Tutto questo deve cambiare

“Una società è libera nella misura in cui lo è il suo dissidente politico più problematico, il che oggi significa che siamo liberi quanto Julian Assange. Finché viviamo in una società che può dare origine a una campagna multi-governativa coordinata per rinchiudere un giornalista per il resto della sua vita sulla base di accuse fasulle perché ha denunciato crimini di guerra statunitensi, non siamo liberi e non si deve fingere di esserlo.
Il vecchio detto “le azioni parlano più delle parole” ha assonanza con ciò che accade perché mentre i commentatori dei media miliardari ci assicurano continuamente con le loro parole che viviamo in una società libera, le azioni delle persone che esercitano su di noi un potere ufficiale e non ufficiale ci dicono che in realtà viviamo in una società che tortura e imprigiona i giornalisti dissidenti per aver raccontato verità scomode.
La persecuzione contro Julian Assange ci dice molto di più sulla nostra società rispetto ai racconti autorizzati che ci vengono venduti e ci racconta la vera funzione dei mass media.
(…) La persecuzione di Julian Assange ci parla del tipo di società in cui viviamo realmente. Siamo inondati sin dalla prima infanzia con slogan rassicuranti sulla libertà e la democrazia, che, ci viene detto, devono essere diffusi a tutti sulla terra con tutta la forza necessaria a qualunque costo. In realtà viviamo in una società fatta di menzogne e guidata da bugiardi, che perseguitano violentemente chiunque esponga la verità. Queste persone sono i nostri oppressori. Queste persone sono i guardiani della prigione. I loro volti ghignanti ti dicono che siamo liberi da dietro le sbarre di una gabbia e peggio per noi se non siamo d’accordo.
Tutto questo deve cambiare.”

Da Una società è libera nella misura in cui lo è il suo dissidente politico più problematico, di Caitlin Johnstone.

Venezuela, alle elezioni di aprile il popolo deve votare senza interventi esterni

