Il Pentagono fa il giro del mondo

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Arriva oggi in Italia il capo del Pentagono Ash Carter che, a nome dell’uscente amministrazione Obama, sta facendo «il giro del mondo per ringraziare le truppe USA schierate in Asia, Medioriente ed Europa e incontrare importanti partner e alleati».
Il tour è iniziato il 3 dicembre dalla California, dove Carter ha tenuto il discorso di chiusura al «Forum Reagan», che gli ha conferito il premio «La pace attraverso la forza».
Carter si è quindi recato in Giappone, dove ha passato in rasegna le truppe USA e incontrato il ministro della difesa Inada.
Il Giappone, che contribuisce con 1,6 miliardi di dollari annui alla permanenza di 50mila soldati USA sul proprio territorio, è particolarmente importante quale base avanzata dei sistemi missilistici USA schierati contro la Cina a «scopo difensivo» e, precisa il Pentagono, è un alleato «in grado di difendere altri paesi che possano essere attaccati».
Dal Giappone Carter è volato in India, divenuta il secondo acquirente mondiale di armi USA dopo l’Arabia Saudita: un risultato della strategia di Washington che mira a indebolire i rapporti dell’India con la Russia, minando il gruppo dei BRICS attaccato allo stesso tempo attraverso il golpe «istituzionale» in Brasile.
Il capo del Pentagono è quindi andato in Bahrein, dove ha partecipato al «Dialogo di Manama» organizzato dall’Istituto internazionale di studi strategici, influente think tank britannico finanziato dall’emirato con oltre 38 milioni di dollari.
Intervenendo sulla «logica della strategia americana in Medioriente», Carter ha precisato che in questa regione sono schierati oltre 58 mila militari USA, tra cui più di 5 mila sul terreno in Iraq e Siria, «non solo per contrastare terroristi come quelli dell’ISIS, ma anche per proteggere i nostri interessi e quelli degli alleati» (ragione per cui gli USA e le monarchie del Golfo, come ampiamente documentato, hanno segretamente sostenuto l’ISIS, funzionale alla loro strategia in Siria e Iraq).
Carter ha accusato la Russia di non combattere l’ISIS in Siria, ma di aver solo «infiammato la guerra civile e prolungato le sofferenze del popolo siriano». Ha quindi aggiunto che, poiché «l’Iran continua a schierare missili», gli USA stanno realizzando con gli alleati «una difesa missilistica regionale», comprendente un potente radar in Qatar, missili Thaad negli Emirati e altri sistemi missilistici (in realtà non di difesa ma di offesa, dato che gli stessi tubi di lancio possono essere usati per missili da attacco anche nucleare).
Dal Bahrein Carter è andato in Israele, dove ieri ha partecipato col ministro della difesa Lieberman alla cerimonia dell’arrivo dei primi due caccia F-35 per l’aeronautica israeliana, simbolo della sempre più stretta partnership militare con gli USA, «portata a livelli senza precedenti dall’accordo decennale di assistenza firmato lo scorso settembre».
Da Israele il capo del Pentagono arriva oggi in Italia, per una visita di due giorni alle truppe USA qui stazionate allo scopo – dichiara un documento ufficiale – di «sostenere le operazioni degli USA e della loro coalizione su scala mondiale, tra cui la deterrenza all’aggressione russa nell’Europa orientale e il rafforzamento del fianco sud della NATO».
Il tour mondiale, che si concluderà a Londra il 15 dicembre con una riunione della «coalizione anti-ISIS», ha uno scopo politico ben preciso: riaffermare alla viglia delle consegne la strategia dell’amministrazione Obama, che avrebbe dovuto proseguire la democratica Clinton, perché restino aperti i fronti di tensione e guerra a Sud e ad Est che il democratico Obama lascia in eredità al repubblicano Trump. Che ha almeno il merito di non essere Premio Nobel per la pace.
Manlio Dinucci

