Lacrime di coccodrillo e slogan di circostanza

Gaetano Tuccillo, 29 anni, caporalmaggiore, originario di Nola, in provincia di Napoli, è il 39° militare del Bel Paese che torna in una bara dall’Afghanistan e per la 25° volta è andato in scena lo spettacolo ormai logoro, frustrante, riservato a Santa Maria degli Angeli agli “eroi della pace”.
Nei funerali di Stato, riservati a tutti i morti ammazzati nel Paese delle Montagne nella basilica romana, ci sono stati solo due vistosissimi “buchi”. Uno per il sergente Marracino del 185° Folgore, morto in Iraq, e uno per il tenente colonnello Cristiano Congiu, ucciso il 4 Giugno scorso nella Valle del Panshir in circostanze rimaste avvolte nel più fitto mistero al di là della versione “ufficiale” accreditata dal Ministro della Difesa.
Una versione che peraltro diverge totalmente da quanto dichiarato all’agenzia Pajhwok dal governatore della provincia della regione Karamuddin Karim. Per Congiu non c’è stata nessuna celebrazione nella Capitale, solo una frettolosa cerimonia di addio a Pontecorvo.
Nessun servizio televisivo sull’arrivo della salma a Ciampino, nè dal paese del Frusinate dove risiedeva con la moglie, nessuna foto a giro delle esequie, nessuna dichiarazione dei familiari. Niente di niente.
I maggiori quotidiani del Bel Paese ne hanno parlato a profusione fin quando lo si dava per ucciso per un “incidente” presuntamente occorsogli durante un viaggio insieme a una donna americana e un ex compagno di università. Poi è stato il vuoto.
Solo l’Adnkronos ha impostato una riga (!) per riportare, senza citarne il nome, la dichiarazione del sindaco. “Quì lo ricordano – avrebbe detto – come persona disponibile e inflessibile sul lavoro”. Stop. Difficilissimo vedere di eguale anche nei flash di agenzia.
Il colonnello Congiu era un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri distaccato all’ambasciata italiana a Kabul dove operava dal 2007 come capo della DCSA, il Dipartimento di Sicurezza che si occupa di traffici illeciti di sostanze stupefacenti. Una faccenda che meriterà, a tempo debito, una attenta rivisitazione.
La differenza nella contabilità 39-25 tra caduti in Afghanistan e funerali di Stato dipende dalla gravità delle perdite subite volta per volta sul terreno dai militari “tricolori” del contingente ISAF. Si torna “rigidi” sia da soli che in “compagnia”.
In un solo attentato a Kabul, nel Settembre 2009, la Folgore ha perso 6 parà. Un impegno “internazionale”, quello del Bel Paese, che ha preso avvio nel 2003 a Kost con la presenza di 320 militari nella base “Salerno”, per arrivare ai 5.352 attuali tra militari e funzionari civili in carico sia a Palazzo Baracchini che alla Farnesina, escluso il personale che opera nella protezione ravvicinata, insomma fa da guardaspalle, ai vip dell’ONU a Kabul. Continua a leggere

