L’assassinio degli scienziati nucleari è solo la punta dell’iceberg

Di Ismail Salami per The Ugly Truth.
Scrittore iraniano, esperto di Medio Oriente, iranologo e lessicografo. Ha scritto numerosi articoli su Stati Uniti e questioni mediorientali; i suoi articoli sono tradotti in diverse lingue.

“Ho visto una motocicletta. Indossavano occhiali da sci – occhiali da sci neri. Erano in due. Ho visto la moto proseguire. Li ho visti. Sembrava avessero qualcosa in mano”. Questo è il racconto di una testimone che ha descritto la scena dell’assassinio dello scienziato nucleare iraniano Mostafa Ahmadi Roshan.
Ma non appena l’accusa del delitto è stata lanciata contro la CIA e il Mossad per aver orchestrato il brutale assassinio del 32enne scienziato iraniano, in pieno giorno a Teheran di Mercoledì mattina (11 Gennaio u.s. – ndr), questi hanno preferito fingere di ignorare l’identità degli autori.
“Voglio negare categoricamente qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti in qualsiasi atto di violenza in Iran”, ha detto Giovedì (12 Gennaio u.s. – ndr) ai giornalisti il Segretario di Stato statunitense Hillary Rodham Clinton. Anche il Segretario alla Difesa Leon Panetta ha dichiarato che gli USA non hanno nulla a che fare con l’assassinio.
“Non siamo per nulla coinvolti – in qualsiasi modo – nell’assassinio che ha avuto luogo [in Iran]“, ha detto. “Non so chi possa essere coinvolto… ma posso dirvi una cosa: gli Stati Uniti non sono coinvolti in quanto è successo. Non è quel genere di cose che fanno gli Stati Uniti”.
Gli Stati Uniti non sono gli unici ad avere scelto lo strumento della smentita. Giovedì anche il presidente israeliano Shimon Peres ha negato che Israele sia stato coinvolto nell’assassinio dello scienziato. In un’intervista alla CNN, alla domanda se Israele avesse un coinvolgimento nell’omicidio, Peres ha risposto: “Non che io sappia”. Ancora: “So che è di moda accusare di qualsiasi cosa sbagliata accada in Iran, gli Stati Uniti e Israele. Non c’è nulla di nuovo in questo approccio”, ha detto Peres.
Che tipo di risposta ci si potrebbe attendere da Peres? La domanda è davvero da stolti, a dire il vero, tanto quanto la risposta fornita da Peres.
Per scoprire chi realmente ha ucciso lo scienziato iraniano, si devono mettere insieme i pezzi su quanto accaduto. Continua a leggere

Cavie umane

L’America e l’energia nucleare, cronaca di un disastro annunciato.
Esperimenti atomici, incidenti nucleari e fughe radioattive: come il Governo USA ha ucciso i suoi stessi cittadini.

Di Harvey Wasserman e Norman Solomon,
con la collaborazione di Robert Alvarez e Eleanor Walters

Edizione italiana a cura di Raffaello Bisso e Andrea Lombardi.
Il libro è edito dall’Associazione Culturale “Italia Storica”.

