Sovranismo e finanza

“Secondo Milano Finanza, le trattative su una fusione tra Société Générale (SocGen) e Unicredit sarebbero ancora molto attuali al punto che la banca italiana si sarebbe già affidata a un senior advisor di Rotschild, oltre che ex presidente di SocGen (Daniel Bouton), mentre quella francese invece avrebbe scelto come advisor Jp Morgan. La notizia è stata sepolta sotto tre metri di “spread” e un altro paio di banche centrali a Jackson Hole, ma in realtà meriterebbe ben altra attenzione. Se siamo già alla scelta degli advisor significa che l’ipotesi di fusione è in realtà qualcosa di molto più concreto.
Una fusione di questo tipo sarebbe ovviamente un’operazione di sistema ai massimi livelli; Unicredit è l’unica banca italiana considerata sistemica a livello europeo e SocGen una delle quattro francesi. Le banche sono una parte centrale del sistema Paese e di qualsiasi sua sovranità sostanziale; chi decide come erogare il credito o se comprare bond statali o meno è per definizione un pezzo centrale del sistema Paese.
Di questa fusione si parla, a scadenze, da un decennio e l’ipotesi è stata rilanciata a inizio giugno anche dal Financial Times. Sull’asse Francia/Italia le operazioni di sistema negli ultimi dieci anni si sono sprecate. Unicredit, così come la principale assicurazione italiana Generali, hanno due amministratori delegati francesi e Unicredit ha “appena” venduto il risparmio gestito, Pioneer, alla francese Amundi in un deal che senza l’approvazione dei due sistemi Paese non sarebbe stato possibile.
La Francia ha un interesse strategico in Italia perché negli ultimi due decenni ha comprato talmente tante società da diventare il Paese europeo che avrebbe più da perdere in caso di crollo economico-finanziario italiano. La dimensione delle acquisizioni e dell’intervento francese in Italia è stato così grande in termini dimensionali e così sbilanciato da determinare una situazione che avrebbe eguali sono nei casi di ex-colonie. L’Italia ha scelto di farsi comprare convinta che legandosi alla Francia avrebbe maggiore riparo in sede europea; oggi la Francia non può augurarsi un fallimento dell’Italia: telecomunicazioni, media, banche, assicurazioni, energia, industria, lusso, alimentare… non c’è un settore in cui non faccia capolino una società francese con ruoli di rilievo. Comprare o fondersi con la principale banca italiana non può essere un caso, soprattutto in una fase così delicata per l’economia italiana. Bisogna quindi chiedersi perché incrementare l’esposizione in Italia e perché oggi. Avanziamo alcuni possibili spunti.”

UNICREDIT-SOCGEN. L’affondo francese prima del blocco di Lega e M5S, di Paolo Annoni continua qui.

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Euroinomani

Dieci anni di crisi economica sembrano aver distrutto il mito positivo dell’Europa, alimentando l’insofferenza verso Bruxelles, la rigidità dei trattati e la soffocante leadership tedesca.
Ma com’è stato possibile che i partiti populisti e sovranisti siano arrivati, in Italia, a raccogliere il 50% dei consensi?
Questo clamoroso successo si deve in larga parte ai cosiddetti “euroinomani”. Così Alessandro Montanari definisce tutti quei politici, quegli economisti e quei giornalisti che per troppi anni si sono rifiutati di riconoscere l’oggettiva anomalia dell’euro, ostinandosi a negare il sostanziale fallimento dell’austerità espansiva e sposando acriticamente il nuovo ordine della globalizzazione.
Brexit, la vittoria di Trump e le elezioni italiane dimostrano però che i popoli stanno invertendo la Storia.
Quella che è iniziata infatti non è una protesta, ma una rivolta: contro la disuguaglianza crescente, contro l’impoverimento del lavoro, contro la finanziarizzazione dell’economia, contro le delocalizzazioni predatorie e, soprattutto, contro il dominio delle élite.
Un testo prezioso per vedere la realtà in modo diverso.

Euroinomani
Come l’euro ha ucciso l’Europa – Il risveglio dei popoli contro le élite
di Alessandro Montanari
Uno editori, pp. 260

Alessandro Montanari, giornalista e autore televisivo, ha lavorato per le più importanti televisioni nazionali.
Al fianco di Gianluigi Paragone dai suoi esordi professionali nelle tv locali, firma i programmi Lultimaparola (Rai 2) e La Gabbia (La7) che per primi in Italia sdoganano il dibattito sull’euro e sui vincoli dei trattati europei, dando voce alle vittime della crisi e raccontando la crescita dei movimenti anti-establishment.
Ora è a Rete 4, nella squadra della trasmissione Stasera Italia. “Euroinomani” è il suo saggio d’esordio.

Per un’Europa della libertà e della capacità sovrana dei popoli di autogovernarsi

Fulvio Grimaldi intervista alcuni esponenti dell’opposizione al governo Tsipras in Grecia.

