Lacrime di coccodrillo e slogan di circostanza

Gaetano Tuccillo, 29 anni, caporalmaggiore, originario di Nola, in provincia di Napoli, è il 39° militare del Bel Paese che torna in una bara dall’Afghanistan e per la 25° volta è andato in scena lo spettacolo ormai logoro, frustrante, riservato a Santa Maria degli Angeli agli “eroi della pace”.
Nei funerali di Stato, riservati a tutti i morti ammazzati nel Paese delle Montagne nella basilica romana, ci sono stati solo due vistosissimi “buchi”. Uno per il sergente Marracino del 185° Folgore, morto in Iraq, e uno per il tenente colonnello Cristiano Congiu, ucciso il 4 Giugno scorso nella Valle del Panshir in circostanze rimaste avvolte nel più fitto mistero al di là della versione “ufficiale” accreditata dal Ministro della Difesa.
Una versione che peraltro diverge totalmente da quanto dichiarato all’agenzia Pajhwok dal governatore della provincia della regione Karamuddin Karim. Per Congiu non c’è stata nessuna celebrazione nella Capitale, solo una frettolosa cerimonia di addio a Pontecorvo.
Nessun servizio televisivo sull’arrivo della salma a Ciampino, nè dal paese del Frusinate dove risiedeva con la moglie, nessuna foto a giro delle esequie, nessuna dichiarazione dei familiari. Niente di niente.
I maggiori quotidiani del Bel Paese ne hanno parlato a profusione fin quando lo si dava per ucciso per un “incidente” presuntamente occorsogli durante un viaggio insieme a una donna americana e un ex compagno di università. Poi è stato il vuoto.
Solo l’Adnkronos ha impostato una riga (!) per riportare, senza citarne il nome, la dichiarazione del sindaco. “Quì lo ricordano – avrebbe detto – come persona disponibile e inflessibile sul lavoro”. Stop. Difficilissimo vedere di eguale anche nei flash di agenzia.
Il colonnello Congiu era un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri distaccato all’ambasciata italiana a Kabul dove operava dal 2007 come capo della DCSA, il Dipartimento di Sicurezza che si occupa di traffici illeciti di sostanze stupefacenti. Una faccenda che meriterà, a tempo debito, una attenta rivisitazione.
La differenza nella contabilità 39-25 tra caduti in Afghanistan e funerali di Stato dipende dalla gravità delle perdite subite volta per volta sul terreno dai militari “tricolori” del contingente ISAF. Si torna “rigidi” sia da soli che in “compagnia”.
In un solo attentato a Kabul, nel Settembre 2009, la Folgore ha perso 6 parà. Un impegno “internazionale”, quello del Bel Paese, che ha preso avvio nel 2003 a Kost con la presenza di 320 militari nella base “Salerno”, per arrivare ai 5.352 attuali tra militari e funzionari civili in carico sia a Palazzo Baracchini che alla Farnesina, escluso il personale che opera nella protezione ravvicinata, insomma fa da guardaspalle, ai vip dell’ONU a Kabul. Continua a leggere

Walter Amatobene, l’incursore della pace

Dopo Alessandro Gandolfi, la Gazzetta di Parma ci presenta un altro “apripista”.
Questa volta “del libero scambio”, in terra d’Afghanistan.
Un gentile presente dei Paesi occidentali che però le popolazioni locali sembrano restie ad apprezzare, a giudicare dal benvenuto che gli hanno riservato e dall’abitudine di indossare elmetto e giubbotto antiproiettile mentre i suoi camion sono scortati dai Lince.
Forse hanno capito che a motivare gli incursori come Amatobene non è il raggiungimento della pace ma gli “interessi del mondo” e le “commesse per anni”.