Cavie umane, nell’originale Killing Our Own (letteralmente, “Uccidendo i nostri”, inteso come i nostri cittadini, i nostri soldati, noi stessi) nasce nel 1982, sotto l’ombra che si allunga a dismisura dell’incidente di Three Mile Island.
Oggi come allora, l’informazione libera da interessi, rispettosa della complessità dei temi legati all’energia, intellettualmente onesta (non “equidistante e indipendente”, perché un autore serio prende sempre posizione) non era e non è abbastanza presente per aiutare il pubblico a trovare il filo delle cose.
L’attualità di Killing Our Own si è purtroppo riproposta puntualmente: mentre ne veniva ultimata la presente edizione le notizie da Fukushima hanno invaso i media ed è apparso evidente ancora una volta come le storie di sofferenze, malgoverno e manovre più o meno occulte che Killing Our Own denuncia non siano esclusiva degli Stati Uniti.
Il lettore purtroppo ritroverà configurazioni familiari: come nella centrale giapponese prima dello Tsunami, superficialità nella manutenzione e nei controlli, procedure non rispettate per risparmiare, ecc.
E dopo il manifestarsi di gravi pericoli per l’uomo e per l’ambiente, soppressione di documenti, intervento selettivo sulla divulgazione di studi e statistiche (a seconda dell’esito, ovviamente), confusione deliberata dei termini del problema a mezzo stampa fino al falso scientifico, tenuto in vita il più possibile, dell’esistenza di un dosaggio sicuro; tutto questo è già in Killing Our Own, che riporta anche di campagne di diffamazione e attacchi alla carriera di ricercatori i cui risultati non erano in sintonia con gli interessi militarindustriali; e secretazione di dati per sottrarli ad analisi statistiche estensive. Scienza che diventa pseudoscienza dietro la sollecitazione di certi poteri.
Precisiamo però che questa edizione è estranea agli allarmismi e ancora più ai complottismi che semplificando l’immagine della scienza e della tecnologia, giocano sulle tracce dell’“analfabetismo” scientifico di cui è variegata la coscienza civile italiana e che, pesando sulla politica quanto sul comune sentire, tanto favoriscono il declino generale del nostro Paese. Tale declino, causato dalle “rappresentazioni deformate della conoscenza”, rischia di trasformarlo sì in “appendice turistica del mondo civile” [1], ma pure abbellita da mostruosi, costosi ventilatori che sprecano i nostri paesaggi più belli senza influire che in percentuale minima sul bilancio energetico reale.
L’Italia rappresenta un caso a parte, in senso negativo purtroppo, perché la possibilità di una indipendenza energetica dell’Italia dall’egemonia dell’industria del petrolio e di una ricerca anche in campo nucleare indipendente dalle manovre della politica venne scongiurata sin dai primi anni del dopoguerra dai casi Mattei-Ippolito-Marotta [2]. Chi vorrà leggere anche per sommi capi di queste vicende, scoprirà, oltre ad appassionanti trame gialle degli anni del boom, tante risposte ai perché che tutti ci poniamo sulle magagne del nostro Paese.
La ricerca di base e applicata in Italia – come la sua rappresentazione – soffrivano e soffrono ancora di incomprensione nella cultura di massa, ma ancor più degli ostracismi o della lottizzazione da parte della politica. In un Paese la cui preparazione scientifica media è tra le ultime del mondo, emerge la criticità delle fonti di informazione indipendenti da lottizzazione e interessi di parte, dagli interessi ciechi del militare-industriale.
Oggi deve essere chiaro che le scelte energetiche sono scelte tra modelli di società. Il messaggio di Cavie umane è che il cittadino deve pretendere e cercare informazioni e storie di prima mano per esprimere scelte tra alternative possibili articolate, evitando di fermarsi al “sì o no” che ovviamente s’impone quando ci si trova davanti la scheda di un referendum. Il cittadino informato, prima di preferire, deve sapere quanto costi una scelta, a partire dalla sicurezza della risorsa, dalla sua origine mineraria, al trasporto, alla gestione, alle conseguenze a medio e lungo termine della fase estrattiva e dello smaltimento. Alla possibile trasparenza nelle fasi critiche, in cui possono essere invocate criticità militari che deviano le informazioni su binari extrademocratici.
Perciò Cavie umane oggi più che mai può aiutarci a un bilancio e a una presa di distanza, speriamo un superamento, delle costose tare del sentire pubblico italiano. Ripercorrendo utilmente, ad esempio, i trascorsi che hanno portato alla nascita di un movimento di opinione o meglio di presa di coscienza collettiva negli USA già a metà degli anni ‘60, precursore dei movimenti No Nukes degli anni ‘80, che poi hanno attecchito e furoreggiato in Europa – e che in Italia hanno portato, tra l’altro, al referendum del 1987.
In gran parte dell’Occidente, informazioni falsate o semplificate nella mentalità collettiva si polarizzavano tra una fiducia pedissequa e disinteressata e un ritrarsene in base a paure irrazionali, impedendo il formarsi di quella informed citizenship einsteniana – premessa della discussione e della presa di posizione informata e partecipata – che è scopo e argomento di questo libro.
Che viene proposto ora anche nella speranza che un eventuale ritorno dell’Italia al nucleare non sia, come purtroppo si prefigurava di recente, un altro costosissimo passo falso di un Paese in via di sottosviluppo, come amavano dire negli anni ‘70 profeti mai ascoltati.”
(Prefazione all’edizione italiana di Raffaello Bisso)

[1] E. Bellone, Scienza negata – Il caso italiano, Codice Edizioni, Torino, 2005.
[2] Ibid, pp. 12-13. V. anche Gli USA contro la sovranità energetica e scientifica italiana, seconda parte, in “Indipendenza” n. 13, maggio-giugno 2010.