Matteo Miotto, una morte al di sotto di ogni sospetto

Le flagranti e pagliaccesche contraddizioni della versione ufficiale

Non ci stupisce che ad appena 24 ore dai funerali a S. Maria degli Angeli il Presidentissimo, influenzato e febbricitante – ci aveva fatto sapere – tanto da non poter essere presente alla cerimonia funebre di Matteo Miotto dopo aver disertato anche quella all’aeroporto di Ciampino, abbia avuto tutto il tempo per rimettersi in perfetta salute e raggiungere Napoli ancora sommersa dalla spazzatura, per farsi ciceronare insieme alla Sign.ra Clio in un evento culturale di grande richiamo come può esserlo una mostra del Caravaggio.
La morte dell’Alpino il 31 Dicembre ha avuto come effetto di disturbargli, oltre che il soggiorno a Villa Roseberry, anche il calendario degli appuntamenti familiari nei primi tre giorni dell’anno.
Il tutto mentre il suo Ministro della Difesa, visto che l’inquilino del Quirinale è anche Capo Supremo delle Forze Armate (almeno così dice), volava a rotta di collo a Herat per portare – questa la motivazione ufficiale del viaggio – il suo saluto al contingente italiano.
Un “corpo di spedizione“ ormai con il morale sotto i tacchi non solo per la morte dell’Alpino ma soprattutto per la nuova tattica, pretesa ed imposta dal generale Petraeus, di stare sul “terreno“ in Afghanistan.
L’allargamento delle “bolle di sicurezza“, che ci ricordano quelle di sapone, e la trasformazione dei reparti ISAF Italia in Task Force, sul famigerato modello 45, più l’approntamento di capisaldi fissi, in zone totalmente fuori controllo con necessità di rifornimenti logistici via aria e terra, non potevano non portare ad un incremento da capogiro delle nostre perdite.
Nel 2010 sono morti 10 militari italiani contro i 25 complessivamente caduti dal 2002, da Kost con la Folgore (base Salerno, confine Af/Pak) fino al 2009, portando il conto, per ora, a 35 morti ammazzati per una “missione di pace“ che fa sabbia da tutte le parti al di là dei costi stratosferici che impone ad uno sfiatatissimo erario pubblico.
Per capire il livello di autentica follìa raggiunto dal Governo basterà ricordare l’ultimo regalo da 6 milioni di euro a Dicembre dell’anno appena concluso, fatto dalla Cooperazione gestita dal Ministro degli Esteri Frattini per lo sviluppo dei progetti agricoli di Kabul, nello stesso giorno in cui Polizia e Carabinieri bastonavano nel porto di Civitavecchia il capo del Movimento Pastori Sardi Piras e la sua delegazione, in rappresentanza di 15.000 produttori ridotti alla fame, intenzionata a raggiungere Roma e protestare sotto Palazzo Chigi.
La visita di La Russa a Herat non ci ha affatto sorpreso. A dire il vero ce lo aspettavamo.
Con il Presidente della Camera in vacanza nell’Oceano Indiano, dopo la visita di Schifani al PRT di Herat non poteva mancare quella del D’Annunzio del XXI° secolo.
E poi la morte di Miotto necessitava di qualche urgente aggiustamento sul posto, vista la brutta piega che stava prendendo la faccenda in Italia quando sono cominciate a filtrare le prime indiscrezioni che smentivano la versione preparata a tavolino a Palazzo Baracchini: il rinvenimento di un proiettile in calibro 7.62 nella mimetica di Matteo Miotto in corrispondenza di un foro di uscita nella schiena.
Ed è così che si tenterà di fare e di impiastricciare.
Quando l’Ansa ha battuto il dispaccio del 31 Dicembre ha scritto inequivocabilmente “cecchino“. Un cecchino isolato, un terrorista che ha sparato un unico colpo all’indirizzo dell’Alpino e quella notizia è sicuramente partita dal Ministero della Difesa.
Versione poi confermata ufficialmente da La Russa. Letta quella dichiarazione siamo andati a cliccare “Dragunov“. Lo avevamo visto in Iraq nelle mani della guerriglia baathista.
Ne sapevamo qualcosa e abbiamo voluto rinfrescarci la memoria. Il primo filmato su Youtube che ne è uscito ci mostrava dei rangers USA che si addestravano al tiro con quel “fucile di precisione“ in Afghanistan con l’immancabile accompagnamento di caciara yankee.
In più eravamo certi di non averlo visto, nemmeno una volta, nella disponibilità di qualche formazione pashtun. Le decine di fotografie che via, via nel tempo abbiamo esaminato lo escludevano.
Il generale Marcello Bellacicco, attuale comandante del PRT di Herat, ha definito il Dragunov una “new entry“. Un linguaggio da Grande Fratello. Ma così è… se vi pare.
Un’arma che non ha mai destato allarme nelle forze della coalizione ISAF tanto da poter essere venduto come residuato di guerra nei suk delle principali città del Paese delle Montagne.
Il perché è semplice. I modelli in mostra non hanno ottica né diurna anni ’60 a ingrandimento 4, né notturna che necessita di una pila di alimentazione. Inoltre non è maneggevole, è impreciso nel tiro a media-lunga distanza, non dispone di bipiede di appoggio, ha limitate capacità di fuoco, il serbatoio contiene 10 colpi, e necessita di proiettili in calibro 7.62×54 che sono diversi nelle dimensioni dai 7.62×33 degli AK-47.
Ed in più i pashtun, per “ancestrale arretratezza culturale“, disprezzano il tiratore scelto e camuffato dell’Occidente che colpisce di nascosto.
L’ipotesi del cecchino isolato che aveva colpito Miotto, prima alla spalla, poi al fianco, e poi tra collo e spalla non riusciva a convincerci.
Anche perché il caposaldo Buji o Snow sta in una posizione sopraelevata di 250 mt sul terreno desertico, circostante, non ha torrette come Fort Alamo, ma piazzole, camminamenti ed alloggi approntati con materiale di fortuna ed una protezione passiva fatta di “ecobastian“ addossati l’uno all’altro a formare un cerchio su un area di 3-400 mq, trasportati sul posto con elicotteri CH-47.
Per quanto ne sappiamo, Buji è un avamposto in zona desertica privo di rampa di accesso per mezzi ruotati, rifornibile esclusivamente per via aerea anche per l’avvicendamento del personale, tenuto da un mezzo plotone scarso di militari che vivono in una costante condizione di isolamento psicologico e materiale dal Comando Centrale di Herat.
In alcuni capisaldi, dove il terreno lo consentiva, un quarto dei militari italiani sono stati costretti a scavare trincee con pala e piccone ed a mettere su alloggiamenti con travi, prefabbricati ed ondulati, tenendo le posizioni con temperature oscillanti tra il giorno e la notte tra i +40 ed i -5/-7 in estate ed i –15/-20 in inverno.
Ritenevamo invece che fosse indispensabile trovare il proiettile che aveva attinto Matteo Miotto perché poteva contenere un’enormità di informazioni utili: fattura, calibro, composizione delle leghe, rigature lasciate dalla canna e così via per poter essere certi che non fosse magari un proiettile 308W sparato da “fuoco amico“, molto ma molto simile al 7.62×54 sparato da un Dragunov.
Appena 3 millimetri di differenza in meno nella lunghezza del bossolo.
La ritenzione o meno del proiettile nel corpo di Miotto era un altro problema che avrebbe dovuto uscire dall’autopsia ma così non è stato. Dal momento che le pensiamo tutte ma proprio tutte ci è parso strano che il procuratore aggiunto Saviotti sia stato chiamato il giorno successivo a rapporto dal Copasir. Può essere che D’Alema voglia sentirlo per Calipari, come è stato annunciato, ma… qualche dubbio, di indebita pressione “altra“ non può non rimanere in piedi.
Dal leggìo delle grandi occasioni del PRT di Herat, dall’hangar alla presenza delle truppe schierate, un La Russa in tuta mimetica ha voluto farci sapere quale dovrebbe essere l’ultima versione della morte dell’Alpino del 7° reggimento della Julia.
Lo riportiamo per intero per far capire ai lettori la sfrontatezza con cui si dichiara il falso e le enormi difficoltà che incontra nel dare una spiegazione razionale, logica all’uccisione di Matteo Miotto e le flagranti, pagliaccesce contraddizioni in cui cade.
Le conclusioni le tireremo alla fine, anche se non siamo esperti balistici sappiamo leggere e capire.
“E’ stato ucciso da un cecchino, solo che questo non ha sparato un solo colpo ma diversi colpi. Si può pensare che non fosse solo, anzi è probabile che ci fossero altri 4-5 uomini di copertura ma è possibile che a sparare sia stato soltanto lui. E’ stato un vero e proprio scontro a fuoco. Gli insurgents che hanno attaccato la base, difficile dire quanti fossero, hanno cominciato a sparare con armi leggere [di pesanti non ne hanno mai avute – nda]. I militari italiani hanno risposto. Miotto che faceva parte di una forza di pronto impiego è andato alla garitta a dare manforte al soldato che c’era. Sparavano a turno: uno sparava e l’altro si abbassava. E proprio mentre si stava abbassando che Matteo è stato colpito al collo. Dall’esame del proiettile è stato possibile risalire all’arma che ha fatto fuoco. E’ un Dragunov degli anni ’50 di fabbricazione sovietica. Si trova anche al mercato nero di Farah“.
Dal canto suo il generale Bellacicco, nel tentare di dare due mani e due piedi al suo superiore, senza pensare di poterlo inguaiare ancora di più ha dichiarato con candore quanto segue:
“La battaglia alla base Snow si è conclusa dopo diverse decine di minuti anche in seguito all’intervento di un aereo americano che ha contribuito a bonificare l’area. Secondo indiscrezioni ci sarebbero state 4 vittime tra gli insorti. Non è chiaro se tra di loro ci fosse anche il cecchino“.
Un’ultima annotazione prima di chiudere. La Russa si è portato ad Herat 4 ragazzi sotto i diciotti anni di età che hanno già sperimentato la sua “mini-naja“, due maschi e due femmine che sono stati invitati ad indossare il cappello alpino. Il loro desiderio – ha detto La Russa – è di poter fare i militari ma ancora c’è tempo. Se non quì ad Herat altrove.
Il proiettile che ha ucciso Miotto La Russa dice di averlo trovato. Lo porti in Italia e lo consegni ai pm titolari dell’inchiesta. Il resto si vedrà. Relazioni dei ROS e dichiarazioni a verbale degli altri alpini del 7° Reggimento che erano con Miotto al momento del suo decesso nella base Snow comprese. Ci apettiamo che la Procura di Roma faccia per intero il suo dovere, senza guardare in faccia nessuno, dedicando grande attenzione anche al contenuto del suo testamento per valutare la concreta possibilità di “fuoco amico“.
Giancarlo Chetoni

