Afghanistan, il mercato fiorente di oppio ed eroina

COVER_afghanistan“Perché ci riguarda ciò che accade così lontano in una terra da decenni martoriata da guerre come quella afgana? Leggi, ascolti, ti indigni, va bene, ma tutto ciò ha una ricaduta concreta su di noi: il ritorno dell’eroina”. Parto dalle parole conclusive di Enrico Piovesana, giornalista e autore di “Afghanistan 2001-2016: la nuova guerra dell’oppio” pubblicato da Arianna Editrice, per introdurre l’incontro/confronto ospitato al CostArena di Bologna.
Tra il 2014 e il 2015, il consumo di eroina nel Vecchio continente è raddoppiato, soprattutto tra gli adolescenti. Secondo i più recenti dati resi pubblici dal CNR, l’Italia è seconda soltanto alla Gran Bretagna, in Europa, in termini di consumo. Un dato che, da solo, dovrebbe spingerci a ritroso nella via che porta la droga in Europa, attraverso quella rotta balcanica che fino a qualche anno fa era abbandonata, e ancora indietro attraverso i Paesi mediorientali per approdare in Afghanistan.
Enrico Piovesana ha iniziato a frequentare la regione di Helmand nel 2003 e ci è tornato regolarmente fino al 2013, in teoria doveva occuparsi prevalentemente di temi umanitari per Emergency, tuttavia qualcosa si è evoluto in corso d’opera: “Quando ti trovi a lavorare nella zona capitale mondiale dell’oppio, tutti ne hanno a che fare ed è vissuta come una cosa normale“.
La gente della zona ha ripreso a coltivare l’oppio dopo la guerra del 2001 (precedentemente un editto del Mullah Omar ne aveva vietato la coltivazione) e oggi si susseguono operazioni NATO, presente nell’area con contingenti prevalentemente statunitensi, britannici e canadesi, che vanno a sequestrare ampie quantità di oppio da contadini. ”Vengono colpiti soprattutto – spiega Piovesana – quelli che non hanno pagato la ‘decima’ al Governo. Ciò accade, solitamente, per due ragioni: c’è chi non ha soldi per pagarla e chi si trova a vivere in zone controllate dai Talebani e quindi è a loro che va la tassa“. Il risultato è un clima di guerriglia costante per il controllo economico della produzione dell’area.
In questa battaglia per il potere politico-economico sono molti gli attori in gioco: il governo, l’ex presidente Karzai, i potenti locali, i vari contingenti internazionali, i clan con le loro milizie private, i Talebani, la DEA e le altre agenzie anti-droga. “Il punto assurdo – commenta Piovesana – è che almeno i trafficanti andrebbero colpiti, invece si lascia tutto com’è e chi perde è la povera gente. Un esempio su tutti: il fratello dell’ex presidente Karzai è legato al mondo del narcotraffico, tutti lo sanno, ma è troppo potente per essere colpito. Un’inchiesta del 2009 del New York Times ha denunciato il fatto che Karzai, come altri narcotrafficanti legati al mondo afgano, era a libro paga della CIA.”
Non si tratta poi di un caso isolato, anche i documenti resi pubblici da Wikileaks raccontano una storia simile: in Afghanistan, il mercato dell’oppio e dell’eroina è rinato, fiorente, in questi 15 anni di presenza militare internazionale e proprio le autorità occidentali non hanno agito, se non in casi isolati, per contrastare queste attività criminose.
La priorità è, ancora oggi, quella di assicurare la sicurezza interna al Paese. Un obiettivo cui vengono sacrificati molti altri fattori fondamentali per uno state building efficace: stato sociale, lotta a criminalità e corruzione, diritti umani sono scesi nell’agenda politica lasciando un grande vuoto in cima dove logiche da realpolitik la fanno da padrone. Enrico Piovesana si spinge oltre ipotizzando che la connivenza tra le forze USA e il business di oppio ed eroina non sia determinato da un semplice laissez-faire, ma sia ormai frutto di una vera e propria strategia consapevole orchestrata dalla CIA. ”Anche nei mercati dove andavo per incontrare contadini e mercanti, ricorda il giornalista, nessuno si stupiva della presenza di un bianco. Erano assolutamente abituati. Anzi, mi raccontavano di come grossi quantitativi venivano portati nelle basi NATO“. Da lì alla Turchia, al Kosovo grazie alla mafia macedone e poi nei mercati europei: questa è la nuova/vecchia via dell’eroina.
Per il giornalista la chiave per comprendere il conflitto e il coinvolgimento dei vari attori è quella storica: “Mi sono documentato e mi sono accorto che siamo di fronte ad un sistema che si ripete dall’Ottocento e la guerra dell’oppio, sistematicamente dal 1947. I casi sono molti, dalla Sicilia a Marsiglia, poi l’Indocina, l’America Centrale. L’Afghanistan è solo l’ultimo caso in cui ci si appoggia a narcotrafficanti per opportunità politica passando dal chiudere un occhio al prendere parte alla gestione del sistema.”
Un sistema oliato ed esportabile, tant’è che le autorità antidroga russe e britanniche hanno già denunciato che l’ISIS ha messo le mani sulla tratta balcanica dell’eroina, un commercio più “sicuro” rispetto a quello del petrolio e una consistente fonte di finanziamento. “L’indignazione non basta, conclude Piovesana, tutto ciò ci tocca da vicino. Alcune statistiche parlano di 100.000 morti all’anno in Europa. Non è un prezzo troppo alto da pagare?”.
Angela Caporale

