Forze ed operazioni militari USA in Africa – una rassegna

Di Benjamin Cote in esclusiva per SouthFront

L’importanza delle Forze Militari in Africa
Il 4 ottobre 2017, forze nigerine e Berretti Verdi americani sono stati attaccati da militanti islamici durante una missione di raccolta di intelligence lungo il confine con il Mali. Cinquanta combattenti di una affiliata africana dello Stato Islamico hanno attaccato con armi di piccolo calibro, armi montate su veicoli, granate lanciate con razzi e mortai. Dopo circa un’ora nello scontro a fuoco, le forze americane hanno fatto richiesta di assistenza. I jet Mirage francesi hanno fornito uno stretto supporto aereo e i militanti si sono disimpegnati. Gli elicotteri sono arrivati per riportare indietro le vittime per l’assistenza medica.
Quando la battaglia finì quattro Berretti Verdi sono risultati uccisi nei combattimenti e altri due furono feriti. I sergenti maggiori Bryan Black, Jeremiah Johnson, Dustin Wright e il più pubblicizzato di tutte le vittime il sergente La David Johnson sono stati uccisi in missione. Il presidente Trump si è impegnato in uno scontro politicizzato con la vedova di Johnson e la deputata della Florida Federica Wilson in merito alle parole da lui usate in una telefonata consolante.
La battaglia politica sui commenti del Presidente Trump ha avuto l’effetto non intenzionale di spostare l’attenzione della nazione sulle attività americane in Africa. In precedenza il pubblico americano, e buona parte dell’establishment politico, mostrava scarso interesse o conoscenza delle missioni condotte dai dipartimenti di Stato e della Difesa all’interno delle nazioni africane in via di sviluppo. Il 5 maggio, un Navy SEAL era stato ucciso vicino a Mogadiscio mentre assisteva le forze somale nel combattere al-Shabaab. Questa morte è arrivata un mese dopo che l’amministrazione Trump aveva revocato le restrizioni sulle operazioni di antiterrorismo nelle regioni della Somalia.
Certamente l’evento non ha registrato la stessa attenzione del mainstream come la polemica circa il sergente Johnson; tuttavia, tutto rivela come l’Africa stia lentamente diventando un’area di interesse nazionale cruciale per gli Stati Uniti. Le questioni concernenti le nazioni africane riguardanti le minacce terroristiche sia esterne sia interne, così come i loro problemi economici, servono a garantire che i responsabili politici degli Stati Uniti si concentrino sul continente. Iniziative globali come la Combined Joint Task Force for Operation Inherent Resolve coinvolgono diverse nazioni africane fondamentali per combattere l’ascesa dell’estremismo islamico radicale. L’ascesa di gruppi estremisti coesi insieme all’espansione degli investimenti economici nell’Africa post-coloniale ha comportato un aumento dei dispiegamenti militari stranieri e americani nella regione. Continua a leggere

