Il capitalismo speculativo anglo-americano contro l’Italia

Un’analisi dei dati di ciò che è accaduto a fine maggio, attraverso il metodo di studio delle operazioni di guerra convenzionali/non convenzionali.
E un monito…

“A febbraio, negli stessi giorni in cui Trump preannunciava la guerra dei dazi, che metteva in fibrillazione più che la Cina, l’intero sistema di scambi commerciali europei con l’ex padre padrone dello Zio Sam, tre colossi della speculazione finanziaria, il Bridgewater, forte dei suoi 160 miliardi di dollari gestiti, il già citato londinese Marshall Wallace forte di 30 miliardi di dollari amministrati e che ha sede nella City di una Inghilterra avviata nella Brexit e che ha tutto l’interesse di una svalutazione dell’Euro onde far pesare meno i costi della sua uscita dall’Unione Europea, ed un terzo super colosso della speculazione finanziaria, l’AQR, con sede negli Stati Uniti, Connecticut e amministrante ben 225 miliardi di dollari premeditavano una formidabile incursione sull’economia europea.
La strategia di attacco di questi tre gruppi era prevedere in una fase di forti attriti tra USA, Cina ed Europa, di puntare con opzioni ribassiste sugli anelli deboli del sistema finanziario della zona Euro, utilizzando una forza totale di capitali gestiti pari a quasi 500 miliardi di dollari, ovvero l’equivalente del finanziamento di dieci guerre del Golfo degli anni ’90.
Esattamente a 75 anni di distanza la potente macchina militare anglo-americana per distogliere truppe e armamenti germanici dal Vallo Atlantico, identificando il fianco sud dell’alleanza italo-germanica come l’anello debole del dispositivo militare italo-tedesco in Europa, lanciava l’operazione in codice Husky, con lo sbarco in Sicilia, determinando la caduta di Mussolini e mettendo in crisi il Patto d’Acciaio da lui stretto nel 1938 con la Germania di Hitler.
Nei primi mesi del 2018, con la stessa ottica, i colossi dell’accumulazione capitalista, fiduciosi della nuova politica aggressiva globale di Trump, preparavano una serie di attacchi speculativi, in coincidenza con le fibrillazioni che avrebbero scosso il sistema politico italiano nella fase post elettorale e i nervosismi dell’intero establishment europeo se da essa fosse scaturito un quadro di instabilità politica in Italia.
Attacchi che come un timer di un ordigno ad alto potenziale che si può riprogrammmare a distanza rinviando lo scoppio, sono stati messi in atto nelle fasi più convulse della trattativa di governo.
(…) Rifacendo i conti di questa opzione ribassista organizzata nel febbraio 2018, (un vero e proprio” Kill him!”, con il dito verso il basso lanciato contro il gladiatore giudicato perdente da parte ripetiamo non della “perfida Merkel”, ma bensì dai colossi speculativi che han sede nelle capitali finanziarie anglo-americane) constatiamo che è di 3 miliardi del Bridgewater, di 600 milioni del Marshall Wallace e di circa un altro miliardo da parte dell’AQR.
Una cifra enorme alla quale si sono aggiunti altri fondi speculativi che han costruito tutti insieme una Spada di Damocle di circa CINQUE MILIARDI DI DOLLARI sull’anello debole del sistema politico e finanziario della fortezza Europa, quello italiano.
Un timer che si è attivato automaticamente grazie agli algoritmi dei programmi che ho precedentemente citati allorchè le fibrillazioni del quadro politico italiano han raggiunto il parossismo. In pochi giorni, per non dire poche ore , il risultati delle puntate ribassiste speculative, che aveva fatto il Bridgewater sin dal febbbraio 2018 , han superato gli obbiettivi che si era prefissato e tutte le 18 banche italiane contro cui il fondo speculativo aveva puntato il dito con tre miliardi di dollari, l’equivalente di una incursione di migliaia di Fortezze Volanti B-17 scagliate sui gangli vitali della economia italiana.
Ecco un parziale elenco delle banche italiane su cui il Bridgewater in testa e poi gli altri fondi hanno lanciato a maggio 2018 l’attacco speculativo organizzato sin dal febbraio 2018: UniCredit, Bper e Banco BPM, Ubi Banca, Azimut, Mediobanca, Atlantia, Intesa SanPaolo.
(…) Ci saranno a breve altri e più forti attacchi speculativi? La risposta dei mercati è SI!
Sono cifre tratte direttamente da Piazza Affari , inconfutabili, ma che non rendono ancora l’idea di come quello che abbiamo assitito è solo l’assaggio del nuovo “sbarco in Sicilia” visto che di quella cifra potenziale di cinque miliardi di dollari, solo una piccolissima parte è stata realmente impiegata ( vi risparmio la trattazione del valore dei titoli trattati in quei giorni e il rapporto tra operazioni di vendita e quelle di acquisto) mentre il resto dopo aver incassato il surplus dell’attacco speculativo, viene tenuto pronto per il prossimo che oggi 5 giugno 2018, l’agenzia di informazioni finanziarie Bloomberg assicura essere in preparazione a breve con un’ altra opzione ribassista.
Le truppe scelte del Capitale han fatto un’ incursione per prendere prigionieri, distruggere importanti installazioni miltari, e creare delle teste di ponte sul mussoliniano bagnasciuga del suolo italico. Il cammino per risalire verso il cuore del birichino vecchio Continente che sognava di camminare con i propri piedi, e riportarlo sotto la tutela a stelle e strisce potrà essere più o meno lungo se a gettare la sponda ad Anzio e a Salerno non ci saranno i partigiani in nome della liberazione del proletariato, ma quella classe trasformista che oggi sta muovendo i suoi primi passi al governo, pronta a vendersi al caro vecchio Zio Sam pur di salvare se stessa, le posizioni acquisite e quella coalizione mafioso-clientelar-razzista serva del capitale più retrivo che mai ha abbandonato le redini del comando in questo Paese.”