Fuori la Repubblica delle banane dall’Afghanistan. Alla svelta!

Il 13 Ottobre si è concluso il trasferimento ad Herat di tre elicotteri medio pesanti EH-101 Agusta Westland in dotazione alla Marina Militare, affittando come cargo un gigantesco C-17 Galaxy USA.
I nuovi arrivati ad ala rotante in aggiunta al già ingente e costosissimo apparato da trasporto logistico, evacuazione medica, ricognizione ed attacco a disposizione del Comando del PRT 11 di Herat si sarebbero resi necessari, a quanto dichiarato dal Capo di Stato Maggiore Vincenzo Camporini, per “incrementare sul terreno la capacità multifunzionale della componente aerea del contingente italiano“.
L’Italia ha allargato il suo sostegno militare nelle provincie ovest dell’Afghanistan alla coalizione ISAF-Enduring Freedom.
Dal canto suo il D’Annunzio del XXI° secolo come si è definito, ironicamente, nel frattempo si è diviso in quattro con giornali e televisioni per sostenere il contrario, ipotizzandone la riduzione entro il 2011 affidandosi ad una favoletta logora: il passaggio della “sicurezza“ nelle mani dell’esecutivo di Kabul.
Non sapete chi è il Vate? Rimediamo subito. Anche se ci viene una gran voglia di portare il dorso della mano alle labbra e soffiare forte, forte.
E’ il Ministro della Difesa. L’onorevole Ignazio La Russa.
Il titolare di Palazzo Baracchini, perfettamente consapevole che 2/3 degli italiani sono fermamente contrari alla guerra in Afghanistan, sta tentando senza troppa fantasia di mandar in scena nel Bel Paese la stessa farsa recitata dal premio Nobel Barack Obama per tacitare l’opinione pubblica USA stremata, come la nostra e più in generale quella europea, da una devastante crisi sociale.
Anche se la finanziaria di Dicembre si chiama ora legge di stabilità, non sarà qualche furbata semantica o peggio qualche annunciata menzogna contabile per difetto (750 milioni semestrali per le “missioni di pace“) a nascondere che l’avventurismo bellico della Repubblica delle banane, dal 2003 ad oggi, ha bruciato risorse pubbliche colossali che avrebbero potuto essere diversamente utilizzate per dare fiato a lavoro, ricerca, sanità, tutela ambientale e strutture pubbliche.
E qui ci vengono a mente anche i 15 miliardi di euro per un altro costosissimo ultra-bidone rifilatoci dal Pentagono, da D’Alema, Prodi, Berlusconi, Guarguaglini & soci in cambio di un men che niente, una sezione d’ala a Cameri: l’F-35. Continua a leggere

