Voto disobbediente e bullismo presidenziale

“Milioni di italiani si vedono posti sul banco degli imputati per aver votato in modo difforme dai gusti dell’establishment, populista, cioè per se stessi. Per aver pensato che non sia né bene né giusto deregolamentare, privatizzare, militarizzare, inquinare, distruggere ambiente, salute, lavoro, istruzione, condurre guerre, corrompere tutto e ogni cosa, governare insieme a mafia, massoneria e NATO. E subire tutto questo a beneficio di pochi eletti incistati in banche e oasi di lusso su diktat di una manica di abusivi che brucano gli ubertosi prati pasciuti dalle nostre tasse a Bruxelles e Francoforte. I quali, da Moscovici al cenobio ormai catacombale del Nazareno, dai soloni del principato mediatico delle fake news agli sguatteri buonisti che, per confonderci e alienarci tutti quanti, strappano e alienano popolazioni alle proprie radici e a un degno futuro, hanno sollecitato Mattarella a farsi Napolitano Tris. Anzi, ad allungare il passo: dalla repubblica parlamentare alla repubblica presidenziale.
Tentato l’affondo di un suo governo, con proterva ipocrisia definito “neutrale” (alla maniera degli arbitri di Moggi), beccato con le mani nella marmellata, l’ex-ministro della Difesa che ci difendeva massacrando la Serbia di bombe, il presidente che ha firmato tutte le malefatte PD, incluso il Rosatellum, che non si è fatto scrupolo di ricevere, anche a quattr’occhi, nel supremo palazzo della Repubblica il delinquente Berlusconi, si è permesso di porre “dei paletti”. Paletti come saracinesche nelle quali rinserrare fino all’estinzione, o alla resa, chi non si fa tappeto rosso per le scarpe laccate dell’evasore Juncker, per le marce contro Putin e tutti i nemici degli Stati terroristi, chi non rifornisce di munizioni e patte sulle spalle i valorosi antisemiti che in Medioriente eliminano dalla faccia della Terra i semiti (intesi come arabi, gli unici che semiti sono).
A questo punto, visto che, o si corre in tradotte “austerity” di terza classe, sui binari imposti dai buro-despoti di Bruxelles, dallo sradicatore di popoli Soros e dai tagliagole della NATO, per completare la spoliazione e sottomissione dei popoli, o Mattarella ti cancella, cosa cazzo si vota a fare?”

Da Da Gaza al Quirinale. Popoli fai da noi, cacicchi fai da me. E i Rothschild, di Fulvio Grimaldi.

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Putin e le stelle

Questo 7 di maggio è stato caratterizzato dalla cerimonia di insediamento di Vladimir Putin al Cremlino, per il suo quarto mandato presidenziale dopo quelli ottenuti nel 2000, 2004 e 2012.
Caso vuole che questa cerimonia sia avvenuta il 7 maggio, come in occasione del primo insediamento nel 2000.
Per qualcuno, però, non si tratterebbe di un caso fortuito ma del segno che il Presidente russo riceva da un astrologo suggerimenti circa le decisioni cruciali da prendere e il momento in cui prenderle. E’ la tesi di Claudia Bailetti, astrologa specializzata nell’indagine di eventi legati alla politica internazionale, che nell’ultimo numero del mensile Astra ritiene “probabile che Putin venga sfidato sul piano della reputazione e del valore identitario di sé ma soprattutto della sua nazione, il che potrebbe portarlo allo scontro”.
“Un periodo caldo per Putin sarà l’autunno 2018 quando potrebbe essere interessato da disordini interni o riferiti alla questione con l’Ucraina, che potrebbero portarlo a scontrarsi con i leader occidentali o nell’area mediorientale con i postumi della guerra in Sira dove potrebbero emergere sorprendenti notizie su attività e uso di armi tossiche o nucleari, tali da offuscare la personalità di Putin.”
“A fine 2018 e inizio 2019 – prosegue la Bailetti – si intravede nel Cielo una possibile tregua negli scontri bellici, forse solo per pianificare strategie mirate a un probabile riaccendersi dei conflitti. Tra fine 2018 e tutto il 2019 Putin godrà del sostegno di Giove che lo porterà a raggiungere importanti obiettivi e una momentanea supremazia sugli Stati Uniti, che dovranno scendere a patti con la Russia.”
Per quanto si possa essere scettici in materia (e personalmente lo siamo), le odierne dichiarazioni del Presidente russo inducono comunque a riflettere.
“Le prossime decisioni che dovremo prendere sono, senza esagerazione, storiche e determineranno il destino della patria per i decenni a venire”, ha infatti affermato Putin durante il discorso seguito al giuramento da Presidente. “Abbiamo bisogno di innovazione in tutti i settori della vita – ha poi aggiunto – sono profondamente convinto che una tale svolta è possibile solo con una società libera, che accoglie il nuovo e rifiuta l’ingiustizia, l’inerzia e il conservatorismo”, assicurando infine che lo scopo della sua vita e del suo lavoro rimarrà “servire il popolo e la patria. Per me, questo viene prima di tutto”.
Federico Roberti