[Sullo stesso argomento si veda Cavie nucleari]

Felice Ippolito, italiano “pericoloso”

Dopo il 1945, quel che rimane della fisica italiana giace tra le ceneri della guerra. Della scuola di Via Panisperna, dissolta alla fine degli anni Trenta, l’unico rimasto in Italia è Edoardo Amaldi. La ricostruzione delle strutture dedicate alla ricerca era iniziata a Roma già nel 1944, riportando al loro posto strumenti e attrezzature precedentemente messi al sicuro.
Su iniziativa di Amaldi e Carlo Bernardini e sotto l’egida del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), viene istituito nella capitale il Centro di studi di fisica nucleare e delle particelle elementari. Contemporaneamente, inizia a muoversi un nuovo nucleo di fisici italiani con l’intento di promuovere la fisica atomica, per scopi di ricerca e applicativi a favore del sistema industriale, il quale fonda a Milano il Centro Informazioni Studi ed Esperienze (CISE). Amaldi tiene regolarmente seminari al CISE, e nel 1948 decide di portare con sé Felice Ippolito, un ingegnere civile avviato alla carriera di geologo, appassionato di ricerca di radionuclidi nelle rocce italiane. Ippolito intende dimostrare che in Italia vi sia uranio in quantità maggiore a quanto supposto dai geologi del tempo.
Le industrie che partecipano al CISE sono dotate di scarsi capitali, per cui viene posta la questione di richiedere un intervento da parte statale, opzione fortemente sostenuta proprio da Ippolito, in contrasto con le aziende, convinte che se lo Stato avesse messo le mani sul nucleare prima o poi sarebbe arrivato a controllare l’intera filiera della produzione di energia elettrica, allora completamente in mani private.
Il primo successo delle pressioni dei fisici arriva con l’approvazione governativa del bilancio 1950-1951 del CNR, il cui presidente è il matematico e ingegnere Gustavo Colonnetti, democristiano. Egli mette in piedi una Commissione per le ricerche nucleari di cui chiama a far parte, oltre a fisici, anche esponenti della politica, dell’industria e militari. Già nel 1947 Colonnetti aveva scritto a De Gasperi, capo del governo di unità nazionale, cercando nell’argomento della difesa un motivo d’interesse al nucleare da parte del leader DC, facendo notare – senza successo – che gli Stati Uniti avevano intenzione “non solo di conservare il vantaggio già conseguito nelle ricerche e nella fabbricazione delle armi atomiche e speciali, ma di aumentare sempre più questo vantaggio”.
Il nuovo tentativo di attirare l’attenzione governativa sulla questione nucleare non ottiene l’effetto sperato, per cui da quel momento Colonnetti e Amaldi vanno avanti da soli, fondando, l’8 agosto 1951, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. L’anno successivo è varato il Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari (CNRN), del quale segretario generale viene nominato l’ingegnere Ippolito.
Alla scadenza del primo mandato triennale del Comitato, senza che il governo rinnovasse l’incarico, Ippolito si comporta come Enrico Mattei quando, in una situazione analoga, gli era stata affidata la liquidazione dell’AGIP: invece di licenziare il personale e vendere le poche attività, si scatena provocando una violenta campagna stampa contro il governo che faceva mancare i finanziamenti a un organismo scientifico statale, e così facendo lasciava spazio alle industrie elettriche private. L’attacco di Ippolito convince finalmente (agosto 1956) il governo a riconfermare il mandato del CNRN, che deve però aspettare il 1960 per assumere, prima personalità giuridica, poi, con il terzo governo Fanfani, trasformarsi in Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN), forte di una dote quinquennale di 80 miliardi di lire che si rivelerà comunque insufficiente.
E’ solo alla fine del 1962, all’epoca del quarto governo dello stesso Fanfani, che il disegno di legge per “l’impiego pacifico dell’energia nucleare”, elaborato due anni prima, riceve integrale approvazione; il Comitato, il cui ruolo diventa strategico per la contemporanea nazionalizzazione dell’industria elettrica e l’istituzione dell’ENEL (legge n. 1643 del 6 dicembre 1962), di cui Ippolito diventa consigliere mantenendo anche la carica di segretario al CNEN, conquista una adeguata autonomia.
Si tratta dell’inizio concreto del nucleare italiano, che nel giro di pochi anni porterà all’attivazione delle prime tre centrali (Latina, Garigliano e Trino Vercellese), per un totale in potenza elettronucleare di 3,5 miliardi di KW – il 4,2% della produzione di energia elettrica nel 1965 – ponendo l’Italia al terzo posto come produttore tra i Paesi occidentali, dopo Gran Bretagna e Stati Uniti.
Da quel momento in poi, con il miracolo economico che ormai volge al termine, la storia del nucleare italiano inizia ad andare incontro, più che a semplici difficoltà, a veri e propri boicottaggi. La convivenza tra CNEN ed ENEL non si rivela per niente facile e invece di dialogare, come ci si aspetterebbe da due enti che dipendono l’uno dall’altro, visto che il secondo distribuisce l’energia elettrica prodotta dal primo, si fanno presto guerra. A mezzo stampa e di prese di posizione politiche.