Da La Verita’ su chi ha speculato scommettendo contro l’Italia e la falsità delle accuse sulla Germania, di Antonio Camuso.

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Uno scontro epocale, un momento pericoloso

Mentre tutti i giornali e le TV nostrane sono impegnati sulle modeste vicende politiche di casa nostra fatte di patteggiamenti di basso livello, veti incrociati, piccoli ricatti, false promesse, a molti sfugge la drammaticità del contesto internazionale dove assistiamo ad uno scontro epocale dai risvolti molto pericolosi.
Le potenze nord-atlantiche, guidate dagli USA, puntano in modo sempre più aggressivo sulla Russia di Putin, rea di non inchinarsi agli interessi imperiali statunitensi come ai bei vecchi tempi di Gorbaciov ed Eltsin. Contemporaneamente cercano di far fronte alla perdurante stagnazione economica occidentale, ed ai continui pericoli di nuove crisi, cercando di tamponare l’ascesa impetuosa di concorrenti politici ed economici, tra cui si distingue la Cina. Questo grande ex-Paese coloniale, un tempo preda privilegiata di imperialismi occidentali e giapponesi, non solo ha da tempo superato gli USA in termini di produzione globale (espressa in termini reali, cioè tenuto conto dei prezzi interni), ma ormai supera gli USA anche in settori tecnologici di avanguardia come quello dei supercomputer e della computazione quantistica.
Dopo le ridicole mai provate accuse lanciate agli hacker russi che avrebbero determinato la sconfitta della povera Clinton, ora la campagna denigratoria è stata lanciata dagli Inglesi, capeggiati dal borioso ministro degli Esteri Boris Johnson. Il cattivo Putin in persona è accusato di aver fatto avvelenare col gas Sarin (perbacco! Lo stesso che sarebbe stato usato anche in Siria!) una ex-spia di basso livello ormai in tranquilla pensione in Inghilterra da otto anni. Questa follia sarebbe stata commessa da Putin giusto alla vigilia delle elezioni presidenziali russe e dei Campionati di Calcio in Russia cui quel Paese teneva moltissimo come rilancio di immagine. Un vero autogol! Peccato che gli Inglesi, pur di fronte alle argomentate richieste russe, non abbiano fornito alcuna prova. Continua a leggere

