Il fascismo inesistente vi seppellirà

Partiamo dal convincimento che la verità sia nel tutto, come Hegel insegna, quindi anche nelle sue necessarie interne contraddizioni.
L’antifascismo, cosi come il neofascismo, prescinde da questo tutto, trasformando il fascismo in un archetipo che è quello che gli altri hanno deciso per lui. Una valutazione unica è doverosa non certo per una volontà riabilitativa, ma soltanto per avere un’arma in più per una corretta interpretazione, non del passato, ma del presente che, stando così le cose, pesa molto di più perché drogato.
Per questo è particolarmente illuminante il significato del termine fascismo così come evocato dagli antifascisti.
Il suo uso prescinde da una valutazione storica, così come da una politica o filosofica, il suo uso non è neanche quello di un semplice aggettivo denigratorio, ma è un investimento per garantirsi sempre il diritto all’ esistenza e alla ragione. Prescinde persino dallo spazio temporale, persino da una prospettiva manichea, come se il fascismo, in quanto Male Assoluto, fosse sempre esistito. Una cloaca comunque da contrapporre alla propria autoreferenzialità. Al suo cospetto, tutto sembra svanire, dal colonialismo, alla tratta degli schiavi, allo sterminio degli Indiani d’America, al genocidio degli abitanti della Tasmania, persino lo sfruttamento sembra così sopportabile dinanzi al fascismo, la “legge bronzea dei salari” di Ricardo finisce per coincidere con una piattaforma per il rinnovo contrattuale.
L’antifascismo diventa l’abito buono che da i super poteri, un mezzo per diventare dei fuoriclasse. Già dei fuori classe, l’antifascismo è così potente da far scomparire non solo Giovanni Gentile, ma anche Karl Marx e Antonio Gramsci.
La gravità di una tale liturgica investitura risiede tutta nell’inautenticità dell’antifascismo.
Ad un primo approccio un sistema del genere, così condiviso da non essere mai messo in discussione più da nessuno, sembrerebbe spianare la via ai suoi utilizzatori, un a priori che equivale a mettersi dalla parte dei buoni, mentre i cattivi, gli altri, dall’altra. Un’illusione di farsi giudice delle regole della vita per “vincere facile”, ma a lungo andare le astrazioni che durano troppo hanno sempre il merito di chiedere il conto ai suoi ciechi sostenitori.
Vediamo qualche particolare.
Fino al 1936, malgrado tutto, al PCI il fascismo, almeno non tutto, non doveva apparire così orrido, visto “L’appello ai fratelli in camicia nera” firmato da sessanta dirigenti del Partito, compreso Togliatti. Nello stesso anno iniziano le purghe staliniane ed i processi ai trotskisti.
Con la guerra di Spagna s’assiste forse al primo tentativo di usare l’antifascismo come fosse un’arma, e questa volta l’uso che se ne fa è senz’altro politico. I compagni anarchici e trotskisti del POUM vengono massacrati perché inspiegabilmente s’erano messi al soldo del fascismo secondo l’accusa. Il format calunnioso, di una sola maschera da mettere in faccia a tutti i nemici, viene sperimentato anche altrove, sempre con buoni risultati. Si trovano infuocate pagine su l’Unità, siamo nel gennaio del 1944, che invitano a schiacciare tutti gli infiltrati, sempre trotskisti, fattisi oramai la V colonna del nazifascismo. Il messaggio probabilmente era rivolto anche al più grande gruppo partigiano di Roma, il Movimento Comunità d’Italia riunito sotto il quotidiano Bandiera