Il significato della guerra informatica

“Non stiamo semplicemente assistendo a un fiorire di leggende urbane, dietrologia e paranoia; il punto è che in guerra è la verità stessa a costituire oggetto di contesa. Le fonti di informazione filo-americane cercano di distrarre l’opinione pubblica dalle responsabilità della NSA. Governi seri dovrebbero chiedere i danni agli USA; conviene pertanto incriminare i malvagi Russi, i Siriani e i Nord Coreani. Dall’altra parte del fronte, le fonti di informazione di parte avversa sottolineano come gli USA impieghino comunemente queste armi per colpire i Paesi non sottomessi e mantenere gli alleati sotto ricatto. Si veda il caso di Stuxnet, un virus informatico creato dagli USA e da Israele nel 2010 per colpire la centrale nucleare iraniana di Natanz, e altri ben noti casi rivelati dall’ex collaboratore della CIA Edward Snowden. Da un punto di vista semiotico, non vi è differenza tra guerra e comunicazione sulla guerra: in guerra gli enunciati sono armi e le armi sono enunciati. La propaganda è un’arma più potente di un bombardamento, in grado com’è di inventare o di occultare uno sterminio; d’altro canto, anche la così detta “madre di tutte le bombe” è un messaggio eloquente. Non senza ragione Bill Gates, nel denunciare le responsabilità dell’amministrazione USA, ha paragonato il furto di questi programmi allo smarrimento di un missile tomahawk. Occorre un “cambio di analogia”: nell’immaginario giornalistico e di massa le attività di hacking sono considerate alla stregua di un furto, mentre sono una vera e propria guerra, condotta tra governi, tra governo e multinazionali, tra governo e gruppi politici.
Si tratta peraltro di armi estremamente economiche da sviluppare. E’ certamente più semplice scrivere un’applicazione che arricchire l’uranio. Una parte crescente dell’economia degli Stati emergenti, dall’India a Israele (da cui provengono le chiavette USB), è legata all’informatica e alla programmazione. I computer sono tecnologie piuttosto economiche, e i giovani di quei Paesi sono concorrenziali sul mercato mondiale. Occorrerebbe sbarazzarsi anche dell’illusione per cui i Paesi occidentali sono i detentori di ogni segreto o innovazione tecnologica. E’ un fatto: la guerra informatica riporta in equilibrio la balance of power a favore degli Stati più poveri, comunque essi siano schierati.
(…)
Come abbiamo visto, la cyber-guerra in corso può essere interpretata in termini di politiche internazionali. Da un lato abbiamo un attore, gli USA, che impiega queste armi per colpire i Paesi avversari e i loro popoli, “spegnendo” una rete di centrali elettriche o infiltrandosi in un sistema bancario. Dall’altro le stesse armi possono essere impiegate contro gli USA da quei Paesi che ne contendono la supremazia, perché sono economiche e semplici da sviluppare. La competizione si sposta allora sulla potenza di calcolo e sullo sviluppo di nuovi sistemi. Tale guerra coinvolge multinazionali americane, europee, cinesi, e si estende ad ogni campo: Google sviluppa sistemi quantistici di intelligenza artificiale in modo che le macchine possano apprendere più in fretta e con risultati migliori; la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) ha erogato un prestito di 25 milioni di euro a Qwant, il motore di ricerca europeo che rispetta la privacy degli utenti, per impedire che ogni giorno esabyte di dati sui cittadini europei finiscano nei server degli alleati statunitensi.
D’altro canto, la vicenda della cyber-sicurezza si presta a una lettura in termini di disuguaglianza. Malwaretech, eroe per caso, è un giovane disoccupato, un perdente come tanti altri. Al contrario, gli amministratori di società private e pubbliche colpite dal virus non sembrano avere competenze nell’ambito della sicurezza. Nessuno di noi lascia la porta aperta, nell’uscire di casa; il dirigente d’azienda medio non si rende neppure conto che il portone è spalancato. Dieci anni di crisi economica in Occidente hanno avuto per effetto un mancato ricambio generazionale: tassi di disoccupazione giovanile alle stelle, precariato, impossibilità per un’intera generazione di accedere a ruoli dirigenziali. In questo modo si è ostacolata anche la diffusione di competenze fondamentali, data l’onnipervasività dell’informazione nella società tardocapitalistica. Inoltre, chi vive una condizione di esclusione non deve nulla allo Stato o a aziende che limitano creatività e libertà. Il risultato non può che essere una sorta di vendetta pre-politica: ecco che nascono gruppi dediti a pratiche illegali, legittimati dal fatto che il web è terreno di guerra tra grandi agenzie e organizzazioni pubbliche e private: un campo di battaglia in cui uno Stato può sabotare una centrale nucleare mettendo a rischio l’ambiente di una regione, e allo stesso modo un magnate può boicottare l’economia di una nazione speculando contro una certa moneta. In questo ritorno a uno stato di natura hobbesiano non c’è diritto che tenga. I gruppi di pirati adottano le giustificazioni ideologiche più varie, anarchiche, libertarie, o al contrario nazionaliste o religiose, ma sono ugualmente il frutto di due condizioni: (1) vivono in un territorio in guerra, il web; (2) sono il prodotto di un’economia criminogena, il capitalismo.”