L’errore principale dell’Occidente

“Viste in Russia, le elezioni sono ben diverse da come le hanno raccontate in Occidente. E’ una barriera culturale quella che impedisce di vedere con più oggettività quanto accade a Mosca: la democrazia russa si esprime nei modi, linguaggi e forme tipiche di una cultura diversa dalla nostra. L’errore principale che l’Occidente commette è quello di voler imporre al popolo russo il proprio punto di vista: dalla caduta del comunismo in poi, l’Occidente, talvolta in maniera inconsapevole, talaltra in maniera deliberata, motivi per urtare la suscettibilità russa non sono mancati e spesso il popolo russo ha sofferto come pesante umiliazione molti passaggi della politica occidentale ad iniziare dall’allargamento dell’ambito di influenza della NATO”. Così all’Adnkronos il presidente del Consiglio regionale del Veneto Roberto Ciambetti, appena rientrato dalla Russia dove ha svolto il ruolo di osservatore per conto dell OSCE commenta le reazioni in Occidente al risultato elettorale.
“Per noi italiani è difficile capire quale sia il sentimento che lega i cittadini alla Grande Madre Russia, immagine che risale all’epoca zarista ma che fu rilanciata dal Comunismo durante la Grande Guerra Patriottica, quella che per noi è la II Guerra Mondiale: me lo ha spiegato l’interprete ricordandomi che il popolo russo ha pagato il prezzo più alto in termini di morti e distruzioni per liberare l’Europa, -spiega Ciambetti- aggiungendomi poi che non c’è stato Piano Marshall per ricostruire il Paese, un Paese rinato con la propria forza e che ha ricostruito la propria identità puntando anche negli ultimi vent’anni a rilanciare il ruolo della Chiesa ortodossa, ruolo importantissimo soprattutto, ma non solo, nelle campagne”.
“Putin ha saputo impersonificare questo processo interpretando il sentimento popolare e il bisogno di vedere riconosciuta l’anima e la ‘grandeur’ russa, che in verità si manifesta non solo nel ricordo di un passato epico, ma anche in un presente altrettanto importante: per le elezioni sono stato oltre che a Mosca anche in Crimea dove il voto a Putin è stato, non casualmente, plebiscitario -sottolinea-. Se l’ISIS ha perso più del 70 per cento del territorio che controllava, se ha visto tagliate le fonti del suo finanziamento, lo si deve anche all’esercito e all’aviazione russa che ha retto il peso della guerra a DAESH.” “Ma non solo: assieme a Cina, India, Brasile e Sud Africa la Russia con Putin ha dato vita al BRICS che chiaramente hanno come collante il risentimento verso l’Occidente, e gli USA in primo luogo, verso le regole e le istituzioni finanziarie globali ad iniziare dal FMI -spiega Ciambetti-. Queste grandi nazioni, che hanno interessi talvolta in conflitto tra loro, condividono l’essere “falchi della sovranità” e la volontà di tenere l’Occidente lontano dai loro affari interni. Non è casuale se USA e Gran Bretagna alimentino accuse contro Mosca o alzino barriere doganali verso la Cina dopo aver imposto sanzioni assurde alla Russia che hanno avuto l’esito da danneggiare la nostra economia: la posta in gioco è alta e in questo gioco i veleni sparsi sulle elezioni rientrano in una strategia di delegittimazione agli occhi dell’opinione pubblica occidentale”.
“Una strategia vissuta a Mosca come una provocazione che ha portato anche i più restii a compattarsi attorno a Putin al momento del voto -continua-. Tuttavia, vista dalla Russia la situazione è molto più delicata di quanto non si possa immaginare o forse di quanto non si capisca in Italia. Faccio solo un esempio: da noi hanno avuta scarsa eco le dichiarazioni del generale russo Sergei Rudskoy, Capo del Dipartimento Operazioni Principali della Stato Maggiore delle Forze Armate della Federazione russa, il quale sabato scorso ha spiegato che “gruppi navali di attacco alleati nel Mediterraneo orientale, Mar Rosso, Golfo Persico si preparano ad un attacco alla Siria. Verrà usato come pretesto un falso attacco chimico”. Un attacco, secondo i Russi, voluto dagli USA a preservare a l’enclave di Ghouta Est, attualmente in buona parte sotto il controllo dell’ISIS, indispensabile per il proseguimento del conflitto siriano e necessaria per impedire che le truppe di Assad, sostenute dai Russi, smantellino la rete jihadista”. “E’ vero, e più volte in queste ore me lo sono ripetuto: in diplomazia e per gli affari esteri non esiste tutto bianco e tutto nero, né si può dividere il mondo in buoni e cattivi pretendendo sempre di stare dalla parte giusta e gli altri tutti dalla parte sbagliata -spiega ancora-. Muoversi per le strade di Mosca come per Simferopoli serve a smontare tanti pregiudizi e aiuta a guardare oltre quella cortina dell’ignoranza che divide parte dell’Occidente dalla Russia e nella quale si possono coltivare tesi assurde. Ad iniziare dalla straordinaria capacità di Putin di influenzare le elezioni negli USA, il referendum Brexit voluto dai conservatori, e persino le elezioni politiche italiane”, conclude Ciambetti.

