Il motore è sempre la grande finanza

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“Si profila quindi all’orizzonte una crisi peggiore della precedente: spazi per tagli dei tassi non c’è ne sono più, l’indebitamento pubblico è già raddoppiato in otto anni, le tensioni sociali (come testimoniano lo stillicidio di rivolte razziali) sono già a livello di guardia, il margine per finanziare la ripresa a carico di Paesi terzi molto modesto (si veda l’accumulo di riserve auree in sostituzione del dollaro ed il continuo declassamento del debito pubblico americano da parte della agenzie di rating cinesi). Anche lo status del dollaro come valuta mondiale di riserva sarebbe messo a repentaglio, di fronte a finanze pubbliche sempre più dissestate.
L’impero angloamericano si avvicina ad una crisi strutturale, tale da causarne il collasso: è possibile tenere testa a Mosca e Pechino, proiettarsi su cinque continenti e controllare i mari, mentre l’economia affonda ed il debito pubblico cresce al ritmo di 10.000$ mld ogni otto anni? La risposta è no.
È in questa prospettiva che vanno lette le affermazioni di Donald Trump: il repubblicano è consapevole che un crack del mercato azionario è ineluttabile (“If rates go up, you’re going to see something that’s not pretty”) ed ha contemplato, nel caso in cui la situazione per le finanze statunitense si facesse critica, una ristrutturazione del debito pubblico o l’emissione massiccia di dollari così da alimentare l’inflazione. La prima ipotesi è un tabù per le oligarchie finanziarie, custodi dell’ortodossia finanziaria, la seconda ipotesi è una blasfemia. Così facendo, Donald Trump sarebbe il primo presidente ad adottare un approccio post-imperiale: un taglio del debito all’argentina, od una politica monetaria alla venezuelana, accelererebbe il tramonto del dollaro come valuta di riserva mondiale e la parallela eclissi dell’impero angloamericano. Senza più la possibilità di comprare dal resto del mondo beni e servizi in cambio di pezzi carta (i dollari americani stampati a piacimento ed accettati solo perché valuta di riserva), come farebbero gli USA a finanziare le spese militari e le basi all’estero?
Su posizioni opposte, è ovviamente la democratica Hillary Clinton, la candidata di quelle oligarchie finanziarie che siedono ai vertici dell’impero e scandiscono i tempi dell’economia statunitense con un crack borsistico dopo l’altro: può la favorita di Goldman Sachs avanzare l’ipotesi di una ristrutturazione del debito pubblico o di un’inflazione a due cifre che spazzi via i debiti (ossia i crediti nel portafoglio delle banche) mentre le riserve mondiali migrano verso lo yuan, il rublo e l’oro? Certo che no.
L’unica soluzione che rimane ad Hillary Clinton per evitare che il tracollo di Wall Street trascini con sé l’impero ed il dollaro, è quindi l’azzardata scommessa di una guerra preventiva contro Mosca e Pechino: l’eliminazione degli sfidanti all’egemonia mondiale, il congelamento del debito pubblico statunitense in mano ai cinesi (possibile con la stessa norma che permise a Bush Junior di bloccare gli investimenti delle “organizzazioni terroristiche”), e l’inflazione bellica, sono gli unici strumenti per scongiurare l’inevitabile collasso.
Si parla di Aleppo, di Siria, di Russia e di guerra, ma il motore è sempre la grande finanza: dopo aver trascinato gli USA nel baratro nel 2008, questa volta mammona si prepara a trascinare negli inferi il mondo intero.”

Da La Siria, la Russia e l’elefante nella stanza: la bolla di Wall Street, di Federico Dezzani.

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Have a Brexit!