Fonte

nobels

La bomba è autorizzata

pome-granateLa B61-12, la nuova bomba nucleare USA destinata a sostituire la B-61 schierata in Italia e altri Paesi europei, è stata «ufficialmente autorizzata» dalla National Nuclear Security Administration (NNSA), l’agenzia del Dipartimento dell’Energia addetta a «rafforzare la sicurezza nazionale attraverso l’applicazione militare della scienza nucleare».
Dopo quattro anni di progettazione e sperimentazione, la NNSA ha dato luce verde alla fase di ingegnerizzazione che prepara la produzione in serie.
I molti componenti della B61-12 vengono progettati e testati nei laboratori nazionali di Los Alamos e Albuquerque (Nuovo Messico), di Livermore (California), e prodotti (utilizzando in parte quelli della B-61) in una serie di impianti in Missouri, Texas, Carolina del sud, Tennessee. Si aggiunge a questi la sezione di coda per la guida di precisione, fornita dalla Boeing. Le B61-12, il cui costo è previsto in 8-12 miliardi di dollari per 400-500 bombe, cominceranno ad essere fabbricate in serie nell’anno fiscale 2020, che inizia il 1° ottobre 2019. Da allora cominceranno ad essere sostituite alle B-61.
Secondo le stime della Federazione degli scienziati americani (Fas), gli USA mantengono oggi 70 bombe nucleari B-61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), 50 in Turchia, 20 rispettivamente in Germania, Belgio e Olanda, per un totale di 180.
Nessuno sa però con esattezza quante effettivamente siano: ad Aviano ci sono 18 bunker in grado di stoccarne oltre 70. In questa base e a Ghedi sono già state effettuate modifiche, come mostrano foto satellitari pubblicate dalla Fas. Analoghi preparativi sono in corso nelle altre basi in Europa e Turchia.
La NNSA conferma ufficialmente che la B61-12, definita «elemento fondamentale della triade nucleare USA» (terrestre, navale e aerea), sostituirà le attuali B61-3, -4, -7 e -10. Conferma quindi quanto abbiamo già documentato.
La B61-12 non è una semplice versione ammodernata della precedente, ma una nuova arma: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, con una potenza media pari a quella di quattro bombe di Hiroshima; un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo; la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un attacco nucleare di sorpresa.
Le nuove bombe, che gli USA si preparano a installare in Italia e altri Paesi europei nel quadro della escalation contro la Russia, sono armi che abbassano la soglia nucleare, ossia rendono più probabile il lancio di un attacco nucleare.
La 31st Fighter Wing, la squadriglia di cacciabombardieri USA F-16 dislocata ad Aviano, è pronta all’attacco nucleare ventiquattr’ore su ventiquattro.
Anche piloti italiani, dimostra la Fas, vengono addestrati all’attacco nucleare sotto comando USA con i cacciabombardieri Tornado schierati a Ghedi.
In attesa che arrivino anche all’aeronautica italiana i caccia F-35 nei quali, annuncia la U.S. Air Force, «sarà integrata la B61-12». La prima squadriglia di F-35, di stanza nella base Hill nello Utah, è stata ufficialmente dichiarata «combat ready» (pronta al combattimento).
La U.S. Air Force dice di non prevedere quando la squadriglia di F-35 sarà «combat proven» (provata in combattimento), ma che è «probabile un suo schieramento oltremare agli inizi del 2017».
La ministra Pinotti spera che venga schierata in Italia, già «scelta» dagli USA per l’installazione del MUOS che «avrebbero voluto altre nazioni».
Con le B61-12, gli F-35 e il MUOS sul proprio territorio, l’Italia sarà anche scelta, dal Paese attaccato, quale bersaglio prioritario della rappresaglia nucleare.
Manlio Dinucci

Fonte

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Una alternativa all’attuale idea europea di Esercito

nato mareVero, Presidente Mattarella?

