Il “segreto” dell’industria militare israeliana

“La potenza militare israeliana e i solidi agganci internazionali di cui gode Tel Aviv pongono lo Stato ebraico nelle condizioni di non aderire alla conferenza indetta dall’ONU per la creazione di una zona mediorientale libera da armi nucleari, cui invece l’Iran partecipa. Lo autorizzano a tenere “200 bombe atomiche pronte al lancio su Teheran”, come confidato dall’ex segretario di Stato Colin Powell al suo partner d’affari e grande finanziatore del Partito Democratico Jeffrey Leeds in una e-mail scovata e pubblicata dal sito DcLeaks; gli permettono di produrre plutonio in quantità sufficienti a sviluppare ogni anno dalle dieci alle quindici bombe dalla potenza analoga a quella sganciata dalle forze aeree statunitensi su Nagasaki; gli consentono di fabbricare trizio, un gas radioattivo utile per le armi nucleari di nuova generazione come le mini-nukes impiegabili negli scenari bellici più ristretti, come ad esempio Gaza, o come gli ordigni neutronici, adoperabili in conflitti alle porte di casa perché capaci, grazie all’emissione di neutroni veloci, di garantire un elevatissimo grado di letalità, pur provocando un contenuto livello di contaminazione radioattiva.
Le indiscusse competenze tecnologiche acquisite nel corso dei decenni pongono l’industria bellica israeliana – che annoverà società di grande prestigio come la Elbit Systems, la Israel Aerospace Industries, la Israel Military Industries e la Rafael – nelle condizioni di ritagliarsi un ruolo di primissimo piano nel mercato mondiale delle armi. Composta da un misto di società sia private che statali, l’industria bellica israeliana assorbe oltre 50.000 impiegati e beneficia del rapporto di osmosi con colossi del complesso militar-industriale USA come la Lockheed Martin, che gli permette di riprodursi in maniera allargata, inserendosi sempre più addentro al sistema militar-tecnologico mondiale.
La forza di questo sistema ha consentito a Israele di accreditarsi nel 2012 come sesto esportatore di armi a livello mondiale, scavalcando colossi come la Cina e l’Italia.”

Da Israele. Geopolitica di una piccola, grande potenza di Giacomo Gabellini, Arianna Editrice, pp. 84-85

“Il clamoroso, enorme vantaggio competitivo accumulato dall’economia di guerra israeliana, in termini di ideazione, sviluppo e commercializzazione di dottrine tecnologiche militari, è perciò il risultato di un sistema radicato e istituzionalizzato di dominio, controllo e oppressione dei Palestinesi. Le aziende militari israeliane possono vantare una lunga esperienza nelle operazioni di contro-insurrezione, nella “lotta al terrorismo” e nella repressione delle manifestazioni, e di avere ideato, testato e perfezionato i propri prodotti sul campo di battaglia. Pertanto, i progressi delle esportazioni di armi sono legati alla crescente sofisticazione dei diversi tipi di produzione militare. Ogni operazione bellica funge sia da banco di prova per le nuove tecnologie militari, sia da vetrina per promuovere le vendite all’estero, rafforzando l’industria degli armamenti che, a sua volta, svolge un ruolo di primo piano nel sistema produttivo israeliano.”

Da Gaza e l’industria israeliana della violenza di Enrico Bartolomei, Diana Carminati e Alfredo Tradardi, Derive/Approdi, p. 192

25 anni dalla Guerra del Golfo. Stessa guerra, stesso bisogno di pace

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Il 16 gennaio, a 25 anni dall’inizio della Guerra del Golfo, varie forze anti-guerra manifesteranno a Roma e in altre città contro le guerre in corso.