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“Si avvicina così la fatidica data del 23 giugno e l’eventualità del Brexit è più concreta che mai: nonostante i sondaggi segnalino un vantaggio del “Remain” nell’ordine dei dieci punti percentuali (52% vs 43%)*, è ormai assodato che queste rilevazioni servano ad influenzare più che a sondare l’opinione pubblica, come testimoniato dalla clamorosa vittoria del no al referendum greco sulle condizioni della Troika, dato per perdente da quasi tutti i sondaggi pubblicati prima della consultazione.
Chi ovviamente è deciso a scongiurare l’eventualità di un Brexit, con effetti esplosivi sulla tenuta complessiva della UE, è la City di Londra (con la solita stampa annessa, dal Financial Times al The Economist), che si spende per l’integrazione europea sin dai primi decenni del secolo scorso: Goldman Sachs e JP Morgan Chase sono tra i maggiori finanziatori della campagna per il “sì” alla permanenza in Europa (“Goldman Sachs makes large donation to pro-EU campaign” scrive il Financial Times) ed i maggiori nomi della finanza e dell’industria inglese (Shell, BAE Systems, BT, Rio Tinto, etc. etc.) si sono schierate compatte a fianco di David Cameron per restare nella UE (“Big business backs Cameron’s push to keep Britain in the EU. Bosses of about half of 100 largest companies to sign letter of support for In campaign” titola ancora il Financial Times).
Come nel caso del referendum ellenico ( ad ulteriore testimonianza di quanto sia alta la probabilità del Brexit) scatta poi la consueta campagna intimidatoria che pronostica le dieci piaghe d’Egitto nel caso in cui i cittadini votino contro la UE: sterlina in avvitamento, PIL in contrazione, costi annui nell’ordine delle 4.000 sterline per famiglia, mercati chiusi per le esportazioni (ma non esiste il WTO?), etc. etc..
I rischi che le oligarchie finanziarie corrono nel caso che Londra esca dall’Unione Europea sono sinteticamente riassunti nell’articolo apparso il 27 febbraio su The Economist col titolo “The real danger of Brexit. Leaving the EU would hurt Britain—and would also deal a terrible blow to the West”, di cui merita di essere riportato uno stralcio:
“Europe would be poorer without Britain’s voice: more dominated by Germany; and, surely, less liberal, more protectionist and more inward-looking. Europe’s links to America would become more tenuous. Above all, the loss of its biggest military power and most significant foreign-policy actor would seriously weaken the EU in the world. The EU has become an increasingly important part of the West’s foreign and security policy, whether it concerns a nuclear deal with Iran, the threat of Islamist terrorism or the imposition of sanctions against Russia. Without Britain, it would be harder for the EU to pull its global weight—a big loss to the West in a troubled neighbourhood, from Russia through Syria to north Africa. It is little wonder that Russia’s Vladimir Putin is keen on Brexit—and that America’s Barack Obama is not. It would be shortsighted for Eurosceptics to be indifferent to this. A weakened Europe would be unambiguously bad for Britain, whose geography, unlike its politics, is fixed.”
Gli argomenti sono gli stessi già impiegati da William Hague: Londra è il garante della natura atlantica dell’Unione Europea, è la cancelleria che tiene Bruxelles nell’orbita di Washington, è la potenza che ha imposto al resto dei 28 membri le sanzioni all’Iran ed alla Russia (spalleggiata da Angela Dorothea Kasner, alias “Merkel”), è il baluardo degli interessi angloamericani nella UE, intesa in termini geopolitici come la “testa di ponte” di Washington sul continente euroasiatico. Non c’è quindi da meravigliarsi che Barack Obama si spenda pubblicamente contro il Brexit (intervenendo a gamba tesa negli affari di un Paese terzo), a differenza di Vladimir Putin che, in privato, tiferà quasi sicuramente per il Brexit e la sua conseguente implosione della UE.
Già, perché sono basse le probabilità che la City e Wall Street risparmino l’Unione Europea nel caso di un addio inglese: sarebbe troppo grande il rischio la UE si evolva in nuovo “blocco continentale” napoleonico, egemonizzato dalla Germania, oppure, ancor peggio, in quell’Europa “dall’Atlantico agli Urali” preconizzata da Charles De Gaulle, il vero incubo strategico delle potenze marittime anglosassoni. Sarebbe più concreto invece lo scenario di un Brexit seguito a ruota dall’assalto speculativo che infligga il colpo di grazia alla già debilitata eurozona, sancendo così l’implosione dell’Unione Europea: il pericolo di un blocco continentale a guida tedesca sarebbe così scongiurato e si tornerebbe alla tradizionale politica dell’equilibrio tra potenze con cui Londra ha gestito per secoli gli affari europei, magari nella cornice del TTIP per ostacolare lo scivolamento dell’Europa verso est.
Concludendo, il 23 giugno sarà probabilmente la prima tappa dello smantellamento formale della UE (quello sostanziale risale alle restrizioni sui movimenti dei capitali adottate a Cipro nel 2013): sommando altre emergenze, come l’atteso picco migratorio, il rigurgito della Grexit, la riedizione delle elezioni spagnole ed i probabili sconquassi borsistici di accompagnamento, l’estate 2016 si preannuncia la più bollente degli ultimi decenni.”

Da Brexit: tutto finirà là dove tutto è cominciato?, di Federico Dezzani.

*Precisazione importante: l’articolo è stato pubblicato il 21 aprile u.s..


Intervento di Paolo Maddalena, già presidente di sezione presso la Corte dei conti e vice-presidente della Corte Costituzionale, in occasione della manifestazione No TTIP del 7 maggio 2016 a Roma.

Svizzera: pronta per una rivoluzione?

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Quando l’Islanda ha incarcerato i suoi banchieri qualcosa è cambiato. L’impensabile era accaduto: i veri criminali erano stati portati in giudizio. Ora anche la Svizzera minaccia di licenziare la riserva di valuta legale dei bankster. Ma accadrà?

Josiah Stamp ha detto una volta: “Se si vuole continuare ad essere schiavi delle banche e pagare il costo della propria schiavitù, allora lasciate che i banchieri continuino a creare denaro e controllare il credito.”
Stamp sapeva di cosa parlava. Tra i suoi successi, egli fu nominato direttore della Banca d’Inghilterra nel 1928.
Tutti i cosiddetti Paesi moderni, civili sono sotto lo stivale proprio di questo meccanismo descritto da Stamp. Pochissimi Paesi, come la Libia, l’Irak e la Siria, sono riusciti a raggiungere società altamente sviluppate senza di esso.
Questi Paesi hanno tutti qualcos’altro in comune. E così sia?
Tuttavia, altri Paesi che devono ancora diventare obiettivi di genocidio provocato nelle mani di agenzie degli Stati Uniti si stanno svegliando e annusano la tirannia in gessato.
La Svizzera, ad esempio: non certo un luogo tradizionalmente associato con allucinato fanatismo, la Svizzera è in procinto di votare sul divieto alle banche di creare denaro.
Gli Inglesi giocano a calcio, bevono birra e si picchiano a vicenda nei centri urbani la sera. I Francesi fanno il broncio e alzano le spalle e fanno cose semplici che richiedono molto tempo e costano un sacco. Gli Svizzeri forniscono al denaro un luogo sicuro, noioso dove nulla di drammatico accadrà ad esso, in modo che possa poi essere trasmesso alla generazione successiva di persone ricche – preferibilmente in un importo superiore a quando venne ricevuto – da questa generazione di gente ricca.
Quindi il denaro è al centro di quello che fa la Svizzera.
La Svizzera è anche la sede della Banca dei Regolamenti Internazionali, che – mentre suona eccitante come la contabilità a partita doppia – è, infatti, il ragno al centro di tutta la tela finanziaria. Continua a leggere

Goldman Sachs – NATO Corp.

