Grecia: ieri, oggi e domani

Due commenti sull’esito del referendum greco e i possibili sviluppi futuri.

FALLITO IL TENTATIVO DI ROVESCIARE IL GOVERNO TSIPRAS
Da Gabriel a Schultz, da Dijsselbloem a Hollande: “Wer hat uns Veraten? Sozial Demokraten!”. Tutti d’accordo: il debito ellenico non è sostenibile. Tutti d’accordo: continuiamo a trarne profitti fino al “Grexit”.

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Il No greco in sintesi: è fallito il tentativo di rovesciare il governo Tsipras. Le concause: la austerity, il contagio di Syriza, Podemos, l’anti-europeismo delle destre estreme e, prevaricante su ogni altro sviluppo passato, presente e futuro, il ruolo di dominatrix di Frau Merkel. Il corollario scontato: il tradimento dei socialdemocratici.
Potremmo chiudere qui le nostre conclusioni sulla tragedia del popolo greco (posto oggi davanti a due alternative il Grexit o un’emorragia terminale), se l’informazione USA ed Europea non avesse ignorato e travisato i fatti.
Primo tra tutti: Syriza delenda est.
L’avvento di un governo socialista nel cosiddetto concerto d’Europa è stato immediatamente giudicato incompatibile con gli orientamenti e le direttive dell’Unione non solo dai suoi governi conservatori, ma anche e soprattutto da quelli del centro-sinistra. Il 2 febbraio, a poche settimane dall’esito elettorale in Grecia, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble dichiarava che le proposte di Tsipras e Varoufakis erano “incomprensibili”, dieci giorni dopo rincarava la dose: erano “inesistenti”. Comprensibile la presa di posizioni del ministro laureato in legge e non in economia: non si era mai seduto ad un tavolo con degli economisti che volevano introdurre il sociale nell’economia capitalista, neo-liberista, del libero mercato e del sistema bancario. Non ne comprendeva il linguaggio, la filosofia, l’etica della difesa degli interessi primari dei popoli. Tra aprile e giugno il bersaglio principale non solo della Germania, ma di quasi tutti i paesi “virtuosi” o costretti a diventare tali, era uno solo, Yanis Varoufakis, professore di economia nelle università europee, americane ed australiane, autore, prima ancora di diventare ministro delle finanze, della più brillante, convincente ed aggiornata revisione della critica dell’economia di Karl Marx. Incompetente, ignorante, velleitario, offensivo, intrattabile erano gli epiteti a lui rivolti da questo o quell’esponente dell’Eurogruppo e facevano loro eco i mass media americani ed europei (eccelleva tra tutti la rete televisiva tedesca “Die Erste”: è un fanatico, porta la camicia di fuori, ha una moglie bella e ricca, ha un appartamento sontuoso con vista sull’Acropoli). L’odio sconfinava nell’orrore per tutti i componenti del governo di Atene. Richiamava alla memoria la Tosca di Magni con Monica Vitti, il commento in Vaticano sulla vittoria di Marengo: “Mamma, li giacobini”.
