Per l’Italia si avvicina il momento della verità

“Il nostro Paese si colloca quindi ad uno stadio successivo dell’eurocrisi rispetto alla Francia e si trova ora, svanito lo scenario di una dissoluzione “politica” dell’Unione Europea, all’avanguardia di quella “economica”.
Sul versante del debito pubblico, è sufficiente ricordare come l’ultima “A” assegnata ai nostri titoli di Stato sia stata tolta dall’agenzia canadese Dbrs lo scorso gennaio. Il versante bancario è persino più preoccupante: pesano i 205 €mld di sofferenze bancarie ed il misterioso stallo nel salvataggio pubblico di Monte dei Paschi di Siena, ormai fermo dallo scorso dicembre. È forte il sospetto, come già anticipammo mesi fa, che il braccio di ferro tra Germania ed Italia sull’istituto senese sia tutt’altro che risolto, lasciando aperta la strada del “bail in” o a perdite particolarmente severe per gli obbligazionisti. Sia la salute delle finanze pubbliche che quella gli istituti privati è aggravata dall’assenza di crescita economica (stimata dalla Commissione Europea al +0,9% per il 2017 ed al 1,1% nel 2018): è un’attività economica così debole da poter scivolare facilmente nella recessione qualora il governo dovesse attuare le ulteriori misure d’austerità imposte dall’Europa, il quadro globale dovesse deteriorarsi o la BCE riducesse la politica monetaria ultra-espansiva, rafforzando l’euro e facendo lievitare gli interessi sul debito pubblico.
Già, molti collocano nel biennio 2018-2019, con la dell’allentamento quantitativo e la scadenza del mandato di Mario Draghi, il termine ultimo dell’Italia per “rimettersi in carreggiata”. In realtà, il precipitare della situazione italiana potrebbe essere questione di sei-nove mese, in coincidenza delle (ineludibili) elezioni legislative: se esistono pochi dubbi sulla vera natura del Movimento 5 Stelle, classico esempio di partito populista “addomesticato”, sono alte però le probabilità che dalle prossime urne esca un parlamento “impiccato”, incapace di esprimere una chiara maggioranza a causa della tripartizione quasi perfetta dello schieramento politico. È quanto sta sperimentando dallo scorso ottobre la Spagna, dove Mariano Rajoy si è visto costretto a formare un governo di minoranza che presto sarà sottoposto al battesimo di fuoco della legge finanziaria. Se il governo Gentiloni dovesse cadere entro l’autunno, l’attuale parlamento fosse incapace di esprimere una legge elettorale od il prossimo di formare un saldo esecutivo, bisogna attendersi che la speculazione sul debito pubblico riesploda, come nell’estate del 2011.
Gli squali della City e di Wall Street agirebbero, proprio come allora, coordinandosi con i tre principali alfieri dell’establishment euro-atlantico in Europa: la Banca Centrale di Mario Draghi. la Germania di Angela Merkel e la Francia di Emmanuel Macron (che ricopre il ruolo che Nicolas Sarkozy ebbe nel 2011). Andrebbe in onda una leggera variante di quanto sperimento sei anni fa dall’esecutivo Berlusconi: Francoforte invierebbe “una lettera” suggerendo le riforme strutturali inderogabili per continuare ad acquistare i titoli di Stato (lettera che “filtrerebbe” al Corriere della Sera in pochi giorni), Berlino chiederebbe all’Italia di accettare un prestito dal Fondo Monetario Internazionale e/o dall’ESM così da mettere al riparo le finanze pubbliche, Parigi si adagerebbe alla linea tedesca, conscia che è l’unico modo per continuare ad avvalersi dello scudo politico offerto dal “motore franco-tedesco”.
