Oltre il canale

La Sicilia, le basi straniere e le guerre nel mondo islamico

Quello che abbiamo temuto, e denunciato, è avvenuto: la Sicilia è stata trasformata in una formidabile piattaforma militare, convenzionale e nucleare, in mano straniere, al servizio di progetti avventuristici e di dominio verso il mondo arabo e il Mediterraneo che nulla hanno a che fare con gli interessi veri dei Siciliani, anzi li danneggiano seriamente.
Storicamente, verso questo “mondo” la Sicilia, i suoi regnanti più illuminati, hanno tenuto un comportamento ispirato ai buoni rapporti, alla pace. Con risultati importanti per il bene dell’Isola e dell’Europa. Oggi, ci hanno arruolato in guerre, in pericolosi atti d’ingerenza in contrasto con il diritto internazionale vigente ed estranei alla nostra tradizione di Isola amante della pace e della cooperazione con i popoli del Mediterraneo e del mondo arabo. Tradizione rinverdita negli 70-80 del secolo trascorso, durante i quali abbiamo realizzato grandiosi progetti di cooperazione con il mondo arabo fra i quali ricordo: il metanodotto transmediterraneo Algeria, Tunisia, Sicilia, Italia (se volete vi spiego perché ho citato la Sicilia come un po’ a se stante) a quello con la Libia di Gheddafi, entrambi approdati sulle coste sud dell’Isola.
A proposito del “transmed” ricordo che, a un certo punto, a causa di pretese eccessive da parte tunisina, il progetto del metanodotto fu annullato. In quel caso, l’Italia non dichiarò guerra alla Tunisia che rifiutava il passaggio del “pipeline” sul suo territorio; non aprì le ostilità ma aprì una lunga e proficua trattativa (alla quale mi onoro di aver dato una mano, con alcuni deputati siciliani*) che portò a un accordo soddisfacente.
Oggi, la Siria è sotto attacco anche perché rifiuta di far passare, a certe condizioni, sul suo territorio alcuni oleodotti sauditi e degli emirati del Golfo Persico.
Questione di civiltà! Noi facemmo la trattativa, questi qui fanno la guerra!
Tutto ciò, conferma come la Sicilia, l’Italia con questi popoli desiderano convivere, lavorare, cooperare per far rinascere, in forme nuove e possibili, lo spirito della “civiltà mediterranea” (dai Greci ai Romani, dai Fenici agli Arabi, agli Egizi, ecc) che, per secoli, ha illuminato, illumina la “civiltà occidentale”.
Tale, forzato coinvolgimento, infatti, non solo contrasta col sentimento pacifista dei Siciliani, ma stride con una certa tradizione storica della Sicilia che, fin dall’antichità, quasi mai ha visto di buon occhio le guerre espansionistiche dell’Occidente contro i territori dell’Oriente islamico e ha fatto di tutto per evitare di parteciparvi.
Celebre è rimasto il comportamento, esemplare per saggezza e lungimiranza, di Federico II, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero, il quale, inviato, suo malgrado, in Terra Santa (nel 1228) a capo della IX Crociata, “conquistò” Gerusalemme senza colpo ferire, sulla base di un accordo, lungamente e piacevolmente negoziato, con Malik al Kamil, sultano musulmano.
Addirittura, Qirtay Al-Izzi nel suo “Gotha” (manoscritto arabo del 1655) rileva che: “Quando l’imperatore, principe dei Franchi, aveva lasciato la Terra Santa e si era congedato da Al-Malik Al-Kamil ad Ascalona, i due monarchi si erano abbracciati promettendosi mutua amicizia, assistenza e fraternità”.
Prima di questo evento memorabile, accadde a Palermo un altro episodio di uguale valenza che vide protagonista un illustre avo del grande Federico, Ruggero I, il normanno, il quale riuscì a preservare la Sicilia dal coinvolgimento diretto nella prima Crociata, anche per non inimicarsi i vari regni del nord-Africa con i quali i Normanni intrattenevano ottime relazioni politiche ed economiche.
L’episodio è riportato nella cronaca musulmana della prima Crociata, dallo storico arabo Ibn Al-Athir che, nel suo “Kamil” (Edizione Torneberg), scrive, fra l’altro: “Nel 484/1091, i Franchi portarono a termine la conquista della Sicilia… Nel 490/1097, essi invasero la Siria ed eccone i motivi: il loro re Baldovino era imparentato con Ruggero il Franco (il normanno n.d.r.) che aveva conquistato la Sicilia, e gli mandò a dire che, avendo riunito un grande esercito, sarebbe venuto nel suo Paese e da là sarebbe poi passato in Africa (in Tunisia) per conquistarla…
Ruggero convocò i suoi fedeli e chiese loro consiglio in merito a questo problema…
“Per il Vangelo – risposero – ecco un’occasione eccellente per loro come per noi, l’Africa sarà terra cristiana…”
“Allora – annota lo storico arabo con disarmante naturalezza – Ruggero sollevò l’anca, fece un gran peto (sic!) e disse: Affè mia, questa è buona. Come? Se essi verranno dalle mie parti, andrò incontro a spese enormi per equipaggiare le navi…”
Quindi convocò l’ambasciatore di Baldovino per notificargli la sua contrarietà acché l’esercito crociato attraversasse la Sicilia per raggiungere l’Africa e gli disse le testuali parole: “Per quanto concerne l’Africa, tra me ed i suoi abitanti ci sono impegni di fiducia e trattati.”
Oggi, purtroppo non c’è un nuovo Ruggero!
Agostino Spataro

