La politica economica è la più politica delle politiche

“L’accentramento politico-decisionale nelle mani del Super Ministro comporta che l’intera politica economica del Paese sia convogliata nella figura di colui che siede sulla scrivania lignea che fu di Quintino Sella. Questa semplice caratteristica istituzionale implica dunque che la filosofia politica di una singola persona, senza tuttavia sottovalutare l’entourage dei dirigenti ministeriali, finisce per ricoprire un’importanza maggiore di qualunque proposta economica contenuta nei programmi elettorali dei partiti rappresentati nel Parlamento sovrano. La recente genealogia dei Ministri del Tesoro (fino al 2001) e del MEF è piuttosto eloquente in questo senso. Fin dai tempi del primo Ministro del Tesoro dell’Italia repubblicana, l’incarico di dirigere il più importante dicastero economico spettò ad un esponente politico eletto in Parlamento.
(…) Tornando al caso italiano, occorre ricordare che l’ultimo vero ministro “politico”, prima della cesura del 1992, fu proprio il “tecnico” per eccellenza della Prima Repubblica: Guido Carli, ministro del Tesoro dal 1989 al 1992, ma già alla seconda legislatura al Senato tra le file della Democrazia Cristiana. Piero Barucci diventò quindi il primo “tecnico” a ricoprire l’incarico di ministro del Tesoro nel contesto del governo “semi-tecnico” di Giuliano Amato (1992-1993), quello della svalutazione della lira, del prelievo forzoso sui conti correnti e della trasformazione degli enti pubblici in S.p.A.. Barucci rimase in quel ruolo anche nel Governo Ciampi e cedette il posto a Lamberto Dini, Direttore Generale della Banca d’Italia per quindici anni (1979-1994), con l’avvento del primo Governo Berlusconi. Il vaso di Pandora dei “tecnici economici” era stato aperto: Carlo Azeglio Ciampi (ex Governatore della Banca d’Italia), Domenico Siniscalco (ex Direttore Generale del Tesoro), Tommaso Padoa Schioppa (ex Vicedirettore Generale della Banca d’Italia e Banca Centrale Europea), Mario Monti (ex Commissario europeo), Vittorio Grilli (ex Direttore Generale del Tesoro e Ragioniere Generale dello Stato), Fabrizio Saccomanni (ex Direttore Generale della Banca d’Italia), Pier Carlo Padoan (ex Vicesegretario Generale dell’OCSE). Fanno eccezione Vincenzo Visco (ministro del Governo Amato dal 2000 al 2001) e Giulio Tremonti, entrambi esperti di economia attivi in politica ed eletti in Parlamento nel corso del loro incarico.
Come ci si può spiegare questa progressiva tecnicizzazione antropologica della figura del principale ministro dell’economia? La motivazione di tale necessità si accompagna alla conclamata de-politicizzazione della politica economica in Italia. Con essa, si sancisce un sostanziale commissariamento delle scelte politiche in ambito economico, imposto da sacrali ed universali leggi economiche custodite da imperscrutabili istituzioni nazionali e sovranazionali. Le alternative si riducono a poche indistinguibili e ininfluenti opzioni. Ma la politica economica è quella che regola lo sviluppo e la distribuzione del reddito di una nazione, il tasso di disoccupazione, l’inflazione, la concessione di prestazioni sociali e previdenziali. La politica economica è la più politica delle politiche, è un’area di massimo conflitto tra interessi contrapposti. L’aver stabilito, come se fosse un cardine della nuova Costituzione materiale del Paese, che essa debba essere affidata ad un “tecnico responsabile”, apprezzato dai “mercati finanziari”, “affidabile nel contesto delle istituzioni dell’Unione Europea”, non è altro che la cruda affermazione di un principio fondamentalmente anti-democratico che implica la prevaricazione di un’unica radicale opzione politica: i saldi primari eterni, le privatizzazioni scriteriate, la precarizzazione del lavoro e l’abbattimento delle tutele, la regressività delle imposte, la progressiva riduzione dello Stato sociale.
(…) Contro il nefasto Super MEF occorrerebbe meno falso tecnicismo e più democrazia. Il paradosso di questo lungo governo tecnocratico di venticinque anni, in tutta la sua proclamata rispettabilità, si trova nel drammatico fallimento dello stesso assetto economico incarnato dal dicastero di Via Venti Settembre. Se l’Italia è tornata ad essere una periferia industriale sulla via del declino, incapace di garantire un benessere diffuso ai suoi cittadini, la responsabilità è da attribuirsi esclusivamente alle scelte adottate dai Super ministri del MEF, cavalieri della politica empiricamente fallimentare e politicamente anti-democratica incarnata nei trattati UE. Per questo motivo, la finta tecnocrazia conservatrice che ha dominato il panorama politico in questi ultimi decenni dovrebbe essere bandita da ogni incarico di potere. Al suo posto, il governo della nostra martoriata economia necessiterebbe di un maggiore controllo democratico, con un dibattito pubblico accessibile a tutti i cittadini, scevro di anglofoni tecnicismi e dichiarazioni apodittiche. Bisognerebbe instaurare la logica dei ministri politici responsabili di fronte all’opinione pubblica e alle rappresentanze politiche, parlamentari e sociali. Non si negano certo gli aspetti tecnici della politica economica: quello di cui le strutture economiche italiane avrebbero bisogno è una vera tecnocrazia democratica, imbevuta di un patriottismo progressista che ambisca a rendere l’economia Italiana più dinamica, prospera, giusta e libera per tutti, o quanto meno per i molti che hanno inutilmente sofferto a causa del trentennio tecnocratico.
C’è solo da augurarsi che questa incombente nomina del Super ministro sia l’ultima di una lunga e tormentata serie. (…)”

