Far guerra alla Russia, un gasdotto alla volta

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Eric Draitser per rt.com

Mentre la politica umana della crisi in Ucraina guadagna tutti i titoli dei giornali, è la politica del gas che in molti modi si trova nel cuore del conflitto.
Infatti, la questione energetica non solo ha fatto da cornice a gran parte delle dimensioni economiche della crisi, ha rivelato le divisioni profonde che esistono tra l’élite politica e degli affari in Europa che, nonostante il proprio bluff e la spacconeria sulle azioni della Russia in Ucraina e l’espansione delle sanzioni, capisce abbastanza chiaramente che la Russia è parte integrante del futuro economico dell’Europa.
Tuttavia, questo non ha fermato l’Occidente e i suoi agenti e clienti in Europa orientale dal tentativo di minare la posizione economica strategica della Russia attraverso una varietà di mezzi. Dal deragliamento dei negoziati sulla costruzione di condotti all’utilizzo di governi fantoccio come un cuneo tra Mosca e l’Europa, gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno tentato di minare la posizione economica e strategica della Russia a riguardo dell’infrastruttura di distribuzione del gas, rafforzando contemporaneamente la propria. Continua a leggere

La Gabanelli come Montanelli

“Ritardi con ENI”? Specula su ENI, semmai!, di Filippo Bovo

La puntata di Report andata in onda su Rai Tre domenica scorsa, il 16 dicembre, avente il titolo “Ritardi con ENI”, ha tutta l’aria d’essere l’ennesimo programma dai contenuti speculatori e denigratori nei confronti di quella che è una delle più importanti multinazionali italiane, azienda strategica per il nostro paese e che certamente fa gola alla concorrenza, esattamente come sempre alla concorrenza fanno imbestialire i suoi noti successi in campo internazionale.
Guardando una puntata come quella di domenica scorsa, dovremmo prima di tutto domandarci a chi possano giovare i risultati che essa finisce per avere sull’opinione pubblica italiana. Cui prodest? Come recita il blog “Petrolio”: “Non mi fido più del programma Report. Ho la sensazione che stia usando la sua credibilità acquisita in anni di approfondimento di scandali, per far passare la linea del governo Monti/troika presso il pubblico televisivo più accorto e più informato. Pubblico che berrà come vangelo ciò che viene affermato a Report e lascerà così orientare le proprie opinioni” e ancora: “Ora, sia ben chiaro: so perfettamente che l’ENI, come tutte le compagnie petrolifere, ha più scheletri di un cimitero; ne ho parlato varie volte, beccandomi anche richieste di smentita dai dirigenti. Anni fa questo blog era persino censurato negli uffici ENI. Ma usare i vergognosi rapporti USA usciti via Wikileaks (di cui ho parlato qui), per attaccare l’ENI in un momento in cui mille avvoltoi puntano ad acquisire la nostra compagnia nazionale, è quantomeno sospetto”.
Ed infatti, partendo proprio da un cable dell’allora ambasciatore USA in Italia Ronald Spogli, ecco subito venir messi sotto la lente i rapporti tra Italia e Russia al tempo del governo Berlusconi, rapporti che avevano ed hanno proprio nell’ENI il loro fulcro principale. Si parla di Antonio Fallico, di Marcello Dell’Utri (in questo caso con una frecciatina diretta anche al Venezuela chavista e alla compagnia petrolifera venezuelana PDVSA: dopotutto anche loro sono sgraditi, sgraditissimi ai nostri padroni d’Oltre Oceano e all’intellighenzia liberal nostrana) e dei contratti “take or pay”, giudicati troppo onerosi per il nostro paese e scandalosamente vantaggiosi per russi e kazaki. Andando avanti, Report non può non citare la vicenda di Kodorkowsky e della sua Yukos, che Gazprom ed ENI si spartiscono mentre l’oligarca evasore fiscale, presentato come “oppositore di Putin”, finisce giustamente in galera.
Non manca neppure l’intervista al solito analista della solita banca d’affari, che mette in guardia i paesi europei dal fare affari con la Russia e dipendere da essa per i propri bisogni energetici: un pericolo, una minaccia. Meglio, è sottointeso, andare a scortare inglesi e americani nelle loro guerre di rapina coloniale in Iraq, in Libia, e prossimamente, chissà, anche in Iran e chi più ne più ne metta.
Insomma, la solfa è sempre la solita: l’ENI ha la colpa d’avere una vera politica estera, quella politica estera che nella loro storia i governi italiani non sempre sono riusciti ad avere. E’ una politica estera indipendente dagli interessi di Washington e di Bruxelles e per questo da punire, impedire e scoraggiare. Non sono ammissibili rapporti con paesi come la Russia, il Kazakistan, la Libia pre 2011 e così via. Non è nemmeno ammissibile che lo Stato continui a possedere il 30% delle azioni dell’ENI: meglio sarebbe svenderle alla concorrenza, per esempio alla Total o a qualcun altro del genere.
Insomma, l’Italia dev’essere una colonia: per chi la pensa diversamente ci sono le forche caudine di Report.

