Europa 2017

In un’epoca di durezza, l’Europa vuole essere più molle (e materna) che mai, dimentica della sua storia e della sua identità, beatamente adagiata sulle nuvole della moralina politicamente corretta. In un’epoca in cui la politica ritorna in forze, essa continua a credere alla “comunità internazionale” (o alla “comunità atlantica”) e si abbandona al mito della persuasione disarmata. In un’epoca in cui emerge l’irresistibile desiderio di trovare dei punti di riferimento, essa si impegna a privatizzare la questione del senso ed a far scomparire tutte le forme di radicamento. Avendo messo l’individuo al centro del corpo sociale, rimane estranea ai grandi progetti collettivi e sogna di dissolvere le frontiere insieme con le genealogie e adddirittura di far nascere un uomo nuovo, che, liberato dai pesi della storia, si fabbricherebbe egli stesso da solo – un self made man insomma. Lungi dall’approfittare dell’attuale ridiscussione dell’architettura geopolitica del mondo per rendersi autonomi, i dirigenti europei continuano a dibattere sul marciapiede della stazione ferroviaria. Senza accorgersi che il treno è già partito.
Alain de Benoist

(Fonte: Tre tigri e un’anatra senza testa)

***

Se il vecchio nazionalismo dei popoli europei ha impedito a suo tempo l’unificazione positiva dell’Europa, adesso ci troviamo di fronte ad un altro pericolo, più perverso: lo sviluppo di un individualismo di livello continentale, a livello sia degli Stati sia degli individui. Questo individualismo è apparentemente meno distruttivo, poiché non presuppone la lotta contro gli altri. Purtroppo, invece, è altrettanto pernicioso, perché, come contropartita, nega ogni tipo di iniziativa costruttiva, transindividuale. Inoltre, esso impedisce ogni tentativo di costituire un profilo unitario dell’Europa, di un’identità europea a sé stante. L’Europa non si autodistrugge più con le guerre intestine, ma per la mancanza di volontà di costruire al di là della comodità personale. In ogni Europeo è nato un non Europeo. A lungo termine, ciò significa una neutralizzazione dell’Europa più pericolosa che all’epoca dei conflitti tra le grandi potenze continentali.
Oggi il quadro dell’Europa, a dir il vero, non presenta un bell’aspetto. La confusione tra Europa e Unione Europea serve interessi estranei al continente. Parimenti, la difesa dell’Europa tramite il braccio armato degli USA può condurre soltanto ad una ancor più grave neutralizzazione dello spirito europeo.
Cristi Pantelimon

(Fonte: La Romania, l’UE, la NATO)

***

Una certa stampa ipocrita (e l’italiano “Corriere della Sera” si distingue) ci parla regolarmente dell’alleanza “obbligatoria” con gli Stati Uniti. Una specie di alleanza postulato. Tutte queste acrobazie dialettiche cercano, molto semplicemente, di nasconderci l’evidenza e cioé che questa “alleanza” non è che un’egemonia o una tutela.
Un’alleanza non si fa tra un vuoto e una realtà. L’Europa è il vuoto militare e politico all’ennesima potenza. Inoltre un’alleanza implica una scelta: cosa che questi campioni di pusillanimità respingono con meraviglia, orrore e panico.
Si potrà parlare di alleanza nel senso proprio della parola quando esisterà un esercito europeo (con armamento atomico) e quando noi potremo scegliere il nostro alleato.
Jean Thiriart

(Fonte: La NATO: strumento di servitù, da “La Nazione Europea”, novembre 1967, anno I, n. 9)

Spagna, la nuova portaerei della NATO

IeImtmH5YOUZregxYlQKPFmvN32XBBZ3xP72q1Pc6YlHDXlmL80myTpkXGqhUAovblxiF74WO5EzUmfvo2NurYK4MPVVLcp5DiPlDSY_1rYu0ws85MJec6z0Mfg=s0-d-e1-ft

La Spagna si è trasformata fino al prossimo 6 novembre nel più grande teatro di operazioni militari della NATO dalla fine della Guerra Fredda, per ospitare gigantesche manovre che mobilitano più di 30.000 soldati, 20.000 dei quali spagnoli, con armamenti di ultima generazione.

