atto, il Parlamento non fosse più necessario, ha quindi iniziato a schierare soldati, droni, poliziotti, carabinieri e dir si voglia per tutta Italia, impedendo alla gente finanche l’ora d’aria concessa ai carcerati, minacciando con asperrime sanzioni chi osasse camminare sui monti o farsi una corsa in riva al fiume a suon di decreti d’emergenza.
Come hanno reagito i “paladini della democrazia” ad un gesto formalmente ben più dispotico ed autoritario di quello del presidente (liberista, è bene ricordarlo, e fortemente anti-socialista) Orban?
Silenzio assordante.
Anzi, non silenzio, ma folli grida lanciate dai balconi ai maledetti untori rei di passeggiare.
Qualche mese fa strillavano contro il Felpetta che aveva usato la locuzione “pieni poteri”, forse per sbaglio o forse con una certa malizia, ed ora, davanti ad un premier che de facto esercita pieni poteri, non accennano la minima protesta.
E quando questi droni non serviranno più a localizzare i runner, ma a pattugliare le strade in cerca di “sovversivi”, quando la polizia, alla quale battete le mani, vi massacrerà di botte quando sarete in piazza a chiedere pane e lavoro, quando quei bei soldati, feticcio onanistico per ogni buzzurro d’estrema destra, vi punteranno contro i loro lucenti fucili, ditemi, sarete ancora a gridare dai balconi?
Leonardo Sinigaglia

(Fonte)

Vinti ma di sicuro non peggiori dei vincitori

“Il 27 gennaio ultimo scorso, data dell’arrivo dell’Armata Rossa ai cancelli di Auschwitz, si è celebrato, come ogni anno, con grandissima partecipazione di congiunti, sopravvissuti, media e autorità, il “Giorno della Memoria”. Il 10 febbraio, poi, ci si è accapigliati sul “Giorno del Ricordo”, quello delle Foibe, nelle quali un sacco di strabici, dal Quirinale in giù, vogliono vedere sepolte solo vittime di Tito fiumane o triestine. Infine, Il 14 febbraio i fidanzati, gli sposi ancora in buona, gli amanti ancora entusiasti, si sono fatti gli auguri e i pensierini di San Valentino. Per il “Giorno della Rimembranza” che qui, seduta stante, proclamo e inauguro, siccome sono solo e resteremo pochini, voglio rifarmi a San Valentino, interpretata come giornata di chi si vuole bene.
A sfida delle zanne dei morsicatori del pensiero non unico, anzi, controverso, dichiaro che, insieme all’Italia, della quale mi auguro la difesa dell’identità millenaria e il ricupero della sovranità popolare e nazionale, voglio molto bene alla Germania, per la quale formulo gli stessi auguri. E’ in massima parte a questo paese, vindice, insieme ad altre nazioni, della grande civiltà europea (tagliando via guerre e colonialismi), terra di pensatori senza uguali, esploratori dell’animo umano, terra di grandi foreste integre e di grandi fiumi andati a fare le vene d’Europa, che dedico il “Giorno della Rimembranza”. Se non altro perché è il giorno dei vinti e, di conseguenza, non se lo fila nessuno. E’ a dispetto di questo cielo di soli artificiali, che vanno sostituendo quello naturale e la sua giusta luce, che certe storie, certi crimini, certe sofferenze, vanno ricuperate, riscritte, scolpite nella Storia accanto a quelle accettate e consacrate. Non sempre a ragione. Con almeno uguale dignità. E i negazionisti, quelli che negano il diritto a studiare, rivedere e riscrivere la Storia, peste li colga.
Il mio “Giorno della Rimembranza”, coincide – guarda il caso! – con le 48 ore, dal 13 al 14 febbraio 1945, in cui migliaia di carnefici in volo, della RAF e dell’USAAF, spediti da Churchill, hanno cancellato dalla faccia della Terra Dresda, il più prezioso gioiello barocco d’Europa. E poi anche Lipsia e Berlino e Amburgo e Monaco…. Forse questo mio “Giorno della Rimembranza” è balenato anche a quelli che recentemente in Germania Est, belli o brutti che fossero, non hanno votato come si converrebbe. Come sarebbe andata bene alle signore e ai signori del vero e del giusto, dei sacrosanti giorni della memoria e del ricordo, dalla Merkel alla Von der Leyen, da Macron a Mattarella, da Stoltenberg (NATO) al “manifesto”. E, dunque, senza nemmeno andare a vedere cosa dicono e cosa vogliono, e perché siano tanti e crescano, e per quali regioni detestino il governo che li ha annessi e colonizzati, questi depravati sono stati sotterrati sotto una slavina di “fascisti”, “neonazisti”, “razzisti”.
Io mi riservo di studiare chi e perché stia vincendo elezioni in Germania Est, mentre ho già un’ideuzza del perché vadano scemando i voti operai e proletari di SPD e CDU, forze di un capitalismo cannibale nei confronti dei propri fratelli, anche se meno esplosivo e incendiario degli aerei alleati. Forze predatrici che di una DDR, in cui nessuno aveva troppo e nessuno troppo poco, hanno distrutto, rubato, devastato tutto e quel che restava l’hanno portato via. Proprio come certi compari dall’URSS-Russia al tempo di Eltsin.
Detto questo per placare eventuali indignazioni, spiego perché alla Germania, ai tedeschi voglio bene. Non è questione di sangue. Miei avi paterni della Savoia e materni di origine francese ugonotta, poi trapiantati sul Reno, non c’entrano niente. C’entra che io, al tempo di Dresda immolata, insieme a centinaia di città, paesi, borghi, in Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, con una potenza di fuoco e di esplosivo ad altissimo potenziale, mai visto in nessuna guerra, da quelle parti c’ero. Piccolino, ma c’ero, vedevo, capivo. Mio padre era sotto le armi e fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre. Il resto della famiglia, madre, sorella, io, era scampata nelle Alpi Bavaresi dai bombardamenti su Napoli. Anche per stare vicino a mio padre, detenuto a Wiesbaden. Ma gli Italiani erano passati da mercenari di Hitler, a mercenari di Churchill e Roosevelt. Perdemmo lo stato di alleati e assumemmo quello di nemici. E fummo costretti al domicilio coatto, poi molto alleggerito. Mio padre fu rilasciato dopo nove mesi di agiata prigionia in un hotel di Wiesbaden e rimandato in Italia. Noi no.
(…)
Con 11 anni, a Dresda non c’ero. Ma ne ho assaporato la carne bruciata. Più o meno negli stessi giorni, sul paese dove eravamo stati confinati, calavano gli Spitfire a mitragliare la gente. Di soldati non ce n’erano più. Raccoglievamo nei campi le loro armi abbandonate. E neanche di uomini tra i 14 e i 65 anni. Tutti richiamati per l’estrema, assurda, difesa, noi bambini delle Medie facevamo da Protezione Civile: a secchiate spegnavamo gli incendi e a braccia raccoglievamo feriti e morti. Così anche, nell’insediamento di baracche tirate su per i rifugiati dalle bombe su Duesseldorf e mitragliate pochi minuti prima, un mio compagno di classe di 11 anni. Col ventre squarciato e gli occhi spalancati sul cielo. Un altro mio compagno volò in cielo col ponte sul Meno fatto saltare da uno scellerato comandante tedesco in ritirata.
Questo “Giorno della Rimembranza” per civili tedeschi senza lapidi e senza onoranze vale anche per tutte le altre città tedesche, perlopiù, come Dresda, completamente prive di significato e presenza militare. Non si trattava di distruggere una Wehrmacht ormai allo sbando. Io, in molte di quelle altre città sono capitato mentre venivano rase al suolo dagli esplosivi, o rese macabri scheletri dalle bombe incendiarie. Non avremmo mai più rivisto il gotico, il neoclassico, il Biedermeyer, il rococò, il liberty, di Francoforte, Magonza, Koblenza, Colonia, Monaco, Wuerzburg, quella con la reggia affrescata dal Tiepolo. La Germania raccontata da Goethe, E.T.A Hoffmann, Brentano, Heine…non l’avrebbe più vista nessuno. Vedevamo le bombe scendere a grappolo, a stormi, a migliaia. Mia madre evitava i rifugi: “Meglio morire all’aria aperta, piuttosto che lì sotto, come topi”. E dopo ogni bombardamento ci trascinava via, verso luoghi “più sicuri”, che poi non lo erano. Ricordo una strada in centro, pochi minuti dopo che la sirena aveva suonato il cessato allarme. Era attraversata da voragini e fiancheggiata da macerie, palazzi con finestre che parevano gli occhi vuoti delle maschere greche, ancora fiamme qua e là ad arrossare interni, cavalli con le pance squarciate al lato della strada, sempre con quegli occhi enormi, vivi, che non capiscono.
(…) Prendevo lezioni private di Inglese da un giovane ebreo, si chiamava Ludwig Haas. Era sempre preoccupato, si muoveva con circospezione, ma nessuno nel paese gli ha mai torto un capello. Lo coprivano. Altrove era diverso, si sa. Avevamo la tessera annonaria, come tutti, ma quella per stranieri, più avara, da mera sopravvivenza. Mia madre ci portava in campagna a scambiare un suo vestito di seta con due panetti di burro e sei uova. Si friggeva con i resti del surrogato di caffè. Si mangiavano ortiche colte al lato della strada. Il calo delle difese immunitarie causava epidemie. Il tifo lo presi anch’io, come tanti, anche nei campi di concentramento. Mi salvai perché gli Americani, a fine 1946, dopo averci trattenuti per oltre un anno, sempre in regime di fame, più qualche chewing gum (che io mi rifiutavo di accettare dai GIs), perché, stranamente, considerati non badogliani, ma mussoliniani, finalmente ci permisero di rimpatriare.
Ma la gente del posto ci diede un’abitazione per pochissimi soldi. Un imprenditore del mobile ce la arredò gratis. I libri di scuola mi venivano regalati da compagni più avanti. Con qualcuno mi picchiai perché mi urlavano dietro “Badoglio!” Ma c’era tanta amicizia ed escursioni nei boschi e sul fiume. Le secche zitelle verduraie vicino a casa mia ci regalavano pomodori e cetrioli e mi insegnarono a coltivarli in un pezzetto del loro vivaio. La panettiera, grande, grossa, rubizza e tenera, ci dava sempre qualche panino in più, oltre la tessera annonaria. Così il salumiere dei Wuerstel. E il lattaio, un po’ matto, finchè ce n’era. Poi se lo portò via il “Volkssturm”, l’ultima chiamata alle armi, dei vecchi e dei ragazzini. Il mio “Giorno della Rimembranza” lo dedico anche a questi miei “concittadini”. Vittime, come tutti noi. E vinti. Ma di sicuro non peggiori dei vincitori.”

Da Mi faccio il “Giorno della Rimembranza”. Il giorno della memoria dei vincitori, 365 giorni dell’oblio dei vinti, di Fulvio Grimaldi.

La loro “libertà” non è la nostra libertà


“In precedenza, veniva fatto regolarmente e funzionava: l’Occidente identificava un Paese come nemico, scatenava la sua propaganda professionale contro di lui, quindi somministrava una serie di sanzioni, affamando e uccidendo bambini, anziani e altri gruppi vulnerabili. Se il Paese non fosse crollato in pochi mesi o anni, sarebbero iniziati i bombardamenti. E la nazione, totalmente scossa, nel dolore e nell’impotenza, crollava come un castello di carte, una volta sbarcati i primi soldati della NATO.
Tali scenari sono stati ripetuti più volte dalla Jugoslavia all’Iraq.
Ma all’improvviso è successo qualcosa di importante. Questa terrificante anarchia, questo caos si è fermato; è stato scoraggiato.
L’Occidente continua a usare la stessa tattica, cerca di terrorizzare Paesi indipendenti, spaventare la gente, rovesciare ciò che definisce “regimi”, ma il suo potere mostruosamente distruttivo è diventato improvvisamente inefficace.
Colpisce e la nazione attaccata trema, grida, versa sangue, ma si rialza in piedi, orgogliosamente.
Quello che stiamo vivendo è un grande momento nella storia umana. L’imperialismo non è stato ancora sconfitto, ma perde la sua presa globale sul potere.
Ora dobbiamo capire chiaramente “perché” per poter continuare la nostra lotta, con ancora più determinazione, con ancora più efficienza.”

