Davanti al bivio greco

Creare le condizioni per la caduta del governo di A. Tsipras è il modo indiretto con cui Stati Uniti e UE preferiscono influenzare le rotte energetiche del futuro attraverso i Balcani…

“Anche se la crisi del debito è un problema da ben prima che il Balkan Stream fosse concepito, ora è intimamente intrecciata al dramma della nuova Guerra Fredda energetica nei Balcani. La Troika vuole costringere Tsipras a capitolare sull’accordo del debito impopolare che sicuramente comporterebbe la rapida fine della sua premiership. In questo momento, il principale fattore che lega il Balkan Stream alla Grecia è il governo Tsipras, ed è interesse di Russia e mondo multipolare vederlo rimanere al potere fin quando il gasdotto sarà fisicamente costruito. Qualsiasi cambiamento improvviso o inatteso della leadership in Grecia potrebbe facilmente mettere in pericolo la sostenibilità politica del Balkan Stream e costringere la Russia a fare affidamento sull’Eastring, ed è per queste ragioni che la Troika vuole imporre a Tsipras un dilemma inestricabile. Se accetta le condizioni attuali del debito, allora perderà l’appoggio della base e probabilmente inaugurerà elezioni anticipate o cadrà vittima di una rivolta nel suo stesso partito. Dall’altra parte, se rifiuta la proposta e permette il default della Grecia, allora la catastrofe economica risultante potrebbe por termine al supporto della base e por fine prematuramente alla sua carriera politica. Perciò la decisione del referendum nazionale sull’accordo del debito è una mossa geniale, perché assicura a Tsipras la possibilità di sopravvivere all’imminente tempesta politica-economica con risultati democraticamente ottenuti (che sembrano predire il rifiuto del debito e imminente default). Con il popolo dalla sua parte (non importa quanto ristretto), Tsipras potrà continuare a presiedere la Grecia attraversando il prossimo preoccupante periodo d’incertezza. Inoltre, la continua gestione del Paese e i rapporti personali con i leader dei BRICS (soprattutto Vladimir Putin) potrebbe portare ad estendere una qualche forma di assistenza economica (probabilmente dalla Nuova Banca per lo Sviluppo dei BRICS da 100 miliardi di dollari o un’altrettanto grande riserva valutaria) alla Grecia dopo il prossimo vertice di Ufa ai primi di luglio, a condizione che possa continuare la leadership fino ad allora. Pertanto, il futuro della geopolitica energetica dei Balcani attualmente si riduce a ciò che accade in Grecia nel prossimo futuro. Mentre è possibile che un primo ministro greco diverso da Tsipras possa far progredire il Balkan Stream, la probabilità è significativamente inferiore a un Tsipras che rimane in carica. Creare le condizioni per la sua rimozione è il modo indiretto con cui Stati Uniti e UE preferiscono influenzare le rotte energetiche del futuro della Russia attraverso i Balcani, quindi ecco perché tale pressione su Tsipras in questo momento. La sua proposta di referendum chiaramente li ha colti di sorpresa, dato che la vera democrazia è praticamente sconosciuta nell’Europa di oggi, e nessuno si aspettava che si rivolgesse direttamente ai suoi elettori prima di prendere una delle decisioni più cruciali del Paese degli ultimi decenni. Attraverso questi mezzi, può sfuggire alla trappola da Comma-22 che la Troika gli ha teso e così salvare anche il futuro del Balkan Stream.
C’è di più nella proposta del gasdotto Eastring di quanto appaia, da qui la necessità di svelarne le motivazioni strategiche per comprenderne meglio l’impatto asimmetrico. E’ chiaro che Stati Uniti ed UE vogliono neutralizzare l’aspetto geopolitico che il Balkan Stream avrebbe ampliando la multipolarità nella regione, il che spiega il loro mutuo approccio nel tentativo di fermarlo. Gli Stati Uniti alimentano le fiamme della violenza nazionalista albanese in Macedonia ostacolando la prevista rotta del Balkan Stream, mentre l’UE comodamente propone una rotta alternativa attraverso i Balcani orientali unipolaristi quale predeterminata ‘via d’uscita’ alla Russia. Le forze euro-atlantiche cospirano nel tentativo di rovesciare indirettamente il governo greco attraverso un’elezione programmata o colpo di Stato per rimuovere Tsipras, sapendo che tale mossa infliggerebbe un colpo grave e immediato al Balkan Stream. Anche se non è chiaro cosa alla fine accadrà a Tsipras o ai piani dei gasdotti della Russia, in generale è inconfutabile che i Balcani siano diventati uno dei principali e reiterati focolai della nuova guerra fredda, e la concorrenza tra mondo unipolare e multipolare in questo teatro geostrategico è solo agli inizi.”