A dar fuoco alle polveri è L’Espresso, che in un editoriale del 4 agosto 1963 si scaglia contro il direttore generale dell’ENEL per la “mentalità puramente aziendale” che starebbe prevalendo nell’ente. A questi ribatte l’allora segretario del Partito Socialdemocratico (PSDI), Giuseppe Saragat, che difende i vertici dell’ENEL attaccando “l’ossessione dell’energia atomica” del CNEN. Principale elemento critico delle centrali nucleari, secondo Saragat, sarebbe il fatto che esse non possono produrre energia elettrica a prezzi competitivi rispetto alle fonti tradizionali, petrolio e carbone; il nucleare italiano sarebbe quindi antieconomico, determinando per l’Italia la convenienza a restare fuori dal settore.
Fra le azioni convergenti contro Ippolito pare preminente quella svolta dalle multinazionali petrolifere, tale da fargli dichiarare successivamente: “I petrolieri desiderosi di smistare barili e costruire nuovi impianti di raffinazione, avevano tutto l’interesse che l’Italia non sviluppasse una politica nucleare alternativa al petrolio. E il mio tentativo di creare un’industria nucleare italiana urtava appunto gli interessi delle Sette Sorelle (…) che dominavano il mercato mondiale”.
Un’altra analogia con Enrico Mattei, anch’egli antagonista degli interessi statunitensi in campo energetico, tale da indurre il quotidiano di Confindustria – allora semplicemente 24 Ore – a chiamare spesso Ippolito “il Mattei atomico”.
Rimanendo ai fatti, va notato come il maggior critico di Ippolito, Saragat, è stato una figura chiave nei rapporti Italia-USA fino agli anni Settanta, prima attraverso la costituzione del PSDI, nato da successive rotture con i comunisti e i socialisti, poi con un ruolo di grande importanza, come attivo atlantista, nell’adesione italiana al Piano Marshall, strumentale a porre il Paese nell’orbita economica e geopolitica degli Stati Uniti.
Questi ultimi, però, guardano ancora più avanti e si augurano, una volta salita al governo la debole coalizione di centrosinistra, che tale stagione di collaborazione finisca quanto prima possibile, facendo leva – come emerge da carteggi oggi pubblici – propria sulle accuse rivolte a Ippolito. La protezione politica di cui egli aveva sino a quel momento goduto viene meno rapidamente. L’incompatibilità tra le cariche di segretario del CNEN e di consigliere dell’ENEL è il cavillo legale che darà spunto alle inchieste successive, previa sospensione – con decreto ministeriale del 31 agosto 1963 – da segretario del CNEN, a breve seguita da analogo provvedimento per il suo ruolo in ENEL.
Il 3 marzo 1964, la Procura generale di Roma arresta presso il suo domicilio nella capitale Felice Ippolito, a conclusione di una istruttoria, sommaria, durata tre mesi, accusandolo di peculato aggravato continuato per alcune centinaia di milioni, falso in atto pubblico e abuso di poteri d’ufficio, e ponendolo in regime di “grande sorveglianza”.
Con Ippolito finiscono in tribunale almeno otto imputati, come negli auspici de l’Unità, che insieme a Il Corriere della Sera si distingue per la violenza delle invettive. Due giorni dopo l’arresto, il quotidiano fondato da Gramsci rilancia le accuse di Saragat, secondo il quale “il Comitato per l’energia nucleare è diventato un centro di occulti poteri e di sprechi favolosi (…) è urgente subito eliminare il bubbone”. In stupefacente assonanza con quanto dichiarerà di lì a poco, il 30 aprile, il presidente di FIAT, Vittorio Valletta, circa l’impegno nell’elettronica da parte di Olivetti.
All’indomani della messa fuori gioco di Ippolito, il nuovo ministro dell’Industria Giuseppe Medici (governi Moro I e II) non riesce che a confermare i finanziamenti stanziati nel precedente quinquennio, a fronte di un CNEN molto più grande, con tre centrali nucleari a regime e 2.400 dipendenti. Nuovo segretario generale viene nominato un funzionario del Tesoro, che addirittura ne stabilisce l’intero bilancio in soli 15 miliardi all’anno, “prescindendo dalla realizzazione dei programmi”.
Per iniziativa congiunta di CNEN e CNR erano peraltro nati due centri di ricerca al di fuori della fisica atomica, il Laboratorio internazionale di biofisica e genetica e il Laboratorio per la preparazione dei minerali, le cui attività si interrompono alla metà degli anni Sessanta proprio in coincidenza con la crisi Ippolito.
La sentenza di primo grado a suo carico – undici anni e quattro mesi di reclusione, una sanzione di sette milioni e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici – in appello viene ridotta a una serie di “favoritismi, di clientelismo e di leggerezze, facilitate, peraltro, e qualche volta determinate, dalle particolari condizioni di disordine amministrativo e organizzativo, dell’ente in vertiginosa crescita”, con una pena più che dimezzata e una effettiva permanenza in carcere a Rebibbia di poco più di due anni.
Nel marzo 1968 sarà proprio Giuseppe Saragat, nel frattempo eletto Presidente della Repubblica, a concedere la grazia a Ippolito, restituendogli i diritti civili e la facoltà di tornare all’insegnamento. Ormai, però, il CNEN era stato affossato, decretando di fatto la sconfitta dell’Italia nella corsa internazionale all’energia nucleare.