*Su tale trattativa esistono ampi resoconti di stampa, documenti parlamentari e politici.

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Libia, la grande spartizione

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Petrolio, immense riserve d’acqua, miliardi di fondi sovrani. Il bottino sotto le bombe

«L’Italia valuta positivamente le operazioni aeree avviate oggi dagli Stati Uniti su alcuni obiettivi di DAESH a Sirte. Esse avvengono su richiesta del Governo di Unità Nazionale, a sostegno delle forze fedeli al Governo, nel comune obiettivo di contribuire a ristabilire la pace e la sicurezza in Libia»: questo il comunicato diffuso della Farnesina il 1° agosto.
Alla «pace e sicurezza in Libia» ci stanno pensando a Washington, Parigi, Londra e Roma gli stessi che, dopo aver destabilizzato e frantumato con la guerra lo Stato libico, vanno a raccogliere i cocci con la «missione di assistenza internazionale alla Libia». L’idea che hanno traspare attraverso autorevoli voci. Paolo Scaroni, che a capo dell’ENI ha manovrato in Libia tra fazioni e mercenari ed è oggi vicepresidente della Banca Rothschild, ha dichiarato al Corriere della Sera che «occorre finirla con la finzione della Libia», «Paese inventato» dal colonialismo italiano. Si deve «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», spingendo Cirenaica e Fezzan a creare propri governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Intanto «ognuno gestirebbe le sue fonti energetiche», presenti in Tripolitania e Cirenaica.
È la vecchia politica del colonialismo ottocentesco, aggiornata in funzione neocoloniale dalla strategia USA/NATO, che ha demolito interi Stati nazionali (Jugoslavia, Libia) e frazionato altri (Iraq, Siria), per controllare i loro territori e le loro risorse. La Libia possiede quasi il 40% del petrolio africano, prezioso per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale, dal cui sfruttamento le multinazionali statunitensi ed europee possono ricavare oggi profitti di gran lunga superiori a quelli che ottenevano prima dallo Stato libico. Per di più, eliminando lo Stato nazionale e trattando separatamente con gruppi al potere in Tripolitania e Cirenaica, possono ottenere la privatizzazione delle riserve energetiche statali e quindi il loro diretto controllo.
Oltre che dell’oro nero, le multinazionali statunitensi ed europee vogliono impadronirsi dell’oro bianco: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad. Quali possibilità essa offra lo aveva dimostrato lo Stato libico, costruendo acquedotti che trasportavano acqua potabile e per l’irrigazione, milioni di metri cubi al giorno estratti da 1300 pozzi nel deserto, per 1600 km fino alle città costiere, rendendo fertili terre desertiche.
Agli odierni raid aerei USA in Libia partecipano sia cacciabombardieri che decollano da portaerei nel Mediterraneo e probabilmente da basi in Giordania, sia droni Predator armati di missili Hellfire che decollano da Sigonella. Recitando la parte di Stato sovrano, il governo Renzi «autorizza caso per caso» la partenza di droni armati USA da Sigonella, mentre il ministro degli esteri Gentiloni precisa che «l’utilizzo delle basi non richiede una specifica comunicazione al Parlamento», assicurando che ciò «non è preludio a un intervento militare» in Libia. Quando in realtà l’intervento è già iniziato: forze speciali statunitensi, britanniche e francesi – confermano il Telegraph e Le Monde – operano da tempo segretamente in Libia per sostenere «il governo di unità nazionale del premier Sarraj».
Sbarcando prima o poi ufficialmente in Libia con la motivazione di liberarla dalla presenza dell’ISIS, gli USA e le maggiori potenze europee possono anche riaprire le loro basi militari, chiuse da Gheddafi nel 1970, in una importante posizione geostrategica all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente. Infine, con la «missione di assistenza alla Libia», gli USA e le maggiori potenze europee si spartiscono il bottino della più grande rapina del secolo: 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici confiscati nel 2011, che potrebbero quadruplicarsi se l’export energetico libico tornasse ai livelli precedenti.
Parte dei fondi sovrani, all’epoca di Gheddafi, venne investita per creare una moneta e organismi finanziari autonomi dell’Unione Africana. USA e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – decisero di bloccare «il piano di Gheddafi di creare una moneta africana», in alternativa al dollaro e al franco CFA. Fu Hillary Clinton – documenta il New York Times – a convincere Obama a rompere gli indugi. «Il Presidente firmò un documento segreto, che autorizzava una operazione coperta in Libia e la fornitura di armi ai ribelli», compresi gruppi fino a poco prima classificati come terroristi, mentre il Dipartimento di Stato diretto dalla Clinton li riconosceva come «legittimo governo della Libia». Contemporaneamente la NATO sotto comando USA effettuava l’attacco aeronavale con decine di migliaia di bombe e missili, smantellando lo Stato libico, attaccato allo stesso tempo dall’interno con forze speciali anche del Qatar (grande amico dell’Italia). Il conseguente disastro sociale, che ha fatto più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti, ha aperto la strada alla riconquista e spartizione della Libia.
Manlio Dinucci