L’attacco finale in Afghanistan non lo sferreranno i carri armati o gli elicotteri, ma i camion, i treni carichi di container. Un dilagante viavai nel nome dell’import-export sulla Via della Seta. Ogni contratto un tassello in più nel Risiko della convivenza. Nell’esercito chiamato a vincere la pace a Kabul e dintorni, Walter Amatobene è una sorta di incursore. Romano di nascita, parmigiano per scelta (qui vive da 35 anni, girando in largo e in lungo), ex direttore alla Gondrand e fondatore della Mondial Express, della quale ora è amministratore, è un apripista del libero scambio in Afghanistan. Prima o poi, qualcuno andrà anche laggiù, dicono gli analisti. Lui lo fa già, Marco Polo del terzo millennio.
«Ho spedito il primo camion nel marzo del 2009: ora siamo arrivati a 120. Spedizioni di sanitari, prefabbricati, condizionatori, gruppi elettrogeni: tutta roba che resterà alla popolazione o alla polizia afgana, dopo il ritiro dei nostri». Questione di coerenza, per chi lavorava con il Libano nel 1983 e con la Somalia nel 1994. «C’era la Folgore in entrambi i casi» sorride lui, che il militare l’ha fatto da basco amaranto e ora si occupa del sito congedatifolgore.com. «In Mozambico, invece, c’erano gli alpini paracadutisti». Già, il Mozambico. E Haiti, novità degli ultimi mesi. Altro che le nostre giungle d’asfalto. C’è sempre un luogo fuori rotta da raggiungere con un carico: dove la giungla magari è anche vera e l’asfalto un lusso. O un deserto seminato a ordigni.
«Purtroppo abbiamo ancora i nostri morti. Una schiacciata minoranza di talebani riesce a colpire. Ma sono sempre più gli attentati sventati grazie ai civili. Gli italiani sono benvoluti e rispettati, perché a loro volta rispettano». A staccare i detonatori è anche l’aumento del reddito della gente. «C’è sempre più ricchezza e questo ha creato voglia di stabilità. La logistica sarà l’ultimo impulso che permetterà di stabilizzare il benessere in questo splendido e terribile Far West ricco di litio, oro, rame e marmo. Ancora a lungo ci sarà chi sparerà agli sceriffi, ma qui stanno confluendo gli interessi del mondo. Nella sola zona occidentale, da costruire ci sono 1.500 chilometri di strade, 1.000 di ferrovie, gli aeroporti di Herat e Farah: commesse per anni».
In Afghanistan, Amatobene è stato quattro volte. L’ultima pochi giorni fa. «Avevo dieci camion da consegnare a Herat. E volevo vedere a che punto è la ferrovia tra Hairatan, ai confini con l’Uzbekistan, e Mazar-e-Sharif». I destini dell’antica Via della Seta si decidono sui 129 preziosissimi chilometri di una «via di ferro» finanziata dalla Banca dello Sviluppo asiatico. «Grazie a essa, oltre che all’aumento degli scambi – assicura l’imprenditore – riusciremo ad abbassare i costi delle spedizioni. Un trasporto da Parma a Farah (nella zona occidentale, a 120 chilometri dall’Iran) oggi costa oltre 11mila euro ad autotreno. Per merce normale si abbatteranno i costi del 20-30 per cento. Per i carichi fuori sagoma anche del 50». Riducendo anche rischi, tempi e lungaggini burocratiche. Perché ora le merci civili per l’Afghanistan vanno via mare e su gomma attraverso Pakistan e Iran.
«Ho visto scaricare e caricare 15 camion in un giorno dagli afgani: grandi lavoratori, orgogliosi e dignitosi. Lì vedi persone scalze con il cellulare in mano, case di fango con la parabola sul tetto. E’ una civiltà che ha un approccio con la vita diverso dal nostro falsato dal troppo che abbiamo. Sembrerà un paradosso, ma è un popolo pacifico». Lo dice con un sorriso, Amatobene, ricordando il «benvenuto» ricevuto al primo viaggio a Herat. Il tempo di sbarcare dall’aereo, e un razzo esplose sulla pista. «Ma si è in un tale bagno di confusione, in mezzo a tanta gente armata, che si ha la predisposizione a non spaventarsi troppo».
Predisposizione innata per l’amministratore della Mondial Express, che nell’ultima spedizione ha ottenuto di salire sul primo dei dieci Lince assegnati alla scorta dei suoi 15 camion. «In fondo non avrei visto nulla». Poi, nei tratti più a rischio mine è sceso a far due passi con i guastatori («Sul blindato si cuoceva»). Otto ore di strada per 120 chilometri. Amatobene fa quasi prima quando, scarpette ai piedi e lampada frontale, va a Deiva Marina dopo aver lasciato l’auto a Lagdei (se non altro il parcheggio è certo). «Imbocco il primo sentiero tra i monti alle 22, scollino; a Zum Zeri vedo l’alba sul mare, a mezzogiorno sono in acqua». Almeno il ritorno è in treno. «Trasportare» se stesso in quota, di corsa, è la vecchia passione dell’imprenditore della logistica. Sette sono state le sue Cro Magnon, le ultra-trail di 104 chilometri con 5.400 metri di dislivello positivo e 6.400 di negativo. Nei giorni scorsi, il suo campo d’allenamento era la base di Herat: all’alba, prima che s’arroventassero terra e aria. Prima di essere appesantito da elmetto e giubbotto antiproiettile. La tenuta da spedizioniere di oltre frontiera, da incursore della pace.

Una guerra sporca, senza onore

sarissa

L’esordio in Afghanistan.
L’avventurismo bellico della Repubblica delle Banane continua ad irrobustirsi ed a costare alla gente perbene altri miliardi di euro
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di Giancarlo Chetoni