F.G. Cos’è il Plan B?
Alekos Alavanos (economista, psicoterapeuta, già presidente di Synaspismos e poi capogruppo di Syriza, oggi segretario della formazione “Plan B”, staccatasi da Syriza dopo il referendum consultivo del luglio 2015) E’ un’idea alternativa per una politica totalmente diversa rispetto a quelle dettateci da Bruxelles, Francoforte e Berlino e che hanno distrutto la società e l’economia della Grecia. Non siamo io e altri compagni che abbiamo cambiato idea, è stata Syriza a cambiare totalmente. La rottura avviene nel 2011 quando Syriza sostiene che non era possibile avere una linea autonoma nel quadro dell’eurozona e dell’UE.

F.G. Che Grecia sarebbe quella del Piano B?
A.A. Nessuno può pensare che ogni cosa possa essere fatta senza correre rischi, trappole, difficoltà. Proponiamo una cosa molto semplice: le politiche che la maggioranza dei Paesi evoluti ha attuato dopo una prolungata recessione. Significa liquidità, domanda, salari e pensioni in grado di far girare la ruota. Significa un ruolo diverso dello Stato, creativo e dinamico, una politica di bilancio opposta a quella dell’UE.

F.G. Pensi che ci possa essere vita fuori dall’UE?
A.A. Certamente c’è vita fuori dall’Europa. Ma non c’è alcuna Europa, non è Europa. Per oltre vent’anni sono stato un membro del Parlamento europeo, amo l’Europa, tengo al confronto con gli altri Paesi, le altre forze politiche. Abbiamo bisogno di cooperazione in Europa. Ma deve essere una cooperazione basata sulla solidarietà, sul mutuo beneficio, sul rispetto. Se vuoi essere filo-Europa devi essere contro l’UE e la sua valuta. Siamo all’ennesimo memorandum: ancora tagli, riduzione delle pensioni, più tasse, meno esenzioni. Tutto questo mentre già stiamo in una gravissima depressione.

F.G. Il popolo greco aveva deciso diversamente…
A.A. Il venerdì, prima del referendum della domenica in cui vinse il no alla Troika, vidi la Merkel in tv che diceva che se i Greci avessero votato no, il lunedì non sarebbero più stati membri dell’UE e dell’euro. Ci minacciò. Usano campagne terroristiche, ora anche in Italia, di fronte alla rivolta della gente. I Greci non si fecero intimidire: oltre il 60% votarono no. Poi furono traditi, ingannati. Se io voto no e il governo il giorno dopo dice sì, ciò che si perde sono l’autostima, la fiducia, la prospettiva, la dignità morale.

F.G. E adesso?
A.A. Credo che ci siano dei buoni segni, che non ci vorrà molto prima che il popolo greco si svegli e riprenda in mano il fucile, il fucile della politica.

F.G. Anche noi abbiamo vinto un referendum contro i desideri della Troika. Credi che l’UE abbia per l’Italia un progetto come quello imposto a voi?
A.A. Spero che i poteri sistemici in Italia non si comportino come i nostri e le sinistre come le nostre sinistre. In effetti l’Italia è un boccone grosso. Ma potrebbe anche essere la leva per cambiare l’intera Unione. Le recenti elezioni, chiunque governi ora, hanno espresso una chiara volontà della maggioranza contro quanto all’Italia viene imposto. L’Europa non può sopravvivere nella forma e con i contenuti di adesso. Brexit è la soluzione. Spero che i popoli italiano e greco ritrovino la propria autostima e lottino, insieme ai Francesi, ai Tedeschi, a tutti, per un’Europa diversa, senza la BCE, senza questa valuta tossica. Un’Europa della libertà, creatività e della capacità sovrana dei popoli di autogovernarsi.

F.G. Vedi un filo che corre dalla vostra guerra contro i nazifascisti, alla guerra civile, a quella partigiana contro i britannici, alla dittatura NATO di Papadopulos, fino alla Troika?
A.A. C’è un filo, un filo assai pericoloso. E’ il filo della dipendenza, della subordinazione, militare, politica, anche psichica. La Grecia, inizio e simbolo della nazione che resiste, fin dall’800, è un simbolo increscioso, intollerabile. Dobbiamo farla finita. Non siamo agli inizi dell’800, quando qui comandavano i sultani. Sai, non c’è più sovranità nazionale. Una sovranità che non sarebbe in contraddizione con la collaborazione internazionale. Anzi. C’è sovranità nazionale quando il popolo si autogoverna e quando la cooperazione internazionale rispetta e favorisce una sovranità nazionale democratica. Il frutto è sull’albero. Lasciamolo maturare. Arriverà sulle nostre tavole.

F.G. Sembra che in Grecia rinasca una resistenza.
Panagiotis Lafazanis (segretario di “Unità Popolare”, già dirigente del partito comunista greco KKE e ministro nel primo governo Tsipras) Per la prima volta dopo molto tempo si sono viste manifestazioni popolari di massa davanti al parlamento e in molte città contro la Troika, l’alleanza con Israele di un paese da sempre vicino ai palestinesi, la cessione del nome Macedonia (“Macedonia del Nord”), nome greco di terra greca, al vicino slavo. E si è vista la brutalità della repressione di un governo che si dice di sinistra, per quanto alleato all’estrema destra. Pensiamo che il movimento risponderà e si rafforzerà, in vista anche di una data molto importante, quella del referendum vittorioso contro l’austerità e la Troika, il 5 luglio.