All’improvviso, l’Occidente non riesce più a rovesciare i “regimi” di Andre Vltchek, continua qui.

Ci venderanno la moto ma non ci lasceranno mai salire sui loro yachts

“Sono passati 24 anni dalla prima edizione del libro Come ci vendono la moto (sottotitolo “Informazione, concentramento e potere dei media”, n.d.t.) di Noam Chomsky e Ignacio Ramonet. Il giorno per giorno continua a dimostrarci insistentemente che l’industria di vendita di moto truccate è sempre in auge e che ha molti acquirenti.
Il caso della Repubblica Bolivariana del Venezuela è solo uno in più nell’universo della distorsione dell’informazione. In effetti i messaggi che annunciatori, opinionisti, politici, governi e altri rappresentanti della borghesia stanno riversando in questi giorni non sorprendono per nulla. Fanno arrabbiare, ma non sono niente di nuovo. Devono vendere la loro moto, il loro prodotto, in questo caso la re-instaurazione di un modello neoliberista al servizio del capitale, avvolto nella carta della democrazia e della libertà.
Preoccupano di più, invece, la maggioranza disposta a comprare questo prodotto e a fare propaganda gratuita per esso, cercando di convincere i suoi simili della necessità e della bontà della moto truccata, ripetendo all’infinito gli slogans pubblicitari della casa commerciale. E, più ancora, quando queste persone si dicono progressiste e preoccupate dei problemi della società e del mondo.
L’acquirente di moto truccate parla del regime di Maduro, del suo governo autoritario e dittatoriale, e ripete senza fine che sono necessarie elezioni libere. Ma non si è scomodato a verificare come si sono svolti i processi elettorali in Venezuela negli ultimi vent’anni e come il chavismo abbia vinto 19 competizioni elettorali ed un referendum revocatorio e ne abbia perso solo due, alla presenza di osservatori internazionali che hanno garantito tali processi elettorali.
Non si è scomodato neppure a verificare la percentuale di appoggio ottenuto nelle elezioni del 2018 da Maduro tra i votanti (67,8%) e sui votanti in totale (44,5%); percentuali maggiori di quelle di Trump (46,09% e 27,2%), Duque – Colombia (54,0% e 28,7%), Macri – Argentina(51,3% e 40,4%), Bolsonaro – Brasile (55,13% e 39,23%), Rajoy – Spagna (33,0% e 21,7%) o Urkullu – Spagna (37,36% e 22,3%), nelle loro rispettive ultime elezioni.
Il fatto è che informarsi esige di disturbarsi a farlo, ed è sempre più facile e comodo ripetere frasi semplicistiche. Conoscere la realtà, cercare di informarsi al di là degli slogans di 20 secondi, dei messaggi di Twitter o dei video di provenienza sconosciuta distribuiti dalle reti social, mette allo scoperto nuovi aspetti da considerare, genera dubbi e mette in discussione letture categoriche.
E’ più comodo, produce meno contraddizioni e meno insicurezza far partire la moto truccata e circolare con essa, nonostante non si sappia bene chi ce l’ha venduta, se le caratteristiche tecniche sono realmente quelle che ci hanno detto e se ci porterà dove dobbiamo andare.”

Venezuela: compratori di discorsi altrui, di Iñaki Etaio continua qui.

La Santa Democrazia


“Il principale nemico dell’umanità negli ultimi decenni non è stato il terrorismo ma la Santa Democrazia. Così si potrebbe dire, se si credesse davvero nella Santa Democrazia e non la si ritenesse una maschera e un pretesto.
Questa maschera e questo pretesto sono stati utilizzati per condurre le guerre dell’Impero, quelle palesi e quelle occulte. Sono stati utilizzati per giustificare embarghi e boicottaggi e distruggere l’economia dei Paesi refrattari all’Impero e il benessere dei loro popoli; per bombardarli e invaderli; per condurre in tutto il mondo campagne di propaganda contro gli Stati che cercavano di sottrarsi alla colonizzazione occidentale e alla rapina delle loro risorse.
Dall’Irak allo Zimbabwe, dal Congo al Sudan, dalla Jugoslavia all’Iran, da Cuba alla Birmania, dalla Cina alla Russia all’Afganistan, chiunque rifiutasse il dominio delle multinazionali occidentali, e che fosse dominio incondizionato senza limiti né regole, diventava uno “Stato canaglia” e veniva fatto oggetto, prima di un vero e proprio linciaggio mediatico, poi di guerra vera, dichiarata o non ma con morti veri, stragi, distruzioni, assassinii, quando non stermini senza limiti.
Non importava e non importa che tipo di Paese sia, come sia organizzato, se sia o no democratico nel senso capitalista del termine, cioè se ci sia la possibilità di fondare partiti che facciano l’interesse dei padroni e che si presentino alle elezioni e stampino giornali e abbiano televisioni. Non importa, a meno che quei partiti non vincano le elezioni e si insedino al governo e offrano il paese alle orde multinazionali.
“Democrazia” è diventata ormai una parola vuota ma una minaccia piena d’orrore. Come fu per “eresia” in secoli non così lontani.
La Russia di Eltsin, che faceva bombardare il parlamento ma lasciava rapinare allegramente il proprio Paese da multinazionali e mafie, era un Paese democratico. La Russia di Putin e Medvedev, che mantengono lo stesso ordinamento politico ma che hanno riportato nelle mani dello Stato l’economia del Paese, diventa automaticamente “un regime autoritario”.
I paladini della Santa Democrazia passano il loro tempo a ordire e organizzare colpi di Stato, assassinii politici, attentati terroristici, in tre quarti del mondo. Organizzano eserciti di mercenari criminali, che una volta chiamavamo “squadroni della morte” ma che oggi, a furia di progredire, chiamiamo “contractors”, per torturare, massacrare, trucidare, terrorizzare popolazioni inermi, al solo scopo di demoralizzare la resistenza di quei popoli o di destabilizzare governi e Stati che fanno qualche passo verso l’indipendenza economica e politica dall’Impero, verso un ordinamento sociale un po’ meno capitalista. In Nicaragua negli anni ottanta i contras, addestrati, armati, comandati dagli USA, lottavano per la democrazia.
Uccidendo in tre anni ottomila civili e novecentodieci funzionari statali. Gli ottomila civili erano sindacalisti, attivisti politici, famiglie di sindacalisti e attivisti politici, contadini di tutte le età e i sessi, villaggi interi di contadini compresi i bambini. I funzionari statali erano maestri, medici, infermieri mandati dal governo nei villaggi contadini, spesso volontari che volevano dare il proprio contributo alla crescita umana e culturale del Paese in cui vivevano.
Lottavano, i contras, contro il governo sandinista, e uccidevano nei modi più efferati per creare e diffondere panico e terrore, demoralizzazione, paura. Quella paura continua e totale che fa preferire la schiavitù alla libertà.
Ma non voglio e non posso fare un elenco dei crimini della Santa Democrazia. William Blum, ex funzionario del Dipartimento di Stato USA, ci ha provato, limitandosi appunto alla politica USA e utilizzando solo i documenti CIA dissecretati, e gli è venuto un libro di settecento pagine.
Il problema più grave oggi, però, per noi popoli dei Paesi santamente democratici, è che il mito della Santa Democrazia è ormai diffuso tra tutti noi. Grazie all’informazione e ai suoi mezzi, siamo diventati tutti paladini della Santa Democrazia. Un tempo invece molti di noi avrebbero lottato a fianco dei Paesi attaccati dall’Impero. Un tempo molti di noi avrebbero subito rizzato le orecchie, sentendo i giornali e le televisioni dell’Impero iniziare a sbraitare monotonamente e senza tregua contro il governo di un Paese non in linea con gli interessi dell’imperialismo.
Come una volpe rizza le orecchie al latrare dei cani e al corno del cacciatore, sapendo che è l’inizio della caccia e che, se anche quel giorno non toccherà a lei, toccherà a una sua simile.
Forse è solo questo il problema: non ci sentiamo più simili ai popoli sfruttati, né a quelli che rifiutano di essere sfruttati dai nostri Paesi, o meglio dai nostri padroni.
Forse ci sentiamo più simili al cacciatore. O almeno ai cani.”

Da Scemi di guerra, di Sonia Savioli, Edizioni Punto Rosso, pp. 195-196.

Guerra, dittatura, democrazia: cercate l’errore

“Col 40% del totale delle spese militari mondiali e 725 basi militari all’estero, gli USA difendono eroicamente la pace nel mondo. Con 4 basi militari all’estero e un budget militare che rappresenta 1/13 di quello degli USA, è evidente che la Russia prepari l’apocalisse. Se le manovre della NATO vengono fatte proprio alle frontiere occidentali della Russia, è per impedire a Mosca di fare lo stesso alla frontiera messicana. Se gli USA hanno 12 portaerei, è per difendere le loro frontiere, mentre l’unica portaerei russa, si sa bene, è ormeggiata davanti a Manhattan. Se Washington utilizza i terroristi in Siria, è per contribuire alla stabilità del Medio Oriente, mentre Mosca si propone solo di saccheggiare le risorse petrolifere della regione. Ecco, la messa è detta. Che il nostro analista de La Croix se rassicuri: “l’ordine mondiale liberale” caro al suo cuore è ben custodito.
Da mezzo secolo, Cubani, Vietnamiti, Cileni, Nicaraguensi, Somali, Sudanesi, Iracheni, Afghani, Libici, Venezuelani, Siriani e Yemeniti avrebbero volentieri fatto a meno della generosità dello zio Sam. Ma è più forte di lui. Il leader del “mondo libero” non può fare a meno di far loro assaporare le virtù pedagogiche del napalm, dell’agente Arancio, dei B-52, delle munizioni a uranio impoverito, degli embargo “per la pace” e dei bombardamenti “per la democrazia”, per non parlare delle orde di Al-Qaeda e dei suoi alter-ego lanciati come una nube di cavallette per seminare il “caos costruttivo” e preparare il “nuovo ordine mondiale”. Non ci riesce proprio. Di fronte a tali fuochi di artificio, due cose sono certe. Resi martiri dai loro “salvatori”, questi popoli sono stufi dei “valori universali” portati dall’Occidente, e sono favorevoli all’avvio di un inizio di “minaccia” russa o cinese.
Perché le “potenze revisioniste” hanno un orribile difetto: non si ingeriscono negli affari interni degli altri. La Cina, tanto quanto la Russia, non cerca di espandersi al di là della sua sfera di influenza naturale. Non pratica il “regime change” all’estero. A voi non piacerebbe vivere come i Cinesi? Nessun problema, non hanno alcuna intenzione di assimilarvi. L’Impero di Mezzo non fa proselitismo. Gli Occidentali vogliono esportare la democrazia per massimizzare i loro profitti, mentre i Cinesi vogliono massimizzare i loro profitti per sviluppare il loro Paese. Negli ultimi 30 anni, la Cina non ha fatto alcuna guerra ed ha moltiplicato il suo PIL per 17. Nello stesso periodo, gli USA hanno fatto una decina di guerre e aggravato il loro declino. I Cinesi hanno salvato 700 milioni di persone dalla povertà, mentre gli USA destabilizzano l’economia mondiale vivendo a credito. Il risultato è che, in Cina, la miseria diminuisce, mentre negli USA cresce. Gli USA sono una “democrazia”, ma vi rovinano la vita. La Cina è una “dittatura”, ma vi dà la pace. Alla fine, non è tutto così male nel “revisionismo”!”

