Requiem per una democrazia

11215843_534586650013290_8208055958893525629_n

Non fa piacere vedere gli Stati Uniti, a lungo considerati il tempio della democrazia, assoggettarsi sempre più ai voleri imposti da potenti lobbies, o gruppi di pressione, che dominano ogni aspetto della vita del Paese. Per decenni la lobby degli espatriati cubani della Florida ha ricattato il governo di Washington, mettendolo di fronte all’alternativa di perdere un notevole numero di voti nel caso avesse riconosciuto il regime di Fidel Castro e, conseguentemente, eliminato l’embargo economico. Tali espatriati, tutti ferventi sostenitori del dittatore Fulgencio Batista, erano motivati dall’assurda speranza di ritornare un giorno nell’isola e di rientrare in possesso dei loro beni. Non sembrava neppure sfiorargli la mente il fatto che loro stessi erano stati la causa dell’avvento della rivoluzione cubana, avendo mantenuto gran parte della popolazione dell’isola in stato di semi schiavitù.
La rottura delle relazioni con l’isola e la relativa imposizione dell’embargo economico era stato decretato nel 1960 dall’allora presidente Eisenhower a seguito dell’atteggiamento castrista di fomentare la rivoluzione socialista nel mondo e di accordare protezione ai terroristi. Nonostante che tutte le nazioni avessero mantenuto normali relazioni con l’isola, gli Americani -sotto l’impulso della lobby degli espatriati della Florida- si erano rifiutati di mutare la loro posizione, malgrado che il regime castrista avesse abbandonato la sua politica rivoluzionaria. Spettava recentemente al presidente Obama di ignorare le pressioni della lobby dei fuoriusciti cubani e di dare l’avvio a un nuovo capitolo nella storia delle relazioni tra i due popoli.
Di gran lunga più potente doveva dimostrarsi la lobby destinata a opporsi a quello che viene giustamente considerato il fiore all’occhiello della politica estera di Obama, vale a dire l’accordo con l’Iran per convincere quel Paese a rinunciare alla costruzione di ordigni nucleari. In base a tale trattato, sostenuto da tutti i Paesi europei, l’Iran si impegnava a usare i suoi impianti nucleari per scopi esclusivamente pacifici, in cambio dell’eliminazione dell’embargo economico al quale era sottoposto da anni. Il più strenuo oppositore del trattato appariva il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che insisteva sulla tesi che l’Iran avrebbe dovuto rinunciare a tutte le sue installazioni nucleari, in quanto a lungo andare avrebbero potuto essere convertite per la produzione di armi atomiche. Anche se Netanyahu giustificava la sua richiesta con il fatto che l’Iran non accennava ad abbandonare la sua politica di inimicizia verso Israele, non si poteva negare che l’Iran, in qualità di Paese sovrano, avesse il diritto di usare l’energia nucleare per scopi non militari come tanti altri. A detta di molti osservatori, peraltro, ogni tentativo di imporre condizioni più stringenti sarebbe servito ad esacerbare ancor più le relazioni con quel Paese. La pretesa di Netanyahu di avere un Medio Oriente privo di armi nucleari, peraltro, non mostrava molta coerenza, dal momento che Israele disponeva di un grosso arsenale atomico, anche se si guardava bene dal confermarlo.
