Senza censimenti, vien meno la Costituzione

Nel 2008 Maroni volle “schedare” i rom, ma Soros si contrappose soprattutto agendo da lobbista e “ispiratore” delle norme dell’UE. Lo scrissi in un articolo del 2008, qua.
Adesso si fa un gran parlare ovunque della presunta incostituzionalità del censimento rom avanzato da Salvini (il quale ha già corretto le sue dichiarazioni dopo le proteste del premier Conte e di Di Maio). Mi sono chiesta: incostituzionale in base a quale articolo della Costituzione? Apparentemente in base a nessun articolo, sebbene l’articolo citato sia il terzo, ad esempio su questo articolo del Sole24Ore, dal titolo completamente FAKE in quanto recita: “Rom, perché il censimento è incostituzionale”.
L’articolo infatti passa in rassegna l’incostituzionalità in base alla legge fondamentale TEDESCA dei censimenti “etnici” o “rom”, e cita solo alla fine, di sfuggita, senza approfondire l’articolo 3 della Costituzione italiana, come se la legge fondamentale tedesca fosse più importante di quella italiana, sul nostro territorio.
E la cosa è tanto più paradossale – si potrebbe dire orwelliana – che l’articolo 3 sfuggevolmente citato dice esattamente il contrario di quanto al momento si sente dire in giro, persino dal presidente Conte, che per la verità è sembrato più esasperato dalla coincidenza delle esternazioni di Salvini con i suoi incontri istituzionali, poiché per il contenuto ha semplicemente ripetuto che il “censimento etnico” è incostituzionale, senza argomentare.
E dice il contrario del testo del Sole24Ore perché l’articolo 3 dice che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”
Quindi l’articolo 3 dice esattamente che se tutti tutti i cittadini – Italiani residenti e o semplicemente residenti – vengono censiti, come vengono censiti, sarebbe incostituzionale proprio che in base alla “razza” i sinti non lo fossero o non lo dovessero essere, e questo a prescindere dalla loro cittadinanza.
E se l’articolo 3 conclude che “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, allora perché i bambini sinti devono rischiare di crescere tra i topi e i loro genitori possono non mandarli a scuola senza rischiare di perdere la patria potestà, mentre viceversa il genitore se è italiano e/o residente non sinti, nella stessa situazione, rischia la perdita della patria potestà, oppure non può accedere alla casa popolare perché ha punti in meno per il fatto di non essere “rom” o “extracomunitario” o “profugo”?
E poi, se “i nomadi” (les gens du voyage) devono godere di leggi etniche, grazie alle pressioni di Soros, in virtù non dell’etnia ma della loro qualità di essere nomadi, allora come mai a questi “nomadi” si applicano regole diverse dai cittadini italiani e residenti normali, pur essendo stanziali? Non è forse questa una plateale violazione della Costituzione, art. 3?
Forse bisognava semplicemente dire: “censimento dei cittadini che abitano in accampamenti”, penso che ciò rientri nelle prerogative del nostro Stato anche ai sensi dell’articolo 3, in particolare la seconda parte.
La verità è che il censimento è la base stessa della cittadinanza, e in assenza di cittadinanza vien meno la ragione stessa d’essere della Carta costituzionale e pertanto vien meno l’utilità di citarla per giustificare il mancato censimento…
E visto che siamo ancora in un legame tra popolo e territorio (e Stato), che è il fondamento della nostra Repubblica parlamentare, la domanda è: chi è che ci tiene tanto ad accelerarne o a provocarne la dissoluzione? E a vantaggio di quale modello?
Alla prima domanda ho già risposto. Per la seconda ci vuole un altro scritto.
Nicoletta Forcheri