L’Italia, svuotata di qualsiasi sovranità, sarebbe così rimessa alla mercé della Troika sulla falsariga di quanto sperimento dalla Grecia. Con una significativa differenza, però: il piatto è molto più appetitoso, grazie al tessuto produttivo più diversificato, imprese pubbliche più floride, un patrimonio immobiliare dello Stato più ricco e risparmi privati più cospicui. Sarebbe così portato a compimento il grande saccheggio dell’economia italiana iniziato nel biennio 1992-1993 e consumato, prima, per agganciarci all’euro e, poi, per scongiurare la nostra uscita: da quinta economia del mondo che era nei primi anni ‘90, l’Italia scivolerebbe verso il rango di Stato semi-fallito, depauperata della sua industria, dei suoi giovani, dei suoi capitali.
Diversi elementi indicano che sia questo il prossimo futuro dell’Italia: il governatore della BCE, l’ex-Goldman Sachs Mario Draghi, ha più volte sottolineato che l’uscita dalla moneta unica non è contemplata dai trattati ed ha ammonito che, in ogni caso, tutti i debiti contratti da Bankitalia con la BCE (si parla di 350-400 €mld sul sistema Target2) devono essere saldati. È chiaro che Draghi farà di tutto per impedire l’Italexit, usando la liquidità della banca centrale come arma di ricatto (lo stesso schema applicato nel 2015 in Grecia). I consiglieri economici di Angela Merkel hanno già “suggerito” all’Italia, in occasione del salvataggio di MPS, di chiedere soccorso al Fondo salva-Stati (ESM) ed al FMI: al coro si è aggiunto anche il ministro delle finanze, Wolfgang Schäuble, che ha recentemente ribadito la necessità di potenziare l’ESM per aggirare i Parlamenti nazionali ed evitare che “l’Europa si disgreghi” al riesplodere della speculazione. Da ultimo, il neo-presidente Emmanuel Macron non ha alcun interesse a sposare la causa dell’Italia o dell’Europea mediterranea e preferisce venderci alla Troika così da guadagnare altro tempo per la Francia: la “modernizzazione” dell’economia transalpina, a colpi di austerità e liberismo, deve ancora iniziare e si preannuncia drammatica.
Non c’è alcun dubbio che l’attuale od il prossimo parlamento, se lasciati liberi da qualsiasi vincolo esterno, voterebbero per il commissariamento dell’Italia da parte della Troika: la soluzione sarebbe in continuità con la linea “europeista” della Seconda Repubblica e diversi centri di potere (il presidente Sergio Mattarella, la Bankitalia di Ignazio Visco, la Confindustria di Vincenzo Boccia, i sindacati, il salotto di RCS, etc. etc.) premerebbero per mantenere lo status quo anche a costo di vedere il FMI e l’ESM installarsi stabilmente a Roma, svuotando di qualsiasi significato le nostre istituzioni. Il parlamento italiano dovrà però tenere conto degli umori di una società che, sfibrata dalla peggiore depressione economica dai tempi dell’Unità, è tanto esausta quanto insofferente: qualsiasi opportunità di ribellione (che si tratti del referendum costituzionale o del referendum sul salvataggio di Alitalia) è ormai prontamente sfruttata per gridare un “No!” in faccia all’establishment. C’è da chiedersi quale sarebbe la reazione della società italiana di fronte a nuova austerità, nuove umiliazioni, nuovi saccheggi.
È pronto il parlamento italiano ad affrontare uno scenario simile, o probabilmente peggiore, a quello greco? È pronta la nostra fallimentare classe dirigente a mantenere l’ordine con la violenza, dopo aver trascinato nel baratro il Paese? È pronto il nostro establishment a giocare fino in fondo la partita, col rischio di spezzarsi l’osso del collo?
Sono interrogativi che troveranno una risposta nei prossimi mesi. Nel frattempo il deflusso di capitali, ben visibile su Target 2, continua mese dopo mese. L’eurozona è sempre più polarizzata tra area marco (con la Francia in posizione ancillare) e area mediterranea: le tensioni finanziarie, nonostante la morfina della BCE, sono molto più gravi del 2011-2012. Il momento della verità si avvicina e l’Italia è (contro la sua volontà) in prima linea.”