Strana dittatura quella venezolana. Sembra in effetti lo Stato al mondo con la maggiore densità di appuntamenti elettorali negli ultimi vent’anni. E il prossimo sarà davvero decisivo. Eppure, bizzarramente, i paladini della democrazia che siedono a Washington o Bruxelles, non sono affatto contenti che all’inizio di aprile il popolo venezolano sia chiamato a decidere chi sarà il presidente del Paese nei prossimi quattro anni. Forse perché sanno che, con ogni probabilità, il prescelto sarà nuovamente Nicolas Maduro Moros. Una vecchia abitudine, questa di voler “manipolare” le elezioni altrui, ricordata per esempio nel bel film di Steven Spielberg attualmente in circolazione, The Post.
Ho avuto occasione di recarmi in Venezuela l’11 dicembre per le elezioni comunali e ho potuto riscontrare una situazione di tranquilla normalità. Ordine pubblico e pace sociale garantiti dopo il tentativo di insurrezione messo in scena dalla destra, che tuttavia è costato molte vittime, buona parte delle quali presunti sostenitori del governo, membri delle forze dell’ordine e ignari passanti. Mercati aperti e situazione dell’approvvigionamento migliorata grazie alle misure messe in atto che prevedono una più precisa disciplina per gli operatori economici al fine di evitare le speculazioni. Domenica pomeriggio ho visitato un quartiere popolare venuto in essere di recente con la costruzione di varie centinaia delle centinaia di migliaia di appartamenti costruiti dall’amministrazione chavista, verificando l’esistenza di un compatto ed entusiasta sostegno al governo Maduro tra la gente di quel quartiere, uguale a tanti altri del Venezuela.
Consenso del resto confermato dall’esito delle elezioni comunali che hanno visto la vittoria del PSUV in molte città e che in precedenza era stato espresso in occasione delle elezioni regionali e prima ancora di quelle per l’Assemblea costituente. Di fronte a questa sequela di vittorie del chavismo molti stanno letteralmente perdendo la testa. Innanzitutto ovviamente i dirigenti della destra venezolana antisistema (che paradossalmente sono quelli che ottengono più credito in Occidente), sempre più divisi fra di loro e brancolanti nel buio, e sempre più inferociti per la perdita dei loro enormi privilegi che non è certo finita con l’avvento del chavismo, ma si sta concretizzando sempre di più nell’inevitabile e giusta prospettiva di un autentico socialismo.
Poi, gli autentici padroni del circo, e cioè i governanti di Washington, con il “bullo” Trump che segue alla lettera le indicazioni del più lucido Rex Tillerson, che ovviamente non si rassegna alla perdita degli enormi giacimenti petroliferi del Paese, e minaccia l’intervento armato. Sanno del resto di avere, almeno apparentemente, recuperato qualche posizione in America Latina, con le “strategie” di attacco giudiziario (il processo Lula o contro l’ex vicepresidente ecuadoriano Glass) o sul piano elettorale (con l’elezione di Macri in Argentina) o golpista classico (con il sospetto di brogli elettorali in Honduras e le violenze su decine di manifestanti in pochi giorni) e vorrebbero oggi completare la normalizzazione del subcontinente neutralizzando il chavismo e facendo tornare il Venezuela nella sua storica condizione semicoloniale.
Non credo tuttavia che possano riuscirci. Lo dico a ragion veduta dopo aver visitato il Paese a dicembre. Va capito in questo senso che i risultati elettorali, che ovviamente hanno enorme importanza, sono solo il riflesso di una condizione di accresciuta consapevolezza e organizzazione di milioni di venezolani. Un’enorme forza tranquilla che non si farà certo mettere fuori gioco da un personaggio come Donald Trump e meno ancora dalle sue marionette locali. Se però si dovessero concretizzare le minacce di intervento armato potremmo trovarci di fronte a un nuovo Vietnam in America Latina, con tremende conseguenze sulla pace nel mondo, dato anche il netto schieramento di Russia, Cina ed altri in appoggio al legittimo governo venezolano. Intanto gli Stati Uniti, spalleggiati dai loro valletti europei, tentano la carta della destabilizzazione economica mediante sanzioni che non hanno alcun fondamento e rappresentano gravi violazioni del diritto internazionale.
Ne tengano conto gli sprovveduti governanti europei e italiani. L’Italia ha importanti interessi in Venezuela sia per la presenza di un’importante comunità di emigrati che per gli accordi di cooperazione in essere per lo sfruttamento delle risorse energetiche ed in altri settori. Sarebbe ora che gli italiani disponessero di un governo la cui politica estera fosse mirata alla difesa degli interessi nazionali e non a seguire gli sconnessi deliri del governo statunitense. Speriamo che anche da noi le elezioni del 4 marzo portino un qualche miglioramento da questo punto di vista.
Fabio Marcelli

Fonte

Venezuela: un bilancio

venezuela

Lo sapevo da almeno sei anni che sarebbe finita così, eppure la maggioranza ottenuta dalla destra alle elezioni legislative in Venezuela mi ha sorpresa per le sue dimensioni. Ho frequentato la rivoluzione bolivariana per quasi dieci anni, anno dopo anno, l’ho vista crescere in tutta la sua straordinaria potenza e poi declinare rapidamente, mangiata dall’interno anche dagli stessi uomini che avevano contribuito a realizzarla. Come ha fatto il tumore con il presidente. Ho avuto l’ardire di dire a Chávez che sarebbe andato tutto a rotoli, e non sono stata la sola. Ma lo sapeva anche lui evidentemente. Non so perché non abbia potuto fare nulla. Forse erano troppo eterogenee le forze che l’hanno appoggiato. Forse la contraddizione insita nell’arma a doppio taglio del petrolio (il cui maggior compratore erano gli stessi USA) era insanabile fin dall’inizio. Da allora, da sei anni, ho perso interesse alle questioni venezuelane. Oggi per gli amici che con me hanno frequentato il processo bolivariano in Italia, in Venezuela e in tutto il mondo, e per me naturalmente, ho sentito la necessità di fare il punto su quello che ha funzionato e quel che no, per provare a trarne, se possibile insieme, qualche insegnamento. È solo uno scarno elenco di questioni che possiamo approfondire con chi lo vorrà. E in coda qualche osservazione.