F.G. Come siete messi, dopo l’ennesimo memorandum?
P.L. La condizione della società greca è catastrofica, una situazione in cui non ci si vuol far vedere nessun futuro. Il 34,6% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, 3.796.000 persone su 10 milioni. E il debito che dovremmo pagare con questo strangolamento continua a crescere. E’ ancora forte la sensazione che tutto è perduto. Ma c’è anche l’altra faccia della luna: resta un potenziale sociale in grado di riprendere in mano la situazione e reagire. Insomma, c’è un corpo sociale che si convince di essere fottuto e un altro che è deciso a uscire dal vicolo cieco impostoci da Tsipras.

F.G. Basteranno le sole forze greche, o ci vorrà il concorso di altri Paesi?
P.L. In effetti, perché il popolo greco possa liberarsi, gli occorre il concorso di altri popoli europei, in prima linea di quello italiano. Però a noi tocca l’impegno di non aspettare che si muova un popolo vicino. Dovremo comunque essere i primi a rompere le sbarre del carcere tedesco. Forse saremmo l’ispirazione per altri, fino all’affondamento di tutta l’eurozona, come di questa Unione Europea.

F.G. Qual è il progetto strategico dei vostri nemici?
P.L. Per la Grecia è la distruzione del Paese, non c’è dubbio. Per l’Europa si tratta di una nuova feudalizzazione che elimini i soggetti nazionali in modo da riunire sotto il controllo dell’oligarchia tutte le ricchezze dei singoli Paesi. Per noi del Sud si tratta dell’applicazione di classici criteri colonialisti. Sono questi i caposaldi del progetto europeo. Sono caposaldi razzisti, ma a dispetto del suo razzismo, l’Europa sta conoscendo l’inserimento massiccio nel suo seno di altre popolazioni spodestate e sradicate e chi nutre dubbi sull’onestà del fenomeno, che non nasconda qualcosa di letale, viene accusato di xenofobia.

F.G. Potrebbe trattarsi di una strategia dei globalisti finalizzata a svuotare delle proprie generazioni giovani il Sud del mondo, ricco di risorse appetite dall’imperialismo?
P.L. Evidentemente. Ma si noti che i Paesi costretti a ricevere queste masse di migranti sono la Grecia e l’Italia. Non è un caso. E si prevede che queste masse aumenteranno man mano che l’Africa viene impoverita e si diffondono altre guerre. Non per nulla gli USA e la NATO hanno intensificato in questi giorni i bombardamenti su Iraq e Siria, mentre si accentua la militarizzazione dell’Africa. Di questi sviluppi Grecia e Italia sono le grandi vittime.

F.G. Siamo tutti figli della civiltà greca. E’ per questo che la Grecia deve essere punita?
P.L. E’ da qualche secolo che ci si vendica della nostra civiltà. Poi, per le élite euro-atlantiche punire la Grecia alla vista di tutti gli altri ha lo scopo di fornire un esempio. Se voi non accettate incondizionatamente l’impero, sarete puniti come i Greci. Ma potrebbe anche succedere che la Grecia si riveli il tallone d’Achille di questo progetto.

F.G. Anche qui per certe finte sinistre del neoliberismo globalista la parola sovranità è diventata reazionaria e sovranismo sinonimo di destra?
Grigoriou Panagiotis (antropologo, sociologo, economista, giornalista, autore di Asimmetrie sulla vicenda UE-Grecia) Posso solo dirti che il governo Tsipras ha ceduto controllo e sovranità del Paese, compresi i beni pubblici, ai creditori, titolari di un debito sistematicamente creato da dominanti esterni e complici interni. E questo per 99 anni. Si è perso il 40% dell’industria, il 40% del commercio, il 30% del turismo, tutti i porti, tutti gli aeroporti. Il 30% dei greci sono esclusi dalla sanità pubblica e al 30% è anche la disoccupazione reale. Per un po’ si è ricevuta un’indennità di 450 euro, poi più niente. Tutto questo si chiama effetto Europa, effetto euro. L’ingresso della Grecia nell’UE e nell’euro ha comportato il progressivo smantellamento della nostra economia produttrice. Importiamo addirittura gran parte dei nostri viveri. E’ una condizione di totale dipendenza. Non c’è patria, non c’è autodeterminazione e, ora con il vicino slavo titolato “Macedonia del Nord”, non ci sono più neppure gli spazi e confini della nazione greca. Un processo che interessava a UE e NATO che ora possono incorporare anche Skopje.

F.G. Come e più dell’Italia questo massacro sociale ed economico è stata aggravato dall’afflusso di decine di migliaia di migranti da Siria e altri Paesi.
G.P. Un gravame terribile, insostenibile e sicuramente non innocente da parte della Turchia e di coloro che hanno messo queste persone in condizione di dover fuggire. E’ sconcertante come a questi profughi sia garantita, giustamente, un minimo di copertura sociale, mentre a milioni di Greci è stata tolta. Le ONG straniere sollecitano l’immigrazione, per esempio affittando abitazioni a basso prezzo e riempiendole di migranti, cui pagano anche elettricità, gas e acqua. Migliaia di Greci rimangono senza casa e senza niente.