Da Euro-crack: l’Italia è ora in prima linea, di Federico Dezzani.

Fiscal Compact per succhiare il sangue dei popoli europei

Stralcio degli interventi dei senatori Federico Bricolo (Lega Nord) e Elio Lannutti (Italia dei Valori) in sede di dichiarazione di voto finale sul disegno di legge n. 3239 “Ratifica ed esecuzione del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria”, cosiddetto “Fiscal Compact”, seduta n. 764 del 12 Luglio 2012.

“Gli strumenti che oggi volete ratificare, lo sappiamo tutti, sono solo delle mere pezze alla barca dell’euro che fa acqua da tutte le parti. Non risolveranno i problemi dell’Europa, ma ci costeranno moltissimo, e non solo in termini finanziari.
Il fiscal compact ci impone il pareggio di bilancio e un piano di rientro del debito che, così come impostato dal Governo Monti, è evidentemente insostenibile. Siamo sempre stati i primi a denunciare gli sprechi dello Stato e la spesa pubblica inefficiente, ma ci stiamo rendendo conto di che cosa significherà il fiscal compact? Non si tratta solo di qualità della spesa: è un meccanismo rigido che prevede sanzioni automatiche in caso di sfondamento.
Mentre oggi ancora si discute di quale sia la ricetta per uscire dalla crisi, ci precludiamo per il futuro qualunque possibilità di favorire la ripresa economica e gli investimenti per lo sviluppo. Con questo Trattato non solo la Commissione europea ci farà le pulci su ogni spesa vagliando i nostri bilanci prima, dopo e durante e ci dirà cosa possiamo e cosa non possiamo fare: con il fiscal compact qualsiasi altro Stato, se riterrà i nostri conti non in ordine, potrà citarci in giudizio di fronte alla Corte di giustizia.
Abituiamoci, dunque, alle lettere della Banca centrale europea, che deciderà come dobbiamo regolare il nostro mercato del lavoro; abituiamoci ai tagli con la mannaia alle spese sanitaria e sociale e a tutto ciò che fa dell’Italia un Paese vivibile per tutti, anche per i più deboli. Mi rivolgo, in particolare, ai senatori del centrosinistra, ai quale dovrebbero stare a cuore questi temi e che invece hanno deciso di approvare i Trattati senza affrontare nel merito le diverse questioni.
Negli altri Paesi questi Trattati non vengono ratificati di nascosto, in poche ore, nelle Aule parlamentari. Proprio in Germania, i tedeschi – additati come i principali artefici di tali scelte – non hanno accettato passivamente le nuove regole; è in corso un dibattito vero ed è stato presentato un ricorso alla Corte costituzionale contro questi Trattati per verificare la loro compatibilità con l’ordinamento federale.
Lo stesso discorso vale per l’European stability mechanism (ESM): si tratta di un fondo in cui noi versiamo soldi pubblici, dei nostri cittadini, ma che sarà governato da un consiglio di governatori non eletti, che godranno della massima immunità in tutte le loro decisioni ed azioni. Queste persone intoccabili, dopo che avremo loro dato i nostri soldi (miliardi e miliardi di euro), decideranno autonomamente a chi concedere i prestiti in caso di bisogno, ma sempre e solo in cambio del rispetto di precise condizioni. Questi signori decideranno quindi la nostra spesa pensionistica, i costi del nostro sistema sanitario e la spesa per la scuola: stiamo parlando di questo e non di cose astratte.
Avete compreso che potere state dando ai governatori del fondo salva Stati? Evidentemente in quest’Aula pochi lo hanno capito. Siamo lanciati su una locomotiva in corsa verso un muro e, anziché deviare, stiamo accelerando.
Benché pubblicamente ed ufficialmente si discuta solo del modo in cui salvare l’euro, molti ufficiosamente stanno cominciando a chiedersi se l’euro si possa salvare. Dal nostro punto di vista, la domanda successiva, doverosa per onestà e trasparenza verso i nostri cittadini, è se ne valga davvero la pena alla luce dei sacrifici che ciò comporterà per le famiglie.
Se siamo giunti ad un’unione monetaria rilevatasi fallimentare è legittimo, prima di compiere ulteriori passi, ragionare sulle cause e sulle debolezze dell’attuale sistema. La debolezza è quella di un’Europa costruita al contrario, partendo dai mercati, dai beni, dalla moneta, anziché dai popoli, dalle culture e – lasciatemelo dire – anche dalle idee.
Da tempo è giunta l’ora, se vogliamo dare un futuro a questa Europa, di uscire dagli schemi dogmatici delle istituzioni già esistenti e ragionare semmai su un progetto politico europeo che superi gli Stati nazionali, oggi in piena crisi e di fatto svuotati di ogni sovranità. Nulla potrà cambiare in meglio finché non ci metteremo seriamente a lavorare per un’Europa dei popoli e delle regioni, fondata sulle persone e sulle loro culture ed identità, anziché sull’aridità del mercato e della finanza. Un’Europa così è destinata ad implodere su se stessa. Non importa quanti miliardi riuscirete ancora a bruciare!
Per quanto ci riguarda, può esistere un’Europa sola: l’Europa dei popoli. Viva l’Europa dei popoli, no all’Europa delle banche e dei burocrati!”