Fonte

[Sugli attacchi atlantisti all’ENI e al suo fondatore Enrico Mattei, si veda qui]

Enrico Mattei, fondatore dell’ENI – resoconto e video del convegno

L’incontro-dibattito dedicato a Enrico Mattei si è aperto con il saluto telefonico dell’ing. Franco Francescato, rappresentante dell’Associazione Pionieri e Veterani ENI nonché coordinatore del Comitato Promotore per il 50° Anniversario della scomparsa di Enrico Mattei.
L’ing. Francescato ha ricordato l’importanza dell’opera di Enrico Mattei e le iniziative che l’Associazione Pionieri e Veterani ENI metterà in campo quest’anno per ricordarlo e per trasmettere l’esempio del suo straordinario impegno alle giovani generazioni, anche quelle che lavorano in ENI, che purtroppo conoscono poco la storia di Mattei e il contributo da lui dato allo sviluppo dell’Italia.
L’ing. Francescato, dopo essersi espresso contrariamente allo scorporo di SNAM da ENI voluto dall’attuale governo, si è congratulato per l’iniziativa, auspicando future collaborazioni con l’Associazione Pionieri e Veterani ENI, soprattutto in un anno così importante come il 2012, cinquantesimo anniversario della tragica scomparsa di Mattei.

A seguire, ha preso la parola il dott. Stefano Vernole, redattore di “Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici.
Facendo ampio ricorso ai documenti ufficiali delle ambasciate inglesi e del Governo di Sua Maestà riportati da Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella nel loro libro “Il golpe inglese”, il dott. Vernole ha messo in evidenza la minaccia che Mattei rappresentava per gli interessi britannici e come l’Inghilterra, per tutelarli, sia ricorsa a tutti i mezzi a sua disposizione, compresa l’azione dei suoi servizi segreti. La minaccia più sentita da Gran Bretagna e Stati Uniti era costituita dai rapporti petroliferi e diplomatici che Mattei andò intrecciando con l’URSS e con la Cina maoista, spostando gradualmente l’Italia su posizioni neutraliste sempre più distanti dalla NATO, una deriva assolutamente intollerabile dal punto di vista anglo-statunitense.
Il dott. Vernole ha concluso il suo intervento evidenziando il persistere nel tempo dell’ostilità anglo-statunitense nei confronti dell’ENI, come dimostrano, tra gli altri, i messaggi confidenziali del 2008, recentemente rivelati da Wikileaks, dell’allora ambasciatore USA in Italia Ronald Spogli. Da questi emerge la contrarietà dell’amministrazione statunitense per i rapporti preferenziali coltivati con la Russia di Putin, che hanno permesso alla Gazprom di penetrare in Africa attraverso gli accordi dell’ENI con la Libia di Gheddafi e l’Algeria.
Pur essendo l’ENI di oggi lontano anni luce dal quel “Cane a sei zampe” sputafiamme, capace di sfidare le “Sette Sorelle” sotto l’audace guida del suo fondatore, essa continua a rappresentare una spina nel fianco per gli interessi anglo-statunitensi ogniqualvolta guarda a Est e a Sud in modo autonomo e conforme agli interessi nazionali.

