Intermarium, chi era costui?

“Dopo la guerra combattuta tra la Russia e la Polonia e conclusasi il 18 marzo 1921 col trattato di pace di Riga, il Maresciallo Józef Piłsudski (1867-1935), capo provvisorio del rinato Stato polacco, lanciò l’idea di una federazione di Stati che, estendendosi “tra i mari” Baltico e Nero, in polacco sarebbe stata denominata Międzymorze, in lituano Tarpjūris e in latino, con un neologismo poco all’altezza della tradizione umanistica polacca, Intermarium. La federazione, erede storica della vecchia entità politica polacco-lituana, secondo il progetto iniziale di Piłsudski (1919-1921) avrebbe dovuto comprendere, oltre alla Polonia quale forza egemone, la Lituania, la Bielorussia e l’Ucraina. È evidente che il progetto Intermarium era rivolto sia contro la Germania, alla quale avrebbe impedito di ricostituirsi come potenza imperiale, sia contro la Russia, che secondo il complementare progetto del Maresciallo, denominato “Prometeo”, doveva essere smembrata nelle sue componenti etniche.
Per la Francia il progetto rivestiva un certo interesse, perché avrebbe consentito di bloccare simultaneamente la Germania e la Russia per mezzo di un blocco centro-orientale egemonizzato dalla Polonia. Ma l’appoggio francese non era sufficiente per realizzare il progetto, che venne rimpiazzato dal fragile sistema d’alleanze spazzato via dalla Seconda Guerra Mondiale.
Una più audace variante del progetto Intermarium, elaborata dal Maresciallo tra il 1921 e il 1935, rinunciava all’Ucraina ed alla Bielorussia, ma in compenso si estendeva a Norvegia, Svezia, Danimarca, Estonia, Lettonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia, Jugoslavia ed Italia. I due mari diventavano quattro, poiché al Mar Baltico ed al Mar Nero si venivano ad aggiungere l’Artico e il Mediterraneo. Ma anche questo tentativo fallì e l’unico risultato fu l’alleanza che la Polonia stipulò con la Romania.
L’idea di un’entità geopolitica centroeuropea compresa tra il Mar Baltico e il Mar Nero fu riproposta nei termini di una “Terza Europa” da un collaboratore di Piłsudski, Józef Beck (1894-1944), che nel 1932 assunse la guida della politica estera polacca e concluse un patto d’alleanza con la Romania e l’Ungheria.
Successivamente, durante il secondo conflitto mondiale, il governo polacco di Władisław Sikorski (1881-1943) – in esilio prima a Parigi e poi a Londra – sottopose ai governi cecoslovacco, greco e jugoslavo la prospettiva di un’unione centroeuropea compresa fra il Mar Baltico, il Mar Nero, l’Egeo e l’Adriatico; ma, data l’opposizione sovietica e la renitenza della Cecoslovacchia a federarsi con la Polonia, il piano dovette essere accantonato.
Con la caduta dell’URSS e lo scioglimento del Patto di Varsavia, l’idea dell’Intermarium ha ripreso vigore, rivestendo forme diverse quali il Consiglio di Cooperazione nel Mar Nero, il Partenariato dell’Est e il Gruppo di Visegrád, meno ambiziose e più ridotte rispetto alle varianti del progetto “classico”.