Immaginare un’Unione Europea al di fuori del Patto Atlantico è una mera illusione

“L’Europa comunitaria è in gran parte un prodotto della Guerra Fredda e dell’influenza americana sul continente, sicuramente in modo massiccio fino all’89. Pertanto, immaginare un’Unione Europea al di fuori del Patto Atlantico è una mera illusione. Non a caso tutti i progressi nell’ambito della Politica Estera e Sicurezza Comune sono sempre avvenuti nel quadro riconosciuto della NATO, ivi compresa l’ultima realizzazione che riguarda l’Europa della difesa, la cooperazione strutturata permanente (PESCO), che, erroneamente salutata come l’embrione di un’Unione della difesa, certamente aiuterà gli approvvigionamenti e migliorerà il coordinamento fra gli Stati in ambito militare, ma sempre sotto l’egida della NATO. Quindi l’autonomia manca nella sostanza. Tanto più che è proprio l’Alleanza Atlantica, finito il compito per cui era stata creata, che si è reinventata un ruolo espansivo, ergendosi a poliziotto mondiale, tendendo a “globalizzarsi” e a protendersi sempre più verso Est (come i fatti ucraini dimostrano), ben oltre l’Atlantico del Nord. L’Europa subisce passivamente queste dinamiche e, a partire dagli anni Novanta (dalla guerra del Golfo, passando per la guerra del Kosovo, sino alla Libia), non è stata in grado di creare né una propria eurosfera (una “dottrina Monroe” all’europea, come auspicava Schmitt), né ha saputo costruire un dialogo efficace con la Russia (imponendole pure delle sanzioni, dopo il conflitto in Ucraina). Questo perché una vera politica estera, di fatto, non esiste e i Paesi membri, più o meno forti o deboli che siano, hanno obiettivi ed interessi spesso contrastanti. Opposte visioni che tuttavia, se non altro, hanno avuto il merito di portare al respingimento del TTIP, il trattato che avrebbe creato una sorta di mercato comune euroatlantico e che avrebbe sancito una subordinazione commerciale nei confronti degli USA, a mio avviso pericolosa per l’Europa.
Certo è che la mancanza di un grande spazio macroregionale, dotato di un proprio orientamento politico, fa del continente il classico vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro che esprimono, invece, forti statualità (USA, Cina, Russia). Ma per creare un nuovo ordine non credo che la retorica post-sovranista e globalista ci sia d’aiuto e anzi stia lavorando, inconsciamente o meno, alla dissoluzione dell’Europa e degli Stati. Piuttosto occorre pensare un europeismo capace di immaginare una configurazione del continente che tenga insieme, in nuove forme di cooperazione, sovranità, debitamente ricomposte e reimmaginate (non basta un recupero nostalgico del passato). Ciò vuol dire, sul piano interno, mettere fine al processo di svuotamento democratico popolare che è in atto e, sul piano esterno, riarticolare queste nuove sovranità in un contesto geopolitico più ampio. Questo potrebbe restituire autonomia all’Europa.”

Dall’Intervista a Marco Baldassari, a cura di Lorenzo Disogra, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 1/2018, pp. 188-189.
Marco Baldassari, dottore di ricerca in Sociologia e sistemi politici presso l’Università degli Studi di Parma, insegna “Storia delle istituzioni europee” presso la facoltà di Scienze Politiche del medesimo ateneo.