“Ad ogni tipo di esercito corrisponde un uso peculiare e l’uso (strutturalmente molto più costoso) di quello professionale è di tipo offensivo da spedizione. Non è un caso che abbiamo mutuato questo tipo di organizzazione proprio dagli angloamericani. Non considerare questa evidenza (peraltro ampiamente ufficializzata negli ambienti militari) rischia di viziare ogni tipo di proposta che si vorrebbe “alternativa”.
L’esercito professionale trae il suo stesso senso d’esistere dall’essere impiegato come corpo di spedizione e occupazione, come il più adatto a svolgere questi compiti.
Le forze di occupazione, per loro stessa definizione, hanno la missione di presidiare e combattere permanentemente o temporaneamente in territori situati al di fuori dei confini nazionali.
La potenza o le potenze che invadono tali territori devono disporre dello stesso personale per anni senza ricorrere alla mobilitazione generale che si dà in caso di guerra ufficialmente dichiarata (l’abitudine di formalizzare i conflitti è stata infatti abbandonata). Ecco quindi la necessità di una ferma volontaria di almeno quattro anni.
Non può esistere un altro uso dell’esercito professionale che non sia questo. E’ del tutto scorretto immaginare di poter mantenere questo costoso strumento militare per altri fini che non siano la partecipazione ad avventure militari oltre confine e del resto esso sarebbe del tutto inefficace anche per fare fronte ad una (più che improbabile) occupazione da parte di altri Stati.
L’ipotesi della professionalizzazione vinse praticamente a tavolino in primo luogo perché prospettò la promessa di “liberare” i giovani italiani dal fardello della leva obbligatoria (salvo “imporla” indirettamente ai disoccupati e ad una particolare fascia di territorio nazionale come unico sbocco occupazionale); in secondo luogo perché questa “riforma”, a suo tempo, mise d’accordo un po’ tutti:
gli statunitensi che la esigevano per potere disporre, come già visto, anche delle Forze armate italiane direttamente o indirettamente nei loro piani strategici post 89′;
tutti i partiti rappresentati in Parlamento con l’unica eccezione del PRC;
le aziende del comparto industriale militare, per ovvie ragioni legate all’aumento di commesse con alto valore tecnologico e quindi all’aumento dei dividendi per manager e azionisti (con i sindacati di categoria confederali in una posizione sempre opaca e sulla difensiva nonostante il calo costante dell’occupazione a fronte dell’aumento dei fatturati);
il terzo settore che ha avuto comunque in parte risarcito il suo serbatoio di forza lavoro prima garantito dall’obiezione di coscienza con l’istituzione del Servizio Civile Nazionale e con una corposa esternalizzazione del servizio pubblico. Lo stesso terzo settore che oggi “suggerisce” al governo Renzi l’istituzione della “leva civile” (implicitamente parallela all’esercito professionale stesso).
Questa per sommi capi la genesi.
(…)
piovranatoIl moderno esercito professionale (dal punto di vista democratico in realtà molto più “antico” di quello di leva) ha vinto a tavolino anche perché si è dimostrata la soluzione più collaudata e sicura che gli anglo-americani hanno sviluppato nel corso del secolo scorso. E’ la formula, elevata già da tempo a standard NATO, che garantisce ai governi un’ottima gestibilità del personale militare, anche e soprattutto in caso di morte sul campo dei soldati. La retorica e pomposità dei funerali di Stato accompagna ogni volta la salma del ragazzo di turno con un grande, ipocrita non detto: era un volontario, era il suo mestiere e la responsabilità dei mandanti può così sfumare.