Davos: dove parlare di “diseguaglianza” è conveniente, ma un hamburger in piatto costa 59 dollari

Neil Clark per rt.com

La località svizzera di Chateaux-d’Oex è nota per le sue mongolfiere. La località svizzera di Davos è conosciuta per l’aria fritta. O almeno per una settimana all’anno, quando alcuni dei più grandi chiacchieroni del mondo si incontrano per discutere di questioni “significative”.
Quest’anno, la cosa interessante e di tendenza circa la quale esprimere preoccupazione per il World Economic Forum è (stata) la “disuguaglianza”. Ok, yes? Tutti sembravano d’accordo sul fatto che bisognava fare qualcosa per restringere lo “sconcertante” divario tra ricchi e poveri – per ripetere la frase usata dal Primo Ministro liberale hipster canadese Justin Trudeau, l’uomo con quei graziosi calzini gialli e viola.
Il presidente francese Emmanuel Macron, che ci è stato detto essere stato salutato come una “rockstar”, ha dichiarato: “Nel processo globale, il capitalismo è diventato un capitalismo di superstar, la diffusione del valore (a quelli più in basso della scala) non è più equa.”
Ma le soluzioni che avrebbero effettivamente ridotto la disuguaglianza erano meno imminenti. Mi ha ricordato le espressioni annuali di “preoccupazione” quando gli aumenti delle tariffe dei treni al di sopra dell’inflazione  sono annunciati in Gran Bretagna, il Paese con le tariffe più alte in Europa. I politici che sostengono il governo dicono che “questo è deludente” – e indovinate un po’ – l’anno prossimo le tariffe saliranno di nuovo. Nessuno vuole essere citato per dire che sono favorevoli al fatto che l’82% della ricchezza è goduto dall’1% più ricco, ma allo stesso tempo non sono disposti a prendere i provvedimenti che renderebbero ciò impossibile.
Questo l’estratto dal discorso del Primo Ministro britannico Theresa May: “Dobbiamo fare di più per aiutare la nostra gente nella mutevole economia globale, per ricostruire la loro fiducia nella tecnologia come motore del progresso e garantire che nessuno rimanga indietro mentre facciamo il prossimo salto in avanti… Dobbiamo ricordare che i rischi e le sfide che affrontiamo non superano le opportunità. E nel cercare di aggiornare le regole per affrontare le sfide di oggi, non dobbiamo perdere quelle di domani”.
Qualcuno sa capire di cosa stesse effettivamente parlando la May? C’era verbosità in abbondanza nel suo discorso, ma soluzioni pratiche?
È la cosa più facile del mondo affermare che “dobbiamo fare in modo che nessuno resti indietro mentre facciamo il prossimo salto in avanti”, ma farlo è tutta un’altra cosa.
In un certo senso, Davos ci fa rimpiangere i tosti thatcheriani del passato che, almeno, erano onesti riguardo a ciò che speravano di ottenere. Ora abbiamo dei thatcheriani mascherati da “centristi” sdolcinati in una stazione alpina del jet set dove il costo di un hamburger in piatto ha raggiunto i 59 dollari americani e una camera d’albergo oltre i 500 dollari a notte – e ciò non sembra giusto. Continua a leggere

Trump, Syriza & Brexit provano che il voto è solo una piccola parte della battaglia