Venticinque anni fa, nelle prime ore del 17 gennaio 1991, iniziava nel Golfo Persico l’operazione «Tempesta del deserto», la guerra contro l’Iraq che apriva la fase storica che stiamo vivendo.
Questa guerra, preparata e provocata da Washington, veniva lanciata nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, stavano per dissolversi il Patto di Varsavia e la stessa Unione Sovietica. Approfittando della crisi del campo avversario, gli Stati Uniti rafforzavano con la guerra la loro presenza militare e influenza politica nell’area strategica del Golfo.
La coalizione occidentale, formata da Washington, inviava nel Golfo una forza di 750 mila uomini, di cui il 70 % statunitensi, agli ordini di un generale USA. Per 43 giorni, l’aviazione statunitense e alleata effettuava, con 2800 aerei, oltre 110 mila sortite, sganciando 250 mila bombe, tra cui quelle a grappolo che rilasciavano oltre 10 milioni di submunizioni.
Partecipavano ai bombardamenti, insieme a quelle statunitensi, forze aeree e navali britanniche, francesi, italiane, greche, spagnole, portoghesi, belghe, olandesi, danesi, norvegesi e canadesi.
Il 23 febbraio le truppe della coalizione, lanciavano l’offensiva terrestre. Essa terminava il 28 febbraio con un «cessate-il-fuoco temporaneo» proclamato dal presidente Bush.
La Guerra del Golfo fu la prima guerra a cui partecipava, sotto comando USA, la Repubblica Italiana, violando l’articolo 11, uno dei principi fondamentali della propria Costituzione. I caccia Tornado dell’aeronautica italiana effettuarono 226 sortite, bombardando gli obiettivi indicati dal comando statunitense.
Nessuno sa con esattezza quanti furono i morti iracheni nella guerra del 1991: sicuramente centinaia di migliaia, per circa la metà civili. Alla guerra seguiva l’embargo, che provocava nella popolazione più vittime della guerra: oltre un milione, tra cui circa la metà bambini.
Subito dopo la Guerra del Golfo, gli Stati Uniti lanciavano ad avversari e alleati un inequivocabile messaggio: «Gli Stati Uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana» (Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, agosto 1991).
La NATO, pur non partecipando ufficialmente, in quanto tale, a quella guerra, mise a disposizione le sue forze e le sue strutture. Pochi mesi dopo, nel novembre 1991, il Consiglio Atlantico varava, sulla base della guerra del Golfo, il «nuovo concetto strategico dell’Alleanza». Nello stesso anno in Italia veniva varato il «nuovo modello di difesa» che, stravolgendo nuovamente la Costituzione, indicava quale missione delle forze armate «la tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario».
Nasceva così la strategia che ha guidato le successive guerre sotto comando USA – contro la Jugoslavia nel 1999, l’Afghanistan nel 2001, l’Iraq nel 2003, la Libia nel 2011, la Siria dal 2013 – accompagnate nello stesso quadro strategico dalle guerre di Israele contro il Libano e Gaza, della Turchia contro i curdi del PKK, dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, dalla formazione dell’ISIS e altri gruppi terroristi funzionali alla strategia USA/NATO, dall’uso di forze neonaziste per il colpo di stato in Ucraina funzionale alla nuova Guerra Fredda e al rilancio della corsa agli armamenti nucleari.
Su tale sfondo il Comitato No Guerra No NATO ricorda la Guerra del Golfo di 25 anni fa, nel massimo spirito unitario e allo stesso tempo nella massima chiarezza sul significato di tale ricorrenza, chiamando a intensificare la campagna per l’uscita dell’Italia dalla NATO, per una Italia sovrana e neutrale, per la formazione del più ampio fronte interno e internazionale contro il sistema di guerra, per la piena sovranità e indipendenza dei popoli.
Noi non mettiamo tutti sullo stesso piano. Questa guerra viene dall’Occidente. Il terrorismo viene dall’Occidente. La crisi mondiale viene dall’Occidente.
Tutti coloro che hanno firmato l’appello di questo comitato, e che ne condividono l’analisi e gli scopi, sono invitati a partecipare alla manifestazione romana del 16, e alle manifestazioni che verranno realizzate nei centri minori di ogni parte d’Italia, con queste precise posizioni. Noi chiediamo a tutti i cittadini italiani di unirsi a noi nella richiesta di un’Italia neutrale.
Comitato No Guerra No NATO