Pay Tv atlanticamente corretta

Milano, 26 ottobre – Dalla finale mondiale di Berlino alla missione militare in Afghanistan. Fabio Caressa ha passato quindici giorni con i soldati italiani, 3500 connazionali, donne e uomini, alcuni arrivati da poche settimane, altri al lavoro da molti mesi e prossimi a tornare a casa.
Caressa ha condiviso la vita della base di Herat, il quartier generale della missione italiana e di alcune delle nostre basi avanzate, le cosiddette Fob. Il risultato di questo progetto è il reportage ‘Buongiorno Afghanistan’, il diario di un’esperienza unica e intensa.
Una produzione originale Sky Uno, otto puntate in onda in esclusiva da giovedì 28 ottobre alle dieci di sera, le successive puntate alle dieci e mezza. E’ anche il racconto di un’esperienza vissuta in prima persona da un giornalista che è un volto familiare e amico per i milioni di appassionati di sport nel nostro paese, la cui telecronaca della finale dei mondiali di Germania 2006 è ancora nella memoria di tutti gli italiani che tifavano, con un’emozione unica, per la squadra azzurra.
Un diario corale, documentario nella sostanza e drammatico nella forma, che tenta di restituire al pubblico volti, storie, esperienze di un pezzo di Italia che lontano da casa cerca di aiutare a ricostruire un paese dilaniato da trent’anni di guerra, sofferenza e tensioni. Caressa e la troupe di Sky Uno hanno vissuto con i nostri militari di stanza nelle quattro provincie afghane di Farah, Bala Murgab, Balabaluk e Shaft a Shindand. Hanno parlato con centinaia di loro, molti dei quali giovanissimi, tra i 20 e i 25 anni, provenienti dal Sud Italia. “Non mi improvviso certo inviato di guerra – spiega Caressa – presto invece i miei occhi di persona comune che viene proiettata in una situazione che di comune non ha davvero nulla”.
‘Buongiorno Afghanistan’ racconta quella parte della nostra missione di cui si parla poco: dalle operazioni di bonifica degli sminatori, alla vita nelle carceri femminili, dal mantenimento della viabilità all’organizzazione degli aiuti alimentari, dagli interventi del personale medico che assiste i militari e la popolazione civile alla fondamentale azione delle Psy-Ops, una squadra di uomini e donne, preparati su lingua e cultura locale, che hanno il compito di parlare con il popolo afghano, informando sulle operazioni di pace e spiegando gli obiettivi della missione.
Caressa e la troupe ci mostrano le azioni dei militari sui mezzi blindati Freccia e Lince, salgono sui mezzi aerei come il Mangusta (tutta la seconda puntata è dedicata all’Aeronautica). Il diario racconta anche i momenti di relax nei campi: la pizza, una grigliata, un’improvvisata partita di calcetto, la visione collettiva della partita della nostra nazionale, la tensione che si scioglie dopo una missione ad alto rischio
“La realizzazione del programma – spiegano da Sky – non sarebbe stata possibile senza l’aiuto del ministero della Difesa e in particolare, oltre al ministro in persona, del generale Massimo Fogari, del capitano di Corvetta Francesco Pagnotta, del maggiore Mario Renna e del P.I.O. di Herat, del generale Claudio Berto. Ma soprattutto il programma non avrebbe avuto alcun senso senza tutte le donne e gli uomini italiani che si sono resi disponibili a raccontare il loro lavoro di ogni giorno in Afghanistan”.
(Adnkronos)

Hanno sfidato una tempesta di sabbia

Herat, 17 settembre – Hanno sfidato una tempesta di sabbia per consegnare le schede elettorali in una delle zone più remote dell’Afghanistan, Por Chaman. Gli elicotteri italiani hanno compiuto la missione questa mattina ed hanno consegnato alle autorità afghane gli scatoloni sigillati contenenti le schede elettorali per le votazioni che si svolgeranno domani in tutto l’Afghanistan. Una missione durata due ore e che ha visto impegnati un CH47, elicottero da trasporto, e due Mangusta che hanno scortato le schede elettorali.
Nel corso della settimana molte volte l’operazione era fallita proprio a causa della tempesta di sabbia che ha colpito la regione. “Negli ultimi giorni – spiega il maggiore Bruno Pagnanelli abbiamo messo a punto un piano dettagliato per portare le scatole sigillate con all’interno le schede elettorali nei vari distretti. Una tempesta di sabbia però ha impedito che l’operazione giungesse a buon fine. Fino a questa mattina quando il maltempo ha concesso una tregua di due ore e così gli elicotteri sono partiti da Farah, nella provincia di Herat, affrontando una missione al limite, sorvolando la zona montuosa e desertica di quella provincia. Nessun atto ostile da parte degli insorti è stato registrato contro le forze dell’aviazione leggera dell’Esercito e dunque sabato gli abitanti di quella zona potranno recarsi alle urne”.
(AGI)

Peccato però che…

Kabul, 17 settembre – Alla vigilia del voto afghano, sequestrate migliaia di schede false e badge per l’accredito degli osservatori. Lo hanno annunciato le autorità in Afghanistan, dove crescono i timori di brogli elettorali, in un voto che i talebani hanno invitato a boicottare e minacciato di insanguinare con attentati.
(AGI)

Roma, 17 settembre – In Afghanistan si corre il rischio di brogli elettorali: lo ha detto il ministro della difesa Ignazio La Russa. “Qualche volta sentiamo parlare di rischio brogli elettorali nei Paesi europei – ha dichiarato La Russa – e qualche volta anche in casa nostra. Potete immaginare come sia più facile sentirne il pericolo in una terra così devastata come l’Afghanistan“. La riflessione del responsabile della Difesa a margine dell’incontro che ha avuto con il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen.
(AGI)