Da Attacchi informatici e guerra planetaria, di Francesco Galofaro.

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Parlamentari USA auspicano una agenzia federale per diluire la “propaganda” russa e cinese con “flussi di verità”

Al Congresso americano questa settimana è stata introdotta una nuova proposta di legge per la creazione di un’agenzia federale volta esclusivamente a contrastare la “propaganda” russa e cinese, che rappresenta una minaccia per gli interessi statunitensi in patria e in giro per il mondo.
La proposta H.R. 5181, “Atto per contrastare la propaganda e la disinformazione straniera” è aggregata alla proposta di legge S.2692 introdotta in marzo.
Secondo il membro del Congresso Adam Kinzinger (repubblicano dell’Illinois), cofirmatario della proposta assieme all’altro membro del Congresso Ted Lieu (democratico della California), questa proposta cerca di incarnare “un approccio di gestione totale, senza restrizioni burocratiche” che creerà nuove collaborazioni nella guerra dell’informazione con “organizzazioni che hanno esperienza nel contrastare la propaganda straniera”.
“Mentre la Russia continua a rigurgitare la sua disinformazione e a diffondere false versioni, essi minano gli Stati Uniti e i suoi interessi in luoghi come l’Ucraina, diffondendo inoltre ulteriore instabilità in questi Paesi” ha detto Kinzinger.
“In un momento in cui Paesi come la Russia e la Cina si stanno spendendo in una campagna di guerra ibrida, gli Stati Uniti hanno l’unica possibilità di rispondere alle manipolazioni straniere incoraggiando la libera diffusione di informazione veritiera. Ciò può ulteriormente prevenire conflitti e assicurare stabilità per il futuro” ha aggiunto il rappresentante al Congresso.
Il rappresentante al Congresso Lieu ha aggiunto che la necessità di creare un paradigma migliore nella sfera dell’informazione è di vitale importanza per gli interessi nazionali statunitensi in quanto la diffusione della sedicente informazione russa e cinese rende il mondo “meno sicuro”.
“Dall’Ucraina al Mar Cinese Meridionale, le campagne di disinformazione fanno di più che diffondere sentimenti anti-occidentali, esse manipolano la pubblica percezione per cambiare i fatti presenti sul terreno, sovvertire la democrazia e colpire gli interessi statunitensi. In breve, rendono il mondo meno sicuro” sostiene Lieu. “Questa Legge assicura che gli Stati Uniti usino tutti gli strumenti disponibili per distruggere queste campagne propagandistiche al vetriolo e far sì che tutti coloro i quali sono stati manipolati possano accedere a informazioni veritiere. La verità può essere un potente rimedio alla destabilizzazione e al conflitto e noi dobbiamo fare tutto ciò che possiamo per far sì che arrivi al mondo intero”.
La Legge per contrastare la Guerra dell’Informazione del 2016, secondo i legislatori statunitensi, auspica di promuovere una “stampa indipendente” in Paesi che sono visti dagli Americani come vulnerabili alla disinformazione straniera.
Coloro che saranno selezionati per prestare servizio come agenti dell’informazione statunitensi saranno selezionati da liste di partecipanti a progetti di scambi didattici e culturali dai Paesi “considerati vulnerabili alle campagne di propaganda e di disinformazione straniera”.
Per combattere questa battaglia il Dipartimento di Stato sta cercando di fondare un Centro di Analisi e Intervento sull’Informazione che raccoglierà e analizzerà informazioni sugli sforzi relativi alla guerra dell’informazione. Al centro verrà anche chiesto di individuare e contrastare operazioni di informazione dirette contro gli interessi della sicurezza nazionale USA, producendo le proprie versioni dei fatti che supportino gli obiettivi degli Stati Uniti e dei propri alleati nella regione.