F.G. Stavo filmando un gruppo di persone dell’OIM (Organizzazione Internazionale Migranti), un organismo a metà tra ONU e privati. Non gradivano essere ripresi. Poi mi è piombato addosso un arcigno poliziotto che mi ha intimato di cancellare quelle riprese, se no mi avrebbe addirittura arrestato. Cosa significa tutto questo?
G.P. Non appena si affrontano queste cose si viene accusati di razzismo. Qui abbiamo una strategia contro certi Paesi del Sud. Da un lato la gente viene indotta a lasciare casa sua dalla violenza o dalla miseria importate a forza; dall’altro, chi li riceve non deve sentirsi più padrone a casa sua. Tanto meno, in quanto forze ed enti esterni assumono il controllo della tua economia nazionale. E qui, a difenderla, sei tacciato di nazionalismo. I Greci pensano a ragione di aver perduto la loro sovranità. E’ come essere sotto occupazione. Di nuovo un’occupazione tedesca. Pensa che in tutti i settori dello Stato ci sono dei controllori della Troika! Ricevono i ministri all’Hotel Hilton. Della Costituzione non c’è più traccia e neppure i diritti fondamentali del lavoro sanciti dall’UE sono rispettati.

F.G. Perché si impedisce di filmare migranti e chi se ne occupa? Cosa si vuole nascondere?
G.P. Il fatto è che altri decidono sulle sorti del tuo Paese e che devi fare o non fare quello che vogliono loro. Sempre di più la vicenda dei migranti, come in Italia, diventa un segreto. Un segreto delle ONG e dei loro finanziamenti occulti o, comunque, finalizzati a fargli assumere un ruolo che non è il loro e che sottrae prerogative allo Stato nazionale, uno Stato che non è più padrone delle proprie frontiere, del proprio territorio, delle persone che vuole o può accogliere. Tutte queste decisioni sono prese altrove, con le ONG che gestiscono un fenomeno, in effetti nella piena illegalità, dato che non esiste un quadro giuridico entro il quale farle agire. A cosa ti fa pensare un Paese mandato in default dall’Europa e a cui l’Europa, Dublino, impongono di ricevere e tenersi decine di migliaia di migranti che ne sono la rovina definitiva? Dobbiamo integrare chi non lo vorrebbe quando dalla nostra comunità nazionale, costituzionale, espelliamo tre quarti dei Greci? A cosa ti fa pensare un Paese mandato in default dall’Europa e a cui l’Europa, Dublino, impongono di ricevere e tenersi decine di migliaia di migranti che ne sono la rovina definitiva?

F.G. All’Italia.

Fonte

Il capitalismo speculativo anglo-americano contro l’Italia

Un’analisi dei dati di ciò che è accaduto a fine maggio, attraverso il metodo di studio delle operazioni di guerra convenzionali/non convenzionali.
E un monito…