Annunci

La retorica sui “migranti”: il colmo dell’ipocrisia

Sollecitato dall’amico Geri, vorrei esprimere una personale opinione sull’ondata di retorica e di sospetto pietismo con cui viene affrontato, specie nella sedicente “sinistra” il fenomeno dei “migranti” (ma perché “migranti”? Migranti casomai sono gli uccelli migratori che si spostano secondo cicli naturali…).
Preciso che ho sempre militato nelle file dell’estrema “sinistra” (se questo termine ha ancora un significato, fatto su cui ho molti dubbi, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano…).
Sono lontanissimo da qualsiasi suggestione razzista, di superiorità dell’uomo bianco europeo o di missione dei popoli “civilizzati”.
Tuttavia trovo il pietismo nei confronti del fenomeno “migranti” caratterizzato da enormi dosi di ipocrisia e falsa retorica.
La prima causa dell’intensificarsi del fenomeno negli ultimi anni è certamente il contemporaneo intensificarsi di una serie di guerre scatenate dai Paesi “civili” contro Stati nuovi ed ex-coloniali, spesso su iniziative della “sinistra” (mentre la “destra” è stata in genere molto più prudente ed attenta) per presunti motivi “umanitari” e con formule del tipo “responsabilità di difendere i civili” dai “regimi” e dai “dittatori” locali.
Queste motivazioni sono state alla base della distruzione della Libia ad opera della NATO (con l’aiuto dei jihadisti locali). Il risultato è stato che un Paese che era, secondo le statistiche ufficiali dell’ONU, quello con il tenore e la qualità della vita più alti dell’Africa, ha visto la fuga di circa 2 milioni di Libici e di altri 2 milioni di Africani che lavoravano nel paese.
Ora la Libia, che prima funzionava da filtro per i lavoratori che si spostavano dall’Africa centrale, è diventato un buco nero dominato da milizie estremiste e scafisti che speculano sugli spostamenti di torme di disperati. Questi ultimi si spostano da Paesi tuttora sottoposti a sfruttamento post-coloniale da parte dei vecchi padroni (ad esempio la Francia) che in realtà non hanno mai mollato l’osso e organizzano colpi di Stato (come in Costa d’Avorio) se qualche presidente locale si mostra troppo indipendente. Oltre tutto uno dei motivi per cui fu fatto fuori Gheddafi era perché stava creando una Banca Africana per sottrarre il continente nero alle grinfie della grande finanza internazionale.
Altri Paesi riottosi, come il Sudan, o la Somalia, sono stati fatti a pezzi e altri, come l’Eritrea, sono indicati come “Stati canaglia” e sottoposti a sanzioni. Tutto questo alimenta spostamenti di popolazione e fenomeni di destabilizzazione.
Analogo discorso vale oggi per la Siria, sottoposta dal 2011 a sanzioni durissime e ad un attacco concentrico da parte dei Paesi occidentali, alleati con le peggiori dittature confessionali (come l’Arabia Saudita) e bande di jihadisti sunniti fanatici. Sei milioni di Siriani hanno lasciato il Paese, mentre altrettanti si sono dovuti spostare all’interno dalle zone occupate da Al Qaeda e dallo Stato Islamico a quelle poste sotto la protezione dell’esercito. Si badi bene che prima del 2011 nessuno fuggiva dalla Siria o si spostava all’interno. Il Paese era un modello di laicismo e tolleranza interreligiosa (Sunniti, Sciiti, Cristiani, Drusi, atei). Oggi la gente fugge, non dal “regime”, ma dalla guerra e dai terroristi fanatici diretti dall’esterno.
Discorsi analoghi possono farsi per l’Iraq, distrutto e fatto a pezzi dopo l’attacco anglo-americano del 2003 giustificato con la bugia delle “armi di distruzione di massa” e per l’Afghanistan invaso nel 2001 con la scusa della “guerra al terrore” e dove i combattimenti infuriano da 16 anni. Siriani, Afghani, Iracheni, Libici, Africani sub-sahariani formano almeno i due terzi dell’immigrazione complessiva.
E non dimentichiamo l’immigrazione dall’Est Europa, sottoposta alle delizie del capitalismo internazionale. Molti immigrati vengono dalla Romania che, ai tempi del tanto deprecato Ceausescu, conosceva una situazione di piena occupazione e non aveva debito estero. Oggi la popolazione rumena è diminuita di vari milioni rispetto a quei tempi per l’emigrazione massiccia. Situazioni analoghe si hanno, ad esempio, per Ucraina e Moldavia, mentre la Bielorussia, dove il presunto “dittatore” Lukaschenko ha mantenuto molte delle vecchie istituzioni sovietiche, se la passa molto meglio.
Infine, come ultimo esempio, ricordiamo la sfortunata Jugoslavia: prima massacrata dal Fondo Monetario Internazionale cui i dirigenti “riformatori” post-Tito si erano incautamente affidati; poi travolta dagli odi interreligiosi ed interetnici opportunamente alimentati dall’esterno (il presidente musulmano della Bosnia, Itzebegovic, appoggiato dagli estremisti di Al Qaeda, fu fatto passare per un “democratico”); infine bombardata e smembrata definitivamente dalla NATO (con la benedizione del nostro baffetto D’Alema).