Fonte

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Sorosiani d’Italia

La retorica sui “migranti”: il colmo dell’ipocrisia

Sollecitato dall’amico Geri, vorrei esprimere una personale opinione sull’ondata di retorica e di sospetto pietismo con cui viene affrontato, specie nella sedicente “sinistra” il fenomeno dei “migranti” (ma perché “migranti”? Migranti casomai sono gli uccelli migratori che si spostano secondo cicli naturali…).
Preciso che ho sempre militato nelle file dell’estrema “sinistra” (se questo termine ha ancora un significato, fatto su cui ho molti dubbi, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano…).
Sono lontanissimo da qualsiasi suggestione razzista, di superiorità dell’uomo bianco europeo o di missione dei popoli “civilizzati”.
Tuttavia trovo il pietismo nei confronti del fenomeno “migranti” caratterizzato da enormi dosi di ipocrisia e falsa retorica.
La prima causa dell’intensificarsi del fenomeno negli ultimi anni è certamente il contemporaneo intensificarsi di una serie di guerre scatenate dai Paesi “civili” contro Stati nuovi ed ex-coloniali, spesso su iniziative della “sinistra” (mentre la “destra” è stata in genere molto più prudente ed attenta) per presunti motivi “umanitari” e con formule del tipo “responsabilità di difendere i civili” dai “regimi” e dai “dittatori” locali.
Queste motivazioni sono state alla base della distruzione della Libia ad opera della NATO (con l’aiuto dei jihadisti locali). Il risultato è stato che un Paese che era, secondo le statistiche ufficiali dell’ONU, quello con il tenore e la qualità della vita più alti dell’Africa, ha visto la fuga di circa 2 milioni di Libici e di altri 2 milioni di Africani che lavoravano nel paese.
Ora la Libia, che prima funzionava da filtro per i lavoratori che si spostavano dall’Africa centrale, è diventato un buco nero dominato da milizie estremiste e scafisti che speculano sugli spostamenti di torme di disperati. Questi ultimi si spostano da Paesi tuttora sottoposti a sfruttamento post-coloniale da parte dei vecchi padroni (ad esempio la Francia) che in realtà non hanno mai mollato l’osso e organizzano colpi di Stato (come in Costa d’Avorio) se qualche presidente locale si mostra troppo indipendente. Oltre tutto uno dei motivi per cui fu fatto fuori Gheddafi era perché stava creando una Banca Africana per sottrarre il continente nero alle grinfie della grande finanza internazionale.
Altri Paesi riottosi, come il Sudan, o la Somalia, sono stati fatti a pezzi e altri, come l’Eritrea, sono indicati come “Stati canaglia” e sottoposti a sanzioni. Tutto questo alimenta spostamenti di popolazione e fenomeni di destabilizzazione.
Analogo discorso vale oggi per la Siria, sottoposta dal 2011 a sanzioni durissime e ad un attacco concentrico da parte dei Paesi occidentali, alleati con le peggiori dittature confessionali (come l’Arabia Saudita) e bande di jihadisti sunniti fanatici. Sei milioni di Siriani hanno lasciato il Paese, mentre altrettanti si sono dovuti spostare all’interno dalle zone occupate da Al Qaeda e dallo Stato Islamico a quelle poste sotto la protezione dell’esercito. Si badi bene che prima del 2011 nessuno fuggiva dalla Siria o si spostava all’interno. Il Paese era un modello di laicismo e tolleranza interreligiosa (Sunniti, Sciiti, Cristiani, Drusi, atei). Oggi la gente fugge, non dal “regime”, ma dalla guerra e dai terroristi fanatici diretti dall’esterno.
Discorsi analoghi possono farsi per l’Iraq, distrutto e fatto a pezzi dopo l’attacco anglo-americano del 2003 giustificato con la bugia delle “armi di distruzione di massa” e per l’Afghanistan invaso nel 2001 con la scusa della “guerra al terrore” e dove i combattimenti infuriano da 16 anni. Siriani, Afghani, Iracheni, Libici, Africani sub-sahariani formano almeno i due terzi dell’immigrazione complessiva.
E non dimentichiamo l’immigrazione dall’Est Europa, sottoposta alle delizie del capitalismo internazionale. Molti immigrati vengono dalla Romania che, ai tempi del tanto deprecato Ceausescu, conosceva una situazione di piena occupazione e non aveva debito estero. Oggi la popolazione rumena è diminuita di vari milioni rispetto a quei tempi per l’emigrazione massiccia. Situazioni analoghe si hanno, ad esempio, per Ucraina e Moldavia, mentre la Bielorussia, dove il presunto “dittatore” Lukaschenko ha mantenuto molte delle vecchie istituzioni sovietiche, se la passa molto meglio.