Buon ultima, ma non meno vetriolica Christine “le foulard” Lagarde del FMI che definiva “irricevibile” la proposta greca di rinviare di 30 giorni il pagamento di una rata di circa un miliardo e mezzo di dollari del debito e proclamava con un anticipo statuario di 25 giorni il default “automatico” di Atene. E tutti i mass media naturalmente uniti nell’ignorare il ruolo dell’Amministrazione Obama che disponendo della più alta quota del Fondo ne controlla ogni passo o iniziativa (il predecessore della Lagarde, Dominique Strauss-Kahn, da buon socialista, aveva provato a liberarsi del giogo di Washington ed era stato fatto fuori con gli scandali bene orchestrati da Sarkozy e dallo FBI). L’ostilità malcelata di Obama era scattata con il veto posto dal governo Tsipras alle nuove sanzioni contro la Federazione Russa per la crisi ucraina ed aveva fatto uso ed abuso del Fondo Monetario Internazionale dopo i contatti di Atene con Mosca e gli accordi sul nuovo gasdotto. Solo Walter Veltroni in un articolo sulla nuova Unità attribuisce il compito di mediatore al Presidente e lo invita a telefonare a tal fine al presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, che non ha bisogno di telefonate in quanto anticipa i diktat di Barack e di Angela, ad esempio interferendo con le prassi democratiche e sovrane di un popolo ingiungendo ad esso di votare per il sì.
Desolante, ma non sorprendente il comportamento dei socialdemocratici tedeschi ed europei in genere: da Gabriel a Schultz, da Dijasselbloem a Hollande – non parliamo di casi pietosi come quello di Matteo Renzi – che allineati e coperti hanno prestato man forte ad Angela Merkel. Il richiamo storico al voto socialista tedesco favorevole al finanziamento della Prima Guerra Mondiale del Kaiser è inevitabile. Oggi come allora riecheggia l’urlo della protesta: “Wer hat uns veraten? Sozial-Demokraten!”. Chi ci ha tradito? I socialdemocratici!
E’ fallito dunque il “golpe bianco”, il colpo di stato “democratico” per rovesciare il governo di Atene e data la mobilitazione popolare sul No, appare per il momento improbabile un nuovo ricordo ai colonnelli. Crescono l’isterismo collettivo e il panico pretestuoso per la minacciata fine dell’Euro e dell’Unione Europea, presupposti di ulteriori punizioni dei reprobi greci. I “reprobi”, purtroppo, verranno ulteriormente puniti: il “debito insostenibile” da tutti riconosciuto, diventerà più insostenibile, BCE e FMI dopo qualche blanda misura di breve termine, daranno un altro giro di vite alla garrote, svolazzano già nell’aer cupo idee come la doppia valuta, o di un Grexit pilotato o addirittura come quella oscena di Schultz di aiuti umanitari dei governi dell’UE.
E naturalmente la Merkel con Hollande “bagaglio a mano” annunzia a Parigi (dopo le dimissioni di Varoufakis) che la porta del negoziato rimane aperta: sembra la stessa posizione dei Governi Likud israeliani verso i palestinesi, siamo pronti a negoziare e intanto li bombardiamo.
Non è detto che abbiano partita vinta: sacrifici sì, ma ci sono altre carte da giocare per Atene. Dagli anticipi russi sui proventi del nuovo gasdotto che assicurino pro-tempore la liquidità, alla cooperazione sui traffici marittimi con la Repubblica Popolare Cinese e poi il coraggio creativo della speranza che potrà contagiare i popoli europei e modificare l’ottusa intransigenza dei loro governi.
Lucio Manisco

