Divi di (quello) Stato 6°

Nel macellare interi Paesi non sono ammesse discriminazioni di genere e, nelle stanze dei bottoni, non si possono allungare le mani.
La diva di Stato Angelina Jolie, inviato speciale dell’ONU nonché membro del Council on Foreign Relations (CFR), grazie alla sua “forte voce” e “grande autorevolezza” vigila affinché la NATO faccia le cose per bene.
Del resto, solo lo scorso dicembre, insieme all’amico Jens ha pubblicato un editoriale molto esaustivo per spiegare al mondo intero Perché la NATO deve difendere i diritti delle donne.

La NATO e la salute dei popoli

natojoinus“La chiusura dell’ILVA è stata collegata alla volontà della NATO di installare un suo porto a Taranto. E’ un fattore credibile. Anche la TAV, la cui costruzione è sostenuta dai politici con l’irremovibilità di Don Abbondio – e riceve un sostegno dalla magistratura mentre questa fa chiudere l’ILVA – è di interesse NATO. La NATO si occupa di guerra, e in genere non aumenta la longevità, la salute, il benessere e la serenità delle popolazioni. La NATO si occupa anche di affari, dei quali è il braccio militare, e quello medico è un affare di prim’ordine. Sul piano economico la medicina attuale è una prosecuzione dell’economia di guerra. Più in particolare, “Si possono fare molti soldi dicendo alle persone sane che sono malate”. Così comincia un celebre articolo del British Medical Journal. La NATO, e i poteri economici che serve, questo lo sanno; con la chiusura dell’ILVA per inquinamento, come è tipico di un certo genere di operazioni si prendono più piccioni con una fava.
I poteri atlantici possono ordinare ai loro zelanti referenti della politica e delle istituzioni italiane uno sconvolgimento come questo, e fargli avere ampia visibilità. Allo stesso tempo, ottengono dai loro servi locali di far togliere di mezzo le voci libere. I corpi di polizia che negli Anni di piombo servivano l’alleanza atlantica pilotando terrorismo rosso, nero e mafia e utilizzandoli per eliminare italiani che ostacolavano i disegni dei poteri sovranazionali, oggi la servono con metodi sofisticati e apparentemente incruenti, ma animati dallo stesso spirito omicida, avvalendosi stavolta di disgraziati di altra specie. Dove abito, a Brescia, una città con legami atlantici, anche riguardanti la medicina, lo Stato si occupa di screditare e zittire con metodi criminali chi guasterebbe, se fosse ascoltato, la rappresentazione che si vuole dare della medicina; come quella che viene promossa in questa operazione su Taranto.
Un corollario della massima di Debord sul vero come momento del falso è che, nella società dello spettacolo, la giustizia può essere un momento della frode. L’intervento della magistratura in sé è fondato. Ma la magistratura non ha supplito alla classe politica, come ha detto Giancarlo Caselli: si è accorta dei “mulini satanici” quando i tempi storici, ai quali appare sensibile più che al tempo della vita delle persone, lo richiedevano. La magistratura, come chi grida “al fuoco” al cinema, ritiene che il clamore suscitato e i suoi effetti sulla popolazione non la riguardino. Una magistratura che è determinante nel costruire la nuova realtà, nel modificare lo Zeitgeist, senza doverne rispondere. Una magistratura amica del grande business, che vede solo quello che le fa comodo, più che rispettosa della NATO e sottomessa alla legge della NATO prima che alla Costituzione. La stessa magistratura che col suo sguardo altamente selettivo, con una combinazione di interventi forti e di omissioni voraginose, mentre a Taranto combatte l’inquinamento fa propaganda su tutto il territorio nazionale a frodi mediche come le staminali; che partecipa a varie campagne di disinformazione e propaganda del business medico; e offre l’indispensabile sostegno e la copertura giudiziaria a operazioni di eliminazione di chi si oppone a questi crimini.
A Brescia la magistratura applica a grandi imprese inquinanti come A2A e ai grandi affari della medicina la dottrina Pizzillo, per la quale se non si vuole danneggiare l’economia bisogna permettere ai grandi interessi di spadroneggiare, e di soffocare il dissenso con metodi non meno gravi di quelli per i quali la Procura a Taranto ha contestato all’ILVA e a rappresentanti delle istituzioni la commissione di reati, e ha ordinato arresti eccellenti. Credo che sia ampiamente sottovalutato il ruolo della magistratura, a fianco a quello della politica, nella sottomissione del Paese a volontà sovranazionali, giocato alternando iniziative encomiabili, “atti dovuti”, occhi ben serrati e complicità attiva; dai tempi di Portella, passando per gli Anni di piombo, fino all’attuale corso storico.”