Infine, come ultimo esempio, ricordiamo la sfortunata Jugoslavia: prima massacrata dal Fondo Monetario Internazionale cui i dirigenti “riformatori” post-Tito si erano incautamente affidati; poi travolta dagli odi interreligiosi ed interetnici opportunamente alimentati dall’esterno (il presidente musulmano della Bosnia, Itzebegovic, appoggiato dagli estremisti di Al Qaeda, fu fatto passare per un “democratico”); infine bombardata e smembrata definitivamente dalla NATO (con la benedizione del nostro baffetto D’Alema).
Ma, anche se le ragioni dell’immigrazione clandestina, che cresce ogni giorno, fossero puramente economiche, avrebbe un senso la parola d’ordine: “facciamoli entrare tutti”?
Una parola d’ordine del genere può essere forse giustificata in bocca al Papa, visto che la Chiesa pratica il pietismo e la carità per motivi ideologici ed identitari, ma suona stonata e demagogica se pronunciata dai portavoce dell’ex-sinistra o addirittura da settori movimentisti dell’estrema “sinistra”. Sembra quasi che certi settori politici (come il PD, ma non solo), per far dimenticare il fatto di aver abbandonato tutti i loro programmi e le parole d’ordine più qualificanti, si affidino ad una demagogia umanitaria, di cui la difesa dei “migranti” è uno dei punti più caratteristici.
Nel mondo siamo ormai circa 7 miliardi. Ben oltre la metà della popolazione è povera o sull’orlo della povertà. Si può ragionevolmente risolvere il problema con emigrazioni di massa, di stampo biblico? Si può pensare che fenomeni del genere non abbiano effetti destabilizzanti e che possano risolvere il problema della povertà di massa?
E’ evidente che solo assicurando uno sviluppo adeguato dei Paesi di provenienza, rinunciando a sfruttarli, a sottoporli al ricatto finanziario del debito, alle aggressioni militari se cercano di rendersi indipendenti, si potranno dare soluzioni al problema. Altrimenti molti degli ex-Paesi coloniali faranno da soli, come ha fatto la Cina che è diventata la massima potenza mondiale di produzione di beni.
Intanto il fenomeno corrente non può non essere regolamentato, accettando solo quelle persone che richiedono realmente un asilo politico (ad esempio, so per esperienza diretta che molti ragazzi eritrei in cerca di fortuna ed avventura si fingono perseguitati per essere accolti) e, per quanto riguarda gli immigrati “economici”, accettare solo quelli che possano essere integrati con mutua soddisfazione, nostra e loro, evitando che siano ferocemente sfruttati in nero, o ridotti all’accattonaggio, alla prostituzione, o alla delinquenza. Si tratta di razionalizzare e sveltire tutte le procedure finalizzate a questa strategia.
Infine, non si possono non denunciare tutti quei settori che alimentano e si servono del fenomeno per propri fini, ammantandoli di bugie umanitarie. Schematicamente questi settori possono essere così indicati:
– alcuni settori capitalisti dei Paesi sviluppati che si servono dell’ondata immigratoria per abbassare i salari e le pretese dei lavoratori locali. In questa ottica vedo anche le dichiarazioni irresponsabili della Merkel di un paio di anni fa “venite tutti”, fatte in un momento in cui l’economia tedesca era in ascesa ed aveva bisogno di braccia, salvo poi essere costretta a fare marcia indietro. In quest’ottica ritengo sbagliato liquidare alcune obiezioni della Lega o di alcuni governi europei (ad esempio, Ungheria) come pure manifestazioni di razzismo;
– alcuni settori capitalisti e finanziari statunitensi, o di altri Paesi concorrenti della UE, che cercano di favorire il fenomeno in funzione destabilizzante della “concorrenza”. Questo tipo di azioni può avere anche risvolti di destabilizzazione politica e ricatto (vedi ad esempio i ricatti e le minacce della Turchia di Erdogan che si riserva di aprire i rubinetti dell’emigrazione);
– alcune ONG, opportunamente finanziate e manovrate da alcuni Paesi, che alimentano il traffico di carne umana, mandando, ad esempio, le loro navi in prossimità delle coste libiche a prelevare orde di disperati con la complicità di milizie jihadiste e scafisti locali. Alcune di queste ONG vanno per la maggiore, come Amnesty International e Save the Children, notoriamente finanziate da istituzioni e finanzieri USA (come George Soros) e che si attengono strettamente alla politica statunitense in tutte le crisi internazionali. Medici senza Frontiere è invece più legata alla politica francese, com’è dimostrato dalla figura del suo carismatico ex-presidente Kourchner, divenuto poi Ministro degli Esteri di Sarkozy, e grande sponsor delle guerre in Jugoslavia e Libia. Esiste poi una galassia di ONG più piccole create appositamente per gestire questo nuovo commercio degli schiavi sotto sembianze solidaristiche. Tutte queste ONG, così come molte istituzioni legate all’accoglienza gestiscono una fiorente “industria dell’immigrato”.
Vincenzo Brandi

