Un susseguirsi di “misteri” e depistaggi

“Dall’«oro di Dongo» alla strage di via D’Amelio, a Palermo, la storia italiana è un susseguirsi di «misteri» e depistaggi.
Anche gli storici più onesti hanno cercato di dare spiegazione a ognuno di essi senza mai riuscirci appieno, perché tutti sono incorsi nell’errore di valutarli al di fuori del loro contesto reale.
Hanno, cioè, questi storici, inquadrato i fatti come se fossero allegati l’uno dell’altro, attribuendoli a singole persone o gruppi che, nella più ardita delle ipotesi, erano collegati a personaggi politici anche di primo piano o a centri di potere genericamente definiti «occulti».
Il risultato è sotto i nostri occhi: abbiamo la storia della «banda Giuliano», della mafia «buona» di Calogero Vizzini e, poi, di Stefano Bontate, quella «cattiva» di Salvatore Riina, la «Gladio rossa» e quella bianca, l’«eversione nera» e quella «rossa», la banda della Magliana e «Mafia Capitale», la corruzione politica, Andreotti e Lima, Berlusconi e Dell’Utri, la P2 e la massoneria «deviata», i servizi segreti «deviati», la democrazia sotto attacco, lo Stato debole e incapace.
Una frammentazione di fatti ed episodi che ha permesso sempre ai responsabili, che si sono alternati ai vertici nel corso degli anni, di creare uno scudo difensivo che nessuno, fino a oggi, è riuscito a infrangere.
Se, per ipotesi, si riuscisse ad avere la verità su tutti gli episodi «misteriosi» che costellano la storia dell’Italia del dopoguerra, non si avrebbe comunque la verità assoluta, la sola in grado di cambiare le sorti e il destino di questa Nazione.”

Una visione unitaria, di Vincenzo Vinciguerra continua qui.

Questa Repubblica sulla cui bandiera hanno scritto la parola “infamia”

“Dietro ogni depistaggio che ha segnato la vita di questa Repubblica fin dal suo sorgere, c’è sempre una «ragion di Stato», una strategia del potere, un disegno politico che non si vuole svelare, che deve essere protetto a ogni costo.
Dall’«oro di Dongo» all’uccisione di Salvatore Giuliano, appaltata dal colonnello dei carabinieri Ugo Luca all’«alta mafia», da piazza Fontana alle stragi mafiose del 1993, i depistaggi sono una costante della storia italiana post-bellica che confermano l’esistenza di uno Stato che non è «doppio» né «parallelo», che è uno solo ma ha due volti, uno democratico e l’altro totalitario.
Le commemorazioni sono un esercizio retorico di menzogne e mezze ammissioni di cui tutti si fanno complici perché nessuno ha mai avuto il coraggio di chiamare in causa dirigenti politici, magistrati, vertici militari e di polizia per svelarne le responsabilità che sono, spesso, palesi.
Per l’attentato di Peteano dove, il 31 maggio 1972, sono morti tre carabinieri solo per la mia scelta sono emerse le responsabilità di alti ufficiali dell’Arma mentre quelle dei vertici sono state occultate da Felice Casson, con il concorso di altri suoi colleghi e dell’affiliato alla loggia P2, il vicequestore Giuseppe Impallomeni.
Per quell’attentato il Casson ha inventato prima la responsabilità della loggia P2, poi quella di Gladio, perché carabinieri fedeli alla Repubblica (nessuno però fino a oggi ha provato l’infedeltà dei gladiatori) non avrebbero mai depistato le indagini su un attentato nel quale erano morti tre loro colleghi.
Ora si ritrovano con appartenenti alla Polizia di Stato che hanno depistato le indagini in una strage in cui, oltre a un magistrato, sono morti ben cinque dei loro colleghi.
Se il depistaggio delle indagini sull’attentato del 31 maggio 1972 è stato deciso ai vertici dei corpi di polizia, dei servizi segreti, con l’assenso delle autorità politiche per occultare i rapporti con l’estrema destra, quindi per nascondere quella che era una strategia politica, quello sulla strage di via d’Amelio, a Palermo, compiuta da mafiosi, occulta i rapporti fra lo Stato e le cosche e l’inserimento di queste ultime in una strategia politica.
Il depistaggio non è solo quello della manipolazione delle prove e della loro sottrazione dagli atti giudiziari, è anche quello tipico della magistratura nel suo complesso che si ingegna a inventare ogni volta «deviazioni» e «collusioni», «infedeltà» e tradimenti, pur di non riconoscere che se questori, generali dei carabinieri, alti funzionari dei servizi segreti occultano prove, proteggono colpevoli, «suicidano» testimoni, lo fanno perché motivati dalla «ragion di Stato».
Ed è giunto il momento di affermare questa verità a voce alta, facendo crollare il castello di menzogne eretto in oltre 70 anni di storia di questa Repubblica sulla cui bandiera hanno scritto la parola «infamia».
Cancelliamola.”

Da La Repubblica dei depistaggi, di Vincenzo Vinciguerra.