La Via Yankee al Sovranismo

Le ambivalenze della emergente prospettiva sovranista analizzate relativamente al caso italiano.
Un contributo da leggere con attenzione.

Ho iniziato a parlare dell’esistenza di una Via Yankee al Sovranismo, più o meno da quando ho iniziato a identificarmi, da un punto di vista marxista, con tale categoria politica. Dunque, intorno al 2012.
Infatti, dall’avvento dell’austerity del Governo Monti nel 2011, si è immediatamente palesato che, a fronte della rigidità tedesca che indirizzava le posizioni dell’Unione Europea imponendo politiche di macelleria sociale a Grecia e Italia, da parte degli Stati Uniti vi era un atteggiamento decisamente più elastico nei confronti della spesa pubblica e del bilancio statale. La troika che impartiva ordine ai governi euro-mediterranei, in altre parole, risultava essere composta dal “poliziotto buono” FMI e dal “poliziotto cattivo” Commissione Europea.
Così, molte figure pubbliche che in quel periodo e a vario titolo si pronunciavano contro l’austerity – per esempio Paolo Barnard, ma anche Stefano Fassina – enunciavano altresì esplicitamente la necessità di cercare sponda politica negli Stati Uniti e nel Fondo Monetario per uscire dalla trappola mortale del fiscal compact e dal controllo tedesco sulla nostra economia.
Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti.
Otto anni di austerity hanno quasi del tutto eroso, presso l’opinione pubblica italiana ed europea, il preesistente sostegno alla prospettiva eurofederalista e hanno portato, quindi, il sovranismo al centro del dibattito politico e reso maggioranza parlamentare quelle forze politiche che, con varia gradazione, alle tematiche sovraniste sostengono di rifarsi.
Il punto è che a questa centralità dell’istanza sovranista, corrispondono manovre e strategie di carattere geopolitico da parte di forze straniere – in particolar modo gli Stati Uniti – per orientare a proprio vantaggio il ruolo dell’Italia nell’Europa che nascerà, dopo il probabile fallimento dell’Eurozona e dopo il possibile affossamento della prospettiva federalista.
A fronte di queste manovre, l’atteggiamento delle forze a vario titolo sovraniste (cioè i sovranisti-costituzionalisti, i marxisti critici dell’eurofederalismo e le forze più orientate a destra) è confuso, diviso, talora addirittura indifferente e comunque, all’atto pratico e a mio parere, inadeguato ad affrontare questo nodo strategico. Continua a leggere

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Ufficio parlamentare di bilancio, chi era costui?

5910170636_a4d41431c0L’Ufficio parlamentare di bilancio -volgarmente detto Autorità di Bilancio- è il controllore dei conti pubblici introdotto nell’assetto istituzionale italiano dal Fiscal Compact, secondo il quale esso deve certificare il DEF (Documento di Economia e Finanza, il principale atto di programmazione del governo), valutando l’osservanza del principio del pareggio di bilancio. Esso sarebbe dovuto entrare in funzione all’inizio di quest’anno, ma ha subìto vari colpi d’arresto in violazione del misconosciuto trattato che l’ha istituito (e della specifica legge nazionale che lo prevede, la n. 243 del 24 Dicembre 2012).
Fino a ieri, infatti, è rimasta incompleta la rosa dei dieci nomi dalla quale la premiata ditta Boldrini & Grasso, nella qualità di Presidenti rispettivamente di Camera e Senato, dovrà scegliere mediante apposito decreto i componenti della triade (Presidente e due componenti) che andrà a costituire l’organismo, rimanendo in carica per la durata di sei anni. Una nomina tutt’altro che popolare e sovrana di un’Autorità che si ostinano a definire “indipendente”.
Nell’elenco dei papabili a rivestire il ruolo di boia, preposti a infliggere una austerità di durata ventennale al popolo italiano, figurano almeno tre ex collaboratori del commissario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli: si tratta di Marco Cangiano che arriva dal Dipartimento affari fiscali del FMI, diretto fino a poco tempo fa proprio da Cottarelli, di Alberto Zanardi a cui sempre Cottarelli ha chiesto di coordinare il gruppo di lavoro sul taglio della spesa degli Enti Locali, e di Chiara Goretti, incaricata dal commissario di dare colpi d’accetta alle società partecipate.
A essi si aggiungono Paolo Savona, ministro delle privatizzazioni nel governo di Carlo Azeglio Ciampi (1993-1994), l’ex FMI Giuseppe Pisauro, Luigi Paganetto (ora all’ISTAT), Pietro Garibaldi, consulente di Matteo Renzi per le politiche (di distruzione) del lavoro, e Angelo Fabio Marano.
E, notizia dell’ultima ora, Gianfranco Polillo, sottosegretario all’Economia ai tempi di Monti, nonché Fiorella Kostoris, “nota economista”.
Scommettiamo che la nomina della triade avverrà prima del 25 Maggio?
Ché minacciosa all’orizzonte si staglia la sagoma del “dittatore barbuto” Beppone Grillin
Federico Roberti