Ma il sistema di alleanze che più si avvicina allo schema dell’Intermarium è quello teorizzato da Stratfor, il centro studi statunitense fondato da George Friedman, in occasione della crisi ucraina. Da parte sua il generale Frederick Benjamin “Ben” Hodges, comandante dell’esercito statunitense in Europa (decorato con l’Ordine al Merito della Repubblica di Polonia e con l’Ordine della Stella di Romania), ha annunciato un “posizionamento preventivo” (“pre-positioning”) di truppe della NATO in tutta l’area che, a ridosso delle frontiere occidentali della Russia, comprende i territori degli Stati baltici, la Polonia, l’Ucraina, la Romania e la Bulgaria. Dal Baltico al Mar Nero, come nel progetto iniziale di Piłsudski.
Il 6 agosto 2015 il presidente polacco Andrzej Duda ha preconizzato la nascita di un’alleanza regionale esplicitamente ispirata al modello dell’Intermarium. Un anno dopo, dal 2 al 3 luglio 2016, nei locali del Radisson Blue Hotel di Kiev ha avuto luogo, alla presenza del presidente della Rada ucraina Andriy Paruby e del presidente dell’Istituto nazionale per la ricerca strategica Vladimir Gorbulin, nonché di personalità politiche e militari provenienti da varie parti d’Europa, la conferenza inaugurale dell’Intermarium Assistance Group, nel corso della quale è stato presentato il progetto di unione degli Stati compresi tra il Mar Baltico e il Mar Nero.
Nel mese successivo, i due mari erano già diventati tre: il 25-26 agosto 2016 il Forum di Dubrovnik sul tema “Rafforzare l’Europa – Collegare il Nord e il Sud” ha emesso una dichiarazione congiunta in cui è stata presentata l’Iniziativa dei Tre Mari, un piano avente lo scopo di “connettere le economie e infrastrutture dell’Europa centrale e orientale da nord a sud, espandendo la cooperazione nei settori dell’energia, dei trasporti, delle comunicazioni digitali e in generale dell’economia”. L’Iniziativa dei Tre Mari, concepita dall’amministrazione Obama, il 6 luglio 2017 è stata tenuta a battesimo da Donald Trump in occasione della sua visita a Varsavia. L’Iniziativa, che a detta del presidente Duda nasce da “un nuovo concetto per promuovere l’unità europea”, riunisce dodici paesi compresi tra il Baltico, il Mar Nero e l’Adriatico e quasi tutti membri dell’Alleanza Atlantica: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria, Slovenia, Croazia, Ungheria, Romania, Bulgaria.
Sotto il profilo economico, lo scopo dell’Iniziativa dei Tre Mari consiste nel colpire l’esportazione di gas russo in Europa favorendo le spedizioni di gas naturale liquefatto dall’America: “Un terminale nel porto baltico di Świnoujście, costato circa un miliardo di dollari, permetterà alla Polonia di importare Lng statunitense nella misura di 5 miliardi di metri cubi annui, espandibili a 7,5. Attraverso questo e altri terminali, tra cui uno progettato in Croazia, il gas proveniente dagli USA, o da altri Paesi attraverso compagnie statunitensi, sarà distribuito con appositi gasdotti all’intera ‘regione dei tre mari’” .
Così la macroregione dei tre mari, essendo legata da vincoli energetici, oltre che militari, più a Washington che non a Bruxelles ed a Berlino, spezzerà di fatto l’Unione Europea e, inglobando prima o poi anche l’Ucraina, stringerà ulteriormente il cordone sanitario lungo la linea di confine occidentale della Russia.”

