L’Occidente, simulacro di libertà

L’Occidente ha cercato con ogni mezzo di mettere a tacere i cittadini che ne hanno rivelato la reale politica del dopo-11 Settembre e che vi si sono opposti.

Nel 2002 pubblicavo L’Effroyable imposture [L’incredibile menzogna, ed. Fandango], un saggio di scienze politiche di denuncia della versione ufficiale degli attentati di New York, Washington e Pennsylvania, nonché di anticipazione della nuova politica USA che ne sarebbe seguita: sorveglianza generalizzata dei cittadini e dominio sul Medio Oriente Allargato. Dopo un articolo del New York Times, che si stupiva del mio impatto in Francia, il dipartimento USA della Difesa incaricò il Mossad di eliminarmi. Il presidente Jacques Chirac, dopo aver fatto verificare all’Intelligence le mie tesi, prese le mie difese. In un colloquio telefonico, Chirac informò il primo ministro israeliano Ariel Sharon che ogni atto contro di me, eventualmente compiuto non solo in Francia ma ovunque nel territorio dell’Unione Europea, sarebbe stato interpretato come atto ostile alla Francia. Il presidente incaricò inoltre un suo collaboratore di occuparsi del mio caso e d’informare gli Stati non-europei che mi avessero invitato che avrebbero dovuto assumersi la responsabilità della mia sicurezza. In effetti in tutti i Paesi dove tenni conferenze mi venne assegnata una scorta armata.

Nel 2007 Nicolas Sarkozy successe al presidente Chirac. Secondo l’alto funzionario incaricato da Chirac della mia sicurezza, il nuovo presidente aderì alla richiesta di Washington di ordinare alla DGSE (Direction générale de la sécurité extérieure, Direzione Generale per la Sicurezza Esterna, ndt) di eliminarmi. Avvisato, senza indugio feci le valige e lasciai la Francia. Due giorni dopo arrivai a Damasco, dove mi venne assegnata la protezione di Stato.

Alcuni mesi dopo decisi di trasferirmi in Libano e di accettare la proposta di realizzare una trasmissione settimanale in francese su Al-Manar, canale televisivo dello Hezbollah. Il progetto non fu mai realizzato. Al-Manar rinunciò a trasmettere in francese, sebbene fosse lingua ufficiale del Libano. Fu allora che la ministra francese della Giustizia, Michèle Alliot-Marie, emise una rogatoria contro di me, prendendo a pretesto l’accusa di diffamazione di un giornalista che contro di me già aveva scritto un libro. Da trent’anni non c’erano più state richieste giudiziarie di questo tipo indirizzate al Libano. La polizia mi consegnò una convocazione da cui potei desumere che secondo il diritto francese la rogatoria non aveva alcun fondamento. Lo Hezbollah mi protesse e mi resi irreperibile. Pochi mesi dopo, in seguito al tentativo del primo ministro libanese Fouad Siniora di disarmare la Resistenza, lo Hezbollah rovesciò i rapporti di forza. Mi presentai quindi al giudice, applaudito dalla polizia che solo tre giorni prima mi ricercava. Il giudice mi comunicò che Alliot-Marie aveva aggiunto di proprio pugno sulla rogatoria la richiesta all’omologo libanese di arrestarmi e tenermi in prigione il più a lungo possibile, frattanto che la vicenda avrebbe seguito il suo corso in Francia. Era il medesimo principio soggiacente alle lettres de cachet [lettere che recavano un ordine del re, chiuse con il suo sigillo, ndt] dell’Ancien Régime: la facoltà d’imprigionare senza processo gli oppositori politici. Il magistrato mi lesse la rogatoria e m’invitò a rispondere per iscritto. Nella replica precisai che, secondo il diritto francese nonché libanese, l’articolo incriminato era prescritto da tempo e che in ogni caso non era affatto diffamatorio. Copia della lettera della ministra Alliot-Marie e della mia risposta furono depositate alla Corte di Cassazione di Beirut.

Alcuni mesi dopo fui invitato a una cena organizzata da un’alta personalità libanese. Vi partecipava anche un collaboratore del presidente Sarkozy, di passaggio in Libano. Ci confrontammo duramente sui rispettivi concetti di laicità. Questo signore assicurò ai convitati di non volersi sottrarre al dibattito, ma subito si congedò per prendere un aereo e rientrare all’Eliseo. Il giorno successivo ero convocato da un giudice per un problema amministrativo: quando mi trovavo a non più di due minuti d’auto dal luogo dell’appuntamento, il gabinetto del principe Talal Arslane mi avvertì telefonicamente che secondo lo Hezbollah stavo per cadere in una trappola e che dovevo immediatamente invertire la rotta. Risultò poi che quel giorno, anniversario della nascita di Maometto, i funzionari, salvo alcune eccezioni, non erano al lavoro. In compenso, sul posto c’era una squadra della DGSE incaricata di prelevarmi e consegnarmi alla CIA. L’operazione era stata organizzata dal consigliere presidenziale con cui avevo cenato la sera prima.

Seguirono numerosi altri tentativi di uccisione, di cui mi fu difficile stabilire il mandante.