COME COLPIRA’ L’IMPERO

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Va bene, adesso che abbiamo festeggiato il bellissimo “NO!” greco alla plutocrazia europea, dobbiamo tornare nuovamente con i piedi per terra e valutare le opzioni a disposizione dell’Impero. O meglio, l’opzione (singolare) dell’Impero.
L’Impero è estremamente prevedibile. E’ da libro di testo l’esempio greco di come l’Impero strangoli una nazione con il debito attraverso le banche, crei una classe dirigente “compradora”, tramuti i media nazionali in strumenti di propaganda imperiale e tenti di bloccare completamente ogni processo democratico trattando esclusivamente con la classe dirigente. Per una sorta di miracolo, quest’ultima fase nel caso della Grecia non si è verificata.
Potrei sbagliarmi, ma la mia sensazione è che l’Impero non ha mai preso troppo sul serio il fenomeno Syriza o, se lo ha fatto, lo ha fatto troppo tardi. Per quanto riguarda Tsipras e Varoufakis, essi sono rimasti sorpresi probabilmente quanto tutti noi quando sono stati improvvisamente “promossi” da capi di un partito del 5% a leaders dell’intera nazione greca. Ho anche la sensazione che nè Tsipras nè Varoufakis si aspettassero quel vero e proprio tsunami che si è scatenato con questo referendum. Qualunque sia il caso, quel che è fatto è fatto e, nonostante tutto l’orrore provato dagli Euroburocrati, il popolo greco ha fatto sentire la sua voce e così all’Impero, attualmente è rimasta un’unica opzione: cooptare o rovesciare il governo greco, quella delle due che funziona meglio.
La mia opinione strettamente personale è che sia troppo tardi per cooptare il governo. Inotre, sia Tsipras che Varoufakis sono diventati due figure talmente odiate dagli Euroburocrati che il loro rovesciamento è probabilmente l’opzione preferita.
Sembra che questo processo sia già in atto. Varoufakis, che solo ieri diceva ad un reporter “non vi libererete di me” ha già dato le dimissioni. Per quanto riguarda Tsipras, sembra che stia implorando per aprire trattative. Spero di sbagliarmi, ma sono abbastanza scettico su quanto ho visto fin’ora.
Un’altra rivoluzione colorata in vista?
L’esempio di Gheddafi mostra chiaramente come un leader nazionale possa arrendersi e sottomettersi completamente agli Anglo-Sionisti e tuttavia essere rovesciato. La mia opinione è che, per quante concessioni faccia Tsipras, queste non gli saranno sufficienti per mantenere il potere. Ha umiliato gli Euroburocrati e loro non lo perdoneranno. L’unica soluzione logica per l’Impero è quella di fare della Grecia un esempio.
Non importa come, ma per la Grecia si prospettano tempi estremamente difficili, sia politicamente che economicamente. Abbiamo visto recentemente come una nazione, in questo caso l’Armenia, possa essere facilmente “punita” per aver osato disobbedire ai diktat imperiali. Penso che attualmente la Grecia sia una nazione molto più debole e fragile dell’Armenia. Primo, tedeschi e americani mandano più o meno avanti, e anche possiedono, la baracca. Secondo, un terzo abbondante della nazione voleva accettare i termini dell’ultimatum richiesto dalla plutocrazia transnazionale. Terzo, la Grecia è circondata su tutti i lati dalla NATO e da zone di instabilità. Quarto, tutti i media della nazione sono in mano agli Anglo-Sionisti. Quinto, alla Grecia mancano risorse naturali ed un valido mercato al di fuori dell’Unione Europea.
A differenza di altri, io non temo troppo l’esercito greco. Certo, questo di solito si schiera dalla parte delle elites “compradore”, ma l’ultima cosa che l’Unione Europea vuole è un’altra giunta militare fascista al potere in una nazione europea. Inoltre, la reazione del popolo greco ad un colpo di Stato allo scoperto potrebbe essere molto imprevedibile. Penso che lo scenario più probabile che possa svilupparsi sia quello di un Maidan greco, seguito dall’accusa di brutalità da parte della polizia e da tutto quello che capita nelle tipiche rivoluzioni colorate. Alla fine della fiera, quello che succederà dipenderà in larga misura dall’atteggiamento che assumeranno Tsipras e il suo partito: se cercheranno di compiacere gli Euroburocrati, se faranno infinite concessioni e se agiranno come leali “Europatrioti”, allora saranno schiacciati. Ma se si appelleranno direttamente al popolo greco e gli spiegheranno che questa è una lotta di liberazione nazionale e che quello di cui loro hanno bisogno è sostegno popolare, aiuto e protezione, allora potrebbero anche vincere, specialmente se scegliessero di affrancarsi dall’Eurozona e chiedessero aiuto all’Unione Economica Euroasiatica o alla Cina. Spero di sbagliarmi, ma non ce lo vedo Tsipras osare qualcosa di così drammatico. Questo è perché io prevedo una rivoluzione colorata prossimamente.
Lo sapremo anche troppo presto.
The Saker

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Davanti al bivio greco

Creare le condizioni per la caduta del governo di A. Tsipras è il modo indiretto con cui Stati Uniti e UE preferiscono influenzare le rotte energetiche del futuro attraverso i Balcani…