Da Eastring vs Balkan Stream: la battaglia per la Grecia, di Andrew Korybko.

Giù le mani dall’Eritrea!

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“A inizio giugno, l’Alto Commissariato per i Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto travolgente sull’Eritrea. Secondo questo rapporto, il governo eritreo sarebbe “responsabile di violazioni flagranti, sistematiche e generalizzate dei diritti dell’uomo”. Il rapporto aggiunge che “queste violazioni potrebbero costituire dei crimini contro l’umanità”.
Ancora una volta, il rapporto si basa unicamente su delle testimonianze di rifugiati, dato che il governo eritreo ha rifiutato l’accesso alla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite. Un rapporto costituito a partire da sole testimonianze di richiedenti l’asilo non può essere affidabile. In effetti, per ottenere lo statuto di rifugiato politico, alcuni non esitano a mentire sulla propria nazionalità e a raccontare quello che il Paese di accoglienza vuole sentire. Tra i rifugiati eritrei, abbiamo così degli Etiopi che si fanno passare per quello che non sono pur di ottenere il diritto all’asilo. Nel 2013, due parlamentari francesi hanno consegnato al ministro dell’Interno un rapporto che condanna la pericolosa similitudine tra chi aspira allo statuto di rifugiato politico, e i migranti economici.
Per questi ultimi, delle reti mafiose che gestiscono i canali di passaggio verso l’Europa, propongono false testimonianze e dossier di persecuzione preconfezionati. Dopodiché, se certi ispettori dell’ONU fanno coraggiosamente il loro lavoro anche dovessere deludere le grandi potenze, altri non esitano a sacrificare sull’altare degli interessi politici, i compiti che dovrebbero svolgere in maniera oggettiva. Nel 2011 ad esempio, lo stesso Alto Commissariato per i Diritti dell’Uomo facilitava l’intervento della NATO denunciando la repressione in Libia a colpi di carri armati, elicotteri e aerei contro dei manifestanti pacifici. Oggi sappiamo che tali accuse erano completamente false. Ma miravano a fare pressione sul governo libico. La stessa cosa accade con l’Eritrea.

Chi vuole fare pressione all’Eritrea e perché?
Sul piano economico e politico, l’Eritrea è un sasso nelle scarpe del neocolonialismo occidentale.
L’Africa è un Eldorado per le multinazionali. È il continente più ricco… con le persone più povere! Ed ecco che un Paese africano dichiara e prova con la pratica che l’Africa non può svilupparsi che slacciandosi dalla tutela occidentale. Il presidente Afwerki è molto chiaro sulla questione: “Cinquant’anni e dei miliardi di dollari d’aiuti internazionali postcoloniali hanno fatto molto poco per far uscire l’Africa dalla povertà cronica. Le società africane sono diventate delle società di zoppi”. E aggiunge che l’Eritrea deve potersi tenere eretta sui suoi due piedi. Allora come tutti i leader africani che hanno tenuto questo genere di discorso contro il colonialismo, Isaias Afwerki è diventato un uomo da abbattere agli occhi dell’Occidente.