Da Il cordone sanitario atlantico, editoriale di Claudio Mutti del n. 4/2017 di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”.

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Carthago intossicanda est

Il buon Trump qualche mese fa (nella notte fra il 6 e il 7 aprile, per la precisione) lavava l’onta dell’ennesimo attacco chimico del macellaio Assad deliziando il regno del male con un assaggio dei suoi “Tomauòc”, di cui peraltro una manciata raggiunse il bersaglio e il resto finì allegramente sparso nella sabbia del deserto circostante.
Giustificò poi questo attacco – con preavviso ai Russi per dar loro modo di sgomberare tutto meno che gli hangar – con un lungo spataffio presentato alle Nazioni Unite, al cui confronto sembravano verità rivelata i rapporti di Starsky & Hutch a fine puntata, col loro capo incazzato e con le bretelle fumanti che sempre chiosava, più sconsolato che perplesso: “E io mi devo bere tutto questo?” “Si, capo”.
Peccato che l’allegato 2, prova probante con nomi e cognomi registrati al pronto soccorso per intossicazione di gas chimico… smonta tutto l’impianto accusatorio.
Ammesso e non concesso che i Siriani bombardarono, ammesso e non concesso che lo fecero con armi chimiche, ammesso e non concesso ancora che il bombardamento iniziò alle 6:30 del mattino, come mai i poveri civili intossicati iniziarono a registrarsi al pronto soccorso già alle 6:00? E chi controllava all’epoca quel territorio, chi possedeva armi chimiche, chi ha rilasciato il gas PRIMA del bombardamento siriano?
Il buon Robert Parry chiude così il cerchio: “The JIM (Joint Investigative Mechanism) consigned the evidence of a staged atrocity, in which Al Qaeda operatives would have used sarin to kill innocent civilians and pin the blame on Assad” (vedi qui).
Conclude, a mio avviso, in maniera fin troppo benevola: “So, if it becomes clear that Al Qaeda tricked President Trump not only would he be responsible for violating international law and killing innocent people, but he and virtually the entire Western political establishment along with the major news media would look like Al Qaeda’s “useful idiots.”
Trump utile idiota di Al-Qaeda è come dire Messina Denaro utile idiota del primo picciotto ancora incensurato, a mio modesto parere.
E non si tratta neppure di un maldestro tentativo di infangare prove, come nel caso del funzionario russo che, qualche giorno fa, “sbagliò” a passare delle foto per la versione inglese ufficiale del Ministero della Difesa russo che denunciava la fuga di armi e munizioni di un’intera colonna in armi dell’ISIS da Albukamal verso ovest, in pieno territorio controllato dall’alto dalle forze aeree della “Coalizione” che, “inspiegabilmente”, si rifiutavano di bombardarle su segnalazione e richiesta russa perchè “prigionieri di guerra e quindi sotto la Convenzione di Ginevra”. Tutto documentato, stenogrammi e conversazioni registrate… peccato che il funzionario girava foto tratte da videogiochi (sic!) e filmati di anni precedenti. Peccato che appena un quarto d’ora dopo la messa in onda, si sarebbe detto un tempo, partiva la denuncia di “fake” con tutte le foto sbugiardate con relativi equivalenti, peccato che, non appena accortosi dell’errore, il Ministero provvedeva a diffondere sulla versione inglese le foto corrette (tutto ricostruito minuziosamente qui e qui). Nulla da fare, la macchina del fango era già partita… ma il tempo è galantuomo e i conti si faranno alla fine anche per questo (anzi, subito, nel caso del “collaboratore” che ha diffuso le foto e per cui penso che la mannaia sia calata in maniera non molto dissimile da qualche tempo fa, quando il Sette Novembre si festeggiava in maniera ufficiale).
Qui non siamo di fronte a un allegato sbagliato di fronte a una notizia giusta, ma al suo esatto contrario: un allegato giusto di fronte a una notizia sbagliata, una notizia per cui – come sottolinea Parry – non molto tempo fa partì la guerra di Bush; un costrutto falso, ma organicamente coerente di pagine e pagine messo in crisi da un semplice, inosservato dettaglio.
Carthago intossicanda est…
Paolo Selmi

Terrore Rosso colpisce ancora? Gli USA impongono la designazione di agenti stranieri sui media russi come ai tempi della seconda guerra mondiale

Di Robert Bridge per rt.com

Il McCarthyismo dell’epoca sovietica che ha imperversato in America alla metà del XX secolo è stato un semplice gioco da bambini rispetto all’isteria russofobica che ora sta attraversando gli USA, dove i media russi devono persino identificarsi con una designazione tipica dell’era nazista.

L’aspetto più inquietante della spettacolare esplosione delle relazioni USA-Russia nell’ultimo anno non è necessariamente la velocità fulminea con la quale si è verificata, ma che si tratta di un atto deliberato e premeditato di violenza politica assolutamente evitabile.
La massiccia campagna anti-Russia è arrivata con una ferocia così rapida e ingiustificata che nemmeno l’ultimo senatore americano Joseph McCarthy, il cui nome è praticamente sinonimo di caccia alle streghe, sarebbe arrivato a tanto. E proprio quando pensi di aver toccato il fondo nelle relazioni bilaterali, una botola si apre sotto i piedi, svelando un’altra caduta precipitosa.
In quello che sembra essere il motivo principale nelle relazioni mediatiche tra Stati Uniti e Russia, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha fatto al ramo americano di RT [Russia Today] la richiesta oltraggiosa di registrarsi come “agente straniero” per continuare ad operare sul suolo statunitense.
Ciò che rende la richiesta degli USA particolarmente inaccettabile, se non del tutto ripugnante, è la storia dietro la Legge per la registrazione degli agenti stranieri del 1938, o FARA, creata per contrastare l’agitazione filo-nazista. Poche persone avrebbero potuto dimenticare quanto sangue, sudore e lacrime costarono alla Russia nel suo straordinario sforzo per respingere l’armata di Hitler dal suo territorio. Infatti, senza il sacrificio incomparabile della Russia, che ha spezzato la schiena della macchina da guerra nazista, sarebbe assolutamente inutile parlare oggi di “libertà mediatica”. Continua a leggere

Trump, Syriza & Brexit provano che il voto è solo una piccola parte della battaglia