Per esempio, durante una conferenza al ministero della Cultura del Venezuela, la guardia del presidente Chàvez mi raggiunse sul palco da cui parlavo. Un ufficiale mi prelevò di forza e mi spinse verso le logge. Ebbi soltanto il tempo di vedere nella sala uomini estrarre le armi. Due fazioni si minacciavano a vicenda. Uno sparo e sarebbe stata una carneficina. Altro fatto, pure accaduto a Caracas: fui invitato con il mio compagno di battaglie a una cena. Quando ci portarono i piatti, constatai che il mio era stranamente meno abbondante degli altri. Sicché, con discrezione, lo scambiai con quello del mio compagno, che aveva poco appetito. Rientrati in albergo, il mio amico fu improvvisamente preso da convulsioni, perse conoscenza, si rotolò a terra con la bava alla bocca. All’arrivo, i medici furono categorici: quest’uomo è stato avvelenato. Fu salvato in tempo. Due giorni dopo una delegazione di una decina di ufficiali in alta uniforme della SEBIN (servizi segreti) venne a scusarsi e a dirci che era stato identificato l’agente straniero che aveva organizzato l’operazione. Il mio amico, costretto in carrozzina, impiegò sei mesi a rimettersi.

In una fase successiva, cominciata nel 2010, gli attacchi contro la mia persona videro sempre coinvolti degli jihadisti. Un esempio: un discepolo dello sceicco Ahmed al-Assir tese un’imboscata al mio compagno di battaglie e tentò di ucciderlo. Fu salvato da un intervento del PSNS [Partito Nazionalista Sociale Siriano, ndt]. L’aggressore fu arrestato dallo Hezbollah, consegnato all’esercito libanese, giudicato e infine condannato.

Nel 2011 la figlia di Muammar Gheddafi, Aisha, m’invitò in Libia. Mi aveva visto su una televisione araba concionare contro il padre. Voleva che andassi in Libia per constatare quanto fosse errato il mio giudizio. Accettai l’invito. Un passo dopo l’altro finii con l’unirmi al governo libico e venni incaricato di preparare l’intervento all’Assemblea Generale dell’ONU. Quando la NATO attaccò la Jamahiriya Araba Libica mi trovavo all’hotel Rixos, dove alloggiava la stampa straniera. La NATO esfiltrò i giornalisti che collaboravano con l’Alleanza, ma non riuscì a evacuare quelli che si trovavano al Rixos, difeso da Khamis, il figlio più giovane di Gheddafi. Quest’ultimo si trovava nell’interrato dell’hotel, i cui ascensori erano stati sbarrati. Gli jihadisti libici, che in seguito formeranno l’Esercito Siriano Libero comandati da Mahdi al-Harti e inquadrati da soldati francesi, assediarono l’hotel, uccidendo chi s’avvicinava alle finestre.

Alla fine, la Croce Rossa Internazionale ci prelevò e ci portò in un altro hotel, ove si stava formando il nuovo governo. Quando arrivammo all’albergo due Guardiani della Rivoluzione iraniani mi vennero incontro: erano stati mandati dal presidente Mahmud Ahmadinejad e dal vicepresidente Hamid Baghaie per mettermi in salvo. Le autorità iraniane erano in possesso di un rapporto su quanto deciso in una riunione segreta della NATO a Napoli, che prevedeva tra l’altro che venissi ucciso al momento della presa di Tripoli. Il documento attestava che al summit era presente il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, amico di mio padre. In seguito la segreteria di Juppé sosterrà che la riunione non ebbe luogo e che il ministro quel giorno si trovava in vacanza. Credendo risolto il problema, i Guardiani della Rivoluzione lasciarono la Libia. Ma in città era stato distribuito un manifestino con le foto di dodici persone ricercate: 11 libici e io. Un gruppo di “ribelli” iniziò a perquisire l’hotel per cercarmi. Dapprima fui salvato da un giornalista di RT, che mi nascose in camera sua e si rifiutò di fare entrare i “ribelli”, poi da altri colleghi, fra cui una giornalista di TF1. Dopo peripezie di ogni genere, dalle quali riuscii a uscire vivo svariate decine di volte, con altre quaranta persone fuggii come un clandestino a bordo di un piccolo peschereccio che navigava verso Malta, in mezzo a navi da guerra della NATO. A La Valletta ci attendevano il primo ministro e gli ambasciatori dei Paesi dei miei compagni di viaggio. Di tutti i Paesi tranne che della Francia.

Quando in Siria ebbe inizio la “primavera araba”, ossia l’operazione segreta dei britannici per piazzare al potere i Fratelli Mussulmani, come un secolo prima avevano fatto con i wahabiti, tornai a Damasco per aiutare chi mi aveva accolto quattro anni prima. Ovviamente ho corso più volte il rischio di morire, ma era la guerra. In un’occasione però fui bersaglio diretto degli jihadisti. Durante uno degli attacchi a Damasco, i “ribelli”, ufficialmente sostenuti dal presidente François Hollande, tentarono di assaltare la mia abitazione. L’esercito siriano installò sul tetto un mortaio e li respinse: un centinaio di “ribelli” contro cinque soldati. Ma dopo tre giorni ininterrotti di combattimenti i “ribelli” dovettero ritirarsi. Tra loro non c’erano siriani, solo pakistani e somali senza addestramento militare. Mi ricordo che prima di scagliarsi contro la casa cantavano ripetutamente e istericamente «Allah Akbar!». Ancora oggi, quando sento questo nobile grido mi viene la pelle d’oca.

Nel 2020 sono tornato in Francia per riunirmi alla famiglia. Molti miei amici mi avevano assicurato che, a differenza dei due predecessori, il presidente Emmanuel Macron non ricorreva agli assassinii politici. Ciononostante non godetti dei diritti di uomo libero. La dogana ricevette una segnalazione che il container marittimo che trasportava le cose personali mie e del mio compagno conteneva esplosivi e armi. Intercettarono il container e inviarono una quarantina di agenti a perquisirlo. Era una trappola di un servizio straniero. La dogana consentì a una società di riprendersi la merce contenuta nel container: impiegarono due giorni, il container fu saccheggiato, le nostre cose distrutte, i documenti spariti.