La fase attiva del Trident Juncture 2015 è iniziata il 3 ottobre scorso, ma il governo conservatore di Mariano Rajoy non ha ancora spiegato né i costi di queste esercitazioni, né la nuova politica di avvicinamento militare agli Stati Uniti, né quali saranno i benefici per la Spagna di questa pericolosa strategia.
Lo stesso ministro spagnolo della Difesa, Pedro Morenés, ha definito quest’estate le attuali manovre della NATO come le “più potenti, più importanti e di maggior entità qualitativa e quantitativa dell’Alleanza dai tempi dell’operazione in Afghanistan”.
Le esercitazioni della NATO in Spagna serviranno secondo le parole del responsabile della Difesa spagnolo a “dare visibilità” a questa regione “come un settore chiave” per l’Alleanza Atlantica.
Ma questo stretto rapporto della Spagna con NATO e USA non porta alcun beneficio agli Spagnoli, quanto piuttosto il contrario, perché a seguito dell’attuale escalation militare tra Washington e Mosca, anche la Spagna si convertirà in un obiettivo da colpire. Continua a leggere

Far morire la NATO: l’Esercito Europeo è lo strumento per ridurre l’influenza USA in Europa?

no nato

Di Mahdi Darius Nazemroaya per rt.com

Una forza militare europea viene giustificata come protezione dalla Russia, ma potrebbe anche essere una maniera per ridurre l’influenza statunitense nel momento in cui l’Unione Europea e la Germania arrivano ai ferri corti con gli Stati Uniti e la NATO sulla questione ucraina.
Parlando con il giornale Tedesco Welt am Sonntag, il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha annunciato che è giunto il momento per la creazione di una forza militare europea unificata. Juncker ha usato la retorica del “difendere i valori dell’Unione Europea” e ha cavalcato le polemiche antirusse per promuovere la creazione di un esercito europeo, che dovrebbe portare un messaggio a Mosca.
Le polemiche e le discussioni in merito a un Esercito Europeo possono essere intorno alla Russia, ma in realtà l’idea è diretta agli Stati Uniti. La storia che c’è sotto riguarda le tensioni che si stanno sviluppando tra gli Stati Uniti da una parte e la Germania e l’UE dall’altra. Questo è il motivo per cui la Germania ha reagito in maniera entusiasta alla proposta, fornendo il suo sostegno a una forza armata europea condivisa.
Precedentemente, l’idea di un Esercito Europeo era stata presa seriamente in considerazione durante la preparazione all’illegale invasione anglo-americana dell’Irak del 2003, quando Germania, Francia, Belgio e Lussemburgo si incontrarono per discuterne come scelta alternativa alla NATO a guida statunitense. L’idea è stata poi tirata fuori in altre circostanze simili. Nel 2003, il motivo di frizione era l’invasione dell’Irak. Nel 2015, è per la crescente tensione fra Germania e Stati Uniti in merito alla crisi in Ucraina. Continua a leggere