Di Neil Clark per rt.com

Se il voto cambiasse qualcosa, l’avrebbero abolito. Potrebbe sembrare un po’ scontato ma considerate questi eventi recenti.
Nel gennaio del 2015, il popolo greco, malato e stanco di austerità e di un modello di vita frenetico, ha votato per Syriza, un partito radicale anti-austerità. La coalizione della sinistra, che era stata costituita solo undici anni prima, ha conseguito il 36,3% del voto e 149 dei 300 posti del Parlamento ellenico. Il popolo greco aveva ragionevoli speranze che il suo incubo di austerità finisse. La vittoria di Syriza è stata salutata dai progressisti in tutta Europa.
Ma cosa è successo?
E’ stata applicata dalla “Troika” pressione sulla Grecia per accettare condizioni onerose per un nuovo salvataggio. Syriza si è rivolto alla gente nel giugno 2015 per chiederle direttamente in un referendum nazionale se dovessero accettare i termini.
“Domenica non stiamo semplicemente decidendo di rimanere in Europa, stiamo decidendo di vivere con dignità in Europa”, dichiarò Alexis Tsipras, leader di Syriza. Il popolo greco ebbe doverosamente a concedere a Tsipras il mandato che aveva chiesto e respinse i termini del salvataggio con il 61,3% di ‘No.’
Tuttavia, poco più di due settimane dopo il referendum, Syriza accettò un pacchetto di salvataggio che conteneva tagli più alti delle pensioni e maggiori aumenti di imposta rispetto a quello offerto in precedenza.
Il popolo greco avrebbe potuto starsene comodamente a casa dato che il voto non ha fatto grande differenza.
Molti sostenitori di Donald Trump negli Stati Uniti la pensano senza dubbio allo stesso modo. Continua a leggere

Le implicazioni della politica estera USA al tempo di Trump

Quando Putin afferma che le sanzioni contro la Russia sono una forma di “protezionismo nascosto”