Ma, anche se le ragioni dell’immigrazione clandestina, che cresce ogni giorno, fossero puramente economiche, avrebbe un senso la parola d’ordine: “facciamoli entrare tutti”?
Una parola d’ordine del genere può essere forse giustificata in bocca al Papa, visto che la Chiesa pratica il pietismo e la carità per motivi ideologici ed identitari, ma suona stonata e demagogica se pronunciata dai portavoce dell’ex-sinistra o addirittura da settori movimentisti dell’estrema “sinistra”. Sembra quasi che certi settori politici (come il PD, ma non solo), per far dimenticare il fatto di aver abbandonato tutti i loro programmi e le parole d’ordine più qualificanti, si affidino ad una demagogia umanitaria, di cui la difesa dei “migranti” è uno dei punti più caratteristici.
Nel mondo siamo ormai circa 7 miliardi. Ben oltre la metà della popolazione è povera o sull’orlo della povertà. Si può ragionevolmente risolvere il problema con emigrazioni di massa, di stampo biblico? Si può pensare che fenomeni del genere non abbiano effetti destabilizzanti e che possano risolvere il problema della povertà di massa?
E’ evidente che solo assicurando uno sviluppo adeguato dei Paesi di provenienza, rinunciando a sfruttarli, a sottoporli al ricatto finanziario del debito, alle aggressioni militari se cercano di rendersi indipendenti, si potranno dare soluzioni al problema. Altrimenti molti degli ex-Paesi coloniali faranno da soli, come ha fatto la Cina che è diventata la massima potenza mondiale di produzione di beni.
Intanto il fenomeno corrente non può non essere regolamentato, accettando solo quelle persone che richiedono realmente un asilo politico (ad esempio, so per esperienza diretta che molti ragazzi eritrei in cerca di fortuna ed avventura si fingono perseguitati per essere accolti) e, per quanto riguarda gli immigrati “economici”, accettare solo quelli che possano essere integrati con mutua soddisfazione, nostra e loro, evitando che siano ferocemente sfruttati in nero, o ridotti all’accattonaggio, alla prostituzione, o alla delinquenza. Si tratta di razionalizzare e sveltire tutte le procedure finalizzate a questa strategia.
Infine, non si possono non denunciare tutti quei settori che alimentano e si servono del fenomeno per propri fini, ammantandoli di bugie umanitarie. Schematicamente questi settori possono essere così indicati:
– alcuni settori capitalisti dei Paesi sviluppati che si servono dell’ondata immigratoria per abbassare i salari e le pretese dei lavoratori locali. In questa ottica vedo anche le dichiarazioni irresponsabili della Merkel di un paio di anni fa “venite tutti”, fatte in un momento in cui l’economia tedesca era in ascesa ed aveva bisogno di braccia, salvo poi essere costretta a fare marcia indietro. In quest’ottica ritengo sbagliato liquidare alcune obiezioni della Lega o di alcuni governi europei (ad esempio, Ungheria) come pure manifestazioni di razzismo;
– alcuni settori capitalisti e finanziari statunitensi, o di altri Paesi concorrenti della UE, che cercano di favorire il fenomeno in funzione destabilizzante della “concorrenza”. Questo tipo di azioni può avere anche risvolti di destabilizzazione politica e ricatto (vedi ad esempio i ricatti e le minacce della Turchia di Erdogan che si riserva di aprire i rubinetti dell’emigrazione);
– alcune ONG, opportunamente finanziate e manovrate da alcuni Paesi, che alimentano il traffico di carne umana, mandando, ad esempio, le loro navi in prossimità delle coste libiche a prelevare orde di disperati con la complicità di milizie jihadiste e scafisti locali. Alcune di queste ONG vanno per la maggiore, come Amnesty International e Save the Children, notoriamente finanziate da istituzioni e finanzieri USA (come George Soros) e che si attengono strettamente alla politica statunitense in tutte le crisi internazionali. Medici senza Frontiere è invece più legata alla politica francese, com’è dimostrato dalla figura del suo carismatico ex-presidente Kourchner, divenuto poi Ministro degli Esteri di Sarkozy, e grande sponsor delle guerre in Jugoslavia e Libia. Esiste poi una galassia di ONG più piccole create appositamente per gestire questo nuovo commercio degli schiavi sotto sembianze solidaristiche. Tutte queste ONG, così come molte istituzioni legate all’accoglienza gestiscono una fiorente “industria dell’immigrato”.
Vincenzo Brandi