“Anche se la crisi del debito è un problema da ben prima che il Balkan Stream fosse concepito, ora è intimamente intrecciata al dramma della nuova Guerra Fredda energetica nei Balcani. La Troika vuole costringere Tsipras a capitolare sull’accordo del debito impopolare che sicuramente comporterebbe la rapida fine della sua premiership. In questo momento, il principale fattore che lega il Balkan Stream alla Grecia è il governo Tsipras, ed è interesse di Russia e mondo multipolare vederlo rimanere al potere fin quando il gasdotto sarà fisicamente costruito. Qualsiasi cambiamento improvviso o inatteso della leadership in Grecia potrebbe facilmente mettere in pericolo la sostenibilità politica del Balkan Stream e costringere la Russia a fare affidamento sull’Eastring, ed è per queste ragioni che la Troika vuole imporre a Tsipras un dilemma inestricabile. Se accetta le condizioni attuali del debito, allora perderà l’appoggio della base e probabilmente inaugurerà elezioni anticipate o cadrà vittima di una rivolta nel suo stesso partito. Dall’altra parte, se rifiuta la proposta e permette il default della Grecia, allora la catastrofe economica risultante potrebbe por termine al supporto della base e por fine prematuramente alla sua carriera politica. Perciò la decisione del referendum nazionale sull’accordo del debito è una mossa geniale, perché assicura a Tsipras la possibilità di sopravvivere all’imminente tempesta politica-economica con risultati democraticamente ottenuti (che sembrano predire il rifiuto del debito e imminente default). Con il popolo dalla sua parte (non importa quanto ristretto), Tsipras potrà continuare a presiedere la Grecia attraversando il prossimo preoccupante periodo d’incertezza. Inoltre, la continua gestione del Paese e i rapporti personali con i leader dei BRICS (soprattutto Vladimir Putin) potrebbe portare ad estendere una qualche forma di assistenza economica (probabilmente dalla Nuova Banca per lo Sviluppo dei BRICS da 100 miliardi di dollari o un’altrettanto grande riserva valutaria) alla Grecia dopo il prossimo vertice di Ufa ai primi di luglio, a condizione che possa continuare la leadership fino ad allora. Pertanto, il futuro della geopolitica energetica dei Balcani attualmente si riduce a ciò che accade in Grecia nel prossimo futuro. Mentre è possibile che un primo ministro greco diverso da Tsipras possa far progredire il Balkan Stream, la probabilità è significativamente inferiore a un Tsipras che rimane in carica. Creare le condizioni per la sua rimozione è il modo indiretto con cui Stati Uniti e UE preferiscono influenzare le rotte energetiche del futuro della Russia attraverso i Balcani, quindi ecco perché tale pressione su Tsipras in questo momento. La sua proposta di referendum chiaramente li ha colti di sorpresa, dato che la vera democrazia è praticamente sconosciuta nell’Europa di oggi, e nessuno si aspettava che si rivolgesse direttamente ai suoi elettori prima di prendere una delle decisioni più cruciali del Paese degli ultimi decenni. Attraverso questi mezzi, può sfuggire alla trappola da Comma-22 che la Troika gli ha teso e così salvare anche il futuro del Balkan Stream.
C’è di più nella proposta del gasdotto Eastring di quanto appaia, da qui la necessità di svelarne le motivazioni strategiche per comprenderne meglio l’impatto asimmetrico. E’ chiaro che Stati Uniti ed UE vogliono neutralizzare l’aspetto geopolitico che il Balkan Stream avrebbe ampliando la multipolarità nella regione, il che spiega il loro mutuo approccio nel tentativo di fermarlo. Gli Stati Uniti alimentano le fiamme della violenza nazionalista albanese in Macedonia ostacolando la prevista rotta del Balkan Stream, mentre l’UE comodamente propone una rotta alternativa attraverso i Balcani orientali unipolaristi quale predeterminata ‘via d’uscita’ alla Russia. Le forze euro-atlantiche cospirano nel tentativo di rovesciare indirettamente il governo greco attraverso un’elezione programmata o colpo di Stato per rimuovere Tsipras, sapendo che tale mossa infliggerebbe un colpo grave e immediato al Balkan Stream. Anche se non è chiaro cosa alla fine accadrà a Tsipras o ai piani dei gasdotti della Russia, in generale è inconfutabile che i Balcani siano diventati uno dei principali e reiterati focolai della nuova guerra fredda, e la concorrenza tra mondo unipolare e multipolare in questo teatro geostrategico è solo agli inizi.”