Fonte

C’è chi dice NO?

unnamed“Trident Juncture interesserà lo spazio aereo e marittimo compreso tra lo Stretto di Gibilterra e il Mediterraneo centrale e i grandi poligoni di guerra di Spagna, Portogallo e Italia. Sotto la supervisione del JFC – Joint Force Command Neaples (JFC), il comando alleato con quartier generale a Lago Patria (Napoli), prenderanno parte alla maxi esercitazione oltre 30.000 militari, 200 velivoli e 50 unità navali di 33 nazioni (i 28 membri NATO più 5 partner internazionali). Ospiti d’eccezione, i manager delle industrie militari di 15 Paesi, onde consentire una “conoscenza più amplia e più profonda tra il settore produttivo e il regime addestrativo dell’Alleanza”, come dichiarato dal Comando NATO di Bruxelles. “Trident Juncture è finalizzata all’addestramento e alla verifica delle capacità dei suoi assetti aerei, terrestri, navali e delle forze speciali, nell’ambito di una forza ad elevata prontezza d’impiego e tecnologicamente avanzata, da utilizzare rapidamente ovunque sia necessario”, spiegano i vertici militari. “L’esercitazione simulerà uno scenario adattato alle nuove minacce, come la cyberwar e la guerra asimmetrica e rappresenterà, inoltre, per gli alleati ed i partner, l’occasione per migliorare l’interoperabilità della NATO in un ambiente complesso ad alta conflittualità”.
All’ultimo vertice dell’Alleanza tenutosi in Galles nel settembre dello scorso anno, è stato approvato il cosiddetto Readiness Action Plan (RAP) che prevede l’implementazione di una serie di strumenti militari per consentire alla NATO di “rispondere velocemente e con fermezza” alle minacce che intende affrontare nell’immediato futuro nell’area compresa tra il Medio Oriente e il Nord Africa e nell’Europa centrale ed orientale, specie alla luce della recente crisi in Ucraina. “Il nuovo Piano di pronto intervento prevede anche un cambiamento della postura delle forze armate alleate di fronte alla minaccia rappresentata dalla guerra ibrida (sovversione, uso dei social network per diffondere foto false, intimidazione con la presenza massiccia di truppe ai confini, disinformazione, propaganda, ecc.), in aggiunta alla guerra convenzionale”, spiegano gli strateghi NATO. Tra le adaption measures più rilevanti adottate in Galles, quella di triplicare il numero dei militari assegnati alla NATO Response Force (NRF), la forza di pronto intervento in grado di essere schierata in tempi rapidissimi in qualsiasi parte del pianeta e che proprio Trident Juncture 2015 dovrà certificarne centri di comando e controllo e capacità di risposta.
(…)
L’esercitazione Trident Juncture 2015 consentirà di sperimentare per la prima volta in scala continentale quella che è destinata a fare da corpo d’élite della NRF, la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), la forza congiunta di pronto intervento opportunamente denominata Spearhead (punta di lancia). Prevista dal Readiness Action Plan, la VJTF sarà pienamente operativa a partire dal prossimo anno e verterà su una brigata di terra di 5.000 militari, supportata da forze aeree e navali speciali e, in caso di crisi maggiori, da due altre brigate con capacità di dispiegamento rapido, fornite a rotazione e su base annuale da alcuni paesi dell’Alleanza. La leadership sarà assunta alternativamente da Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna, Polonia e Spagna. “La Spearhead force sarà in grado di essere schierata in meno di 48 ore”, afferma il Comando NATO.”