PRINCIPALI CONQUISTE
E’ stato quasi totalmente sradicato l’analfabetismo che affliggeva la maggior parte della popolazione. Ciò grazie all’iniziale aiuto di Cuba, poiché al principio nessun venezuelano in grado di farlo voleva insegnare a “delle bestie”, così qualificavano la stragrande maggioranza della popolazione analfabeta, e Fidel mandò ingenti quantità di insegnanti cubani.
Milioni di cittadini hanno avuto accesso alla sanità pubblica, anche qui grazie all’iniziale aiuto dei medici cubani, per le stesse ragioni anzidette.
E’ stata definitivamente seppellita l’ALCA, concepita per ricolonizzare l’America indiolatina.
Le elezioni di Evo Morales in Bolivia e Rafael Correa in Ecuador non sarebbero state possibili se Chávez non avesse dato l’impulso a svincolarsi dal ruolo, di fatto coloniale, nel quale si trovava al suo avvento l’America indiolatina.

PRINCIPALI SCONFITTE
Il PSUV, il partito di Chávez, che avrebbe dovuto essere lo strumento per attuare il “socialismo del XXI secolo”, si è rivelato un fallimento per inadeguatezza e alto grado di corruzione.
La riforma agraria non ha funzionato.
L’industrializzazione del Paese non ha prodotto risultati significativi.

OSSERVAZIONI
Il Venezuela non ha mai smesso di essere un Paese fondamentalmente capitalista con una becerissima borghesia -acerrima nemica del processo bolivariano- che ha continuato a detenere il potere economico e controllare il commercio con l’estero.
Di fatto non si è mai riusciti a controllare la Banca Centrale e la caduta del prezzo del petrolio ha privato il governo dei mezzi per eseguire il progetto bolivariano.
E l’annosa domanda si affaccia: è possibile cambiare il sistema dal di dentro? Per il momento non risulta che qualcuno ci sia riuscito.
E adesso qualcosa che mi ha sempre procurato strali, ma che sono convinta essere “il problema” numero uno. Chávez era certamente un leader straordinariamente empatico e generoso, difficilmente sostituibile, ma designare Maduro -che ha come principale qualità la fedeltà- come continuatore del processo bolivariano, ha mostrato in tutta la sua crudezza quanto vuoto Chávez abbia lasciato dietro di sé (si potrebbe dire lo stesso di Fidel e la nomina del fratello a successore). I buoni maestri lasciano buoni alunni che non raramente li superano. Chi pensa in termini di leader (Chávez, Fidel, Evo… per restare solo in America indiolatina), si sbaglia di grosso. Nella migliore delle ipotesi, morto il leader morta la rivoluzione. Nella peggiore, il leader si trasforma in despota. Gli esempi non ci mancano.
Con Chávez le premesse erano altre, c’erano i circoli bolivariani che all’inizio funzionavano eccome, e la vera partecipazione cittadina, capillare, rione per rione, strada per strada, famiglia per famiglia. Quasi nessuno dei sostenitori di Chávez può dire di non avere materialmente fatto qualcosa per il processo bolivariano. Questo all’inizio. Cos’è accaduto poi?

COSA ACCADRA’ ADESSO?
La strada adesso si presenta molto ripida. Il maggior problema che vedo è quello delle Forze Armate che pure in Venezuela hanno appoggiato dall’inizio il processo bolivariano. Chávez stesso diceva che le Forze Armate venezuelane erano un po’ speciali perché avevano fatto -come lui- l’accademia Andrés Bello dove si studiavano Mao, Marx…
Fu grazie alle Forze Armate che durò solo 24 ore il golpe del 2002 (consiglio a chi non l’avesse visto il documentario del golpe girato in diretta dal palazzo presidenziale, da una troupe, credo belga, che casualmente si trovava all’interno di Palazzo Miraflores per intervistare il Presidente). In quell’occasione, Chávez fu portato in una base militare (dalla quale era previsto che lo trasferissero fuori dal Paese) da un aereo con matricola statunitense, che risultò essere di proprietà del gruppo venezuelano Cisneros, allora proprietario dell’emittente televisiva Venevisión e di Ediciones América.
Ora è da scommettere che gli USA e la vicina Colombia faranno di tutto per cambiare i rapporti di forza all’interno delle Forze Armate e potrebbero questa volta riuscire laddove fino ad ora hanno fallito.
Il Pentagono e il Dipartimento di Stato non hanno mai smesso di tessere trame in tutta l’America indiolatina per creare le condizioni che giustifichino un colpo di Stato, da attuarsi qualora gli oligarchi loro complici nei vari Paesi perdano le elezioni. Così come accadde in Venezuela per le consultazioni e i referendum realizzati nel 1998, 1999, 2000, 2004, 2005, 2006, 2008 e 2009. L’unica consultazione persa dal presidente venezuelano fu quella per la riforma costituzionale, nel 2008. E possiamo simbolicamente situare lì l’inizio del declino del processo bolivariano, e della salute del presidente.
Lo sconfortante risultato delle ultime elezioni, tra l’altro, si inserisce in un contesto latinoamericano fortemente compromesso, dove le forze conservatrici stanno riprendendo il potere dappertutto e, dove ancora resistono le forze progressiste, come in Bolivia, possiamo dire che non stanno molto bene. O meglio, che non stanno facendo molto bene.
Marina Minicuci