Il mio non è un caso isolato. Quando svelò il sistema Vault 7, che permette alla CIA di entrare in qualsiasi computer o telefono portatile, Julian Assange divenne bersaglio degli Stati Uniti. Il direttore della CIA Mike Pompeo orchestrò, con l’assenso del Regno Unito, diverse operazioni per rapire o uccidere Assange. E quando Edward Snowden pubblicò moltissimi documenti che attestavano come la NSA violasse la vita privata dei cittadini, tutti i Paesi membri della NATO si coalizzarono contro di lui. La Francia, credendo che Snowden fosse a bordo dell’aereo del presidente della Bolivia Evo Morales, si spinse sino a chiudere il proprio spazio aereo. Oggi Snowden è rifugiato in Russia.

La libertà non abita più in Occidente.

Thierry Meyssan

Consulente politico, presidente-fondatore della Rete Voltaire, l’ultima opera in italiano di Thierry Meyssan è Sotto i nostri occhi. La grande menzogna della “Primavera araba”. Dall’11 settembre a Donald Trump, Edizioni La Vela, 2018.

(Fonte)

False flag in Siria?

E se non fosse stato Assad

Attenzione, se oggi ci mettiamo a discutere su chi ha lanciato i gas a Khan Sheikun, rischiamo di cadere in una trappola mediatica. Le convinzioni le lasciamo a quel coro di benpensanti ‘politicamente corretti’ che, lanciando anatemi, puntano il dito contro Bashar al-Assad. Nessuno si può esimere, è il bersaglio più facile. I gas si diffondono con vari mezzi: aerei, granate speciali (obici e mortai), oppure, come nelle battaglie sul Carso, generatori posti sottovento. Nella Coalizione che non solo combatte quella parte dei ribelli non presente agli accordi di Astana, ma fa anche altre cose, gli aerei li hanno tutti. I Siriani, certo, ma anche i Russi, i Turchi, i Sauditi e i Qatarioti. I ribelli no, né i ‘buoni’ né i ‘cattivi’. Le armi terrestri gassificanti, quelle, per intenderci, sparite in massa nel 2011 dagli arsenali di Gheddafi, con alta probabilità sono in mano ai ribelli jihadisti non-ISIS. Restringendo il campo, sembrerebbero nella disponibilità dell’ex al-Qaeda, ex al-Nustra e oggi Jahbat Fatah al-Sham. Allora ragioniamo, partendo da Astana e da un fondamentale quesito: cui prodest? Ovvero: a chi giova. Forse non arriveremo a nulla, ma ci chiariremo un po’ le idee. In prospettiva, i ribelli del Free Syrian Army (quelli ‘buoni’) avranno un loro limitato spazio a nord, con tutela turca. Assad e Putin mirano a distruggere (con la sporadica partecipazione degli USA) tutti i gruppi jihadisti, concentrati ormai nella provincia di Idlib. Se perdono quell’area, sono praticamente finiti. Assad, se l’avanzata prosegue, ha già la vittoria in tasca. L’offensiva, allora, va delegittimata agli occhi del mondo con ogni mezzo. Indovinello: chi può aver interesse a farlo?
Mario Arpino

Fonte

Perché non aderiamo all’appello ed alla manifestazione del 24 Settembre

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Pur avendo sostenuto per anni la lotta del popolo curdo, siamo molto preoccupati delle scelte che una parte della sua dirigenza ha imposto in Siria. Queste scelte e le loro conseguenze non sono assolutamente messe in discussione dall’appello per il 24 settembre:
1) non viene minimamente condannato il fatto che l’esercito turco ha invaso uno stato indipendente, la Siria, in cui gli stessi Curdi vivono, violandone platealmente la sovranità;
2) Non viene chiarito che gli stessi Curdi della Siria, ed i loro alleati delle “forze democratiche siriane” (spezzoni di vecchie formazioni jihadiste facenti capo al sedicente Esercito Libero Siriano), hanno per primi essi stessi violato la sovranità del loro Paese consegnando nelle mani dell’alleato esercito statunitense una serie di basi su suolo siriano;
3) Viene taciuto che gli stessi statunitensi si servono di queste basi per attaccare e minacciare l’esercito nazionale siriano che difende l’unità, l’indipendenza e la sovranità del Paese, mentre contemporaneamente l’esercito nazionale viene bombardato anche da Israele, che cura anche i feriti di Fateh al-Sham (ex al-Nusra) e dell’ISIS nei propri ospedali..
L’ultimo deliberato bombardamento dell’esercito USA sulle posizioni dell’esercito siriano a Deir Es Zor, città assediata dalle bande dell’ISIS, che ha causato decine di morti, favorendo così gli attacchi dell’ISIS, dovrebbe far riflettere sulle reali intenzioni degli USA. Gli Statunitensi stanno anche sabotando la tregua umanitaria concordata con la Russia, non onorando l’impegno preso di costringere le formazioni armate da loro controllate a cessare il fuoco ed a distaccarsi dai terroristi estremisti dell’ex al-Nusra ed ISIS.
Fin dagli anni ’90 i neocons USA nei loro documenti indicavano una serie di Paesi da distruggere perché non compatibili con i loro sogni di domino mondiale, tra cui la Siria, la Jugoslavia, l’Iraq, l’Iran, la Libia e altri Paesi. A partire dall’amministrazione di Bush jr le indicazioni dei neocons sono state adottate ufficialmente come strategia della politica estera statunitense. Di questo ci sono oltre che i fatti, varie testimonianze, a partire da una famosa intervista rilasciata nel 2008 dal generale Wesley Clark.
Come conseguenza, fin dal 2011 è stata formata una vasta alleanza filo-imperialista con l’intento di distruggere lo Stato siriano laico e progressista, uscito dalle lotte anticoloniali, così come già è stato fatto per la Jugoslavia, Libia, Iraq, Ucraina, Somalia, Costa d’Avorio, Sudan.
Di questa alleanza fanno parte USA, UE, NATO, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, e bande di mercenari jihadisti terroristi che fanno capo all’ex al-Nusra, ISIS, e presunte formazioni “moderate” legate agli USA.
Il movimento curdo siriano, che dichiara di voler lottare per una Siria democratica, dovrebbe precisare se intende portare avanti le proprie rivendicazioni nell’ambito dello Stato laico e progressista siriano, che ha assicurato pieni diritti alle donne, e alle numerose religioni ed etnie presenti nel Paese, o cercare illusoriamente di realizzare le proprie aspirazioni a costo della distruzione della Siria, programmata da tempo dall’imperialismo, con la creazione di uno staterello fantoccio, stile Kosovo.
Altrettanta chiarezza richiediamo a tutte quelle organizzazioni sedicenti pacifiste e di sinistra, che non mancano occasione di attaccare e demonizzare il governo della Siria, e che oggi trovano un facile alibi nell’adesione all’ambigua manifestazione del 24.
Roma, 19 settembre 2016
Lista No Nato – Rete No War Roma