Ma come, signor Ministro, non ci ha sempre detto che in Afghanistan siamo sulla buona strada?!?
Intanto, i “nostri ragazzi” continuano a giocare alla guerra:

Roma, 17 settembre – Due incursori italiani, un ufficiale e un militare di truppa della Task Force 45, costituita dalle forze speciali italiane, sono rimasti feriti oggi nel distretto di Bakwah, provincia di Farah, a sud di Herat. I due, colpiti da proiettili di arma da fuoco alla spalla, non sono in pericolo di vita. In particolare, riferisce il Regional Command West di ISAF, i militari sono rimasti feriti nel corso di un’operazione mirata alla cattura di quattro insorti che erano stati avvistati da un velivolo senza pilota dell’Aeronautica militare mentre posizionavano un ordigno lungo la strada che collega Farah a Delaram.
Gli insorti si erano spostati in un’abitazione verso la quale si stavano dirigendo un elicottero da trasporto CH47 con a bordo gli elementi delle forze speciali, scortato da due elicotteri Mangusta. I due feriti sono stati subito evacuati presso l’ospedale da campo USA di Farah. La dinamica dell’evento è in fase di ricostruzione, mentre le famiglie dei due militari sono state avvisate.
(ASCA)

Un elicottero da trasporto CH47 e due Mangusta in entrambi gli episodi, ma che curiose coincidenze!

Altri addirittura, pur di sparare a qualche animale di grossa taglia, da cacciatori accaniti arrivano a firmare contratti annuali o pluriennali con le nostre Forze Armate che organizzano safari a proprie spese.
Il ragionamento è semplice: se, tra acquisto di mimetica, scarponi, fucile, munizioni, costo di viaggio di spostamento all’estero ecc, se ne vanno più di mille euro, e io posso risparmiare, anzi mi pagano lautamente per la trasferta internazionale, perché non farlo?
Qualche rischio c’è, ma a vedere i dati che ogni anno ci arrivano dagli enti preposti, ma anche dalla stessa televisione, decine di morti e feriti per ogni stagione faunistica, c’è da ammettere che c’è più rischio di essere impallinati dai cacciatori della domenica o morti precipitati in dirupi a causa di un terreno che frana in tutta Italia, piuttosto che percorrere le lande desolate afgane o irachene a caccia di qualche bella preda.
Qualche volta dallo schermo tv, ci arrivano delle notizie curiose che ci parlano del cinghiale che inferocito ha fatto cadere un cacciatore, al quale partendo un colpo ha ammazzato accidentalmente l’amico o di qualche volpe che fintasi morta ha poi staccato il naso o la mano al cacciatore imprudente, ma sono cose che non fanno paura, anzi danno una bella scossa di adrenalina a ogni impenitente cacciatore.
Oggi, l’incidente di caccia è avvenuto non nei boschi della Garfagnana, bensì tra le pietraie del distretto di Herat, dove un gruppo di cacciatori italiani in trasferta, che in Afghanistan sono inquadrati dalla agenzia di Safari “Incursori Taskforce45”, addestrata ad eliminare a colpi di silenziatore dei fastidiosi esemplari di una specie che si chiama talebana, dopo aver avuto le indicazioni da parte di un cane-volante robot (chiamato Predator) ove si trovasse la tana di alcuni esemplari di questa razza, è incautamente incappata in un branco di cuccioli talebani con mamme al seguito.
La reazione di questi animali che, notoriamente, appena vedono un cane-robot Predator a stelle e strisce, si fanno immediatamente annichilire a colpi di missile, è stata inconsulta, rabbiosa provocando la morte di un cacciatore ed il ferimento di un altro.
L’ennesimo incidente di caccia scatenerà nuove polemiche tra coloro che sono sfavorevoli alle attività di caccia grossa all’estero sotto il patrocinio del Ministero della Difesa e coloro che invece richiederanno l’impiego di cani-robot armati, capaci di ammazzare prima la preda a distanza, onde far fare ai cacciatori incalliti un safari teleguidato senza rischi.
Si prevede che i missili da installare su questi nuovi cani da caccia saranno acquistati con i risparmi sulle pensioni di invalidità, sulla scuola, sulla sanità e con tariffe più alte sui servizi pubblici.

“La caccia grossa è garantita dai principi delle libertà costituzionali, corrobora lo spirito italico e fa tenere alto il nome della nostra Nazione all’Estero!“.
Con queste parole, il nostro ministro della Difesa richiederà la mozione di fiducia sulla prossima manovra relativa all’acquisto della ”nuova attrezzatura” per un’attività venatoria che quest’anno si presenta molto interessante.