Da Contro il “Super MEF”. Come imparai ad amare i tecnici e a svuotare la democrazia, di Simone Gasperin.

Sergio Marchionne e una ristretta lista di invitati

italia usaVenezia, 31 maggio – La ventiquattresima edizione del Workshop del Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti si terrà a Venezia, presso l’Hotel Excelsior Lido, venerdi 7 e sabato 8 giugno 2013. La conferenza internazionale sarà riservata ai membri del Consiglio e a una ristretta lista di invitati, tra i quali esponenti del mondo della politica, della cultura, dell’industria e della finanza.
Il Workshop di Venezia è una delle principali iniziative del Consiglio Italia-USA, associazione privata volta a sviluppare i rapporti transatlantici e la partecipazione italiana in essi. Il Consiglio è attualmente presieduto per la parte italiana da Sergio Marchionne, Amministratore delegato di Fiat SpA, Presidente di Fiat Industrial SpA e Presidente e Amministratore delegato di Chrysler Group LLC, e per quella americana da David W. Heleniak, Senior Advisor di Morgan Stanley. Sergio Marchionne aprirà il Workshop con un discorso di benvenuto. I keynote speech saranno tenuti, nell’ordine, da David H. Thorne (Ambasciatore USA in Italia), Enrico Giovannini (Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali), Fabrizio Saccomanni (Ministro dell’Economia e delle Finanze) e Giuliano Amato (già Presidente del Consiglio).
(Adnkronos)

Washington chiama, Roma risponde

giorgio napolitano all'altare della patria

Secondo settennato per Giorgio NATOlitano.
Per completare il quadro manca solamente l’affidamento dell’incarico per formare il nuovo governo al Presidente del Centro Studi Americani.
Il servaggio continua.

Ricorda qualcosa?