L’Arabia Saudita mette l’Algeria su una lista nera di Paesi «poco impegnati» nella lotta contro il terrorismo

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L’informazione può sembrare tratta da un film di fantascienza, tanto è impensabile vedere una monarchia, il cui solo nome evoca l’estremismo e il terrorismo, mettere fuori legge un Paese, l’Algeria, che ne è stato la prima vittima e il cui tributo pagato per combattere le orde organizzate dagli sponsor wahabiti è stato molto pesante. Dunque, l’informazione è ufficiale. Il Ministero degli Esteri saudita ha appena incaricato le autorità competenti del Paese (i ministeri dell’Industria e del Commercio e il Consiglio della valuta saudita), chiedendo loro di dar prova di «maggior vigilanza» nelle transazioni finanziarie con undici Paesi, fra cui l’Algeria, al fine di «contrastare i rischi di coinvolgimento in casi di riciclaggio di denaro o di finanziamento del terrorismo». L’informazione è riportata dal giornale saudita Mekka, nella sua edizione di domenica 17 maggio. Il governo saudita accusa questi paesi (Algeria, Ecuador, Etiopia, Indonesia, Myanmar, Pakistan, Siria, Turchia e Yemen) di «non rispettare gli impegni assunti nel quadro del Gruppo di azione finanziaria contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo (Gafi). Il rapporto cita anche l’Iran e la Corea del Nord nella sua lista di Paesi «che rifiutano ogni forma di cooperazione» nella lotta contro questi due flagelli. Nella sua direttiva alle istituzioni interessate, il Ministero degli Affari Esteri saudita elenca otto misure da «applicare rigorosamente» nelle loro relazioni finanziarie con gli undici Paesi citati. Prima di queste misure, «l’applicazione di condizioni più rigorose nell’identificazione dei clienti, al fine di conoscere l’identità del vero beneficiario prima di qualsiasi transazione con le persone fisiche o giuridiche nei Paesi che presentano una debolezza nei loro dispositivi o che non applicano le raccomandazioni del Gafi contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo». A questo proposito, il ministero raccomanda anche di «rispettare scrupolosamente le note di avvertimento stabilite dal Gafi e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza o della commissione incaricata dell’applicazione del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite in materia». Altra misura notificata dalle autorità saudite, «fornire un aggiornamento istantaneo delle condizioni enunciate nel quadro della lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, e prendere le misure preventive necessarie per una migliore sicurezza di tutte le transazioni effettuate con le parti attinenti ai Paesi in questione». La nota chiede anche di «assicurarsi che tutte le transazioni commerciali stabilite con le parti relative ai Paesi oggetto dei bollettini di avvertimento siano a fini economici e chiaramente legali» e di «identificare i veri beneficiari». Ultime misure, infine, «consultare i siti web delle organizzazioni individuate in maniera regolare e periodica, cercare altre fonti d’informazione affidabili e prendere le misure adeguate a seguito di quanto vi è diffuso». Il rapporto indica, inoltre, che questo nuovo dispositivo sarà trasmesso al segretariato del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). L’Arabia Saudita aveva impedito a un aereo di Air Algérie di atterrare a Sana’a per il rimpatrio di cittadini algerini e nordafricani dallo Yemen. Un’informazione confermata dal pilota della compagnia aerea nazionale, ma smentita dal nostro Ministero degli Affari Esteri. Questo nuovo episodio – che i nostri leader si affretteranno probabilmente a smentire ancora una volta – è una chiara indicazione che i Paesi del Golfo classificano l’Algeria come un Paese «recalcitrante» da «sorvegliare attentamente», per aver rifiutato di partecipare all’operazione militare contro gli Houthi. Prova ne è che Stati arabi come il Marocco e la Giordania non sono interessati dalla lista nera di Riyadh che ha come chiari obiettivi regimi non monarchici. Ma su questo ci torneremo.
R. Mahmoudi