Alla luce di tutto ciò l’attuale forma di esercito andrebbe quindi abbandonata.
Ed ecco imporsi allora la terza domanda, decisiva: come?
Credo sia indispensabile recuperare un approccio organico e propositivo alla questione che sappia andare oltre la contestazione (storicamente ridotta ai minimi termini) e che permetta di operare l’invocata riduzione del danno per incidere concretamente sulle nostre pesantissime responsabilità di guerra.
Il tema di una riforma strutturale dello strumento militare dovrebbe essere posta come punto costituente al pari della revisione dei trattati di Maastricht e Lisbona, della struttura e natura della BCE, ecc.; ossia di tutte le questioni che hanno a che fare con il recupero ed il rilancio della sovranità democratica e popolare.
Risulta sempre più chiaro che le vere minacce alla sicurezza ed incolumità dei cittadini non sono il così detto terrorismo internazionale (contro cui l’impiego delle forze armate è del tutto inutile e contro cui vengono normalmente già impiegate magistratura, forze di polizia e intelligence) ma sono rappresentate dal dissesto idro-geologico, dalle alluvioni, dai terremoti e dagli incendi.
In realtà, anche di fronte a tali minacce, le Forze armate oggi sono fondamentalmente inefficaci perché l’organizzazione, l’addestramento, le macchine, la stessa forma professionale sono finalizzate, come già detto, al mantenimento di un grosso corpo di spedizione operante in varie parti del mondo.
Di fronte a tali reali minacce sarebbe opportuno che la logistica e l’organizzazione venissero rivolte e convertite, in prevalenza, ad un nuovo concetto di difesa territoriale/ambientale, che metta le Forze armate nelle condizioni di gestire sia aspetti di manutenzione e messa in sicurezza ambientale sia soprattutto le sempre più ricorrenti e spesso contemporanee fasi d’emergenza.
Sarebbe più che ragionevole studiare e promuovere la formazione di un nuovo esercito costituzionale, di leva, aperto a donne e uomini.
Ciò di cui si parla non è certo l’esercito-carrozzone di marescialli, spesso imbevuto di “nonnismo” che chi ha fatto la “naja” (compreso il sottoscritto) può ricordare bensì una nuova organizzazione che preveda l’integrazione di una nutrita quota degli obiettori di coscienza in una forza di protezione civile dove non si assista più alla irrazionale moltiplicazione delle responsabilità, delle competenze, dei comandi, dei dirigenti, delle centrali operative, degli eli-aereoporti a fronte di una sempre più drammatica carenza di mezzi adeguati: potremmo avere a disposizione uno strumento popolare, meno costoso e più efficace di salvaguardia e difesa del territorio.
Da ex-amministratore locale di un piccolo comune montano soggetto al divampare di piccoli/grandi incendi boschivi (non dolosi), potrei fare diversi esempi in questo senso. Ma come non pensare anche al ricordo positivo che ebbero i terremotati friulani della massiccia, fattiva e prolungata attività di soccorso, rimozione delle macerie e messa in sicurezza operata dall’esercito di allora e confrontarla con il ricordo certo meno caro dei terremotati abruzzesi, dove il moderno esercito professionale venne sostanzialmente impiegato per sorvegliare la loro cattività nelle tendopoli?