“Gli sviluppi delle ultime settimane rimuovono la nebbia che oscurava gli obiettivi di politica estera della classe dominante USA. Una serie di eventi apparentemente non correlati fanno luce sulle finalità dei responsabili politici in un’era di intensificazione delle rivalità internazionali. Più oltre, sta diventando chiaro che il Presidente Trump sta ora parametrando la politica estera al consenso della classe dirigente; il suo allontanarsi dalla linea è stato sostanzialmente posto sotto controllo.
(…)
Il lungo e incoraggiato modello che vede gli interessi imperialistici USA serviti dal mettere in sicurezza e proteggere da parte degli stessi USA il proprio accesso alle fonti di energia, garantendo l’energia per i suoi alleati della Guerra Fredda è oggi in cerca di un nuova fisionomia. Oggi, gli interessi degli USA consistono nella ricerca di nuovi mercati all’interno dell’economia globale, in competizione con altri fornitori di energia, e creando favorevoli condizioni politiche ed economiche ai fornitori USA. Petrolio, gas ed energia rimangono centrali per l’impresa imperialista, ma i ruoli stanno cambiando in modo importante con importanti implicazioni.
Ho cercato di definire più chiaramente questo ruolo in febbraio, quando ho scritto: Dovrebbe essere chiaro, allora, che l’approssimarsi dell’autonomia petrolifera degli USA, il mutamento del ruolo degli USA da consumatori a produttori, e l’attenzione ai mercati per il petrolio, piuttosto che alle sorgenti del petrolio, influenzano profondamente le politiche strategiche degli USA, incluso l’indebolimento o l’inasprimento delle relazioni con gli altri maggiori produttori di petrolio come l’Arabia Saudita e la Russia.
I fatti han solo rafforzato tale visione. La rabbiosa e crudele intensificazione delle ostilità verso la Russia, la rinnovata demonizzazione dell’Iran, lo strano e bizzarro isolamento del Qatar, e l’accresciuta aggressività nelle numerose guerre di destabilizzazione nel Medio Oriente sottolineano l’evoluzione di un’emergente politica estera, consistente nell’assicurarsi nuovi mercati dell’energia.
L’introduzione e l’espansione delle forze militari USA in punti caldi come la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan promettono minore risoluzione dei conflitti, ma garantiscono ulteriore instabilità delle fonti energetiche e del flusso degli idrocarburi. La vendita di vaste scorte di armamenti militari assicura l’intensificazione ed il perdurare delle incursioni saudite nello Yemen.
L’inaspettata ostilità verso il Qatar mostrata dagli altri Stati del Golfo all’inizio della recente volgare performance di Trump in Riyadh (Arabia Saudita) è probabilmente diretta contro la leadership globale del Qatar nell’esportazione di gas liquido naturale, il mercato che gli USA sperano di penetrare ulteriormente. Non è un caso che i giacimenti di gas del Qatar sono posseduti in comune con l’Iran ed entrambi i paesi hanno cooperato nello sfruttamento dei giacimenti e nella produzione del gas naturale. Allo stesso tempo, i sauditi si sono arresi nella guerra dei prezzi con i trivellatori delle argille americane.
(…)
Le ultime sanzioni statunitensi contro la Russia (15/06/17) sono chiaramente dirette ai mercati ed al gas naturale russo. Il Senato ha votato il provvedimento 98-2 per “ampliare le sanzioni sul settore dell’energia russo”, come riferito dal Wall Street Journal. Mentre il messaggio può essere andato perduto sui media mainstream, i quali si crogiolano nel neomaccartismo, e mentre lo stesso messaggio non è stato decodificato da una sinistra distratta, non è andato perduto per gli Europei. Lo hanno immediatamente visto come un attacco al progetto del gasdotto North Stream 2 che dovrebbe portare il gas russo in Germania, Austria ed altre nazioni europee. E lo hanno visto per quello che era; La Germania e l’Austria immediatamente hanno sferzato con una dichiarazione congiunta: “Non possiamo accettare una minaccia di sanzioni extraterritoriali, illegali per il diritto internazionale, contro le compagnie europee che partecipano allo sviluppo delle forniture europee di energia”.
Hanno aggressivamente aggiunto: “La fornitura di energia all’Europa è affare dell’Europa, non degli Stati Uniti d’America” e “il fine odierno [di tali sanzioni] è quello di procurare lavoro per l’industria del gas e del petrolio americana…”
E così è. Il crudo riconoscimento che le azioni americane contro la Russia sono sottili e nascoste operazioni di copertura in favore degli scopi imperialisti degli USA.
Per evitare che qualcuno pretenda che l’imperialismo USA con un passo nuovo sia esclusivamente un prodotto di Trump, si dovrebbe notare come la votazione al Senato della 98-2 non è stata un’aberrazione. Scrivendo sul Washington Post (08/06/17), David Gordon e Michael O’Hanlon – due insiders solidamente connessi con Washington – hanno indicato “diversi segni di speranza” nella politica estera di Trump. Hanno lodato la squadra della sicurezza nazionale del Presidente e il suo atteggiamento nel Medio Oriente. Sono stati in modo particolare entusiasti per la sua continua belligeranza contro la Russia.
L’incauta politica estera dell’Amministrazione Trump ancora oggi devia qualche volta dalla linea della classe dominante espressa negli editoriali del New York Times o del Washington Post. Ma ancor di più diventa incauta perché si conforma a tale linea. La guerra senza fine e l’escalation in quelle guerre senza fine non si sono scontrate con l’impazienza della classe dominante, ma appaiono piuttosto essere la nuova linea globale.
La destabilizzazione dei paesi e la promozione del settarismo appaiono essere meno conseguenze non volute e più risultati delle tattiche deliberatamente calcolate di un potere imperialista che trae beneficio dal caos.
Come nell’era classica della spericolata competizione imperialista ante I Guerra mondiale, l’imperialismo degli USA sta aggressivamente facendo avanzare la propria agenda economica contro i rivali, inclusi i recenti “alleati”. I pericoli posti da queste rivalità in intensificazione minacciano di far scoppiare conflitti più devastanti e guerre ancor più estese.”

Da Imperialismo USA: cambio di direzione?, di Zoltan Zigedy.