“Signora Presidente, è dal 7 luglio 2007, data dello scoppio della bolla dei subprime e di una crisi sistemica provocata dall’avidità dei banchieri e dal potere enorme assunto dai tecnocrati e dalle élites, che stiamo ballando sulle tempeste finanziarie senza bussola, con Governi sempre più incapaci di tracciare rotte in grado di portare i popoli ad approdi sicuri.
Se in una fase di crescita la disciplina di bilancio è doverosa, si illude chi ritiene di poter uscire dalle tempeste globali perfette con le camicie di forza. Perché il fiscal compact, in una fase di grave recessione e distruzione di 30 milioni di posti di lavoro, è controproducente, come dimostrato empiricamente dal New Deal e dalle politiche rooseveltiane, che riuscirono a domare la crisi del ’29 con una maggiore spesa pubblica.
Banchieri avidi: nulla cambierà a meno di sanzioni penali. Nel 2013, tempesta globale perfetta e banchieri avidi impiccati nelle strade: non lo dico io, ma lo ha detto Nouriel Roubini, professore di economia a New York. Il 2013 sarà un altro anno peggiore del 2008, con la possibilità di una tempesta globale perfetta: crollo dell’Eurozona, recessione negli USA, guerra in Medio Oriente, crollo della crescita in Cina e nei mercati emergenti.
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia.
LANNUTTI. Comprendo che ci siano anche servitori di alcuni padroni che sono i banchieri, ma il rispetto per chi parla penso che sia doveroso, come io rispetto gli altri.
Invece di ratificare un trattato sul fiscal compact bisognerebbe istituire un tribunale internazionale analogo a quello che giudica i crimini di guerra, e invece di impiccare i banchieri nelle pubbliche piazze bisognerebbe processarli per crimini economici contro l’umanità.
Per questo – e chiudo, signora Presidente – voterò contro la camicia di forza che analogamente all’ESM, invece di assicurare la stabilità dell’Europa, garantirà dorate poltrone a tecnocrati, burocrati e ottimati che, come novelli principi di Valacchia, continueranno a succhiare il sangue ai popoli europei già dissanguati…
PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Lannutti.
LANNUTTI. …per non essere complice…
PRESIDENTE. Collega, lei disponeva di tre minuti, che ho controllato.
LANNUTTI. Presidente, mi hanno disturbato.
PRESIDENTE. No, lei non è stato interrotto da nessuno. La prego di concludere.
LANNUTTI. …per non essere complice delle cleptocrazie europee.”

Il disegno di legge è stato approvato dal Senato con voti favorevoli 216, contrari 24, astenuti 21.
Ora la palla passa alla Camera, dove il presidente Gianfranco Fini ha già garantito una corsia riservata per riuscire ad approvare definitivamente il testo entro la fine del mese…