A seguito dell’intervento del dott. Vernole, è stato proiettato un estratto video dello spettacolo teatrale dell’autore e attore Giorgio Felicetti “Mattei. Petrolio e fango”. Nell’introduzione all’incontro, i promotori avevano spiegato come nelle intenzioni originarie dell’associazione ci fosse quella di patrocinare l’allestimento dello spettacolo in questione presso un teatro cittadino ma, non avendo trovato la disponibilità in tal senso da parte di nessuno degli interlocutori interpellati, l’associazione si era decisa a organizzare comunque un’iniziativa per ricordare degnamente la figura di Enrico Mattei.
Particolarmente significativi sono i passaggi della rappresentazione teatrale che ricostruiscono magistralmente gli anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, durante i quali Mattei, contro tutti e tutto – i poteri forti internazionali come USA e Gran Bretagna e i poteri forti interni come Enrico Cuccia e le “sacre” famiglie del capitalismo italiano – ha caparbiamente operato per risollevare le sorti dell’AGIP e poi edificare con l’ENI la più grande azienda italiana, impegnata per lo sviluppo dell’Italia, del Vicino Oriente e del Nord Africa, dando vita a una forma di capitalismo compatibile con la solidarietà e l’anticolonialismo. Un video promozionale dello spettacolo di Giorgio Felicetti è consultabile su youtube.

Stante l’assenza dell’ultimo minuto del professor Nico Perrone, trattenuto a Bari da un forte attacco influenzale, è quindi intervenuto Claudio Moffa, docente presso l’Università di Teramo e direttore del “Master Enrico Mattei”. Il lungo e denso intervento del prof. Moffa, il quale ha toccato diversi aspetti della vita e dell’opera di Mattei, e il successivo botta e risposta con il pubblico sono disponibili integralmente sul canale video dell’associazione Eur-eka.

Alto tradimento?