Da Trident Juncture 2015. Il più grande spettacolo dopo il big bang…, di Antonio Mazzeo.
[I collegamenti inseriti sono nostri]

Russia Today come Roj TV?

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“Tenteranno di farvi chiudere”: incontrando Assange & l’ininterrotta “Guerra contro Russia Today”
di Margarita Simonyan, capo redattore di RT

La scorsa settimana, mentre ero a Londra, sono andata a far visita a Julian Assange presso l’ambasciata ecuadoregna. Abbiamo parlato in modo confidenziale ovviamente, perciò non renderò pubbliche troppe cose, ma diffonderò solo ciò che Julian ha insistito che divulgassi. Prima è troppo tardi.
Assange ha condiviso un illuminante racconto su una stazione televisiva curda che è stata chiusa in Danimarca. La storia, come molte altre – dai cablogrammi diplomatici con commenti non diplomatici a centinaia di crimini di guerra non indagati in Irak – è giunta alla sua attenzione mediante una fuga di notizie.
C’era una volta in Danimarca una rete televisiva curda. Altrettanto felicemente avrebbe potuto essere altrove, ma al canale erano interdetti mercati più adeguati. La stazione, Roj TV, si rivolgeva ai Curdi turchi, e ciò rendeva le autorità turche molto arrabbiate.
Funzionari turchi fecero pressioni sulla Danimarca loro alleata nella NATO affinché chiudesse il canale televisivo con qualche scusa plausibile. Ma la Danimarca era riluttante, dicendo che varie ispezioni non avevano riscontrato alcuna incitazione al terrorismo e non c’erano ragioni per chiuderla. Cose simili non si facevano là; dopotutto, la Danimarca è una democrazia.
La “democrazia” non ha prevalso a lungo. Solo fino al momento in cui il Principe di Danimarca Primo Ministro Rasmussen decideva di diventare Segretario Generale della NATO. Ma la Turchia insorse e bloccò la sua candidatura! Sì, riguardo la televisione curda circa la quale la Danimarca era così ostinata. Allora i pezzi grossi si riunirono e decisero che il canale che rappresentava un faro per una intera nazione non fosse un prezzo alto da pagare per una così importante posizione in una tanto importante organizzazione. E hanno cercato di tirar fuori un po’ di estremismo, dannata democrazia. Ancora non riuscivano a trovare alcuna evidenza di ciò, ma sputarono qualche altra spiacevolezza. Wikileaks possiede un cablo nel quale il Presidente USA Barack Obama stesso sollecita i suoi alleati a pensare di risolvere la questione della televisione curda “creativamente”, in modo tale che le nazioni civilizzate non siano accusate di sopprimere la libertà di parola. E così fecero.
“La stessa cosa è in programma per voi”, mi ha detto Julian. Sfortunatamente, ho pochi dubbi che egli sia nel giusto. Ero appena ritornata da Londra quando la Camera dei Rappresentanti statunitense approvava a grande maggioranza una risoluzione che, tra le altre cose, impegnava i funzionari USA in Europa a “valutare l’influenza politica, economica e culturale dei mezzi di informazione russi e finanziati dalla Russia e a coordinarsi con i governi ospitanti circa le adeguate contromosse.”
In altre parole, gli Stati Uniti spingerebbero l’Europa a sbatterci fuori. E ciò che sta già succedendo. Negli anni scorsi abbiamo assistito a una serie di tendenze meno che gradite. Continua a leggere