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Dopo essere stato dal 2009 al 2014 segretario generale della NATO (sotto comando USA), Anders Fogh Rasmussen è stato assunto come consulente internazionale dalla Goldman Sachs, la più potente banca d’affari statunitense.
Il curriculum di Rasmussen è prestigioso. Come primo ministro danese (2001-2009), si è adoperato per «l’allargamento della UE e della NATO contribuendo alla pace e prosperità in Europa». Come segretario generale, ha rappresentato la NATO nel suo «picco operativo con sei operazioni in tre continenti», tra cui le guerre in Afghanistan e Libia, e, «in risposta all’aggressione russa all’Ucraina, ha rafforzato la difesa collettiva a un livello senza precedenti dalla fine della guerra fredda». Rasmussen inoltre ha sostenuto il «Partenariato transatlantico su commercio e investimenti (TTIP)» tra Stati Uniti e UE, base economica di «una comunità transatlantica integrata».
Competenze preziose per la Goldman Sachs, la cui strategia è allo stesso tempo finanziaria, politica e militare. Suoi dirigenti e consulenti, dopo anni di lavoro alla grande banca, sono stati messi in posti chiave nel governo USA e in altri: tra questi Mario Draghi (governatore della Banca d’Italia, poi presidente della BCE) e Mario Monti (nominato capo del governo dal presidente Napolitano nel 2011).
Non c’è quindi da stupirsi che la Goldman Sachs abbia le mani in pasta nelle guerre condotte dalla NATO. Ad esempio, in quella contro la Libia: si è prima impadronita (adducendo perdite del 98%) di fondi statali per 1,3 miliardi di dollari, che Tripoli le aveva affidato nel 2008; ha quindi partecipato nel 2011 alla grande rapina dei fondi sovrani libici (stimati in circa 150 miliardi di dollari) che USA e UE hanno «congelato» al momento della guerra. E, per gestire attraverso il controllo della «Central Bank of Libya» i nuovi fondi ricavati dall’export petrolifero, la Goldman Sachs si appresta a sbarcare in Libia con la progettata operazione USA/NATO sotto bandiera UE e «guida italiana».
In base a una lucida «teoria del caos», si sfrutta la caotica situazione provocata dalle guerre contro Libia e Siria, strumentalizzando e incanalando verso Italia e Grecia (tra i Paesi più deboli della UE) il tragico esodo dei migranti conseguente a tali guerre. Esso serve come arma di guerra psicologica e pressione economica per dimostrare la necessità di una «operazione umanitaria di pace», mirante in realtà all’occupazione militare delle zone strategicamente ed economicamente più importanti della Libia.
Come la NATO, la Goldman Sachs è funzionale alla strategia di Washington che vuole una Europa assoggettata agli Stati Uniti. Dopo aver contribuito con la truffa dei mutui subprime a provocare la crisi finanziaria, che dagli Stati Uniti ha investito l’Europa, la Goldman Sachs ha speculato sulla crisi europea, consigliando «gli investitori a trarre vantaggio dalla crisi finanziaria in Europa» (si veda il rapporto riservato reso noto dal Wall Street Journal nel 2011).
E, secondo documentate inchieste effettuate nel 2010-2012 da Der Spiegel, New York Times, BBC, Bloomberg News, la Goldman Sachs ha camuffato, con complesse operazioni finanziarie («prestiti nascosti» a condizioni capestro e spaccio di «titoli tossici» USA), il vero ammontare del debito greco. In tale faccenda, la Goldman Sachs si è mossa più abilmente di Germania, BCE e FMI, il cui cappio messo al collo della Grecia è evidente.
Reclutando Rasmussen, con la rete internazionale di rapporti politici e militari da lui tessuta nei cinque anni alla NATO, la Goldman Sachs potenzia la sua capacità di influenza e penetrazione.
Manlio Dinucci

(il manifesto, 18 agosto 2015)

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Washington sta addestrando un esercito ribelle per “Occupare” la Siria?

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Mahdi Darius Nazemroaya per rt.com

Gli Stati Uniti stanno pianificando l’occupazione della Siria attraverso la formazione di una forza insorgente non convenzionale di invasione?
Pensate che un cambio di regime in Siria sia fuori programma? Pensate ancora. Il bombardamento di ISIL o ISIS in Siria è parte di una campagna politica di rischio calcolato che porta a una potenziale invasione non convenzionale, parallela al ritorno delle forze armate statunitensi in Irak.
L’ISIL e le altre forze anti-governative in Irak e Siria non sono gli unici ad ignorare il confine iracheno-siriano disegnato dagli inglesi e francesi Sykes-Picot nel 1916. Gli Stati Uniti altresì hanno violato il confine e il diritto internazionale quando hanno cominciato a bombardare illegalmente la Siria.
La campagna di bombardamenti non era sufficiente per alcuni nel Congresso degli Stati Uniti. In una dichiarazione congiunta del 23 settembre, gli arci-falchi senatori John McCain e Lindsey Graham hanno chiesto che anche truppe USA siano inviate in Siria. Entrambi hanno elogiato gli attacchi aerei illegali del Pentagono in Siria e poi suggerito truppe di terra statunitensi.
Anche se McCain e Graham hanno fatto del loro per dire che questa non sarebbe una occupazione di Siria o Irak, ciò è quasi esattamente quello che chiedevano quando hanno detto che la campagna militare doveva essere diretta anche contro il governo siriano.
Poiché, e prima ancora delle richieste da parte di McCain e Graham diversi suggerimenti erano circolati su un’invasione della Siria.
Il dilemma è che Washington non vuole che il Pentagono invada direttamente la stessa Siria. Vuole tirare le fila mentre un’altra forza fa il lavoro sul campo. I candidati per un’invasione esternalizzata della Siria includono l’esercito turco o altri alleati regionali degli Stati Uniti. C’è però anche un impasse qui in quanto gli alleati di Washington sono pure timorosi delle conseguenze di un’invasione della Siria. Questo è dove un terzo attore entra in scena: la costruzione di un esercito ribelle multinazionale da parte degli Stati Uniti. Continua a leggere

Inside Job

Suddiviso in cinque capitoli, il documentario Inside Job esamina la crisi globale del 2008 di cui tutt’ora si pagano le conseguenze, di quello che qualcuno ha definito “tsunami” economico, contestualizzando con precisione la situazione, facendo un passo indietro, mostrando i come e i perché si sia arrivati impreparati a quei drammatici giorni, incapaci di porre rimedio a un meccanismo che, una volta inceppato, ha travolto in maniera inarrestabile l’economia mondiale, causando una recessione senza precedenti.
Avvalendosi di economisti, giornalisti, docenti, alternando interviste e dichiarazioni di banchieri, esponenti politici a materiali d’archivio, il film con un ritmo implacabile – risalendo fino agli anni Ottanta e individuando nella deregolamentazione finanziaria, voluta dall’amministrazione di Ronald Reagan, l’origine del tutto – formula il proprio j’accuse con grande maestria, conducendo lo spettatore in un viaggio all’interno del mondo finanziario statunitense. Ne emerge un ritratto allarmante, un’inquietante relazione tra esponenti del mondo economico e della sfera politica, sia a destra che a sinistra, di ieri e di oggi.
Inside Job – espressione inglese per indicare che chi ha commesso il crimine ha le mani in pasta –  mostrando e “spiegando” quel che è accaduto, rende facilmente comprensibili termini quali cartolarizzazione, strumenti derivati, prestiti predatori.
Charles Ferguson, autore del documentario, laureato a Berkeley in matematica, mostra di conoscere bene la materia di cui parla, costruendo un film teso come un thriller, dal ritmo impeccabile e dalla struttura classica.
Inside Job è risultato vincitore del premio Oscar 2011 per la categoria documentari.