Fonte

Ucraina 2013-2016

Il nuovo “ricco progetto di Blair”: promuovere il Gasdotto Trans-Adriatico nonostante le obiezioni degli Italiani

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Claudio Gallo per rt.com

Perché un olivicoltore della solare Italia meridionale dovrebbe ricordare Tony Blair, l’ex Primo Ministro britannico che guidò la Gran Bretagna nella guerra contro l’Irak per distruggere le immaginarie armi di distruzione di massa di Saddam?
Dimentichiamoci che servì brillantemente come “barboncino” di George W. Bush o che fra i ranghi del Partito Laburista era l’erede più coerente delle distruttive riforme neoliberiste della Thatcher. Davanti agli olivicoltori di San Foca, tra le migliori spiagge della Puglia in Italia, si trova ora un profeta della globalizzazione “inevitabile”, un PR cosmico che ha voce in capitolo sul processo di pace-truffa in Medio Oriente (di solito viene a salvare il più forte) e gentilmente spiega ad alcuni dittatori come affrontare quelle stupide democrazie occidentali. Sì, Blair – che cosa stai facendo questa volta? Egli sta promuovendo un enorme progetto globale in nome di alcuni pezzi grossi i quali si preoccupano meno di nulla che la gente del posto non lo voglia.
Lo schema è, come sempre, un caso di potenti élite contro la gente comune, e indovinate lui da che parte sta? Continua a leggere

Otto motivi per odiare la Siria

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Perché USA, Gran Bretagna, Unione Europea e Israele odiano la Siria
di Adrian Salbuchi, analista politico e commentatore a radio e televisione in Argentina, per rt.com