Il governo eritreo non facilita la campagna di demonizzazione rifiutandosi di accogliere la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite?
Bisogna capire quella che può apparire come un’attitudine chiusa. Prima di tutto, l’Eritrea si porta dietro un pesante contenzioso con le Nazioni Unite. Il Paese è stato colonizzato dagli Italiani. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la sconfitta di Mussolini, l’Eritrea avrebbe dovuto ricevere l’indipendenza, ma è stata annessa all’Etiopia contro la sua volontà. Il vecchio Segretario di Stato USA, John Foster Dulles, dichiarò all’epoca: “Dal punto di vista della giustizia, le opinioni del popolo eritreo devono essere prese in considerazione. Ciononostante, gli interessi strategici degli Stati Uniti nel bacino del Mar Rosso, e le considerazioni per la sicurezza e la pace nel mondo, rendono necessario che questo Paese venga attaccato al nostro alleato, l’Etiopia.” Questa decisione ha avuto delle conseguenze catastrofiche per gli Eritrei. Sono stati letteralmente colonizzati dall’Etiopia e hanno dovuto portare avanti una lotta terribile durata trent’anni, per ottenere la propria indipendenza.
In più, durante questa lotta, gli Eritrei hanno affrontato un governo etiope sostenuto a turno dagli USA e dall’URSS. Durante la Guerra Fredda, si faceva generalmente parte di un blocco o dell’altro. Ma non vi ritrovavate contro entrambe le due superpotenze dell’epoca! Questo lascia evidentemente dei segni. Ecco perché l’Eritrea oggi reputa di non avere nessuna responsabilità nei confronti dell’auto proclamata “comunità internazionale”. Difende ferocemente la sua sovranità per portare a buon fine la sua Rivoluzione. Non è tutto perfetto, evidentemente, e gli Eritrei sono i primi a riconoscerlo. Malgrado i risultati eccezionali per un Paese del genere in fatto di sanità, educazione, o sicurezza alimentare, tutti vi diranno con molta umiltà che c’è ancora molto da fare. Ma affinché l’Eritrea continui a progredire, la miglior cosa da fare è non voler decidere al posto degli Eritrei. È per questo che mi aggiungo alla piattaforma per interpellare le Nazioni Unite: “Giù le mani dall’Eritrea!”.”

Da Intervista a Mohamed Hassan: “Giù le mani dall’Eritrea!”, di Grégoire Lalieu.

[L’Eritrea resiste, ancora a testa alta!]

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L’impero americano implode sia in casa che all’estero

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John Wight per rt.com

Le crisi ed il caos che stanno ingolfando il Medio Oriente e l’Ucraina sono una prova del declino imperiale statunitense, mentre Washington impara la dura lezione che nessun impero dura per sempre.
Subito dopo la Guerra del Vietnam – la cui fine era stata accompagnata dal filmato in cui il personale USA e alcuni collaboratori vietnamiti venivano evacuati dal tetto dell’ambasciata statunitense a Saigon nel 1975 – gli Stati Uniti sono entrati in un lungo periodo di declino e incertezza ogniqualvolta fosse necessario intraprendere operazioni militari di rilievo.
Nonostante tutta la potenza distruttrice presente nei sui arsenali, i Vietnamiti hanno fatto apparire l’imperialismo americano come un gigante dai piedi di argilla. Il nome dato a questo periodo di ritirata in termini di “hard power” è stato “la sindrome del Vietnam” ed è durato dal 1975 al 1991, momento in cui gli Stati Uniti assieme ad una coalizione internazionale si sono avventurati nella Prima Guerra del Golfo per cacciare le truppe irachene dal Kuwait.
Stiamo testimoniando a un periodo simile di declino imperiale statunitense, per quanto riguarda l’incapacità di Washington di intraprendere operazioni militari di larga scala. Tutto ciò deriva dalle occupazioni fallite dell’Irak e dell’Afghanistan, le quali non hanno portato a null’altro che a uno scatenarsi del terrorismo e dell’estremismo nella regione e quindi, per estensione, nel mondo intero.
Le grandi risorse impiegate hanno ulteriormente messo in difficoltà la potenza imperiale di Washington, mentre la frammentazione della coesione sociale negli Stati Uniti stessi – testimoniata dai trattamenti brutali riservati ai poveri, agli immigrati e ai neri – raccontano di una società che è vicina all’implosione. A tal proposito i riferimenti agli anni ‘60 e ’70 sono chiari. Continua a leggere

Lo Spazio Economico Comune contro il TTIP e il TPP

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Benvenuto in Italia, Vladimir V.!