Fonte – traduzione di M. Guidoni

Russia Today come Roj TV?

media

“Tenteranno di farvi chiudere”: incontrando Assange & l’ininterrotta “Guerra contro Russia Today”
di Margarita Simonyan, capo redattore di RT

La scorsa settimana, mentre ero a Londra, sono andata a far visita a Julian Assange presso l’ambasciata ecuadoregna. Abbiamo parlato in modo confidenziale ovviamente, perciò non renderò pubbliche troppe cose, ma diffonderò solo ciò che Julian ha insistito che divulgassi. Prima è troppo tardi.
Assange ha condiviso un illuminante racconto su una stazione televisiva curda che è stata chiusa in Danimarca. La storia, come molte altre – dai cablogrammi diplomatici con commenti non diplomatici a centinaia di crimini di guerra non indagati in Irak – è giunta alla sua attenzione mediante una fuga di notizie.
C’era una volta in Danimarca una rete televisiva curda. Altrettanto felicemente avrebbe potuto essere altrove, ma al canale erano interdetti mercati più adeguati. La stazione, Roj TV, si rivolgeva ai Curdi turchi, e ciò rendeva le autorità turche molto arrabbiate.
Funzionari turchi fecero pressioni sulla Danimarca loro alleata nella NATO affinché chiudesse il canale televisivo con qualche scusa plausibile. Ma la Danimarca era riluttante, dicendo che varie ispezioni non avevano riscontrato alcuna incitazione al terrorismo e non c’erano ragioni per chiuderla. Cose simili non si facevano là; dopotutto, la Danimarca è una democrazia.
La “democrazia” non ha prevalso a lungo. Solo fino al momento in cui il Principe di Danimarca Primo Ministro Rasmussen decideva di diventare Segretario Generale della NATO. Ma la Turchia insorse e bloccò la sua candidatura! Sì, riguardo la televisione curda circa la quale la Danimarca era così ostinata. Allora i pezzi grossi si riunirono e decisero che il canale che rappresentava un faro per una intera nazione non fosse un prezzo alto da pagare per una così importante posizione in una tanto importante organizzazione. E hanno cercato di tirar fuori un po’ di estremismo, dannata democrazia. Ancora non riuscivano a trovare alcuna evidenza di ciò, ma sputarono qualche altra spiacevolezza. Wikileaks possiede un cablo nel quale il Presidente USA Barack Obama stesso sollecita i suoi alleati a pensare di risolvere la questione della televisione curda “creativamente”, in modo tale che le nazioni civilizzate non siano accusate di sopprimere la libertà di parola. E così fecero.
“La stessa cosa è in programma per voi”, mi ha detto Julian. Sfortunatamente, ho pochi dubbi che egli sia nel giusto. Ero appena ritornata da Londra quando la Camera dei Rappresentanti statunitense approvava a grande maggioranza una risoluzione che, tra le altre cose, impegnava i funzionari USA in Europa a “valutare l’influenza politica, economica e culturale dei mezzi di informazione russi e finanziati dalla Russia e a coordinarsi con i governi ospitanti circa le adeguate contromosse.”
In altre parole, gli Stati Uniti spingerebbero l’Europa a sbatterci fuori. E ciò che sta già succedendo. Negli anni scorsi abbiamo assistito a una serie di tendenze meno che gradite. Continua a leggere

Populismo: potere politico sottratto alle elites

spettro_populismoLe circostanze impongono di ri-pubblicare questo articolo dello scorso gennaio, vista la frequenza delle riunioni clandestine in corso per il varo della “NATO economica” (sic), A tappe forzate vogliono imporla per la primavera. La dirigenza “europea” che si appresta a firmare l’accordo capestro -senza ritorno- è guidata dai soliti funzionari della Goldman Sachs. Potrebbe persino astenersi dal partecipare ai conciliaboli segreti, in bunkers lontani e al riparo della partecipazione della cittadinanza. Basterebbe sbobinare e decodificare tutte le registrazioni di cui sono state vittime -consenzienti o ignare?- negli ultimi anni. La controparte USA, infatti, sa già tutto e conosce a menadito -per aver spiato capi di stato e di governo, settore impresariale e banche- quel che la “Commissione” di Bruxelles ha da dire riguardo all’annessione-liquidazione definitiva dell’economia europea. Washington sa che i più ligi e servizievoli sono quelli che infilano il “populismo” in ogni frase del loro vuoto dire.