logodelesercitoCiò di cui parlo è quindi un esercito che, senza perdere le sue capacità militari di difesa, sia nei fatti “dual use”; dove lo sviluppo dei sistemi d’arma sia esclusivamente rivolto alle contromisure difensive piuttosto che alle macchine da supremazia aero-spaziale e navale (F-35 e portaerei, per fare solo due costosissimi esempi) e dove le specializzazioni si sviluppino attorno agli aspetti genieristici e medici. Un esercito in grado di essere dispiegato all’estero, in un nuovo contesto di relazioni inernazionali, in missioni di esclusiva e sostanziale interposizione e di competente supporto logistico-medico-umanitario anche nelle crisi ambientali.
Riportare la forma ed il senso delle nostre forze armate nell’alveo costituzionale, al di là dell’aspetto etico, dovrebbe quindi permettere un enorme risparmio di risorse e di logistica ed un più utile e razionale impiego di mezzi e uomini per affrontare le “minacce” di cui sopra.
Questa revisione radicale dello strumento militare consentirebbe di intervenire organicamente su molti aspetti:
renderebbe le ff.aa. strutturalmente inservibili alla NATO e ad operazioni di guerra e occupazione,
“accontenterebbe” il terzo settore con la reintroduzione dell’obiezione di coscienza (istituto di civiltà universale e linfa vitale del no profit),
permetterebbe una conversione della logistica e della organizzazione militare verso una immediata ed efficace compatibilità con la Protezione civile,
permetterebbe di aprire un ragionamento meno vago sul futuro di Finmeccanica,
consentirebbe un consistente risparmio di risorse nel quadro di nuove sinergie d’impiego
ci obbligherebbe a ridefinire una nuova politica estera e commerciale basata sulla cooperazione strategica piuttosto che sulla difesa in armi degli interessi strategici.
Questo approccio richiederebbe naturalmente l’apertura di un dibattito serio, conseguente, multidisciplinare e di largo respiro sul tema della sovranità nazionale e della neutralità, sull’interdizione dal nostro territorio di basi e strutture militari straniere, su una reale politica di pace e cooperazione, sulla conversione energetica. Potrebbe essere l’occasione per rilanciare su questi temi, ad un livello euro-mediterraneo, una alternativa all’attuale idea europea di esercito (ancora schierato in ambito NATO, ancora “professionale”, ancora volto all’offesa e all’aggressione).
Risulta piuttosto evidente come un passaggio del genere sia al momento impraticabile in Parlamento proprio perché, come già sottolineato, questo è ancora occupato dal super partito del Pil, tanto trasversale quanto inamovibile nel suo atlantismo belligerante.
Come eludere questo problema sostanziale? Credo che esista la concreta possibilità di iniziare una manovra di aggiramento costruendo un’azione referendaria intorno all’ipotesi più sopra esposta: la crisi economica, l’incessante susseguirsi di emergenze ambientali, i costi del nostro avventurismo militare hanno già modificato la fiducia popolare nel tricolore armato spedito a destra e a manca per il mondo al seguito degli statunitensi. Certo si parla solo di percezioni e sensazioni diffuse (che pure il Ministero della Difesa ha captato) ma se queste venissero sostanziate e catalizzate in un’alternativa promossa da una campagna referendaria potrebbero rivelarsi inaspettatamente maggioritarie. Se si agisse cioè sulla sfiducia strumentale in questo esercito prospettando una alternativa credibilmente più utile, razionale e meno costosa si potrebbe incrociare anche il favore di quegli enti locali e dei loro sindaci che in tutti questi anni si sono trovati ad affrontare i disastri dell’ambiente e del territorio con mezzi inadeguati. L’effetto potrebbe essere dirompente o comunque certamente in grado di increspare non poco la linearità del folle piano egemonico che continua a sovrastarci indisturbato.”