“Costruendo un muro di BRICS”

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Adrian Salbuchi per rt.com

La visita del Presidente Putin in Sud America è di un’importanza trascendentale in un epoca in cui il blocco BRICS sta diventando qualcosa in più di un mero accordo commerciale e in cui la Russia sta giocando un ruolo chiave come attore geopolitico globale.
Vladimir Putin ha compiuto una vista davvero storica in America Latina, visitando Cuba, il Nicaragua, l’Argentina e poi il Brasile dove nelle città di Fortaleza e Brasilia si è tenuto il sesto vertice BRICS (con un veloce sosta domenicale nella gloriosa Rio de Janeiro dove ha assistito alla finale dei Mondiali di calcio tra Argentina e Germania).

Fermare la valanga occidentale
A partire dalla tragedia dell’11 Settembre, gli Stati Uniti, il Regno Unito e i loro alleati della NATO (più Israele) sono diventati un pericolo per il mondo. Negli ultimi 13 anni abbiamo visto il rovesciamento di regime in Iraq in base a false accuse da parte degli USA e del Regno Unito di armi di distruzione di massa poi mai trovate; la distruzione della Libia nel 2011; lo sconsiderato caos originato dalla “primavera araba” che ha riportato paesi come l’Egitto indietro di decenni; la quasi distruzione della Siria; e la decennale minaccia di una guerra preventiva contro l’Iran per il suo non esistente programma nucleare.
Le stime delle vittime in Iraq parlano di centinaia di migliaia di persone, se non di milioni e non c’è ancora stata una singola richiesta di scuse da parte degli USA, del Regno Unito o della NATO. Oggi l’Iraq insieme alla Libia è nella morsa della guerra civile, la Siria sta lentamente uscendone e, più pericolosamente, l’Egitto si è ritirato dal suo ruolo di paese stabilizzatore del Medio Oriente.
Tutto grazie alle ingerenze occidentali e del “caos sociale architettato” che è la nuova forma di guerra intrapresa dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dalla NATO (e da Israele). Dopo i crescenti fallimenti riportati in Medio Oriente, ultimamente si sono spostati verso altre latitudini: ad esempio in Ucraina. Continua a leggere

Populismo: potere politico sottratto alle elites

spettro_populismoLe circostanze impongono di ri-pubblicare questo articolo dello scorso gennaio, vista la frequenza delle riunioni clandestine in corso per il varo della “NATO economica” (sic), A tappe forzate vogliono imporla per la primavera. La dirigenza “europea” che si appresta a firmare l’accordo capestro -senza ritorno- è guidata dai soliti funzionari della Goldman Sachs. Potrebbe persino astenersi dal partecipare ai conciliaboli segreti, in bunkers lontani e al riparo della partecipazione della cittadinanza. Basterebbe sbobinare e decodificare tutte le registrazioni di cui sono state vittime -consenzienti o ignare?- negli ultimi anni. La controparte USA, infatti, sa già tutto e conosce a menadito -per aver spiato capi di stato e di governo, settore impresariale e banche- quel che la “Commissione” di Bruxelles ha da dire riguardo all’annessione-liquidazione definitiva dell’economia europea. Washington sa che i più ligi e servizievoli sono quelli che infilano il “populismo” in ogni frase del loro vuoto dire.

La parola “populismo” abbonda sulle labbra di tutti coloro che hanno consumato il divorzio
definitivo, tra cittadini e governanti, tra popolo ed elites. Sentendosi, ovviamente, parte di queste, vuoi per averne sposato gli arcani economicisti, la neolingua dei bassifondi finanziari, vuoi per identificarsi in una “modernità” che mal nasconde il settecentesco neo-totalitarismo delle oligarchie. I gruppi dirigenti europei che aulicamente si autodefiniscono “la politica”, in realtà sono come dei novelli eunuchi evirati del potere politico. L’hanno affidato ai grandi gruppi economici transnazionali, che ora possono togliere e mettere governi ad Atene, Lisbona, Madrid e Roma, come ieri a Buenos Aires, Brasilia o Singapore.
E si arrogano il potere di veto sull’operato degli altri governi che -quando pretendono di essere veramente nazionali- vengono demonizzati e tolti di mezzo.
Gli eunuchi, senza più una ragion d’essere, valletti della ragione economica elevata a ragion di Stato, tentano di camuffare il servilismo e il ruolo di sterilizzatori della residuale democrazia rappresentativa. Con l’esibizione d’uno sprezzante inganno o infamando i critici e chi resiste alla dogmatica oscurantista delle elites.
“La politica” ingiuria quelli che non rappresenta più, che non si rassegnano al nuovo verbo della carestia e dell’ingrasso statale delle vacche già obese. Sembra che si dicano “non vale la pena governare questi “populisti” ingrati, che abboccano a demagogie non autorizzate o illegali”. Ossia non propinate dal FMI o BCE, dai santuari consacrati dai profeti globalisti di ieri, ora autopromossi a terapeuti del disastro di cui sono autori con copyright. Continua a leggere

Ricorda qualcosa?