Rossa che, cosa da non crederci, era più diffuso de l’Unità. Il gruppo Bandiera Rossa era distante anni luce dal CLN, cosi come dal PCI, in quanto antimonarchico, antibadogliano, ma soprattutto avrebbe voluto non consegnare Roma agli Alleati, ma bensì proclamare “La Repubblica Romana dei Lavoratori”. Stranamente questi compagni, malgrado il loro grandissimo contributo alla resistenza, non appariranno negli annali della epopea dell’ANPI, mentre molti di loro moriranno sotto le provvidenziali raffiche naziste delle Fosse Ardeatine.
Fondamentale è il documento di chiusura della III Internazionale comunista, maggio 1943, in esso scompare esplicitamente il concetto di rivoluzione socialista lasciando il posto alla necessità d’aderire al “blocco antifascista”.
Bordiga, altro fondatore del PCI, ebbe modo d’affermare che la cosa peggiore che aveva prodotto il fascismo era proprio l’antifascismo, il tronfio antifascismo che abbracciava anche l’odiato nemico borghese.
Alla affermazione di Bordiga, gli farà eco più di mezzo secolo dopo, confermando il mortale abbraccio con il nemico di classe, quella di Costanzo Preve quando disse che peggio del fascismo c’era solo l’antifascismo. Tra i due comunisti, solo qualche bagliore di lucidità, primo fra tutti quello di Pier Paolo Pasolini.
L’inautenticità dell’antifascismo risiede nel suo essere antistorico e non contestuale, quindi non un momento antitetico da opporre alla sua affermazione, ma un opporsi che diventa evanescente perché il farlo non contempla il momento della tesi reale e di conseguenza quello del divenire nella sintesi. La sua pretesa di autenticità necessaria passerà allora esclusivamente nel vedere nel qualunque altro, quello fuori da sé, un fascista.
Non si tratta più di un solo uso mistificante del termine, ma questo diventa una piattaforma psudoideologica onnivora, capace per questo di procedere ad un processo di metamorfosi genetica.
La rimozione della missione storica del corpo sociale, sedato dall’antifascismo nel tempo, è stata lenta ma costante, fino ad essere completa. Dallo scambiare il socialismo per un riformismo che nel suo procedere non aveva neanche più il coraggio di nominarlo, fino al rendere inutile tutta la critica marxiana al capitalismo.
Mentre l’orchestrina intonava “Bella Ciao”, si scoprivano nuove icone sovrastrutturali, da Kennedy ad Obama, da Blair a Clinton, da Paolo di Tarso a Papa Francesco, da Macron ad Juncker, dalla troika alla NATO, da Chicco Testa a Vladimir Luxuria.
La globalizzazione diventa l’internazionalismo realizzato, il meticciato è la società senza classi, il consumismo la distribuzione della ricchezza, il precariato altro non è che un’opportunità.
Ed allora, in fase oramai matura, al dogma dell’antifascismo, si può affiancare con orgoglio il dogma del neoliberismo, la tanto agognata lotta per la libertà e la giustizia sociale possono finalmente rispecchiarsi realizzate nelle libertà dei diritti umani e nelle pari opportunità che il mercato a tutti offre.
In conclusione, l’oscenità dell’antifascismo risiede tutta nell’aver abbandonato il Socialismo, foss’anche come sogno raggiungibile del non ancora, appiattendosi invece acriticamente su quest’attimo presuntuoso ritenuto eterno a cui non manca niente. Questo è stato il vero profondo potere di questo antifascismo inautentico, ma anche la sua più grande e indelebile colpa.
Lorenzo Chialastri