La battaglia per Aleppo e le menzogne dei giornalisti di regime

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Desta veramente scandalo ed indignazione il cumulo di menzogne spudorate con cui i giornalisti dei principali canali TV e dei maggiori quotidiani descrivono le operazioni militari in Siria che potrebbero segnare una svolta nel corso della guerra che insanguina il Paese da quasi 5 anni. L’apice dello scandalo è raggiunto nella descrizione, del tutto capovolta rispetto alla realtà, della battaglia per Aleppo, che potrebbe rivelarsi decisiva per le sorti della guerra.
La grande città industriale, posta nel nord della Siria, è stata sempre la capitale economica del Paese. Nel 2012 la città fu attaccata da bande jihadiste di diversa tendenza, in buona parte costituite da jihadisti e mercenari stranieri, che riuscirono a circondarla quasi completamente, ad occupare alcuni quartieri periferici comprendenti varie industrie e le centrali elettrica ed idrica, e ad infiltrarsi anche in alcuni quartieri centrali.
Gli abitanti non collaborarono minimamente all’attacco, ma ne subirono tutte le conseguenze. Infatti le industrie furono tutte smantellate dai jihadisti, continuamente riforniti dalla vicina Turchia con armi e rinforzi. Le attrezzature industriali furono tutte rivendute nella stessa Turchia, ovviamente con la complicità delle autorità turche.
Poiché però la città continuava a resistere, grazie anche ad un’incerta via di rifornimento posta a sud-est del centro e tenuta aperta dall’esercito, i jihadisti, cui nel frattempo si erano aggiunti anche i miliziani dello Stato Islamico (o DAESH) provenienti dall’est, da Raqqa, tagliarono l’acqua e l’energia elettrica agli assediati, bombardando nel contempo i quartieri centrali con razzi e mortai e tormentando gli assediati con sanguinosi attentati condotti con autobombe ed altri mezzi (il più grave e micidiale fu condotto contro l’Università con la morte di decine di studenti). Su tutto questo vi sono, tra le altre, le continue testimonianze dei vescovi delle comunità cristiane cittadine, che riferiscono anche di aver fatto scavare pozzi nei recinti delle chiese per alleviare le sofferenze della popolazione assetata, testimonianze che i giornalisti non potevano ignorare, anche se non avessero voluto prestare fede alle dettagliate notizie fornite dall’agenzia siriana SANA, o dalle fonti russe (Sputnik-edizione italiana) e libanesi (Al Manar).
La controffensiva dell’esercito siriano, scattata negli ultimi mesi del 2015 con l’appoggio dell’aviazione russa, è diretta innanzitutto a “liberare” la città dall’assedio. L’esercito è quindi avanzato “dal centro della città verso la periferia e le località vicine” per allontanare gli assedianti. Verso nord-est è stata “liberata” la grande base militare di Kuweiri, posta a circa 25 kilometri e assediata da oltre tre anni, respingendo i miliziani di DAESH verso l’Eufrate. Verso nord-ovest sono state “liberate” due cittadine distanti circa 40 chilometri, assediate anch’esse dal 2012 dai jihadisti di Al Nusra (ramo siriano di Al Queda) e dai loro alleati di Ahrar Al Sham e dell’Esercito Libero Siriano. L’agenzia SANA ha mostrato le folle festanti che accolgono l’esercito “liberatore”. Anche verso sud-ovest l’esercito avanza per riaprire le strade verso le province di Homs ed Hama e permettere un maggior afflusso di rifornimenti essenziali alla popolazione.
Ebbene, le parole usate dai nostri giornalisti di regime dicono vergognosamente l’esatto opposto della realtà. Secondo loro (e secondo le veline che ricevono) sarebbe l’esercito nazionale che “avanza verso Aleppo” per “riconquistarla”, come se la città fosse in mano ai rivoltosi e ai mercenari stranieri, e non invece assediata da oltre tre anni dai jihadisti. Da Aleppo gli abitanti fuggirebbero verso la Turchia, terrorizzati dai bombardamenti russi.
In realtà all’interno del perimetro cittadino non si combatte più. I gruppi jihadisti e mercenari che si erano infiltrati in città sono accerchiati ed hanno solo la prospettiva di arrendersi o raggiungere un accordo con il governo simile a quello raggiunto dai jihadisti che erano accerchiati in un quartiere isolato di Homs e furono accompagnati alla frontiera turca con degli autobus forniti dal governo.
Il fronte si trova ormai molto a nord della città a soli 20 chilometri dalla frontiera turca (notizia del 7 febbraio). L’esercito nazionale vuole raggiungere la città frontaliera di Azaz per bloccare i continui rifornimenti di armi e mercenari stranieri che la Turchia fa affluire. Anche in altre zone della Siria, come nell’estremo sud nella provincia di Deraa, l’esercito respinge i jihadisti verso la Giordania (che prudentemente sta cambiando il suo atteggiamento ostile verso il governo siriano), mentre anche il tratto di frontiera con la Turchia nel nord della provincia di Latakia (dove venne proditoriamente abbattuto da un missile turco un aereo russo) è ormai sotto il controllo dell’esercito che blocca le infiltrazioni dei mercenari.
Di fronte a questa svolta nella guerra i nostri giornalisti, che per anni hanno ignorato la fame e la sete dei civili intrappolati ad Aleppo e taciuto sulle loro condizioni drammatiche per cui molti hanno abbandonato la città e sono finiti profughi, ora si stracciano le vesti parlando dei civili che fuggono dalle zone dei combattimenti. Facendo eco alla propaganda ed alle richieste dei due avventurieri criminali, il presidente turco Erdogan ed il suo primo ministro Davutoglu, tra i principali responsabili del massacro siriano insieme ai Sauditi e agli USA, chiedono la fine dei “bombardamenti russi”. Ma questo fervore pseudo-umanitario nasce solo dal fatto che i mercenari al servizio del neo-colonialismo e dell’imperialismo occidentale e delle monarchie oscurantiste del Golfo stanno perdendo la guerra e che la Siria, con l’aiuto della Russia, dell’Iran e degli Hezbollah libanesi, si dimostra un osso più duro del previsto. Quando i popoli resistono è vero che “l’imperialismo è una tigre di carta”.
Vincenzo Brandi