Di Neil Clark per rt.com

Se il voto cambiasse qualcosa, l’avrebbero abolito. Potrebbe sembrare un po’ scontato ma considerate questi eventi recenti.
Nel gennaio del 2015, il popolo greco, malato e stanco di austerità e di un modello di vita frenetico, ha votato per Syriza, un partito radicale anti-austerità. La coalizione della sinistra, che era stata costituita solo undici anni prima, ha conseguito il 36,3% del voto e 149 dei 300 posti del Parlamento ellenico. Il popolo greco aveva ragionevoli speranze che il suo incubo di austerità finisse. La vittoria di Syriza è stata salutata dai progressisti in tutta Europa.
Ma cosa è successo?
E’ stata applicata dalla “Troika” pressione sulla Grecia per accettare condizioni onerose per un nuovo salvataggio. Syriza si è rivolto alla gente nel giugno 2015 per chiederle direttamente in un referendum nazionale se dovessero accettare i termini.
“Domenica non stiamo semplicemente decidendo di rimanere in Europa, stiamo decidendo di vivere con dignità in Europa”, dichiarò Alexis Tsipras, leader di Syriza. Il popolo greco ebbe doverosamente a concedere a Tsipras il mandato che aveva chiesto e respinse i termini del salvataggio con il 61,3% di ‘No.’
Tuttavia, poco più di due settimane dopo il referendum, Syriza accettò un pacchetto di salvataggio che conteneva tagli più alti delle pensioni e maggiori aumenti di imposta rispetto a quello offerto in precedenza.
Il popolo greco avrebbe potuto starsene comodamente a casa dato che il voto non ha fatto grande differenza.
Molti sostenitori di Donald Trump negli Stati Uniti la pensano senza dubbio allo stesso modo. Continua a leggere