La falsità è il ​​segno distintivo del moderno imperialismo statunitense

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“La falsità è allora il ​​segno distintivo del moderno imperialismo statunitense.
L’attuale impero USA è un progetto più subdolo dell’impero britannico – perché almeno allora i Britannici riconoscevano apertamente di avere un impero.
Ma gli Stati Uniti non riconoscono mai la costruzione del proprio impero – non solo ciò, i propagandisti imperiali hanno la faccia tosta di accusare falsamente altri di espansionismo territoriale e di cercare di costruire i loro propri imperi – ad esempio sostenendo che il leader jugoslavo Slobodan Milosevic voleva costruire una “Grande Serbia” o che la Russia ha “invaso” l’Ucraina.
E’ chiaro, da qualsiasi valutazione oggettiva, che l’imperialismo USA è la principale causa di instabilità nel mondo di oggi e lo è da molti anni. La più grave minaccia alla pace globale certamente non era Milosevic, Ahmadinejad, Assad, o uno qualsiasi degli altri “Nuovi Hitler” emersi negli ultimi trenta anni – ma l’aggressore seriale che mette nel mirino i loro Paesi.
Il sorgere dello Stato Islamico (IS) e la crescita di gruppi jihadisti in generale è direttamente causata dalle aspirazioni egemoniche degli Stati Uniti in Medio Oriente – e la loro decisione di colpire i governi secolari, dalla mentalità indipendente come quelli in Irak e Siria, che erano baluardi contro il fondamentalismo islamico.
Mentre in Europa, la sponsorizzazione USA di un “cambio di regime” in Ucraina – al ritmo di 5 miliardi di dollari – e i tentativi di portare il Paese nel suo impero, ha contribuito a causare una crisi umanitaria, in cui più di 2.000 persone hanno perso la vita e oltre 100.000 sono diventate profughi, secondo le Nazioni Unite.
“I nostri Paesi”, allora. Quanto sangue ancora verrà versato nei piani espansionistici di Washington? Quanti Paesi saranno ancora distrutti? E per quanto tempo ancora ci dovremo aspettare che l’esistenza stessa dell’Impero USA venga negata?”

Da “I nostri Paesi” – il piccolo lapsus così rivelatore, di Neil Clark (traduzione nostra).