Da Eastring vs Balkan Stream: la battaglia per la Grecia, di Andrew Korybko.

Giù le mani dall’Eritrea!

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“A inizio giugno, l’Alto Commissariato per i Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto travolgente sull’Eritrea. Secondo questo rapporto, il governo eritreo sarebbe “responsabile di violazioni flagranti, sistematiche e generalizzate dei diritti dell’uomo”. Il rapporto aggiunge che “queste violazioni potrebbero costituire dei crimini contro l’umanità”.
Ancora una volta, il rapporto si basa unicamente su delle testimonianze di rifugiati, dato che il governo eritreo ha rifiutato l’accesso alla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite. Un rapporto costituito a partire da sole testimonianze di richiedenti l’asilo non può essere affidabile. In effetti, per ottenere lo statuto di rifugiato politico, alcuni non esitano a mentire sulla propria nazionalità e a raccontare quello che il Paese di accoglienza vuole sentire. Tra i rifugiati eritrei, abbiamo così degli Etiopi che si fanno passare per quello che non sono pur di ottenere il diritto all’asilo. Nel 2013, due parlamentari francesi hanno consegnato al ministro dell’Interno un rapporto che condanna la pericolosa similitudine tra chi aspira allo statuto di rifugiato politico, e i migranti economici.
Per questi ultimi, delle reti mafiose che gestiscono i canali di passaggio verso l’Europa, propongono false testimonianze e dossier di persecuzione preconfezionati. Dopodiché, se certi ispettori dell’ONU fanno coraggiosamente il loro lavoro anche dovessere deludere le grandi potenze, altri non esitano a sacrificare sull’altare degli interessi politici, i compiti che dovrebbero svolgere in maniera oggettiva. Nel 2011 ad esempio, lo stesso Alto Commissariato per i Diritti dell’Uomo facilitava l’intervento della NATO denunciando la repressione in Libia a colpi di carri armati, elicotteri e aerei contro dei manifestanti pacifici. Oggi sappiamo che tali accuse erano completamente false. Ma miravano a fare pressione sul governo libico. La stessa cosa accade con l’Eritrea.

Chi vuole fare pressione all’Eritrea e perché?
Sul piano economico e politico, l’Eritrea è un sasso nelle scarpe del neocolonialismo occidentale.
L’Africa è un Eldorado per le multinazionali. È il continente più ricco… con le persone più povere! Ed ecco che un Paese africano dichiara e prova con la pratica che l’Africa non può svilupparsi che slacciandosi dalla tutela occidentale. Il presidente Afwerki è molto chiaro sulla questione: “Cinquant’anni e dei miliardi di dollari d’aiuti internazionali postcoloniali hanno fatto molto poco per far uscire l’Africa dalla povertà cronica. Le società africane sono diventate delle società di zoppi”. E aggiunge che l’Eritrea deve potersi tenere eretta sui suoi due piedi. Allora come tutti i leader africani che hanno tenuto questo genere di discorso contro il colonialismo, Isaias Afwerki è diventato un uomo da abbattere agli occhi dell’Occidente.