Con l’esempio Manchester ci si doveva dare una spintarella

“E, guarda caso, mentre The Donald si aggira tra sunniti decapitatori di donne, fomentando la grande alleanza di tutti i sunniti decapitatori di donne e di tutto ciò che di non sunnita gli capita sotto la mannaia, perché facciano il favore a Israele di togliergli dai piedi l’Iran sciita che, come il resto degli sciiti, il massimo del terrorismo l’ha praticato con i fuochi d’artificio di capodanno, ecco che a Manchester viene telefatto saltare per aria un ragazzo libico con bomba. 22 ragazzi morti e oltre cento feriti mentre stavano al concerto. Target centrato: concerti, giovani incazzati con i vecchi, Corbyn (Manchester è laburista) e Brexit “con la quale Brexit sarebbe andato a ramengo il prezioso coordinamento europeo dell’intelligence per combattere terrorismo ed estremismi vari”. Effetto collaterale: un po’ di benzina sul sacro fuoco dello scontro di civiltà che ci arruola tutti, seppure al traino e in catene, nelle armate della civiltà superiore. Avete sentito? E’ ripartita la cantilena degli islamici tutti cattivi, da cui quei pochi buoni, se vogliono che non li affidiamo ai roghi salviniani, si decidano finalmente a prendere sincere distanze.
Quale è il collegamento? Beh, visto che al pupazzo giallo chiomato viene fatto proclamare che dobbiamo tutti quanti fare la guerra al terrorismo, a forza di decapitatori sunniti fuori e sorveglianza e militarizzazione totali dentro, sotto la guida di chi dall’11 settembre in qua ci fotte col terrorismo, con l’esempio Manchester ci si doveva dare una spintarella, no? Che vogliamo lasciare tutta l’incombenza ai tagliateste sunniti? Anche stavolta, come ogni volta, il terrorista era noto e seguito da Scotland Yard, Mi5 e Mi6, la più efficiente attrezzatura spionistica del mondo (oltreché, ovviamente, da CIA e Mossad), ma, a dispetto di smartphone connessi anche spenti alla Questura, delle telecamere che ci spiano perfino dai cartelloni pubblicitari e dai nostri frigoriferi (vedi “Report” di lunedì 22 maggio) e nonostante l’andirivieni di Salman Abedi tra Inghilterra e quell’oasi di pace e ordine che è la Libia, guarda un po’ la sfiga, proprio in quei giorni e momenti nessuno se ne curava. Tutti a festeggiare la rinnovata sinergia tra le democrazie d’Occidente e della penisola arabica per farla finita con quei regimi arabi, tirannici e terroristici, che si erano permessi di emancipare le donne, garantire istruzione, sanità, scuola, casa e lavoro, avviarsi a un progresso davvero blasfemo. Inaccettabili dittature, dicono a Riad e al “manifesto”.
Dopodichè si rimedia alla figuraccia, che tanto aveva innervosito la regina al suo Garden Party, figuraccia aggravata dai servizi USA e dal New York Times che ci fanno sapere di essere stati i primi a sapere tutto (noblesse oblige), rastrellando un po’ di presunti radicalizzati e stupefatti parenti. Così, almeno ex post, ci si rivela occhiutissimi e si può ringhiare dell’esistenza di una “rete”. E contro una rete che va fatto? Ma è risaputo: si mettono in strada 5000 soldati. Funzione? Individuare tra le milionate che gli passano sotto il naso agli ingressi del metrò il losco figuro dallo sguardo torvo che sicuramente nello zainetto tiene 5 chili di tritolo con chiodi.
Tutto quello che vado scrivendo odora di stantìo, di deja vu, di già detto. Come se tutti quanti non sapessimo da almeno 16 anni, dall’11 settembre, attraverso Londra, Madrid, Parigi, Bruxelles, Bali, Amman, Monaco, Berlino, che quelli fanno rete. Magari differiamo un tantino su chi è che fa rete…
Invece la cosa da dire, a essere originali quanto il signor de Lapalisse, tanto che nessuno la dice per non sembrare banalotto, è una domanda. Ma visto che queste orrende forze del male, come le stampigliano Bush, Obama e ora Trump, proclamano incessantemente ai quattro venti che ci faranno fare la fine in quanto sacrilego, perverso e infedele Occidente, com’è che se la prendono sempre e solo con coloro che dell’Occidente sono meramente le comparse, i figuranti, le plebi, la massa inerte, più spesso che no le vittime? Com’è che neanche in uno dei mille attentati hanno cercato di sfondare i glutei di un solo bonzo in posizione di qualche eminenza in Occidente? O uno dei meccanismi che lo fanno funzionare. Che so, una banca, l’insegna di una multinazionale, il cuoco di Obama, Lady Gaga che perverte animi e corpi, Hillary o la sua estetista (oltretutto colpevole di inettitudine), Descalzi che intreccia danze con l’infame scita Rouhani, un capoufficio della Roche, un fattucchiere della Monsanto, qualcuno della Lockheed , quella degli F35, mentre beve mohjitos a Bahia, un broker di Wall Street che rifila derivati a poveri arabi…
Non è mai successo. Ah no, una volta è successo. Ad Amman, 9 novembre 2005, insieme ai soliti figuranti di una festa di nozze, saltarono in aria due delegazioni incontratesi in segreto nell’hotel Radisson. Ma quelli erano Palestinesi e Cinesi. E agli Israeliani era stato detto di lasciare l’albergo il giorno prima.”