Spetta all’Europa farsi carico del proprio destino

11000349_10153150653806204_2029622069968847321_n

“Il nocciolo dell’intera questione è proprio qui: non c’è bisogno di alcuna dietrologia né di alcuna teoria del complotto per mostrare la natura espansionista e non difensiva dell’organizzazione atlantica. Sono sufficienti razionalità, logica e buon senso: perché all’indomani del 1991, della scomparsa della sua stessa ragione esistenziale la NATO non solo non ha cessato di esistere ma ha addirittura cominciato un processo di allargamento? Un espansionismo poi certamente non indolore, che ha trovato anzi la sua massima espressione con le guerre balcaniche degli anni ’90, vittima sacrificale la Serbia (allora penalizzata anche dalla fase di estrema debolezza di Mosca). Nel citare le varie tappe di spinta ad Est della NATO, Nazemroaya non manca di citare neanche l’aggressione all’Irak del 2003, a cui i Paesi membri del Patto Atlantico risposero in ordine sparso (con l’Italia nella consueta posizione ambigua), ma che rappresentò il banco di prova per molti dei nuovi Stati europei orientali. Fatto che portò l’allora Segretario della Difesa Donald Rumsfeld a parlare di “vecchia e nuova Europa”.
(..)
Da un punto di vista prettamente europeo e italiano un testo come quello di Nazemroaya non può che fornire un salutare campanello d’allarme. A scoppio più che ritardato, naturalmente, giacché le questioni sono sul tappeto da diversi decenni. Ma prendere coscienza dell’insostenibilità di un sistema che attualmente ha portato un’Unione Europea in piena crisi economica a disporre sanzioni nei confronti di uno dei mercati più ricettivi e strategici come quello russo e che ha portato alla distruzione dello Stato libico è sempre salutare, soprattutto se i danni in questo senso sono ancora reversibili. Perché (e questo bisogna sempre tenerlo a mente) l’estremismo e l’ideologismo sono proprio di chi in realtà continua a sostenere contro ogni logica e semplice buon senso la bontà dell’attuale quadro geopolitico per i nostri (di italiani ed europei) interessi.
Del resto la possibilità che l’Europa decida finalmente di affrancarsi dall’ingombrante tutela militare atlantica dipende in primo luogo e soprattutto… dagli Europei stessi. Perché al di là di ogni considerazione e dotta analisi geopolitica la cruda verità è che sin dal dopoguerra ai governanti del Vecchio Continente ha fatto comodo “appaltare” la propria sicurezza a Washington al fine di tagliare le spese militari. Ragionamento cinico e politicamente miope (ovviamente chiedere ad un altro Paese di farsi carico della propria difesa implica che questo esiga compensazioni in altri campi, dalla politica estera alle scelte economiche) e che per essere cambiato necessita di un cambio di mentalità non solo nella classe dirigente, ma anche nell’opinione pubblica. In quanti sono disposti a capire che la riconquista di una sovranità militare continentale costerebbe sì in termini puramente economici (e in tempi di austerity si andrebbe pertanto a toccare un nervo scoperto per moltissimi) ma nel medio-lungo termine gioverebbe anche sotto quel punto di vista (con una probabile rivitalizzazione di un settore strategico come l’industria pesante e dei grandi armamenti)?
Il quadro in realtà va visto nel suo insieme: per uscire dal vicolo cieco in cui è entrata, l’Unione Europea deve scegliere una volta per tutte di diventare grande e di camminare con le proprie gambe. Si rinfaccia spesso alla UE l’inconsistenza della PESC (politica estera e di sicurezza comune), ma come costruire un fronte compatto sulle questioni essenziali tra i Paesi membri quando questi non dispongono di un apparato di sicurezza unitario? La questione militare, spesso colpevolmente ignorata a discapito di altri settori, è determinante per un ripresa del ruolo che per Storia spetta all’Europa sulla scena globale, pena la progressiva perdita di peso e la futura irrilevanza. Riprendere in mano il proprio destino passa anche dal progetto (spesso evocato ma mai seriamente affrontato) di un esercito europeo comune. Questo naturalmente non per evocare aggressioni contro i propri vicini, anzi: per integrarsi con essi. Più volte dal Cremlino sono giunte dichiarazioni che lasciavano intendere come il problema non sia di avere come vicina un’Europa forte, ma proprio il contrario. L’Eurasia, come suggerisce il nome, non può prescindere dall’Europa. I due concetti non sono assolutamente in antitesi e contrapposizione l’uno con l’altro, dal momento che il progetto di integrazione eurasiatica per compiersi definitivamente e con successo necessita dell’enorme bagaglio di civiltà dell’Europa. Ma non si può ignorare come spetti all’Europa farsi carico del proprio destino e tornare ad essere soggetto autonomo e non più oggetto della volontà altrui; e la NATO (non solo, ma soprattutto) costituisce senza dubbio un ostacolo in tal senso.”