Da ILVA. Dal cancro nascosto al cancro inventato, di Francesco Pansera, al quale rimandiamo per gli opportuni riferimenti in nota (il collegamento inserito è nostro).
E dove troverete altresì importanti riflessioni sulle campagne propagandistiche affidate al divo di Stato di turno, nonché sulle inquientanti condotte dal capitalismo cosiddetto cognitivo che, mentre chiude l’industria pesante –in un processo di deindustrializzazione dell’Italia imposto dall’esterno, a detta di alcuni ben informati– accanto alle Grandi Opere, o al loro posto, erige Grandi Frodi.

Niente esagerazioni, solo propaganda di (quello) Stato

zdt“Sono rimasto profondamente deluso perché non aggiunge niente di nuovo a TUTTO quello che già sapevamo, incluse le torture, già documentate.”
Il commento di uno spettatore dopo la visione dell’ultimo film di Kathryn Bigelow rende lampante quanto venga costantemente travisato il senso della produzione hollywoodiana da parte del pubblico italiano, e non solo.
Filmografia la cui (principale) funzione è quella di scolpire indelebilmente nell’immaginario collettivo “tutto quello che già sapevamo”, la versione -edulcorata e romanzata- dei fatti per come ci viene ammansita.
Resta da ribadire l’invito a una lettura intensiva de I divi di Stato, che può funzionare da efficace antidoto contro ulteriori somministrazioni di propaganda.
Casca a fagiolo, dato che oggi è il turno dell’immarcescibile Bruce Willis, ché gli esportatori di democrazia non riposano mai.

Divi di (quello) Stato 5°

Preparatevi!

E’ in arrivo Argo, l’ultima perla della propaganda a stelle e strisce.
Con ricca dotazione di Divi di Stato e un coproduttore di sicuro affidamento.
Nelle parole del protagonista, trattasi di “un omaggio a tutti gli americani che servono il nostro Paese all’estero, in situazioni davvero pericolose…”.

A casa propria, mai?

I Divi di Stato

Il controllo politico su Hollywood.
Di John Kleeves, l’introduzione.