Il governo eritreo non facilita la campagna di demonizzazione rifiutandosi di accogliere la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite?
Bisogna capire quella che può apparire come un’attitudine chiusa. Prima di tutto, l’Eritrea si porta dietro un pesante contenzioso con le Nazioni Unite. Il Paese è stato colonizzato dagli Italiani. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la sconfitta di Mussolini, l’Eritrea avrebbe dovuto ricevere l’indipendenza, ma è stata annessa all’Etiopia contro la sua volontà. Il vecchio Segretario di Stato USA, John Foster Dulles, dichiarò all’epoca: “Dal punto di vista della giustizia, le opinioni del popolo eritreo devono essere prese in considerazione. Ciononostante, gli interessi strategici degli Stati Uniti nel bacino del Mar Rosso, e le considerazioni per la sicurezza e la pace nel mondo, rendono necessario che questo Paese venga attaccato al nostro alleato, l’Etiopia.” Questa decisione ha avuto delle conseguenze catastrofiche per gli Eritrei. Sono stati letteralmente colonizzati dall’Etiopia e hanno dovuto portare avanti una lotta terribile durata trent’anni, per ottenere la propria indipendenza.
In più, durante questa lotta, gli Eritrei hanno affrontato un governo etiope sostenuto a turno dagli USA e dall’URSS. Durante la Guerra Fredda, si faceva generalmente parte di un blocco o dell’altro. Ma non vi ritrovavate contro entrambe le due superpotenze dell’epoca! Questo lascia evidentemente dei segni. Ecco perché l’Eritrea oggi reputa di non avere nessuna responsabilità nei confronti dell’auto proclamata “comunità internazionale”. Difende ferocemente la sua sovranità per portare a buon fine la sua Rivoluzione. Non è tutto perfetto, evidentemente, e gli Eritrei sono i primi a riconoscerlo. Malgrado i risultati eccezionali per un Paese del genere in fatto di sanità, educazione, o sicurezza alimentare, tutti vi diranno con molta umiltà che c’è ancora molto da fare. Ma affinché l’Eritrea continui a progredire, la miglior cosa da fare è non voler decidere al posto degli Eritrei. È per questo che mi aggiungo alla piattaforma per interpellare le Nazioni Unite: “Giù le mani dall’Eritrea!”.”

Da Intervista a Mohamed Hassan: “Giù le mani dall’Eritrea!”, di Grégoire Lalieu.

[L’Eritrea resiste, ancora a testa alta!]

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L’impero americano implode sia in casa che all’estero

a testa in giù

John Wight per rt.com

Le crisi ed il caos che stanno ingolfando il Medio Oriente e l’Ucraina sono una prova del declino imperiale statunitense, mentre Washington impara la dura lezione che nessun impero dura per sempre.
Subito dopo la Guerra del Vietnam – la cui fine era stata accompagnata dal filmato in cui il personale USA e alcuni collaboratori vietnamiti venivano evacuati dal tetto dell’ambasciata statunitense a Saigon nel 1975 – gli Stati Uniti sono entrati in un lungo periodo di declino e incertezza ogniqualvolta fosse necessario intraprendere operazioni militari di rilievo.
Nonostante tutta la potenza distruttrice presente nei sui arsenali, i Vietnamiti hanno fatto apparire l’imperialismo americano come un gigante dai piedi di argilla. Il nome dato a questo periodo di ritirata in termini di “hard power” è stato “la sindrome del Vietnam” ed è durato dal 1975 al 1991, momento in cui gli Stati Uniti assieme ad una coalizione internazionale si sono avventurati nella Prima Guerra del Golfo per cacciare le truppe irachene dal Kuwait.
Stiamo testimoniando a un periodo simile di declino imperiale statunitense, per quanto riguarda l’incapacità di Washington di intraprendere operazioni militari di larga scala. Tutto ciò deriva dalle occupazioni fallite dell’Irak e dell’Afghanistan, le quali non hanno portato a null’altro che a uno scatenarsi del terrorismo e dell’estremismo nella regione e quindi, per estensione, nel mondo intero.
Le grandi risorse impiegate hanno ulteriormente messo in difficoltà la potenza imperiale di Washington, mentre la frammentazione della coesione sociale negli Stati Uniti stessi – testimoniata dai trattamenti brutali riservati ai poveri, agli immigrati e ai neri – raccontano di una società che è vicina all’implosione. A tal proposito i riferimenti agli anni ‘60 e ’70 sono chiari. Continua a leggere

Lo Spazio Economico Comune contro il TTIP e il TPP

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Benvenuto in Italia, Vladimir V.!