Dalla recensione di Alessandro Iacobellis a “La globalizzazione della NATO” di M. D. Nazemroaya, apparsa in Eurasia. Rivista di studi geopolitici, n. 4/2014, pp. 215-219.

globalizzazione nato

4 Novembre al Quirinale

giorgio napolitano all'altare della patria

E come tutti gli anni, anche oggi Giorgio NATOlitano si è recato all’Altare della Patria per onorare la giornata delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale, nel 95° anniversario della fine del primo conflitto mondiale.
Non senza chiedere –nel tradizionale messaggio inviato per l’occasione– che i meccanismi attuativi delle riforme delle Forze Armate siano “resi al più presto operanti”, conformente agli auspici espressi dal generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il quale prevede 90.000 militari di ruolo fra una decina di anni, con un taglio di circa 22.000 effettivi dovuto alla “spending review”, e con una quota non ben definibile di “meno giovani” trasferita presso altre amministrazioni dello Stato, nonché 40.000 giovani “idonei all’impiego”, addestrati alle “missioni di oggi e di domani”.
“Ancor più intensamente -scrive quindi il Presidente della Repubblica- è necessario lavorare per l’integrazione militare europea”. Ovvero sia, per la definitiva subordinazione dello strumento militare nazionale degli Stati europei a quella che Mahdi Darius Nazemroaya definisce la “NATO globale”, in un prezioso testo di prossima pubblicazione in Italia a cura di Arianna editrice.

Facciamo i conti, hic et nunc, con l’occupante a stelle e strisce

elezioni

Alla faccia di PisciaLetta e di tutti gli scodinzolanti ominicchi di destra, centro e sinistra…

“Sessant’anni di subordinazione politica e geoeconomica agli Stati Uniti hanno ormai quasi definitivamente privato il nostro paese d’industrie attive nei settori high tech e ridotto la classe politica italiana ad un insieme di smidollati e pagliacci che in nome del deficit, dei parametri dell’euro e della “carta”, sono disposti a sacrificare il “ferro”, interi comparti industriali medi e soprattutto high-tech. Tutto il contrario di quello che fanno gli USA, come abbiamo visto, o di quello che fanno i francesi e i tedeschi.
Per invertire la rotta bisognerebbe dotarsi di un ceto dirigente sovranista ed europeista in senso forte che smascheri quello euroatlantico, annichilendo tanto le correnti culturali domestiche decrescetiste, tecnofobe, antiscientifiche, romantiche, pacifiste e primitiviste – vero cancro del paese che l’hanno infettato alle radici – tanto quanto quelle politiche piccolo-nazionali ed atlantiste.
Ma anche se, nella più ottimistica delle previsioni, ciò dovesse accadere, l’Italia da sola non avrebbe i numeri per fare una politica di sviluppo (e potenza) sostenibile; nell’era dei continenti e dei grandi spazi, l’Italia da sola non può fare “Big Science” e competere con quei giganti aziendali che stanno alla base del dominio USA. Nel XXI secolo ci vuole stazza continentale ed è pertanto necessaria una stretta alleanza con uno o più delle potenze nazionali vicine, siano queste la Francia, la Germania o la Russia. E’ indispensabile una scelta paneuropea dell’industria high-tech italiana, che passi attraverso la fusione dei diversi comparti nazionali europei, avendo la forza di contrattare un accorpamento che tuteli il più possibile gli interessi della nostra popolazione. Alla radice ci deve essere una condivisa scelta politica di creazione di un blocco continentale autonomo dagli USA.
(…)
Un’Italia guidata da un gruppo dirigente sovranista ed europeista forte, dovrebbe però chiedere alla Germania (e in subordine alla Francia) di giocare allo scoperto e mettere le carte sul tavolo per capire se vale veramente la pena di puntare ad un’aggregazione paneuropea attorno al nucleo tedesco, e magari poi aiutarla e fiancheggiarla in questo duro percorso che preveda la creazione di un reale blocco continentale, con una vera unificazione dotata di un esercito europeo, di un bilancio comune, di una “Big Science” comune, di una politica estera ed economica autonoma dagli USA.
Con l’inizio del nuovo mandato di Angela Merkel, con le contrattazione sul TAFTA che stanno per partire, con le decisioni del nuovo management di Siemens e tanti altri segnali, si riuscirà a stanare meglio le reali intenzioni della Germania.
Ma è certo che ad aiutare o addirittura a pretendere dalla nazione tedesca non può essere la “puttana” atlantica che dall’8 settembre del ’43 – e ancora più negli ultimi vent’anni – siamo soliti chiamare Italia, cavallo di troia statunitense nell’Unione Europea tanto quanto la Gran Bretagna.
(…)
Se vogliamo che nei cieli della nostra terra risplenda un barlume di dignità e di patriottismo europeo; se vogliamo che tra le sue valli rimbombi di nuovo dieci e cento volte “Eureka” – la gioia della scoperta e l’orgoglio del progresso tecnico e scientifico oggi possibile solo con la “Big Science” e con la stazza continentale – facciamo i conti, hic et nunc, con l’occupante a stelle e strisce e liberiamoci da una classe dirigente che sembra saper dire solo: “Yes, Sir”.”