Il ritorno in Eritrea di Fulvio Grimaldi

Un altro sguardo sull’Africa

Non esistono studi esaustivi sull’impatto della storia coloniale nella formazione dell’immaginario che certamente ha condizionato la visione del popolo italiano del continente africano e, in particolare, delle nostre ex colonie. Al crollo del cosiddetto impero è seguita la più completa rimozione ed oggi non molti Italiani saprebbero ritrovare l’Eritrea o l’Etiopia su un planisfero. Eppure per più di cinquant’anni, almeno dalla sconfitta di Dogali nel 1887 a quella di Keren del 1941, questo Paese è stato al centro del dibattito culturale, giornalistico, politico e persino scientifico in Italia. In particolare durante il ventennio fascista l’Africa riempiva pagine e pagine di giornali e riviste, trasmissioni radiofoniche, discorsi ufficiali e manifesti pubblicitari.
Al di là delle ricerche scientifiche se proviamo a usare come indicatore della coscienza nazionale un evento recente, e decisamente eclatante, il risultato è sorprendente. Nel 2011 l’Italia ha partecipato all’aggressione di uno Stato indipendente con il quale vigeva sino al giorno prima un trattato di amicizia. Questo Stato, oggi ridotto ad un cumulo di macerie, era una nostra ex colonia: la Libia. La reazione a questo delitto è stata debolissima persino all’interno di settori, peraltro ormai limitati, che si battono per la difesa della pace. Naturalmente ciò è dovuto anche alle feroci campagne mediatiche e di demonizzazione che ormai in modo sempre più scientifico preparano, prima, e sostengono, poi, tutte le “nostre” guerre. Credo però che vi sia anche dell’altro. Credo cioè che queste campagne di disinformazione strategica poggino su immaginari e rappresentazioni mai demoliti che continuiamo a portarci dietro, pur senza saperlo. E si tratta di immaginari pericolosi: in definitiva il diritto (o addirittura il dovere) all’ingerenza umanitaria si basa sullo stesso concetto di supremazia (nostra) e di minorità (loro) che è il portato del colonialismo.
Forse per questo nella visione dell’ultimo documentario autoprodotto di Fulvio Grimaldi, “Eritrea. Una stella nella notte dell’Africa” ciò che prima di tutto colpisce è lo sguardo.
Non è lo sguardo cui siamo abituati. Quello paternalista ed eurocentrico. Quello degli spot delle ONG che espongono bambini malnutriti e pretendono di ripulirci la coscienza con un detersivo chimico che non fa altro che renderla ancora più sporca.
Non è neppure lo sguardo di chi contempla soddisfatto “i successi” o “la rinascita” di qualche Paese africano quando il modello copiato è palesemente quello occidentale senza indagare poi su quali siano le ricadute sociali ed ambientali sulla vita del popolo.
Lo sguardo di Grimaldi è all’opposto.
E’ lo sguardo di un compagno che ha ritrovato i guerriglieri già conosciuti negli anni ’70, quando era un giovane inviato di guerra e, dopo aver visto sul campo cosa stava succedendo, sosteneva in Europa una lotta di liberazione ignorata da quasi tutti. E ritrovando i vecchi compagni divenuti dirigenti di uno Stato finalmente indipendente li lascia raccontare, ma anche mostrare in presa diretta, la loro nuova casa. Non deve stupire quindi che il proprio Paese, costruito dall’indipendenza del 1991, sia mostrato con orgoglio.
Anche perché, a dispetto delle campagne stampa demonizzanti (che anche qui si sprecano), di motivi per essere orgogliosi ce ne sono. E peraltro spesso è proprio per quegli stessi motivi che il Paese è demonizzato. Ad esempio l’Eritrea ha sempre rifiutato basi e collaborazione militare alla NATO e non ha accettato prestiti, e conseguente cessione di ogni sovranità, dalla Banca Mondiale.
Il documentario di Grimaldi non rinuncia a fare il punto su un contesto internazionale dominato ancora dall’imperialismo e sul perseverare di una politica neocoloniale e predatoria portata avanti dagli Stati occidentali verso l’Africa. Né fa sconti al “nostro” vecchio colonialismo ancora da molti considerato da “Italiani brava gente” che pure è costato la vita a 500.000 Africani e l’imposizione in Africa di un regime di apartheid.
Ma ben presto ci si immerge nella bellezza della terra eritrea.
Nella guerra di liberazione dall’Etiopia durata 30 anni. Nella lotta per l’indipendenza che continua ancora oggi. Una lotta fatta anche con le dighe, le scuole, gli ospedali e con un programma politico che pone al centro la giustizia sociale. Una lotta che deve però sempre confrontarsi con i gendarmi americani sempre pronti con le loro basi in Etiopia.
In conclusione il documentario è un lavoro essenziale per la documentazione storica e politica che propone. Indispensabile per comprendere una nazione poco conosciuta e per rispondere alle campagne di demonizzazione cui l’Eritrea è sottoposta.
Occorre anche dire però che l’immersione di cui abbiamo parlato è anche un’esperienza piacevole e rigenerante. Come un bel bagno tra i coralli e i mille pesci colorati del Mar Rosso.
Mattia Gatti