Da Elogio delle Potenze non democratiche, di Bruno Guigue.

 

Portella della Ginestra strage fascista?

“La riflessione prende spunto da un articolo di Simona Zecchi, nel quale la bravissima giornalista ricorda con lucidità e aderenza alla verità la strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947.
Simona Zecchi, nel suo articolo, denuncia che a distanza di 70 anni dal fatto, lo Stato italiano non ha ancora reso pubblici tutti i documenti che ad esso si riferiscono.
C’è da aggiungere che è stato un governo italiano di centrosinistra a chiedere a quello americano di non rendere pubblici i documenti della CIA di quel periodo, in particolare quelli riferiti alle elezioni politiche del 1948.
Si devono piangere i morti ma non si deve dire perché sono morti e, soprattutto, chi li ha fatti morire.
La storia di Salvatore Giuliano è quella di un giovane mafioso che è stato usato dalla politica e dalle forze di sicurezza dell’epoca (servizi segreti, carabinieri e polizia) per contenere l’avanzata elettorale dei Partiti comunista e socialista.
La Sicilia e la Sardegna, difatti, dovevano servire come base per l’eventuale riconquista del territorio peninsulare se fosse caduto nelle mani dei comunisti sostenuti dall’Unione Sovietica e dalla Jugoslavia.
Bloccare i comunisti e i socialisti loro alleati in Sicilia non era, quindi, solo un problema politico ma anche militare.
Il compito di controllare il territorio, mantenere l’ordine pubblico, contrastare il comunismo, Alcide De Gasperi in nome dello Stato italiano lo ha affidato, con la benedizione del Vaticano, alla mafia.
Non a caso la prima base della cosiddetta “Gladio” in Sicilia è stata costituita nel 1987. A svolgere il ruolo ed assolvere i compiti dei “gladiatori” in Sicilia fino a quel momento era stato la mafia.
Portella della Ginestra è stata, di conseguenza, la prima strage di Stato compiuta per finalità esclusivamente politiche, a vantaggio della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati.
Questa è la verità.
Non bisogna farsi confondere dal numero degli attori che hanno partecipato ai fatti, perché si rischia di attribuire ad altri le responsabilità che sono esclusivamente governative.
L’ispettore generale di PS Ciro Verdiani, che è stato in contatto con Salvatore Giuliano fino al giorno primo della sua morte per indurlo ad abbandonare la Sicilia e rifugiarsi all’estero, al processo di Viterbo ha dichiarato di aver sempre tenuto informato l’allora ministro degli Interni Mario Scelba.
Non è stato smentito.
Il libro di Casarrubea e Cereghino, giustamente citato da Simone Zecchi, è però fuorviante anche nel titolo, “Lupara nera”, perché attribuisce agli uomini della Decima Mas, considerati “neofascisti”, un ruolo che, se ricoperto, rispondeva alle esigenze di un regime e di uno Stato che erano ormai antifascisti.
È sbagliato considerare tutti coloro che hanno aderito alla Repubblica Sociale Italiana come “fascisti”.
Tanti vi hanno aderito solo perché si trovavano al di qua della Linea Gotica, tanti per opportunismo, tanti per condurre il doppio-gioco, tanti hanno trovato comodo tradire man mano che si delineava la vittoria alleata.
Il reparto della divisione “Decima”, preposto all’addestramento dei sabotatori ed al loro invio dietro le linee alleate, quello di cui avrebbero fatto parte i “gladiatori” ante litteram della Decima, il battaglione “Vega”, era diretto dal capitano di vascello Mario Rossi, imposto al comando dal principe Junio Valerio Borghese, che lavorava per l’OSS e per James Jesus Angleton.
Il 25 aprile 1945, Mario Rossi se ne andò a casa propria, e Genova, e nessuno è mai andato a cercarlo.
Decima o non Decima, lupara rimane bianca, se si vuole affermare la verità.
Spacciare Portella della Ginestra come strage “fascista” vuole dire favorire l’impunità dei mandanti che fascisti non erano.
Prova ne sia che la verità ancora non si conosce per scelta di governi di centro, di centro-destra, di centro-sinistra all’interno dei quali non risulta che abbiano mai ricoperto incarichi fascisti o presunti tali.
Se leggiamo i fatti per come si sono svolti, la tattica tanto cara ai politici italiani dei “chiagne e fotte” non darà più risultati.
E sarà un bene, per i vivi e per i morti.”

Da “Chiagne e fotte” di Vincenzo Vinciguerra.

L’unica riconciliazione possibile

“Verificata la possibilità di ottenere i voti di poco più di un milione di Italiani che, abbagliati dalla propaganda antifascista, lo vedevano come l’erede del fascismo, il Movimento Sociale Italiano si offre come ruota di scorta della Democrazia Cristiana con i cui attivisti svolge la campagna elettorale della primavera del 1948 con lo slogan “Chi vota DC vota bene, chi vota MSI vota meglio”.
Dopo, più si allontana dai postulati dottrinari ed ideologici del fascismo più s’impegna nel campo attivistico contro il Partito Comunista per rendersi strumento prezioso ed indispensabile dell’alta borghesia e del Vaticano, non trascurando di servire gli interessi degli Stati Uniti e della neo-costituita Alleanza Atlantica.
Si viene, in questo modo, a formare un “neo-fascismo” di propaganda al servizio dell’antifascismo cattolico e liberale al potere.
Già negli anni Cinquanta, il MSI è solo un partito di estrema destra senza più legami ideologici e storici con il fascismo mussoliniano e rivoluzionario che considerava la borghesia la “rovina dell’Italia” e che aveva invitato i propri militanti ad aderire al Partito Socialista di Unità Proletaria di Pietro Nenni.
Del resto, la Democrazia Cristiana guidata dalla gesuitica politica vaticana la sua riconciliazione l’aveva portata avanti, per fini elettoralistici, fin dal febbraio del 1946, quando aveva chiamato alla leva tutti quei giovani che avevano fatto parte delle Forze Armate repubblicane [si intenda Repubblica Sociale Italiana – n.d.r.].
Erano seguiti la fine dell’operazione, il reimpiego dei licenziati, il reintegro nelle Forze Armate di quanti avevano pur giurato fedeltà allo Stato repubblicano, riconoscimenti pensionistici e quanto altro poteva servire per dimostrare che per la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati la guerra civile italiana era solo un ricordo.
Lo stesso Movimento Sociale Italiano era ritenuto, giustamente, forza politica di sostegno esterno ai governi democristiani e, forse, sarebbe riuscito perfino ad ottenere qualche sottosegretariato se lo scarso seguito elettorale suo e dei partiti laici non avesse convinto Aldo Moro a varare la politica di centro-sinistra con la benedizione dell’amministrazione Kennedy ed il contributo decisivo della CIA.
Un partito di estrema destra che rappresentava solo sé stesso non poteva rappresentare la controparte fascista all’antifascismo perché era al servizio, anche segreto, delle sue componenti cattoliche e liberali.
Quale conciliazione si sarebbe mai potuta fare con una forza fascista che non esisteva se non nelle manifestazioni esteriori di un partito che ingannava i suoi elettori autorizzando saluti romani e slogan nostalgici alle sue manifestazioni salvo servire gli interessi del potere antifascista?
Una commedia all’italiana, una tragica commedia che ha raggiunto il suo apice con i grotteschi abbracci fra reduci della RSI e delle forze di liberazione nel 1994 quando il pregiudicato Silvio Berlusconi sdoganò il Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale per farne il proprio alleato politico.
Non passarono due anni che tutti i “fascisti” del MSI-DN, a partire dal loro segretario nazionale, Gianfranco Fini, si volsero in antifascisti condannando esplicitamente il fascismo ritenuto il “male assoluto”.
A quel punto, non si comprende con chi gli antifascisti avrebbero potuto riconciliarsi, se non con i sparuti gruppuscoli di estrema destra che ostentavano di restare fedeli al Movimento Sociale Italiano che mai era stato fascista.
In realtà, l’unica riconciliazione possibile in questo Paese sarebbe quella con la storia che andrebbe raccontata secondo verità.
Ma questo non è possibile perché il potere antifascista si regge sulla menzogna.
E per non smentirsi inventa l’esistenza, ancora nel 2017, di temibili gruppi “fascisti” la cui unica attività è quella di presentarsi ogni anno, almeno a Milano, nella parte del cimitero riservata ai caduti della RSI per offenderne la memoria con il saluto romano.
Per il resto dell’anno brigano con La Russa, Alemanno, Meloni, Salvini con i quali devono salvare l’Italia da migranti, zingari e barboni.
Anche le pulci reclamano un palcoscenico saltellando fra i piedi dei Pulcinella e degli Arlecchino nazionali.
Nessuna riconciliazione nazionale, quindi, è mai stata fatta e mai potrà essere fatta in un Paese in cui solo i morti rimangono coerenti: così per i fascisti, così per i comunisti, così per i “terroristi”.
Per i pochissimi che non rinnegano, non ripudiano, non si dissociano rimane la prospettiva consolante di morire in una solitudine orgogliosa, dimenticati nel tempo presente perché mai vinti.
Ed è quello che alla fine conta.”

Da Riconciliazione, di Vincenzo Vinciguerra.

In dialogo con Giancarlo Paciello

Proponiamo ai nostri lettori le risposte fornite dall’amico Giancarlo Paciello a quattro domande che gli abbiamo sottoposto a seguito della pubblicazione del suo No alla globalizzazione dell’indifferenza, presso l’editrice Petite Plaisance.
Buona lettura!