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Prigionieri del fuori

Spigolature da una intervista a Marco Adorni, curatore con Fabrizio Capoccetti di “Prigionieri del fuori. Ordine neoliberale e immigrazione”, BFS edizioni.

“Il dibattito pubblico sulle migrazioni è spesso attraversato da petizioni di principio, come l’idea che, siccome le civiltà sono nate dall’incontro, allora ogni limite (culturale, confessionale, sociale, economico, ecc.) è il male. In un’argomentazione di questo tipo si omette una parte importante della storia del genere umano: il fatto che l’incontro con l’altro non sia mai stato qualcosa di semplice, naturale e pacifico; inoltre, non ci si avvede che la logica no borders è quanto di più utile al neo-liberismo: che cos’è il potere odierno se non una forza sociale transnazionale che sconvolge i confini, abbatte ogni limite, devasta il diritto, privatizza il pubblico, agendo unicamente per incrementare la propria potenza? Per cui, l’immigrazione è tutto tranne che un fenomeno neutrale.”

“Carl Schmitt definiva il ‘politico’ ciò che dava forma e organizzazione all’unità politica in quanto tale, un pouvoir neutre senza cui la lotta politica sarebbe scomparsa. Ma la neutralizzazione di cui parlava il giurista tedesco non ha a che fare con quella attuale, caratterizzata da un potere ontologico, poiché si produce nell’annientamento stesso dello Stato, cioè dell’unità politica, a tutto vantaggio della logica del capitale contemporaneo, che è quella di transnazionalizzare, cioè trovare radicamento stabile nel ‘fuori’, nell’eccezione permanente (ove risiede la vera sovranità globale). Occorre comprendere che non siamo più cittadini di Stati democratici, ma soggetti passivi che vivono e lavorano in uno spazio astratto, un ‘oltre Stato’ anomico e invisibile, dove formazioni predatorie dotate di competenze e strumenti, composte da specialisti e uomini di governo, possono dominare indisturbate, precarizzando lavoro e diritti, inquinando l’ambiente e costringendo centinaia di migliaia di persone prive di cittadinanza a spostarsi continuamente, mettendo così a rischio quel poco che resta degli Stati territoriali e della loro sovranità. Che cosa sono, dunque, i migranti? La prefigurazione di ciò che stiamo diventando tutti: prigionieri del ‘fuori’.”

“Perché non si prova a interrogarsi sulle ragioni geopolitiche dei movimenti umani? Perché non si prova ad affrontare politicamente il fallimento di gran parte degli Stati africani o la loro totale soggezione al potere delle multinazionali occidentali? Perché non di cerca di risolvere il problema dei migranti aiutandoli ‘a casa loro’ – il che non significa realizzarvi campi di concentramento? Perché sono proprio il caos e l’assenza degli Stati a permettere l’estrazione di enormi fortune dai territori di partenza delle masse di disperati verso l’Europa. Ora, bisogna ‘creare dei confini’, che permettano di restituire identità a queste masse umane, e dentro tali confini istituirvi Stati democratici e funzionanti; ciò implicherebbe automaticamente occuparsi anche dei nostri confini, cioè del ‘noi’ e del nostro altrettanto legittimo bisogno di sicurezza e ordine: ogni luogo è unico e unico è ogni popolo.”

“Non credo, sinceramente, che si riuscirà, in questa situazione, a costruire un discorso differente sull’immigrazione, almeno finché, soprattutto a sinistra, non si smetterà di depoliticizzare la riflessione etica, il dibattito pubblico, l’economia e la società italiana. Parlare di accoglienza di migranti senza affrontare la questione del lavoro, la precarizzazione della vita in tutti i suoi aspetti, l’impunità imperante e la crisi dello Stato di diritto, non farà che rafforzare l’identificazione tra la sinistra e il potere.”

Fonte: Eurasia. Rivista di studi geopolitici, n. 3/2018, pp. 183-188.

Euroinomani

Dieci anni di crisi economica sembrano aver distrutto il mito positivo dell’Europa, alimentando l’insofferenza verso Bruxelles, la rigidità dei trattati e la soffocante leadership tedesca.
Ma com’è stato possibile che i partiti populisti e sovranisti siano arrivati, in Italia, a raccogliere il 50% dei consensi?
Questo clamoroso successo si deve in larga parte ai cosiddetti “euroinomani”. Così Alessandro Montanari definisce tutti quei politici, quegli economisti e quei giornalisti che per troppi anni si sono rifiutati di riconoscere l’oggettiva anomalia dell’euro, ostinandosi a negare il sostanziale fallimento dell’austerità espansiva e sposando acriticamente il nuovo ordine della globalizzazione.
Brexit, la vittoria di Trump e le elezioni italiane dimostrano però che i popoli stanno invertendo la Storia.
Quella che è iniziata infatti non è una protesta, ma una rivolta: contro la disuguaglianza crescente, contro l’impoverimento del lavoro, contro la finanziarizzazione dell’economia, contro le delocalizzazioni predatorie e, soprattutto, contro il dominio delle élite.
Un testo prezioso per vedere la realtà in modo diverso.