“A febbraio, negli stessi giorni in cui Trump preannunciava la guerra dei dazi, che metteva in fibrillazione più che la Cina, l’intero sistema di scambi commerciali europei con l’ex padre padrone dello Zio Sam, tre colossi della speculazione finanziaria, il Bridgewater, forte dei suoi 160 miliardi di dollari gestiti, il già citato londinese Marshall Wallace forte di 30 miliardi di dollari amministrati e che ha sede nella City di una Inghilterra avviata nella Brexit e che ha tutto l’interesse di una svalutazione dell’Euro onde far pesare meno i costi della sua uscita dall’Unione Europea, ed un terzo super colosso della speculazione finanziaria, l’AQR, con sede negli Stati Uniti, Connecticut e amministrante ben 225 miliardi di dollari premeditavano una formidabile incursione sull’economia europea.
La strategia di attacco di questi tre gruppi era prevedere in una fase di forti attriti tra USA, Cina ed Europa, di puntare con opzioni ribassiste sugli anelli deboli del sistema finanziario della zona Euro, utilizzando una forza totale di capitali gestiti pari a quasi 500 miliardi di dollari, ovvero l’equivalente del finanziamento di dieci guerre del Golfo degli anni ’90.
Esattamente a 75 anni di distanza la potente macchina militare anglo-americana per distogliere truppe e armamenti germanici dal Vallo Atlantico, identificando il fianco sud dell’alleanza italo-germanica come l’anello debole del dispositivo militare italo-tedesco in Europa, lanciava l’operazione in codice Husky, con lo sbarco in Sicilia, determinando la caduta di Mussolini e mettendo in crisi il Patto d’Acciaio da lui stretto nel 1938 con la Germania di Hitler.
Nei primi mesi del 2018, con la stessa ottica, i colossi dell’accumulazione capitalista, fiduciosi della nuova politica aggressiva globale di Trump, preparavano una serie di attacchi speculativi, in coincidenza con le fibrillazioni che avrebbero scosso il sistema politico italiano nella fase post elettorale e i nervosismi dell’intero establishment europeo se da essa fosse scaturito un quadro di instabilità politica in Italia.
Attacchi che come un timer di un ordigno ad alto potenziale che si può riprogrammmare a distanza rinviando lo scoppio, sono stati messi in atto nelle fasi più convulse della trattativa di governo.
(…) Rifacendo i conti di questa opzione ribassista organizzata nel febbraio 2018, (un vero e proprio” Kill him!”, con il dito verso il basso lanciato contro il gladiatore giudicato perdente da parte ripetiamo non della “perfida Merkel”, ma bensì dai colossi speculativi che han sede nelle capitali finanziarie anglo-americane) constatiamo che è di 3 miliardi del Bridgewater, di 600 milioni del Marshall Wallace e di circa un altro miliardo da parte dell’AQR.
Una cifra enorme alla quale si sono aggiunti altri fondi speculativi che han costruito tutti insieme una Spada di Damocle di circa CINQUE MILIARDI DI DOLLARI sull’anello debole del sistema politico e finanziario della fortezza Europa, quello italiano.
Un timer che si è attivato automaticamente grazie agli algoritmi dei programmi che ho precedentemente citati allorchè le fibrillazioni del quadro politico italiano han raggiunto il parossismo. In pochi giorni, per non dire poche ore , il risultati delle puntate ribassiste speculative, che aveva fatto il Bridgewater sin dal febbbraio 2018 , han superato gli obbiettivi che si era prefissato e tutte le 18 banche italiane contro cui il fondo speculativo aveva puntato il dito con tre miliardi di dollari, l’equivalente di una incursione di migliaia di Fortezze Volanti B-17 scagliate sui gangli vitali della economia italiana.
Ecco un parziale elenco delle banche italiane su cui il Bridgewater in testa e poi gli altri fondi hanno lanciato a maggio 2018 l’attacco speculativo organizzato sin dal febbraio 2018: UniCredit, Bper e Banco BPM, Ubi Banca, Azimut, Mediobanca, Atlantia, Intesa SanPaolo.
(…) Ci saranno a breve altri e più forti attacchi speculativi? La risposta dei mercati è SI!
Sono cifre tratte direttamente da Piazza Affari , inconfutabili, ma che non rendono ancora l’idea di come quello che abbiamo assitito è solo l’assaggio del nuovo “sbarco in Sicilia” visto che di quella cifra potenziale di cinque miliardi di dollari, solo una piccolissima parte è stata realmente impiegata ( vi risparmio la trattazione del valore dei titoli trattati in quei giorni e il rapporto tra operazioni di vendita e quelle di acquisto) mentre il resto dopo aver incassato il surplus dell’attacco speculativo, viene tenuto pronto per il prossimo che oggi 5 giugno 2018, l’agenzia di informazioni finanziarie Bloomberg assicura essere in preparazione a breve con un’ altra opzione ribassista.
Le truppe scelte del Capitale han fatto un’ incursione per prendere prigionieri, distruggere importanti installazioni miltari, e creare delle teste di ponte sul mussoliniano bagnasciuga del suolo italico. Il cammino per risalire verso il cuore del birichino vecchio Continente che sognava di camminare con i propri piedi, e riportarlo sotto la tutela a stelle e strisce potrà essere più o meno lungo se a gettare la sponda ad Anzio e a Salerno non ci saranno i partigiani in nome della liberazione del proletariato, ma quella classe trasformista che oggi sta muovendo i suoi primi passi al governo, pronta a vendersi al caro vecchio Zio Sam pur di salvare se stessa, le posizioni acquisite e quella coalizione mafioso-clientelar-razzista serva del capitale più retrivo che mai ha abbandonato le redini del comando in questo Paese.”

Da La Verita’ su chi ha speculato scommettendo contro l’Italia e la falsità delle accuse sulla Germania, di Antonio Camuso.

La Via Yankee al Sovranismo

Le ambivalenze della emergente prospettiva sovranista analizzate relativamente al caso italiano.
Un contributo da leggere con attenzione.