La “giurisdizione universale” dell’Occidente

brennan in ucraina“Dunque, ricapitoliamo. In Siria, abbiamo un’insurrezione violenta, appoggiata dall’esterno (petromonarchi e occidentali), che non disdegna di dividere il paese secondo “cantoni” etnico-confessionali (operazione, questa, già tentata alla metà degli anni Venti del secolo scorso e gradita ad Israele da almeno una trentina d’anni). Ma il “mostro” è solo e sempre il governo, peraltro legittimo perché riconfermato anche nelle ultime tornate elettorali che le televisioni ed i giornali americani ed europei (si fa per dire) giudicano farsesche mentre non battono ciglio quando a Kiev o altrove riescono ad insediare, con raggiri e violenze, uomini fedeli agli interessi occidentali.
Che cosa sia il “nuovo governo ucraino” è presto detto: il risultato di una manovra di palazzo, architettata dall’esterno e supportata dalla messinscena barricadiera di Maydan. Un’accolita di prezzolati appoggiati in piazza da energumeni professionisti al cui confronto il “presidente” georgiano che già tentò nel 2008 una spericolata provocazione contro la Russia fa la figura del sincero e disinteressato patriota del suo paese.
Adesso, questo “nuovo governo”, che ha immediatamente ricevuto l’investitura dei “mercati” e delle cancellerie europee, oltre che l’incondizionato sostegno dell’America e di Israele, afferma di combattere il “terrorismo” nelle regioni orientali dell’Ucraina, legate alla Russia per ragioni storiche, culturali ed economiche.
A dire il vero, è l’intera Ucraina ad essere dipendente dalla Russia dal punto di vista economico, a meno che i suoi attuali “dirigenti” pensino che l’Unione Europea – che non riesce più a convincere i suoi stessi sudd… ops, cittadini, di avere una qualche ragion d’essere – sia capace di sostenere gli ucraini, garantendo loro pace e benessere (cioè: l’euro, il pareggio di bilancio, il Fiscal Compact e il MES, le “riforme strutturali” più varie ed eventuali, tra cui un “debito pubblico” inestinguibile ed il “commissariamento” dell’Unione sine die).
Così, in quest’orgia di mistificazione, non stupisce che i media-pappagallo occidentali ripetano che Kiev sta inviando truppe contro i “terroristi”, quando i veri terroristi erano quelli di Maydan che lanciavano molotov alla polizia senza che nessun “autorevole commentatore” di casa nostra, aduso a scandalizzarsi per un corteo di “No-Tav”, si scomponesse più di tanto.
Oltre a ciò, la propaganda imbeccata dall’America sostiene che la Russia ed il suo “zar”, Vladimir Putin (sempre più paragonato a Hitler: che novità!), sono i veri responsabili dei disordini che stanno montando in Ucraina. Si tratta – è bene ricordarlo – degli stessi “organi d’informazione” che non hanno mai trovato nulla da eccepire nell’invio di armi e soldi, da parte degli Stati del Golfo e dei loro mentori occidentali, alle bande che combattono il governo siriano e che hanno ricevuto ogni tipo d’onore nelle varie sedi internazionali e diplomatiche, mentre i legittimi rappresentanti della Siria ne venivano esclusi in quanto “colpevoli” – loro e solo loro – d’ogni sorta di violenza.
Come se tutto ciò non bastasse, c’è un altro fondamentale elemento che viene escluso dalle analisi (!?) dei giornalisti occidentali tutti intenti ad additare la Russia quale “minaccia alla pace e alla sicurezza in Europa” (sta minacciando i tedeschi, i francesi, gli italiani? l’Ucraina è forse già nell’UE?).
Per Mosca, l’Ucraina rientra nel “cortile di casa”. Non può tollerare, al di là della presenza di componenti russofone e cristiano ortodosse nella sua popolazione, che in un paese così a ridosso delle sue frontiere s’insedi un governo ostile, fonte di problemi e provocazioni. Eppure anche questo fatto non viene minimamente, e volutamente, preso in conto.
Ma la cosa più sbalorditiva è che mentre alla Russia si addossa ogni responsabilità stigmatizzandone le “ingerenze” negli affari di un altro Stato, nessun “grande opinionista” si pone il dubbio su che cosa c’entrino l’America ed i suoi “alleati” nelle faccende interne dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia e della Siria… La risposta è tuttavia implicita e scontata: gli Occidentali hanno il diritto d’intervenire dappertutto, per il semplice fatto che essi sono i paladini della “libertà” e dei “diritti umani”, con la sacrosanta missione di difenderli e ristabilirli ovunque essi siano “minacciati”, anche a migliaia di chilometri di distanza. Si sono arrogati, in un vero delirio d’onnipotenza, una sorta di “giurisdizione universale”.”