La parola “populismo” abbonda sulle labbra di tutti coloro che hanno consumato il divorzio
definitivo, tra cittadini e governanti, tra popolo ed elites. Sentendosi, ovviamente, parte di queste, vuoi per averne sposato gli arcani economicisti, la neolingua dei bassifondi finanziari, vuoi per identificarsi in una “modernità” che mal nasconde il settecentesco neo-totalitarismo delle oligarchie. I gruppi dirigenti europei che aulicamente si autodefiniscono “la politica”, in realtà sono come dei novelli eunuchi evirati del potere politico. L’hanno affidato ai grandi gruppi economici transnazionali, che ora possono togliere e mettere governi ad Atene, Lisbona, Madrid e Roma, come ieri a Buenos Aires, Brasilia o Singapore.
E si arrogano il potere di veto sull’operato degli altri governi che -quando pretendono di essere veramente nazionali- vengono demonizzati e tolti di mezzo.
Gli eunuchi, senza più una ragion d’essere, valletti della ragione economica elevata a ragion di Stato, tentano di camuffare il servilismo e il ruolo di sterilizzatori della residuale democrazia rappresentativa. Con l’esibizione d’uno sprezzante inganno o infamando i critici e chi resiste alla dogmatica oscurantista delle elites.
“La politica” ingiuria quelli che non rappresenta più, che non si rassegnano al nuovo verbo della carestia e dell’ingrasso statale delle vacche già obese. Sembra che si dicano “non vale la pena governare questi “populisti” ingrati, che abboccano a demagogie non autorizzate o illegali”. Ossia non propinate dal FMI o BCE, dai santuari consacrati dai profeti globalisti di ieri, ora autopromossi a terapeuti del disastro di cui sono autori con copyright. Continua a leggere

Nel mirino di Washington

Di Maurice Lemoine, da Le Monde Diplomatique Brasil, anno 3 numero 31 Febbraio 2010, pp. 6-7.

Tendenza del dopo-Guerra Fredda, gli Stati Uniti sono passati da una strategia di contenimento del rivale sovietico alla ricerca dell’egemonia planetaria. Le nuove tecnologie militari non esigono più basi gigantesche, ma una densa rete di punti di appoggio previamente posizionati. Ed è qui che entrano in gioco i colombiani

“I problemi della Colombia si estendono ben oltre le sue frontiere e hanno implicazioni per la sicurezza e la stabilità regionali”, dichiarò, nell’Agosto 1999, l’allora Segretario di Stato USA Madeleine Albright. Il 13 Luglio dell’anno seguente, il presidente Bill Clinton ed il suo collega colombiano Andrés Pastrana si accordarono per firmare il Piano Colombia, destinato a farla finita con il narcotraffico e le guerriglie. Senza molta partecipazione, il Congresso Nazionale di Bogotà ebbe diritto soltanto a consultarne un testo parziale ed in inglese!
Un decennio più tardi, la Colombia ha già ricevuto più di 5 miliardi di dollari di aiuto statunitense, essenzialmente di carattere militare. E, dall’arrivo al potere di Alvaro Uribe, nel 2002, già molto sangue è scorso sotto i ponti. Il presidente promise una “vittoria rapida” sui ribelli dell’Esercito di Liberazione Nazionale
(ELN) e principalmente sulle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC). Ed a credere ai bilanci divulgati dall’Esercito Colombiano, il presidente ha vinto ampiamente. A titolo di esempio, nel 2007 egli affermava di aver catturato più di 6.500 guerriglieri e di averne uccisi più di tremila ? cifre che, anno dopo anno, continuano similmente. Oltre a ciò, diceva che il programma di smobilitazione, tra il 2002 e Maggio 2008, abbia colpito circa 15mila persone, tra cui 9mila membri delle FARC. Dunque: sapendo che le FARC sono state sempre stimate in 15mila combattenti, secondo la contabilità di Uribe, esse avrebbero dovuto necessariamente sparire dalla circolazione! O no? Continua a leggere