“Gli USA vogliono essere loro il centro di gravità in Eurasia. Essi temono che la UE possa gravitare verso lo “Spazio di Mezzo” e integrarsi con la Russia e l’Unione Eurasiatica. È nel contesto degli avvertimenti geopolitici di Brzezinski e dell’integrazione eurasiatica, che Washington teme una Russia forte, l’eurasiatismo e l’Unione Eurasiatica.
Le tensioni geopolitiche che Washington sta deliberatamente creando in Europa sono un tentativo di allontanare l’UE da Mosca, al fine di consentire agli USA di costruire il loro dominio in Eurasia. È la versione odierna del “Great Game”. Anche il monito di Brzezinski circa la rinascita dello “Spazio di Mezzo” (cioè la Russia e lo spazio postsovietico) concerne un’area che, unificandosi, diventerebbe “un’unica entità autorevole” (“an assertive single entity”), non un’entità “aggressiva”, che sarebbe una minaccia militare alla pace mondiale.
Washington vuole che la periferia occidentale (euro-atlantica) e quella orientale (Asia-Pacifico) si integrino con gli USA attraverso il Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) e il Trans-Pacific Partnership (TPP). L’Unione Eurasiatica ed ogni progetto di Spazio Economico Comune sono una minaccia per la fusione di queste zone con gli Stati Uniti d’America. Ecco perché gli USA non possono tollerare uno “Spazio di Mezzo” indipendente ed autorevole. Ecco perché Russia e Cina vengono demonizzate e prese di mira: Mosca viene presa di mira mediante l’instabilità che Washington ha aiutato a creare in Ucraina (ed anche per mezzo di una nuova ondata di russofobia in Europa), mentre Pechino viene presa di mira attraverso il cosiddetto “Pivot to Asia” militare. Ciò è avvenuto mentre gli USA destabilizzavano il Vicino Oriente. Le sanzioni contro l’economia russa, la caduta dei prezzi del petrolio sul mercato internazionale e la diminuzione del valore del rublo fanno parte di questo cubo di Rubik.
Lo Spazio Economico Comune è un’aspirazione ad una zona di scambio eurasiatico. Mosca e i suoi alleati dell’Unione Eurasiatica vedono lo Spazio Economico Comune come una struttura atta ad incorporare gradualmente altre regioni o blocchi eurasiatici. Il viceministro degli Esteri russo Vasilij Nebenzja lo ha confermato alla TASS in un’intervista pubblicata il 31 dicembre 2014. Nebenzja ha detto alla TASS che il governo russo vede l’obiettivo a lungo termine della cooperazione tra UE ed Unione Eurasiatica come “la base di uno spazio economico comune dall’Atlantico al Pacifico”.
Lo Spazio Economico Comune avrebbe inizio con l’Unione Europea e l’Unione Eurasiatica. Esso sarebbe l’embrione di un’area di commercio più ampia, che avrebbe la possibilità di comprendere il Patto del Libero Commercio Centro-europeo (CEFTA), l’Associazione Sud-asiatica per la Cooperazione Regionale (SAARC) e l’Associazione delle Nazioni del Sud-est Asiatico (ASEAN). Emergerebbe così un blocco sopranazionale strutturato per compartimenti.
Da un punto di vista russo, invece di assegnare priorità al TTIP con gli USA, ha più senso per la UE cercar di creare una struttura di cooperazione con l’Unione Eurasiatica. Questo punto di vista è stato espresso alla UE dall’ambasciatore russo Vladimir Cizhov, il quale, in un’intervista rilasciata all’EUobserver il 2 gennaio 2015, ha dichiarato che Mosca vorrebbe avviare contatti tra la UE e l’Unione Eurasiatica quanto prima possibile e che le sanzioni applicate dalla UE alla Russia non devono impedire il dialogo e il contatto fra i due blocchi. “Dovremmo pensare ad una zona di libero scambio che abbracci tutte le parti interessate in Eurasia”, ha detto l’ambasciatore, il quale ha anche detto che per la UE “il blocco guidato dalla Russia costituisce un interlocutore migliore degli USA”. La questione su cui la UE deve riflettere, secondo l’ambasciatore, è questa: “Credete che sia una cosa saggia spendere tanta energia politica per una zona di libero commercio con gli USA, quando avete accanto a voi, più vicini a casa vostra, degli alleati più naturali?””