Idee per una sinistra nazionale e popolare

“Le elezioni del 4 marzo ci hanno consegnato un quadro politico davvero nuovo. Il disagio, il rancore, la rabbia prodotta dalle politiche liberiste hanno rotto i vecchi equilibri e premiato M5S e Lega, ovvero quei populismi dati frettolosamente già per già spacciati. Tuttavia, la scomposizione e ricomposizione delle forze è solo agli inizi. Qualunque soluzione venga data al rebus della formazione del governo, essa non potrà che acuire i problemi. Un’ improbabile riedizione del patto del Nazareno approfondirebbe il solco tra l’elettorato ed il vecchio sistema politico. Un governo Lega-M5S farebbe esplodere le contraddizioni con Bruxelles, oppure le sposterebbe all’interno del governo e di ciascuno dei due partner. Un qualche governicchio di transizione, premessa di turbolenze future, sarebbe comunque schiacciato tra le urgenze dell’Unione Europea e le impazienze popolari. Non c’è soluzione alla “questione italiana” perché nessuna delle forze in campo ha la volontà o la capacità di metter mano all’ormai ineludibile programma di ripubblicizzazione dell’economia e di piena occupazione, e di scontrarsi su questi punti definitivamente con Bruxelles, fino alla rottura. Non il PD né Forza Italia, ovviamente. Ma nemmeno il M5S a guida Di Maio, che ha già rassicurato gli investitori internazionali; e neppure la Lega, che vuol sostituire il liberismo bavarese con quello lombardo. Non si può uscire fruttuosamente dall’Unione Europea (posto che lo si voglia) se si riduce il ruolo della politica alla lotta agli sprechi, se si vuole la spesa pubblica per appropriarsene privatamente, se si continua a volere la flat tax, le privatizzazioni, lo Stato minimo.
La soluzione potrebbe arrivare soltanto da una forza politica nazionale e popolare capace di cogliere il nesso strettissimo tra difesa del lavoro, ricostruzione e rafforzamento dello Stato, autonomia nazionale e nuovo spazio geopolitico cooperativo. Una tale forza potrebbe alla lunga mostrare le inevitabili incongruenze di tutti coloro che oggi occupano la scena e potrebbe finalmente rimettere mano ad una esperienza e ad una riflessione orientate verso il socialismo. Ma una tale forza è ancora ben lontana dall’esistere. Per nascere ha bisogno di uomini e donne che non si illudano sulla possibilità di trasformare in senso positivo ciò che già esiste, e siano consapevoli della necessità di creare ciò che non è mai esistito: una forza capace di ridiscutere la collocazione internazionale del Paese e quindi i rapporti sociali che questa impone. Questi uomini e queste donne si trovano, di fatto, soprattutto all’interno della diaspora della sinistra (una diaspora molto ampia che si distribuisce nell’astensione, nel voto al M5S per arrivare fino alla stessa Lega), ed è per questo che il nostro discorso inizia col rivolgersi a loro. Per esortarli a cercare e trovare una strada autonoma, distinta sia dalla vecchia sinistra che dagli attuali improbabili sostituti.”

La traccia per la discussione dell’assemblea autoconvocata Per una sinistra nazionale e popolare che, su iniziativa di Ugo Boghetta, Carlo Formenti e Mimmo Porcaro, si terrà a Bologna il prossimo sabato 15 aprile (presso l’Hotel Allegroitalia in viale Masini 3/4, dalle ore 10), prosegue qui.

Uno scontro epocale, un momento pericoloso

Mentre tutti i giornali e le TV nostrane sono impegnati sulle modeste vicende politiche di casa nostra fatte di patteggiamenti di basso livello, veti incrociati, piccoli ricatti, false promesse, a molti sfugge la drammaticità del contesto internazionale dove assistiamo ad uno scontro epocale dai risvolti molto pericolosi.
Le potenze nord-atlantiche, guidate dagli USA, puntano in modo sempre più aggressivo sulla Russia di Putin, rea di non inchinarsi agli interessi imperiali statunitensi come ai bei vecchi tempi di Gorbaciov ed Eltsin. Contemporaneamente cercano di far fronte alla perdurante stagnazione economica occidentale, ed ai continui pericoli di nuove crisi, cercando di tamponare l’ascesa impetuosa di concorrenti politici ed economici, tra cui si distingue la Cina. Questo grande ex-Paese coloniale, un tempo preda privilegiata di imperialismi occidentali e giapponesi, non solo ha da tempo superato gli USA in termini di produzione globale (espressa in termini reali, cioè tenuto conto dei prezzi interni), ma ormai supera gli USA anche in settori tecnologici di avanguardia come quello dei supercomputer e della computazione quantistica.
Dopo le ridicole mai provate accuse lanciate agli hacker russi che avrebbero determinato la sconfitta della povera Clinton, ora la campagna denigratoria è stata lanciata dagli Inglesi, capeggiati dal borioso ministro degli Esteri Boris Johnson. Il cattivo Putin in persona è accusato di aver fatto avvelenare col gas Sarin (perbacco! Lo stesso che sarebbe stato usato anche in Siria!) una ex-spia di basso livello ormai in tranquilla pensione in Inghilterra da otto anni. Questa follia sarebbe stata commessa da Putin giusto alla vigilia delle elezioni presidenziali russe e dei Campionati di Calcio in Russia cui quel Paese teneva moltissimo come rilancio di immagine. Un vero autogol! Peccato che gli Inglesi, pur di fronte alle argomentate richieste russe, non abbiano fornito alcuna prova. Continua a leggere