***

Caro Federico, a tener conto dei punti interrogativi mi poni quattro domande. Le domande che mi fai sono decisamente di più. Ripercorrerò perciò il tuo testo e cercherò di rispondere, cercando di includere tutto, ove possibile, nel quadro della riflessione che mi ha spinto a scrivere No alla globalizzazione dell’indifferenza.
La genesi del libro, come si legge nella premessa, da te molto gentilmente pubblicata nel tuo blog, è la richiesta esplicita di mia figlia, che dopo aver letto le mie considerazioni sull’assassinio di Gheddafi nell’ottobre del 2011, mi sollecitava ad esporre le mie convinzioni universalistiche chiaramente inconciliabili con una teoria dei diritti umani del tutto prona agli interessi dell’imperialismo statunitense. Certo di poter contare sul sostegno del mio amico, ma soprattutto grande filosofo, Costanzo Preve, accettai la sfida.
Ma, l’uomo propone e … dio dispone!
Il 23 novembre del 2013, Costanzo, provato da tutta una serie di vicissitudini ospedaliere, ci ha lasciato e io mi sono trovato, da solo, di fronte al problema. Il compito restava dei più difficili, anche se la collaborazione con Costanzo, sulla base prevalente di una corrispondenza epistolare e qualche mia scappata a Torino, dove vive mia figlia, mi aveva però permesso di gettare le basi per un solido saggio di risposta alla sollecitazione filiale.
Ho riordinato le idee e pazientemente ho affrontato uno studio sull’universalismo, che faceva comunque parte del mio bagaglio culturale. Senza mai allontanarmi dalla storia, e recuperando i termini di una polemica filosofica di oltre duemila e cinquecento anni. L’intento dichiarato era quello di gettare un ponte fra la mia cultura, formatasi all’interno della Guerra Fredda e quella di mia figlia e dei suoi coetanei, che si era andata determinando all’interno della globalizzazione. Due cicli storici a dir poco antitetici, il secondo dei quali, quello che stiamo vivendo, caratterizzato da un individualismo sfrenato.
E il capitolo iniziale “Da un ciclo storico all’altro” costituisce la struttura portante di tutta l’argomentazione del libro, anticapitalistica e anticrematistica in senso assoluto, contro un capitalismo che ha raggiunto livelli di pericolosità per la specie umana che neanche la follia delle bombe di Hiroshima e Nagasaki potevano far ipotizzare. Continua a leggere

La Russia, un baluardo contro l’Impero

“Lo scenario politico internazionale nella nostra epoca può forse avere qualche analogia con quello realizzatosi alla vigilia della prima guerra mondiale, ma le divergenze sono di gran lunga più numerose delle somiglianze. A quel tempo esistevano numerose grandi potenze, ciascuna al centro di un impero coloniale. Queste potenze da un lato avevano aspirazioni egemoniche ma non universalistiche (la Germania voleva strappare colonie al Regno Unito, assaltare il “potere mondiale”, ma non conquistare il Regno Unito), dall’altro tendevano a formare blocchi di alleanze, concentrazioni di forza economica, politica e militare in linea di massima equivalenti. Era l’età degli imperialismi. Oggi esiste un solo centro di potere mondiale le cui ambizioni territoriali, economiche e culturali sono illimitate: è l’età dell’Impero. Ignorare, nel 2017, l’esistenza di questo sistema di potere, significa farsi sfuggire non un dettaglio, ma la caratteristica capitale del mondo contemporaneo, caratteristica peraltro già indagata in lungo ed in largo da decenni.
Cos’ è l’Impero?
(…)
E’ la “democrazia totalitaria” profetizzata da Alexander Zinov’ev nel 1999 ed oggi pienamente realizzata. Per quanto ciò sembri paradossale il cosiddetto “totalitarismo” (nel senso di assorbimento totale di ogni aspetto della vita umana in un’unica dimensione economica, politica, ideologica ed etica), strumento concettuale brandito dal liberalismo per legittimarsi, non si è mai realizzato in forma storicamente tanto perfetta quanto lo è oggi, sotto l’Impero del liberalismo stesso.
Questi i tratti essenziali, a cui è utile aggiungere alcuni importanti dettagli.
Nel tempo dell’Impero esistono ancora, di nome, imperialismo, fascismo, ed estremismo religioso. Ma si tratta di copie sbiadite degli omonimi fenomeni del secolo scorso. Di zombie che l’Impero utilizza per conseguire i suoi fini. La stessa “nazione indispensabile”, gli Stati Uniti d’America, non può adottare indirizzi strategici contrastanti con le logiche del potere globale, senza precipitare (come mostra il caso Trump) in una gravissima crisi istituzionale. La dirigenza americana inclina pericolosamente verso il protezionismo? Sarà la centrale europea a far da sponda, fino a che i globalisti d’oltre atlantico non avranno “risolto”, con le buone o con le cattive, l’errore di percorso. L’Impero uniforme ed orizzontale non teme nessuna crisi locale.
Ove si presentano aree di resistenza economica, politica e culturale, l’Impero interverrà suscitando nazionalismo, fondamentalismo o terrorismo, che verranno utilizzati di volta in volta per frantumare e digerire queste sacche (Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina…) o per alimentare la lealtà ed il conformismo delle popolazioni terrorizzate. Ove la guerra ibrida non sia possibile o conveniente, e l’ Impero sia costretto ad un intervento diretto, lo strumento utilizzato non sarà la “guerra” che presuppone un riconoscimento implicito del nemico, ma l’“operazione di polizia internazionale” espressione che abolisce la politica estera declassandola a questione di ordine pubblico discendente da un’unica fonte di legittimazione imperiale. La convergenza ideale e pratica arancio – bruno – verde fra certi ambienti liberal atlantici, la manovalanza neofascista ucraina ed i mangiatori di cuori siriani è solo apparentemente incongrua: nella realtà si tratta di strumenti di potere decisamente integrabili che l’Impero utilizza simultaneamente a diversi livelli.
Poi c’è la questione della sproporzione delle forze: un immenso divario che è militare, ma soprattutto economico, politico e mediatico. Per misurarla è utile osservare la proiezione dello schieramento della NATO dalla Germania Ovest fino al ventre molle della profondità strategica russa, ricordare che il blocco atlantico supera la Russia di quattro volte per popolazione, di dieci volte per spesa militare, di venti volte per potenza economica. E’ utile ma non è sufficiente, perché in realtà la superiorità dell’Impero trascende la realtà della NATO, estendendosi a tutte le organizzazioni e le formazioni internazionali costituite intorno ad esso, di cui l’Impero detiene un pacchetto di controllo che gli consente di usarle a piacere. Alla luce di queste considerazioni è chiaro che non esiste alcuno scontro fra “opposti imperialismi”.
Volendo a tutti i costi utilizzare le categorizzazioni leniniste, la Russia odierna dovrebbe piuttosto collocarsi nella categoria delle “semi colonie” (Persia, Cina, Turchia, nella classificazione di Lenin, che scriveva nel 1916…): quella dei paesi parzialmente egemonizzati che lottano per conservare margini di autonomia politica. In questi casi Lenin era categorico: la borghesia della nazione oppressa deve essere sostenuta nella propria lotta contro la nazione opprimente, ed avversata nella lotta contro il proprio proletariato: “In quanto la borghesia della nazione oppressa lotta contro quella della nazione che opprime, noi siamo sempre, in tutti casi, più risolutamente di ogni altro, in favore di questa lotta, perché noi siamo i nemici più implacabili, più coerenti dell’oppressione. In quanto la borghesia della nazione oppressa difende il proprio nazionalismo borghese, noi siamo contro di essa. Lotta contro i privilegi e le violenze della nazione che opprime; nessuna tolleranza per l’aspirazione della nazione oppressa a conquistare dei privilegi.”. E ancora: “Se noi non ponessimo la rivendicazione dl diritto delle nazioni all’autodecisione, se non agitassimo questa parola d’ordine, aiuteremmo non solo la borghesia, ma anche i feudali e l’assolutismo della nazione che opprime.”
In conclusione la questione si pone esattamente nei termini prospettati da Preve: riconosciuta la (onni)presenza e l’esistenza dell’Impero “liquido” “orizzontale” “globale” dei nostri giorni, occorre decidere se collaborare arrendendosi (è la soluzione implicitamente scelta da Negri-Hardt) o resistergli. E se si decide di resistere si incontra Putin.
Forse voi “di sinistra”, prima di incontrare Putin a questo punto del mio ragionamento, lo avete avvistato altrove, in posti a voi cari. Ad esempio potreste averlo trovato nel Venezuela bolivarista, mentre concorda politiche energetiche con il governo locale o mentre fornisce grano e cooperazione politica e militare. Oppure a Cuba, mentre annulla il 90% dei debiti del Paese verso la Russia. O in Corea del Nord: il mondo accerchia Pjongjang, Putin manda un segnale, aprendo una nuova linea di traghetti con Vladivostok. E ancora in Donbass, in Siria, nelle Filippine. Ovunque l’Impero non riesca ad affermarsi proiettando la luce della propria potenza, si trova Putin. Putin è il rovescio, è l’ombra della globalizzazione.
E’ facile immaginare cosa accadrebbe a queste realtà di resistenza locale il giorno in cui un Maidan moscovita abbattesse lo Zar: sarebbero immediatamente soverchiate, schiacciate annichilite. La stesso pensiero di un altrove, di un altro tempo, soppresso negli anni novanta, recentemente riaffiorato, verrebbe inghiottito nel buco nero del pensiero unico. Putin è l’assillo, il rovello, l’ossessione, lo spettro dei media mainstream. Nella rappresentazione dei nostri organi di informazione Putin è onnipotente, è ovunque, è il male che si annida nel sistema, perché la sua stessa esistenza ne mette a nudo le negate criticità. Il vostro nemico lo sa bene che Putin è dalla vostra parte: e voi no?”

Da A sinistra, con Putin!, di Marco Bordoni.

La dittatura liberale

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Nato in Francia il 28 giugno 1952, Jean-Christophe Rufin, medico, diplomatico, già vice-presidente di Medici senza frontiere e membro dell’Académie française, è autore di numerosi saggi e romanzi.
Nel 1994 pubblicava, presso l’editore Lattès di Parigi, “La dictature libérale: le secret de la toute-puissance des démocraties au 20. siècle”, dal quale è tratto il brano che segue, nella traduzione allora offerta dal mensile di politica, cultura e informazione “Orion”.

La mano invisibile politica non si limita a guidare gli uomini un contratto sociale imposto dalla paura dello “stato di natura”, ma si adopera nel contempo a prolungare questo “stato di natura” in modo che il suo funesto spettacolo non sia un ricordo, sempre più sbiadito, ma una realtà attuale che tutti possono osservare.
La vittoria che le democrazie hanno ottenuto sul comunismo è di questo genere: non l’annientamento, ma la sua neutralizzazione attraverso una forma sottile di partnership. Come quei domatori che fanno finta di combattere le belve e poi ogni sera le nutrono e le carezzano, così gli occidentali, mentre affermavano di combattere il comunismo sovietico, lo hanno costantemente appoggiato e aiutato nei momenti di crisi.
La coesistenza con lo “stato di natura” sovietico è uno dei grandi vantaggi di cui ha goduto la moderna mano invisibile politica rispetto ai tempi di Hobbes: essa ha alimentato lo “stato di natura” usando nello stesso tempo il suo spauracchio per convincere i popoli dell’Occidente ad accettare il contratto sociale liberale. Il comunismo sovietico si è prestato a meraviglia a questo gioco; gli altri regimi autoritari di questo secolo non sono mai stati in grado di assolvere una funzione simile. Il fascismo si è rivelato inadeguato a formare una coppia stabile con la civiltà liberale, essendo le sue caratteristiche troppo lontane e troppo vicine a un tempo. Troppo vicine per la sua efficenza produttiva: aver conservato modelli di organizzazione capitalista consentiva ai regimi fascisti di raggiungere risultati notevoli e temibili in campo economico. Troppo lontano per la sua natura nazionale, tendenzialmente autarchica, guerriera e imprevedibile. La rivoluzione fascista, che conservava i tratti di un socialismo universalista, assumeva poi le connotazioni del nazionalsocialismo dove prevaleva l’etnicismo erigendo intorno a sé limes militarizzati e ostili. La coesistenza, il controllo sottile ma proficuo, diventavano impossibili, la società demoliberale doveva quindi combatterlo e annientarlo.
Il bolscevismo invece era, nello stesso tempo, interno e esterno all’universo demoliberale: interno perché ne controllava le insorgenze rivoluzionarie, esterno perché si costituiva come Stato dai precisi contorni. Abbastanza debole, disorganizzato e inefficiente da non poter sopravvivere se non con l’aiuto dei suoi nemici – il patto leninista del 1921 suggellò questa collaborazione -, abbastanza armato per costituire una minaccia sufficientemente credibile per il mondo demoliberale.
Questo nemico su misura, compatibile, ha consentito alle società demoliberali di costruire un contratto sociale fondato non sull’abbandono definitivo dello “stato di natura” ma sul timore permanente di una minaccia costituita dal “socialismo reale”. In questo dispositivo l’individuo conservava la sua libertà, ma era posto di fronte all’evidenza che scelte di rottura con il contratto demoliberale conducevano inevitabilmente a quello “stato di natura” i cui perversi effetti poteva osservare nelle società dell’Est europeo.
La grande novità costituita dal dispositivo sistemico demoliberale è quella di poter produrre contemporaneamente la tesi e l’antitesi, “stato sociale” e “stato di natura”, essa li alimenta entrambi mantenendoli separati. Questa mano invisibile guida le società demoliberali, il principio che la informa è semplice, si tratta di massimizzare in ogni modo la paura. Continua a leggere