Eritrea. Una stella nella notte dell’Africa (90’),
di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini.
Per informazioni e acquisti scrivere a visionando@virgilio.it

Militari all’uranio

16508234_1021376044673550_5673244068808297614_n

“In amore e in guerra tutto è permesso”. È ciò che deve aver pensato il Ministero della Difesa quando ha mandato i nostri inconsapevoli militari italiani alle missioni “di pace” all’estero: Bosnia Erzegovina, Serbia, Kosovo, Eritrea, Afghanistan, Iraq e Gibuti senza avvisarli delle giuste precauzioni da prendere contro un nemico subdolo e all’apparenza innocuo come l’U235. Parliamo di uranio impoverito. Parliamo di 7.678 militari malati, 333 morti e di 72 sentenze di risarcimento vinte.

Da quando l’uranio impoverito ha fatto la sua comparsa nelle cronache italiane, si è detto e (soprattutto) non detto di tutto. In questo libro, la giornalista d’inchiesta Mary Tagliazucchi e Domenico Leggiero, ex pilota militare, ispettore agli armamenti C.F.E, coordinatore dell’Osservatorio Militare e consulente dell’attuale Commissione Parlamentare, cercano di spiegare cosa vi sia davvero dietro l’inspiegabile e impenetrabile muro di omertà, costruito sia da parte delle autorità militari che di quelle politiche.
Una “guerra silenziosa” fra chi tace la verità e chi la grida a gran voce. In questo libro si raccolgono non solo le tragiche storie, vicende e ingiustizie subite dai militari che ancora oggi non smettono di ammalarsi e morire ma anche alcuni importanti retroscena politici che, di fatto, hanno contribuito ad allungare i tempi di questo caso che non sembra conoscere fine.
Un “conflitto” che dura ormai da quasi sedici anni e in cui l’uranio impoverito non è l’unica minaccia. Attraverso il racconto dei due autori, senza zone d’ombra o reticenze, pian piano si arriva a capire più di una verità, che gli stessi consegnano al lettore senza alcuna presunzione. A parlare per loro sono i fatti e i documenti riportati.

Mary Tagliazucchi, nata a Roma nel 1975, è giornalista freelance e fotoreporter. Collabora con La Stampa, Ofcs.report e altre testate giornalistiche. Da sempre si occupa di cronaca e giornalismo d’inchiesta.
Domenico Leggiero nasce a Capua (CE) nel 1964. Arruolatosi nell’esercito nel 1985, diventa pilota militare nel 1988 e, dopo oltre 1000 ore di volo, viene qualificato Ispettore C.F.E. (Control Force Europe) e inserito nei pool internazionali per il controllo degli armamenti, attuazione e rispetto dei trattati internazionali per la riduzione degli armamenti. Consulente in tre commissioni parlamentari d’inchiesta sul fenomeno dell’uranio impoverito, dal 2005 continua la battaglia per i militari malati come Responsabile del Comparto Difesa dell’Osservatorio Militare Centro Studi di cui lui stesso fu cofondatore nel 1999.

Militari all’uranio,
di Mary Tagliazucchi e Domenico Leggiero
David and Matthaus, € 14,90

Giù le mani dall’Eritrea!