“Il parossismo generale nei riguardi del debito pubblico – che, lungi dall’essere il fulcro del problema come vorrebbe qualcuno, costituisce invece la vera cartina tornasole capace di misurare grado di deterioramento delle altre attività economiche nazionali – non è altro che uno specchietto per le allodole, utile per giustificare lo smantellamento totale e definitivo dell’industria strategica italiana in nome dell’imperativo categorico di “far cassa”.
Per questa ragione il nuovo piano strategico elaborato da Finmeccanica ha suscitato l’approvazione di Morgan Stanley, che ha alzato il rating sulla società romana poche ore dopo che l’Amministratore Delegato Giuseppe Orsi ebbe esternato pubblicamente l’intenzione di “alleggerire” la holding attraverso la dismissione di alcune aziende “meno produttive”.
Parlare, inoltre, di concorrenza in un sistema estremamente corporativo ed oligopolistico come quello dell’energia appare quanto meno fuorviante, dal momento che i prezzi di petrolio e gas vengono stabiliti arbitrariamente da un cartello composto da un pugno di società petrolifere e da un numero altrettanto esiguo di istituzioni finanziarie che speculano sui rialzi. Alla luce di tutto ciò, giustificare l’indebolimento dell’ENI in nome della concorrenza tirando persino in ballo i minori costi che gli utenti si ritroverebbero ad affrontare appare analogo alla crociata guidata dall’attuale esecutivo “tecnico”, che intendeva provocare una diminuzione dei prezzi della benzina liberalizzando le pompe di distribuzione senza prendere in minima considerazione il ruolo di quelle che Enrico Mattei definiva “sette sorelle”. Il che la dice lunga sulla presunta risolutezza del governo Monti, che “non guarda in faccia nessuno”.
L’ultimo tassello da inserire in questo desolante mosaico è costituito dalla nomina ad advisor (consigliere), con compiti di valutazione delle modalità di vendita della Snam, di Goldman Sachs da parte della Cassa di Depositi e Prestiti presieduta da Franco Bassanini, che nel 1992 era salito a bordo del Panfilo Britannia in compagnia di una nutrita schiera di alti esponenti della politica e dell’economia italiana (Ciampi, Draghi, Costamagna, ecc.).
Sull’onda di Tangentopoli si insediò il governo tecnico presieduto da Giuliano Amato, il quale si affrettò a trasformare le aziende pubbliche in Società Per Azioni mente il Fondo Monetario Internazionale segnalava la necessità di provocare una svalutazione della moneta italiana per favorire il processo di privatizzazione. Così, non appena i “tecnici” del governo Amato ebbero incaricato Goldman Sachs di supervisionare alla vendita dell’ENI, il gruppo Rothschild “prestò” il direttore Richard Katz al Quantum Fund di George Soros per imbastire la colossale manovra speculativa contro la lira, provocando una svalutazione della moneta italiana pari al 30%. Ciò consentì ai Rothschild di acquisire parte dell’ENI a un prezzo fortemente “scontato”.
Lo scorporo della Snam appare quindi come una fase avanzata della lunga marcia di logoramento di quel che rimane dell’industria strategica italiana avviata nel 1992, con Tangentopoli e con gli attentati del 1992 che costarono la vita a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle rispettive scorte.
Proprio in questi giorni è stato celebrato l’anniversario della strage di Capaci tra altisonanti discorsi da parte dei più autorevoli esponenti istituzionali. Sarebbe stato interessante se qualcuno avesse osato tirare in ballo le dichiarazione rese dall’ex ministro dell’interno Vincenzo Scotti nel corso di un’intervista resa al quotidiano romano “Il Tempo” il 6 dicembre 1996. In quell’intervista, Scotti spiegò che nel febbraio 1992 i servizi segreti e il capo della polizia Vincenzo Parisi avevano redatto e fatto pervenire sulla sua scrivania un rapporto in cui erano sommariamente elencate e descritte le modalità di un imminente piano di destabilizzazione politico, sociale ed economico dell’Italia, orchestrato da svariate potenze internazionali in combutta con alcune potenti lobby finanziarie. Il piano in questione, secondo quanto affermato da Scotti, comprendeva attentati di varia natura atti a distorcere la percezione di sicurezza nazionale in seno alla società, in modo da creare un clima di instabilità che spianasse la strada agli attacchi finanziari diretti contro il patrimonio industriale e bancario di stato. Non ricorda qualcosa?”

Da La lunga marcia di logoramento dell’Italia, di Giacomo Gabellini.

Di là dalle Alpi c’è un popolo, di qua c’è una colonia

Il collaborazionista punito dai francesi

Non se ne può più. La Francia ha un volto nuovo, Francois Hollande. Noi abbiamo Mario Monti che nel 1981 si inventò i buoni del tesoro a lungo termine (cioè il debito che ora ci strozza) mentre il suo maestro, Beniamino Andreatta, dava il là  alla privatizzazione di Bankitalia.
Tutto in nome dell’indipendenza, ben inteso.
Così come, per l’indipendenza, la BCE è a Francoforte, indipendente da tutti i paesi UE ma sotto l’ala di Berlino. I francesi hanno capito che l’asse Merkozy portava verso il IV Reich e hanno dato un calcio nel sedere al collaborazionista Sarkò. Per l’Italia che cosa cambia? Nulla, com’è evidente dal fatto che Mario Monti non si vergogna a collocare il compare Giuliano Amato (mille euro al giorno con tre pensioni) tra i consulenti incaricati di dare un taglio alle spese dello Stato, figuriamoci.
Di là dalle Alpi c’è un popolo che esercita la piena sovranità, di qua c’è una colonia, con un governo collaborazionista e un capo del governo con la triplice tessera di Goldman&Sachs, Trilaterale e Bilderberg. Anzi ne ha un’altra: quella di consigliere del trombato Sarkò. Non può dunque cambiare nulla per l’Italia dopo le elezioni francesi. Il saccheggio delle nostre ricchezze è già avvenuto e il declino rimane inarrestabile.
Oltre mille supermercati francesi sul territorio italiano, diffusi capillarmente, ma non in Toscana, Umbria ed Emilia Romagna, così non si disturbano le Coop. Da sinistra sono state favorite queste truppe di occupazione che esigono un balzello, meno appariscente ma non meno esoso di quello preteso nel Lombardo-Veneto dai reggimenti del maresciallo Radetzy. Giuliano Amato e Romano Prodi svendettero tutta l’industria di Stato. Oggi grazie alle codardie di Berlusconi e Bossi abbiamo perso la prelazione sulle estrazioni petrolifere in Libia, abbiamo ceduto l’Edison, mentre Finmeccanica traballa e persino Benetton si disfa delle manifatture a vantaggio degli spagnoli Zara. Si alzano i lamenti per il caro benzina, per voce degli stessi che plaudirono la caduta di Gheddafi e non tuttora non si accorgono della diffusione a macchia d’olio, su tutta la penisola, delle stazioni di servizio francesi, le quali, insieme ai supermercati, determinano il nostro corso di inflazione. Siamo una colonia e delle elezioni a Parigi non abbiamo di che rallegrarci sino al momento in cui non rigenereremo completamente la classe politica di qualunque indirizzo che sinora ha governato. Come? Non è affare del giornalismo indicarlo, ma negare che questa sia la strada è solo un’ulteriore follia.
Piero Laporta