Da La battaglia per le aziende strategiche, di Michele Franceschelli.

Occorre una nuova politica estera

elezioniMediterraneo, ponte di guerra

«I molti, troppi morti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce»: li ha ricordati a Montecitorio Laura Boldrini riferendosi al dramma dei profughi. Il Mediterraneo, ha detto, «dovrà sempre più diventare un ponte verso altri luoghi, altre culture, altre religioni».
Finora però il Mediterraneo è stato sempre più un ponte di guerra. Partendo dalle basi in Italia, la NATO ha demolito lo stato libico, provocando la disgregazione del paese. Lo stesso sta facendo con la Siria, che cerca di demolire con forze infiltrate e metodi «terroristici», provocando altre vittime e ondate di profughi. Non basta quindi «un parlamento largamente rinnovato». Occorre una nuova politica estera. Quella italiana, indipendentemente dal colore dei governi, segue invece sempre la stessa rotta. Il governo Monti, nei suoi ultimi giorni, sta infatti compiendo importanti atti di politica estera che passeranno nelle mani del futuro governo. In una serie di incontri a Washington l’11-12 marzo, la Farnesina ha assicurato l’adesione dell’Italia all’«accordo di libero scambio USA-UE», ossia alla «NATO economica». In un seminario internazionale, il 14 marzo a Roma, si è stabilito il contributo dell’Italia a «una Difesa europea più forte», che il Consiglio europeo deciderà a dicembre per «favorire il soddisfacimento delle esigenze dell’Alleanza atlantica». Solo per l’acquisto di armamenti, prevede una ricerca pubblicata a New York, l’Italia spenderà nel 2012-17 oltre 31 miliardi di dollari. Negli stessi giorni, il ministro degli esteri Terzi si è recato in Israele per una serie di incontri e per partecipare alla conferenza internazionale di Herzliya sulla «sicurezza del Medio Oriente». Sulla Siria, l’Italia si impegna ad «accrescere le misure e gli equipaggiamenti che permettono alle forze sul terreno di proteggere la popolazione dagli attacchi inauditi dell’aviazione siriana» (non a caso mentre gli USA stanno per ufficializzare, dopo Francia e Gran Bretagna, la fornitura di armi ai «ribelli»). L’Italia rafforza anche il suo impegno contro «i rischi di un Iran nucleare per la sicurezza globale»: a Herzliya si è parlato del momento in cui si dovrà passare «dalla diplomazia alla spada». Queste e altre iniziative della Farnesina ricevono il consenso o il silenzio-assenso dell’intero arco politico. Il comune di Milano partecipa all’unanimità alla marcia internazionale di «solidarietà al popolo siriano» perché, dice il sindaco Pisapia, «è tempo di uscire dal silenzio». Ossia sostenere apertamente la destabilizzazione della Siria, che le potenze occidentali attuano per fini strategici ed economici. E quando il governo Monti, violando gli impegni e compromettendo le relazioni tra i due paesi, non rimanda in India i marò che hanno ucciso i pescatori, la presidente della commissione pace del Comune di Firenze, Susanna Agostini (PD), esulta perché l’Italia ha assunto una «posizione da protagonista».
Manlio Dinucci

Fonte