Premesse e retroscena della guerra di aggressione alla Libia

Se si intende portare alla luce specifica e somma delle complicità politiche e istituzionali che hanno affiancato i poteri forti del Bel Paese per regalarci una nuova guerra di aggressione, questa volta alla Jamahiriya, occorre partire dal 17 Aprile 2008 quando atterra in Sardegna, all’aeroporto di Olbia, l’Ilyushin 96-300 di Vladimir Putin.
Il premier russo arriva da Tripoli dove è stato graditissimo ospite di Gheddafi. Hanno parlato di nuovi, imponenti investimenti della Russia, di assistenza tecnica nell’estrazione di energia fossile, di concessioni petrolifere e dello sfruttamento del giacimento “Elephant“ che si sta rivelando il più gigantesco e promettente dell’intero asset della Libia, potenzialmente capace di rimpolpare da solo, per decine di anni, le già larghe capacità di esportazione di greggio del Colonnello.
L’accordo con Gheddafi prevede anche una consistentissima fornitura di armi, capaci di rendere la Jamahiriya lo Stato militarmente più forte nel continente africano dopo Egitto e Unione Sudafricana e appena qualche spanna sotto l’Algeria di Bouteflika.
La lista comprende batterie di micidiali missili antiaerei-antimissile S-300 Pm 2, gli altrettanto efficaci Thor M1-2 antiaerei-anticruise, 30-35 cacciabombardieri Sukhoi-30, un numero non precisato di carri da battaglia T-90 e un “upgrade” per T-72. Per un acquisto, iniziale, di 3.5-4 miliardi di dollari.
Fonti indipendenti accrediteranno la trattativa andata a buon fine anche nei numeri.
Con le sole dotazioni di batterie mobili di S-300 e Thor, Gheddafi avrebbe neutralizzato qualsiasi capacità della “Coalizione dei Volenterosi” di attaccare dall’aria la Jamahiriya e costretto gli USA a porre in campo, per mesi, nel Mediterraneo un grosso e dispendioso dispositivo di forze aereo-navali, mettendo peraltro in conto perdite “non sopportabili” senza ricorrere al meglio della sua tecnologia aerea come gli F-22.
Cacciabombardieri “stealth” che gli USA possiedono in un numero limitato per strikes contro “Stati canaglia” in possesso di centrali o armamento atomico come Iran, Corea del Nord e Pakistan.
Putin, in quell’occasione, assicura a Gheddafi che il pacchetto ordini sarà evaso in un arco di tempo di 4-5 anni.
Per rendere le batterie mobili pienamente operative sia a lungo raggio (120-200 km) che a breve (6- 12 Km), integrate da radar di sorveglianza e di tiro, occorrerà un bel po’ più di tempo. Addestrare dei piloti al combattimento aereo con cacciabombardieri di ultima generazione, oppure a “vedere” e “colpire” jets o missili in avvicinamento, sarà un lavoro duro.
L’addestramento del personale libico è sempre stato laborioso e spesso ha dato, in passato, risultati modesti anche con “istruttori“ italiani impegnati a far familiarizzare gli “utenti” con vettori jet ampiamente meno sofisticati di un Sukhoi-30 e di un Mig-35.
Il salto di professionalità che sarà richiesto alle forze armate libiche non potrà non essere severo.
Rafforzare l’alleanza con la Libia consentirà a Mosca di fare ottimi affari e di rientrare in gioco nel Mediterraneo centro-occidentale.
E’ un progetto che non potrà essere portato a termine. Continua a leggere

Uno che se ne intende

kossiga

(…)
Potrebbe non bastare, c’è chi sospetta che l’intrigo abbia ormai dimensioni internazionali.
La questione è seria, ma di un’operazione del genere sarebbero capaci solo pochi Stati. Vediamo: la Francia non può essere stata perché ha bisogno dell’Italia per contrapporsi agli Stati Uniti; la Federazione russa neanche, perché Putin ha un eccellente rapporto con Berlusconi; Israele non ne avrebbe interesse, e comunque non fa operazioni di disinformazione ma solo omicidi mirati…
Dunque, non resta che…
Non resta che l’America. E’ infatti noto che Obama non ama l’Italia e non mi meraviglierei che disertasse pure il G8.
Non amare l’Italia le pare un motivo sufficiente?
Se ha ragioni concrete, sì. La principale riguarda l’evidente asse politico che lega Berlusconi a Putin e l’accordo miliardario appena sottoscritto dall’ENI con Gazprom per la costruzione di un colossale gasdotto che approvvigionerà l’Italia e l’Europa.
Iniziativa che intacca gli interessi americani?
Sì, perché rafforza Putin e penalizza fortemente il gasdotto che passa per l’Ucraina, sul quale gli Stati Uniti hanno una sorta di egemonia di fatto.
Altre ragioni di inimicizia?
Ci sono, e sono sempre legate alla politica estera ed energetica. Ne dico due: Berlusconi è amico di Gheddafi ed ha firmato un trattato in base al quale l’Italia non concederà le proprie basi militari in caso di attacco alla Libia; l’Italia, a differenza degli Stati Uniti, è interessata a mantenere buoni rapporti con l’Iran.
Insomma, abbiamo individuato il burattinaio.
Ma no, affatto. L’avremmo individuato se non fosse che Obama è un noto pacifista e se non avesse ordinato agli agenti della CIA di sospendere l’attività di intelligence per dedicarsi unicamente al gioco del golf e del baseball.

Da Ho spiegato al Premier l’intrigo contro di lui. Intervista a Cossiga: “Pesta i piedi agli USA”, di Andrea Cangini, “Il Giorno/Il Resto del Carlino/La Nazione” di sabato 30 maggio 2009.