La terribile realtà

Trump sbaraglia l’establishment USA

revolution

Piangono i “democratici” USA ed europei ed il codazzo dei gazzettieri a loro servizio.
“Fine della globalizzazione e crisi di egemonia”?

Alle 5 del mattino Giovanna Botteri, col viso sconvolto, piagnucolava più del solito. Più tardi Shultz, la Merkel, Hollande e soci si mostravano “preoccupati” e Renzi si congratulava a denti stretti. Le borse crollavano. il bene rifugio aureo si rivalutava. Grillo parlava del più grande “vaffanculo day” della storia.
L’abile outsider Trump (altro che il cretino che volevano farci credere!) ha sbaragliato la candidata ufficiale dell’establishment, delle banche, della grande finanza, del turbo-capitalismo globalizzato, e del complesso militar-industriale USA.
Non è servito l’appoggio di George Soros e della lobby sionista, che hanno ampiamente finanziato la Clinton, e nemmeno quello della Fratellanza Musulmana con cui Killary manteneva uno stretto contatto attraverso la sua principale collaboratrice, una signora di origine saudita già legata a filo doppio alla moglie di Morsi, il fratello musulmano detronizzato dal generale Al-Sisi con l’appoggio di tutto l’Egitto laico.
Trump ha avuto una valanga di voti dalla sterminata “classe media” USA, che comprende anche la classe operaia e i lavoratori intellettuali, incazzata impoverita e frustrata dalla crisi capitalistica che dura da oltre 30 anni e si è accentuata negli ultimi anni. E non solo dalla media classe “bianca”, come vorrebbero farci credere, ma anche da molti lavoratori ispanici, o di altre origini, di prima o seconda generazione, sottoposta alla minaccia di perdere le conquiste faticosamente acquisite. Ha ricevuto voti persino da una parte dei lavoratori neri, che hanno dato un appoggio molto tiepido alla Clinton, di cui giustamente non si fidavano.
Ovviamente bisogna essere prudenti quando si parla di esponenti “populisti” che esprimono anche qualche esternazione fascistoide. Intanto però assistiamo alla messa in mora della più pericolosa esponente della politica guerrafondaia dell’imperialismo USA: quella che si è spesa per la guerra in Libia ed ha ballato sul cadavere di Gheddafi, che si è spesa per la guerra in Jugoslavia, per un’aggressione militare aperta alla Siria mascherata da “No-fly zone”, per il golpe in Honduras, per il colpo di Stato nazista in Ucraina attuato sotto la direzione della sua vice Victoria Nuland, per una politica di confronto duro con la Russia fino a giungere al limite di una guerra mondiale atomica.
Trump inoltre, ben lontano dall’immagine che vogliono presentarci di uno che non esiterebbe a spingere il bottone della guerra atomica, si è detto – al contrario – disponibile ad un dialogo chiarificatore con la Russia, e persino con la Corea Popolare Democratica (o del Nord, come la chiamano da noi). La Corea del Sud, già irta di basi e missili atomici USA, ha formalmente protestato contro le aperture di Trump. Il neo-eletto presidente ha anche fatto capire che considera come massimo pericolo il terrorismo islamico e che quindi va rivisto il carattere essenzialmente anti-russo della NATO e la politica verso il governo laico siriano.
Al contrario Trump ha avuto calorose congratulazioni da parte di Putin, della bestia nera della Fratellanza Musulmana generale Al-Sisi, e dal presidente delle Filippine Duterte, quello che aveva definito “figlio di puttana” Obama. invitandolo a farsi i fatti suoi.
Trump – anche nel tentativo di rilanciare l’economia ed i redditi USA con una buona dose di isolazionismo – ha anche dichiarato che vuole rivedere gli accordi commerciali internazionali come il TTIP ed il Trattato transpacifico con i Paesi dell’Estremo Oriente e del Pacifico. Anche l’accordo interamericano NAFTA è probabilmente sotto accusa. Il Peso messicano è andato subito a fondo.
Ripeto che bisogna usare la massima prudenza, ma certamente oggi potrebbe iniziare una nuova fase economica e militare che potrebbe mettere in crisi ulteriore la globalizzazione capitalistica ultra-liberista ad egemonia USA ed il sogno della Clinton, e dei circoli “neocons” di Washington, con i loro alleati sionisti fratel-musulmani e Wahabiti, di dominare il mondo con la potenza militare e la paura.
Vincenzo Brandi