Un bizantinismo per il XXI° secolo

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“L’epoca 1945-1989 fu l’epoca puramente politica dell’URSS, nella quale Mosca si manifestò come un contrappeso all’influenza liberale, puramente economica nella sua essenza, dell’impero talassocratico americano. Questa dimensione puramente politica disturbò a lungo gli Stati satelliti di Mosca, i quali cercarono in diversi modi di distanziarsi dal Paese egemone, per ritrovare la loro propria identità. Nonostante il carattere politico e militarista dell’impero sovietico, oggi possiamo apprezzarne, nel loro giusto valore, le qualità catecontiche: un tradizionalismo inerente alla funzione militare, una corretta valutazione delle funzioni economiche nella società, che passavano in secondo piano, una disciplina morale, un rispetto quasi militaresco per le istituzioni, che all’epoca fu criticato per il suo formalismo talvolta eccessivo. Quello che allora mancò a Mosca, fu la dimensione religiosa. Tuttavia, come accade tante volte nella storia, i fattori di sostrato che ufficialmente vengono eliminati si rifugiano in una dimensione comunitaria impossibile da reprimere. La religione continuò a svolgere un ruolo importante nella vita di tutti i popoli dell’area egemonizzata dall’impero politico moscovita.
Si è trattato di un privilegio? Giudicando oggi le cose, la risposta può essere affermativa. D’altronde, la logica duale delle due dimensioni, imperium e dominium, fu formalmente rispettata. Che lo volesse o no, l’impero sovietico fu una manifestazione imperiale reale, nella quale il politico (imperium) assicurava la pace e la tranquillità alle forme della vita quotidiana (dominium). Lo Stato comunista onnipotente era la difesa più sicura contro le modificazioni storiche veloci, contro i cambiamenti politici che potevano rivelarsi pericolosi. In questo “congelamento” della storia si è manifestato, senza dubbio, qualcosa di quell’antico istinto greco che induceva a respingere i neoterismoí: le rivoluzioni, i cambiamenti sovversivi, le innovazioni politiche, le svolte azzardate della storia. Nelle Leggi di Platone, è questo l’impulso che sta alla base del bisogno dell’uomo di fondare la città: ogni piano politico e legislativo, ci dice Platone, è buono non solo se resiste al tempo, ma anche se non muta il proprio significato insieme col passare degli anni. Le leggi sono buone se restano sempre le stesse nel loro spirito, mentre le città devono essere ubicate lontano dal mare, all’interno della terraferma, proprio per poter resistere alle influenze straniere che giungono tramite la navigazione.
Il neobizantinismo dovrà risolvere il problema della gerarchia rovesciata dell’attuale società europea. L’homo occidentalis, magistralmente definito da Aleksandr Zinoviev, è esaurito. La causa è l’individualismo spinto all’estremo, che rifiuta allo spazio collettivo ogni forma di manifestazione coerente: “L’intero modo di vita dei Paesi occidentali rappresenta un risultato ed una manifestazione dell’individualismo degli occidentaloidi. Se dovessimo descriverne in poche parole l’essenza psicologica, potremmo dire che il principio fondamentale dell’esistenza degli occidentaloidi è il seguente: lavorare per sé, considerando gli altri come mezzo e strumento d’esistenza”.
Contro questo occidentalismo (e non contro i Paesi chiamati genericamente “occidentali”) occorre elevare davvero una Cortina di ferro in Europa. Dovrà essere la Cortina di ferro di un tradizionalismo armonioso, ispirato alle tradizioni imperiali bizantine, in cui lo spirito dell’Ortodossia avrà una parola decisiva da dire negli anni futuri. La Romania, trasformata artificialmente in “frontiera” della NATO nel confronto politico col mondo russo, dovrà riprendere una condotta culturale e geopolitica integratrice, rifiutando le faglie di civiltà imposte dalla visione di Huntington e allineandosi con la propria tradizione politica bizantina, che è il suo ambito naturale. Per la storia recente della Romania, la formula politica del cosiddetto nazionalcomunismo ha infatti significato il ritorno parziale allo spirito bizantino. È anche questo il motivo per cui gli atleti dell’atlantismo odierno attaccano questo spirito, considerandolo arretrato, retrogrado e pericoloso…”

Da La Romania tra Ortodossia e “valori” occidentali di Cristi Pantelimon, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 3/2016, pp. 84-85.

Cristi Pantelimon, sociologo, è autore di diverse opere pubblicate da case editrici romene. Scrive su temi di attualità per il blog estica.eu.

La prigione dalle mura invisibili

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Non esisterà mai qualcosa che possa definirsi habeas mentem; infatti non c’è sceriffo o carceriere che possa portare in tribunale una mente carcerata illegalmente; e la persona il cui cervello sia stato fatto prigioniero (…) non può essere in condizione di reclamare contro la propria prigionia. Tale è la natura della costrizione psicologica che chi la subisce serba l’impressione di agire di propria iniziativa. La vittima della manipolazione mentale non sa di essere vittima. Invisibili sono le mura della sua prigione, ed egli si crede libero.

“A questo punto ci troviamo dinanzi a una domanda inquietante: vogliamo noi agire veramente in base alle nostre conoscenze? La maggioranza della popolazione ritiene davvero che valga la pena di prendersi qualche fastidio allo scopo di arrestare e se possibile rovesciare la corsa al controllo totalitario di tutto? Negli Stati Uniti, e l’America è l’immagine profetica di quel che sarà fra pochi anni il resto del mondo urbano-industriale, recenti indagini sull’opinione pubblica hanno dimostrato che la maggioranza dei giovani sotto i venti anni, cioé gli elettori di domani, non hanno alcuna fiducia negli istituti democratici, non hanno nulla da obiettare alla censura delle opinioni eterodosse, non credono che sia possibile il governo del popolo, e accetterebbero tranquillamente, purché la loro vita continui secondo il modello a cui sono abituati, un governo dall’alto, d’una oligarchia di esperti di vario genere. Ci rattrista, ma non ci sorprende, il fatto che tanti giovani e ben nutriti spettatori della televisione, nella più potente democrazia del mondo, siano in modo così totale indifferenti all’idea di autogoverno e così piattamente disinteressati alla libertà di pensiero e al diritto di opposizione. “Libero come un uccello” diciamo noi e invidiamo quelle creature alate che si possono muovere a piacimento nelle tre dimensioni. Ahimè, ci siamo scordata la sorte del tacchino. Quando un uccello impara a ingozzarsi a sufficienza senz’essere costretto a usare le ali, rinuncia al privilegio del volo e se ne resta a terra, in eterno. Qualcosa di simile vale anche per gli uomini. Date all’uomo pane abbondante e regolare tre volte al giorno, e in parecchi casi egli sarà contentissimo di vivere di pane solo, o almeno di solo pane e circensi. “Alla fine”, dice il Grande Inquisitore nella parabola di Dostoevskij, “alla fine essi deporranno la libertà ai nostri piedi e ci diranno: ‘Fateci vostri schiavi, ma dateci da mangiare’.”E quando Aljoscia Karamazov chiede a suo fratello, che racconta la storia, se c’era ironia nelle parole del Grande Inquisitore, Ivan risponde: “Per nulla! Egli segna a merito suo e della sua Chiesa l’aver vinto la libertà, e così l’aver fatti felici gli uomini”. Sì, felici gli uomini, “perché nulla” continua l’Inquisitore “è mai stato più insopportabile agli uomini o alla società umana della libertà”.
(…)
Gli antichi dittatori caddero perché non sapevano dare ai loro soggetti sufficiente pane e circensi, miracoli e misteri. E non possedevano un sistema veramente efficace per la manipolazione dei cervelli. In passato liberi pensatori e rivoluzionari furono spesso i prodotti della educazione più ortodossa e più osservante. Un fatto che non ci deve sorprendere perché i metodi usati da quell’educazione erano e sono quanto mai inefficaci. Ma sotto un dittatore scientifico l’educazione funzionerà davvero e di conseguenza la maggior parte degli uomini e delle donne cresceranno nell’amore della servitù e mai sogneranno la rivoluzione. Non si vede per quale motivo dovrebbe mai crollare una dittatura integralmente scientifica.”
Aldous Huxley

(Ritorno al mondo nuovo, 1958)