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I fatti parlano chiaro

12079168_940268316019304_6013130207198497000_n“L’impegno russo in Siria ha involontariamente evidenziato le menzogne e gli insuccessi delle azioni USA in quel Paese. Dal momento che l’amministrazione Obama ha iniziato incoraggiando e sostenendo il rovesciamento del presidente siriano Assad, il governo e i media asserviti hanno rivendicato l’esistenza di una opposizione democratica e moderata. Dalla fine del 2011, i leader militari statunitensi e britannici hanno iniziato a progettare l’azione armata contro Assad. Un esercito surrogato (l’Esercito Libero Siriano) è stato progettato come alternativa dei fondamentalisti jihadisti che ambiscono a uno Stato teologico-feudale (Qatar e altri Stati del Golfo sono intervenuti, sorvolando su tali distinzioni). Le armi sono state dirottate dalla Libia ed è stato avviato un piano di addestramento da parte della CIA per una forza militare di decine di migliaia di persone.
Emersa la minaccia dell’ISIS, gli Stati Uniti e gli altri interventisti hanno continuato a sostenere che le forze combattenti [dell’Esercito Libero Siriano] fossero ugualmente impegnate contro l’ISIS e contro molti altri gruppi che combattevano Assad designati come “terroristi” dall’Occidente.
In realtà, i “combattenti per la libertà” degli Stati Uniti erano praticamente inesistenti o collaboravano con entusiasmo con gli jihadisti. Il loro unico obiettivo era Assad.
Il governo Obama ha ammesso che delle migliaia [di miliziani] controllati dal programma della CIA, solo poche centinaia rimangono sul fronte di guerra. La maggior parte ha condiviso le loro armi o aderito al movimento jihadista o ha lasciato la Siria insieme alle migliaia di immigrati. Il programma di mezzo miliardo di dollari è un disastro, con l’amministrazione USA impegnata a passare le restanti armi e risorse ai gruppi di combattimento esistenti in Siria.
I media occidentali riportano che, soprattutto dopo l’intervento russo, vi è un’ampia cooperazione, coordinamento e azione congiunta tra tutti gli elementi delle forze siriane anti-Assad: troppe per mascherare una forza indipendente in opposizione al fondamentalismo.
Come riporta il Wall Street Journal: “… La Legione di Homs dell’Esercito Libero Siriano sostenuto dall’Occidente… insieme con il gruppo islamico Ahrar al-Sham e il Fronte al-Nusra [affiliati di Al-Qaeda in Siria] hanno formato un comando congiunto nel nord di Homs”. The Washington Post ha identificato un’alleanza scellerata simile tra jihadisti e “moderati” realizzata nell’Esercito della Conquista guidato da al-Nusra. Solo i più ingenui continuano a credere che ci sia una differenza significativa tra i “combattenti per la libertà” sostenuti dagli occidentali rispetto ai loro alleati jihadisti.
I liberali occidentali possono far credere che il coinvolgimento degli Stati Uniti in Siria sia in larga parte un bene, ma i fatti parlano chiaro. Come con l’Afghanistan, l’Irak e la Libia, sono morti in decine di migliaia, le infrastrutture sono devastate e il tessuto sociale è irrimediabilmente lacerato, semplicemente perché le potenze imperialiste ambiscono ad avere più Stati servili e compiacenti. I fatti denunciano che la ricerca dei valori di democrazia e libertà – convincente pretesto per giustificare l’interesse occidentale a un cambiamento di regime – è una menzogna usata da Stati Uniti e NATO.
Gli antimperialisti possono trarre una piccola consolazione da queste tragiche e moralmente rivoltanti aggressioni: le tattiche degli Stati Uniti non sono riuscite a raggiungere il loro obiettivo di creare fedeltà globale agli interessi degli Stati Uniti.”