Con l’esempio Manchester ci si doveva dare una spintarella

“E, guarda caso, mentre The Donald si aggira tra sunniti decapitatori di donne, fomentando la grande alleanza di tutti i sunniti decapitatori di donne e di tutto ciò che di non sunnita gli capita sotto la mannaia, perché facciano il favore a Israele di togliergli dai piedi l’Iran sciita che, come il resto degli sciiti, il massimo del terrorismo l’ha praticato con i fuochi d’artificio di capodanno, ecco che a Manchester viene telefatto saltare per aria un ragazzo libico con bomba. 22 ragazzi morti e oltre cento feriti mentre stavano al concerto. Target centrato: concerti, giovani incazzati con i vecchi, Corbyn (Manchester è laburista) e Brexit “con la quale Brexit sarebbe andato a ramengo il prezioso coordinamento europeo dell’intelligence per combattere terrorismo ed estremismi vari”. Effetto collaterale: un po’ di benzina sul sacro fuoco dello scontro di civiltà che ci arruola tutti, seppure al traino e in catene, nelle armate della civiltà superiore. Avete sentito? E’ ripartita la cantilena degli islamici tutti cattivi, da cui quei pochi buoni, se vogliono che non li affidiamo ai roghi salviniani, si decidano finalmente a prendere sincere distanze.
Quale è il collegamento? Beh, visto che al pupazzo giallo chiomato viene fatto proclamare che dobbiamo tutti quanti fare la guerra al terrorismo, a forza di decapitatori sunniti fuori e sorveglianza e militarizzazione totali dentro, sotto la guida di chi dall’11 settembre in qua ci fotte col terrorismo, con l’esempio Manchester ci si doveva dare una spintarella, no? Che vogliamo lasciare tutta l’incombenza ai tagliateste sunniti? Anche stavolta, come ogni volta, il terrorista era noto e seguito da Scotland Yard, Mi5 e Mi6, la più efficiente attrezzatura spionistica del mondo (oltreché, ovviamente, da CIA e Mossad), ma, a dispetto di smartphone connessi anche spenti alla Questura, delle telecamere che ci spiano perfino dai cartelloni pubblicitari e dai nostri frigoriferi (vedi “Report” di lunedì 22 maggio) e nonostante l’andirivieni di Salman Abedi tra Inghilterra e quell’oasi di pace e ordine che è la Libia, guarda un po’ la sfiga, proprio in quei giorni e momenti nessuno se ne curava. Tutti a festeggiare la rinnovata sinergia tra le democrazie d’Occidente e della penisola arabica per farla finita con quei regimi arabi, tirannici e terroristici, che si erano permessi di emancipare le donne, garantire istruzione, sanità, scuola, casa e lavoro, avviarsi a un progresso davvero blasfemo. Inaccettabili dittature, dicono a Riad e al “manifesto”.
Dopodichè si rimedia alla figuraccia, che tanto aveva innervosito la regina al suo Garden Party, figuraccia aggravata dai servizi USA e dal New York Times che ci fanno sapere di essere stati i primi a sapere tutto (noblesse oblige), rastrellando un po’ di presunti radicalizzati e stupefatti parenti. Così, almeno ex post, ci si rivela occhiutissimi e si può ringhiare dell’esistenza di una “rete”. E contro una rete che va fatto? Ma è risaputo: si mettono in strada 5000 soldati. Funzione? Individuare tra le milionate che gli passano sotto il naso agli ingressi del metrò il losco figuro dallo sguardo torvo che sicuramente nello zainetto tiene 5 chili di tritolo con chiodi.
Tutto quello che vado scrivendo odora di stantìo, di deja vu, di già detto. Come se tutti quanti non sapessimo da almeno 16 anni, dall’11 settembre, attraverso Londra, Madrid, Parigi, Bruxelles, Bali, Amman, Monaco, Berlino, che quelli fanno rete. Magari differiamo un tantino su chi è che fa rete…
Invece la cosa da dire, a essere originali quanto il signor de Lapalisse, tanto che nessuno la dice per non sembrare banalotto, è una domanda. Ma visto che queste orrende forze del male, come le stampigliano Bush, Obama e ora Trump, proclamano incessantemente ai quattro venti che ci faranno fare la fine in quanto sacrilego, perverso e infedele Occidente, com’è che se la prendono sempre e solo con coloro che dell’Occidente sono meramente le comparse, i figuranti, le plebi, la massa inerte, più spesso che no le vittime? Com’è che neanche in uno dei mille attentati hanno cercato di sfondare i glutei di un solo bonzo in posizione di qualche eminenza in Occidente? O uno dei meccanismi che lo fanno funzionare. Che so, una banca, l’insegna di una multinazionale, il cuoco di Obama, Lady Gaga che perverte animi e corpi, Hillary o la sua estetista (oltretutto colpevole di inettitudine), Descalzi che intreccia danze con l’infame scita Rouhani, un capoufficio della Roche, un fattucchiere della Monsanto, qualcuno della Lockheed , quella degli F35, mentre beve mohjitos a Bahia, un broker di Wall Street che rifila derivati a poveri arabi…
Non è mai successo. Ah no, una volta è successo. Ad Amman, 9 novembre 2005, insieme ai soliti figuranti di una festa di nozze, saltarono in aria due delegazioni incontratesi in segreto nell’hotel Radisson. Ma quelli erano Palestinesi e Cinesi. E agli Israeliani era stato detto di lasciare l’albergo il giorno prima.”

Da Terrorismo islamico in Occidente: sempre comparse, mai una star, di Fulvio Grimaldi.