“Il parossismo generale nei riguardi del debito pubblico – che, lungi dall’essere il fulcro del problema come vorrebbe qualcuno, costituisce invece la vera cartina tornasole capace di misurare grado di deterioramento delle altre attività economiche nazionali – non è altro che uno specchietto per le allodole, utile per giustificare lo smantellamento totale e definitivo dell’industria strategica italiana in nome dell’imperativo categorico di “far cassa”.
Per questa ragione il nuovo piano strategico elaborato da Finmeccanica ha suscitato l’approvazione di Morgan Stanley, che ha alzato il rating sulla società romana poche ore dopo che l’Amministratore Delegato Giuseppe Orsi ebbe esternato pubblicamente l’intenzione di “alleggerire” la holding attraverso la dismissione di alcune aziende “meno produttive”.
Parlare, inoltre, di concorrenza in un sistema estremamente corporativo ed oligopolistico come quello dell’energia appare quanto meno fuorviante, dal momento che i prezzi di petrolio e gas vengono stabiliti arbitrariamente da un cartello composto da un pugno di società petrolifere e da un numero altrettanto esiguo di istituzioni finanziarie che speculano sui rialzi. Alla luce di tutto ciò, giustificare l’indebolimento dell’ENI in nome della concorrenza tirando persino in ballo i minori costi che gli utenti si ritroverebbero ad affrontare appare analogo alla crociata guidata dall’attuale esecutivo “tecnico”, che intendeva provocare una diminuzione dei prezzi della benzina liberalizzando le pompe di distribuzione senza prendere in minima considerazione il ruolo di quelle che Enrico Mattei definiva “sette sorelle”. Il che la dice lunga sulla presunta risolutezza del governo Monti, che “non guarda in faccia nessuno”.
L’ultimo tassello da inserire in questo desolante mosaico è costituito dalla nomina ad advisor (consigliere), con compiti di valutazione delle modalità di vendita della Snam, di Goldman Sachs da parte della Cassa di Depositi e Prestiti presieduta da Franco Bassanini, che nel 1992 era salito a bordo del Panfilo Britannia in compagnia di una nutrita schiera di alti esponenti della politica e dell’economia italiana (Ciampi, Draghi, Costamagna, ecc.).
Sull’onda di Tangentopoli si insediò il governo tecnico presieduto da Giuliano Amato, il quale si affrettò a trasformare le aziende pubbliche in Società Per Azioni mente il Fondo Monetario Internazionale segnalava la necessità di provocare una svalutazione della moneta italiana per favorire il processo di privatizzazione. Così, non appena i “tecnici” del governo Amato ebbero incaricato Goldman Sachs di supervisionare alla vendita dell’ENI, il gruppo Rothschild “prestò” il direttore Richard Katz al Quantum Fund di George Soros per imbastire la colossale manovra speculativa contro la lira, provocando una svalutazione della moneta italiana pari al 30%. Ciò consentì ai Rothschild di acquisire parte dell’ENI a un prezzo fortemente “scontato”.
Lo scorporo della Snam appare quindi come una fase avanzata della lunga marcia di logoramento di quel che rimane dell’industria strategica italiana avviata nel 1992, con Tangentopoli e con gli attentati del 1992 che costarono la vita a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle rispettive scorte.
Proprio in questi giorni è stato celebrato l’anniversario della strage di Capaci tra altisonanti discorsi da parte dei più autorevoli esponenti istituzionali. Sarebbe stato interessante se qualcuno avesse osato tirare in ballo le dichiarazione rese dall’ex ministro dell’interno Vincenzo Scotti nel corso di un’intervista resa al quotidiano romano “Il Tempo” il 6 dicembre 1996. In quell’intervista, Scotti spiegò che nel febbraio 1992 i servizi segreti e il capo della polizia Vincenzo Parisi avevano redatto e fatto pervenire sulla sua scrivania un rapporto in cui erano sommariamente elencate e descritte le modalità di un imminente piano di destabilizzazione politico, sociale ed economico dell’Italia, orchestrato da svariate potenze internazionali in combutta con alcune potenti lobby finanziarie. Il piano in questione, secondo quanto affermato da Scotti, comprendeva attentati di varia natura atti a distorcere la percezione di sicurezza nazionale in seno alla società, in modo da creare un clima di instabilità che spianasse la strada agli attacchi finanziari diretti contro il patrimonio industriale e bancario di stato. Non ricorda qualcosa?”