Questa volta, stanno facendo una rivoluzione colorata a casa loro?

Né non-governative né caritatevoli

ong

“Dato il grande successo delle rivoluzioni colorate negli anni 2000 in diversi Paesi in Europa orientale o repubbliche ex-sovietiche, sono state identificate le missioni politiche di molte ONG (Organizzazioni Non Governative). Sotto il falso pretesto di esportare democrazia, diritti umani e libertà di espressione, tali organizzazioni, in sostanza delle GO (organizzazioni governative), seguono gli ordini degli strateghi della politica estera dei Paesi occidentali. In quest’ambito, il premio va sicuramente agli Stati Uniti per l’elevata potenza assoluta, difficile da eguagliare. In effetti, il Paese dello Zio Sam ha un’ampia gamma di organizzazioni politiche e di beneficenza specializzate nella destabilizzazione non violenta dei Paesi considerati “non-friendly” o “non-vassalli”. Tali organizzazioni hanno quadri politici prescelti, risorse materiali colossali e finanziamenti regolari. Agendo metodicamente, le tecniche utilizzate sono estremamente efficaci soprattutto contro Paesi autocratici o con gravi problemi socio-economici. Le agenzie d’esportazione della democrazia più note sono USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale), NED (National Endowment for Democracy), IRI (International Republican Institute), NDI (National Democratic Institute), Freedom House e OSI (Open Society Institute). Tranne l’ultima, tali organizzazioni sono finanziate dal governo degli Stati Uniti. L’OSI, nel frattempo, fa parte della Fondazione Soros, dal nome del fondatore George Soros, miliardario e illustre speculatore finanziario statunitense. Inutile dire che Soros e la sua fondazione collaborano con il dipartimento di Stato degli Stati Uniti per la “promozione della democrazia”. E la lista delle conquiste è eloquente: Serbia (2000), Georgia (2003), Ucraina (2004), Kirghizistan (2005) e Libano (2005). Nonostante certi gravi errori, Venezuela (2007) e Iran (2009), il successo è stato ancora una volta raggiunto con l’impropriamente denominata “primavera” araba (2011). Il coinvolgimento delle agenzie degli Stati Uniti nell’”esportare” la democrazia è stata chiaramente dimostrata nelle rivolte che hanno scosso i Paesi arabi “prioritari”, Tunisia ed Egitto, e quelli con una guerra civile ancora in corso, Libia, Siria e Yemen. L’efficienza relativa con cui furono destabilizzati e l’apparente spontaneità riflettono il ruolo di cavallo di Troia di tali “ONG”, sostenute da una rete di attivisti indigeni adeguatamente addestrati da enti specializzati.”

ONG: Organizzazione Non Grata di Ahmed Bensaada continua qui.