[Le informazioni contenute nel presente articolo sono tratte da “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, di Marco Pivato, Donzelli editore]

Italia polveriera atomica

I prossimi 12 e 13 giugno gli italiani saranno chiamati a esprimersi con un referendum sulla possibilità che il nostro Paese persegua una politica energetica nucleare.
Molte voci si stanno spendendo sul tema, riaprendo un dibattito che si era chiuso nel 1987, quando un altro referendum sancì, di fatto, l’abbandono, da parte dell’Italia, del ricorso al nucleare come forma di approvvigionamento energetico. La questione tornò d’attualità nel 2008, anno il cui il governo Berlusconi decise di iniziare un iter legislativo teso al ripristino della produzione elettronucleare. Il fronte del no al nucleare, trasversale e incalzante, denuncia le potenzialità dannose che avrebbero centrali nucleari situate nel nostro territorio. Tuttavia, non tutti sanno che già attualmente in Italia il rischio di calamità nucleari non è affatto remoto, sebbene non siano attive centrali da quasi venticinque anni. Il professor Alberto Bernardino Mariantoni, esperto di politica estera e relazioni internazionali, per vent’anni inviato speciale in Vicino Oriente e corrispondente permanente presso le Nazioni Unite di Ginevra, ne individua il motivo nella presenza delle basi USA e NATO entro i nostri confini.
(…)
Sostiene che in alcune di queste basi vi siano armi atomiche? Se sì, dove e in che quantità?
Non soltanto lo sostengo, ma – fino a prova del contrario – lo confermo e lo ribadisco. In altre parole, al momento della mia ricerca iniziale (2003/2004) e, almeno, fino a tutto il 2008, i Depositi nucleari statunitensi, in Italia, contavano (e contano ancora?) all’incirca 90 bombe, del tipo B-61-3, B-61-4 e B-61-10, (tutte unicamente sganciabili da caccia-bombardieri), con potenza media fra i 45 ed i 107 kilotoni, di cui 50 testate dislocate presso la base di Aviano, in provincia di Pordenone, e 40 in quella di Ghedi-Torre, in provincia di Brescia.