Da Siria e Ucraina: schizofrenie mediatiche a confronto, di Enrico Galoppini.

Ripudiare il debito-truffa!

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Debito pubblico, chi lo crea stampando moneta e chi lo paga con le tasse

Nel 2014 diventerà operativo il Fiscal Compact, per chi voglia rinfrescarsi la memoria ecco la definizione che riporta Wikipedia:
“Il Patto di bilancio europeo o Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, conosciuto anche con l’anglicismo Fiscal Compact (letteralmente riduzione fiscale), è un accordo approvato con un trattato internazionale il 2 Marzo 2012 da 25 dei 27 Stati membri dell’Unione Europea, entrato in vigore il 1º Gennaio 2013.”
L’accordo contiene le regole d’oro della gestione fiscale degli Stati membri, tra queste c’è l’impegno del nostro Paese a ridurre il rapporto tra debito pubblico e PIL al 60 per cento attraverso una maxi manovra finanziaria all’anno per i prossimi 20 anni, la prima avverrà quest’anno. Dato che al momento questo rapporto supera il 132 per cento (equivalente a 2.080 miliardi di euro circa) bisogna ridurlo di almeno 900 miliardi di euro, il che equivale a circa 45 miliardi l’anno per due decadi. Per chi voglia cifre aggiornate al nano secondo sul debito pubblico qui trovate dove il conteggio avviene in tempo reale.
Naturalmente nel dibattito italiano non si parla del Fiscal Compact, ma di questo non dobbiamo sorprenderci, se ne parlerà a josa quando bisognerà tirar fuori i soldi per rispettarlo, tra qualche mese. In pratica il pagamento dei 45 miliardi avverrà o attraverso l’aumento delle tasse o attraverso la contrazione della spesa pubblica, che può comprendere sia la riduzione dell’occupazione che dei salari pubblici, o in tutti e due i modi. Morale: saremo più poveri perché dobbiamo tirare la cinghia ulteriormente per ridurre il volume totale dei nostri debiti.
La prima domanda da porre ai lettori di questo giornale ed a tutti coloro che commentano quasi religiosamente i suoi articoli è la seguente: a chi dobbiamo restituire questi soldi? La risposta più semplice è la seguente: alla banche straniere che ce li hanno prestati. Ma dal 2011 in poi la percentuale delle banche straniere nostre creditrici è scesa ed oggi è inferiore al 40 per cento. Chi ha in portafoglio gran parte del nostro debito pubblico sono le banche italiane, tra le quale c’è anche il Monte dei Paschi, che deve allo Stato, e cioè a noi poveri debitori, 4 miliardi di euro.