“Gli USA vogliono essere loro il centro di gravità in Eurasia. Essi temono che la UE possa gravitare verso lo “Spazio di Mezzo” e integrarsi con la Russia e l’Unione Eurasiatica. È nel contesto degli avvertimenti geopolitici di Brzezinski e dell’integrazione eurasiatica, che Washington teme una Russia forte, l’eurasiatismo e l’Unione Eurasiatica.
Le tensioni geopolitiche che Washington sta deliberatamente creando in Europa sono un tentativo di allontanare l’UE da Mosca, al fine di consentire agli USA di costruire il loro dominio in Eurasia. È la versione odierna del “Great Game”. Anche il monito di Brzezinski circa la rinascita dello “Spazio di Mezzo” (cioè la Russia e lo spazio postsovietico) concerne un’area che, unificandosi, diventerebbe “un’unica entità autorevole” (“an assertive single entity”), non un’entità “aggressiva”, che sarebbe una minaccia militare alla pace mondiale.
Washington vuole che la periferia occidentale (euro-atlantica) e quella orientale (Asia-Pacifico) si integrino con gli USA attraverso il Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) e il Trans-Pacific Partnership (TPP). L’Unione Eurasiatica ed ogni progetto di Spazio Economico Comune sono una minaccia per la fusione di queste zone con gli Stati Uniti d’America. Ecco perché gli USA non possono tollerare uno “Spazio di Mezzo” indipendente ed autorevole. Ecco perché Russia e Cina vengono demonizzate e prese di mira: Mosca viene presa di mira mediante l’instabilità che Washington ha aiutato a creare in Ucraina (ed anche per mezzo di una nuova ondata di russofobia in Europa), mentre Pechino viene presa di mira attraverso il cosiddetto “Pivot to Asia” militare. Ciò è avvenuto mentre gli USA destabilizzavano il Vicino Oriente. Le sanzioni contro l’economia russa, la caduta dei prezzi del petrolio sul mercato internazionale e la diminuzione del valore del rublo fanno parte di questo cubo di Rubik.
Lo Spazio Economico Comune è un’aspirazione ad una zona di scambio eurasiatico. Mosca e i suoi alleati dell’Unione Eurasiatica vedono lo Spazio Economico Comune come una struttura atta ad incorporare gradualmente altre regioni o blocchi eurasiatici. Il viceministro degli Esteri russo Vasilij Nebenzja lo ha confermato alla TASS in un’intervista pubblicata il 31 dicembre 2014. Nebenzja ha detto alla TASS che il governo russo vede l’obiettivo a lungo termine della cooperazione tra UE ed Unione Eurasiatica come “la base di uno spazio economico comune dall’Atlantico al Pacifico”.
Lo Spazio Economico Comune avrebbe inizio con l’Unione Europea e l’Unione Eurasiatica. Esso sarebbe l’embrione di un’area di commercio più ampia, che avrebbe la possibilità di comprendere il Patto del Libero Commercio Centro-europeo (CEFTA), l’Associazione Sud-asiatica per la Cooperazione Regionale (SAARC) e l’Associazione delle Nazioni del Sud-est Asiatico (ASEAN). Emergerebbe così un blocco sopranazionale strutturato per compartimenti.
Da un punto di vista russo, invece di assegnare priorità al TTIP con gli USA, ha più senso per la UE cercar di creare una struttura di cooperazione con l’Unione Eurasiatica. Questo punto di vista è stato espresso alla UE dall’ambasciatore russo Vladimir Cizhov, il quale, in un’intervista rilasciata all’EUobserver il 2 gennaio 2015, ha dichiarato che Mosca vorrebbe avviare contatti tra la UE e l’Unione Eurasiatica quanto prima possibile e che le sanzioni applicate dalla UE alla Russia non devono impedire il dialogo e il contatto fra i due blocchi. “Dovremmo pensare ad una zona di libero scambio che abbracci tutte le parti interessate in Eurasia”, ha detto l’ambasciatore, il quale ha anche detto che per la UE “il blocco guidato dalla Russia costituisce un interlocutore migliore degli USA”. La questione su cui la UE deve riflettere, secondo l’ambasciatore, è questa: “Credete che sia una cosa saggia spendere tanta energia politica per una zona di libero commercio con gli USA, quando avete accanto a voi, più vicini a casa vostra, degli alleati più naturali?””