Da Tattiche fallimentari dell’imperialismo statunitense, di Zoltan Zigedy.

Ripristinare le relazioni diplomatiche con la Repubblica Araba Siriana

SIRIA

Risoluzione in commissione 7-00771 presentata da Manlio Di Stefano e altri deputati del M5S
Mercoledì 16 settembre 2015, seduta n. 483

La III Commissione (Affari esteri e comunitari),
premesso che:
la Siria dal 15 marzo 2011 vive una terribile guerra per procura alimentata da terroristi provenienti da 89 Paesi, dove, finora, sono morte più di 250.000 persone tra civili e militari;
vista la situazione di caos, sul territorio siriano si sono sviluppate, grazie anche al supporto logistico, finanziario e di armamenti, le organizzazioni terroristiche di Jabhat al-Nusra, filiale di al-Qaeda in Siria e il sedicente Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, ISIS;
è stato documentato da diversi media in Turchia, così come dal Dipartimento di Stato degli USA, il coinvolgimento dei servizi segreti turchi nel passaggio dei terroristi in Siria;
l’Isis continua a ricevere i proventi dalla vendita di petrolio alla Turchia a un prezzo ridotto (come documentato da vari analisti e reporter di guerra) e dai reperti archeologici saccheggiati in Siria e Iraq e poi rivenduti sui mercati europei;
la Giordania favorisce il passaggio di terroristi sul suolo siriano, mentre Israele accoglie i terroristi feriti in Siria e, come documentato dai media israeliani, offre loro supporto logistico per tornare nei campi di battaglia siriani;
dal mese di aprile 2015, l’ISIS e il Fronte al-Nusra hanno proseguito la loro avanzata in Iraq e Siria, occupando Ramadi (Iraq), Idlib e Palmyra (Siria); l’inviato dell’ONU in Siria, Staffan De Mistura, ha ribadito più volte che il presidente siriano Bashar al-Assad è parte della soluzione alla crisi siriana e che sarebbe necessario un maggior coordinamento con le forze armate siriane contro le organizzazioni terroristiche ISIS e al-Nusra, avendo acquisito nel tempo importanti informazioni di intelligence;
la cosiddetta coalizione anti-ISIS a guida americana non solo si è dimostrata inconcludente, ma, come nel caso dell’occupazione di Palmyra, ha mostrato addirittura un chiaro atteggiamento non interventista, quasi benevolo. Preoccupante, inoltre, è l’intenzione da parte della suddetta coalizione di considerare al-Nusra tra i cosiddetti «ribelli moderati»;
la cosiddetta coalizione nazionale siriana è divisa e lacerata da divisioni al suo interno tra continue liti e scandali per sottrazione di fondi; ha un riscontro minimo di popolarità sul suolo siriano e la sua formazione militare, il cosiddetto Free Syrian Army, è ormai parte integrante delle organizzazioni terroristiche presenti sul territorio siriano;
dal 2011, la Repubblica Araba Siriana è vittima dell’embargo economico e delle sanzioni dell’Unione Europea, i cui effetti diventano devastanti solamente su una popolazione impossibilitata, ora, ad accedere a medicinali e beni di prima necessità. Nel mese di maggio 2015, inoltre, il Consiglio europeo ha esteso le sanzioni economiche contro la Siria per un anno ulteriore, quindi, fino al 10 giugno 2016;
la Repubblica Araba Siriana è una nazione laica che consente ai cristiani e alle altre minoranze religiose di professare liberamente la propria fede religiosa. A Damasco c’è una delle più antiche sinagoghe del Medio Oriente, colpita dai mortai dei ribelli dell’Esercito Libero Siriano, considerati da molti Governi occidentali dei «moderati»; in Siria la donna non è costretta a portare alcun velo e ha pieni diritti civili e piene libertà. Le donne possono esercitare qualsiasi professione e non è preclusa la carriera politica o l’accesso alle istituzioni;
la Siria, dal giorno della Nakba, 15 maggio 1948, ha accolto milioni di rifugiati palestinesi ai quali sono stati concessi pieni diritti e la cittadinanza siriana. In seguito alla guerra in Iraq, nel 2003, e al susseguirsi del conflitto, il Governo siriano ha accolto più di 1 milione di profughi iracheni, riservando loro alloggi e lavoro secondo le loro competenze, senza alcuna discriminazione etnica, religiosa o sociale; nel 2006 durante il conflitto tra Hezbollah e Israele, 600.000 libanesi in fuga dai bombardamenti israeliani sono stati accolti in territorio siriano;
la Repubblica Araba Siriana non è isolata. È riconosciuta dall’ONU, dai Paesi cosiddetti BRICS, dai Paesi membri dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA), dall’Iran, Algeria, Libano, Kuwait e altri Paesi che stanno rivedendo la loro posizione. Stati che, nel complesso, rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale;
il Ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz ha dichiarato recentemente che l’Occidente dovrebbe collaborare con il presidente siriano Bashar al-Assad e i suoi alleati Iran e Russia per combattere il gruppo terroristico ISIS. Altresì il Ministro degli esteri spagnolo José Manuel Garcia-Margallo ha dichiarato da Teheran di ritenere necessario l’apertura di un negoziato con il presidente Assad per un cessate il fuoco,

impegna il Governo:

a riconoscere e ripristinare le relazioni diplomatiche con la Repubblica Araba Siriana;
a condannare gli atti di terrorismo compiuti ai danni della popolazione siriana;
a intervenire nelle sedi internazionali, quali ONU e Unione Europea, affinché sia rispettata la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 2170 che prevede misure per ostacolare ogni tipo di supporto, finanziamento e armamento ai terroristi dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), al fronte terroristico Jabhat al-Nusra e al flusso di terroristi in Siria e in Iraq;
a dissociarsi e a contribuire in sede europea alla rimozione delle inique sanzioni economiche alla Repubblica Araba Siriana;
a intraprendere e a promuovere iniziative di dialogo con il Governo siriano come proposto da altri Paesi europei, come la Spagna e l’Austria.