Euroinomani
Come l’euro ha ucciso l’Europa – Il risveglio dei popoli contro le élite
di Alessandro Montanari
Uno editori, pp. 260

Alessandro Montanari, giornalista e autore televisivo, ha lavorato per le più importanti televisioni nazionali.
Al fianco di Gianluigi Paragone dai suoi esordi professionali nelle tv locali, firma i programmi Lultimaparola (Rai 2) e La Gabbia (La7) che per primi in Italia sdoganano il dibattito sull’euro e sui vincoli dei trattati europei, dando voce alle vittime della crisi e raccontando la crescita dei movimenti anti-establishment.
Ora è a Rete 4, nella squadra della trasmissione Stasera Italia. “Euroinomani” è il suo saggio d’esordio.

Contro il liberalismo per una Quarta Teoria Politica

Spigolature da La Quarta Teoria Politica di Aleksandr Dugin, Novaeuropa edizioni.

“Dopo aver sconfitto i suoi rivali, il liberalismo ha (re)imposto un monopolio nel pensiero ideologico: è divenuto l’unica ideologia, che non consente nemmeno l’esistenza di alcuna ideologia rivale. Si potrebbe dire che è passato da un programma a un sistema operativo comune. Si noti che, quando andiamo in un negozio a comprare un computer, il più delle volte non diciamo “Vorrei un computer con Microsoft”, ma semplicemente “Vorrei un computer”, e ci viene venduto un computer con un sistema operativo Microsoft. Lo stesso accade con il liberalismo: ci viene impiantato come qualcosa di standard, che sarebbe assurdo e inutile contestare.
(…) Il liberalismo non è più liberalismo ma sottofondo, tacito accordo, consenso. Ciò corrisponde alla transizione dall’epoca della modernità a quella postmoderna. Nella postmodernità il liberalismo, mantenendo e perfino aumentando la sua influenza, sempre più raramente rappresenta una filosofia politica liberalmente scelta e compresa, diviene inconscio, istintivo e non del tutto consapevole. Questo liberalismo istintivo ha la pretesa di trasformarsi nella “matrice” universale, non-conscia, della contemporaneità…”.
[Pagg. 209-210]

“Dobbiamo mettere fine alle vecchie ideologie e teorie politiche. Se abbiamo davvero rifiutato il marxismo e il fascismo, quello che rimane è di mettere da parte definitivamente il liberalismo, che è un’ideologia altrettanto datata, crudele e misantropa. Il termine “liberalismo” dovrebbe essere equiparato a “fascismo” e “comunismo”. Il liberalismo è responsabile di crimini storici tanto quanto il fascismo (Auschwitz) e il comunismo (i gulag); è responsabile della schiavitù e della distruzione dei nativi americani negli USA, per Hiroshima e Nagasaki, per le aggressioni in Serbia, Iraq e Afghanistan, per la devastazione e lo sfruttamento di milioni di persone sul pianeta, e per le menzogne ignobili e ciniche che imbellettano queste verità storiche.”
[Pag. 81]

“Tutti coloro che condividono un’analisi negativa della globalizzazione, dell’occidentalizzazione e della postmodernizzazione dovrebbero unire i loro sforzi per creare una nuova strategia di resistenza contro un male che è onnipresente.”
[Pag. 289]

“L’unica cosa su cui è opportuno insistere nel tracciare un simile sentiero di cooperazione è la dismissione dei pregiudizi anticomunisti e antifascisti. Questi pregiudizi sono gli strumenti per mezzo dei quali liberali e globalisti tengono divisi i loro nemici. Perciò dobbiamo ripudiare con forza tanto l’anticomunismo quanto l’antifascismo. Entrambi sono strumenti controrivoluzionari nelle mani dell’élite globale liberale. Allo stesso tempo, dobbiamo opporci a ogni genere di conflitto tra le varie credenze religiose – musulmani contro cristiani, ebrei contro musulmani, musulmani contro indù, e così via. Le guerre e le tensioni interconfessionali fanno il gioco del reame dell’Anticristo, che mira a separare le religioni tradizionali allo scopo di imporre la sua pseudo-religione, la sua parodia escatologica.
Di conseguenza, dobbiamo unire la Destra, la Sinistra e le religioni tradizionali di tutto il mondo in uno sforzo comune contro il nemico comune. La giustizia sociale, la sovranità nazionale e i valori tradizionali sono i tre principi fondamentali della Quarta Teoria Politica. Non è facile riunire sotto un unico stendardo un’alleanza così composita, ma dobbiamo provare se vogliamo sopraffare il nostro nemico.”
[Pag. 292]