Fonte

Anche se noi ci crediamo assolti…

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“Com’è potuto accadere che tanta indifferenza, tanto silenzio, tanta volontaria o inconsapevole “ignoranza” abbiano pervaso la società da quando, negli anni ‘60 e ‘70, si radunavano folle di persone indignate per manifestare contro i crimini commessi in Vietnam, in Sud America, nei campi profughi palestinesi o contro il licenziamento di alcuni operai in FIAT? Di quali subdole armi ha potuto disporre il potere per stendere una spessa coltre sulla sensibilità e sulla capacità reattiva delle coscienze?
Privato della possibilità di immaginare il suo futuro prossimo e del senso di appartenenza al gruppo sociale, il comune cittadino, senza più riferimenti e impegnato in una lotta solitaria per una sopravvivenza dignitosa, si trasforma in facile preda del potere attraverso la manipolazione dell’informazione e la rappresentazione di una realtà spacciata per “obiettiva” e inconfutabile. Persino la storia può essere riscritta e i carnefici possono diventare le vittime. Impoverito nel suo senso critico e ricattato dal sistema economico globale, il singolo individuo diventa indifferente ai drammi e ai conflitti che lo circondano. Il suo silenzio, però, è un tacito consenso.
Il caso della Palestina è emblematico. La storia del dramma di quella terra è stata negata e stravolta. Da decenni, abdicando al suo ruolo, la cosiddetta “comunità internazionale” si è resa complice, se non parte attiva, dei crimini commessi. Chi ne ha riscritto la storia? E chi sono i complici?
Ho cominciato a scrivere le prime riflessioni per questo libro un anno dopo l’operazione militare israeliana ‘Piombo fuso’: si trattava, fino ad allora, di uno dei più atroci casi di sterminio di palestinesi, in grandissima parte civili, nella Striscia di Gaza, sostenuto da una massiccia campagna mediatica di capovolgimento della realtà. Nel contempo si stava avviando a conclusione una fase, iniziata nei primi anni ’90, in cui il cosiddetto terrorismo internazionale, di matrice mediorientale, prendeva a pieno titolo il posto dell’ ex Unione Sovietica nella casella del Male, del nemico n. 1 del mondo occidentale, una fase, anche qui, sostenuta da un’operazione globale mediatica di demonizzazione di una civiltà e dal conseguente dilagare di una islamofobia diffusa capillarmente.
La storia a volte si ripete. Un altro sterminio a Gaza, più devastante del precedente, con analoghe manovre di capovolgimento tra causa ed effetto e l’avvio di una nuova fase di campagna mediatica islamofobica, che si preannuncia meno semplice della prima, ma la cui funzione è sempre la stessa: legittimazione per nuove aggressioni militari.
Comprendere i meccanismi di manipolazione delle informazioni finalizzati a ottenere un consenso omologato, legato a quegli eventi e a quella fase storica, consente di riconoscere le stesse strategie di fondo messe in atto dal potere oggi.”
(Nota a cura dell’autore)

Anche se noi ci crediamo assolti…,
di Enrico Contenti
Zambon editore, pp. 336, € 12