Queste armi possono essere usate dallo Stato italiano?
Ufficialmente, mia conoscenza, no! Il che non esclude che sulla base di uno dei numerosi Accordi segreti che sono stati siglati, dagli anni ’50 ad oggi, dal Servizi segreti USA e quelli italiani, e mai ratificati dal Parlamento (art. 80 della nostra Costituzione) né dal Presidente della Repubblica (art. 87), l’aviazione italiana – come forza militare della NATO e su ordine espresso di Washington – le possa utilizzare.

Reputa il cosiddetto Weapons Storage and Security System (WS3) un sistema efficace a scongiurare i rischi dovuti alla presenza di armi atomiche? Spieghi anzitutto in cosa consiste il WS3…
Come la stessa frase inglese lo indica, si tratta di un sistema di sicurezza per lo stoccaggio (sotterraneo) delle armi (atomiche). Messo a punto già dal 1976 e divenuto operativo nel 1988, il sistema in questione – interamente realizzato dalla ditta statunitense Bechtel International Inc. – permette l’immagazzinamento di testate nucleari, all’interno di tunnel individuali e compartimentati, scavati nel sottosuolo. Quel genere di gallerie sotterranee, nel gergo militare statunitense, posseggono anche un nome: Weapon Storage Vaults (WSV) o Sotterranei (a volta) di stoccaggio di armi. Gli USA ne posseggono all’incirca 204 in tutta l’Europa, di cui 2 in Italia (Ghedi-Torre e Aviano). Quello di Rimini (il 3° che esisteva in Italia) è stato dimesso nel 1993. Ora, affermare che si tratti di un sistema di sicurezza, sicuro al 100%, a me sembra una scommessa! Chi potrebbe garantirlo, con assoluta certezza? Con il nucleare, come sappiamo, non si è mai sicuri di nulla. Certo, finché non succede niente o non vi sono incidenti o possibili fatalità o disgrazie, il sistema in questione può essere considerato sicuro. Ma, il giorno che dovesse esserci un qualunque problema, tecnico o umano, il numero e la potenzialità di quelle armi stoccate sul nostro territorio potrebbe improvvisamente ed imparabilmente trasformarsi in un’immane e funesta catastrofe generalizzata per l’intero nostro Paese!

E’ vero che anche nel mar Mediterraneo, entro le nostre acque territoriali, vi sono centrali nucleari che approdano nei nostri porti?
La maggior parte delle unità navali statunitensi, appartenenti alla loro 6ª Flotta del Mediterraneo, che sono (permanentemente o saltuariamente) ormeggiate nei nostri porti (Livorno, La Spezia, Gaeta, Napoli, Taranto, Sigonella, etc.) o scorazzano indisturbate all’interno dell’antico Mare nostrum, sono a propulsione nucleare. In modo particolare, l’intera flotta sottomarina US-Navy che fino a qualche tempo fa era basata a La Maddalena-Santo Stefano (Sassari) e che, essa stessa, è stata costretta ad abbandonare, a causa dell’alto inquinamento che aveva prodotto in quelle acque. Ognuna di quelle imbarcazioni (incrociatori, portaerei e sommergibili), inoltre, è ordinariamente equipaggiata con non meno di 10 o 20 o 30 missili a testata nucleare del tipo Cruise Tomahawk, la cui capacità distruttiva di ognuno, supera largamente di 10 volte le bombe atomiche che furono sganciate dagli USA, su Hiroshima e Nagasaki, nell’Agosto del 1945. Insomma, l’Italia – che ufficialmente, fino ad oggi, è un Paese denuclearizzato e la maggior parte dei suoi cittadini pensa addirittura, con uno dei referendum del 12 e 13 Giugno prossimi, di continuare a ratificarne la moratoria – è, nell’ignoranza e/o nell’indifferenza di ognuno, una vera e propria polveriera atomica, pronta ad esplodere in qualsiasi momento ed a cancellare definitivamente il nostro Paese dalla faccia della Terra. Questo, ovviamente, senza contare gli innumerevoli pericoli che, in tempi normali, l’eventuale fuga involontaria ed incontrollata di radiazioni potrebbe irrimediabilmente causare per la salute dei cittadini.