Una ragazza giovane e dai toni delicati che sta vivendo la tragedia siriana e ne parla con maggiore buon senso e rispetto della verità di quanto non facciano i potenti governi occidentali ed i pupazzi dei mass media controllati con i loro soldi.
Presentandosi solo come una “siriana, patriottica, anti–Neocon, anti–Nuovo Ordine Mondiale, anti-sionista, l’anno scorso ha creato il suo canale su Youtube (YouTube/User/SyrianGirlpartisan).
In un breve video (di nove minuti) lei spiega “gli otto motivi per cui il Nuovo Ordine Mondiale odia la Siria”. Faremmo tutti molto bene ad ascoltare…
Il suo “Le principali otto ragioni per cui ci odiano” è un eccellente riepilogo applicabile a qualsiasi nazione che abbia il rispetto di se stessa: Banca centrale non controllata dai Rotschild, nessun debito con il Fondo Monetario Internazionale, cibo non geneticamente modificato, anti-sionismo, secolarismo e nazionalismo.
Il suo breve messaggio si presenta come una sorta di manuale del buon senso che spiega perché gli Stati Uniti d’America, il Regno Unito, l’Unione Europea (specialmente la Francia) e Israele sono così portati a distruggere la Siria, una nazione la cui leadership semplicemente non vuole inchinarsi alle elites del Nuovo Ordine Mondiale, ben inserite all’interno del potere pubblico occidentale e nelle strutture di potere private (multinazionali/banche).
Lei descrive queste otto ragioni in maniera succinta e convincente, dando al mondo più alimento per il pensiero e si spera anche ispirando la messa in discussione di molte opinioni. Specialmente tra le popolazioni di USA, Gran Bretagna, UE e Israele che sono le uniche a poter esercitare una pressione diretta verso i propri politici eletti a Washington, Londra, Parigi, Tel Aviv e in altre capitali occidentali, per far sì che la finiscano di comportarsi come folli criminali e comincino a dar retta alla parola Noi il Popolo, in una maniera democratica e responsabile. Continua a leggere

Profittatori di guerra

La Heritage Oil non perde tempo nell’accaparrarsi le ricchezze libiche, di Nick Fletcher per guardian.co.uk

La rivolta può anche continuare e il Colonnello Gheddafi essere ancora in circolazione, ma tutto ciò non ha fermato la Heritage Oil dall’interessarsi a parte dell’industria petrolifera del Paese.
Heritage ha acquistato per 19 milioni e mezzo di dollari una quota di controllo pari al 51% della Sahara Oil Services, ubicata a Bengasi, stando alle agenzie Reuters del mese scorso, in base alle quali la compagnia avrebbe assunto l’ex incursore dei SAS John Holmes affinché la aiutasse a concludere l’affare in Libia (la Heritage ha in seguito parzialmente smentito). Si riferiva che la nuova acquisizione le avrebbe permesso di svolgere un ruolo significativo in Libia, consentendole di esaminare come ottenere accesso ai campi estrattivi e alle licenze chiave.
Heritage ha affermato di aver parlato con esponenti di primo piano del Consiglio Nazionale di Transizione della Libia nel corso degli ultimi 5 mesi:
“Heritage sta valutando i modi per assistere il CNT e le compagnie petrolifere di Stato nel riavviare alcuni dei preesistenti campi e ricominciare la produzione. [Sahara Oil] è stata gratificata di licenze a lungo termine riguardo tutti i servizi nel campo del petrolio in Libia, compresa la facoltà di trivellare a terra e offshore e detiene le licenze sia del petrolio sia del gas naturale.”
Il presidente di Heritage Tony Buckingham ha una lunga storia in Africa, e la compagnia svolge pure operazioni in Iraq, sicché non è una sconosciuta nelle aree turbolente. Buckingham ha affermato:
“La Heritage è ben piazzata per svolgere un ruolo significativo nella futura industria petrolifera e gasifera in Libia. Questa acquisizione è coerente con la strategia della prima mossa della Heritage, finalizzata a entrare in regioni con ampie ricchezze di idrocarburi laddove abbiamo un vantaggio strategico.”
In un mercato disperatamente ansioso, Heritage è scesa di 5.3p a 219op. Ma Richard Griffin di Evolution Securities ha dichiarato:
“Heritage ha acquistato una partecipazione in una compagnia di servizi libica che le dà legittimo accesso alla ristrutturazione dei campi petroliferi statali e le consente di trivellare a terra e offshore, così come detiene le licenze del petrolio e del gas naturale. Inoltre, la compagnia acquisita di recente affiancherà Heritage nei prelievi più ad alto rischio, in particolare riguardo la licenza dell’Area 7, la quale è al largo di Malta. Considerato che costa solo 19 milioni e mezzo di dollari, è davvero una scelta finanziaria che potrebbe rivelarsi come un investimento molto azzeccato.”
Phil Corbett della RBS modera tuttavia il suo entusiasmo:
“Siamo portati a valutare positivamente la mossa della Heritage, sebbene la “nuova” Libia rimanga in una condizione di instabilità in seguito alla rivolta e perciò ci potrebbero essere significativi cambiamenti a livello superiore in termini di regolamenti e/o di termini dei contratti. A questo punto noi aspettiamo un po’ per farci entusiasmare prima che ulteriori dettagli vengano rivelati, benché per lo stesso motivo sia un interessante movimento ed è probabile che provochi una rivalutazione dell’investimento che è stato fermo negli ultimi due mesi. Noi restiamo in attesa con un obiettivo di prezzo fissato a 220p.”