Da Incidenti di caccia: morto un incursore italiano che andava a caccia di talebani, di Antonio Camuso.
[grassetto nostro]

Missione di pace
Roma, 20 settembre – “Il tenente Romani era un valoroso combattente”, ha detto Franco Frattini, ricordando la figura del militare ucciso. Il ministro degli Esteri ha aggiunto che gli uomini della Task Force 45, di cui faceva parte Romani, sono militari “addestratissimi”, in Afghanistan da volontari, che “devono andare a snidare quei talebani con cui non potremo fare mai un accordo”.
(AGI)

“Fiaccola per la nostra Patria, lampada per i popoli martoriati”
Roma, 20 settembre – ”Alessandro in Afghanistan voleva che gli ordigni non spegnessero più i sogni dei bambini, che le donne non fossero più sfigurate e lapidate, che gli uomini non fossero più legati su pali in attesa della morte, dinanzi agli occhi dei figli”. Con queste parole mons. Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l’Italia, ha ricordato la figura del tenente Alessandro Romani, l’incursore del reggimento ‘Col Moschin’ ucciso il 17 settembre in uno scontro a fuoco con i talebani e del quale si sono celebrati i funerali oggi a Roma alla presenza del capo dello Stato Giorgio Napolitano.
”In questa basilica, diventiamo alunni dinanzi alla sua bara, cattedra non sempre condivisa e riconosciuta. Eppure è una cattedra da cui viene trasmesso un insegnamento che debella l’egoismo e fa trionfare la solidarietà. Una cattedra che non respinge i poveri e gli emarginati ma insegna ad accogliere i più deboli e li mette in cattedra”. ”Caro Alessandro, – ha detto mons. Pelvi rivolgendosi direttamente al militare caduto – con la partecipazione alle missioni internazionali di sicurezza e di sviluppo, sei diventato, senza cercarlo, fiaccola per la nostra Patria e l’intera umanità. Non ti sei preoccupato delle tue paure o delle tue ferite perché avevi a cuore di restituire dignità umana a ogni persona. Prima per il popolo iracheno e poi per quello afghano, sei stato luce di speranza, convinto che la vita di ogni uomo è un valore non negoziabile”.
Per mons. Pelvi la morte di Romani ”è un ammonimento circa la necessità di abbandonare la mentalità che considera i poveri – persone e popoli – come fardello e come fastidiosi importuni. Eppure solo assieme a loro possiamo creare un mondo più giusto e per tutti più prospero. Se vogliamo la pace, la costruiremo assicurando a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le ingiustizie, prima o poi, presentano il conto a tutti. Il servizio dei nostri militari rivela un obiettivo di profonda solidarietà: mirare al bene di ognuno e di tutti”. Da qui l’impegno a ”non distogliere mai l’attenzione ai progetti di sviluppo dei popoli, specialmente di quelli più bisognosi di aiuto, promuovendo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale anche col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti. Lo sviluppo è dato dall’incremento di scelte buone che sono possibili quando esiste la nozione di un bene umano integrale”.
Il vescovo castrense ha concluso l’omelia ringraziando a nome dell’Italia ”i nostri militari, che, liberi dal proprio io, si espongono come lampada per i popoli martoriati dalla tirannia e dalla violenza con l’intento di rendere ospitale la casa dell’umanità. La guerra non è mai inevitabile e la pace è sempre possibile. Anzi doverosa”.
(ASCA)

[La puntata precedente del “Monsignore atlantico”.
Le ingiustizie, prima o poi, presentano il conto a tutti…]