Ho iniziato a parlare dell’esistenza di una Via Yankee al Sovranismo, più o meno da quando ho iniziato a identificarmi, da un punto di vista marxista, con tale categoria politica. Dunque, intorno al 2012.
Infatti, dall’avvento dell’austerity del Governo Monti nel 2011, si è immediatamente palesato che, a fronte della rigidità tedesca che indirizzava le posizioni dell’Unione Europea imponendo politiche di macelleria sociale a Grecia e Italia, da parte degli Stati Uniti vi era un atteggiamento decisamente più elastico nei confronti della spesa pubblica e del bilancio statale. La troika che impartiva ordine ai governi euro-mediterranei, in altre parole, risultava essere composta dal “poliziotto buono” FMI e dal “poliziotto cattivo” Commissione Europea.
Così, molte figure pubbliche che in quel periodo e a vario titolo si pronunciavano contro l’austerity – per esempio Paolo Barnard, ma anche Stefano Fassina – enunciavano altresì esplicitamente la necessità di cercare sponda politica negli Stati Uniti e nel Fondo Monetario per uscire dalla trappola mortale del fiscal compact e dal controllo tedesco sulla nostra economia.
Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti.
Otto anni di austerity hanno quasi del tutto eroso, presso l’opinione pubblica italiana ed europea, il preesistente sostegno alla prospettiva eurofederalista e hanno portato, quindi, il sovranismo al centro del dibattito politico e reso maggioranza parlamentare quelle forze politiche che, con varia gradazione, alle tematiche sovraniste sostengono di rifarsi.
Il punto è che a questa centralità dell’istanza sovranista, corrispondono manovre e strategie di carattere geopolitico da parte di forze straniere – in particolar modo gli Stati Uniti – per orientare a proprio vantaggio il ruolo dell’Italia nell’Europa che nascerà, dopo il probabile fallimento dell’Eurozona e dopo il possibile affossamento della prospettiva federalista.
A fronte di queste manovre, l’atteggiamento delle forze a vario titolo sovraniste (cioè i sovranisti-costituzionalisti, i marxisti critici dell’eurofederalismo e le forze più orientate a destra) è confuso, diviso, talora addirittura indifferente e comunque, all’atto pratico e a mio parere, inadeguato ad affrontare questo nodo strategico. Continua a leggere

La politica economica è la più politica delle politiche

“L’accentramento politico-decisionale nelle mani del Super Ministro comporta che l’intera politica economica del Paese sia convogliata nella figura di colui che siede sulla scrivania lignea che fu di Quintino Sella. Questa semplice caratteristica istituzionale implica dunque che la filosofia politica di una singola persona, senza tuttavia sottovalutare l’entourage dei dirigenti ministeriali, finisce per ricoprire un’importanza maggiore di qualunque proposta economica contenuta nei programmi elettorali dei partiti rappresentati nel Parlamento sovrano. La recente genealogia dei Ministri del Tesoro (fino al 2001) e del MEF è piuttosto eloquente in questo senso. Fin dai tempi del primo Ministro del Tesoro dell’Italia repubblicana, l’incarico di dirigere il più importante dicastero economico spettò ad un esponente politico eletto in Parlamento.
(…) Tornando al caso italiano, occorre ricordare che l’ultimo vero ministro “politico”, prima della cesura del 1992, fu proprio il “tecnico” per eccellenza della Prima Repubblica: Guido Carli, ministro del Tesoro dal 1989 al 1992, ma già alla seconda legislatura al Senato tra le file della Democrazia Cristiana. Piero Barucci diventò quindi il primo “tecnico” a ricoprire l’incarico di ministro del Tesoro nel contesto del governo “semi-tecnico” di Giuliano Amato (1992-1993), quello della svalutazione della lira, del prelievo forzoso sui conti correnti e della trasformazione degli enti pubblici in S.p.A.. Barucci rimase in quel ruolo anche nel Governo Ciampi e cedette il posto a Lamberto Dini, Direttore Generale della Banca d’Italia per quindici anni (1979-1994), con l’avvento del primo Governo Berlusconi. Il vaso di Pandora dei “tecnici economici” era stato aperto: Carlo Azeglio Ciampi (ex Governatore della Banca d’Italia), Domenico Siniscalco (ex Direttore Generale del Tesoro), Tommaso Padoa Schioppa (ex Vicedirettore Generale della Banca d’Italia e Banca Centrale Europea), Mario Monti (ex Commissario europeo), Vittorio Grilli (ex Direttore Generale del Tesoro e Ragioniere Generale dello Stato), Fabrizio Saccomanni (ex Direttore Generale della Banca d’Italia), Pier Carlo Padoan (ex Vicesegretario Generale dell’OCSE). Fanno eccezione Vincenzo Visco (ministro del Governo Amato dal 2000 al 2001) e Giulio Tremonti, entrambi esperti di economia attivi in politica ed eletti in Parlamento nel corso del loro incarico.
Come ci si può spiegare questa progressiva tecnicizzazione antropologica della figura del principale ministro dell’economia? La motivazione di tale necessità si accompagna alla conclamata de-politicizzazione della politica economica in Italia. Con essa, si sancisce un sostanziale commissariamento delle scelte politiche in ambito economico, imposto da sacrali ed universali leggi economiche custodite da imperscrutabili istituzioni nazionali e sovranazionali. Le alternative si riducono a poche indistinguibili e ininfluenti opzioni. Ma la politica economica è quella che regola lo sviluppo e la distribuzione del reddito di una nazione, il tasso di disoccupazione, l’inflazione, la concessione di prestazioni sociali e previdenziali. La politica economica è la più politica delle politiche, è un’area di massimo conflitto tra interessi contrapposti. L’aver stabilito, come se fosse un cardine della nuova Costituzione materiale del Paese, che essa debba essere affidata ad un “tecnico responsabile”, apprezzato dai “mercati finanziari”, “affidabile nel contesto delle istituzioni dell’Unione Europea”, non è altro che la cruda affermazione di un principio fondamentalmente anti-democratico che implica la prevaricazione di un’unica radicale opzione politica: i saldi primari eterni, le privatizzazioni scriteriate, la precarizzazione del lavoro e l’abbattimento delle tutele, la regressività delle imposte, la progressiva riduzione dello Stato sociale.
(…) Contro il nefasto Super MEF occorrerebbe meno falso tecnicismo e più democrazia. Il paradosso di questo lungo governo tecnocratico di venticinque anni, in tutta la sua proclamata rispettabilità, si trova nel drammatico fallimento dello stesso assetto economico incarnato dal dicastero di Via Venti Settembre. Se l’Italia è tornata ad essere una periferia industriale sulla via del declino, incapace di garantire un benessere diffuso ai suoi cittadini, la responsabilità è da attribuirsi esclusivamente alle scelte adottate dai Super ministri del MEF, cavalieri della politica empiricamente fallimentare e politicamente anti-democratica incarnata nei trattati UE. Per questo motivo, la finta tecnocrazia conservatrice che ha dominato il panorama politico in questi ultimi decenni dovrebbe essere bandita da ogni incarico di potere. Al suo posto, il governo della nostra martoriata economia necessiterebbe di un maggiore controllo democratico, con un dibattito pubblico accessibile a tutti i cittadini, scevro di anglofoni tecnicismi e dichiarazioni apodittiche. Bisognerebbe instaurare la logica dei ministri politici responsabili di fronte all’opinione pubblica e alle rappresentanze politiche, parlamentari e sociali. Non si negano certo gli aspetti tecnici della politica economica: quello di cui le strutture economiche italiane avrebbero bisogno è una vera tecnocrazia democratica, imbevuta di un patriottismo progressista che ambisca a rendere l’economia Italiana più dinamica, prospera, giusta e libera per tutti, o quanto meno per i molti che hanno inutilmente sofferto a causa del trentennio tecnocratico.
C’è solo da augurarsi che questa incombente nomina del Super ministro sia l’ultima di una lunga e tormentata serie. (…)”