Il vero libro esplosivo è a firma Trump

Tutti parlano del libro esplosivo su Trump, con rivelazioni sensazionali di come Donald si fa il ciuffo, di come lui e la moglie dormono in camere separate, di cosa si dice alle sue spalle nei corridoi della Casa Bianca, di cosa ha fatto suo figlio maggiore che, incontrando una avvocatessa russa alla Trump Tower di New York, ha tradito la patria e sovvertito l’esito delle elezioni presidenziali.
Quasi nessuno, invece, parla di un libro dal contenuto veramente esplosivo, uscito poco prima a firma del presidente Donald Trump: «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti». È un documento periodico redatto dai poteri forti delle diverse amministrazioni, anzitutto da quelli militari. Rispetto al precedente, pubblicato dall’amministrazione Obama nel 2015, quello dell’amministrazione Trump contiene elementi di sostanziale continuità.
Basilare il concetto che, per «mettere l’America al primo posto perché sia sicura, prospera e libera», occorre avere «la forza e la volontà di esercitare la leadership USA nel mondo». Lo stesso concetto espresso dall’amministrazione Obama (così come dalle precedenti): «Per garantire la sicurezza del suo popolo, l’America deve dirigere da una posizione di forza».
Rispetto al documento strategico dell’amministrazione Obama, che parlava di «aggressione russa all’Ucraina» e di «allerta per la modernizzazione militare della Cina e per la sua crescente presenza in Asia», quello dell’amministrazione Trump è molto più esplicito: «La Cina e la Russia sfidano la potenza, l’influenza e gli interessi dell’America, tentando di erodere la sua sicurezza e prosperità».
In tal modo gli autori del documento strategico scoprono le carte mostrando qual è la vera posta in gioco per gli Stati Uniti: il rischio crescente di perdere la supremazia economica di fronte all’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali, anzitutto Cina e Russia le quali stanno adottando misure per ridurre il predominio del dollaro che permette agli USA di mantenere un ruolo dominante, stampando dollari il cui valore si basa non sulla reale capacità economica statunitense ma sul fatto che vengono usati quale valuta globale.
«Cina e Russia – sottolinea il documento strategico – vogliono formare un mondo antitetico ai valori e agli interessi USA. La Cina cerca di prendere il posto degli Stati Uniti nella regione del Pacifico, diffondendo il suo modello di economia a conduzione statale. La Russia cerca di riacquistare il suo status di grande potenza e stabilire sfere di influenza vicino ai suoi confini. Mira a indebolire l’influenza statunitense nel mondo e a dividerci dai nostri alleati e partner».
Da qui una vera e propria dichiarazione di guerra: «Competeremo con tutti gli strumenti della nostra potenza nazionale per assicurare che le regioni del mondo non siano dominate da una singola potenza», ossia per far sì che siano tutte dominate dagli Stati Uniti.
Fra «tutti gli strumenti» è compreso ovviamente quello militare, in cui gli USA sono superiori. Come sottolineava il documento strategico dell’amministrazione Obama, «possediamo una forza militare la cui potenza, tecnologia e portata geostrategica non ha eguali nella storia dell’umanità; abbiamo la NATO, la più forte alleanza del mondo».
La «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti», a firma Trump, coinvolge quindi l’Italia e gli altri Paesi europei della NATO, chiamati a rafforzare il fianco orientale contro l’«aggressione russa», e a destinare almeno il 2% del PIL alla spesa militare e il 20% di questa all’acquisizione di nuove forze e armi.
L’Europa va in guerra, ma non se ne parla nei dibattiti televisivi: questo non è un tema elettorale.
Manlio Dinucci