Lettera aperta ai ciarlatani della rivoluzione siriana

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Nel momento preciso in cui un dirigente storico della resistenza araba libanese, in Siria, è appena spirato sotto i colpi dell’esercito sionista [qui l’autore si riferisce alla morte di Mustafa Badreddine, avvenuta per mano delle milizie antigovernative, inizialmente attribuita ad una incursione aerea israeliana – ndr], indirizzo questa lettera aperta agli intellettuali e militanti di “sinistra” che hanno preso partito per la ribellione siriana e credono allo stesso tempo di difendere la causa palestinese, mentre sognano tutti presi la caduta di Damasco.
Ci dicevate nella primavera del 2011, che le rivoluzioni arabe rappresentavano una speranza senza precedenti per popoli che subivano il giogo di despoti sanguinari. In un eccesso di ottimismo, noi vi abbiamo ascoltato, sensibili ai vostri argomenti su questa democrazia che nasceva miracolosamente e a tutti i vostri proclami sui diritti umani. Siete riusciti quasi a persuaderci che questa protesta popolare che si è portata via i dittatori di Tunisia ed Egitto avrebbe spazzato via la tirannia ovunque e in ogni altra parte del mondo arabo, sia in Libia che in Siria, nello Yemen come nel Bahrain, e chi sa dove altro ancora.
Ma questo bello svolazzo lirico ha lasciato apparire rapidamente qualche falla. La prima, tanto grande da rimanere a bocca aperta, è apparsa riguardo la Libia. Quando, adottata dal Consiglio di Sicurezza per soccorrere le popolazioni civili minacciate, una risoluzione ONU si trasformò in un assegno in bianco per la destituzione manu militari di un capo di Stato divenuto ingombrante per i suoi partner occidentali. Degna dei peggiori momenti dell’era neo-conservatrice, questa operazione di “regime change” compiuta per conto degli USA da due potenze europee con mire di affermazione neo-imperiale è sfociata in un disastro di cui la sfortunata Libia continua oggi a pagare il caro prezzo. Infatti il collasso di questo giovane Stato unitario portò il Paese alla mercé delle ambizioni sfrenate delle sue tribù, sapientemente incoraggiate alle ostilità dalle bramosie petroliere dei carognoni occidentali.
C’erano anche anime belle comunque, tra di voi, tanto per accordare delle circostanze attenuanti a questa operazione, così come ce n’erano, inoltre, in primo piano per esigere che un trattamento analogo fosse inflitto al regime di Damasco. Questo perché il vento della rivolta che soffiava allora in Siria sembrava convalidare la vostra interpretazione degli eventi e sembrava dare una giustificazione a posteriori al bellicismo umanitario già scatenato contro il potentato di Tripoli. Eppure, lontano dai media di “mainstream”, alcuni analisti ci fecero osservare che il popolo siriano era lontano dall’essere unanime nella protesta e che le manifestazioni anti-governative avevano luogo soprattutto in alcune città, bastioni tradizionali dell’opposizione islamista, e che quel febbricitante ambito sociale, composto dalle classi impoverite dalla crisi, non avrebbe mai portato masse di persone alla causa per contribuire alla caduta del governo siriano.
Questi ammonimenti nostri sull’utilizzare il buon senso nella comprensione, voi li avete ignorati, così come i fatti che non corrispondevano alla vostra narrazione, voi li avete filtrati come vi è sembrato meglio. Li dove degli osservatori imparziali vedevano una divisione in poli della società siriana, voi avete voluto vedere un tiranno sanguinario che assassinava il suo popolo. Li dove uno sguardo spassionato permetteva di discernere le debolezze, ma anche i punti di forza dello Stato siriano, voi avete abusato di una retorica moralizzante per istruire a carico di un governo, che era molto distante dall’essere l’unico responsabile delle violenze, un processo sommario.
Voi avete visto le numerose manifestazioni contro Bashar Al Assad, ma non avete mai guardato i giganteschi raduni di sostegno al governo e alle riforme, che riempirono le vie di Damasco, di Aleppo e Tartous. Voi avete stilato la contabilità macabra delle vittime del governo, ma avete dimenticato quella delle vittime dell’opposizione armata. Ai vostri occhi c’erano vittime buone e vittime cattive, alcune che si meritavano di essere menzionate ed altre di cui non si vuole sentire neanche parlare. Deliberatamente voi avete visto le prime, bendandovi gli occhi per rendervi ciechi di fronte alle seconde.
E allo stesso tempo, questo governo francese, del quale criticate volentieri la politica interna per mantenere l’illusione della vostra indipendenza intellettuale, vi ha dato ragione su tutta la linea. Curiosamente, la narrazione del dramma siriano che era la vostra, coincideva con la politica estera del signor Laurent Fabius, un capolavoro di servilismo che mescolava l’appoggio incondizionato alla guerra israeliana contro i Palestinesi, l’allineamento pavloviano con la leadership americana e la solita minestra riscaldata di ostilità nei confronti della resistenza araba. Ma il vostro apparente matrimonio con la Quai d’Orsay non è mai sembrato darvi troppo fastidio. Voi difendevate i Palestinesi nel cortile mentre cenavate con i loro assassini in giardino. Vi capitava anche di accompagnare i dirigenti francesi in visita di Stato a Israele. Eccovi quindi intruppati e complici, assistere allo spettacolo di un presidente che dichiara pubblicamente che a lui “piaceranno sempre i dirigenti israeliani”. Ma ci voleva molto di più per scandalizzarvi e quindi vi siete imbarcati una nuova volta con il Presidente, come tutti d’altronde.
Avete a giusto titolo condannato l’intervento militare americano in Iraq nel 2003. La virtù rigenerante dei bombardamenti per la democrazia non vi scalfiva, e dubitavate delle virtù pedagogiche delle operazioni belliche chirurgiche. Ma la vostra indignazione nei confronti di questa politica della cannoniera in versione “high tech” si dimostrò stranamente selettiva. Poiché reclamavate a tutti i costi contro Damasco, nel 2013, ciò che giudicavate intollerabile dieci anni prima contro Baghdad.
Un solo decennio è bastato per rendervi così malleabili, tanto da vedere ormai la salvezza del popolo siriano in una pioggia incrociata di missili su questo Paese che non vi ha fatto nulla di male. Rinnegando le vostre convinzioni anti-imperialiste, voi avete sposato con entusiasmo l’agenda di Washington. Mentre senza vergogna non soltanto applaudivate in anticipo i B 52, ma riprendevate la propaganda più becera e grottesca degli Stati Uniti, da cui il precedente iracheno e le sue menzogne memorabili dell’era Bush avrebbero dovuto immunizzarvi.
Mentre inondavate la stampa esagonale delle vostre assurdità, fu proprio un giornalista americano d’investigazione d’eccezione, che sbriciolò la patetica “false flag” destinata a rendere Bashar Al Assad il responsabile di un attacco chimico di cui nessun organismo internazionale l’ha accusato, ma che gli esperti del Massachusetts Institute of Technology e l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, tuttavia, hanno attribuito alla parte avversa. Ignorando i fatti, travestendovi da qualcos’altro alla bisogna, voi avete recitato in questa occasione la vostra parte miserabile in questo melodramma cacofonico di menzogne. E quello che è ancora peggio, è che continuate a farlo. Anche quando lo stesso Obama lascia intendere che lui stesso non ci ha creduto, voi vi ostinate a reiterare queste stupidaggini, come dei cani da guardia che continuano ad abbaiare anche dopo il dileguarsi dell’intruso. E per quale motivo? Per giustificare il bombardamento, da parte del vostro governo, di un piccolo Stato sovrano, il cui torto maggiore è il suo rifiutare di sottostare all’ordine imperiale. E per cosa? Per venire in aiuto di una ribellione siriana di cui voi avete sapientemente mascherato il vero volto, accreditando il mito di un’opposizione democratica e laica che esiste soltanto nelle halls dei Grand Hotel di Doha, di Parigi o di Ankara.
Questa “rivoluzione siriana”, l’avete dunque esaltata, ma avete pudicamente voltato lo sguardo altrove quando si trattava invece di notare le sue pratiche mafiose, la sua ideologia settaria e i suoi finanziamenti dubbi e carichi di problematiche da porsi. Voi avete accuratamente occultato l’odio interconfessionale che la ispira, questa avversione morbida per gli altri credo direttamente ispirata al wahhabismo che ne è il pilastro ideologico. Voi sapevate bene che il regime baathista, in quanto laico e non settario in senso confessionale, costituiva un’assicurazione a vita per le minoranze religiose, ma non ve ne siete dati pena, arrivando addirittura a classificare come “cretini”, coloro che prendevano la difesa dei cristiani perseguitati. Ma non è tutto purtroppo. Arrivati alla resa dei conti, vi resterà appiccicata addosso anche questa ultima ignominia: voi avete fatto da garanti alla politica di un Laurent Fabius per il quale Al Nusra, ramo siriano di Al Qaida, “ fa un buon lavoro in Siria”. E chi se ne frega! Tanto peggio per i passanti sbrindellati nelle vie di Homs o per gli alauiti di Zahra assassinati dai ribelli, tanto, per i vostri occhi questi sono le ultime ruote del carro.
Tra il 2011 e il 2016 le maschere sono cadute. Fate appello al diritto internazionale mentre applaudite alla violazione dello stesso contro uno Stato sovrano. Pretendete di promuovere la democrazia per i Siriani diventando gli araldi del terrorismo che subiscono. Dite di difendere i Palestinesi, ma siete dalla stessa parte della barricata di Israele. Allora state tranquilli, perché quando un missile israeliano si abbatte sulla Siria non sarà mai che colpirà i vostri beniamini. Perché grazie a Israele e alla CIA, ma anche grazie a voi miei cari, questi coraggiosi ribelli continueranno a predisporre il futuro radioso della Siria sotto l’egida del takfirismo. Perché quel missile sionista, che si abbatterà sulla Siria, ucciderà sicuramente e solo uno dei leader di questa resistenza araba di cui cianciate, ma che voi avete tradito.
Bruno Guigue

Fonte

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Questo mondo merita una rivoluzione

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In memoria di Costanzo Preve

“Sono molto contento che il mio saggio Il Bombardamento Etico, scritto negli ultimi mesi del 1999 e pubblicato in lingua italiana nel 2000, sia stato tradotto in greco. Rivedendo la traduzione, precisa, corretta e fedele, mi sono reso conto che purtroppo il saggio non è “invecchiato” in dieci anni, ma in un certo senso è ancora più attuale di dodici anni fa. E’ ancora più attuale, purtroppo. E su questo “purtroppo” intendo svolgere alcune rapide riflessioni. Dodici anni non sono pochi, ed è possibile capire meglio che l’uso strumentale e manipolatorio dei cosiddetti “diritti umani” ed il processo mediatico di hitlerizzazione simbolica del Dittatore che di volta in volta deve essere abbattuto (Milosevic, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad, domani chissà?) inauguravano una fase storica nuova, che potremo definire dell’intervento imperialistico stabile nell’epoca della globalizzazione con l’uso massiccio della dicotomia simbolica di sicuro effetto Dittatore/Diritti Umani.
L’importantissimo articolo 11 della Costituzione Italiana, entrato in vigore nel 1948 e mai più da allora formalmente abrogato, recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E’ storicamente chiaro che questo articolo segnala una profonda autocritica morale dell’intero popolo italiano per aver aderito alla guerra di Mussolini fra il 1940 e il 1945. In ogni caso, la presenza dell’articolo 11 ha da allora costretto i governi italiani ad una sorta di ipocrisia istituzionalizzata permanente. Tutte le guerre che sarebbero state fatte dopo il 1948, all’interno dell’alleanza geopolitica NATO a guida USA, avrebbero dovuto costituzionalmente “essere sempre ribattezzate missioni di pace, o missioni umanitarie. Possiamo dire che così l’ipocrisia, la menzogna e la schizofrenia sono state in Italia istituzionalizzate e “costituzionalizzate”. Lo dico con tristezza, perché vivo in questo Paese.”

La prefazione di Costanzo Preve alla traduzione greca de Il Bombardamento Etico. Saggio sull’Interventismo Umanitario, sull’Embargo Terapeutico e sulla Menzogna Evidente (luglio 2012) prosegue qui.