Da La lunga marcia di logoramento dell’Italia, di Giacomo Gabellini.

Di là dalle Alpi c’è un popolo, di qua c’è una colonia

Il collaborazionista punito dai francesi

Non se ne può più. La Francia ha un volto nuovo, Francois Hollande. Noi abbiamo Mario Monti che nel 1981 si inventò i buoni del tesoro a lungo termine (cioè il debito che ora ci strozza) mentre il suo maestro, Beniamino Andreatta, dava il là  alla privatizzazione di Bankitalia.
Tutto in nome dell’indipendenza, ben inteso.
Così come, per l’indipendenza, la BCE è a Francoforte, indipendente da tutti i paesi UE ma sotto l’ala di Berlino. I francesi hanno capito che l’asse Merkozy portava verso il IV Reich e hanno dato un calcio nel sedere al collaborazionista Sarkò. Per l’Italia che cosa cambia? Nulla, com’è evidente dal fatto che Mario Monti non si vergogna a collocare il compare Giuliano Amato (mille euro al giorno con tre pensioni) tra i consulenti incaricati di dare un taglio alle spese dello Stato, figuriamoci.
Di là dalle Alpi c’è un popolo che esercita la piena sovranità, di qua c’è una colonia, con un governo collaborazionista e un capo del governo con la triplice tessera di Goldman&Sachs, Trilaterale e Bilderberg. Anzi ne ha un’altra: quella di consigliere del trombato Sarkò. Non può dunque cambiare nulla per l’Italia dopo le elezioni francesi. Il saccheggio delle nostre ricchezze è già avvenuto e il declino rimane inarrestabile.
Oltre mille supermercati francesi sul territorio italiano, diffusi capillarmente, ma non in Toscana, Umbria ed Emilia Romagna, così non si disturbano le Coop. Da sinistra sono state favorite queste truppe di occupazione che esigono un balzello, meno appariscente ma non meno esoso di quello preteso nel Lombardo-Veneto dai reggimenti del maresciallo Radetzy. Giuliano Amato e Romano Prodi svendettero tutta l’industria di Stato. Oggi grazie alle codardie di Berlusconi e Bossi abbiamo perso la prelazione sulle estrazioni petrolifere in Libia, abbiamo ceduto l’Edison, mentre Finmeccanica traballa e persino Benetton si disfa delle manifatture a vantaggio degli spagnoli Zara. Si alzano i lamenti per il caro benzina, per voce degli stessi che plaudirono la caduta di Gheddafi e non tuttora non si accorgono della diffusione a macchia d’olio, su tutta la penisola, delle stazioni di servizio francesi, le quali, insieme ai supermercati, determinano il nostro corso di inflazione. Siamo una colonia e delle elezioni a Parigi non abbiamo di che rallegrarci sino al momento in cui non rigenereremo completamente la classe politica di qualunque indirizzo che sinora ha governato. Come? Non è affare del giornalismo indicarlo, ma negare che questa sia la strada è solo un’ulteriore follia.
Piero Laporta

Fonte

Intanto paghiamo

Adesso la quadruplice sta facendo pagare all’Italia l’alleanza con Putin e Gheddafi.
Con la Clinton in testa, il Club non tollera autonomia e soluzioni energetiche nazionali