La chiamano barbarie

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Le decapitazioni filmate di ostaggi occidentali in Iraq e di un escursionista francese in Algeria suscitano legittimamente un senso di orrore e una condanna senza appello. Sono uccisioni senza senso, opera di criminali malvagi al servizio di una ideologia deviante. Queste scene macabre seguono quelle altrettanto insostenibili di esecuzioni di massa di uomini disarmati. L’emozione generata da questo teatro delle crudeltà, viene tuttavia manipolata con freddezza dai media e dai politici in Occidente. La costante qualificazione della “barbarie” a opera di “barbari” risponde al desiderio di disumanizzare gli autori di queste atrocità. Espunti dalla civiltà, non rientrano più sotto la legge comune e non sono soggetti a leggi ordinarie. Si tratta per la propaganda bianca, in linea con i suoi usi e le tradizioni consolidate, di denunciare l’irriducibile barbarie “dell’altro”, presentato come un tutto indistinto per meglio sottomettere o sterminare, al di là dei criminali, un’intera società. Oppure, come nel caso dell’Iraq e della Siria, per distruggere degli Stati.
Questi assassinii sono rappresentati dagli organi di propaganda come atti irrazionali, quasi non umani, commessi da un’alterità radicalmente diversa. La propaganda si spinge ancora più a fondo, descrivendo queste atrocità come inerenti a una sfera etnico-religiosa: l’Islam, che nonostante le sfumature del linguaggio, sarebbe intrinsecamente pericoloso, quasi incomprensibile e sistematicamente opposto a un Occidente che, per essenza e definizione, ha valori umanistici definitivamente superiori a tutti gli altri.
In una fusione spudorata ma assunta senza discutere, i musulmani di qui e all’estero, sono sospettati di collusione “culturale” con gli assassini, e chiamati dai repressori del pensiero a dissociarsi pubblicamente dai crimini. Gli si ingiunge di approvare la nuova guerra medio-orientale dell’Occidente e il bombardamento vendicatore deciso dalla Civilizzazione.
Questi argomenti di una propaganda essenzialista, volta a demonizzare intere comunità, sono odiosi e ridicoli. Questa propaganda volta a stigmatizzare e colpevolizzare è tanto più inaccettabile quando viene da giornalisti-pubblici ministeri, molto ben posizionati, che se facessero bene il loro mestiere, avrebbero innescato una discussione sulla brutalità e sull’abuso di inedite proporzioni rivolto contro le popolazioni arabo-musulmani per decenni.
I giornalisti, che martellano l’opinione pubblica con la parola barbaro, cosa hanno scritto delle centinaia di migliaia di morti civili in Iraq, cosa hanno scritto sull’uso del fosforo bianco e sulle munizioni all’uranio impoverito contro le popolazioni civili? Chi tra questi modelli di Civiltà ha parlato del destino di decine di bambini malformati a Fallujah e altrove a causa dell’uso di armi proibite?
Si sono levate grida di indignazione da parte della stampa, quando la molto civile Madeleine Albright, ex segretario di stato americano, giustificava la morte di mezzo milione di bambini iracheni? Quale giornalista, della carta stampata o televisivo, ha protestato per il fatto che in questo paese dei diritti dell’uomo, criminali altrettanto sadici che quelli dello Stato Islamico, possono morire nel loro letto grazie alle amnistie e all’amnesia dello Stato?
Non c’è bisogno di tornare alle guerre coloniali condotte in nome dell'”Illuminazione” della generazione passata per riconoscere la stessa barbarie contemporanea, altrettanto indecente, che si ammanta dei valori della democrazia e dei diritti umani. Barack Obama, Nobel per la Pace, può condurre sette guerre dopo aver ricevuto un’onoreficenza che ha definitivamente perso ogni significato morale. Chi di questi mezzi di comunicazione menziona le decine di migliaia di vittime innocenti degli attacchi dei droni in tutto il mondo? La morte sotto i missili teleguidati e le bombe “intelligenti” di cinquecento bambini di Gaza? Non è questa una “barbarie”? I bombardamenti delle scuole gestite dalle Nazioni Unite sarebbero il danno collaterale di attacchi chirurgici. E’ vero che senza immagini e sepolte sotto la mistificazione e la complicità silenziosa dei giornalisti dell’informazione, decine di migliaia di morti delle guerre asimmetriche semplicemente non esistono. Meri dati statistici, i cadaveri straziati dei poveri e degli indifesi, non suscitano alcuna emozione.
Non vi è pertanto necessità di condurre una ricerca approfondita per scoprire che la realtà della “barbarie” è molto diversa da quella che la stampa vuole far credere. Non cercheremo qui di stabilire la genealogia politica del fanatismo islamico prodotto dalle monarchie del Golfo e armate dall’Occidente. Chi si ricorda dei missili francesi, delle armi inglesi e statunitensi generosamente fornite ai “mujaheddin afghani”, ieri combattenti per la libertà e talebani estremisti di oggi?
Le messe in scena di omicidi abietti in circostanze orribili da parte di psicopatici apolitici non possono in ogni caso essere una scusa per manipolazioni odiose. Il discorso sulla barbarie inflitto dalla propaganda, destinato a designare falsi nemici interni, si propone di mettere a tacere coloro che tra i musulmani in Europa denunciano le avventure militari in Medio Oriente. Si propone altresì di far dimenticare quelli commessi dagli alleati dell’Occidente. Questa agitazione intorno a una cosiddetta barbarie musulmana non riesce a nascondere la verità sanguinante di un occidente colonialista di ieri e imperialista di oggi, che assume senza discontinuità fin dal XIX secolo, le sue guerre eminentemente civili e molto sanguinose sul mondo arabo-musulmano. I criminali dello Stato Islamico hanno frequentato una buona scuola.
Nel consolidato dispositivo di preparazione psicologica dell’opinione pubblica, la barbarie degli altri è la giustificazione ultima della guerra. Tuttavia, le “guerre” contro il terrorismo, ingaggiate da decine d’anni, lungi dall’avere arginato il fenomeno, lo hanno generalizzato e complicato. Ci sono pochi dubbi, alla luce dell’esperienza, che il rifiuto di approcci politici e la fascinazione per la guerra manifestata dai leader occidentali, oltre a una regressione pericolosa del diritto internazionale produrrà una maggiore sovversione.
I primi e peggiori barbari sono tra noi.
Fondazione Frantz Fanon