Da Vent’anni di professionalità (militare) possono bastare, di Gregorio Piccin.

F-35, una faccenda davvero spinosa

“La storia dei costi sta diventando scabrosa anche per altre ragioni: le cifre ballerine e rassicuranti fornite dalle fonti ufficiali sembrano strumentali all’idea che l’Italia debba partecipare ad ogni costo al progetto.
(…)
Tutti i dati ufficiali forniti finora sembrano elaborati a spanne, ma con un sistema di calcolo legato con un filo rosso: la volontà di sottostimare il peso finanziario dell’operazione.
(…)
Sulla base dei dati di provenienza internazionale i comitati no F35 hanno calcolato un costo vivo e medio per velivolo di 115 milioni di euro, senza contare le spese di manutenzione e la spesa per ogni ora di volo, aumentata del 250 per cento in un decennio. Calcolando anche queste voci il Parliamentary Bugdet Officer del Canada ha stimato che ogni F35 possa costare in media circa 350 milioni di euro dal momento dell’acquisto fino alla rottamazione.”

Da “Quegli aerei costano il doppio”. I comitati “No F-35” alla Camera, di Daniele Martini.

Dico un convinto no

“Signora Presidente, signor Sottosegretario, intervengo in dissenso dal mio Gruppo per profondo convincimento morale, religioso e culturale, seguendo, tra l’altro, una linea politica espressa fin dall’inizio della mia attività parlamentare, che risale al 2001.
Vorrei dare espressione anche alle tante cittadine e ai cittadini che ritengono che la guerra non sia un mezzo adatto a risolvere i conflitti internazionali.
Sono – e lo sottolineo – a favore dell’impegno dell’Italia in una vera missione di pace, un impegno civile, di aiuto, di supporto sanitario, umano, senza escludere, in certe situazioni, interventi di polizia. Solleciterei anzi ad aumentare questo vero impegno di pace in Paesi poveri, come in Africa, dove l’attenzione è molto ridotta.
Lamento, però, che purtroppo sotto una maschera eufemistica di pace si nascondono attacchi bellici, vere e proprie guerre, come era quella all’Iraq, appoggiata dall’Italia nonostante che addirittura le Nazioni Unite si fossero espresse contro. Tanto sangue e tanti morti. Migliaia, incontabili. Diecimila solo americani, centinaia europei, incontabili le migliaia di vittime nei Paesi colpiti. Ho votato anche contro l’attacco all’Afghanistan, richiedendo più impegno diplomatico che bellico.
Ricordo con forza l’articolo 11 della nostra Costituzione, così maltrattato dal nostro Parlamento.
E si aggiunge in questo momento anche la grande crisi che ha colpito il nostro Paese, che richiede grandi sacrifici a tutti i cittadini, i quali richiedono con forza anche un’incisiva riduzione delle spese militari. Al contrario, l’Italia ha ordinato 90 F-35, sui 131 inizialmente previsti. Ma un solo F-35 costa 80 milioni che, moltiplicati per 90, danno 7,2 miliardi di euro spesi. Il presidente Monti ha recentemente detto no alle Olimpiadi, che ci sarebbero costate circa la metà della somma (4,7 miliardi di euro).
Perciò, con grande convinzione, anche se mi dispiace votare in dissenso dal mio Gruppo, dico un convinto no a queste misure. Direi sì a quelle pacifiche, vere, ma dico no a quelle belliche.”

La dichiarazione di voto del senatore Oskar Peterlini al termine della discussione per la conversione in legge del D.L. 29 dicembre 2011, n. 215 recante proroga delle “missioni di pace” (seduta n. 677 del 22 Febbraio 2012).
Il Senato lo ha definitivamente convertito in legge con 223 voti favorevoli e 35 contrari.

Fuori la Repubblica delle banane dall’Afghanistan. Alla svelta!