CIHrKYFXAAAsT1u

“A inizio giugno, l’Alto Commissariato per i Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto travolgente sull’Eritrea. Secondo questo rapporto, il governo eritreo sarebbe “responsabile di violazioni flagranti, sistematiche e generalizzate dei diritti dell’uomo”. Il rapporto aggiunge che “queste violazioni potrebbero costituire dei crimini contro l’umanità”.
Ancora una volta, il rapporto si basa unicamente su delle testimonianze di rifugiati, dato che il governo eritreo ha rifiutato l’accesso alla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite. Un rapporto costituito a partire da sole testimonianze di richiedenti l’asilo non può essere affidabile. In effetti, per ottenere lo statuto di rifugiato politico, alcuni non esitano a mentire sulla propria nazionalità e a raccontare quello che il Paese di accoglienza vuole sentire. Tra i rifugiati eritrei, abbiamo così degli Etiopi che si fanno passare per quello che non sono pur di ottenere il diritto all’asilo. Nel 2013, due parlamentari francesi hanno consegnato al ministro dell’Interno un rapporto che condanna la pericolosa similitudine tra chi aspira allo statuto di rifugiato politico, e i migranti economici.
Per questi ultimi, delle reti mafiose che gestiscono i canali di passaggio verso l’Europa, propongono false testimonianze e dossier di persecuzione preconfezionati. Dopodiché, se certi ispettori dell’ONU fanno coraggiosamente il loro lavoro anche dovessere deludere le grandi potenze, altri non esitano a sacrificare sull’altare degli interessi politici, i compiti che dovrebbero svolgere in maniera oggettiva. Nel 2011 ad esempio, lo stesso Alto Commissariato per i Diritti dell’Uomo facilitava l’intervento della NATO denunciando la repressione in Libia a colpi di carri armati, elicotteri e aerei contro dei manifestanti pacifici. Oggi sappiamo che tali accuse erano completamente false. Ma miravano a fare pressione sul governo libico. La stessa cosa accade con l’Eritrea.

Chi vuole fare pressione all’Eritrea e perché?
Sul piano economico e politico, l’Eritrea è un sasso nelle scarpe del neocolonialismo occidentale.
L’Africa è un Eldorado per le multinazionali. È il continente più ricco… con le persone più povere! Ed ecco che un Paese africano dichiara e prova con la pratica che l’Africa non può svilupparsi che slacciandosi dalla tutela occidentale. Il presidente Afwerki è molto chiaro sulla questione: “Cinquant’anni e dei miliardi di dollari d’aiuti internazionali postcoloniali hanno fatto molto poco per far uscire l’Africa dalla povertà cronica. Le società africane sono diventate delle società di zoppi”. E aggiunge che l’Eritrea deve potersi tenere eretta sui suoi due piedi. Allora come tutti i leader africani che hanno tenuto questo genere di discorso contro il colonialismo, Isaias Afwerki è diventato un uomo da abbattere agli occhi dell’Occidente.

Il governo eritreo non facilita la campagna di demonizzazione rifiutandosi di accogliere la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite?
Bisogna capire quella che può apparire come un’attitudine chiusa. Prima di tutto, l’Eritrea si porta dietro un pesante contenzioso con le Nazioni Unite. Il Paese è stato colonizzato dagli Italiani. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la sconfitta di Mussolini, l’Eritrea avrebbe dovuto ricevere l’indipendenza, ma è stata annessa all’Etiopia contro la sua volontà. Il vecchio Segretario di Stato USA, John Foster Dulles, dichiarò all’epoca: “Dal punto di vista della giustizia, le opinioni del popolo eritreo devono essere prese in considerazione. Ciononostante, gli interessi strategici degli Stati Uniti nel bacino del Mar Rosso, e le considerazioni per la sicurezza e la pace nel mondo, rendono necessario che questo Paese venga attaccato al nostro alleato, l’Etiopia.” Questa decisione ha avuto delle conseguenze catastrofiche per gli Eritrei. Sono stati letteralmente colonizzati dall’Etiopia e hanno dovuto portare avanti una lotta terribile durata trent’anni, per ottenere la propria indipendenza.
In più, durante questa lotta, gli Eritrei hanno affrontato un governo etiope sostenuto a turno dagli USA e dall’URSS. Durante la Guerra Fredda, si faceva generalmente parte di un blocco o dell’altro. Ma non vi ritrovavate contro entrambe le due superpotenze dell’epoca! Questo lascia evidentemente dei segni. Ecco perché l’Eritrea oggi reputa di non avere nessuna responsabilità nei confronti dell’auto proclamata “comunità internazionale”. Difende ferocemente la sua sovranità per portare a buon fine la sua Rivoluzione. Non è tutto perfetto, evidentemente, e gli Eritrei sono i primi a riconoscerlo. Malgrado i risultati eccezionali per un Paese del genere in fatto di sanità, educazione, o sicurezza alimentare, tutti vi diranno con molta umiltà che c’è ancora molto da fare. Ma affinché l’Eritrea continui a progredire, la miglior cosa da fare è non voler decidere al posto degli Eritrei. È per questo che mi aggiungo alla piattaforma per interpellare le Nazioni Unite: “Giù le mani dall’Eritrea!”.”