Il presidente Obama, da parte sua, pur rassicurando Israele che il trattato conteneva sufficienti disposizioni da garantire l’adempienza da parte dell’Iran, aveva ammonito che l’eventuale fallimento delle trattative avrebbe potuto sollevare lo spettro di un nuovo conflitto. A questo riguardo aveva accusato coloro che si opponevano al trattato di essere gli stessi che a suo tempo si erano schierati in favore della guerra in Irak, malgrado l’assenza di valide prove sull’esistenza di armi di distruzione di massa. Il trattato è ora all’esame del Congresso americano, dove si prevede incontrerà una forte opposizione data la profonda ostilità esistente tra l’organo legislativo, dominato dai Repubblicani, e quello esecutivo. In effetti, ogni iniziativa del presidente Obama, dal programma per assicurare una copertura medica a tutti gli Americani a quello per affrontare l’immigrazione illegale nel Paese, e ora al trattato nucleare con l’Iran, ha incontrato una indiscriminata e talvolta assurda opposizione.
Nel caso che il Congresso americano esprimesse parere sfavorevole sul trattato, al presidente non rimarrebbe che apporre il suo veto alla risoluzione parlamentare, ricorrendo al suo potere esecutivo. Ma non è finita qui. Il Congresso, a sua volta avrebbe ancora una possibilità di sbarazzarsi del trattato mettendo insieme due terzi di voti sfavorevoli in ciascuna camera per annullare il veto presidenziale. Le possibilità che il veto potesse essere superato, tuttavia, risultavano assai remote, dal momento che i Repubblicani da soli non avrebbero avuto i voti necessari.
In questo scenario era inevitabile che l’iniziativa fosse passata alla varie lobbies che avevano l’obiettivo di imporre le vedute di Netanyahu negli Stati Uniti, sovvenzionate in gran parte da miliardari americani favorevoli a Israele. L’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la potente lobby creata all’indomani della nascita di Israele, in particolare, ha stanziato decine di milioni di dollari per allestire una imponente campagna sui vari media del Paese diretta a screditare l’operato di Obama e, principalmente, a fare affluire a Washington migliaia di simpatizzanti con lo scopo di fare pressione sui rappresentanti democratici dei vari Stati. Una importante vittoria di questa tattica è stata la recente defezione di Chuck Schumer, un influente senatore democratico di New York particolarmente legato a Israele, che ha deciso di opporsi a Obama e di unirsi ai Repubblicani per respingere il trattato.
Il presidente Obama si è affrettato ad accusare l’AIPAC di spargere voci tendenziose sul trattato al fine di falsarne il contenuto e di interferire in maniera inaccettabile sulla politica americana, accentuando ancor più la divergenza di opinioni con il primo ministro Netanyahu. Nel frattempo, in Israele non sono mancati coloro che hanno criticato la posizione intransigente del primo ministro, che avrebbe finito per mettere a dura prova le relazioni tra il loro Paese e gli Stati Uniti, sicuramente i più fedeli dei loro alleati.
Gian Carlo Treggi