Il coinvolgimento degli Stati Uniti nella “primavera araba”

arabesque$“Gli imponenti rivolgimenti che i benpensanti occidentali hanno precipitosamente ed erroneamente battezzato “primavera” hanno provocato solo caos, morte, odio, esilio e desolazione in molti Paesi arabi. Bisognerebbe forse chiedere ai cittadini dei Paesi arabi “primaverizzati” se la disastrosa situazione in cui si trovano attualmente possa definirsi primavera.
In proposito, i numeri sono eloquenti. Uno studio recente ha dimostrato che questa funesta stagione ha provocato, in soli cinque anni, più di 1,4 milioni di vittime (morti e feriti), cui occorre aggiungere più di 14 milioni di rifugiati. La “primavera” è costata ai Paesi arabi più di 833 miliardi di dollari, di cui 461 in perdite di infrastrutture distrutte e siti storici devastati. D’altra parte la regione MENA (Middle East and North Africa – Medio Oriente e Africa del Nord) ha perso più di 103 milioni di turisti, una vera calamità per l’economia.
Nella prima edizione del mio libro “Arabesque américaine” (aprile 2011), ho denunciato l’ingerenza straniera in queste rivolte, e anche il carattere non spontaneo di questi movimenti. Certamente, prima di questi avvenimenti, i Paesi arabi erano in una vera situazione di decrepitezza: assenza di alternanza politica, forte disoccupazione, democrazia embrionaria, bassi livelli di vita, diritti fondamentali violati, assenza di libertà di espressione, corruzione a tutti i livelli, favoritismi, fuga dei cervelli, ecc. Tutto ciò rappresenta un “terreno fertile” per la destabilizzazione. Nonostante, però, l’assoluta fondatezza delle rivendicazioni della piazza araba, ricerche approfondite hanno dimostrato che i giovani manifestanti e i cyber-attivisti arabi erano stati formati e finanziati da organizzazioni statunitensi specializzate nella “esportazione” della democrazia, come USAID, NED, Freedom House o l’Open Society del miliardario George Soros. E tutto ciò, già molti anni prima che Mohamed Bouazizi si immolasse col fuoco.
(…)
E’ evidente che questa “primavera” non ha niente a che vedere con gli slogan coraggiosamente scanditi dai giovani cyber-attivisti nella piazze arabe e che la democrazia è solo uno specchio per le allodole. Infatti, come ci si può non porre delle serie domande su questa “primavera”, quando si veda che gli unici Paesi arabi che hanno subito questa stagione sono delle repubbliche? E’ un caso che nessuna monarchia araba sia stata toccata da questo tsunami “primaverile”, come se questi Paesi fossero dei santuari della democrazia, della libertà e dei diritti dell’uomo? L’unico tentativo di sollevazione anti-monarchica, quello del Bahrein, è stato represso con violenza, con la collaborazione militare del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), il silenzio complice dei media mainstream e la connivenza dei politici, al contrario tanto loquaci quando simili vicende hanno riguardato repubbliche arabe.
Questa “primavera” ha di mira la destabilizzazione di alcuni Paesi arabi ben individuati in un quadro geopolitico ben più vasto, certamente quello del “Grande Medio Oriente”. Questa dottrina prevede il rimodellamento delle frontiere di una regione geografica che ospita Paesi arabi ed altri Paesi vicini, cancellando quelle ereditate dagli accordi di Sykes-Picot. Benché lanciato sotto la guida del presidente G. W. Bush e dei suoi falchi neoconservatori, questa teoria si ispira ad un progetto del 1982 di Odeon Yinon, un alto funzionario del ministero degli affari esteri israeliano. Il “Piano Yinon”, come lo si chiama, aveva in origine come obiettivo la “dissoluzione di tutti gli Stati arabi esistenti e il rimodellamento della regione in piccole entità fragili, più malleabili e non in grado di scontrarsi con gli Israeliani”.
E lo smembramento purtroppo è in corso.”

Da La fregatura delle “primavere arabe”, intervista di Nordine Azzouz a Ahmed Bensaada.

(I collegamenti inseriti sono nostri – ndc)