“Staccate da un muro un manifesto pubblicitario, portatelo da un critico d’arte e chiedetegli che cos’è quell’oggetto. Cosa pensereste se costui lo prendesse per una stampa come un’altra e si perdesse in lunghe e dotte descrizioni sul formato del foglio, la grammatura della carta, la scelta dei colori, le scene rappresentate, lo stile, la “scuola” e così via, e mancasse di notare: È una stampa pubblicitaria? Pensereste che forse è un grande intenditore d’arte ma che sicuramente non sa dove vive.
Ebbene esattamente questo è l’atteggiamento dei nostri critici cinematografici di fronte ai prodotti della filmografia statunitense, per antonomasia Hollywood. Pensano che sia una filmografia come un’altra, come una qualunque filmografia Occidentale, o almeno come una qualunque filmografia espressa da un paese a governo parlamentare e ad economia di mercato. Pensano che i film di Hollywood siano il frutto di artisti o artigiani – i registi – liberi di esprimere la loro visione delle cose e il loro talento, solo condizionati dall’esigenza dei loro finanziatori – le Case di produzione – che il lavoro fatto sia commercialmente valido, che “si venda”. Pensano cioè che l’unico vincolo cui deve sottostare Hollywood è la redditività commerciale. Invece mentre ciò è vero per la generalità dei paesi Occidentali non così è per gli Stati Uniti. Qui la produzione filmica oltre che alla redditività commerciale deve sottostare anche ad un’altra esigenza: fare propaganda per il Paese, nei termini e con le modalità stabilite dal governo. In parole povere Hollywood è controllata dal governo centrale di Washington ed esprime ciò che né più né meno si chiama una filmografia di Stato. La situazione è del tutto analoga a quella che si verifica nei paesi totalitari classici, con la sola benché notevole differenza che mentre in questi ultimi la filmografia è completamente finanziata dal governo, che si accolla utili e perdite relative, negli Stati Uniti la medesima si deve autofinanziare: i suoi prodotti devono sia avere la desiderata valenza propagandistica che essere commercialmente validi.
Così i nostri critici parlano e riparlano dei film americani, e li esaminano da ogni punto di vista, da ogni angolatura possibile, e fanno certamente un grande sfoggio di erudizione e di competenza artistica, ma mancano di notare la cosa più importante: questi film sono il prodotto di una filmografia di Stato. Ciò non toglie che i medesimi non possano essere valutati anche dal punto di vista artistico. Il film La corazzata Potemkin di Sergej Ejzenstejn era certamente il prodotto di una filmografia di Stato, e niente di meno che di quella dell’URSS di Stalin, ma ciò non impedì che risultasse un capolavoro filmico. È esattamente come nel caso dei manifesti pubblicitari: queste opere possono anche risultare artisticamente valide, ma rimangono dei manifesti pubblicitari, prodotti per certi scopi e con certi criteri ben definiti e in genere estranei al loro autore materiale. Ciò il pubblico ha il diritto di saperlo.
Mi rendo conto che quanto appena detto giunge nuovo al lettore, e gli pare forse stupefacente: nei più o meno tanti anni della sua vita probabilmente mai aveva sentito tale cosa sulla cara, vecchia, familiare Hollywood. Ma ciò sarà dimostrato con abbondanza nel prosieguo di questo libro. Ho iniziato puntando il dito sui critici cinematografici perché sarebbe stato proprio il loro mestiere individuare tale status di Hollywood: relazionando su un manifesto pubblicitario possono entusiasmarsi o disgustarsi quanto vogliono sui suoi contenuti ma la prima cosa che devono dire è che si tratta di un manifesto pubblicitario.
Il problema però è più generale, come oramai si comincia a intuire. I nostri critici cinematografici hanno potuto compiere questo clamoroso errore di valutazione perché tutta la nostra società – la società Occidentale – aveva compiuto a monte un errore di prospettiva ancora più grande. Mi riferisco naturalmente agli Stati Uniti, la matrice di Hollywood. La nostra società li ritiene un normale paese “Occidentale” e così diventa logico assegnare lo stesso status alla sua filmografia. Invece gli Stati Uniti non sono davvero un “normale paese Occidentale”.
Come è stato possibile un errore così grande e così generalizzato? Non è un mistero extraterrestre, non è una questione metafisica. Prima del 1945 l’Occidente europeo aveva una nozione se non esatta almeno abbastanza approssimata della realtà statunitense. Si parlava infatti al riguardo di una “plutocrazia”, termine abbastanza aderente ma appunto dimenticato. Dopo quella data, e cioè dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti per dei precisi motivi che vedremo iniziarono e continuarono a diffondere nel mondo una propaganda politica e culturale di intensità e dimensioni cosi’ colossali da risultare difficili da credere, ma in verità perfettamente adeguati alle loro dimensioni (all’epoca rappresentavano più della metà del Prodotto Interno Lordo mondiale; ora ne rappresentano un quarto). Tale propaganda, in cui la para-statalizzata Hollywood veniva a giocare un ruolo sempre maggiore, aveva molti scopi ma il principale alla fin fine era proprio quello di camuffare la realtà statunitense, di farla passare per qualcosa che non era. Così col tempo le impressioni del periodo precedente si offuscavano sempre più e venivano sostituite dalle nuove, proposte dalla propaganda statunitense, mentre mano a mano nascevano nuove generazioni. Di qui l’errore.
Una situazione un po’ complicata dunque: non riusciamo a riconoscere la reale natura di Hollywood perché non riconosciamo la reale natura del suo paese produttore, e ciò per azione in gran parte della medesima Hollywood. Ma è il problema che si incontra ogni volta che si affronta un aspetto della realtà americana: non lo si può trattare indipendentemente da tutto il resto perché tale realtà è un sistema chiuso, autosufficiente e altamente interdipendente, e in più diverso da ogni altro. In effetti, e come già detto, gli Stati Uniti non sono un “normale paese Occidentale, “essi sono in verità una civilizzazione a sé stante, e che con l’Occidente ha ben poco a che vedere benché da questo sia derivata. Perciò, il punto di partenza per spiegare Hollywood sarebbe un’esposizione finalmente corretta della realtà americana in toto, nelle sue componenti di storia e attualità e bonificata dei luoghi comuni, delle falsificazioni e degli equivoci portati da mezzo secolo di inquinamento propagandistico statunitense. Ciò è stato da me fatto nel libro Un Paese pericoloso. Storia non romanzata degli Stati Uniti d’America (Edizioni Barbarossa, Milano, 1999), che non è naturalmente possibile riprodurre qui. Eseguirò allora nella Premessa una stringatissima sintesi del medesimo, rimandando sin d’ora i più allibiti od increduli al medesimo per ogni possibile ed esauriente conferma. Quindi passerò allo scopo proprio del presente lavoro, e cioè a dimostrare come Hollywood esprima una filmografia di Stato. Hollywood non è nata in questa maniera; vi è stata progressivamente ridotta e ciò che sarà fatto sarà sostanzialmente di esporre la storia di tale asservimento, ed i suoi effetti. In questa storia spicca un periodo nodale: quello che va dal 1947, l’anno in cui iniziarono le inchieste su Hollywood dell’HUAC (House Committee on Un-American Activities), al 1953, l’anno in cui venne creata l’USIA (United States Information Agency). Tale periodo opera uno spartiacque nella storia dell’asservimento di Hollywood, e così l’esposizione sarà divisa in tre capitoli; nel primo sarà esaminata la filmografia americana dalle origini al 1947, nel secondo saranno esposte le motivazioni politiche e le metodologie giudiziarie che travolsero Hollywood dal 1947 al 1953, e nel terzo sarà considerata la filmografia americana che ne risultò, che è quella ancora stabile al giorno d’oggi.”