Queste unità sono impegnate attualmente in operazioni militari? Se sì, che tipo di pericoli possono derivare da questo fatto?
Molte delle unità navali della 6ª Flotta americana sono al momento impegnate militarmente a ridosso delle coste libiche, nel tentativo, unilaterale, arbitrario ed illegale – e non affatto giustificato, come spesso si tende erroneamente a credere, dalla “Risoluzione 1973” del Consiglio di sicurezza dell’ONU! – di costringere il Leader della Giamahiriya, Gheddafi, ad abbandonare il potere. E questo, nonostante il largo e provato sostegno che quest’ultimo continua a mantenere tra la popolazione del suo Paese, specialmente in Tripolitania. E’ vero che, allo stato attuale, le FF.AA. libiche (o quel che ne resta dopo 3 mesi di intensi e distruttivi bombardamenti NATO) non sembrano avere una qualsiasi capacità offensiva o controffensiva nei confronti della marina statunitense ed alleata (Francia + Gran Bretagna), ma se – per pura ipotesi – un missile o un’improvvisa ed imparabile azione kamikaze riuscisse comunque a centrare una qualunque di quelle navi da guerra con i loro arsenali atomici imbarcati, che succederebbe? Lascio volentieri al lettore, la possibilità di immaginare, a piacimento, l’intensità e l’ampiezza dell’eventuale catastrofe che ne potrebbe derivare, per la maggior parte di Paesi dell’area mediterranea!
(…)

Da Nucleare. Intervista al Prof. Alberto B. Mariantoni: l’Italia è (già) una polveriera atomica, di Federico Cenci.

Fare del mondo un protettorato della NATO

Washington ed i suoi principali alleati nella NATO Gran Bretagna, Francia e Germania, insieme con vari altri nel mondo – fra di essi le potenze nucleari “canaglia” India, Israele e Pakistan (che sanno con chi allinearsi e da chi acquistare armamenti) – dettano i termini del discorso su questioni che vanno dal corretto svolgimento di elezioni a quale nazione può sviluppare un programma energetico nucleare a scopo civile. Ogni Paese al di fuori delle comunità “euro-atlantica” ed “internazionale” fronteggia censura, minacce, “una più forte pressione” ed infine l’attacco militare.
Gli Stati Uniti hanno una popolazione di 300 milioni di persone e l’Unione Europea di 500 milioni, che insieme costituiscono ben meno di un ottavo di quella mondiale. Ma le due, la cui ala militare è rappresentata dalla NATO, tengono “conferenze internazionali” sull’Asia, il Medio Oriente ed altre parti del mondo e pretendono di distribuire ultimatum a tutte le altre nazioni.
Per citare un esempio recente, il New York Times ha riferito che “il Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton [il 29 gennaio] ha avvisato la Cina che farebbe fronte ad insicurezza economica ed isolamento diplomatico se non aderisse a nuove forti sanzioni contro l’Iran per il suo programma nucleare, cercando di aumentare la pressione su Pechino affinché si allinei con la campagna a conduzione statunitense”. Lo stesso giorno “l’amministrazione Obama ha informato venerdì il Congresso dei suoi piani per procedere con cinque compravendite di armi con Taiwan per un totale di 6.4 milioni di dollari. La transazione militare include 60 elicotteri Black Hawk, missili intercettori Patriot, avanzati missili Harpoon che possono essere utilizzati contro obiettivi di terra o di mare e due dragamine rimessi a nuovo”.
La Clinton si è unita al coro statunitense di intimidazioni verso la Cina sin da quando lo scorso anno assunse il suo attuale incarico, in maggio anche evocando lo spettro della penetrazione cinese in America Latina.
La Cina non è l’Afghanistan o lo Yemen. E neanche l’Iran. L’arroganza e la megalomania della politica estera occidentale dell’ultima generazione, esemplificate dalle sue guerre nell’Europa sudorientale e nell’Asia meridionale e Medio Oriente, potrebbero essere spinte entro un territorio molto più pericoloso.
Grandiosità, arroganza e la percezione di impunità accecano coloro i quali ne sono afflitti, siano individui o nazioni.
Non ne esiste un esempio più chiaro delle dichiarazioni rilasciate dal Segretario Clinton a Parigi il 29 gennaio.
Per dimostrare la mondialità di coloro che rappresenta – dato che gli Stati Uniti e l’Europa sono gli incontestabili metropoliti e detentori del diritto del pianeta – all’inizio del suo discorso la Clinton ha affermato che “io apprezzo l’opportunità di discutere una questione di grande importanza per gli Stati Uniti, la Francia, e di ogni Paese su questo continente e lontano oltre i suoi confini: il futuro della sicurezza europea”.
Cioè, gli Stati Uniti si arrogano la prerogativa non solo di parlare autorevolmente della sicurezza di un continente distante 3.500 miglia da loro ma anche di intervenire in giro per il mondo per la sua presunta difesa.