Da La guerra su più fronti contro il cuore dell’Eurasia, di Mahdi Darius Nazemroaya, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 1/2015, pp. 15-16.

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Prostitute appositamente create e ben remunerate

CF8yuCxUMAAqNpn“Il punto è esattamente questo: la strategia di Washington e della NATO non è quella di “vincere” una guerra o un conflitto ma di creare un caos costante e indefinito. In tal modo è possibile (i) controllare i popoli, le nazioni e le relative risorse; (ii) assicurare all’Occidente una richiesta continua di forza militare (soldati ed equipaggiamenti) – è sufficiente ricordare che più del 50% del PIL degli Stati Uniti dipende dal complesso industriale militare – con relativo indotto e servizi; (iii) infine, un Paese nel più completo disordine e caos è generalmente in bancarotta e ha bisogno di soldi – soldi prestati a condizioni di usura, soldi per l’austerità imposta da FMI, Banca Mondiale e altre nefaste “organizzazioni per lo sviluppo” e finanziatori; soldi che significano schiavitù, specialmente in presenza di leader corrotti a cui non importa alcunché del proprio popolo.
Questo è ciò che conta – in Yemen, in Ucraina, in Siria, in Irak, in Sudan, in Africa centrale, in Libia… in qualsiasi altro posto. Non ha importanza chi combatte contro chi. ISIS/ISIL/IS/DAISH/DAESH/Al Qaeda e qualsiasi altra denominazione si voglia aggiungere a questa lista di organizzazioni di mercenari assassini, si tratta esclusivamente di etichette assegnate per confondere le idee. Si potrebbe aggiungere anche Blackwater, Xe, Academi e tutte le loro denominazioni successivamente scelte per sfuggire ad una facile identificazione. Si tratta di prostitute dell’Impero anglo-sionista, prostitute di infimo livello. Poi vengono le prostitute di alto bordo come l’Arabia Saudita, il Qatar, il Bahrein e altri Stati del golfo, oltre a Regno Unito e Francia, naturalmente.
(…)
Diffondere disordine, caos, miseria – questo è ciò che Washington e i suoi vassalli fanno meglio. Non hanno intenzione di “vincere” delle guerre: desiderano solo il caos e la miseria eterni, popolazioni da sottomettere facilmente – un dominio completo, full-spectrum dominance, secondo la loro definizione.
E poiché l’esercito USA e il suo grande fratello (o sorella) NATO non possono essere ovunque e non desiderano essere visti ovunque, ingaggiano altri per uccidere. Washington inventa e crea, poi finanzia, con il suo flusso inesauribile di denaro, i vari ISIL, DAESH, Al Qaeda – il repertorio può crescere secondo l’arbitrio dei padroni – per combattere, uccidere, produrre caos e false flag, in modo che alla fine essi stessi (i bulldozer della NATO e del Pentagono) possano intervenire facendo credere di distruggere quegli stessi mercenari che avevano creato per primi. Ma i mezzi d’informazione mainstream non vi diranno mai la verità.”