Fonte – traduzione di M. Janigro

Dove è finito tutto l’oro dell’Ucraina?

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Ricorre il primo anniversario di Euromaidan ed è l’ora di porsi alcune domande…

Il capo della Banca Centrale ucraina ha divulgato alcune notizie riservate scioccanti: le sue riserve d’oro hanno raggiunto un nuovo punto più basso – quasi pari a zero. Dall’inizio dell’anno, le riserve auree sono diminuite di circa 16 volte, il che pone la domanda, dove se ne è andato tutto questo oro?
“Le statistiche ufficiali della Banca nazionale mostrano che la quantità di oro nelle casse è drasticamente scesa, e non è chiaro dove sia andata. All’inizio di questo mese, il volume di oro era di circa 1 miliardo di dollari, o l’8 per cento del totale di riserve”, il capo della Banca Nazionale di Ucraina, Valeria Gontareva, ha detto in un’intervista con TV Kharkiv in Ucraina.
Al 1° novembre, gli ultimi dati disponibili, le riserve in valuta estera ammontavano a 12,6 miliardi dollari, ciò che pone le scorte d’oro nazionali ucraine ad appena 123,6 milioni di dollari, ha riferito Zerohedge.
Tuttavia, questo dato contraddice i 988,7 milioni che è il livello cui dovrebbe stare l’oro, se il suo rapporto con le riserve totali fosse dell’8 per cento.
Nel mese di febbraio, prima che l’allora presidente Viktor Yanukovich fosse rovesciato, le riserve auree erano pari a circa 21 tonnellate, secondo l’allora presidente della Banca Nazionale di Ucraina Sergey Arbusov.
Una teoria è che l’Ucraina abbia deciso di spostare le sue riserve d’oro negli Stati Uniti poco dopo il colpo di Stato presidenziale quando il primo ministro Arseniy Yatsenyuk ha tenuto una riunione con il presidente Obama.
Alla fine di febbraio, l’oro si attestava a 1,8 miliardi di dollari, o circa il 12 per cento delle riserve. La Banca Centrale ha riferito che le riserve ammontavano a 1,6 miliardi di dollari sia a luglio che ad agosto, e 1,7 miliardi nel mese di settembre.
Nel mese di ottobre, la Banca è stata costretta a vendere 874 milioni di dollari di oro per far fronte ai debiti pubblici interno ed estero, secondo il Fondo Monetario Internazionale.
Una delle principali funzioni della Banca Nazionale di Ucraina è di accumulare e conservare le riserve in valuta estera e metalli preziosi.
Nel mese di maggio, il precedente capo della Banca, Stepan Kubiv, disse che l’Ucraina prevedeva di utilizzare parte della sua prima tranche del prestito del Fondo Monetario Internazionale per aumentare le riserve auree e valutarie al fine di stabilizzare la moneta in difficoltà, la grivna.
Il FMI, che prima aveva negato finanziamenti all’Ucraina a causa della corruzione, nel mese di aprile ha impegnato 17 miliardi di dollari in due anni per aiutare il Paese a cercare di allinearsi in modo più stretto con l’Europa, e non la Russia.
La Banca ha smesso di sostenere la moneta a metà novembre, quando essa è finita in completa caduta libera. La grivna ha perso il 50 per cento del suo valore rispetto al dollaro dall’inizio dell’anno.
“La svalutazione della grivna è ora al 100 per cento. All’ultimo minuto, le aziende hanno cominciato a farsi prendere dal panico. Anche dopo la svalutazione del 50 per cento, che ha avuto inizio nel mese di luglio, siamo stati in grado di stabilizzare la situazione, ma poi è iniziata la guerra”, ha detto la Gontareva.
L’economia ucraina è finita fuori controllo dal momento che la rivoluzione e la guerra hanno afferrato il Paese. Il nuovo governo deve gestire riserve infime, inflazione schizzata al cielo, crescita in diminuzione, carenze di gas naturale, e una incombente insolvenza sui debiti.