di Piero Laporta per ItaliaOggi

Capolinea? ItaliaOggi del 7 ottobre 2009 scrisse che Silvio Berlusconi traballava a causa dei legami con Gheddafi e Putin, dopo la vittoria di Hussein Barak Obama e Hillary Clinton. Tre mesi prima ItaliaOggi accostò le fucilate mediatiche sulle ospiti di villa Certosa ai «terroristi che un tempo annunciavano a rivoltellate le elezioni imminenti». Seguì un copione sperimentato dal 1945, quando il «quartetto» dei vincitori (Gran Bretagna, Francia, USA e URSS), irradiatosi nei nostri interessi, li predò più o meno di comune accordo, manipolandoci la democrazia, corrompendola e non solo. Crollata l’URSS, subentrò la Germania e il nuovo Quartetto eliminò alleati esigenti a vantaggio di ex nemici ricattabili.
Berlusconi entrò in politica nel 1994 per salvare la sua proprietà? I valvassori del Quartetto rapinavano da sempre le ricchezze italiane; dopo il 1989 Mediaset fu tra le appetibili. I valvassori ebbero sempre man salva purché assicurassero la ciclica spremitura degli italici servi della gleba, come desiderano mercati, BCE, IMF e agenzie di rating. L’Italia è come le mucche dei Masai. I valvassori le incidono ogni tanto le vene del collo, badando di non ucciderla; raccolgono il sangue nella zucca e lo porgono al Quartetto che lascia qualcosa sul fondo da leccare. Negli anni ’50 gli USA bevevano per primi; oggi Berlino ha il primato, segue Parigi, ultima la Clinton che freme dopo gli abili inglesi. Il deficit statale fu pure sperperi e corruzione, però conseguenti a politiche agricole, industriali ed energetiche genuflesse al Quartetto vampiro.
Il sistema (difeso con bombe, terrore rossonero, mafia e agenzie di rating) perseguita e uccide chiunque tenti di scalfirlo o svelarlo, come Enrico Mattei, Aldo Moro, Giovanni Leone, Luigi Calabresi, Mino Pecorelli, Walter Tobagi, Bettino Craxi. Piemme comunisti? Una balla rancida: o effimeri autocrati a caccia di visibilità oppure organici ai quattro del Quartetto. Vi sono pure, grazie a Dio, tanti liberi, onesti e coraggiosi; va detto e ricordato con un grazie.
Berlusconi parvenu (come sibilarono Gianni Agnelli e Indro Montanelli, valvassori fra i più zelanti) s’adattò alle regole dei Quattro che spaccano il paese in due partiti, l’uno contro l’altro, i capponi manzoniani: comunisti contro anticomunisti, poi nord contro sud, guelfi contro ghibellini, obbligandoci a un moto parossistico e immobile, come un calabrone, di fronte al fiore inarrivabile delle riforme. «Faremo, cambieremo, riformeremo» ronzava il calabrone Silvio, mentre agguantava il futuro legando Vladimir Putin a George Bush Sr, nonostante costui sia assiduo col suo peggiore nemico in Svizzera. Sembrava fatta. Tornata tuttavia al potere la sitibonda Clinton, ogni equilibrio s’infranse nella guerra di rapina alla Libia. Berlusconi maramaldo che pugnala Gheddafi, anticipa quello col «cuore grondante sangue» che tradisce gli elettori. La Germania sta alla finestra, come gli USA nella guerra dello Yom Kippur del 1973; lascia che altri combattano, agevolando i suoi disegni, in Libia come a Roma, dove osserva Giulio Tremonti accostarsi a palazzo Chigi col primo di tre indispensabili passi: uccidere Berlusconi, politicamente s’intende. Deve, può o vuole? È presto per dirlo. Anche il secondo passo, cavar sangue come i valvassori, potrebbe essere obbligato da politiche spietate. Arriverà il terzo e decisivo passo di Tremonti, se vorrà omologarsi? Porgerà la zucca, come Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, prima di lui? A chi la porgerà prima? Che cosa conterrà? ENI, Finmeccanica? Washington condivide le priorità di Giulio con le altre tre? I guai di Marco Milanese crescono mentre si colma la zucca? Oltre le congetture, sono seri i guai del Cavaliere se smarrisce la realtà come Bettino Craxi, quando aprì le porte del Quirinale a Oscar Luigi Scalfaro e chiuse le proprie. La volpe ansima e i cani la incalzano. A meno che, a marzo, Vladimir Putin_ o forse prima, vedremo, intanto paghiamo.