Il testo integrale è liberamente scaricabile qui.

[Aggiornato il 5 dicembre 2017]

C’era una volta l’USIA

Verso la fine degli anni Novanta scriveva John Kleeves, nel suo Divi di Stato. Il controllo politico su Hollywood, Edizioni Settimo Sigillo (pp. 100-104):

“Alla fine ci si rese conto che occorreva una entità centrale che presiedesse alla propaganda americana all’estero. Si trattava di controllare l’informazione che nasceva negli Stati Uniti, così uniformata ma “spontanea” e quindi con dei difetti, e di integrarla con altra appositamente prodotta. Quindi occorreva convogliare il tutto all’estero nei dovuti ed efficaci modi. All’estero bisognava coordinare tale informazione con quella prodotta, controllata e diffusa dalla CIA, la Central Intelligence Agency, che era stata istituita nel 1947 sull’impianto dell’OSS (Office of Strategic Services, il servizio segreto militare del periodo di guerra, mai smantellato). La CIA si occupava essenzialmente di spionaggio politico e di sovversioni, di neo-colonizzazioni, ed un suo normale strumento operativo era la propalazione di notizie false, sia sul “nemico” che sugli Stati Uniti, oltre che naturalmente su tante altre cose. Tale propaganda della CIA andava anche controllata, supportata e resa il più possibile omogenea con quella che proveniva dagli Stati Uniti. In poche parole occorreva una entità responsabile dell’immagine estera degli Stati Uniti, cui facessero capo tutte le attività controllabili dal governo americano che contribuivano a formarla. Niente di più logico: gli Stati Uniti, in fondo non sono una nazione, ma giusto una azienda privata di dimensioni abnormi e con un proprio esercito, e le occorreva un Ufficio Pubbliche Relazioni centralizzato.
II 1° agosto 1953, durante la presidenza di Ike Eisenhower, veniva così istituita la United States Information Agency, USIA. Il suo compito era:
“Influenzare le attitudini e le opinioni del pubblico estero in modo da favorire le politiche degli Stati Uniti d’America… e di descrivere l’America e gli obiettivi e le politiche americane ai popoli di altre nazioni in modo da generare comprensione, rispetto e, per quanto possibile, identificazione con le proprie legittime aspirazioni… e dimostrare e documentare di fronte al mondo i disegni di coloro che minacciano la nostra sicurezza e cercano di distruggere la libertà”.
(…)
Era una Agenzia simile alla CIA, pubblica nell’esistenza ma segreta nell’operatività. Dipendeva ovviamente dal Dipartimento di Stato, e cioè dal Ministero degli Esteri.
Venne rapidamente ad avere dimensioni gigantesche. Svolgeva le sue mansioni controllando le fonti dell’informazione interna; favorendo l’esportazione della più adatta; presiedendo agli scambi culturali fra gli Stati Uniti e gli altri Paesi, comprendendo con la dizione anche i settori dello spettacolo e dello sport; fungendo da consulente per la CIA all’estero; cercando di influenzare il maggior numero possibile di media esteri, nei vari Paesi. Per quest’ultimo scopo verso la metà degli anni Sessanta (quando si aprì una fortuita finestra sulle sue attività) gestiva quasi 250 centrali operative segrete all’estero, in più di 100 Paesi. Qui si pubblicavano dietro altre ragioni sociali svariate centinaia di periodici, fra grandi e piccoli, di ogni settore, dalla politica allo spettacolo allo sport ai fumetti; la tiratura totale annua era di 29 milioni di copie. Influenzava per mille vie e leveraggi un numero multiplo di insospettabili media esteri, fra Case cinematografiche e discografiche, reti televisive e radio, quotidiani e settimanali a diffusioni nazionali e locali. Influenzava la maggioranza delle agenzie di stampa internazionali, sicuramente quelle del “mondo libero”, tipo l’inglese Reuter, la francese France Press, l’italiana ANSA e così via. Gestiva poi in prima persona alcuni strumenti mediatici di grande potenza, fra cui spiccava la rete radiofonica mondiale Voice of America (VOA), che alla metà dei Sessanta diffondeva 790 ore di programmi alla settimana in moltissimi Paesi, e in qualche decina di lingue.
L’attività dell’USIA rientrava nello Smith-Mundt Act e quindi le sue creazioni non potevano essere diffuse negli Stati Uniti, comprese le trasmissioni della VOA. Anzi, stando sempre al suo statuto, l’USIA non potrebbe eseguire nessun tipo di attività nel territorio statunitense.
(…)