Fonte

Finmeccanica, un’industria già italiana

Finmeccanica, holding a capo del complesso militare industriale nazionale, ha scelto l’ex viceministro della Difesa degli Stati Uniti d’America, William J. Lynn, come nuovo presidente e amministratore delegato della controllata DRS Technologies, società produttrice di sistemi elettronici avanzati con sede in New Jersey. Secondo il general manager di Finmeccanica Giuseppe Orsi, la nomina di Lynn è “fondamentale” per rafforzare il ruolo del gruppo nel mercato USA della difesa e della sicurezza e conseguire “un’organizzazione ed una struttura di management più efficienti e competitive”.
A Lynn saranno attribuiti pure i compiti di supervisione delle attività delle altre società di Finmeccanica operanti in nord America (AgustaWestland, OTO Melara, AleniaAermacchi e Selex). Incerto a questo punto il futuro di DRS Technologies. Un anno fa, il consiglio d’amministrazione di Finmeccanica retto da Pier Francesco Guarguaglini era intenzionato a vendere la società e ridurre il deficit della holding valutato intorno ai 4,6 miliardi di euro. Anche il neoamministratore delegato Orsi ha fatto accenno a un piano di ristrutturazione aziendale con la dismissione di comparti “non strategici” per più di un miliardo di euro. Ma con un manager d’eccellenza come mister Lynn, l’azienda statunitense sarebbe tutt’altro che secondaria per i progetti di rilancio di Finmeccanica ed è dunque improbabile una sua cessione a breve termine.
(…)
William J. Lynn sostituirà alla guida di DRS Technology l’anziano Mark Newman, figlio di Leonard Newman, fondatore nel 1968 della società di elettronica. Nel 2008 fu proprio Mark a vendere DRS agli italiani, ricevendo in cambio la cifra record di 5,2 miliardi di dollari e riuscendo pure a mantenerne la presidenza e l’amministrazione. L’acquisizione dell’azienda comportò per Finmeccanica l’assunzione di 1,2 miliardi di dollari di indebitamento netto con tre grandi istituti di credito italiani (Mediobanca, Intesa Sanpaolo e UniCredit) e con la statunitense Goldman Sachs International. Ogni singola azione venne rastrellata meticolosamente a 81 dollari, quando in Borsa era stata quotata un mese prima a 63. Alla spericolata operazione finanziaria, secondo IlSole24 Ore, partecipò come intermediario Lorenzo Cola detto “Lollo”, recentemente condannato a tre anni e quattro mesi per riciclaggio internazionale nell’ambito dell’inchiesta sull’affaire Telecom Sparkle-Fastweb. A incaricare Cola fu l’allora amministratore delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini. “Fu Cola a rappresentare Finmeccanica nei confronti di Jeffrey Smith, l’avvocato dello studio legale di Washington Arnold& Porter ed ex direttore generale della CIA che si occupò degli aspetti legali dell’acquisizione per contro del gruppo italiano”, ha scritto il giornalista Claudio Gatti. Il 19 marzo del 2009, Guarguaglini e Cola parteciparono congiuntamente al ricevimento ufficiale organizzato dall’ambasciatore italiano a Washington, Giovanni Castellaneta, oggi presidente di Sace S.p.A. e membro del consiglio d’amministrazione di Finmeccanica. Ospite d’onore del sontuoso party diplomatico, l’allora vicesegretario alla difesa William Lynn.
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Da Da falco del Pentagono a supermanager di Finmeccanica, di Antonio Mazzeo.

[Si veda: Finmeccanica, un’industria in ostaggio]

Le faine nel pollaio

Se gli italiani conserveranno un briciolo di memoria, i Caronte del PdL e del PD saranno Alfano e Bersani. Uscito apparentemente di scena, nel frattempo il cavalier di Arcore è tornato a curare gli affari di famiglia, a dettare legge insieme a Monti & soci “per salvare l’Italia dalla bancarotta” e a guidare il Milan Calcio.
Un altro “bene di lusso” che il professor Bocconi ometterà di tassare.
Napolitano, dal canto suo, dichiarerà pubblicamente che anche i meno abbienti dovranno partecipare ai sacrifici.
Il deputato Berlusconi, dopo aver cambiato pelle e alleati, non disdegnerà qualche uscita pubblica come al Congresso dei Liberali Democratici di Giovanardi, un vecchio arnese della Balena Bianca, per sostenere il suo fermissimo “no” alla patrimoniale sui grandi patrimoni finanziari e immobiliari e un “si” all’imposta, ad estimi moltiplicati, sulla prima casa, alla cancellazione degli sgravi fiscali anche per gli asili nido e ai tagli, lacrime e sangue, a trasporti, sanità e previdenza sociale messi in campo dall’ex Commissario Europeo e dal suo pool di “tecnici”.
Il 12 Dicembre Bossi farfuglierà, per un evidente, grave, disagio psichico post ictus: “L’asse con il PdL adesso non c’è. Ognuno sta a casa sua anche perché Berlusconi è con i comunisti al governo e noi della Lega all’opposizione”. Chi ha messo in bocca al “capo” una separazione “a tempo” in attesa di rinnovare l’alleanza politica in occasione delle prossime tornate amministrative al Nord? Forse Maroni, Tosi & amici?
Dei quaquaraquà del PD, Bindi, Franceschini, Letta inutile parlare. Basterà quell’ingiuntivo “avanti con le liberalizzazioni” recitato per conto delle Coop da Bersani contro farmacisti e tassisti per capire la portata della svolta storica percorsa dal PCI-PdS-DS e PD nella piena accettazione delle regole di mercato su economia e lavoro.
Quelle stesse che il senatore Ichino ha formulato per un’ulteriore flessibilizzazione del lavoro, sostenuto dal 55% delle firme dei Gruppi Parlamentari della “sinistra”.
Il giuslavorista più scortato al mondo le chiama in inglese norme flex-security.
Il resto delle novità arriveranno col testo definitivo del decreto che ieri l’altro ha ottenuto la fiducia al Senato.
Provvedimenti mercanteggiati in Commissione Bilancio e Tesoro da PdL, Terzo Polo e PD, anche se rimarranno invariati gli importi della “manovra”  partorita da Monti & soci. E un’altra da 10 miliardi in arrivo da qui a tre mesi, come anticipato dall’Ufficio Studi della Confartigianato di Mestre.
Domenica 11 Dicembre La Repubblica titolava, senza vergogna, a firma Eugenio Scalfari in un editoriale: “I due Mario l’Europa l’hanno salvata”.
Salvata?
Si salva un pollaio se lo lasci incustodito e in giro ci sono delle faine come Monti e Draghi?