La Quarta Teoria Politica e il populismo

La nuova razza padrona


“A questo punto, abusando della pazienza del lettore che mi ha seguito sin qui, devo aprire un secondo versante di riflessione per fare cenno ai complessi processi macro-politici che hanno creato una oggettiva convergenza di interessi tra la vecchia razza dei predatori nazionali e una nuova temibile specie di predatori. i protagonisti del capitalismo finanziario sovranazionale, entrambi interessati al definitivo smantellamento delle Stato sociale e a fare della sua decomposizione una straordinaria occasione di locupletazione mediante la devoluzione dei suoi servizi alle “forze del mercato”, cioè agli oligopoli che controllano il mercato. A questo riguardo, occorre premettere che vari indicatori inducono a ritenere che lo Stato democratico di diritto non sia, come la mia generazione aveva creduto, una conquista irreversibile, ma una breve parentesi storica apertasi a seguito di un inedito e contingente equilibrio di forze venutosi a determinare nel XX secolo. Come è noto, lo Stato di diritto è nato dal compromesso tra i due principali soggetti collettivi protagonisti della storia del Novecento: le forze materiali del capitalismo industriale e le organizzazioni politiche del mondo del lavoro. La natura compromissoria di tale origine è attestata della definizione stessa dello Stato di diritto come Stato “liberal-democratico”, binomio che sintetizza le due diverse culture politiche su cui si fonda e che costituisce la forma giuridica dell’economia sociale di mercato, via di mezzo tra l’economia di mercato liberista e l’economia pianificata statalista.
Tale peculiare equilibrio tra le forze in campo instauratosi nel secondo dopoguerra, è venuto meno alla fine del XX secolo. Il crollo dell’Unione Sovietica e la fine del bipolarismo internazionale, (…).
Gli eventi verificatisi nel Terzo millennio, nello sconvolgere i rapporti di forza preesistenti, hanno dunque creato le condizioni per sciogliere il coatto matrimonio di interessi tra il liberalismo e la democrazia, fondamento dello Stato di diritto liberaldemocratico, dando vita a un divorzio non consensuale. Si assiste così alla marcia trionfale in tutto l’Occidente dell’unica forza sociale e politica rimasta padrona del campo: il capitalismo globale finanziario e delle multinazionali. I politologi riassumono questo evento assumendo che la democrazia è divenuta superflua, nel senso che sono venute meno le ragioni che imponevano al sistema capitalistico di accettare per ragioni di realismo politico i limiti al proprio libero sviluppo e i costi economici imposti dalla camicia di forza della democrazia. Il nuovo capitalismo globale non si limita a sottrarsi a ogni regola, tende anche a imporre le proprie, condizionando dall’interno alcuni Stati occidentali per riscrivere gli ordinamenti giuridici in modo da spostarne il fulcro dall’interesse pubblico a quello privato. Si è avviato quindi un processo di decostruzione progressiva dello Stato democratico di diritto per dare vita a un modello che propone l’asservimento dello Stato alle esigenze di attori forti presenti sul mercato, attraverso una riduzione degli spazi pubblici e il correlativo ampliamento di quelli privati. In termini strettamente economici tutto ciò si traduce nel progressivo smantellamento del welfare state.
(…) La decostruzione progressiva dello Stato liberaldemocratico di diritto, conseguente al mutamento dei rapporti di forza sociali, prosegue di pari passo a un complesso processo di reingegnerizzazione del potere che trasferisce le sedi decisionali strategiche fuori dai parlamenti e dagli esecutivi nazionali, prima trasmigrandole all’interno di organi sovranazionali non elettivi, privi di rappresentatività democratica – quali la BCE e la Commissione Europea – e poi da questi, con un secondo cruciale passaggio, in organizzazioni finanziarie internazionali come la trojka (costituita dai rappresentanti della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale), proiezioni istituzionali delle oligarchie finanziarie globali le cui politiche vengono spacciate alla pubblica opinione come soluzioni tecniche prive di alternative (“There is not alternative”, secondo il categorico diktat thatcheriano, divenuto il manifesto ideologico del pensiero unico neoliberista).
Questa è l’essenza politica della transizione dal liberismo classico (laissez-faire) improntato a un’astensione dell’intervento pubblico nella regolazione dei rapporti economici, all`attuale neoliberismo improntato alla predisposizione di un ordine pubblico sovranazionale sancito in trattati multilaterali, istitutivi di organismi internazionali che si muovono nella direzione di una definitiva subordinazione degli Stati – soprattutto quelli a legalità debole come l’Italia – alle esigenze dei grandi investitori internazionali.
(…) Se l’analisi sin qui svolta è almeno in parte condivisa, può comprendersi come la questione criminale italiana sia divenuta uno dei terreni sui quali si declina a valle quel gioco grande del potere che, attraversando a monte tutti i livelli dell’ordinamento e i piani della vita collettiva, sta rimodulando, sull’onda di nuovi rapporti di forza, i modi di essere della sovranità, della rappresentanza e della legalità, ridisegnandone i confini. Nel nuovo scenario internazionale dove è in corso una dura competizione senza esclusione di colpi, la legalità debole italiana, che in passato era solo un triste affare di famiglia, è divenuta infatti una sabbia mobile che non solo continua a impantanare la nazione nelle secche del suo torbido passato, ma inghiotte giorno dopo giorno le residue chance di riscatto futuro.
Quella che fu una grande nazione rischia così di divenire un terreno di scorreria di vecchi e nuovi predatori, un vaso di coccio destinato a frantumarsi nello scontro tra i vasi di ferro che si contendono l’egemonia politica ed economica nella nuova forma-mondo in gestazione. Esiste dunque in Italia un’inscindibile correlazione tra questione economica e questione della legalità (costituzionale e ordinaria). Non per problemi etici, né per problemi di giustizia, ma per evitare che la legalità materiale italiana continui a precipitare il Paese in una spirale di declino irreversibile, la vera sfida con la quale deve misurarsi oggi e con la quale dovrà misurarsi domani chiunque avrà la guida del Paese, si muove dunque sul terreno ineludibile del ripristino della legalità e del principio di responsabilità, coniugando legalità e sviluppo. Stato regolatore e libero mercato. A questo riguardo ci si sente ripetere che la politica si nutre di realismo. Ma è bene assumere consapevolezza che oggi di realismo il Paese rischia di morire, se per realismo si intende la necessità di adattarsi alla situazione esistente per l’impraticabilità politica di soluzioni alternative.”