Da Il caos (non la vittoria) è ciò che conta per l’Impero, di Peter Koenig.

Un altro agente all’Avana

“Il cubano sa da sempre chi è il vero nemico di Cuba”
Raul Capote*

Un’esperienza di ordinario “regime change” raccontata da chi l’ha vissuta direttamente sulla propria pelle.
In un momento in cui sembra che i media stiano “sdoganando” la questione Cuba ma in effetti stanno invece aumentando la ridda delle contraddittorie e “improbabili” informazioni, questa è l’occasione – straordinariamente utile e propizia – per fare luce e chiarezza, per conoscere e capire il vero stato dell’arte del processo di normalizzazione delle relazioni in corso tra Cuba e Stati Uniti dalla viva e orgogliosa voce di un eroe della Rivoluzione.
Raul Capote, docente dell’Università dell’Avana, è stato “reclutato” dall’Ufficio di Interessi degli Stati Uniti per selezionare e aggregare studenti con il fine di costituire piccole cellule di “dissenso” al soldo della CIA.
Raul Capote accettò l’incarico, ma lavorò al fianco dei Servizi di Sicurezza cubani per raccogliere le prove e smascherare l’ennesimo tentativo di destabilizzazione perpetrato dal Governo degli Stati Uniti.
Un altro agente all’Avana (Zambon, 2015) è la denuncia di come la CIA abbia destinato centinaia di milioni di dollari a piani di sovversione politico-ideologica orientati ai giovani, il settore chiave della popolazione.
Dice Capote: “I nemici della Rivoluzione sanno di aver perso la guerra contro la leadership storica della Rivoluzione, l’ho sentito dire da tanti funzionari della CIA. Così hanno deciso di scommettere su quelli che loro chiamano i nipoti della Rivoluzione. Non dobbiamo dimenticare che viviamo in un mondo governato dalla cultura capitalistica e i nostri giovani conoscono il capitalismo attraverso di noi. I nostri detrattori lo sanno bene: è una guerra che si combatte soprattutto nella testa, e vogliono vincerla imponendo i valori della cultura capitalista tra le nuove generazioni. Se il libro aiuterà a chiarire la verità, se servirà come strumento di interpretazione, come argomento ai combattenti nella lotta delle idee, se contribuirà a dare coraggio ai timidi, a istruire gli ignoranti, a convincere gli scettici, a preoccupare gli indifferenti e a infastidire e denunciare i traditori, allora avrà raggiunto il suo scopo. Una cosa da poco, no?”.

Raúl Antonio Capote Fernández (La Habana, 1961). Laureato in Storia dell’Arte, Master in Relazioni Internazionali, dottore in Scienze Politiche. Scrittore, Investigatore, analista dei problemi di Sicurezza Nazionale, membro dell’Unione degli Storici Cubani, dell’Unione dei Pedagoghi Cubani e della Giunta Nazionale della Società Culturale José Martì, professore dell’Università di Scienze Pedagogiche Enrique José Varona e dell’Istituo Superiore di Arte.
Autore dei libri ‘El caballero ilustrado’ (Romanzo, Editorial Letras Cubanas, Cuba, 1998); ‘Juego de Iluminaciones’ (Racconti, Casa editora Abril, Cuba, 2000); ‘El adversario’ (Romanzo, Editorial Plaza Mayor, Puerto Rico, 2005; Editorial Letras Cubanas, Cuba, 2014); ‘Enemigo’ (Testimonianza, Editorial José Martí, Cuba, 2011; Grupo Editorial AKAL, España, 2015).
Diversi suoi testi sono stati inclusi nelle antologie nazionali e internazionali. Collabora con diversi siti digitali come ‘Cubadebate’, ‘Las Razones de Cuba’, ‘Cubasí'; i periodici ‘Granma’, ‘Juventud Rebelde’ y ‘Trabajadores’ hanno pubblicato suoi lavori così come la rivista ‘Calle del Medio’. Ha lavorato dagli anni ’90 per agenzie e organizzazioni del Governo degli Stati Uniti come la USAID e la ‘Fundación Panamericana para el Desarrollo’. E’ stato reclutato dalla CIA nel 2004 e ha servito nelle sue fila fino al 2011, quando partecipò alla denuncia pubblica, trasmessa dalla televisión cubana nella serie conosciuta come ‘Las Razones de Cuba’, dei piani del Governo degli Stati Uniti contro Cuba, in cui si rivelò che in tutti quegli anni c’era stato un agente della Sicurezza di Stato cubano che aveva difeso il suo Paese dai piani di aggressione del Governo degli Stati Uniti, infiltrandosi nel lavoro dei Servizi Speciali statunitensi.
Recentemente ha fatto parte della delegazione cubana alla VII Conferenza delle Americhe che si è svolta a Panama, partecipando ai forum della società civile e al Vertice dei Popoli.