Un tacchino politicamente corretto e il maccartismo britannico

ThanksgivingPare proprio che, all’agenzia di spionaggio statunitense NSA, abbia preso servizio la reincarnazione di un personaggio proveniente direttamente dalla penna di George Orwell.
Costui ha infatti elaborato un documento di due pagine che l’agenzia ha indirizzato ai propri dipendenti, pochi giorni prima che iniziasse il periodo festivo legato ai festeggiamenti del cosiddetto Thanksgiving Day, specificando loro cinque argomenti, puntualmente dettagliati, circa i quali sarebbero stati “autorizzati” ad interloquire con parenti e amici durante gli incontri conviviali organizzati per l’occasione.
Si tratta chiaramente di un (vano?) tentativo di arginare il disincanto originato dalle recenti rivelazioni dello spifferatore Edward Snowden sulle attività condotte dalla NSA in patria e soprattutto all’estero, ma vale la pena di esaminare brevemente il codice di condotta in questione.
Punto primo. “La missione dell’agenzia è di grande valore per la Nazione”, in quanto essa agisce a sostegno delle forze armate alleate, dei programmi anti-terrorismo e della sicurezza in campo informatico.
Secondo. “La NSA svolge i suoi compiti nella giusta maniera – lecita, rispettosa delle leggi, proteggendo i diritti civili e la riservatezza”. In particolare, essa sorveglia i cittadini statunitensi o gli stranieri, residenti negli USA in maniera permanente, soltanto nel caso di fondato sospetto che l’interessato sia “l’agente di una potenza straniera” o comunque colluso con essa.
Terzo. “La NSA svolge i suoi compiti eccezionalmente bene. Ci sforziamo di essere il meglio che possiamo, poiché ciò è quanto l’America richiede come parte della sua difesa in un mondo pericoloso”. Questo è il motivo per cui l’agenzia obbliga i fornitori di servizi di posta elettronica a rilasciare i dati identificativi di “terroristi e trafficanti di armi”.
Quarto. “Le persone che lavorano per la NSA sono Americani leali e di grandi capacità che si sacrificano per contribuire a proteggere le libertà che tutti amiamo”. In particolare, essi “sono acutamente consapevoli dell’importanza di rispettare il Quarto Emendamento della Costituzione, 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana”.
Quinto, e ultimo. “La NSA è impegnata nell’incrementare la trasparenza, nel dialogo pubblico e nell’accurata implementazione di ogni cambiamento richiesto dai nostri responsabili”, cioé il Presidente e i funzionari anziani dell’amministrazione.
C’è quasi di che sentirsi sollevati, se non fosse che proprio ieri il direttore del Guardian, Alan Rusbridger, è stato ascoltato davanti la commissione speciale istituita dal Parlamento britannico, a seguito della pubblicazione delle informazioni riservate sui programmi di sorveglianza da parte della sua testata.
E, nonostante abbia affermato che solo una piccolissima parte dei documenti forniti da Snowden -26 su 58.000- sia stata resa di dominio pubblico dopo una attenta valutazione, i commissari non hanno risparmiato a Rusbridger l’accusa di aver violato la normativa britannica contro il terrorismo.
Ragion per cui il direttore del Guardian è ora indagato da Scotland Yard, che nei giorni seguenti lo scoppio del Datagate aveva già provveduto a perquisire la sede del quotidiano e a distruggere gli apparati informatici nei quali erano conservati i documenti fatti filtrare dallo spifferatore riparato in Russia.
Federico Roberti