Per una critica del radicalismo liberale

immaginesinistramurosam“Il radicalismo liberale postmoderno è l’unico e solo totalitarismo del nostro tempo storico e per legittimarsi strumentalmente come suo contrario, ossia come “religione identitaria salvifica” apportatrice di “libertà” e di “democrazia”, deve costruirsi un vero e proprio “bestiario” di eterogenei nemici ideologici, di volta in volta identificati nel nazionalismo di matrice anti-coloniale (il moderno, ma incline al recupero di elementi riconducibili a determinate specificità culturali tradizionali, soprattutto religiose, di popoli e nazioni, patriottismo solidaristico dei movimenti di liberazione antimperialisti del XX secolo), nel socialismo come teoria economica e come laborioso, difficoltoso e non privo di contraddizioni e di interessanti risvolti troppo spesso misconosciuti, processo di apprendimento finalizzato alla costruzione di moderne società postcapitalistiche, nel Tradizionalismo metafisico alla radice della cultura e dell’identità europea, nella spiritualità tradizionale cristiano-ortodossa quale vettore del patriottismo neobizantino, nell’eurasiatismo come originale “Quarta Teoria Politica” alternativa alla società liberale tecno-mercantile, al comunismo utopico e al fascismo storicamente concretizzatosi, nell’Islam (in particolar modo nello sciismo rivoluzionario, ma non solo) come fattore identitario di resistenza anti-coloniale e antimperialista (Iran, resistenza nazionale libanese, resistenza nazionale palestinese, ecc.). Inoltre, il crollo del comunismo storico novecentesco, avvenuto in Europa tra il 1989 e il 1991, ha contribuito all’innesco di un conflitto ideologico tra liberalismo totalitario contemporaneo, uscito “vittorioso” dalla pressoché cinquantennale confrontazione bipolare USA-URSS, e le varie ipotesi di Rivoluzione Conservatrice, una corrente di pensiero marginalizzata dopo il 1933 e ritornata di attualità, principalmente in Russia ma non solo, come alternativa “tradizional-socialista” sia al modello di liberalismo concretizzato sia al comunismo come utopico, messianico e apocalittico determinismo storicista di proletarizzazione sociale integrale, nonché tra Rivoluzione Conservatrice e residui, più o meno organizzati, del pensiero di sinistra novecentesco (sia nella variante veteromarxista, sia nella variante trasformistico-postmoderna).
Gli esiti di questo conflitto ideologico sono incerti (essendo il futuro imprevedibile per definizione), ma il dato imprescindibile è quello concernente il fatto che fino a quando le sinistre persevereranno nel proprio settarismo centrato sulla sacralizzazione della simulazione dicotomica destra/sinistra e privilegeranno il confronto e l’alleanza politica con i liberali e i “democratici” in chiave genericamente “anti-destra”, “anti-populista” e “antifascista” (in totale assenza di fascismo), il capitalismo americano e la globalizzazione di McMondo avranno già vinto, a causa dell’inesistenza di un coerente e praticabile progetto politico, ideologico, culturale e programmatico alternativo. La sinistra infatti non rappresenta, oggi come in passato, un campo di azione politica alternativo al capitalismo in nome della costruzione di una società socialista. Storicamente infatti, socialismo e sinistra non sono definizioni coincidenti.
(..)
napolitano-dalema-e-occhettoIl comunismo storico novecentesco dunque, levatosi miseramente dai piedi (in Europa) nel 1989, lasciò dietro di sé una scia di riciclati e convertiti al dogma liberaldemocratico anglosassone, rappresentanti, oggi, a livello continentale, l’espressione del più triste e marcescente degrado intellettuale e politico, generalmente e giornalisticamente indicato come «cultura di sinistra». Tuttavia, l’affermazione, in Europa, dopo il 1991, di una «cultura di sinistra» espressione di élite postcomuniste convertitesi al liberalismo anglosassone (adesione degli ex piccisti alla vulgata filosofica rappresentata da Hannah Arendt, Popper, Rawls, Bobbio, Habermas, allo scetticismo liberale, ecc.) o al radicalismo postmoderno (attraverso l’adozione, da parte dei gruppi sedicenti antagonisti o della stessa maggioranza del Partito della Rifondazione Comunista, dell’anarchismo postoperaistico e ultralibertario di Toni Negri) non può essere ricondotta alla categoria politica di «tradimento» (trahison des clercs) bensì più propriamente a quella filosofica di nichilismo (fine dell’hegelismo e sconfitta della filosofia, trionfo dell’ultimo uomo nicciano, ecc.), a quella politica di «opportunismo mercenario» e a quella psicologica di «mancata elaborazione del lutto» (per la fine del comunismo storico novecentesco e, soprattutto, per la supposta mancata attuazione dei propositi di «rivoluzione anarco-individualistica» e di liberalizzazione integrale dei costumi borghesi contenuti nel movimento del Sessantotto).
La sinistra odierna non si stanca di tributare sperticate lodi a quelle che definisce le «virtù del mercato globale senza frontiere e di ogni forma di affrancamento da appartenenze e identità date (comprese quelle sessuali)». La sinistra è il fattore di riproduzione, nella cultura, attraverso il Politicamente Corretto, della società liberale tecno-mercantile. La sinistra, nelle sue varianti liberaldemocratica, radicallibertaria e paleocomunista, combatte strenuamente la destra cosiddetta «reazionaria » (monarchici, clericali, fascisti) quando quest’ultima categoria politica, con i suoi apparati partitici e burocratici, è dileguata a seguito della stagione del Sessantotto, polverizzata dal travolgente incedere del capitalismo speculativo (americano), un capitalismo liberale totalmente incompatibile con ogni soggettività, fondamento storico-culturale e abitudine tradizionalista.
(…)
Il socialismo non aveva nulla a che spartire con la filosofia (e la mitologia) del progresso così come la costruzione di un impero tradizionale tellurocratico eurasiatico (il suolo prima del sangue) aveva nulla a che vedere (e anzi si situava in perfetta antitesi) con la categoria del moderno nazionalismo etnocentrico (il sangue prima del suolo) di impronta sciovinista (e inevitabilmente liberale). La democrazia liberale, a sua volta, è l’autogoverno dei ceti ricchi, proprietari, integrati, cosmopoliti e borghesi. Un regime crematistico-oligarchico che consente (e talvolta, subdolamente finanche agevola, al preciso scopo di autolegittimazione) il pluralismo delle opinioni individuali nell’ambito della chiacchiera televisiva, giornalistica e amicale ma che non tollera forme politiche organizzate di resistenza, critica incompatibile e opposizione a esso. I democratici liberali (di destra e di sinistra) definiscono infatti «comunismo», «fascismo» e «populismo» qualsivoglia proposta ideologica, culturale, politica e programmatica di alternativa pubblica alla cosiddetta democrazia di libero mercato e libero desiderio consumistico (perché, in regime di liberalismo reale, lo spazio pubblico è integralmente appaltato ai fautori della perpetuazione del sistema demoliberale vigente e le critiche non compatibili possono essere tollerate esclusivamente nel momento in cui restano confinate alla dimensione privata, individuale).
La democrazia patriottica (sia nella sua variante moderata di democrazia sovrana sul modello patrocinato da Vladimir Putin in Russia, sia nella sua variante radicale di democrazia organica tratteggiata dagli eurasiatisti quali Aleksandr Dugin) intesa come potere popolare di indirizzo politico della comunità storica di appartenenza, sia essa una comunità nazionale o nazional-statale, è un’ideologia e un processo politico decisamente difforme dalla democrazia liberale. Il potere popolare infatti ha nulla a che vedere con la democrazia liberale perché i ceti popolari, tradizionalmente orientati alla spiritualità religiosa degli avi (le Tradizioni d’Europa descritte da Alain de Benoist in un libro pubblicato da Controcorrente nel 2006), al patriottismo ancestrale, radicale e comunitario, al socialismo nazionale (peronismo) e al nazional-populismo, nonché istintivamente conservatori dal punto di vista culturale, rifiutano, come estranei alla loro forma mentis, il liberalismo e il cosmopolitismo.
(..)
putinLo Stato liberale, con la sua malcelata e falsa pretesa di “neutralità politica” rispetto alle opinioni dei propri consociati, non fa che veicolare la «perdita dei riferimenti, il materialismo pratico e il nichilismo. La religione idolatrica del mercato (monoteismo del mercato), del denaro e delle “libertà individuali” veicolata dai liberali postmoderni, stermina i popoli, favorisce il dileguare delle differenze (di nazionalità, di religione, di classe, di genere) e sostituisce alle classi sociali indistinte moltitudini biopolitiche snazionalizzate, dedite esclusivamente alle variabili attitudinali dei flussi di desiderio e dei modelli di consumo consentiti nell’ambito della subcultura del nomadismo cosmopolitico della rete internet globale (World Wide Web).
Il celebre giornalista Massimo Fini ha scritto che, nel mondo postcontemporaneo, vi sono «due totalitarismi. Da un lato quello occidentale», egemonizzato da «coloro che hanno scelto un certo modello di sviluppo e vorrebbero imporlo al mondo intero, dall’altro quello jihadista che vorrebbe imporre la sua legge a tutti». Peccato che questi due totalitarismi siano di fatto alleati nella strategia americanocentrica di smantellamento di ogni fattore di resistenza all’incedere dei processi di fine capitalistica della Storia (e di ogni tentativo di elaborazione di una filosofia alternativa all’odierno pensiero dominante liberal-progressista) e che solo il primo (fondamentalismo liberale contemporaneo, di ascendenza illuministica e anglosassone) sia riconducibile alla categoria di totalitarismo (un totalitarismo tecnomercantile, sentimentalistico e pubblicitario non repressivo, espressione della società liquido-moderna) mentre il secondo, (il jihadismo di ascendenza wahhabita) non sia che una risorsa d’intelligence, in funzione anti-europea, anti-russa, anti-cinese e anti-iraniana, dell’attuale totalitarismo neoliberale.
L’affermazione, in Europa, di una precaria quanto pervasiva e unificante cultura politica mondialista americanocentrica di questo tipo non è che la dimostrazione di quanto, nell’era del capitalismo assoluto e della relativa «impotenza della filosofia» come «invito alla trasformazione del mondo», quello di Europa sia ormai un concetto geopolitico e, soprattutto, culturale, tramontato e precipitato nell’abisso della subalternità e dell’asservimento coloniale. Il radicalismo liberale postmoderno unifica “destra” e “sinistra” in nome dell’antropologia della fine capitalistica della Storia. Esso è la cultura politica funzionale all’affermazione dell’“Idea di America” e alla negazione dell’“Idea di Europa” e dell’“Idea di Eurasia”.”

Dalle considerazioni conclusive in L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale, di Paolo Borgognone, Zambon editore, 2016, pp. 1015-1024.

Paolo Borgognone, nato nel 1981 in provincia di Cuneo, membro del comitato scientifico del CIVG, è autore di diversi saggi, tra cui una trilogia sul tema della “disinformazione strategica” ed il controverso e discusso Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche.

Il mito della guerra buona

pauwels“L’edizione riveduta di Jacques Pauwels di The Myth of the Good War [Il mito della guerra buona], contiene importanti e significativamente nuove ricerche e contribuisce a una considerazione storicamente più accurata e più critica del ruolo degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Il libro dimostra che molti capitalisti statunitensi e funzionari di governo ebbero un atteggiamento amichevole verso i regimi fascisti prima della guerra e anche dopo l’inizio della guerra, che Washington rimase neutrale nel conflitto fino a quando la neutralità servì gli interessi capitalistici e che questi interessi – non già la vantata causa della libertà e della democrazia – determinarono come gli Stati Uniti entrarono, combatterono e conclusero la guerra.
Pauwels rifiuta le opere convenzionali “buoniste” sulla partecipazione degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Invece, prendendo a prestito una frase di Michael Parenti, Pauwels esplora le “verità sporche” nelle azioni degli Stati Uniti prima, durante e dopo la guerra. Concentrandosi sull’economia politica e gli interessi della classe capitalista degli Stati Uniti e dell’elite al potere, attraverso la ricostruzione critica del contesto storico della guerra, l’autore è in grado di spiegare il coinvolgimento di Washington nel conflitto più catastrofico della storia come il prodotto dell’imperialismo.
(…)
Entro metà dell’estate del 1945, i leader giapponesi sapevano di essere stati sconfitti e stavano cercando un modo per arrendersi. Anche se i Sovietici stavano preparandosi per attaccare le forze giapponesi in Cina, Truman non volle il loro aiuto. Mentre la guerra stava per finire, Truman era determinato a riaffermare e ampliare il potere prebellico degli Stati Uniti in Asia, senza alcuna concessione all’Unione Sovietica. Attingendo alla ricerca di altri storici, Pauwels mostra che il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki non era militarmente necessario, ma era invece destinato a garantire l’acquiescenza di Stalin all’ordine globale del dopoguerra dettato dagli Stati Uniti. Come sottolinea l’autore, questo “ricatto nucleare” fallì e condusse a cinquanta anni di Guerra Fredda, con gravi conseguenze per l’intero pianeta.
Pauwels scrive acutamente che mentre l’Unione Sovietica fu utile agli Stati Uniti come alleato durante la guerra, divenne utile come nemico dopo. Invocando lo spettro del cosiddetto “impero del male”, i leader di governo e i capitalisti degli Stati Uniti potevano sostenere massicce spese militari per lo stato di guerra, razionalizzare la corsa agli armamenti nucleari e giustificare gli interventi militari in tutto il mondo.
L’opera scrupolosamente ricercata e ben scritta di Pauwels dimostra in modo convincente che il ruolo del governo degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale fu in gran parte determinato dagli interessi della classe capitalista del Paese, non dagli alti ideali di libertà e democrazia professati. Questa importantissima comprensione storica, anche se ancora controversa, è stata affrontata da alcuni altri autori, ma il libro di Pauwels è probabilmente il più completo e penetrante riguardo le motivazioni e le azioni dei governi inglese e statunitense prima, durante e dopo la guerra.
Molto può ancora essere appreso dalle importanti conclusioni dell’autore sulla più sanguinosa e distruttiva deflagrazione della storia, rivelatasi decisamente “buona” per gli Stati Uniti che emersero dalla guerra come la più potente potenza imperialista del pianeta. Questo volume rende così un contributo sostanziale per comprendere le origini dell’imperium dominante nel mondo del dopoguerra in capo agli Stati Uniti.”