Da Terrorismo islamico in Occidente: sempre comparse, mai una star, di Fulvio Grimaldi.

The smoking gun


A parte tutte le – straripanti – motivazioni che condannano senza appello il folle decreto Lorenzin…
…di cui si è parlato abbondantemente in questi giorni, mi stavo domandando: perché proprio in Italia questo accanimento, visto che in Europa vige una – di gran lunga – maggiore libertà di scelta in tema di vaccinazioni?
Cosa c’è dietro? Che senso ha questa esasperata aggressività da parte delle istituzioni italiane notoriamente forti con i deboli e deboli con i forti? Non può essere farina del sacco dei risibili personaggi che ci governano, deve esserci qualcosa d’altro.
Magari qualcosa che ci arriva – come sempre – da oltreatlantico.
Magari un invito che non si può rifiutare.
Magari tramite una visita ufficiale di un ex-presidente…
Gratta gratta, poi salta fuori ‘the smoking gun’, la pistola fumante…e scopriamo che nel settembre 2014 viene deciso a Washington – alla presenza della improbabile Ministra Lorenzin e di Pecorelli, presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco – che “L’Italia guiderà nei prossimi cinque anni le strategie e le campagne vaccinali nel mondo”.
Continuando la lettura del documento, scopriamo che l’Italia ha ricevuto questo straordinario incarico nientemeno che “dal Summit di 40 Paesi cui è intervenuto anche il Presidente USA Barack Obama”.
L’ordine parte dalla GHSA o Global Health Security Agenda, e Pecorelli e la Lorenzin, con l’entusiasmo dei servi sciocchi, hanno tosto assicurato che l’Italia farà il suo dovere fino in fondo.
“È un importante riconoscimento scientifico e culturale all’Italia, soprattutto in questo momento in cui stanno crescendo atteggiamenti ostili contro i vaccini”, afferma Pecorelli.
E la brillante, plurilaureata Ministra della Salute, rilancia: “Sul tema della salute dobbiamo rafforzare la cooperazione internazionale. Il tema dei vaccini sarà una delle priorità durante il semestre italiano di Presidenza Europea. Il nostro Paese si trova al centro dell’area mediterranea e le molte crisi internazionali hanno portato a nuovi imponenti flussi migratori.”
Ecco una ulteriore dimostrazione dell’utilità dei flussi migratori.
Da una parte servono a creare paura, incertezza, angoscia nei popoli, in modo che le élite possano rispondere con una sempre maggiore riduzione delle libertà civili; limitazioni nel viaggiare, nel pensare e nell’esprimersi liberamente, fino al privatissimo ambito della salute.
Dall’altra sono preziosi per chi li causa e li gestisce; le lobby delle armi che distruggono i loro Paesi di provenienza, quelle industriali che li ricostruiscono, i traghettatori che li trasportano in Europa, e infine le lobby che lucrano sulla loro accoglienza.
D’altra parte, se così non fosse, la situazione dei migranti sarebbe stata risolta da un pezzo; questo solo uno stolto può non capirlo.
Per ritornare al nostro decreto Lorenzin, questo era quello che ci mancava per capire anche il collegamento con la recente visita di Obama in Italia.
Arriva lui e, guarda caso, pochi giorni dopo arrivano i 12 vaccini. Una coincidenza?
E dopo la visita odierna di Trump cosa ci aspetta?
Che ordini porterà ai suoi sudditi il nuovo puparo?
Nella migliore delle ipotesi un salasso – peraltro già anticipato a quell’altra perla di presidente del Consiglio, lo scialbo Gentiloni, nel corso della sua recente visita a Washington – per comprare più armi, nella peggiore un ulteriore asservimento agli interessi angloamericani.
E qui ci sarebbe da scrivere fino a domani.
W l’Italia!
Piero Cammerinesi

Fonte