Da La guerra su più fronti contro il cuore dell’Eurasia, di Mahdi Darius Nazemroaya, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 1/2015, pp. 15-16.

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Prostitute appositamente create e ben remunerate

CF8yuCxUMAAqNpn“Il punto è esattamente questo: la strategia di Washington e della NATO non è quella di “vincere” una guerra o un conflitto ma di creare un caos costante e indefinito. In tal modo è possibile (i) controllare i popoli, le nazioni e le relative risorse; (ii) assicurare all’Occidente una richiesta continua di forza militare (soldati ed equipaggiamenti) – è sufficiente ricordare che più del 50% del PIL degli Stati Uniti dipende dal complesso industriale militare – con relativo indotto e servizi; (iii) infine, un Paese nel più completo disordine e caos è generalmente in bancarotta e ha bisogno di soldi – soldi prestati a condizioni di usura, soldi per l’austerità imposta da FMI, Banca Mondiale e altre nefaste “organizzazioni per lo sviluppo” e finanziatori; soldi che significano schiavitù, specialmente in presenza di leader corrotti a cui non importa alcunché del proprio popolo.
Questo è ciò che conta – in Yemen, in Ucraina, in Siria, in Irak, in Sudan, in Africa centrale, in Libia… in qualsiasi altro posto. Non ha importanza chi combatte contro chi. ISIS/ISIL/IS/DAISH/DAESH/Al Qaeda e qualsiasi altra denominazione si voglia aggiungere a questa lista di organizzazioni di mercenari assassini, si tratta esclusivamente di etichette assegnate per confondere le idee. Si potrebbe aggiungere anche Blackwater, Xe, Academi e tutte le loro denominazioni successivamente scelte per sfuggire ad una facile identificazione. Si tratta di prostitute dell’Impero anglo-sionista, prostitute di infimo livello. Poi vengono le prostitute di alto bordo come l’Arabia Saudita, il Qatar, il Bahrein e altri Stati del golfo, oltre a Regno Unito e Francia, naturalmente.
(…)
Diffondere disordine, caos, miseria – questo è ciò che Washington e i suoi vassalli fanno meglio. Non hanno intenzione di “vincere” delle guerre: desiderano solo il caos e la miseria eterni, popolazioni da sottomettere facilmente – un dominio completo, full-spectrum dominance, secondo la loro definizione.
E poiché l’esercito USA e il suo grande fratello (o sorella) NATO non possono essere ovunque e non desiderano essere visti ovunque, ingaggiano altri per uccidere. Washington inventa e crea, poi finanzia, con il suo flusso inesauribile di denaro, i vari ISIL, DAESH, Al Qaeda – il repertorio può crescere secondo l’arbitrio dei padroni – per combattere, uccidere, produrre caos e false flag, in modo che alla fine essi stessi (i bulldozer della NATO e del Pentagono) possano intervenire facendo credere di distruggere quegli stessi mercenari che avevano creato per primi. Ma i mezzi d’informazione mainstream non vi diranno mai la verità.”

Da Il caos (non la vittoria) è ciò che conta per l’Impero, di Peter Koenig.