Creditori e debitori sono le stesse persone, direte voi, perché fanno tutti parte dello Stato, della collettività. Ma questa spiegazione non è del tutto corretta perché né lo Stato dei contribuenti né le banche nazionali controllano la massa monetaria, detto in parole povere, non stampano moneta. Entrambi la ricevono dalla banca centrale attraverso il debito. Assurdo? Succede in quasi tutto il mondo a parte qualche eccezione, come la Svezia e la Cina dove la banca centrale è di proprietà dello Stato, quindi si potrebbe dire che la collettività si indebita con se stessa.
La Banca Centrale Europea è l’unico organismo che ha il diritto di stampare moneta, lo dovrebbe fare secondo parametri fissi ma data la crisi Draghi è riuscito ad aggirarli ed è lui alla fine che stabilisce quanta moneta cartacea si stampa. Da notare che nessuno di noi europei lo ha eletto. La BCE è una banca privata, di proprietà degli azionisti delle banche centrali dell’EU, tutti enti ed organii non statali, tra costoro ci sono anche alcune delle nostre banche.
Come funziona il meccanismo? La BCE crea dal nulla euro, nel gergo comune trasforma carta straccia in banconote, questi soldi vengono dati in prestito, oggi a tassi vicini allo zero, alle banche di Eurolandia. Con questi soldi le banche acquistano i buoni del Tesoro dello Stato con i quali i governi nostrani ripagano ogni anno solo gli interessi sul debito pubblico, di più infatti non si riesce a fare. Idealmente questi soldi dovrebbero alimentare l’economia e farla crescere: prestiti all’industria, per l’innovazione o per le opere pubbliche ecc. La crescita economica dovrebbe far aumentare il gettito fiscale con il quale ripagare il prestito. Ma non è così nel nostro caso, e questo lo sanno tutti ormai, l’austerità taglia le gambe alla crescita quindi il circolo virtuale appena descritto diventa un circolo vizioso di impoverimento.
Il punto cruciale su cui i lettori di questo giornale dovrebbero riflettere è il seguente: perché la BCE e non lo Stato o l’UE ha il diritto di produrre dal nulla il bene denaro? E perché i contribuenti in crisi di Eurolandia devono ripagare questo bene creato dal nulla, in un momento in cui per farlo si rischia di finire nella depressione economica, alla BCE – tutti i soldi alla fine lì infatti finiscono dato che la banca centrale, ed i suoi azionisti privati, sono il solo creditore dell’intero sistema? Dato che dietro gli euro, come dietro qualsiasi moneta cartacea non c’è nulla, ma solo la fiducia di chi queste banconote le continua ad usare indebitandosi, cioè noi, e dato che il diritto a stampare moneta dal nulla alla BCE glielo abbiamo dato noi, cittadini di sistemi democratici, attraverso la delega ai nostri governanti, perché non azzerare questo debito e ripartire da zero? In passato ciò è avvenuto con le guerre, oggi si potrebbe farlo per evitarle.
Loretta Napoleoni

Fonte

Giri di valzer

giri valzerLa politica estera dell’Italia nell’era della globalizzazione selvaggia