La pianificazione del coinvolgimento bellico dell’Italietta in Afghanistan nasce nella Sede del Comando Generale Alleato per il Sud Europa nei mesi successivi al Novembre 2001.
Se la campagna aerea USA ha spazzato via le posizioni tenute dalle forze pashtun a est a sud ed a nord del Paese e disperso sul terreno le sue formazioni combattenti con il sostegno dei Signori della Guerra dell’Alleanza del Nord del calibro di Daud, a libro paga della CIA, accusato recentemente di efferati crimini di guerra, per la Coalizione il lavoro che resta da fare nel Paese delle Montagne è semplicemente enorme.
Il nemico non mollerà facilmente la presa. La morfologia del territorio, la sua estensione, una viabilità primitiva che si inerpica su tornanti di montagna, la totale mancanza di una decente rete stradale di altopiano, l’assenza di risorse minerali ed energetiche da depredare, una struttura sociale e religiosa reiteratamente refrattaria, ostile, a modelli di civiltà estranei ed una struttura statale inesistente fanno dell’Afghanistan, per bene che vada, un grosso buco nero.
I comandanti locali taliban, anche se danno l’ordine di smobilitazione, inviteranno i militanti a mimetizzarsi alle periferie delle città lasciando nei centri urbani i combattenti più determinati per avere occhi, orecchie e braccia alle spalle degli aggressori.
I nuclei pashtun che non saranno sciolti o distrutti esfiltrano un po’ alla volta dalle aree sottoposte a rastrellamenti e bombardamenti per trovare riparo nei fondovalle, nelle aree rurali e nei villaggi di montagna.
Anche se la vittoria è stata facile, quasi senza perdite, gli analisti militari USA e NATO sanno che tenere sotto stretto controllo militare l’intero Afghanistan non sarà né semplice né facile. Occorrerà chiedere ed ottenere, ancora una volta, il sostegno politico, economico e militare alla cosiddetta Comunità Internazionale, a quella nuova e vecchia Europa dell’Est e dell’Ovest, all’Inghilterra, al Canada, a Stati Criminali e Repubbliche delle Banane.
La nostra (!?) avventura militare prende così ufficialmente avvio sulle montagne di Kost, dopo un anno di preparazione logistica e di acclimatamento, nel Luglio 2003 con un distaccamento di paracadutisti della Folgore coinvolto in un primo conflitto a fuoco con presunte formazioni terroriste che, quella volta, si sganciano nell’oscurità. Continua a leggere

Informazione atlanticamente corretta, 2° puntata

logocaffe

Proprio il giorno in cui una pattuglia di parà della Folgore, 183° Reggimento Nembo, veniva attaccata dagli “insorti” nei pressi di Bala Morghab – una località nell’ovest dell’Afghanistan – il direttore di Rainews24, l’ineffabile Corradino Mineo ci riprova ed il 29 maggio u.s. va in onda da Kabul con una puntata speciale de Il Caffé.
Qui il relativo video, in due parti.

Parà, di qua e di là

Nel quadro generale di riferimento della Difesa italiana, resta invariata la politica, avviata negli ultimi anni, protesa allo sviluppo della capacità interforze, la cosiddetta jointness. L’altro punto fermo è l’evoluzione del panorama internazionale, che richiama l’approfondimento di tecniche e dottrine, mirate a rendere uomini e mezzi capaci di una stabile sinergia con gli “alleati” nelle missioni svolte dall’Italia in contesti multinazionali.
In quest’ottica, permane l’impegno delle Forze Armate italiane proteso alla pianificazione di attività di scambio bilaterale con i Paesi della NATO. Un esempio arriva dall’Esercito, in particolare dalla brigata paracadutisti Folgore, uno degli assetti che per primi muovono verso gli scenari operativi all’estero. Dal 28 settembre al 4 ottobre u.s., una delegazione di specialisti dell’US Army, guidata dal colonnello Terry Sellers, ha visitato le strutture italiane in previsione di un’ulteriore approfondimento delle attività di cooperazione, soprattutto a livello esercitativo.
La delegazione statunitense, formata da ufficiali e sottufficiali del 1° battaglione paracadutisti Airborne della scuola di fanteria di Fort Benning, costituisce l’equivalente del Centro addestramento paracadutisti (Capar) di Pisa. La delegazione è stata ricevuta dal comandante della Folgore, generale Rosario Castellano che ha illustrato l’organizzazione ed i compiti della brigata paracadutisti, sottolineando l’impegno del proprio personale nei vari contesti in cui è chiamato ad operare, sia in Italia che all’estero.
I vari comprensori del complesso addestrativo sono risultati di grande interesse per la delegazione USA, che ha avuto modo di assistere ad alcune fasi delle attività condotte dagli aspiranti paracadutisti. Il programma della visita ha compreso anche l’approfondimento delle dottrine e dei materiali in uso alla brigata, attraverso sopralluoghi presso i vari reparti della Folgore dislocati in Toscana. Secondo quanto espresso dalla delegazione statunitense, il momento che maggiormente ha valorizzato l’interazione tra i due Paesi è stata l’esercitazione congiunta di aviolancio con i colleghi della brigata sulla zona di Altopascio, che ha dato modo ai membri dell’Airborne di conseguire il brevetto di paracadutista militare italiano. Al termine della visita,  i militari USA si sono detti molto soddisfatti dell’accoglienza nel nostro Paese e dell’attività di studio e cooperazione sviluppata nel periodo trascorso tra le diverse strutture addestrative. L’occasione è stata utile al perfezionamento di altri accordi di collaborazione, soprattutto per i corsi di “Jump Master” (direttore di lancio) ed altri specifici settori di pertinenza del Capar di Pisa.