Occorre citare almeno l’attività di promozione all’estero di prodotti culturali americani adatti; eseguita in concerto con le Multinazionali interessate. Rientravano nell’ambito libri di qualunque genere, anche romanzi o gialli; dischi di musica leggera; film e cartoni animati. Veniva incoraggiata la traduzione di opere, resa allettante in più modi la loro stampa a grande tiratura; ad autori americani venivano fatti vincere premi all’estero. Cantanti americani erano indotti a compiere tournee all’estero anche se non abbastanza remunerative per loro. Non era difficile che tali tournee fossero organizzate in periodi elettorali, o di particolare tensione politica per i Paesi ospiti. Venivano premiati in mille modi gli organizzatori di spettacoli ed i presentatori dei vari Paesi che inserivano molto materiale americano e che lo trattavano con ammirazione. Le star di Hollywood venivano inviate a partecipare a trasmissioni televisive o a manifestazioni. Shirley Temple compì numerosissime visite all’estero, sin da quando era la bambina prodigio chiamata “riccioli d’oro”: serviva ad offrire un’immagine di grazia ed innocenza agli USA e fu mandata specialmente in Paesi africani. L’Italia fu sin da subito un Paese principe per tali attività dell’USIA. Gli italiani – un popolo con forti limiti intellettuali – si entusiasmavano per divi e dive di Hollywood, e per le rock star americane, e mai sospettarono di essere manipolati. Almeno un paio dei notissimi presentatori o presentatori-imitatori italiani traevano molti vantaggi dai loro contatti con l’USIA.
Accanto alla promozione dei propri prodotti c’era lo sbarramento da effettuare sulla concorrenza, che era sia commerciale che culturale, cioè nociva sia per le Multinazionali statunitensi (case cinematografiche, discografiche ed editoriali) che per l’USIA. Così nei vari Paesi esteri, dove si poteva, si ostacolava la diffusione di filmografie, musiche ed opere stampate non di origine statunitense. Questa azione fu molto più efficace di quanto non si riesca a sospettare: la diffusione nel mondo di certe filmografie, musicalità e letterature è molto inferiore a quanto meriterebbero e ciò è dovuto proprio all’azione combinata delle Multinazionali statunitensi e dell’USIA. Basti pensare alla musica sudamericana, alla filmografia italiana, alla letteratura francese.
(..)
L’USIA è ancora in attività. Attualmente la sede centrale è al 301 IV South West Street di Washington e il suo direttore si chiama Joseph Duffey, che risponde direttamente alla signora Madeleine Albright. La sua consistenza attuale non è nota ma varie indicazioni portano a dimensioni molto superiori a quelle degli anni Sessanta, che si possono fissare nell’attualità ad un budget sui 3 miliardi di dollari e ad un personale sulle 30.000 unità; le centrali estere sono attualmente quasi 300, distribuite in circa 120 Paesi (dopo il 1993 l’USIA ha dovuto sobbarcarsi l’onere della propaganda in molti Paesi “nuovi”, dell’Europa Orientale ed ex URSS).
(…)
Gli scopi statutari dell’USIA sono ancora esattamente quelli fissati dal Congresso nel 1953. Essi prevedevano di descrivere bene gli Stati Uniti e male i loro nemici, senza chiamarli per nome. Il crollo del Muro di Berlino del 1989 non ha cambiato tali scopi. Ha annullato la Guerra Fredda, eliminando la figura dell’URSS-Impero del Male. Però, a parte la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno sempre bisogno di un Nemico Planetario, di qualcuno da combattere ogni dove e che fornisca la scusa di sovvertire il mondo, in particolare sempre il Terzo Mondo. Proprio in questi anni si sta studiando chi possa essere il Nemico Planetario del futuro. Si stanno esaminando il Terrorismo Internazionale ed il Traffico Internazionale di Droga (si, quello gestito in ultima analisi proprio dal governo americano), ma pare che non sia ancora stata scelta una via da seguire con decisione. La Cina andrebbe bene, ma non ha le caratteristiche di pericolosità mondiale che potevano essere attribuite all’URSS. Rimane certamente inalterata per l’USIA la funzione di descrivere gli Stati Uniti come Impero del Bene, il che è ciò che più interessa nel presente lavoro.
A scanso di equivoci è bene dire che anche oggigiorno le attività dell’USIA ricadono nello Smith-Mundt Act del 1948. Si può narrare in merito il seguente episodio. Nel 1985 un radioamatore dello Stato di Washington, tale Edwin A. Smith, captò una trasmissione della VOA intitolata “Africa in Print”. Sorpreso dal contenuto, che gli pareva inverosimile, una menzogna completa, chiese un trascritto della trasmissione, come in effetti aveva proposto a tutti gli interessati l’annunciatore alla fine della trasmissione. Il trascritto gli fu negato. Smith aveva in mente il Freedom of Information Act, una legge del Congresso che stabilisce il diritto di ogni cittadino americano ad ottenere qualunque documento del governo che non sia definito classified o top secret, e fece ricorso, Ebbene, un tribunale federale gli diede torto: il materiale propagandato dall’USIA all’estero può essere ottenuto solo da membri del Congresso, e dietro richiesta da valutare di volta in volta; per gli altri cittadini americani è anche reato tentare di captare le trasmissioni radio della VOA.”