[Traduzione di L. Salimbeni]

Il nuovo Kissinger

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Persa nell’enfasi che ha accompagnato, in patria e nel mondo, l’inaugurazione della 44° presidenza degli Stati Uniti, è stata la nomina del generale dei Marines in pensione James Jones quale prossimo maggiore architetto ed esecutore della politica estera USA.
Il 22 novembre scorso, il Washington Post si riferiva all’allora pendente designazione di Jones come Consigliere per la Sicurezza Nazionale in questi termini: “Obama sta considerando di espandere la sfera di competenza per dare al Consigliere lo stesso tipo di autorità una volta esercitata da alcuni potenti personaggi fra i quali Henry Kissinger”. L’analogia è con il ruolo svolto da Kissinger come Consigliere per la Sicurezza Nazionale nelle due amministrazioni Nixon (1969-1977), durante la seconda delle quali coprì anche il posto di Segretario di Stato, con un’influenza nel determinare le linee della politica estera che mai nessuno precedentemente aveva avuto. Un paragone potrebbe essere tratteggiato anche con il Consigliere durante l’amministrazione Carter, il ben noto Zbigniew Brzezinski, vero artefice della politica estera nel periodo 1977-1981, con i Segretari di Stato dell’epoca (prima Vance, poi Muskie) che recitavano un ruolo da comparse.
James Jones è il primo ex comandante supremo della NATO (e del Comando Europeo delle Forze Armate statunitensi, EUCOM) – incarico svolto dal 2003 fino al dicembre 2006, poco prima (febbraio 2007) di ritirarsi dalla carriera militare – a diventare Consigliere. Con il Segretario alla Difesa Robert Gates. egli costituisce i due terzi di quel triumvirato che, nell’ambito della politica estera, l’amministrazione Obama ha ereditato da quella Bush.
Dopo la sua inclusione nella lista dei papabili per il posto di Consigliere, lo scorso novembre, Jones aveva dichiarato che, come comandante supremo della NATO, la sua principale preoccupazione fosse stata di proteggere le infrastrutture energetiche e le linee di trasporto dall’Africa, dal Golfo Persico e dal Mar Caspio. Jones ha più volte sottolineato come la politica energetica sia per gli Stati Uniti una questione di sicurezza nazionale ed al tempo stesso una priorità nella sicurezza mondiale. Non per nulla, dopo il pensionamento è stato presidente dell’Istituto per l’Energia nel 21° Secolo, emanazione della Camera di Commercio statunitense, e membro del consiglio di amministrazione della società petrolifera Chevron.
Jones è quindi stato piuttosto esplicito nell’indicare in quale aree del pianeta cadano le priorità del Pentagono. Si tratta di tre delle cinque zone del mondo che ospitano le più ricche e non (o poco) sfruttate riserve di petrolio e gas naturale: appunto il Golfo di Guinea, i mari Caspio e Nero, il Golfo Persico. Le altre due zone, già terreno di battaglia fra l’Occidente e la Russia e le altre potenze emergenti, sono l’Artico e la regione Caraibi – parte nord dell’America indiolatina, con il sud-est asiatico candidato ad aggiungersi all’elenco. Sia ben chiaro che questa non è una semplice competizione per il petrolio ma piuttosto una mobilitazione internazionale di carattere strategico, condotta da un consorzio di potenze occidentali declinanti riunite sotto l’egida della NATO, per impadronirsi delle risorse energetiche mondiali e delle rotte di rifornimento al fine di mantenere ed incrementare la propria egemonia – politica ed economica – globale.