(7-00771) «Manlio Di Stefano, Del Grosso, Di Battista, Grande, Scagliusi, Sibilia, Spadoni».

Fonte

Le rivelazioni di un ufficiale turco in congedo su operazioni sovversive dell’agenzia turca di intelligence MIT contro la Siria

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Attualmente in fuga dal sistema carcerario turco, l’ex ufficiale Önder Sığırcıkoğlu sostiene di non essere motivato dal denaro: “Sto agendo per salvare la mia identità, il mio onore e la mia coscienza”.

“Ho sequestrato l’omicida di massa Colonnello Harmoush e l’ho riportato in Siria”.

Il Tenente Colonnello Hussein al-Harmoush era il disertore di più alto grado dell’Esercito Siriano all’inizio del conflitto. E’ scappato in Turchia nel giugno 2011 dove ha fondato un sedicente “Movimento degli Ufficiali Liberi” con lo scopo di rovesciare il governo siriano. Le sue ambizioni hanno avuto vita breve. E’ scomparso dal campo Altınözü di Hatay  il 29 agosto insieme a Mustafa Kassoum, un istruttore di palestra che si faceva passare per un Maggiore dell’Esercito. Due settimane dopo Harmoush appariva alla televisione siriana, confessando i suoi crimini e la complicità della Turchia.
Dopo una frenetica investigazione, i servizi di sicurezza turca hanno indagato diverse persone, e in sette sono stati accusati per il “crimine” di aver rimpatriato Harmoush in Siria. Il più esperto tra loro, Önder Sığırcıkoğlu, un veterano con 19 anni di servizio presso l’agenzia turca di intelligence MIT, è stato condannato a 20 anni di reclusione. Dopo 32 mesi di incarcerazione presso il carcere di Osmaniye, Sığırcıkoğlu è fuggito durante un trasferimento verso un’altra prigione ed è stato in grado di lasciare la Turchia clandestinamente. Quella che segue è la prima parte delle sue rivelazioni a Ömer Ödemiş per il primario sito turco di informazione OdaTV.

Önder Sığırcıkoğlu ha parole molto dure per la politica della Turchia nei confronti della Siria. Era stato incaricato dal MIT di filtrare e controllare gli arrivi durante la prima invasione di rifugiati.
“Ne ho intervistati a migliaia durante i primi giorni. Il primo gruppo era composto da circa 250 rifugiati che avevano attraversato il confine turco ad Altınözü. I loro responsabili erano lo studente di legge Seri Hammodi e il tassista Abdusselam Sadiq. Questi erano in costante contatto con i media internazionali, Al Jazeera e altri, propagandando il fatto che i rifugiati erano stati costretti a scappare dalla Siria a causa di una violenta oppressione. Le storie che raccontavano erano delle costruzioni, ma loro agivano per smuovere la pubblica opinione e assicurarsi fondi dalla Turchia, le Nazioni Unite, i Paesi del Golfo e le istituzioni internazionali.” Continua a leggere

Obama concede ai jihadisti la capacità di ordinare attacchi aerei

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I “ribelli” che hanno promesso alleanza all’ISIS controlleranno i bombardamenti aerei in Siria.