Da Intervista a Mohamed Hassan: “Giù le mani dall’Eritrea!”, di Grégoire Lalieu.

[L’Eritrea resiste, ancora a testa alta!]

CICabwRUMAQlMvu

L’Eritrea resiste, ancora a testa alta!

Flag_of_Eritrea.svg

Andre Vltchek per rt.com

Sanzioni, guerra psicologica, propaganda, finanziamento delle opposizioni, sostegno ai vicini ostili – l’Occidente ha provato ogni cosa per colpire l’Eritrea. Ma è ancora qui, indefessa e orgogliosa, in marcia.
Qualcuno la chiama “Cuba d’Africa”, o potrebbe anche essere chiamata “Vietnam d’Africa”, ma la verità è che l’Eritrea è come nessun’altra nazione della Terra, ed è felice di rimanere così, unica.
“Non vogliamo essere etichettati” mi viene detto ripetutamente ogni volta che chiedo se l’Eritrea sia una nazione socialista.
“Guarda ad Amìlcar Cabral del Guinea Bissau”, mi dice Elias Amare, uno dei maggiori scrittori e pensatori in Eritrea che è anche Senior Fellow al “Centro per la costruzione della pace nel Corno d’Africa”. “Cabral diceva sempre: ‘Giudicateci per ciò che facciamo concretamente’. La stessa cosa può essere applicata per l’Eritrea.”
La maggioranza dei leader dell’Eritrea e la maggioranza dei suoi pensatori sono marxisti o almeno i loro cuori sono molto vicini agli ideali socialisti. Ma c’è molto poco da parlare di socialismo qui e non ci sono quasi bandiere rosse. La bandiera nazionale dell’Eritrea è al centro di tutto ciò che accade, mentre l’indipendenza, l’autosufficienza, la giustizia sociale e l’unità dovrebbero essere considerati come pilastri di base dell’ideologia nazionale.
Secondo Elias Amare:
“L’Eritrea ha registrato un successo, un obiettivo sostanziale, in ciò che le Nazioni Unite definiscono “Obiettivi di sviluppo del Millennio”, in primo luogo garantendo a tutti un’educazione primaria; assicurando l’emancipazione femminile e l’eguaglianza delle donne in tutti i campi. Per quanto riguarda la sanità, è stata raggiunta una drastica diminuzione della mortalità materna. A riguardo l’Eritrea è considerata d’esempio in Africa; poche altre nazioni hanno ottenuto così tanto. Quindi, al di là di tutti gli ostacoli che la nazione incontra, il quadro generale è positivo”.
“L’Eritrea continua sul percorso dell’indipendenza nazionale. Ha una idea progressiva della costruzione della sua unità nazionale. L’Eritrea ha una società multietnica e multireligiosa. Al suon interno ha nove gruppi etnici e due religioni principali: cristianesimo e Islam. Le due religioni coesistono armoniosamente e ciò è principalmente dovuto alla cultura tollerante che la società ha costruito. Non ci sono conflitti o animosità fra i gruppi etnici o religiosi. Il governo e le persone vogliono mantenere questa unità nazionale”.
Ma è davvero l’Eritrea una nazione socialista? Lo voglio sapere e insisto. “Cercalo da te”, mi viene detto ripetutamente. Continua a leggere