Da Contro il “Super MEF”. Come imparai ad amare i tecnici e a svuotare la democrazia, di Simone Gasperin.

Per l’Italia si avvicina il momento della verità

“Il nostro Paese si colloca quindi ad uno stadio successivo dell’eurocrisi rispetto alla Francia e si trova ora, svanito lo scenario di una dissoluzione “politica” dell’Unione Europea, all’avanguardia di quella “economica”.
Sul versante del debito pubblico, è sufficiente ricordare come l’ultima “A” assegnata ai nostri titoli di Stato sia stata tolta dall’agenzia canadese Dbrs lo scorso gennaio. Il versante bancario è persino più preoccupante: pesano i 205 €mld di sofferenze bancarie ed il misterioso stallo nel salvataggio pubblico di Monte dei Paschi di Siena, ormai fermo dallo scorso dicembre. È forte il sospetto, come già anticipammo mesi fa, che il braccio di ferro tra Germania ed Italia sull’istituto senese sia tutt’altro che risolto, lasciando aperta la strada del “bail in” o a perdite particolarmente severe per gli obbligazionisti. Sia la salute delle finanze pubbliche che quella gli istituti privati è aggravata dall’assenza di crescita economica (stimata dalla Commissione Europea al +0,9% per il 2017 ed al 1,1% nel 2018): è un’attività economica così debole da poter scivolare facilmente nella recessione qualora il governo dovesse attuare le ulteriori misure d’austerità imposte dall’Europa, il quadro globale dovesse deteriorarsi o la BCE riducesse la politica monetaria ultra-espansiva, rafforzando l’euro e facendo lievitare gli interessi sul debito pubblico.
Già, molti collocano nel biennio 2018-2019, con la dell’allentamento quantitativo e la scadenza del mandato di Mario Draghi, il termine ultimo dell’Italia per “rimettersi in carreggiata”. In realtà, il precipitare della situazione italiana potrebbe essere questione di sei-nove mese, in coincidenza delle (ineludibili) elezioni legislative: se esistono pochi dubbi sulla vera natura del Movimento 5 Stelle, classico esempio di partito populista “addomesticato”, sono alte però le probabilità che dalle prossime urne esca un parlamento “impiccato”, incapace di esprimere una chiara maggioranza a causa della tripartizione quasi perfetta dello schieramento politico. È quanto sta sperimentando dallo scorso ottobre la Spagna, dove Mariano Rajoy si è visto costretto a formare un governo di minoranza che presto sarà sottoposto al battesimo di fuoco della legge finanziaria. Se il governo Gentiloni dovesse cadere entro l’autunno, l’attuale parlamento fosse incapace di esprimere una legge elettorale od il prossimo di formare un saldo esecutivo, bisogna attendersi che la speculazione sul debito pubblico riesploda, come nell’estate del 2011.
Gli squali della City e di Wall Street agirebbero, proprio come allora, coordinandosi con i tre principali alfieri dell’establishment euro-atlantico in Europa: la Banca Centrale di Mario Draghi. la Germania di Angela Merkel e la Francia di Emmanuel Macron (che ricopre il ruolo che Nicolas Sarkozy ebbe nel 2011). Andrebbe in onda una leggera variante di quanto sperimento sei anni fa dall’esecutivo Berlusconi: Francoforte invierebbe “una lettera” suggerendo le riforme strutturali inderogabili per continuare ad acquistare i titoli di Stato (lettera che “filtrerebbe” al Corriere della Sera in pochi giorni), Berlino chiederebbe all’Italia di accettare un prestito dal Fondo Monetario Internazionale e/o dall’ESM così da mettere al riparo le finanze pubbliche, Parigi si adagerebbe alla linea tedesca, conscia che è l’unico modo per continuare ad avvalersi dello scudo politico offerto dal “motore franco-tedesco”.