Mikael Thalen per infowars.com

L’amministrazione Obama si sta preparando a concedere ai cosiddetti ribelli siriani “moderati” la possibilità di ordinare attacchi aerei statunitensi, nonostante la riconosciuta alleanza del gruppo con lo Stato Islamico.
Membri dell’Esercito Libero Siriano (ELS) saranno dotati di radio per chiamare l’intervento degli aerei bombardieri americani B-1B così come di camion pickup armati con mitragliatori, in seguito alla realizzazione del piano –in fase di finalizzazione da parte del Presidente- di addestrare circa 3.000 ribelli in Giordania e in Turchia entro la fine del 2015.
“Le negoziazioni sono state concluse e un testo di accordo sarà firmato con gli Stati Uniti in merito all’addestramento dell’Esercito Libero Siriano nel prossimo periodo”, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri turco Tanju Bilgic.
Gli aerei, a quanto è stato detto, useranno munizioni simili a quelle viste in Afghanistan, metteranno nel proprio mirino qualsiasi cosa che vada dai piccoli veicoli ai carri armati, con bombe guidate che vanno dalle 500 alle 2.000 libbre.
Oltre ai pickup Toyota Hi-Lux, diversi gruppi di ribelli riceveranno in dotazione mortai e probabilmente anche armi anticarro.
Un alto ufficiale parlando con il Wall Street Journal ha dichiarato che la decisione sarà probabilmente quella di emulare le recenti campagne di bombardamento contro lo Stato Islamico in Irak.
“La maniera in cui immaginiamo l’intervento è molto simile a Kobani” ha dichiarato l’ufficiale.
Ritrattando in maniera ridicola le dichiarazioni precedenti, con il rivendicare di non essere in guerra con il governo siriano, gli ufficiali statunitensi sostengono che gli attacchi non saranno mirati verso l’esercito siriano.
Nonostante gli annunci dell’amministrazione Obama, numerosi funzionari militari e dell’intelligence hanno affermato che essenzialmente i ribelli “moderati” non esistono, e che ben oltre il 90% dei ribelli appartiene a gruppi terroristici o è ideologicamente allineato ad essi.
Proprio lo scorso settembre un comandante dell’Esercito Libero Siriano ha ammesso di aver combattuto assieme a diverse organizzazioni terroristiche nella regione, compreso lo Stato Islamico.
“Stiamo collaborando con lo Stato Islamico e il Fronte Al Nusra nell’attacco all’esercito siriano raccolto presso… Qalamun” ha detto Bassel Idriss, comandante di una brigata di ribelli guidati dall’Esercito Libero Siriano. “Diciamocelo: il Fronte Al Nursa è la più grande potenza presente in questo momento a Qalamun e noi come Esercito Libero Siriano collaboreremo a qualsiasi missione essi lancino finchè le stesse coincideranno con i nostri valori”.
Jamal Maarouf, il leader del Fronte Rivoluzionario Siriano, ha anche detto ai giornalisti lo scorso aprile che i suoi combattenti avevano lavorato regolarmente con Al Qaeda e con Al Nusra.
Durante lo stesso periodo è stato riportato che “diverse fazioni all’interno dell’Esercito Libero Siriano, incluse Ahl Al Athar, Ibin al-Qa’im” hanno deciso di consegnare le proprie armi allo Stato Islamico prima di giurare fedeltà all’organizzazione.
Un combattente dello Stato Islamico a colloquio con Al-Jazeera nel 2013 ha rivelato che l’Esercito Libero Siriano ha regolarmente venduto loro le sue armi, immediatamente dopo aver ricevuto le spedizioni direttamente dagli Stati Uniti.
“Stiamo comprando armi dall’Esercito Libero Siriano” ha detto Abu Atheer. “Abbiamo comprato 200 missili antiaereo e armi anticarro Koncourse. Abbiamo buone relazioni con i nostri fratelli dell’Esercito Libero Siriano”.
Alla fine del 2014, i ribelli di Obama e lo Stato Islamico sono arrivati anche a firmare un patto di non aggressione per marciare contro il governo di Assad.
Infatti, con migliaia di ribelli che hanno apertamente disertato per associarsi alle schiere dello Stato Islamico, il Presidente Obama, senza alcuna vergogna, è stato costretto ad abrogare parti di una legge statunitense che vietava la fornitura di armi a gruppi riconosciuti come terroristici, per mantenere il flusso di armi attivo.
Le azioni di Obama hanno suscitato una grande reazione all’interno dell’esercito alla fine del 2013, con la conseguenza che numerosi soldati statunitensi hanno pubblicato sulle reti sociali proprie foto con cartelli su cui c’era scritto che non avrebbero mai combattuto a fianco di terroristi in Siria.
Il senatore texano Ted Cruz con lungimiranza nel 2013 aveva avvisato che il Presidente Obama stava velocemente trasformando gli Stati Uniti nella forza aerea di Al Qaeda man mano che la situazione di guerra in Siria aumentava di intensità.
“Dovremmo essere concentrati nella difesa degli Stati Uniti d’America” disse Cruz. “Questo è il motivo per cui giovani uomini e giovani donne si arruolano nell’esercito, non per servire come aviazione di Al Qaeda”.

Traduzione di M. Janigro

Washington sta addestrando un esercito ribelle per “Occupare” la Siria?

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Mahdi Darius Nazemroaya per rt.com

Gli Stati Uniti stanno pianificando l’occupazione della Siria attraverso la formazione di una forza insorgente non convenzionale di invasione?
Pensate che un cambio di regime in Siria sia fuori programma? Pensate ancora. Il bombardamento di ISIL o ISIS in Siria è parte di una campagna politica di rischio calcolato che porta a una potenziale invasione non convenzionale, parallela al ritorno delle forze armate statunitensi in Irak.
L’ISIL e le altre forze anti-governative in Irak e Siria non sono gli unici ad ignorare il confine iracheno-siriano disegnato dagli inglesi e francesi Sykes-Picot nel 1916. Gli Stati Uniti altresì hanno violato il confine e il diritto internazionale quando hanno cominciato a bombardare illegalmente la Siria.
La campagna di bombardamenti non era sufficiente per alcuni nel Congresso degli Stati Uniti. In una dichiarazione congiunta del 23 settembre, gli arci-falchi senatori John McCain e Lindsey Graham hanno chiesto che anche truppe USA siano inviate in Siria. Entrambi hanno elogiato gli attacchi aerei illegali del Pentagono in Siria e poi suggerito truppe di terra statunitensi.
Anche se McCain e Graham hanno fatto del loro per dire che questa non sarebbe una occupazione di Siria o Irak, ciò è quasi esattamente quello che chiedevano quando hanno detto che la campagna militare doveva essere diretta anche contro il governo siriano.
Poiché, e prima ancora delle richieste da parte di McCain e Graham diversi suggerimenti erano circolati su un’invasione della Siria.
Il dilemma è che Washington non vuole che il Pentagono invada direttamente la stessa Siria. Vuole tirare le fila mentre un’altra forza fa il lavoro sul campo. I candidati per un’invasione esternalizzata della Siria includono l’esercito turco o altri alleati regionali degli Stati Uniti. C’è però anche un impasse qui in quanto gli alleati di Washington sono pure timorosi delle conseguenze di un’invasione della Siria. Questo è dove un terzo attore entra in scena: la costruzione di un esercito ribelle multinazionale da parte degli Stati Uniti. Continua a leggere