Fonte

L’Intermarium visto dall’estrema destra

“Mentre l’idea stessa di Intermarium, mito geopolitico ostile – da ogni punto di vista – al continente europeo o all’Eurasia e sostenuto dagli Stati Uniti, vale a dire dal nemico principale dei nostri popoli, dovrebbe suscitare una nausea salutare in tutti i nazionalisti d’Europa, ve ne sono invece alcuni che si sono dichiarati favorevoli, agendo come collaboratori complementari, coscienti o incoscienti, dello Zio Sam.
Mentre l’idea diplomatica e ufficiale dell’Intermarium è stata sempre difesa in primo luogo dal governo polacco, dal 2016 è stata l’estrema destra ucraina ad appropriarsi del suo aspetto militante. Per iniziativa del deputato ucraino Andriy Biletsky, principale dirigente del Partito del corpo nazionale e fondatore del reggimento Azov, quest’anno è stato creato il Gruppo d’assistenza allo sviluppo dell’Intermarium, che ha tenuto la sua prima riunione a Kiev il 2 luglio 2016 e la seconda nella stessa città il 27 e 28 aprile 2017. La seconda giornata del 2017, che si è svolta sotto il titolo generico di Conferenza paneuropea, all’insegna del motto “Oggi l’Ucraina, domani la Russia e tutta l’Europa”, è per noi la più interessante, perché permette di comprendere la variante dell’Intermarium che vi è stata definita e quali gruppi europei vi abbiano recato il loro sostegno.
Il progetto Intermarium difeso dal Partito del corpo nazionale, dal reggimento Azov e dal Gruppo d’assistenza allo sviluppo dell’Intermarium, non si limita affatto, come il suo nome potrebbe far pensare, all’unione degli Stati compresi tra il Baltico e il Mar Nero; esso è il progetto di un’Unione Europea alternativa alle frontiere mal definite, fondata su un’ideologia d’estrema destra ed ostile alla Russia. Mentre il progetto Intermarium tradizionale si accontenta di dotare la regione Baltico-Nero di difese militari e di risorse diplomatiche, il Partito del corpo nazionale, il reggimento Azov e il Gruppo d’assistenza allo sviluppo dell’Intermarium vorrebbero costruire un trampolino per una rivoluzione nazionalista in Europa.
Se si eccettua il Partito del corpo nazionale, membro di una coalizione elettorale che rappresenta all’incirca il 10% dell’elettorato ucraino, tutti gli altri gruppi suoi alleati nel progetto Intermarium esercitano una scarsa influenza nel migliore dei casi, mentre nel peggiore rientrano nella lunatic fringe.
Tra i movimenti rappresentati a Kiev il 28 aprile 2017 troviamo, innanzitutto, quelli originari dei paesi storicamente membri dell’Intermarium: Nordisk Ungdom (Gioventù nordica) per la Svezia, Generacija Obnove (Rinnovamento generazionale) per la Croazia, i gruppi Szturm (Assalto) e Niklot (Associazione per la tradizione e la cultura, gruppo neopagano) per la Polonia, l’Unione nazionalista lituana, la branca giovanile del Partito conservatore popolare d’Estonia. Troviamo in questa avventura anche Francesi (il Groupe Union Défense ed ex membri del defunto Mouvement d’Action Sociale) e Italiani collegati a Casa Pound e a diverse iniziative di Gabriele Adinolfi (Gilda dei Lanzichenecchi e EurHope), che in un messaggio indirizzato alla conferenza dichiara: “Considero l’Intermarium come un vero passo avanti sulla via della rinascita dei nostri popoli”. Infine, fatto più sorprendente, questo progetto è sostenuto anche da militanti di Paesi contro i quali esso è palesemente diretto: Dritte Weg (Terza via) per la Germania e il Centro Russo e Gioventù Wotan per la Russia.
In altri tempi, Jean Thiriart aveva parlato dell’“Internazionale delle caselle postali”… Siamo lì. Lavorare in subappalto per servire l’imperialismo americano è un’attività miserabile, agire con la volontà consapevole di opporsi all’unificazione continentale è più grave. Tutto ciò merita come minimo di essere denunciato, anzi, di essere combattuto, e con tutti i mezzi necessari.”

Da L’Intermarium, gli USA e l’estrema destra di Christian Bouchet, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, ottobre-dicembre 2017, anno XIV, n. 4.