Il 13 Ottobre si è concluso il trasferimento ad Herat di tre elicotteri medio pesanti EH-101 Agusta Westland in dotazione alla Marina Militare, affittando come cargo un gigantesco C-17 Galaxy USA.
I nuovi arrivati ad ala rotante in aggiunta al già ingente e costosissimo apparato da trasporto logistico, evacuazione medica, ricognizione ed attacco a disposizione del Comando del PRT 11 di Herat si sarebbero resi necessari, a quanto dichiarato dal Capo di Stato Maggiore Vincenzo Camporini, per “incrementare sul terreno la capacità multifunzionale della componente aerea del contingente italiano“.
L’Italia ha allargato il suo sostegno militare nelle provincie ovest dell’Afghanistan alla coalizione ISAF-Enduring Freedom.
Dal canto suo il D’Annunzio del XXI° secolo come si è definito, ironicamente, nel frattempo si è diviso in quattro con giornali e televisioni per sostenere il contrario, ipotizzandone la riduzione entro il 2011 affidandosi ad una favoletta logora: il passaggio della “sicurezza“ nelle mani dell’esecutivo di Kabul.
Non sapete chi è il Vate? Rimediamo subito. Anche se ci viene una gran voglia di portare il dorso della mano alle labbra e soffiare forte, forte.
E’ il Ministro della Difesa. L’onorevole Ignazio La Russa.
Il titolare di Palazzo Baracchini, perfettamente consapevole che 2/3 degli italiani sono fermamente contrari alla guerra in Afghanistan, sta tentando senza troppa fantasia di mandar in scena nel Bel Paese la stessa farsa recitata dal premio Nobel Barack Obama per tacitare l’opinione pubblica USA stremata, come la nostra e più in generale quella europea, da una devastante crisi sociale.
Anche se la finanziaria di Dicembre si chiama ora legge di stabilità, non sarà qualche furbata semantica o peggio qualche annunciata menzogna contabile per difetto (750 milioni semestrali per le “missioni di pace“) a nascondere che l’avventurismo bellico della Repubblica delle banane, dal 2003 ad oggi, ha bruciato risorse pubbliche colossali che avrebbero potuto essere diversamente utilizzate per dare fiato a lavoro, ricerca, sanità, tutela ambientale e strutture pubbliche.
E qui ci vengono a mente anche i 15 miliardi di euro per un altro costosissimo ultra-bidone rifilatoci dal Pentagono, da D’Alema, Prodi, Berlusconi, Guarguaglini & soci in cambio di un men che niente, una sezione d’ala a Cameri: l’F-35. Continua a leggere

Obama taglia l’F-35?

Washington, 10 novembre. – La commissione presidenziale suggerirà di tagliare del 15% il budget per le armi del Pentagono per riuscire a tenere in piedi il bilancio federale USA. In particolare l’organismo voluto da Barack Obama proporrrà di rinunciare alla versione per i Marines dell’F35-B, il Joint Strike Fighter (tra l’altro ordinato anche dalla Marina Italiana per sostituire gli Harrier imbarcati e in parte dell’Aeronautica italiana) a decollo corto e atterraggio verticale (Stovl). F35-B affetto da diversi problemi e il cui taglio farà risparmiare 17,6 miliardi nel quadriennio 2010-2015. L’organismo co-presieduto da Erskine Bowles e Alan Simpsony consiglierà al presidente Obama anche di sostituire la metà dei JSF di Lockheed Martin programmati per la US Air Force con F16 e con F18 quelli per la US Navy. In questo modo si risparmierebbero 9,5 miliardi da qui al 2015.
Secondo i piani originali gli USA avrebbero acquistato un totale di 2.443 F35 al costo di 382 miliardi di dollari, la più grossa comessa militare della storia USA. Programma co-sviluppato anche dall’Italia con in prima fila il gruppo italiano Finmeccanica, insieme Gran Bretagna, Olanda, Turchia, Canada, Danimarca e Norvegia.
La commissione ha anche proposto di fermare a quota 228 l’acquisto dei convertiplani Textron/Bell-Boeing V-22 Osprey, quota pari a circa due terzi del contratto originale. I quattordici commissari hanno anche suggerito di cancellare la flotta di 573 navi da sbarco della General Dynamics, risparmiando 15,6 miliardi. Nel complesso il piano ‘lacrime sangue’ consentirà di risparmiare 20 miliardi nel 2015 facendo calare la spesa per l’acquisto di sistemi d’arma a 117,5 miliardi. L’ultima raccomandazione della commissione insediata dal presidente americano riguarderà il taglio di un terzo del personale di stanza in Europa e Asia.
(AGI)

In attesa di conoscere le reazioni delle alte sfere politiche e militari italiane circa queste evidenti intenzioni di disimpegno, seguiremo con molta attenzione e fiducia gli sviluppi della situazione.
Per ora, segnaliamo che la bozza di Finanziaria per il 2011 elaborata dal ministro Tremonti prevede lo stanziamento per le “missioni di pace” di 750 milioni di euro…