Iraq: la più grande “non-storia” dell’epoca moderna

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Di Neil Clark per rt.com

Un altro giorno e ancora più morte e distruzione nel Paese mediorientale.
L’ultimo atto di violenza ha ucciso almeno 54 persone e ne ha ferite oltre un centinaio. Nel mese di luglio, oltre 1.000 persone sono state uccise e oltre 2.300 ferite.
Probabilmente pensate che stiamo parlando della Siria. Ma non è così. Stiamo parlando dell’Iraq. Il paese che Bush e Tony Blair “liberarono” nel 2003. L’intervento militare occidentale, ci è stato detto, stava per inaugurare una meravigliosa era di democrazia, libertà e diritti umani. Ha dato, invece, il via ad una spaventosa carneficina che dura ormai da dieci anni, con la popolazione irachena che deve sopportare l’incubo a occhi aperti della vita in quello che è diventato uno dei Paesi più pericolosi sulla terra.
Ancor più che nella novella di Sherlock Holmes “Il curioso incidente del cane notturno”, il silenzio di commentatori e politici guerrafondai riguardo lo spargimento di sangue in corso in Iraq è davvero rivelatore.
La stesse figure di spicco in Occidente, che non potevano smettere di scrivere o di parlare di Iraq nel 2002 e a inizio 2003, raccontandoci di quale terribile minaccia per tutti noi fossero le “armi di distruzione di massa” di Saddam, e di come fosse necessario andare in guerra con l’Iraq non solo per disarmare il suo malvagio dittatore, ma per liberare la sua gente, ora tacciono alla luce del perdurante spargimento di sangue e del caos causati dall’illegale invasione. Nella corsa all’invasione del marzo 2003, non si poteva passare su un programma televisivo di notizie in Gran Bretagna o in America senza trovare un neo-con o un “interventista liberale” ossessionato dall’Iraq. Nel precipitarsi alla guerra, questi “umanitaristi” si finsero assai preoccupati per le sofferenze degli iracheni che vivevano sotto la dittatura di Saddam, tuttavia oggi mostrano poca o alcuna preoccupazione per la situazione degli iracheni fatti a pezzi dalle bombe a cadenza regolare, quasi giornaliera. Non riscontriamo appelli da parte dei “soliti noti” per un intervento “umanitario” occidentale atto a fermare la strage in Iraq. Per questi interventisti seriali, l’Iraq post-invasione è diventato la più grande “non-storia” dell’età moderna. D’altro canto, le stesse persone che non potevano smettere di parlare dell’Iraq nel 2002-2003, ora non possono smettere di parlare di Siria, fingendo preoccupazione in merito alla difficile situazione dei siriani, nello stesso modo in cui hanno versato lacrime di coccodrillo sugli iracheni all’inizio del 2003.
È interessante notare che quando si tratta di quantificare le vittime, i politici guerrafondai possono dirci esattamente quante persone sono morte in Siria dal momento che le violenze hanno avuto inizio nel 2011 (e ovviamente per loro, tutti i decessi sono responsabilità esclusiva del Presidente Assad), laddove, allorché si tratta di Iraq e del numero di persone che sono state uccise lì dal marzo 2003, c’è molta più vaghezza. “Non facciamo la conta dei morti di un altro popolo” dichiarò pubblicamente Donald Rumsfeld nel novembre 2003. Gli iracheni uccisi da marzo 2003 (e il conto delle vittime varia da circa 174.000 a ben oltre 1 milione) sono, per la nostra élite politica, “non-persone”. Nel 2013, ci sono solamente morti siriani (e siriani le cui morti possono essere imputate alle forze governative siriane) che contano, non i morti iracheni.
Poiché l’Iraq è considerato una “non-storia” e i nostri capi non ci parlano mai di quella situazione, non è una sorpresa vedere che la percezione del pubblico riguardo le morti è ben al di sotto anche delle stime più basse. Il 66% dei britannici in un sondaggio svolto all’inizio di quest’anno reputa che gli iracheni deceduti dall’invasione del 2003 siano 20.000 o meno. Donald Rumsfeld sarebbe senza dubbio felice di sentirlo.
Se provassero un po’ di vergogna, le persone che hanno distrutto l’Iraq avrebbero dovuto almeno avere la grazia di ritirarsi dalla vita pubblica. Ma neo-cons e imperialisti liberali non provano vergogna o rimorso. Lo stesso mucchio di interventisti ‘umanitari’ e di falchi che ha sollecitato l’invasione dell’Iraq nel 2003 ha trascorso gli ultimi due anni svolgendo propaganda per un attacco alla Siria. Questi maniaci guerrafondai preferirebbero “andare avanti” dall’Iraq e concentrarsi sul prossimo Paese mediorientale nella loro lista. Ma noi non dobbiamo mai “andare avanti” dall’Iraq finché coloro i quali hanno distrutto il Paese non verranno portati sul banco degli imputati. Il caos e lo spargimento di sangue che vediamo oggi in Iraq è una diretta conseguenza delle politiche neo-con destabilizzanti e distruttive di Stati Uniti e Gran Bretagna e tali responsabili del “supremo crimine internazionale” di una guerra di aggressione contro uno Stato sovrano dovranno rispondere dell’enorme quantità di miseria umana che hanno causato.