(Fonte: Gazzetta di Parma dell’8/9/2015, p. 38)

Dello stesso autore: Gli sceriffi della domenica

Gli sceriffi della domenica

10570531_841861102526693_9096655924775382337_n

Le riflessioni di un Italiano che vive negli Stati Uniti

Quando mi trovo al volante della mia Toyota Camry non riesco a staccare gli occhi dal cruscotto, in particolare da quelle lucette o spie che quando si accendono avvertono che qualcosa non va nell’impianto elettrico della vettura. Non solo, ma non fidandomi troppo di queste spie mi capita spesso di fare il giro della vettura, chiedendo al passeggero di turno di premere il pedale del freno, azionare gli indicatori di direzione e così via, al fine di rassicurarmi che tutto sia in ordine.
A qualcuno sorgerà il sospetto che io sia afflitto da paranoia. E invece no. Secondo le statistiche, infatti, risulta che il cattivo funzionamento delle luci posteriori delle auto sia la ragione principale per cui la polizia americana ferma un automobilista. In effetti, la polizia non ha la facoltà d’intimare a un automobilista di arrestarsi a meno che non ci sia un motivo per farlo, come appunto un problema con le luci di posizione. Strano a dirsi, ma questa è la maniera con cui la polizia riesce a catturare molte persone ricercate. Anche se una lampadina fulminata, in genere, non da adito all’elevazione di una multa, non è mai piacevole essere fermati dalla polizia. Il fatto è che le forze dell’ordine americane sono tristemente note per le loro maniere non troppo ortodosse e per l’eccessivo, e talvolta ingiustificato, uso delle armi da fuoco. Due recenti episodi, verificatisi rispettivamente in South Carolina e Oklahoma, nei quali sono rimasti vittime due neri, hanno contribuito a metter ancor più in evidenza il problema. Nel primo caso, Walter Scott era stato fermato a un semaforo da un agente della polizia di North Charleston a causa del mancato funzionamento di una delle luci posteriori di stop. Come di consueto, dopo aver chiesto i documenti all’automobilista, l’agente, un certo Michael Slager, era tornato alla sua auto per controllare il nominativo sul computer di bordo. Improvvisamente lo Scott aveva aperto la portiera della sua vettura ed era fuggito. Lo Slager non ci aveva pensato due volte. Aveva estratto la pistola e aveva esploso ben otto colpi in direzione del fuggitivo, l’ultimo dei quali lo doveva uccidere. Ai suoi superiori doveva poi dichiarare di essere stato assalito dallo Scott e di aver dovuto difendere la propria vita.
E’ da notare che l’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine è regolato da una decisione del 1985 della Corte Suprema, nella quale si stabilisce che quando un agente insegue un sospetto non può usare armi da fuoco per fermarlo, a meno che che lo stesso non rappresenti un pericolo per l’agente e per gli altri. Per sfortuna dell’agente, al momento della sparatoria un passante aveva ripreso l’intera scena con il suo telefono cellulare. Dopo due giorni di riflessione, l’uomo, anche lui nero, si era deciso a rendere pubblico il film, dove chiaramente appariva che lo Scott, oltre a essere disarmato, non aveva minacciato per niente l’agente. Riguardo alle ragioni per cui il malcapitato Scott si era dato alla fuga, si presume che abbia temuto di essere arrestato per il mancato pagamento degli assegni di mantenimento alla sua ex moglie. Ma era questo un motivo per ucciderlo? Ora lo Slager è in prigione sotto l’accusa di omicidio.
Il caso verificatosi in Tulsa, Oklahoma, è ancor più preoccupante. Anche qui la polizia aveva fermato un automobilista per il malfunzionamento delle luci posteriori della vettura. Soltanto che in quell’occasione Eric Harris, un altro nero, non era sembrato gradire troppo l’intervento delle forze dell’ordine e aveva reagito. Ne era scaturita una colluttazione, durante la quale improvvisamente si era udito uno sparo e l’Harris era caduto al suolo colpito a morte. Era successo che uno degli agenti, un certo Robert Bates aveva estratto la sua pistola, scambiandola per il suo taser, e aveva fatto fuoco. Il taser, per chi non lo sapesse, è un dispositivo che spara due elettrodi collegati con due fili con l’unità principale, che produce una scarica elettrica capace di immobilizzare il soggetto, senza dover far ricorso alle armi da fuoco.
A rendere ancor più confusa la situazione era apparso che il Bates fosse un funzionario delle assicurazioni che, a 73 anni suonati, si divertiva ancora a giocare a guardie e ladri. Ma non era il solo. Da una rapida indagine era saltato fuori che a tanti altri ricchi cittadini di Tulsa veniva permesso di prestare servizio come regolari agenti nel loro tempo libero, in cambio di generose donazioni al locale dipartimento di polizia. Stando alle regole, questi volontari dovevano seguire un lungo periodo di addestramento prima di poter indossare la divisa e usare le armi. Nel caso di Bates, tuttavia, non esisteva alcun documento che attestasse che egli avesse preso parte ad alcun corso di addestramento. Appariva però che fosse un intimo amico dello sceriffo di Tulsa e che avesse partecipato attivamente alla campagna per la sua rielezione. Perché negli Stati Uniti – un’altra strana caratteristica di questo Paese – anche i capi della polizia vengono eletti dai cittadini. Incolpato di omicidio colposo, il Bates è stato rilasciato dietro una cauzione di 25mila dollari in attesa di un processo di cui, data la sua posizione sociale, si può già prevedere il verdetto.
A ragion di logica questi episodi non dovrebbero impensierirmi troppo. Non sono nero, non ho alcun conto in sospeso con la legge, rispetto le regole stradali e controllo sistematicamente il funzionamento delle luci della mia Toyota. Ma non è così. Tutte le volte che mi capita di imbattermi nella polizia, infatti, vengo pervaso da un senso di nervosismo che difficilmente riesco a spiegarmi.
Gian Carlo Treggi

(Fonte: Gazzetta di Parma del 6/5/2015, p. 46)