(Fonte)

Giornalisti sotto attacco, gli ipocriti media dell’Occidente restano in silenzio

Eric Draitser per rt.com

La morte sospetta della giornalista nata negli Stati Uniti Serena Shim, e il silenzio assordante sulla storia negli Stati Uniti, è solo l’ultimo plateale esempio di doppio standard utilizzato dai media occidentali.
Shim, una 29enne giornalista americana di origine libanese, si stava occupando della guerra in essere in Siria, in particolare della battaglia in corso tra militanti ISIS e le forze curde nei pressi della città siriana di Kobani, dal confine turco-siriano. Shim stava viaggiando in un’auto a noleggio di ritorno al suo hotel dopo aver riferito dalla città turca di Suruc, vicino al confine con la Siria, quando l’auto sarebbe stata colpita da un veicolo pesante, uccidendo Shim.
Mentre le autorità turche hanno subito sostenuto che la sua morte è stata un incidente, molti in tutto il mondo, tra cui dirigenti e collaboratori anziani di Press TV – l’agenzia di stampa iraniana per la quale Shim stava lavorando – hanno espresso dubbi sulle circostanze della sua morte, descrivendole come “sospette”. Tali sospetti sono chiaramente fondati sul fatto che il presunto incidente è avvenuto solo un giorno dopo che Shim aveva espresso timori per la propria sicurezza, dopo aver ricevuto minacce di morte dai servizi segreti turchi (MIT). Continua a leggere