In morte di Martin McGuinness

“Erano le cinque della sera e anche in Irlanda a quell’ora si finiva di morire. E iniziava l’inganno dei vivi, di quelli che lo subirono, di quelli che lo inflissero. Erano le cinque della sera tra il 30 e il 31 gennaio 1972 e si era compiuta la mattanza di Derry, quella che poi avremmo chiamato la Domenica di Sangue. Gli U2 ci avrebbero fatto una canzone, Paul Greengrass ci avrebbe fatto un film che avrebbe perpetuato l’inganno scaricando la mattanza ordinata dal governo di Sua Maestà su qualche militare fuori di testa, Ci feci un film anch’io. Anzi, era il momento culminante di un film che avevo iniziato a girare due anni prima e che dei “troubles”, dei guai, come chiamavano la guerra di liberazione nordirlandese,.raccontava ciò che non è mai più stato raccontato. Me lo aveva montato Marco Ferreri, nientemeno. Non c’è più, disperso nei caveau delle polizie nordirlandese, irlandese e di Scotland Yard. che lo confiscarono. La mia copia andò dispersa con il resto dell’archivio di Lotta Continua, quando l’organizzazione fu uccisa dai suoi fondatori.
Alle cinque della sera gli spari del 1° Reggimento Paracadutisti erano finiti. Camminando per i vicoli di Bogside, il cuore del ghetto repubblicano, nazionalista, cattolico, irridentista, come lo volete chiamare, si udivano lamenti e imprecazioni terribili. Ogni casa trasudava il dolore per la perdita di un figlio, un padre, un marito, un fratello, un amico. Da ogni casa usciva l’urlo della verità: 14 esseri umani, inermi e innocenti, massacrati a freddo dai sicari in divisa di chi a Londra aveva ordinato che alle manifestazioni, alle proteste, agli scontri con sassi e molotov, andava posto fine. O questi “bastardi fenians” (antica definizione ingiuriosa della minoranza autoctona) si sarebbero lasciati intimidire, terrorizzare e l’avrebbero smessa di rivendicare parità con i coloni protestanti, unionisti con la Corona, classe dirigente, classe ricca. Ma anche un proletariato e sottoproletariato altrettanto escluso, ma fanatizzato dall’illusione di essere della stessa “razza” dei padroni, nel giro nobile, comunque non quello degli ultimi. Destino tragicomico dei sudditi operai dei signori colonialisti. Avrebbero, i cattolici, rinunciato a chiedere lavoro, case che non fossero “match boxes”, accesso alla pubblica amministrazione, alla sanità, a scuole decenti e non britannizzate, la fine delle sevizie degli “Special B”, il corpo di picchiatori della polizia, e quella degli incursori e piromani unionisti dai quartieri dove sventolava l’Union Jack.
O, se non l’avessero capita, testa dura quella degli irlandesi, in lotta contro il colonizzatore da oltre due secoli, che lo scontro da civili contro le forze d’occupazione si militarizzasse pure. Che tirassero fuori dalle vecchie pagine di storia – ultima insurrezione dell’IRA negli anni ’50 – la fanfaluca dell’Irlanda unita e da sottoterra le vecchie spingarde. Per l’esercito di Sua Maestà sarebbe stata un passeggiata e la simpatia del mondo verso chi brandiva miseria, discriminazione, apartheid, repressione, volontà di riscatto, si sarebbe tramutata in revulsione verso i “terroristi” dell’IRA. Vecchio trucco. Che non funzionò, neanche dopo vent’anni, dato che era la lotta di un popolo. Funzionò solo quando una delle due parti accettò di disarmare. La parte di Martin McGuinness.
Alle cinque della sera stavo davanti a una tazza di tè, accanto a un camino, in una “casa sicura”, nelle parti di Free Derry dove l’esercito di occupazione non osava penetrare. Sullo schermo un TG esibiva un tronfio e arrogante generale, tronfio e arrogante come solo i generali sanno essere, quelli anglosassoni poi… Generale Ford, comandante in capo delle forze britanniche in Nordirlanda, cosa cazzo stai dicendo? Che a ignari e pacifici parà i cecchini dell’IRA avevano sparato dai tetti (neanche un ferito tra i militari) e che i parà a malincuore avevano dovuto difendersi, rispondere ai terroristi? Che pare ci siano alcuni feriti…..
Dopo la mia esperienza di inviato di guerra in Palestina, Guerra dei Sei Giorni del 1967, dove si raccontava di un popolo, qui insediato dalla Bibbia, a rischio di essere gettato in mare da sbrindellate armate arabe, mentre invece il suo esercito, il quarto al mondo, radeva al suolo villaggi con i vivi dentro, pensavo di essermi corazzato rispetto alle verità dei padroni. Ma qui la faccia tosta arrivava al sublime e ti insegnava che di quelle “verità” non devi fidarti mai, che il padrone, il dominatore, il capitalista mente sempre e sempre per la gola. La sua gola di antropofago.”

A Martin si è rotto il cuore, all’Irlanda la speranza. In morte di Martin McGuinness, già comandante dell’IRA, di Fulvio Grimaldi continua qui.