La linea politica e quella finanziaria oggi sono legati a doppio filo a quell’Unione Europea che tramite l’Euro, il MES, il Fiscal Compact ha sostanzialmente svuotato il nostro Parlamento di ogni sovranità politica e monetaria rendendoci succubi delle decisioni prese a Bruxelles da un ristretto gruppo di tecnici che operano in rappresentanza di determinate lobby.
La politica militare invece è totalmente dipendente a quella imposta dagli USA tramite la NATO e l’ONU, senza considerare poi l’Eurogendfor, la nuova polizia sovranazionale creata da alcuni Stati europei con poteri e competenze pressoché illimitate.
L’unico campo dove la nostra politica può ancora dirsi libera è quello economico, ed infatti l’Italia continua a stringere accordi commerciali anche con quei Paesi come l’Iran o la Siria messi alla gogna da tutta la comunità internazionale, accordi però che vanno quasi sempre a vantaggio dei grandi gruppi industriali.
Il bilancio appare però quanto mai negativo, con il nostro che oggi, come non mai in passato, appare un Paese in via di sottosviluppo.

Di Fabrizio Di Ernesto, con prefazione di Alessandro Bedini.
Anteo edizioni, pp. 110, € 10.
Dello stesso autore: Portaerei Italia. Sessant’anni di NATO nel nostro Paese

[Dedicato al prossimo Pres. della Rep., chiunque esso sia]

Crisi? No, truffa!

In memoria di Savino Frigiola

“La tecnica utilizzata per realizzare questi disastri economici è quasi sempre la stessa: diminuire drasticamente la circolazione monetaria sul territorio e far sparire le risorse finanziarie indispensabili al funzionamento del sistema produttivo e distributivo. Queste crisi vengono organizzate essenzialmente, insieme a quasi tutte le guerre guerreggiate, per sottrarre beni e sistemi produttivi ai legittimi proprietari, per farli confluire alle grandi multinazionali controllate dai banchieri stessi. Ciò avviene nei confronti dei complessi di loro interesse, mentre per gli altri o per quelli appartenenti a settori merceologici ritenuti non interessanti o già da loro posseduti, vengono lasciati fallire per appropriarsi delle relative quote di mercato così liberate. L’innovazione in questa ultima crisi, rispetto alle altre che si sono succedute, consiste nell’aver esteso l’attacco oltre che all’apparato privato, anche al sistema bancario (le piccole banche vengono fatte fallire,all’estero, o fagocitate dalle più grosse, in Italia) ed agli Stati. L’attacco frontale agli Stati, al nostro in particolare, mira a razziare i beni pubblici rimasti (i loro servitori infatti in ogni occasione invocano le privatizzazioni) e per continuare a sottrarre quote di sovranità (in questo caso con l’aggravante della complicità del Presidente della Repubblica che invece di attenersi alla Costituzione opera di concerto con i banchieri) per rendere sempre più avvolgente l’azione di controllo sui cittadini da parte dell’apparato bancario. A questa strategia risponde il non celato desiderio di voler assumere la proprietà degli strumenti e la gestione dei servizi pubblici per incrementare ulteriormente la propria capacità di condizionamento, come sempre si verifica quando si agisce in clima di monopolio. I piromani hanno eseguito perfettamente il compito loro assegnato, brandeggiando ed amministrando lo strumento del debito pubblico e privato, da loro stessi costruito, dopo essere riusciti, complici i politici corrotti, ad estromettere lo Stato dalla pubblica funzione dell’emissione e della gestione monetaria. Certamente nel loro programma è anche previsto il ruolo dei pompieri che loro stessi intendono fare entrare in funzione, ammesso che vi possano ancora riuscire, ma solamente dopo aver conseguito gli obbiettivi prefissati: l’aumento di prelievi fiscali in tutte le direzioni per garantire ai banchieri il pagamento degli interessi passivi sul debito pubblico, applicando i tassi che loro stessi, in combutta con i loro peggiori elementi annidati all’interno delle agenzie di rating, fanno crescere.”

Da Signoraggio: intervista a S. Frigiola, economista e studioso monetario, a cura di E. Galoppini.