Kosovo e Ucraina: analogie e differenze

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Neil Clark per rt.com

Ci sono stati almeno due Paesi in Europa nella storia recente che hanno intrapreso operazioni militari “anti-terrorismo” contro “separatisti”, ma hanno ottenuto due reazioni molto diverse dalle élite occidentali.
Il governo del Paese europeo A lancia quella che definisce una operazione militare ‘anti-terrorismo’ contro ‘separatisti’ in una parte del Paese. Noi vediamo immagini sulla televisione occidentale di abitazioni che vengono bombardate e un sacco di persone in fuga. Gli Stati Uniti, il Regno Unito e le altre potenze della NATO condannano ferocemente le azioni del governo del Paese A e lo accusano di perpetrare ‘genocidio’ e ‘pulizia etnica’ e dicono che vi è una urgente ‘crisi umanitaria’. Politici occidentali e giornalisti dell’establishment ci raccontano che ‘bisogna fare qualcosa’. E qualcosa è fatto: la NATO lancia un intervento militare ‘umanitario’ per fermare il governo del Paese A. Il Paese A è bombardato per 78 giorni e notti. Il leader del Paese (che è etichettato come ‘il nuovo Hitler’) è accusato di crimini di guerra – e viene poi arrestato e inviato con un aereo della RAF per essere processato per crimini di guerra a L’Aia, dove muore, non-condannato, nella sua cella carceraria.
Il governo del Paese europeo B lancia quella che definisce una operazione militare ‘anti-terrorismo’ contro ‘separatisti’ in una parte del Paese. La televisione occidentale non mostra immagini, o almeno non molte, di abitazioni che vengono bombardate e persone in fuga, anche se altre emittenti televisive lo fanno. Ma qui gli Stati Uniti, Regno Unito e le altre potenze della NATO non condannano il governo, o lo accusano di aver commesso ‘genocidio’ o ‘pulizia etnica’. Politici occidentali e giornalisti dell’establishment non ci dicono che ‘bisogna fare qualcosa’ per impedire che il governo del Paese B uccida la gente. Al contrario, gli stessi poteri che hanno sostenuto l’azione contro il Paese A, sostengono l’offensiva militare del governo nel Paese B. Il leader del Paese B non è accusato di crimini di guerra, né è etichettato come ‘il nuovo Hitler’, nonostante il sostegno che il suo governo ha da gruppi nazionalisti estremi, della destra radicale, ma in realtà, riceve generose quantità di aiuti.
Chiunque difenda le politiche del governo nel Paese A, o in alcun modo contesti la narrazione dominante in Occidente viene etichettato come “negatore del genocidio” o un “apologeta dell’omicidio di massa.” Ma un tale obbrobrio non aspetta coloro che difendono l’offensiva militare del governo nel Paese B. Sono coloro che si oppongono alle sue politiche che vengono infangati.
Ciò che rende i doppi standard ancora peggiori, è che da qualsiasi valutazione oggettiva, il comportamento del governo nel Paese B è stato di gran lunga peggiore di quello del Paese A e che più sofferenza umana è stata causata dalle sue azioni aggressive.
Nel caso in cui non abbiate ancora indovinato – il Paese A è la Jugoslavia, il Paese B è l’Ucraina. Continua a leggere

Verso l’apocalisse?

CRETINETTE ITALIANo, se basta ignorare la Storia.