Da Il mito della guerra buona: gli USA nella Seconda Guerra Mondiale, di David Smith.

C’è donna e donna

550046_514038708642269_138765216_n“Ma quanto sono ridicoli questi “media” occidentali?
In Siria le donne votano dal 1949 e, dall’anno successivo, possono essere elette. Il vice presidente attuale è una donna. E tutti, all’unisono tranne rare eccezioni, da quattro anni attaccano il governo siriano ed appoggiano i “ribelli”.
In Iraq, fino al 2003, c’erano donne ad ogni livello di responsabilità: persino scienziate, che qui si misero ad etichettare come “lady antrace” e “dottoressa germe”.
In Francia c’è una donna a capo del Front National che tutti i “media” occidentali demonizzano manco fosse Belzebù. E stasera festeggeranno quando il “tremendo pericolo” sarà sventato grazie all’ammucchiata “antifascista” e panciafichista di tutti gli altri partiti (guidati da uomini: le “quote rosa” non contano più?).
Ma che saranno queste quisquilie: gioiamo per le donne saudite che votano (e sono votate) alle comunali!
Non oso pensare con quali grida di giubilo verrà annunciata la concessione della patente di guida. Cortei di auto in festa – ovviamente guidate da donne – saluteranno, da Parigi a New York, i nuovi “pericoli costanti” circolanti per le strade di Mecca e Medina.
Ora, tutta quest’insistenza sulle suffragette saudite (afghane ecc.) e le donne al volante, tutto fumo e poco arrosto, cela malamente il fatto che, come che vada, “loro” saranno sempre considerati un passo “indietro” rispetto a “noi”.
Per la massa beota, infatti, le donna siriana e quella saudita pari sono. Sono tutte “arabe”, e perciò “oppresse” (per colpa di una religione “retrograda”).
La cosa tragica (e non tragicomica perché qui non c’è nulla da ridere) è che gli occidentali (e cioè l’America col suo codazzo) hanno dichiarato guerra alla Siria, e non all’Arabia Saudita. I motivi sono arcinoti, quindi non è il caso di ricordarli qui.
Se, un giorno, in Arabia dovessero sbarazzarsi di questa monarchia e del relativo clan al potere per metter su una qualche altra formazione statuale non incline a legarsi mani e piedi alle sorti dell’Occidente, c’è da stare sicuri che quand’anche le donne uscissero dall’attuale condizione “deprecabile” secondo i parametri occidentali l’Occidente stesso, coi suoi apparati di manipolazione mediatica e culturale, presenterebbe questa nuova realtà come il solito “male assoluto” da cancellare dalla faccia della terra.
Bisogna pertanto ficcarsi bene in testa il seguente assioma: che l’Occidente non prende di mira questo o quello Stato perché non rispetta i “diritti umani” eccetera, ma addita come nemico e concentrato d’ogni nefandezza solo chi non gli si sottomette collaborando su tutta la linea.
Tutto il resto, comprese le donne felici di “scegliere” se farsi fregare da questo o quel “rappresentante del popolo”, è puro spettacolo ed argomento per i cosiddetti “dibattiti” che tanto appassionano il pubblico che li segue. Un pubblico che s’è addirittura dimenticato che qui avevamo un governo, sostituito con un golpe politico-finanziario e sostituito con ben tre altri esecutivi mai eletti.”

Da Esultate: le donne saudite al voto! E noi, invece, non si vota più?, di Enrico Galoppini.

Libia: dieci cose su Gheddafi che non vogliono farti sapere

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Siovhan Cleo Crombie per urbantimes

Che cosa pensi quando senti il nome del Colonnello Gheddafi? Un tiranno? Un dittatore? Un terrorista? Beh, un cittadino della Libia potrebbe anche non essere d’accordo, ma vogliamo che sia tu a decidere.
Per 41 anni, fino alla sua morte, nell’Ottobre del 2011, Muammar Gheddafi ha fatto delle cose davvero sorprendenti per il suo Paese e ha cercato ripetutamente di unire e rendere più forte il continente africano.
Così, nonostante ciò che puoi aver sentito per radio o visto attraverso i media o la televisione, Gheddafi ha fatto cose rilevanti, che poco si addicono all’immagine di quel “feroce dittatore” dipinto dai media occidentali.
Ecco dieci cose che Gheddafi ha fatto per la Libia che probabilmente non conosci…
1. In Libia la casa era considerata un diritto umano naturale.
Nel Libro Verde di Gheddafi c’è scritto: ”La casa è un bisogno fondamentale sia dell’individuo che della famiglia, quindi non dovrebbe essere proprietà di altri”. Il Libro Verde di Gheddafi è la filosofia politica dell’ex leader, fu pubblicato per la prima volta nel 1975 allo scopo di essere letto da tutti i Libici ed era inserito anche nei programmi nazionali d’istruzione.
2. L’istruzione e le cure mediche erano completamente gratuite.
Sotto Gheddafi, la Libia poteva vantare uno dei migliori servizi sanitari del Medio Oriente e dell’Africa. Inoltre, se un cittadino libico non poteva accedere al corso di formazione desiderato o a un particolare trattamento medico in Libia, erano previsti finanziamenti per andare all’estero.
3. Gheddafi ha effettuato il più grande progetto di irrigazione del mondo.
Il più grande sistema di irrigazione del mondo, conosciuto anche come il grande fiume artificiale, fu progettato per rendere l’acqua facilmente disponibile per tutti i Libici in tutto il Paese. Fu finanziato dal governo Gheddafi e si dice che lo stesso Gheddafi lo abbia definito “l’ottava meraviglia del mondo”.
4. Tutti potevano avviare gratuitamente un’azienda agricola.
Se qualunque Libico avesse voluto avviare una fattoria, gli veniva data una casa, terreni agricoli, animali e semi, tutto gratuitamente.
5. Le madri con neonati ricevevano un sussidio in denaro.
Quando una donna libica dava alla luce un bambino, riceveva 5.000 dollari USA per sé e per il bambino.
6. L’elettricità era gratuita.
L’elettricità era gratuita in Libia. Ciò significa che non esistevano bollette dell’elettricità!
7. Benzina a buon mercato.
Durante il periodo di Gheddafi la benzina in Libia costava solo 0,14 dollari USA al litro.
8. Gheddafi ha innalzato il livello dell’istruzione.
Prima di Gheddafi solo il 25% dei Libici era alfabetizzato. Questa cifra è stata portata fino all’87% con un aumento del 25% dei laureati.
9. La Libia aveva la propria banca di Stato.
La Libia aveva una propria banca di Stato, che ha fornito ai cittadini prestiti a tasso zero per legge, e non aveva debito estero.
10. Il dinaro d’oro.
Prima della caduta di Tripoli e della sua prematura scomparsa, Gheddafi stava cercando di introdurre un’unica moneta africana legata all’oro. Seguendo le orme del defunto grande pioniere Marcus Garvey, che per primo coniò il termine di ”Stati Uniti d’Africa”, Gheddafi voleva iniziare il commercio con il solo dinaro africano d’oro – una mossa che avrebbe gettato nel caos l’economia mondiale.
Il dinaro è stato ampiamente osteggiato dalle ‘élites’ della società odierna. E chi potrebbe biasimarle? Le nazioni africane avrebbero finalmente avuto il potere di uscire dal debito e dalla povertà per commerciare solo con questo bene prezioso. Avrebbero potuto finalmente dire “no” allo sfruttamento esterno e pagare quanto ritenevano giusto per le risorse preziose. Si è detto che il dinaro d’oro è stata la vera ragione per la ribellione guidata dalla NATO, nel tentativo di rovesciare un leader dal linguaggio molto chiaro.
Dunque, Muammar Gheddafi era un terrorista?
Pochi potrebbero rispondere in modo del tutto corretto a questa domanda; ma fra chi può farlo, sicuramente c’è chi è vissuto sotto il suo regime. In ogni caso, sembra abbastanza evidente che Gheddafi, nonostante la fama negativa che circonda il suo nome, ha fatto molte cose positive per il suo Paese. E questo è qualcosa che dovresti cercare di ricordare nei tuoi giudizi futuri.
Questo eccentrico video documentario racconta una storia interessante, anche se piuttosto diversa, da quella che crediamo di sapere.
Allora, cosa ne pensi?

(Traduzione di M. Guidoni)

La Primavera Siriana: dai prodromi al Califfato

nazzaro

Relazione di Mons. Giuseppe Nazzaro, ex Visitatore Apostolico di Aleppo ed ex Custode di Terrasanta, al convegno “Siria, ascoltiamo la gente”, organizzato dall’associazione Impegno Civico lo scorso 30 Ottobre presso l’Istituto Veritatis Splendor di Bologna.
Si tratta di una lettura impegnativa per la lunghezza ma… “dulcis in fundo” (o “in cauda venenum”, direbbero gli atlantisti).

Mi sia concesso iniziare questa mia presentazione affermando che, prima del 15 marzo 2011 non erano tantissime le persone al mondo che conoscevano dove trovare la Siria sulla carta geografica. Era un problema di pochi addetti ai lavori. Interessava piuttosto certi ambienti colti che si interessavano di archeologia, dei popoli legati alle antiche civiltà assiro-­babilonesi o di storia del cristianesimo.
Il mondo intero, oggi, parla della Siria e si interessa di questo Paese di circa 185.180 kmq , che si estende sulla costa del Mediterraneo Orientale per circa 80 kilometri.

I prodromi di una situazione
La data del 15 marzo 2011, ufficialmente, coincide con quella che possiamo definire: l’inizio di una rivoluzione nata quasi per gioco al confine con la Giordania, sui muri della città di Dera’a, ad opera di dodicenni che s’erano divertiti a scrivere dei graffiti del seguente tenore: “abbasso il regime”.
Ciò che all’inizio, poteva sembrare un gioco o, meglio, una ragazzata, in realtà, non era altro che l’inizio di una richiesta di maggiore apertura al Governo centrale del Paese che, per i non addetti ai lavori o per chi non aveva conosciuto la Siria prima dell’anno 2000, avrebbe potuto anche essere una richiesta legittima. Chi invece vi è vissuto ha visto e costatato con i propri occhi e con tutto il suo essere, non solo l’apertura del Governo verso le riforme sociali, ma soprattutto ha visto il benessere che le riforme avevano già portato e continuavano a portare al popolo siriano.
Ora non penso di dire un’eresia se affermo che il giovane dottore Bachar El-­Assad, dopo alcuni mesi dalla sua elezione alla Presidenza della Repubblica Araba Siriana, ha iniziato immediatamente una serie di riforme per il benessere del Paese e dei suoi compatrioti: commercio con l’estero, turismo interno ed estero, soprattutto libertà di movimento, di istruzione per uomini e donne. Le donne libere professioniste in continuo aumento, l’Università aperta a tutti senza distinzione di sesso. Un Paese dove vivevano diverse etnie 23 gruppi religiosi e tutti si rispettavano e si accettavano come facenti parte, come in realtà si ritenevano, di un’unica realtà e figli di un unico Paese che era la Siria, casa e Patria comune a tutti. Dal punto di vista religioso tutti erano liberi di esercitare e vivere il loro credo rispettati ed accettati da tutti. Continua a leggere