L’Italia, svuotata di qualsiasi sovranità, sarebbe così rimessa alla mercé della Troika sulla falsariga di quanto sperimento dalla Grecia. Con una significativa differenza, però: il piatto è molto più appetitoso, grazie al tessuto produttivo più diversificato, imprese pubbliche più floride, un patrimonio immobiliare dello Stato più ricco e risparmi privati più cospicui. Sarebbe così portato a compimento il grande saccheggio dell’economia italiana iniziato nel biennio 1992-1993 e consumato, prima, per agganciarci all’euro e, poi, per scongiurare la nostra uscita: da quinta economia del mondo che era nei primi anni ‘90, l’Italia scivolerebbe verso il rango di Stato semi-fallito, depauperata della sua industria, dei suoi giovani, dei suoi capitali.
Diversi elementi indicano che sia questo il prossimo futuro dell’Italia: il governatore della BCE, l’ex-Goldman Sachs Mario Draghi, ha più volte sottolineato che l’uscita dalla moneta unica non è contemplata dai trattati ed ha ammonito che, in ogni caso, tutti i debiti contratti da Bankitalia con la BCE (si parla di 350-400 €mld sul sistema Target2) devono essere saldati. È chiaro che Draghi farà di tutto per impedire l’Italexit, usando la liquidità della banca centrale come arma di ricatto (lo stesso schema applicato nel 2015 in Grecia). I consiglieri economici di Angela Merkel hanno già “suggerito” all’Italia, in occasione del salvataggio di MPS, di chiedere soccorso al Fondo salva-Stati (ESM) ed al FMI: al coro si è aggiunto anche il ministro delle finanze, Wolfgang Schäuble, che ha recentemente ribadito la necessità di potenziare l’ESM per aggirare i Parlamenti nazionali ed evitare che “l’Europa si disgreghi” al riesplodere della speculazione. Da ultimo, il neo-presidente Emmanuel Macron non ha alcun interesse a sposare la causa dell’Italia o dell’Europea mediterranea e preferisce venderci alla Troika così da guadagnare altro tempo per la Francia: la “modernizzazione” dell’economia transalpina, a colpi di austerità e liberismo, deve ancora iniziare e si preannuncia drammatica.
Non c’è alcun dubbio che l’attuale od il prossimo parlamento, se lasciati liberi da qualsiasi vincolo esterno, voterebbero per il commissariamento dell’Italia da parte della Troika: la soluzione sarebbe in continuità con la linea “europeista” della Seconda Repubblica e diversi centri di potere (il presidente Sergio Mattarella, la Bankitalia di Ignazio Visco, la Confindustria di Vincenzo Boccia, i sindacati, il salotto di RCS, etc. etc.) premerebbero per mantenere lo status quo anche a costo di vedere il FMI e l’ESM installarsi stabilmente a Roma, svuotando di qualsiasi significato le nostre istituzioni. Il parlamento italiano dovrà però tenere conto degli umori di una società che, sfibrata dalla peggiore depressione economica dai tempi dell’Unità, è tanto esausta quanto insofferente: qualsiasi opportunità di ribellione (che si tratti del referendum costituzionale o del referendum sul salvataggio di Alitalia) è ormai prontamente sfruttata per gridare un “No!” in faccia all’establishment. C’è da chiedersi quale sarebbe la reazione della società italiana di fronte a nuova austerità, nuove umiliazioni, nuovi saccheggi.
È pronto il parlamento italiano ad affrontare uno scenario simile, o probabilmente peggiore, a quello greco? È pronta la nostra fallimentare classe dirigente a mantenere l’ordine con la violenza, dopo aver trascinato nel baratro il Paese? È pronto il nostro establishment a giocare fino in fondo la partita, col rischio di spezzarsi l’osso del collo?
Sono interrogativi che troveranno una risposta nei prossimi mesi. Nel frattempo il deflusso di capitali, ben visibile su Target 2, continua mese dopo mese. L’eurozona è sempre più polarizzata tra area marco (con la Francia in posizione ancillare) e area mediterranea: le tensioni finanziarie, nonostante la morfina della BCE, sono molto più gravi del 2011-2012. Il momento della verità si avvicina e l’Italia è (contro la sua volontà) in prima linea.”

Da Euro-crack: l’Italia è ora in prima linea, di Federico Dezzani.