*Fonte

Un giorno non avremo più un’America di cui doverci preoccupare?

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“Invece di collassare in silenzio, gli Stati Uniti hanno deciso di fare a botte con la Russia. Sembra che abbiano già perso l’incontro, ma rimane un problema: quante altre Nazioni dovranno ancora distruggere gli Stati Uniti prima che si rendano finalmente conto della loro inevitabile sconfitta e disintegrazione?
Come Putin disse la scorsa estate, parlando al Forum per la Gioventù di Seliger, “Ho la sensazione che qualunque cosa tocchino gli americani, finisca come la Libia o l’Irak”. Indubbiamente gli americani ci si sono messi d’impegno a distruggere una Nazione dopo l’altra. L’Irak è stato smembrato, la Libia è un non-Stato, la Siria un disastro umanitario, l’Egitto una dittatura militare con un programma di detenzioni di massa. L’ultimo fiasco è quello dello Yemen, dove di recente è stato rovesciato il governo filo-americano e dove i cittadini americani, che erano rimasti intrappolati, hanno dovuto aspettare che i Russi e i Cinesi li liberassero e li riportassero a casa. Ma è stato il precedente fallimento della politica estera americana in Ucraina che ha indotto i Russi, insieme ai Cinesi, a dichiarare apertamente che gli Stati Uniti si sono spinti troppo oltre e che ogni loro ulteriore mossa porterà ad una escalation automatica della situazione.
Il piano russo è quello di prepararsi, insieme a Cina, India e buona parte del mondo, alla guerra con gli Stati Uniti, ma di fare il possibile per evitarla. Il tempo è dalla loro parte, perché, ogni giorno che passa, essi diventano più forti, mentre l’America diventa più debole. Mentre questo processo fa il suo corso, l’America potrebbe però “toccare” alcuni altri Stati, facendoli diventare come la Libia o l’Irak. E’ la Grecia la prossima in lista? E che cosa ne dite di buttare sotto l’autobus gli Stati baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), che sono attualmente membri della NATO (leggi: agnelli sacrificali)? L’Estonia è a poche ore di macchina dalla seconda in grandezza delle città russe, San Pietroburgo, una grossa percentuale della sua popolazione è russa, la capitale è a maggioranza russa e ha un governo ferocemente anti-russo. Di questi quattro fattori solo uno è incongruo. Viene preparata all’autodistruzione? Anche alcune Repubbliche centro-asiatiche, nel ventre molle della Russia, potrebbero essere pronte per una “toccatina”.
Non c’è il minimo dubbio che gli americani continueranno a far danni in giro per il mondo, “toccando” Nazioni vulnerabili e sfruttabili fino a che saranno in grado di farlo. Ma c’è anche un’altra domanda che merita di essere fatta: gli americani “toccheranno” se stessi? Perchè se lo faranno, i prossimi candidati ad essere ristrutturati a forza di bombe, potrebbero essere gli stessi Stati Uniti. Consideriamo questa opzione.”

Il tallone d’Achille dell’America di Dmitry Orlov continua qui.