L’Italia che frana, alla bancarotta

Nel fiume straboccante dei finanziamenti per centinaia di milioni di euro a fondo perduto per la “ricostruzione“ dell’Afghanistan, abbiamo trovato sulle entrate dichiarate dall’Ufficio ONUPA del Palazzo di Vetro 1.8 milioni di euro destinati dall’Italia (sentite, sentite) alla prevenzione ambientale.
Un primo stanziamento, si preciserà, finalizzato a localizzare le sedi che ospiteranno centri di osservazione contro il dissesto geologico nella provincia di Farah.
Non potevano non tornarci in mente i comuni di Scaletta Marina, Giampilieri, Briga e Scaletta Zanclea nel messinese, i quali il 25 ottobre del 2007 vennero coinvolti da un vasto movimento franoso durante un nubifragio particolarmente intenso che in quell’occasione non fece vittime ma solo ingenti danni materiali.
Questo territorio della Sicilia Orientale, al pari di altri 1.503, distribuiti a macchia di leopardo dall’arco alpino alle dorsali appenniniche, era stato censito nel 2004 da ricercatori e tecnici, locali e nazionali, ad elevato rischio idrogeologico.
Nonostante i ripetuti allarmi lanciati dai sindaci e dal prefetto di Messina, i ministri dell’Ambiente, Pecoraro Scanio e Prestigiacomo, non hanno mai destinato un solo euro di finanziamento per la messa in sicurezza della zona.
Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Guido Bertolaso che, insieme al suo staff, ha raccolto dalla magistratura avvisi di garanzia come coriandoli per la gestione dell’emergenza spazzatura a Napoli, da queste parti la gente lo ricorda per lo slogan beffardo “meno salsicce (in riferimento alle sagre delle proloco – nda), più risorse al territorio“ con cui investì gli amministratori locali che sollecitavano un piano di opere di contenimento per fermare gli smottamenti.
Il 3 ottobre 2009, milioni di metri cubi di terra trasformati in fango da un altro violento temporale si staccano da un costone della collina che sovrasta Giampilieri Alta e precipitano a valle travolgendo Giampilieri Marittima.
Le strade delle due frazioni saranno invase da un fiume di terra ed acqua che spazzerà via decine di abitazioni e interi nuclei familiari.
Il bilancio finale sarà di 37 morti e di 3 dispersi seppelliti sotto metri di fango i cui corpi non verranno più ritrovati.
Il responsabile della Protezione Civile senza arrossire nemmeno un po’ dichiarerà: “Eravamo in allerta meteo, di più non potevamo fare“.
A catastrofe annunciata e poi consumata, due cadaveri verranno rinvenuti dai Vigili del Fuoco in mare, ci sarà un gran spolverio di vip ed una montagna di immagini trasmesse dai TG, con l’immancabile seguito di funerali di Stato e bare avvolte dal tricolore.
Anche Giampilieri Marina avrà il suo eroe travolto dal fango per salvare 3 compaesani.
La famiglia, statene certi, riceverà a riflettori accesi ed a cineprese ronzanti una bella medaglia d’oro al valor civile dalle mani di Giorgio Napolitano.
Il TG3 serale di martedì 22 u.s. intervisterà un residente domandandogli cosa è cambiato in paese a distanza di due mesi e come sarà il suo Natale. L’inviato della Berlinguer si sentirà rispondere con un secco “qui da noi è tutto come dopo la tragedia“.
Il blocco totale delle attività agricole ed artigianali continua. Il 25 dicembre sarà per Vito Abbate un giorno segnato dalla sofferenza.
Ecco perché troviamo allucinante la destinazione di quel 1.8 milioni per la provincia di Farah dove continuiamo a portare morte e distruzione con la Task Force 45, con i Predator, i Tornado e gli AMX di Napolitano e La Russa. Il marcio che corrode l’Italietta esce prepotente in superficie.
Appena 24 ore prima che Vito Abbate dicesse cosa succede, o meglio non succede, a Giampilieri il Presidente della Repubblica, rivendicando le sue funzioni di Capo delle Forze Armate, a margine della teleconferenza dall’Afghanistan con il generale Alessandro Veltri della Brigata Sassari – che ha sostituito la Folgore al Comando del West RC di Herat – si è detto particolarmente soddisfatto per il rifinanziamento (miliardario in euro) delle “missioni di pace“. “E’ motivo di profondo conforto – ha continuato – che a Camera e Senato ci sia stata compattezza ed unanime sostegno dalle forze politiche“.
Per Napolitano, il suo è un compito di guida e di stimolo che si esplica nel presiedere il Consiglio Supremo di Difesa. “Sento – affermerà – come un grande onore la responsabilità di ricoprire questo incarico al servizio del popolo italiano“.
Quanto al ruolo dei (nostri) militari, il Capo dello Stato ha voluto sottolineare come “ovunque all’estero ho raccolto grandissima testimonianza ed apprezzamento per l’operato delle nostre forze armate in Afghanistan che proseguiranno negli impegni assunti dall’Italia con gli USA e gli alleati della NATO per quanto serie siano le difficoltà finanziarie che il Paese sta incontrando nell’attuale fase di recessione internazionale“.
E ora una pessima notizia per i nostri portafogli, uscita dal Ministero della Difesa il 18 dicembre.
“ … esiste un forte ritardo nel processo di formazione delle forze afghane e di sicurezza che dovranno sostituire via, via il continente internazionale, ci sono difficoltà nel reperire i luoghi dove formare quadri dell’esercito e della polizia afghana. L’obbiettivo di un larghissimo rientro (di ISAF/NATO – nda) nel 2013  è basato sulla capacità di stare sul territorio degli effettivi locali e per farlo abbiamo bisogno di infrastrutture adeguate per l’addestramento“.
Insomma, non si riesce a trovare aree adatte per la formazione militare del personale locale.
La dichiarazione, pagliaccesca, è uscita da Palazzo Baracchini, dalla bocca di La Russa.
Prepariamoci a pagare altre spese miliardarie per la “missione di pace“ in Afghanistan per almeno altri 4 anni, senza avere muri di contenimento a Scaletta Marina, Giampilieri, Briga e Scaletta Zanclea ed in altre 1.503 aree, a elevato rischio ambientale, di questo Paese alla bancarotta.
Disoccupati, cassaintegrati, lavoratori in nero, precari, pensionati, famiglie con un solo reddito potranno nel frattempo continuare tranquillamente a fare la fila davanti ad un Banco Alimentare.
Fino a quando?
Giancarlo Chetoni

[Buon Natale!]