Da Make the world a NATO protectorate. Hillary Clinton’s prescriptions, di Rick Rozoff.
[AAA cercasi volontario per traduzione integrale dell'articolo]

Cavie nucleari

nucleare

Dopo la pubblicazione di Le cavie umane da laboratorio dello Zio Sam, un amico ci ha recapitato due articoli tratti dalla stampa quotidiana, risalenti al 1995, che trattano il medesimo argomento concentrando l’attenzione sugli esperimenti condotti per studiare gli effetti della radioattività, dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale alla metà degli anni Settanta:
Sedicimila cavie umane per i test nucleari USA
Radiazioni in nome della Patria

La famiglia nucleare

vengoanchio

Alla vigilia del G8 sull’energia, gli Stati Uniti hanno firmato un importante accordo con gli Emirati Arabi Uniti. Non per importare petrolio, di cui gli EAU sono terzo esportatore mondiale, ma per fornirgli altra energia. Nucleare. Con le tecnologie e il materiale fissile fornito dagli USA, gli Emirati disporranno di reattori nucleari entro dieci anni. L’accordo, stipulato dall’amministrazione Bush in gennaio, è stato approvato il 19 maggio dal presidente Obama, il quale garantisce che «non comporterà alcun rischio irragionevole, ma promuoverà la comune difesa e sicurezza». Ora dovrà essere approvato dal Congresso.
(…)
Esso frutterà almeno 40 miliardi di dollari, il grosso dei quali andrà alle multinazionali General Electric, Westinghouse, Bechtel e altre che costruiranno gli impianti nucleari negli Emirati. Accordi analoghi, stipulati con Arabia Saudita, Bahrain, Egitto, Marocco, Algeria, saranno certamente approvati dall’amministrazione Obama.
(…)
Ma perché un paese come gli Emirati, che possiede riserve di petrolio e gas sufficienti per oltre un secolo, vuole dotarsi di un’industria nucleare? Ufficialmente perché ha bisogno di produrre più elettricità. Per fornire energia pulita a una popolazione che non raggiunge i 5 milioni, basterebbe però sviluppare gli impianti solari che ha cominciato a costruire. Scopo della casa regnante è in realtà un altro: entrare nel club dei paesi nucleari acquisendo la capacità di poter un giorno costruire armi nucleari. Formalmente gli EAU e le altre monarchie del Golfo aderiscono al Trattato di Non-Proliferazione (TNP). Nessuno può sapere, però, quale sarà la loro decisione in futuro. Da parte loro, il governo USA e altri, mentre accusano l’Iran (che aderisce al TNP) di usare il nucleare civile per fini militari, aiutano Israele (che non aderisce al TNP) a potenziare il proprio arsenale nucleare, tacendo sul fatto che, essendo l’unico in Medio Oriente a possedere armi nucleari, spinge gli altri nella stessa direzione. Ora, per mantenere sotto la loro influenza quest’area strategica, gli USA aiutano le monarchie del petrolio a imboccare la via del nucleare.

Da Washington semina centrali nucleari tra le signorie arabe del Golfo, di Manlio Dinucci.
[grassetto nostro]