(Fonte)

La chiamano barbarie

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Le decapitazioni filmate di ostaggi occidentali in Iraq e di un escursionista francese in Algeria suscitano legittimamente un senso di orrore e una condanna senza appello. Sono uccisioni senza senso, opera di criminali malvagi al servizio di una ideologia deviante. Queste scene macabre seguono quelle altrettanto insostenibili di esecuzioni di massa di uomini disarmati. L’emozione generata da questo teatro delle crudeltà, viene tuttavia manipolata con freddezza dai media e dai politici in Occidente. La costante qualificazione della “barbarie” a opera di “barbari” risponde al desiderio di disumanizzare gli autori di queste atrocità. Espunti dalla civiltà, non rientrano più sotto la legge comune e non sono soggetti a leggi ordinarie. Si tratta per la propaganda bianca, in linea con i suoi usi e le tradizioni consolidate, di denunciare l’irriducibile barbarie “dell’altro”, presentato come un tutto indistinto per meglio sottomettere o sterminare, al di là dei criminali, un’intera società. Oppure, come nel caso dell’Iraq e della Siria, per distruggere degli Stati.
Questi assassinii sono rappresentati dagli organi di propaganda come atti irrazionali, quasi non umani, commessi da un’alterità radicalmente diversa. La propaganda si spinge ancora più a fondo, descrivendo queste atrocità come inerenti a una sfera etnico-religiosa: l’Islam, che nonostante le sfumature del linguaggio, sarebbe intrinsecamente pericoloso, quasi incomprensibile e sistematicamente opposto a un Occidente che, per essenza e definizione, ha valori umanistici definitivamente superiori a tutti gli altri.
In una fusione spudorata ma assunta senza discutere, i musulmani di qui e all’estero, sono sospettati di collusione “culturale” con gli assassini, e chiamati dai repressori del pensiero a dissociarsi pubblicamente dai crimini. Gli si ingiunge di approvare la nuova guerra medio-orientale dell’Occidente e il bombardamento vendicatore deciso dalla Civilizzazione.
Questi argomenti di una propaganda essenzialista, volta a demonizzare intere comunità, sono odiosi e ridicoli. Questa propaganda volta a stigmatizzare e colpevolizzare è tanto più inaccettabile quando viene da giornalisti-pubblici ministeri, molto ben posizionati, che se facessero bene il loro mestiere, avrebbero innescato una discussione sulla brutalità e sull’abuso di inedite proporzioni rivolto contro le popolazioni arabo-musulmani per decenni.
I giornalisti, che martellano l’opinione pubblica con la parola barbaro, cosa hanno scritto delle centinaia di migliaia di morti civili in Iraq, cosa hanno scritto sull’uso del fosforo bianco e sulle munizioni all’uranio impoverito contro le popolazioni civili? Chi tra questi modelli di Civiltà ha parlato del destino di decine di bambini malformati a Fallujah e altrove a causa dell’uso di armi proibite?
Si sono levate grida di indignazione da parte della stampa, quando la molto civile Madeleine Albright, ex segretario di stato americano, giustificava la morte di mezzo milione di bambini iracheni? Quale giornalista, della carta stampata o televisivo, ha protestato per il fatto che in questo paese dei diritti dell’uomo, criminali altrettanto sadici che quelli dello Stato Islamico, possono morire nel loro letto grazie alle amnistie e all’amnesia dello Stato?