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Lo strapotere della speculazione made in USA

“Certamente questa nuova ondata speculativa soddisfa gli operatori e gli speculatori della City e di Wall Street. Secondo l’OCC, Office of the Comptroller of the Currency (OCC), l’agenzia che regola e controlla il sistema bancario americano, nel terzo trimestre del 2011 le banche USA hanno infatti registrato dei profitti enormi: 13,1 miliardi di dollari con un aumento del 78% rispetto al trimestre precedente. L’OCC tra l’altro dimostra che i derivati creati dalle banche americane sono poco meno di 250 trilioni di dollari, di cui l’87% in prodotti strutturati sui tassi di interesse. Si ripropone la grande questione delle banche «too big to fail», quelle troppo grandi per lasciarle fallire, che di fatto hanno determinato il sistema economico e finanziario e hanno ricattato il mondo politico. Nel frattempo esse hanno accelerato il loro processo di concentrazione e di controllo del potere finanziario. Infatti, se nel 2009 le cinque maggiori banche americane detenevano l’80% di tutti i derivati emessi negli USA, oggi 4 banche soltanto, la JP Morgan Chase, la City Group, la Bank of America e la Goldman Sachs, ne detengono il 94% del totale. Dai preoccupanti dati esposti emerge con forza la necessità per l’Italia e per l’Europa non solo di adottare con celerità le decisioni di propria competenza, ma anche soprattutto di giocare un ruolo più attivo in sede di G20 dove, purtroppo, finora non si è mai deciso nulla di realmente efficace contro lo strapotere del sistema bancario finanziario speculativo.”

Da I derivati rompono di nuovo gli argini. Torna il pericolo di crisi finanziaria, di Mario Lettieri e Paolo Raimondi.