Complicità politiche ed istituzionali per la Task Force 45

sarissa

Dei “professionisti” tricolori della Task Force 45 si conoscono i reparti di provenienza e la forza approssimativa, 180-200 uomini. Non si sa niente invece delle dotazioni militari, niente degli ufficiali e sottoufficiali, niente della effettiva catena di comando locale, niente sugli avvicendamenti e sui cicli di “operazione”, niente sulla sorte riservata ai feriti mujaeddin e pashtun catturati sul terreno né esiste agli atti del Ministero della Difesa un solo comunicato che riguardi l’attività operativa dell’unità speciale che la Repubblica delle Banane mette ad esclusiva disposizione dei super killer di Enduring Freedom.
Alla faccia della trasparenza e della libertà di “informazione”. Su questa banda di “bucanieri della montagna” il silenzio di giornali e televisione è totale.
Si sa solo, per notizie che rimbalzano in Italia dalla agenzie di stampa afghane nelle provincie di Herat e Farah, che, ad oggi, si contano a centinaia gli insorti “neutralizzati” ed a decine i morti ammazzati tra i residenti per “effetti collaterali” di rastrellamenti, cecchinaggio, tiri di mortaio e “bonifiche” dall’aria.
Ora che la Folgore sta per essere avvicendata la Task Force 45 torna, ad orologeria, alla pratica del rambismo, per alzare il livello dello scontro e per preparare come si deve il “terreno” alla Brigata Sassari.
Tutte le Grandi Unità devono lasciare un “minimum” di caduti nel Paese delle Montagne, sufficiente a cementare solidarietà tra i partner dell’Alleanza Atlantica, a rilanciare sul piano nazionale la necessità della guerra al “terrorismo”, ad instillare nelle Forze Armate del Bel Paese l’odio per un “nemico” che predica e pratica l’Islam, a preparare a livello politico una componente militare di “elite” che offra le esperienze e le specializzazioni necessarie per essere utilizzata, quando sarà “necessario”, sul piano interno come garante dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale.
Una struttura in formazione che sottrae, via via, risorse destinate all’attività di addestramento ed utilizzo del personale delle Forze Armate, acquisizioni logistiche e sistemi d’arma.
Forze Armate che a partire dal Nuovo Modello di Difesa sono state giudicate un peso di cui doversi liberare, elefantiache, obsolete e totalmente inadatte a gestire “operazioni di polizia internazionale” sia dagli esecutivi di centro-sinistra che di centro-destra, con l’esplicito appoggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, del CSD e dei titolari dei Ministeri della Difesa.
Una campagna normativa “acquisti-dismissioni” che parte in sordina dal 1999 e ha preso un’accelerazione da capogiro a partire dall’estate 2006.
Le riforme nella Pubblica Amministrazione annunciate da Brunetta ed approvate in settimana in CdM vanno in questa direzione, al di là dei settori “civetta” sotto tiro.
Per capire cosa si stia muovendo dietro la Task Force 45, dopo mesi di impenetrabile silenzio su questa “unità antiterrorismo”, basterà leggere il seguente comunicato AGI dello scorso 9 ottobre:
“Un capo talebano Ghoam Yahya [un nome con tutta probabilità inventato di sana pianta, ndr] e 25 suoi affiliati [!] sono stati neutralizzati oggi nel corso di un operazione congiunta di militari italiani e statunitensi. L’episodio è avvenuto a 20 km da Herat. Secondo quanto si apprende la Task Force 45 che seguiva il gruppo di insorti già da ieri, è entrata in azione. Appresa la notizia il Ministro della Difesa si è subito complimentato con il CSM gen. Vincenzo Camporini e con il comandante delle forze italiane di Herat generale Rosario Castellano.”
Ecco come il titolare di Palazzo Baracchini ha cercato fraudolentemente di coinvolgere le Forze Armate nazionali in questo nuovo massacro che porta una firma esclusiva: quella della NATO.
Una manovra vergognosa per scaricare sui vertici militari del Paese i malumori di un’opinione pubblica fortemente contraria all’avventurismo bellico della Repubblica delle Banane, una responsabilità che è soprattutto “politica” ed “istituzionale”. Quel “nessun ritiro dall’Afghanistan” pronunciato dal marito della signora Clio da Tokio, all’indomani della morte dei sei parà del 186° Rgt. Folgore, la dice chiara.
Non siamo mai stati teneri con i sostenitori della “missione di pace” dell’Italietta in Afghanistan ma che Camporini sia al corrente del “lavoro” che fa la Task Force 45 “tricolore” è largamente improbabile. Sparare nel mucchio non serve, anzi, è fuorviante e dannoso.
Si sa che La Russa non va per il sottile quando c’è da compiacere il Presidente del Presidente. Lo stiamo attentamente monitorando dal G8 delle “donne” alla Farnesina alla presenza della bocca ad uso poliedrico della Carfagna e di Frattini, a partire dalle mete estere, Corea del Sud e Giappone e dalle frenetiche, ormai quotidiane, convocazioni al Quirinale dei “pezzi da novanta” del Bel Paese nel tentativo di ritardarne l’implosione.
Il conflitto tra Napolitano e Berlusconi non è sulla costruzione a passi da gigante di una Repubblica Presidenziale, che va benone ad entrambi, ma su chi dovrà occupare il seggiolone del Colle con pieni poteri. L’ex fascista “O ‘Sicco” lo vuole destinare alle chiappe di Fini, “papi” vuole metterci le sue. Il resto sono chiacchiere e depistaggi.
Una struttura coperta quella della Task Force 45 che si avvale, sarà bene dirlo, di grosse complicità al Comando Operativo Interforze di Centocelle.
Il curriculum di Camporini, caso pressoché unico, è esente da qualsiasi frequentazione “imbarazzante” a Bruxelles od a Washington.
Frequentazioni che aprono la strada da sessant’anni esatti alle più alte responsabilità nelle Forze Armate dell’Italietta e dischiudono, dopo la quiescenza, le stanze nelle società di Finmeccanica od abilitano ad altri prestigiosi incarichi nelle “istituzioni”, in istituti pubblici o privati, in Italia ed in Europa. Incarichi sempre lautamente retribuiti.
Possibile invece che ne sia stato informato, a cose fatte, il comandante del West Rc di Herat, Prt 11, che non batte da tempo per il verso giusto in attesa di incassare una promozione.
La Task Force 45 non dipende né da Castellano né dal suo diretto superiore gen. Bertolini ma dall’ammiraglio G. Di Paola, un ringhioso cane da guardia con un formidabile pedigree NATO, eletto il 13 febbraio del 2008 Segretario Generale del Comitato che riunisce i vertici militari dei 28 Paesi aderenti all’Alleanza Atlantica, quando era ancora C.S.M delle Forze Armate per decisione del CdM del governo Berlusconi.
Un ammiraglio pataccato da Bush con la Legion of Merit che condivide con Will C. Rogers III, l’ex Capitano di Vascello dell’incrociatore USS CG-49 Vincennes, responsabile dell’abbattimento con due missili antiaerei RIM-66 Standard di un Airbus dell’Iran Air (volo 655) e della morte di 290 passeggeri sul Golfo Persico durante il volo Bandar Abbas-Dubai, il 3 luglio 1988.
Giancarlo Chetoni