Fiscal Compact per succhiare il sangue dei popoli europei

Stralcio degli interventi dei senatori Federico Bricolo (Lega Nord) e Elio Lannutti (Italia dei Valori) in sede di dichiarazione di voto finale sul disegno di legge n. 3239 “Ratifica ed esecuzione del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria”, cosiddetto “Fiscal Compact”, seduta n. 764 del 12 Luglio 2012.

“Gli strumenti che oggi volete ratificare, lo sappiamo tutti, sono solo delle mere pezze alla barca dell’euro che fa acqua da tutte le parti. Non risolveranno i problemi dell’Europa, ma ci costeranno moltissimo, e non solo in termini finanziari.
Il fiscal compact ci impone il pareggio di bilancio e un piano di rientro del debito che, così come impostato dal Governo Monti, è evidentemente insostenibile. Siamo sempre stati i primi a denunciare gli sprechi dello Stato e la spesa pubblica inefficiente, ma ci stiamo rendendo conto di che cosa significherà il fiscal compact? Non si tratta solo di qualità della spesa: è un meccanismo rigido che prevede sanzioni automatiche in caso di sfondamento.
Mentre oggi ancora si discute di quale sia la ricetta per uscire dalla crisi, ci precludiamo per il futuro qualunque possibilità di favorire la ripresa economica e gli investimenti per lo sviluppo. Con questo Trattato non solo la Commissione europea ci farà le pulci su ogni spesa vagliando i nostri bilanci prima, dopo e durante e ci dirà cosa possiamo e cosa non possiamo fare: con il fiscal compact qualsiasi altro Stato, se riterrà i nostri conti non in ordine, potrà citarci in giudizio di fronte alla Corte di giustizia.
Abituiamoci, dunque, alle lettere della Banca centrale europea, che deciderà come dobbiamo regolare il nostro mercato del lavoro; abituiamoci ai tagli con la mannaia alle spese sanitaria e sociale e a tutto ciò che fa dell’Italia un Paese vivibile per tutti, anche per i più deboli. Mi rivolgo, in particolare, ai senatori del centrosinistra, ai quale dovrebbero stare a cuore questi temi e che invece hanno deciso di approvare i Trattati senza affrontare nel merito le diverse questioni.
Negli altri Paesi questi Trattati non vengono ratificati di nascosto, in poche ore, nelle Aule parlamentari. Proprio in Germania, i tedeschi – additati come i principali artefici di tali scelte – non hanno accettato passivamente le nuove regole; è in corso un dibattito vero ed è stato presentato un ricorso alla Corte costituzionale contro questi Trattati per verificare la loro compatibilità con l’ordinamento federale.
Lo stesso discorso vale per l’European stability mechanism (ESM): si tratta di un fondo in cui noi versiamo soldi pubblici, dei nostri cittadini, ma che sarà governato da un consiglio di governatori non eletti, che godranno della massima immunità in tutte le loro decisioni ed azioni. Queste persone intoccabili, dopo che avremo loro dato i nostri soldi (miliardi e miliardi di euro), decideranno autonomamente a chi concedere i prestiti in caso di bisogno, ma sempre e solo in cambio del rispetto di precise condizioni. Questi signori decideranno quindi la nostra spesa pensionistica, i costi del nostro sistema sanitario e la spesa per la scuola: stiamo parlando di questo e non di cose astratte.
Avete compreso che potere state dando ai governatori del fondo salva Stati? Evidentemente in quest’Aula pochi lo hanno capito. Siamo lanciati su una locomotiva in corsa verso un muro e, anziché deviare, stiamo accelerando.
Benché pubblicamente ed ufficialmente si discuta solo del modo in cui salvare l’euro, molti ufficiosamente stanno cominciando a chiedersi se l’euro si possa salvare. Dal nostro punto di vista, la domanda successiva, doverosa per onestà e trasparenza verso i nostri cittadini, è se ne valga davvero la pena alla luce dei sacrifici che ciò comporterà per le famiglie.
Se siamo giunti ad un’unione monetaria rilevatasi fallimentare è legittimo, prima di compiere ulteriori passi, ragionare sulle cause e sulle debolezze dell’attuale sistema. La debolezza è quella di un’Europa costruita al contrario, partendo dai mercati, dai beni, dalla moneta, anziché dai popoli, dalle culture e – lasciatemelo dire – anche dalle idee.
Da tempo è giunta l’ora, se vogliamo dare un futuro a questa Europa, di uscire dagli schemi dogmatici delle istituzioni già esistenti e ragionare semmai su un progetto politico europeo che superi gli Stati nazionali, oggi in piena crisi e di fatto svuotati di ogni sovranità. Nulla potrà cambiare in meglio finché non ci metteremo seriamente a lavorare per un’Europa dei popoli e delle regioni, fondata sulle persone e sulle loro culture ed identità, anziché sull’aridità del mercato e della finanza. Un’Europa così è destinata ad implodere su se stessa. Non importa quanti miliardi riuscirete ancora a bruciare!
Per quanto ci riguarda, può esistere un’Europa sola: l’Europa dei popoli. Viva l’Europa dei popoli, no all’Europa delle banche e dei burocrati!”