[Traduzione a cura di L.Salimbeni]

Facciamo i conti, hic et nunc, con l’occupante a stelle e strisce

elezioni

Alla faccia di PisciaLetta e di tutti gli scodinzolanti ominicchi di destra, centro e sinistra…

“Sessant’anni di subordinazione politica e geoeconomica agli Stati Uniti hanno ormai quasi definitivamente privato il nostro paese d’industrie attive nei settori high tech e ridotto la classe politica italiana ad un insieme di smidollati e pagliacci che in nome del deficit, dei parametri dell’euro e della “carta”, sono disposti a sacrificare il “ferro”, interi comparti industriali medi e soprattutto high-tech. Tutto il contrario di quello che fanno gli USA, come abbiamo visto, o di quello che fanno i francesi e i tedeschi.
Per invertire la rotta bisognerebbe dotarsi di un ceto dirigente sovranista ed europeista in senso forte che smascheri quello euroatlantico, annichilendo tanto le correnti culturali domestiche decrescetiste, tecnofobe, antiscientifiche, romantiche, pacifiste e primitiviste – vero cancro del paese che l’hanno infettato alle radici – tanto quanto quelle politiche piccolo-nazionali ed atlantiste.
Ma anche se, nella più ottimistica delle previsioni, ciò dovesse accadere, l’Italia da sola non avrebbe i numeri per fare una politica di sviluppo (e potenza) sostenibile; nell’era dei continenti e dei grandi spazi, l’Italia da sola non può fare “Big Science” e competere con quei giganti aziendali che stanno alla base del dominio USA. Nel XXI secolo ci vuole stazza continentale ed è pertanto necessaria una stretta alleanza con uno o più delle potenze nazionali vicine, siano queste la Francia, la Germania o la Russia. E’ indispensabile una scelta paneuropea dell’industria high-tech italiana, che passi attraverso la fusione dei diversi comparti nazionali europei, avendo la forza di contrattare un accorpamento che tuteli il più possibile gli interessi della nostra popolazione. Alla radice ci deve essere una condivisa scelta politica di creazione di un blocco continentale autonomo dagli USA.
(…)
Un’Italia guidata da un gruppo dirigente sovranista ed europeista forte, dovrebbe però chiedere alla Germania (e in subordine alla Francia) di giocare allo scoperto e mettere le carte sul tavolo per capire se vale veramente la pena di puntare ad un’aggregazione paneuropea attorno al nucleo tedesco, e magari poi aiutarla e fiancheggiarla in questo duro percorso che preveda la creazione di un reale blocco continentale, con una vera unificazione dotata di un esercito europeo, di un bilancio comune, di una “Big Science” comune, di una politica estera ed economica autonoma dagli USA.
Con l’inizio del nuovo mandato di Angela Merkel, con le contrattazione sul TAFTA che stanno per partire, con le decisioni del nuovo management di Siemens e tanti altri segnali, si riuscirà a stanare meglio le reali intenzioni della Germania.
Ma è certo che ad aiutare o addirittura a pretendere dalla nazione tedesca non può essere la “puttana” atlantica che dall’8 settembre del ’43 – e ancora più negli ultimi vent’anni – siamo soliti chiamare Italia, cavallo di troia statunitense nell’Unione Europea tanto quanto la Gran Bretagna.
(…)
Se vogliamo che nei cieli della nostra terra risplenda un barlume di dignità e di patriottismo europeo; se vogliamo che tra le sue valli rimbombi di nuovo dieci e cento volte “Eureka” – la gioia della scoperta e l’orgoglio del progresso tecnico e scientifico oggi possibile solo con la “Big Science” e con la stazza continentale – facciamo i conti, hic et nunc, con l’occupante a stelle e strisce e liberiamoci da una classe dirigente che sembra saper dire solo: “Yes, Sir”.”

Da La battaglia per le aziende strategiche, di Michele Franceschelli.