Da La legalità materiale ovvero il tramonto di una Nazione, di Roberto Scarpinato, in “Micromega” n. 7/2014.

Roberto Scarpinato. magistrato in servizio presso la Procura della Repubblica di Palermo, nel 1991 entra a far parte del pool antimafia collaborando con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Si occupa – tra le altre cose – dei processi per gli assassinii di Piersanti Mattarella, Presidente della Regione siciliana, di Pio La Torre, segretario regionale del PCI, di Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana e di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Dopo la strage di via D’Amelio, è il promotore della rivolta di otto sostituti procuratori contro il Procuratore capo Piero Giammanco, al quale viene addebitata la responsabilità di avere progressivamente isolato Giovanni Falcone, inducendolo ad andare via dalla Procura di Palermo. Quella clamorosa presa di posizione innescò un conflitto interno alla Procura di Palermo che costrinse il Consiglio Superiore della Magistratura ad intervenire ed indusse il procuratore Giammanco a chiedere il trasferimento.
Alla Procura della Repubblica di Palermo inizia così una svolta, caratterizzata dalla nomina di Giancarlo Caselli a Procuratore capo e dall’avvio delle indagini per alcuni dei più importanti processi sui rapporti tra mafia e potere. La nuova stagione dell’antimafia porterà all’arresto dei più importanti capi della mafia militare, a centinaia di condanne all’ergastolo e contemporaneamente alla prosecuzione di indagini e processi sul versante strategico delle collusioni con gli apparati burocratici pubblici.
Divenuto Procuratore aggiunto, Scarpinato conduce pressanti indagini sui rapporti tra mafia e massoneria, e sulla cosiddetta “trattativa” tra lo Stato e Cosa Nostra nel periodo delle stragi.
Nel 2005 assume la direzione del Dipartimento mafia-economia all’interno del quale crea un gruppo di magistrati e investigatori specializzati, che smantella colossali patrimoni illegali, giungendo a sequestrare beni in Italia ed all’estero per un valore di circa tre miliardi e cinquecento milioni di euro. Nel giugno 2010 viene nominato Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta. Dal febbraio 2013 riveste il ruolo di Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo.