“Signora Presidente, è dal 7 luglio 2007, data dello scoppio della bolla dei subprime e di una crisi sistemica provocata dall’avidità dei banchieri e dal potere enorme assunto dai tecnocrati e dalle élites, che stiamo ballando sulle tempeste finanziarie senza bussola, con Governi sempre più incapaci di tracciare rotte in grado di portare i popoli ad approdi sicuri.
Se in una fase di crescita la disciplina di bilancio è doverosa, si illude chi ritiene di poter uscire dalle tempeste globali perfette con le camicie di forza. Perché il fiscal compact, in una fase di grave recessione e distruzione di 30 milioni di posti di lavoro, è controproducente, come dimostrato empiricamente dal New Deal e dalle politiche rooseveltiane, che riuscirono a domare la crisi del ’29 con una maggiore spesa pubblica.
Banchieri avidi: nulla cambierà a meno di sanzioni penali. Nel 2013, tempesta globale perfetta e banchieri avidi impiccati nelle strade: non lo dico io, ma lo ha detto Nouriel Roubini, professore di economia a New York. Il 2013 sarà un altro anno peggiore del 2008, con la possibilità di una tempesta globale perfetta: crollo dell’Eurozona, recessione negli USA, guerra in Medio Oriente, crollo della crescita in Cina e nei mercati emergenti.
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia.
LANNUTTI. Comprendo che ci siano anche servitori di alcuni padroni che sono i banchieri, ma il rispetto per chi parla penso che sia doveroso, come io rispetto gli altri.
Invece di ratificare un trattato sul fiscal compact bisognerebbe istituire un tribunale internazionale analogo a quello che giudica i crimini di guerra, e invece di impiccare i banchieri nelle pubbliche piazze bisognerebbe processarli per crimini economici contro l’umanità.
Per questo – e chiudo, signora Presidente – voterò contro la camicia di forza che analogamente all’ESM, invece di assicurare la stabilità dell’Europa, garantirà dorate poltrone a tecnocrati, burocrati e ottimati che, come novelli principi di Valacchia, continueranno a succhiare il sangue ai popoli europei già dissanguati…
PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Lannutti.
LANNUTTI. …per non essere complice…
PRESIDENTE. Collega, lei disponeva di tre minuti, che ho controllato.
LANNUTTI. Presidente, mi hanno disturbato.
PRESIDENTE. No, lei non è stato interrotto da nessuno. La prego di concludere.
LANNUTTI. …per non essere complice delle cleptocrazie europee.”

Il disegno di legge è stato approvato dal Senato con voti favorevoli 216, contrari 24, astenuti 21.
Ora la palla passa alla Camera, dove il presidente Gianfranco Fini ha già garantito una corsia riservata per riuscire ad approvare definitivamente il testo entro la fine del mese…