Non c’è bisogno di tornare alle guerre coloniali condotte in nome dell'”Illuminazione” della generazione passata per riconoscere la stessa barbarie contemporanea, altrettanto indecente, che si ammanta dei valori della democrazia e dei diritti umani. Barack Obama, Nobel per la Pace, può condurre sette guerre dopo aver ricevuto un’onoreficenza che ha definitivamente perso ogni significato morale. Chi di questi mezzi di comunicazione menziona le decine di migliaia di vittime innocenti degli attacchi dei droni in tutto il mondo? La morte sotto i missili teleguidati e le bombe “intelligenti” di cinquecento bambini di Gaza? Non è questa una “barbarie”? I bombardamenti delle scuole gestite dalle Nazioni Unite sarebbero il danno collaterale di attacchi chirurgici. E’ vero che senza immagini e sepolte sotto la mistificazione e la complicità silenziosa dei giornalisti dell’informazione, decine di migliaia di morti delle guerre asimmetriche semplicemente non esistono. Meri dati statistici, i cadaveri straziati dei poveri e degli indifesi, non suscitano alcuna emozione.
Non vi è pertanto necessità di condurre una ricerca approfondita per scoprire che la realtà della “barbarie” è molto diversa da quella che la stampa vuole far credere. Non cercheremo qui di stabilire la genealogia politica del fanatismo islamico prodotto dalle monarchie del Golfo e armate dall’Occidente. Chi si ricorda dei missili francesi, delle armi inglesi e statunitensi generosamente fornite ai “mujaheddin afghani”, ieri combattenti per la libertà e talebani estremisti di oggi?
Le messe in scena di omicidi abietti in circostanze orribili da parte di psicopatici apolitici non possono in ogni caso essere una scusa per manipolazioni odiose. Il discorso sulla barbarie inflitto dalla propaganda, destinato a designare falsi nemici interni, si propone di mettere a tacere coloro che tra i musulmani in Europa denunciano le avventure militari in Medio Oriente. Si propone altresì di far dimenticare quelli commessi dagli alleati dell’Occidente. Questa agitazione intorno a una cosiddetta barbarie musulmana non riesce a nascondere la verità sanguinante di un occidente colonialista di ieri e imperialista di oggi, che assume senza discontinuità fin dal XIX secolo, le sue guerre eminentemente civili e molto sanguinose sul mondo arabo-musulmano. I criminali dello Stato Islamico hanno frequentato una buona scuola.
Nel consolidato dispositivo di preparazione psicologica dell’opinione pubblica, la barbarie degli altri è la giustificazione ultima della guerra. Tuttavia, le “guerre” contro il terrorismo, ingaggiate da decine d’anni, lungi dall’avere arginato il fenomeno, lo hanno generalizzato e complicato. Ci sono pochi dubbi, alla luce dell’esperienza, che il rifiuto di approcci politici e la fascinazione per la guerra manifestata dai leader occidentali, oltre a una regressione pericolosa del diritto internazionale produrrà una maggiore sovversione.
I primi e peggiori barbari sono tra noi.
Fondazione Frantz Fanon

(Fonte)

Erano proprio meteoriti?

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Oltre 1000 feriti in Russia per un insolito sciame meteorico che ha colpito una zona scarsamente abitata degli Urali.
Erano proprio meteoriti? Siamo sicuri?