Davos: dove parlare di “diseguaglianza” è conveniente, ma un hamburger in piatto costa 59 dollari

Neil Clark per rt.com

La località svizzera di Chateaux-d’Oex è nota per le sue mongolfiere. La località svizzera di Davos è conosciuta per l’aria fritta. O almeno per una settimana all’anno, quando alcuni dei più grandi chiacchieroni del mondo si incontrano per discutere di questioni “significative”.
Quest’anno, la cosa interessante e di tendenza circa la quale esprimere preoccupazione per il World Economic Forum è (stata) la “disuguaglianza”. Ok, yes? Tutti sembravano d’accordo sul fatto che bisognava fare qualcosa per restringere lo “sconcertante” divario tra ricchi e poveri – per ripetere la frase usata dal Primo Ministro liberale hipster canadese Justin Trudeau, l’uomo con quei graziosi calzini gialli e viola.
Il presidente francese Emmanuel Macron, che ci è stato detto essere stato salutato come una “rockstar”, ha dichiarato: “Nel processo globale, il capitalismo è diventato un capitalismo di superstar, la diffusione del valore (a quelli più in basso della scala) non è più equa.”
Ma le soluzioni che avrebbero effettivamente ridotto la disuguaglianza erano meno imminenti. Mi ha ricordato le espressioni annuali di “preoccupazione” quando gli aumenti delle tariffe dei treni al di sopra dell’inflazione  sono annunciati in Gran Bretagna, il Paese con le tariffe più alte in Europa. I politici che sostengono il governo dicono che “questo è deludente” – e indovinate un po’ – l’anno prossimo le tariffe saliranno di nuovo. Nessuno vuole essere citato per dire che sono favorevoli al fatto che l’82% della ricchezza è goduto dall’1% più ricco, ma allo stesso tempo non sono disposti a prendere i provvedimenti che renderebbero ciò impossibile.
Questo l’estratto dal discorso del Primo Ministro britannico Theresa May: “Dobbiamo fare di più per aiutare la nostra gente nella mutevole economia globale, per ricostruire la loro fiducia nella tecnologia come motore del progresso e garantire che nessuno rimanga indietro mentre facciamo il prossimo salto in avanti… Dobbiamo ricordare che i rischi e le sfide che affrontiamo non superano le opportunità. E nel cercare di aggiornare le regole per affrontare le sfide di oggi, non dobbiamo perdere quelle di domani”.
Qualcuno sa capire di cosa stesse effettivamente parlando la May? C’era verbosità in abbondanza nel suo discorso, ma soluzioni pratiche?
È la cosa più facile del mondo affermare che “dobbiamo fare in modo che nessuno resti indietro mentre facciamo il prossimo salto in avanti”, ma farlo è tutta un’altra cosa.
In un certo senso, Davos ci fa rimpiangere i tosti thatcheriani del passato che, almeno, erano onesti riguardo a ciò che speravano di ottenere. Ora abbiamo dei thatcheriani mascherati da “centristi” sdolcinati in una stazione alpina del jet set dove il costo di un hamburger in piatto ha raggiunto i 59 dollari americani e una camera d’albergo oltre i 500 dollari a notte – e ciò non sembra giusto. Continua a leggere