Abbiamo rintracciato in rete The United States Information Agency: A Commemoration, volume autocelebrativo pubblicato all’indomani della sua integrazione con il Dipartimento di Stato, in virtù del Foreign Affairs Restructuring and Reform Act del 1998, che presenta una ricca fenomenologia dell’ingerenza diplomatica statunitense in ogni angolo del globo, attraverso i racconti e gli aneddoti dei funzionari USIA.
Qui, invece, si trova una guida generale sull’Agenzia, elaborata solo pochi mesi prima, con il dettaglio delle attività svolte.

[Se il video non risulta visibile, potete vederlo qui]

Divi di (quello) Stato 3°

Un gruppo di mercenari guidato dal veterano Barney Ross (Sylvester Stallone) riceve il compito di infiltrare un paesino del Sudamerica e rovesciarne il dispotico dittatore, il generale Gaza (David Zayas) ma i soldati di ventura scopraranno ben presto che il loro cliente ha omesso alcuni particolari di vitale importanza e, per salvare una vita innocente e raddrizzare una serie di torti, il gruppo si troverà a fronteggiare nemici interni, oltre che esterni.
Della squdra, oltre a Ross, fanno parte anche Lee Christmas (Jason Statham), un ex membro delle forze speciali britanniche, esperto in armi da taglio, il maestro di arti marziali Yin Yang (Jet Li), l’esperto di armi Hale Ceasar (Terry Crews), amico di Ross da lunga data, il demolitore Toll Road (Randy Couture), che funge da intellettuale del gruppo e il tormentato Gunnar Jensen (Dolph Lundgren), cecchino provetto.
Dopo aver ricevuto la prima tranche del pagamento dal loro cliente, l’enigmatico Mr. Church (Bruce Willis), Ross e i suoi si recano sul posto e prendono contatti con la resistenza locale, nella persona della ribelle Sandra (Giselle Itié). La scoperta del loro vero avversario, tuttavia, sarà un autentico shock: l’operativo CIA James Monroe (Eric Roberts) e il suo pefido tirapiedi Paine (il wrestler Steve Austin).

I mercenari, ovvero come tentare di riabilitare una categoria che ultimamente non gode proprio di buona stampa.
Dall’1 settembre al cinema…