Da fonti interne dell’amministrazione USA veniamo confidenzialmente a sapere che forse le cose non stanno esattamente come ci sono state raccontate…
E anche di là dell’Atlantico qualcuno fa delle affermazioni fuori dal coro.
Ha iniziato il giornale russo Znak riportando la notizia secondo la quale il meteorite era stato intercettato dal sistema di difesa anti-missile di Urzhumka vicino a Chelyabinsk.
Poi il vice Primo Ministro Dmitry Rogozin, secondo il quale “è necessario sviluppare un nuovo sistema di difesa per identificare e neutralizzare minacce provenienti dallo spazio” ha fatto nascere qualche sospetto. (1)
Ma la vera ‘bomba’ esplode quando il leader liberale Vladimir Zhirinovsky afferma pubblicamente che non si è trattato affatto di meteoriti ma del test di un’arma spaziale americana (2). Da notizie riservate pare che tale arma sarebbe stata abbattuta da un missile russo.
Secondo Zhirinovsky il nuovo segretario di Stato americano John Kerry voleva avvisare il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov del test ma non sarebbe riuscito ad avvisarlo in tempo perché quest’ultimo era in viaggio in Africa.
Il dipartimento di Stato USA – da parte sua – ha recentemente confermato che John Kerry non è stato in grado di parlare con Lavrov – in missione ufficiale in Africa – a proposito di “urgenti questioni internazionali”.
Immediatamente alcuni organi di stampa si sono precipitati ad enfatizzare la scarsa affidabilità di Zhirinovsky, noto per le sue posizioni ultranazionaliste.
Il Washington Post scrive che Zhirinovsky “ha accusato l’America per la pioggia meteorica di oggi” (3), WaPo sottolinea come Zhirinovsky sia noto “per la sua retorica nazionalista, anti-occidentale e alle volte bizzarra”, mentre Der Spiegel lo definisce senza mezzi termini un “clown politico”.
Al tempo stesso – manco a dirlo – coloro che hanno riportato la notizia sono stati subito etichettati come ‘complottisti’… (4)
Noi che non complottisti non siamo – ma neppure burattini del mainstream – un po’ di domande ce le facciamo e attendiamo fiduciosi le risposte:
– Perché meteoriti in un periodo dell’anno in cui la terra non sfiora il quadrante di cielo dove ci sono gli sciami meteorici?
– Perché un meteorite che ha fatto tanto disastro fa un buchetto sul ghiaccio di soli 6 metri di diametro?
– Perché non sono state – a oggi – mostrate tracce fisiche del meteorite mentre vi sono ben 20.000 persone che stanno lavorando a riparare i danni?
– Perché nelle sequenze di alcuni filmati pubblicati in rete si vedono degli altri oggetti che volano più velocemente del meteorite e che sembrano cercare di intercettarne la traiettoria? (5)
Piero Cammerinesi

(1) presstv.ir e ibtimes.com
(2) rt.com
(3) washingtonpost.com
(4) worldnews.nbcnews.com e americanlivewire.com
(5) luogocomune.net

Fonte

Come creare uno tsunami

Pat Bradley è un cameraman che ha assistito, alla fine degli anni ’50, ad alcuni test nucleari condotti dagli Stati Uniti nel Pacifico vicino alle isole Marshall. La sua testimonianza accompagna le impressionanti immagini delle detonazioni sottomarine nei test Wahoo e Umbrella, del 16 maggio e 8 giugno 1958.
In questo video, pubblicato dal sito AtomCentral, il racconto di Bradley accompagna le immagini terribili della colonna d’acqua, alta quasi 300 metri, e dell’onda generata, che investe la nave posta a poche miglia di distanza. Ci furono tre ondate successive, ricorda Bradley, della quale la terza fu la più alta, che sommersero l’atollo sul quale lui stesso si trovava, costringendolo ad arrampicarsi e rifugiarsi sulle palme per sfuggire allo tsunami creato dalla potenza dell’esplosione.
(a cura di Matteo Marini)

Fonte

L’ipocrisia della “guerra umanitaria”

Altamente raccomandabile.