Adunque. L’Italia e l’Europa tutta in recessione. Guerre e stragi in Ucraina, in Siria, a Gaza, in Irak, in Libia e ovunque un marine USA abbia lasciato le sue impronte: persino Don Camillo Bergoglio dall’alto soglio pontificio intravede il terzo conflitto mondiale. Epperò nessuno sul convoglio che deraglia pensa a frenare, a cambiare binario, a sostituire il conducente, visto che non si può saltar giù su un pianeta devastato dai cambiamenti climatici. Ma Gaia, il pianeta vivente, sopravviverà – ha scritto Kurt Vannegut – perché eliminerà le sue tossine, gli esseri umani. Che è una gran bella soddisfazione.
Davanti all’apocalisse è d’uopo tornare al latino di Cicerone per smentirlo. “Mendaci neque quum vera dicit creditor.” Non è vero, perché il mentitore ormai non può essere creduto a prescindere, in quanto la verità non la dice neppure per sbaglio.
Eppure c’è qualcuno che gli crede, magari per disperazione, perché non sa più a quale santo votarsi, perché il falso è sempre meglio del vuoto spinto dove è scomparsa la sinistra. Già. Parliamo del Bel Paese che sta rapidamente diventando brutto a sua insaputa, sempre più piccolo ogni qual volta viene definito grande dalla sua classe cosiddetta dirigente. Parliamo del Bimbo di Pontassieve, come viene chiamato alle ‘ascine e a San Frediano, mezzo bischero e mezzo becero, reincarnazione di Michele di Lando del tumulto de’ Ciompi, che andò a ciompare, a rottamare le grandi corporazioni , finì con l’accordarsi con esse e venne “ciompato”. Nulla di male che cianci dalla mattina alla sera, che faccia promesse da realizzare in 60 giorni, poi in sei mesi, poi in tre anni.
Ha avuto predecessori più famosi ed infausti, come l’altro cavaliere del ventennio che parlava di otto milioni di baionette mentre non si arrivava a quella cifra con le forchette e i coltelli da tavola. Ma gli italiani sconfitti con quei coltelli da cobelligeranti si convinsero di aver vinto la guerra. Fino a due mesi fa avevano creduto agli ottanta sghei di Renzi, che poi sono scesi a sessanta e, tra quattro mesi, non lasceranno traccia nelle loro tasche o nell’economia nazionale perché privi di copertura. (Sì, meniamo gran vanto di appartenere a quella specie di uccelli della saggezza che sono i gufi).
I problemi veri per la nostra gente non sono le promesse mancate del consocio di Berlusconi, i problemi veri sono quelli dei guasti già apportati al sistema Italia, alla sua democrazia, al suo futuro.
Dalle riforme istituzionali, prima fra tutte quella del pasticciaccio brutto del senato, all’Italicum che con le modifiche in fieri al Nazareno va peggiorando di giorno in giorno, a quella della giustizia che già si delinea pro domo sua, e cioè di Silvio. E dopo mesi e mesi di silenzio sulla politica estera assistiamo ad un improvviso, vorticoso presenzialismo del Presidente del Consiglio su tutte le piazze; due ore a Bruxelles, dieci minuti al Cairo, venti minuti a Bagdad. Certo dal primo luglio dovrebbe rappresentare – andiamoci piano – anche l’Europa, ma cosa ci sta mettendo di suo Matteo Renzi? Poco o nulla che si discosti di un millimetro dal mattinale dello Italian Desk, State Department, USA: migliaia di vecchi mitragliatori sovietici confiscati nell’ex-Jugoslavia ai Kurdi, aviogetti da addestramento e da combattimento Aer-Macchi ad Israele, un contributo tutto italiano alle stragi dei civili a Gaza (nessuna risposta in parlamento all’interpellanza SEL sulla necessità di sospendere queste ed altre forniture di armi per un valore di ottocento milioni di dollari al governo di tel Aviv). E poi un’adesione incondizionata alla guerra finanziaria e commerciale scatenata dagli Stati Uniti contro la Russia che costerà al nostro paese decine di migliaia di posti di lavoro. Gran Bretagna e Germania hanno aderito a queste sanzioni, ma dilazionandole nel tempo e dopo dibattiti ai Comuni e al Bundestag sui loro costi reali che diventeranno astronomici se colpiranno il settore energetico.
Silenzio invece nel nostro parlamento su questo tema, lo stesso silenzio che sta accompagnando una apparente preliminare adesione italiana al TTIP, il trattatato commerciale transatlantico discusso in questi giorni a Bruxelles, fortemente voluto dagli Stati Uniti, e destinato ad apportare il colpo di grazia alla vacillante economia del nostro paese.
Basta tutto questo ad evocare incubi da apocalisse? Lo temiamo, perché se si ripete in farsa, la storia, ignorata, si trasforma in tragedia. Alla fine dell’ottocento il neo-liberismo, l’abbattimento delle tariffe, il prepotere delle importazioni dagli USA, gli accordi sottoscritti da primi ministri britannici, da Bismark e da Cavour – “Jesus Christ is free trade, and Free Trade is Jesus Christ” – portarono alla disoccupazione di massa, alla recessione ed alla prima guerra mondiale. Negli anni venti l’ossessione per il pareggio dei bilanci, e non le guerre commerciali, produsse il crash del 1929 – 1930 e il tardivo ricorso a Keynes non bastò a risollevare completamente l’America di Roosevelt dalla recessione. Bastò invece lo sforzo bellico che accompagnò l’entrata in guerra degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale.
Sarebbe bello, da smemorati di Collegno, affidarsi alla farsa e non credere alla tragedia.
Lucio Manisco