Un po’ di Italia a Bagram

DRS Technologies, azienda con sede negli Stati Uniti d’America interamente controllata dalla holding italiana Finmeccanica, si è aggiudicata un contratto del valore di 23 milioni e mezzo di dollari per la fornitura dei servizi di supporto informatico della base aerea di Bagram, la principale infrastruttura delle forze armate USA nel nord Afghanistan. “Il nostro personale assisterà il personale della base nel conseguimento della piena operatività dei sistemi di Comando, Controllo, Comunicazioni e Computer Information (C4I) utilizzati dalle forze USA e della coalizione alleata, dentro e fuori il campo di battaglia”, spiegano in un comunicato i manager di DRS Technologies. “I C4I esistenti saranno forniti di un programma di supporto delle reti di comunicazione e informatiche per la pianificazione, gestione ed integrazione delle operazioni congiunte nell’area afgana. Con questo nuovo contratto, DRS continuerà a fornire la tecnologia d’intelligence indispensabile per le operazioni delle forze armate statunitensi nell’Asia sud-occidentale. Un lavoro svolto da anni per il Joint NETOPS Control Center in Iraq e che adesso si trasferisce senza soluzione di continuità al Joint NETOPS Control Center afgano”. Per i non addetti ai lavori, il Joint NETOPS Control Center è il network di comando e controllo dove viene definito ed elaborato il “quadro delle operazioni” e dove il comandante dell’US Strategic Command, congiuntamente al Dipartimento della difesa e alle altre strutture militari USA “è impegnato a gestire e difendere la Rete Globale d’Intelligence che assicura la superiorità informativa degli Stati Uniti”. Un elemento strategico di primo livello, dunque, per la proliferazione delle guerre globali e permanenti del XXI secolo.
Bagram, ad una decina di chilometri dalla città di Charikar (provincia di Parwan), è oggi un’inesauribile macchina da guerra e, secondo alcuni congressisti USA, è la candidata più autorevole per essere trasformata nella maggiore delle basi operative che le forze armate degli Stati Uniti insedieranno in Afghanistan prima del loro parziale “ritiro” dal Paese.
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A seguito dell’occupazione alleata dell’Afghanistan, a Bagram sono state realizzate multimilionarie infrastrutture: decine di caserme per il personale militare, numerosi edifici per uffici e centri di comando, tre enormi hangar per il ricovero dei mezzi, depositi munizioni, due piste aeree lunghe oltre 3.000 metri, rampe e aree di parcheggio per oltre 130.000 mq, un ospedale con 50 posti letto, centri ricreativi, campi sportivi e gli immancabili ristoranti e fast food. Il budget 2010 delle forze armate USA ha destinato più di 200 milioni di dollari per realizzare nella base strade, fognature, un megaimpianto di potabilizzazione e nuovi alloggi per i militari. Altri 43 milioni di dollari sono stati stanziati dal Congresso con il bilancio 2011: entro due anni saranno realizzati una facility per supportare le operazioni di lancio dei paracadutisti, un hangar per la manutenzione dei caccia F-15 ed A-10, una rampa per l’evacuazione dei velivoli dei reparti sanitari e una nuova stazione anti-incendio.
Bagram viene indicata come una delle infrastrutture militari “più sicure” in Afghanistan, ma la lista degli attentati di cui è stata oggetto è lunga e sanguinosa. Nel 2007, proprio mentre era in corso la visita alla base dell’allora vicepresidente Dick Cheney, un attacco suicida ad uno dei cancelli d’ingresso causò la morte di 23 persone (un militare e un contractor USA, un soldato sud-coreano e 20 operai afgani). Il 4 marzo 2009 fu invece fatta esplodere un’autobomba fuori del perimetro dell’aeroporto che causò la morte di altri tre lavoratori afgani. Quattordici mesi dopo una dozzina di insorgenti filo-Talibani sferrò un attacco armato contro la base, causando la morte di un contractor e il ferimento di 9 militari statunitensi. Non è tuttavia agli attentati che Bagram deve la sua fama sinistra a livello internazionale. La base è infatti nota come la “Guantanamo afgana” perchè sede del maggiore centro di detenzione USA di “combattenti” o semplici cittadini afgani sospettati di “terrorismo”. Secondo i dati forniti dal Pentagono a Bagram si troverebbero “all’incirca 565” detenuti. Quasi nulla si conosce della loro identità, delle circostanze del loro arresto e delle condizioni di detenzione. Nessuno dei prigionieri ha però avuto accesso all’assistenza legale o a un giudice. Oltre al personale d’intelligence statunitense, solo i rappresentanti della Croce Rosa Internazionale hanno diritto di accesso al centro di detenzione ogni 15 giorni. Nel maggio dello scorso anno, la Croce Rossa ha tuttavia rivelato di essere venuta a conoscenza dell’esistenza di una “seconda prigione dove i detenuti sono tenuti in isolamento e non hanno mai potuto incontrare il nostro personale che invece attende periodicamente gli altri detenuti”.
La Bagram Theater Internment Facility è stata al centro d’innumerevoli denunce per gravi violazioni dei diritti umani, trattamenti disumani e abusi sui prigionieri.
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È dunque in questo inferno afgano che fornirà propri servizi e proprio personale la società leader di Finmeccanica nel settore dei “prodotti elettronici integrati per la difesa e il supporto alle forze militari”. DRS Technologies, con sede a Parsippany (New Jersey), 10.000 dipendenti e un fatturato nel 2007 di 2.821 milioni di dollari, è una delle principali fornitrici del Pentagono. Quasi l’85% delle sue commesse provengono dalle forze armate USA;
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L’acquisizione dell’azienda da parte della holding italiana risale al maggio 2008. Si è trattato di una spericolata operazione per il valore di circa 5,2 miliardi di dollari, che come ricorda Finmeccanica, “ha compreso l’assunzione di 1,2 miliardi di dollari di indebitamento netto con il sistema bancario, che verrà successivamente rimborsato con una combinazione di aumento di capitale, emissione di obbligazioni a lungo termine e cessione di attività (Ansaldo Energia)”. A finanziare l’acquisizione dell’intero pacchetto azionario di DRS Technologies, sono scesi in campo tre grandi istituti di credito italiani, Mediobanca, Intesa Sanpaolo e UniCredit, più l’americana Goldman Sachs International. Ogni singola azione è stata rastrellata a 81 dollari, quando alla vigilia dell’assalto di Finmeccanica ne valeva sul mercato appena 63. “La straordinaria crescita di DRS nel corso degli ultimi cinque anni e il premio ottenuto dall’operazione costituiscono un ottimo risultato per i nostri azionisti”, si legge nel comunicato emesso il 13 maggio 2008 dagli amministratori di Finmeccanica e DRS Technologies. Sì, proprio un grande affare, per speculatori, banche e signori delle armi e delle guerre.

Da A DRS-Finmeccanica i centri informatici della Guantanamo afgana, di Antonio Mazzeo.

Un monopolio made in USA

Hanno fatto l’eutanasia allo Stato sociale che era il cemento che coesionava e rendeva più solido il modello economico e politico europeo e giapponese. Elites ed oligarchie, ispirate al modello di accumulazione dei Morgan, Drake e capitan Uncino, si impegnarono a trasformare l’Europa in una fotocopia degli USA. Però senza forza militare autonoma e senza visione geopolitica: tutto nelle mani dei banchieri centrali (senza eccezioni, garzoni andati a bottega da Goldman Sachs et similia).
Hanno ridato in pasto l’Europa a quel FMI che – quasi estromesso dalle latitudini sudamericane – ora ritrova una Terra Promessa non solo nella bushista “nuova Europa”, ma persino a Bruxelles e Francoforte. Wall Street non si accontenta, va alla caccia grossa contro l’anello mediterraneo: alla carica dell’argenteria di famiglia. Puntano agli Stati fondatori dell’unificazione europea. Si tratta di minare l’euro e minimizzare la concorrenza globale europea. Il dollaro deve rifiatare e gli USA devono mettere il freno a mano nella picchiata dell’egemonismo che sta divenendo sempre più relativo.
Tant’è vero che hanno perso protagonismo persino in quell’America Latina in cui la facevano da padroni, dove la vivisezione neoliberista – inaugurata dal noto filantropo Pinochet – produsse ferite mortali e traumi profondi che  – oggi – sono diventati anticorpi.
La filastrocca della fu globalizzazione ha finito per produrre il risorgimento di categorie date per spacciate anzitempo: sovranità nazionale, identità nazionali e sociali, autodeterminazione, rottura dei monopoli, dualismo e complementarietà economica, unificazione non solo dei mercati, ecc.
E’ il cosiddetto “populismo” che fa arricciare i nasi siliconati nelle redazioni europee ma fa diminuire i déficit, aumenta le riserve monetarie nazionali e consente politiche redistributive. Mantiene il FMI fuori dall’uscio di casa o dalla cucina. Vedere per credere. Basta dare una scorsa alla graduatoria mondiale dei Paesi più indebitati oggi e nel 1990: esiste il BRIC e i fondi nazionali sovrani.
Ha permesso di dare impulso ad un blocco sudamericano, con una integrazione regionale lenta e contraddittoria, però con visione e progettualità geopolitica, inserita nel multipolarismo, senza le mani legate dai dogmi macro-economici e dai miraggi di fine Millennio del gioco d’azzardo delle tre carte della cupola del rating: che è un monopolio made in USA.

Da Europa in mano alla mafia del “rating”, di Tito Pulsinelli.